samedi, 12 septembre 2009

Entrambi parlano di Dio

Se un comunista e un prete
parlano di Dio

 

 

di Lucetta Scaraffia

Un vecchio comunista e un vecchio prete (così ironicamente amano definirsi), entrambi docenti di filosofia, si incontrano per parlare di Dio, e ne nasce un libro che fin dal titolo, definisce la questione come ineludibile. Anche se essa, come si sa, viene spesso del tutto elusa nella cultura contemporanea. E la domanda che percorre tutto il volume (Pietro Barcellona - Francesco Ventorino, L'ineludibile questione di Dio, Genova-Milano, Marietti, 2009, pagine 182, euro 18) e i due ragionamenti - che danno luogo a due saggi complementari, a cui segue un dialogo introdotto e raccolto da un terzo amico, Sergio Cristaldi - è proprio perché oggi non si parli quasi più di Dio, perché questa questione sia stata accantonata e considerata arcaica, oppure talmente intima e personale da non richiedere nessuna riflessione pubblica.
Per monsignor Ventorino - che moltissimi conoscono semplicemente come "don Ciccio" - la risposta si dipana sul piano filosofico, nel confronto chiaro e serrato con grandi filosofi della modernità, da Feuerbach a Severino, e leggendolo viene da pensare a quanto sono stati fortunati i suoi alunni ad avere per tanti anni un professore così bravo nel far capire quali sono le questioni centrali dei dibattiti contemporanei. Nel rispondere a chi nega Dio, il prete filosofo si serve di citazioni del prediletto san Tommaso, di Benedetto XVI e di don Giussani, ma anche di autori non cattolici, come George Steiner o Cormac McCarthy, per sostenere la propria convinzione.
Secondo Ventorino, "la posizione che l'uomo prende di fronte alla questione di Dio" è infatti determinante per "la visione che egli ha di tutta la realtà e quindi della propria esistenza". Una requisitoria logica stringente, che mette a dura prova chi eventualmente insista nell'eludere la questione. Un atteggiamento che certo non ha Barcellona, che condivide con l'amico prete l'assoluta necessità di porsi questa domanda.
Il filosofo comunista, però, assume un punto di partenza meno filosofico e meno razionale:  "Dio non è un problema della logica e della filosofia teoretica, come se all'origine di ogni cosa vi fosse un sillogismo o un'evidenza del pensiero, ma un problema dell'inspiegabile all'interno dell'esperienza umana", perché "Dio è un'interrogazione quotidiana e un incontro improvviso". Proprio per questo Barcellona si sente di affermare che "l'ateo è un personaggio sostanzialmente ottuso e allo stesso tempo altezzoso", un personaggio con cui egli non vuole avere niente a che fare; se pure, d'altra parte, non si sente nemmeno di iniziare un percorso di conversione, preferendo definirsi come spirito inquieto e libero, un "interrogante" che prova a leggere il Vangelo.
Un atteggiamento tormentato e non privo di passione, che porta il filosofo a denunciare con vigore l'indifferenza del mondo contemporaneo e l'assenza di un rapporto con il futuro, che finiscono con il ripercuotersi anche nella vita politica. Al punto che - scrive - "se si abolisce la domanda sul senso della vita, si distrugge anche lo spazio di una vita consapevole e di una politica in cui valga la pena impegnarci".
Ma non è solo la crisi dell'impegno politico a preoccupare Barcellona:  le sue parole più tenere, e più accorate, sono infatti quelle con cui parla dei nipoti, e in particolare della nipotina più piccola, della quale riporta brevi filastrocche. Il filosofo teme infatti che, alla ricerca di senso che si risveglia naturalmente nella bimba di sei anni, si risponda con un vuoto nichilismo, senza ascoltarla veramente. Perché "ritrovare in se stessi uno sguardo fanciullo non è un patetico rifugio nelle favole, ma la ricerca di una libertà che può misurarsi con il Grande Mistero della Vita". L'Osservatore Romano

 

Il Poverello e il Sultano

Il santo dal sultano

 

 

di Stefano Maria Malaspina

In una lettera scritta dal campo dei crociati nei primi mesi del 1220, il vescovo di Acri, Giacomo di Vitry, fa riferimento ad alcuni giovani frati, appartenenti a un ordine nato da poco e dediti alla predicazione e all'imitazione della vita degli apostoli. Accenna inoltre alla presenza nel campo di Damietta del loro fondatore Francesco, e al suo tentativo di evangelizzazione presso la corte del sultano al-Kâmil.
"Ardente dello zelo della fede, non ha temuto di attraversare l'esercito dei nemici, e dopo aver predicato per alcuni giorni la parola di Dio  ai  saraceni,  non  ottenne  gran  che. Il sultano,  re  dell'Egitto,  gli  chiese però in segreto  di  implorare  il Signore secondo le sue intenzioni  perché,  sotto  ispirazione  divina, egli  potesse aderire alla religione che più piacesse a Dio".
L'incontro del santo di Assisi con l'illuminato principe musulmano, noto per la sua giustizia e per la sua erudizione in Occidente, è stato da subito oggetto di commenti, riflessioni e fantasie. Ha suscitato interesse, curiosità e domande, e non ha smesso di stimolare la penna degli scrittori e l'ispirazione di pensatori e artisti; fino a diventare - nelle ultime interpretazioni - un pacifico incontro, collocato in un passato lontano, fra un esponente della religione islamica e un predicatore della croce di Cristo.
La memoria dell'avvenimento ha attraversato i secoli:  ne è ad esempio conservato il ricordo nella Vita di Tommaso da Celano; san Bonaventura descrive Francesco come "acceso di amore perfetto"; la visita diventa un'epica impresa, messa in versi da Enrico di Avranches; trova posto negli affreschi di Giotto ed è testimoniata dalla cosiddetta Tavola Bardi, opera del XIII secolo conservata presso la basilica di Santa Croce a Firenze, che colloca l'episodio di Damietta in un contesto urbano. La vicenda è inoltre costantemente ripresa all'apparire delle tensioni fra Occidente e Oriente:  così nel XV secolo, quando è ancora posto l'accento sulla violenza e sulla potenza del sultano, e così al tempo del fallimento ottomano davanti ai bastioni di Vienna, nel 1683.
La natura universale della missione predicatrice dei frati minori, indipendentemente dal risultato ottenuto, è testimonianza dell'ideale evangelico incarnato da Francesco d'Assisi:  già nella cosiddetta Regola non bullata, infatti, un capitolo è dedicato a "coloro che vanno fra i saraceni". Vi si propongono due vie:  una di testimonianza senza liti né contese, pur nella confessione della fede cristiana; e una seconda via più esplicita, di chiara predicazione del Vangelo, aperta alla possibilità del martirio.
John Tolan, dell'Università di Nantes, ha ripercorso attraverso lo studio delle testimonianze storiche e delle eredità artistiche otto secoli di interpretazioni dell'episodio, raccogliendone i frutti nel volume Il santo dal sultano. L'incontro di Francesco d'Assisi e l'islam (Bari, Laterza, 2009, pagine xii-420, euro 30). Appare chiaro che la missione in Egitto non è da leggersi come "una stravaganza o un semplice episodio fuori del normale:  è invece un momento chiave per capire Francesco e l'atteggiamento del nascente ordine dei frati minori verso l'islam", anche se non è facile comporre a sistema i punti di vista attraverso cui questo incontro è stato interpretato.
"Così, Voltaire presenta Francesco come un folle fanatico di fronte a un sultano saggio e tollerante"; mentre altri difendono la visione cattolica tradizionale, non senza amplificare la risonanza storica di un avvenimento che non modificò le sorti della quinta crociata. Arrivando a toccare i motivi della peculiare presenza francescana in Terra Santa e la costruzione, nel corso del XIX e del XX secolo, della figura di Francesco quale "apostolo della pace", Tolan ricostruisce "un ritratto delle paure e delle speranze", dei rischi e delle opportunità che nel corso della storia medioevale e moderna il contatto fra le culture ha suscitato e può ancora provocare. L'Osservatore Romano 

 

Non solo Hitler

Non fu solo la guerra di Hitler

 

 

di Gaetano Vallini

La seconda guerra mondiale non fu in nessun senso predeterminata. La causa non fu semplicemente Hitler:  fu provocata dall'interazione di fattori specifici, dei quali Hitler era uno, e da cause più generali responsabili dell'instabilità nel sistema internazionale. Ma altri esiti sarebbero stati possibili. E solo l'intervento dell'Unione Sovietica e degli Stati Uniti avrebbe potuto evitarla.
Con la consueta chiarezza, lo storico inglese Richard Overy nel libro Le origini della seconda guerra mondiale (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 206, euro 13) offre la sua interpretazione di come si giunse al tragico esito del primo settembre 1939. Tenendo conto della complessa realtà dell'ordine internazionale scaturito dalla grande guerra, vengono proposte alcune valutazioni che, senza indulgere alla storia fatta con i "se", evidenziano le opzioni - poche per la verità - a disposizione dei politici del tempo per evitare o circoscrivere il conflitto.
L'opera, agile ma rigorosa, pensata anche per i non addetti ai lavori, non è del tutto nuova; le edizioni in lingua originale sono tre (1987, 1998, 2008) ma i decenni che le separano sono stati caratterizzati da ulteriori discussioni accademiche sulle questioni che circondano le origini del conflitto. Discussioni di cui l'autore ha saputo cogliere le novità. "La storia diplomatica e militare - scrive nella prefazione - non monopolizza più l'attenzione come faceva quando questo volume fu scritto per la prima volta, poiché la storiografia si è allargata ad abbracciare molte aree di esperienza che toccano le questioni belliche solo in modo incidentale. Ci sono stati inoltre importanti spostamenti di punto focale:  il ruolo dell'Italia nelle fasi preliminari della guerra è stato più di ogni altro oggetto di una profonda riconsiderazione; si sono aggiunte rivelazioni sulla politica sovietica negli anni Trenta".
"Ma soprattutto - aggiunge - i primi studi seri sulla pianificazione e i preparativi militari sovietici; le discussioni su Chamberlain e l'appeasement sono diventate più sofisticate e, in un'epoca in cui la guerra mondiale sembra remota e inconcepibile, una nuova generazione potrà forse guardare con più generosità alla sua profonda convinzione che la guerra fosse al di là di ogni ragione umana".
Ciò detto, Overy sostiene che oggi l'unico interrogativo che potrebbe sollecitare la curiosità degli storici è:  perché, se la stragrande maggioranza della gente e dei governanti non voleva la guerra, i loro sforzi collettivi non riuscirono a evitarla? In generale, tuttavia, l'approccio al soggetto non è cambiato:  "Gli storici, favorevoli o meno alle scelte compiute dalla Gran Bretagna e dalla Francia negli anni Trenta, concordano generalmente sul ruolo che i vincoli interni ebbero nel determinare tali scelte. Le conseguenze della grande depressione e del declino imperiale sono ora elementi chiave di qualsiasi spiegazione della crisi internazionale degli anni Trenta, e in particolare dell'atteggiamento dei governi occidentali di fronte al mutamento dell'equilibrio di potenza provocato dalla rinascita della Germania e dall'espansionismo dell'Italia e del Giappone".
La ricostruzione parte dalle tensioni create nel mondo diplomatico alla fine dell'Ottocento dall'ascesa del nazionalismo, dell'imperialismo e del grande capitale. "Alla fine della Grande guerra - sostiene Overy - i maggiori vincitori, la Gran Bretagna e la Francia, ridisegnarono la mappa d'Europa nel tentativo di ristabilire l'equilibrio negli affari mondiali; avendo creato questo nuovo assetto esse divennero le custodi, con qualche riserva, dello status quo. Ma indebolite com'erano dalla guerra e minacciate da un relativo declino in termini di potenza economica, entrambe si trovarono a confrontarsi con una galassia di stati e di forze politiche che si opponevano, per una ragione o per l'altra, a tale status quo:  fra queste non solo le potenze sconfitte, ma anche il Giappone in Estremo Oriente, l'Italia nel Mediterraneo e, dato assai più rilevante, l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti".
In America l'assetto scaturito dal primo conflitto mondiale venne considerato una vittoria dell'imperialismo vecchio stampo. Anche se con meno brutale franchezza, gli statisti d'oltreoceano condivisero la posizione di Stalin sulla necessità di cambiare il vecchio equilibrio eliminando il colonialismo e riorganizzando il sistema economico mondiale. Ma perché l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti non imposero la loro idea di equilibrio prima del 1945? "Parte della spiegazione - secondo lo storico - sta nel fatto che solo la grande depressione rivelò in modo inequivocabile che la Francia e la Gran Bretagna, in collaborazione con altre potenze della Società delle Nazioni, non erano in grado di far funzionare il sistema di Versailles:  fino ad allora entrambe erano considerate, a torto o a ragione, le "superpotenze" del loro tempo".
Ma la spiegazione sta principalmente nel fatto che, "per importanti ragioni di politica interna, né l'Unione Sovietica né gli Stati Uniti erano in grado di esercitare un'influenza profonda sugli affari mondiali; l'isolazionismo americano e, dopo il 1935, l'aperta neutralità dell'Urss e la necessità di consolidare il potere comunista al suo interno tennero infatti entrambi gli Stati lontano da qualsiasi intervento determinante nella politica internazionale".
Dopo il 1932 l'assetto scaturito dagli accordi di Versailles cominciò a sgretolarsi. Un processo di riorganizzazione si attivò sotto la spinta della crisi economica e dei rancori generati da politiche aggressive. In Germania, Giappone e Italia c'erano forze politiche influenzate da un'ideologia nazionalistica, ansiose di avvalersi di qualsiasi cambiamento nella distribuzione internazionale del potere. "L'idea di fondo diffusa in ciascun Paese, e non solo a livello di dirigenza politica, era - sottolinea Overy - che le colonie, la creazione di un impero, la lotta per il possesso delle prede economiche, fossero aspetti perenni del sistema mondiale".
Così, via via che le debolezze del sistema emergevano, alcuni Stati che aspiravano ad ampliare i propri confini furono tentati a osare:  la Germania puntò sulla Cecoslovacchia e sulla Polonia; l'Italia sull'Etiopia, il Giappone sulla Cina. L'isolamento dell'America e dell'Unione Sovietica, con la loro tacita approvazione di modifiche allo scacchiere internazionale, non fece altro che incoraggiare questa frenetica corsa espansionistica.
Gran Bretagna e Francia furono costrette a decidere se accettare questa sfida, ma senza un riarmo potevano ben poco. Tuttavia, secondo lo studioso, c'era una certa flessibilità nel sistema che lasciava spazio per alcune concessioni ai tre Stati aggressori che fossero compatibili con gli interessi britannici e francesi. Così facendo, "lo scontro attivo fu rimandato quanto più a lungo possibile per consentire alle due potenze democratiche di completare il loro riarmo militare e di evitare crisi interne, ma anche perché non era così chiaro allora, come lo è oggi per gli storici, quali fossero le ambizioni dei tre Paesi dell'Asse".
Che la guerra fosse necessaria fu chiaro a britannici e francesi solo quando ci si rese conto che la Germania costituiva una reale minaccia ai loro interessi e che le sue richieste non potevano più essere accolte senza che ciò pregiudicasse irreversibilmente il loro storico status di grandi potenze.
Eppure, se il Führer non avesse deciso di risolvere il suo "problema polacco" nel 1939, nella previsione che le potenze occidentali avrebbero rinunciato a un intervento e accettato i nuovi equilibri, queste non sarebbero entrate in guerra in quel settembre. Secondo Overy, "la Gran Bretagna e la Francia erano decise ad affrontare Hitler e a imporre limiti alla sua azione nel 1939 o 1940 e avevano l'appoggio popolare interno per farlo. Se tutto fosse andato secondo i piani e la Germania avesse fatto marcia indietro o fosse stata sconfitta dalla strategia di blocco navale e bombardamenti - una speranza non del tutto chimerica nel 1939 - Chamberlain avrebbe potuto realizzare tutto sommato la sua grande conciliazione".
A questo punto torna l'interrogativo:  la guerra poteva essere evitata? Lo storico analizza le letture storiografiche più accreditate. La prima ritiene che se la Francia e l'Inghilterra fossero state pronte a contrapporsi prima ai dittatori, anche al punto di combattere per la Renania nel 1936 o per i Sudeti nel 1938, una guerra totale non sarebbe stata necessaria. Secondo Overy, invece, "supporre che una prova di forza nel marzo 1936 da parte delle potenze occidentali - anche se fosse stata politicamente praticabile - o un più alto livello di spesa per gli armamenti nel biennio 1936-1937 avrebbero ridotto sensibilmente queste pressioni è un'illusione:  in realtà il difetto non fu la mancanza di autorevolezza politica, ma la fondamentale debolezza della struttura internazionale che l'Inghilterra e la Francia cercavano di salvare".
Altri sostengono che ci fu una erronea valutazione della crisi polacca da parte delle potenze occidentali, che avrebbero dovuto lasciare a Hitler mano libera nell'Europa orientale - il che l'avrebbe portato inevitabilmente in contrasto con l'Unione Sovietica - affidandosi agli Stati Uniti per riportare la stabilità in Europa e in Estremo Oriente, cosa che sarebbe poi effettivamente avvenuta in seguito. "Questa opinione però ignora un fattore cruciale, ossia - sottolinea l'autore - che l'Inghilterra e la Francia erano decise a difendere il loro status di grandi potenze senza ricorrere né alla Russia né all'America. Il loro era un ruolo storico, a cui non potevano rinunciare così facilmente:  per secoli arbitri degli eventi mondiali, ricchi possessori di vasti imperi, entrambi i Paesi avevano una responsabilità, un imperativo morale che li impegnava a scegliere la guerra piuttosto che il disonore". Overy ritiene che soltanto l'intervento "attivo e potente" dell'Unione Sovietica e degli Stati Uniti avrebbe potuto evitare la guerra nel 1939. "Invece, mentre la crisi si inaspriva, Stalin diede il via agli anni di purghe e di sovvertimenti politici che indebolirono fatalmente l'Armata rossa agli occhi della Germania e del Giappone, e Roosevelt si piegò alle pressioni interne a favore della neutralità. Entrambi assunsero un atteggiamento attendista nel 1939, consapevoli del fatto che una revisione del sistema internazionale era ormai inevitabile, ma desiderosi di evitare la guerra il più a lungo possibile".
Ma gli eventi successivi fecero comprendere a Germania, Italia e Giappone l'impossibilità di creare un nuovo equilibrio senza la sconfitta militare dell'Unione Sovietica e degli Stati Uniti, il che voleva dire scatenare una guerra mondiale. "Le potenze dell'Asse - si legge - furono costrette a prendere atto di quello che Francia e Inghilterra erano state riluttanti ad accettare nel 1939:  vale a dire che nessuna difesa o revisione dello status quo, che si trattasse di Europa orientale, di Cina o di Medio Oriente, era possibile senza coinvolgere gli interessi sovietici e americani".
Ciò nonostante, è la conclusione di Overy, "non era automaticamente certo che il coinvolgimento finale dell'Urss e degli Usa nella guerra avrebbe posto fine al breve periodo di trionfi dell'Asse, ma qualsiasi valutazione realistica della forza dei due fronti - tenuto conto che lo stesso sforzo bellico della Gran Bretagna non fu affatto trascurabile - doveva portare a concludere che, se gli alleati avessero coordinato le loro linee d'azione e imparato a combattere efficacemente (il che non era per nulla scontato), si sarebbe ripristinata una relativa stabilità nel sistema internazionale". L'Osservatore Romano 

 

Mitterrand et les "mauvais Allemands"

Des archives britanniques révèlent l'ampleur de l'hostilité du président français et de Margaret Thatcher à la réunification.

Vingt ans après la chute du mur de Berlin, le chancelier de la réunification, Helmut Kohl, reste pour les Allemands celui qui a précipité leur destin dans le bon sens. Comme François Mitterrand demeure à leurs yeux un président français qui n'avait pas compris le vent de l'histoire. Les réticences de cet ami de l'Allemagne provoquées par la réunification sont de notoriété publique outre-Rhin. Cependant, quelque 600 pages d'archives britanniques déclassifiées vendredi jettent une lumière plus accablante encore sur le jugement de Mitterrand.

Les notes déclassifiées de Charles Powell, conseiller en politique étrangère de Margaret Thatcher à l'époque, montrent les réticences et les inquiétudes que par­tageaient Mitterrand et la Dame de fer à propos de la réunification allemande. «L'Allemagne n'a jamais trouvé ses frontières. Le peuple allemand a constamment été en mouvement. Et il l'est aujourd'hui», aurait dit Mitterrand lors d'une rencontre avec Thatcher le 8 décembre 1989, selon Powell. Il ajoute que le président français aurait émis de sévères critiques à l'égard de Kohl, jugeant notamment que le chancelier n'avait aucune compréhension pour les «sensibilités des autres nations» et qu'il exploitait le sentiment national allemand.

 

«Plus étendue que sous Hitler»

 

Quelques jours plus tôt, le 28 novembre 1989, Kohl avait présenté un programme en dix points pour la réunification de la RFA et de la RDA. Sans consulter ses alliés européens. Ni les membres de la coalition au pouvoir à Bonn. La réunification à marche accélérée envisagée par Kohl avait provoqué une franche colère de Mitterrand.

Le 20 janvier, lors d'une nouvelle réunion avec le premier ministre britannique, Mitterrand enfonce le clou. «La perspective de la réunification a provoqué un choc mental chez les Allemands», aurait-il dit, toujours selon Charles Powell. Choc qui aurait eu pour effet de les «faire redevenir les mauvais Allemands qu'ils étaient». «L'Allemagne peut se réunifier et même reprendre des territoires qu'elle a perdus pendant la guerre, aurait-il ajouté. Elle peut même être plus étendue que sous Hitler».

Mitterrand dira ses craintes de voir la réunification allemande déstabiliser le chef de l'Union soviétique, Mikhaïl Gorbatchev. Pourtant féru d'histoire, Mitterrand ne comprendra pas que l'État est-allemand n'a survécu qu'en raison du Mur, qui symbolisait la volonté soviétique de la voir exister dans son orbite. Fin 1989, le président français se rendra en Allemagne de l'Est célébrer le 40e anniversaire de la RDA apportant sa caution aux caciques d'un régime en déconfiture. Hier, les médias allemands ne cachaient pas leur amertume. «En public, Mitterrand célébrait l'amitié franco-allemande comme son amitié avec Kohl. Derrière les portes closes, il parlait en mal du chancelier», déplore le quotidien de centre gauche Süddeutsche.

Cependant, les archives du Fo­reign Office, le ministère britannique des Affaires étrangères, révèlent que contrairement à Thatcher, le président français n'a jamais cru possible d'empêcher la réunification, qu'il jugeait inéluctable. Son ambition fut d'ancrer cette Allemagne élargie encore plus solidement dans l'Europe, notamment grâce à l'Union monétaire. Celle-ci poussera par la suite les Allemands à renoncer au seul symbole de fierté nationale, le deutschemark, au profit de l'euro. Mitterrand avait aussi une obsession : fixer définitivement la frontière germano-polonaise sur la ligne de démarcation Oder-Neisse.

 

«Rendez-vous raté»

 

Hubert Védrine, qui était à l'époque conseiller diplomatique de Mitterrand conteste la portée historique des archives britanniques : «Ce serait une grave erreur de penser que Mitterrand et Thatcher partageaient la même position. La réunification inquiétait ré­ellement Thatcher. Pas Mitterrand. Il voulait s'assurer qu'elle soit bien gérée, démocratique, qu'elle ferait avancer l'intégration européenne et qu'elle ne précipiterait pas la chute de Gorbatchev. Thatcher ne pouvait pas accepter davantage d'intégration européenne».

Ministre des Affaires europé­ennes, Pierre Lellouche, juge que les réticences de Mitterrand ont jeté un trouble dans la relation franco-allemande. «Le doute s'est installé à ce moment-là. Nous n'avons jamais rebâti totalement la confiance», affirme-t-il. Lellouche dit travailler pour faire en sorte que «le rendez-vous raté entre Mitterrand et Kohl il y a vingt ans devienne un rendez-vous réussi entre Nicolas Sarkozy et Angela Merkel», à l'occasion des célébrations de la chute du Mur. Le Figaro

vendredi, 11 septembre 2009

Giovanni Paolo II e gli artisti

La potenza del bene nascosta nella bellezza

 

 

Pubblichiamo uno stralcio della Lettera agli artisti di Papa Wojtyla che reca la data del 4 aprile 1999, Pasqua di Resurrezione.
 

Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di bellezza, può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all'alba della creazione, guardò all'opera delle sue mani. Una vibrazione di quel sentimento si è infinite volte riflessa negli sguardi con cui voi, come gli artisti di ogni tempo, avvinti dallo stupore per il potere arcano dei suoni e delle parole, dei colori e delle forme, avete ammirato l'opera del vostro estro, avvertendovi quasi l'eco di quel mistero della creazione a cui Dio, solo creatore di tutte le cose, ha voluto in qualche modo associarvi.
Per questo mi è sembrato non ci fossero parole più appropriate di quelle della Genesi per iniziare questa mia Lettera a voi, ai quali mi sento legato da esperienze che risalgono molto indietro nel tempo ed hanno segnato indelebilmente la mia vita. Con questo scritto intendo mettermi sulla strada di quel fecondo colloquio della Chiesa con gli artisti che in duemila anni di storia non si è mai interrotto, e si prospetta ancora ricco di futuro alle soglie del terzo millennio.
In realtà, si tratta di un dialogo non dettato solamente da circostanze storiche o da motivi funzionali, ma radicato nell'essenza stessa sia dell'esperienza religiosa che della creazione artistica. La pagina iniziale della Bibbia ci presenta Dio quasi come il modello esemplare di ogni persona che produce un'opera:  nell'uomo artefice si rispecchia la sua immagine di Creatore. Questa relazione è evocata con particolare evidenza nella lingua polacca, grazie alla vicinanza lessicale fra le parole stwórca (creatore) e twórca (artefice).
Qual è la differenza tra "creatore" ed "artefice?" Chi crea dona l'essere stesso, trae qualcosa dal nulla - ex nihilo sui et subiecti, si usa dire in latino - e questo, in senso stretto, è modo di procedere proprio soltanto dell'Onnipotente. L'artefice, invece, utilizza qualcosa di già esistente, a cui dà forma e significato. Questo modo di agire è peculiare dell'uomo in quanto immagine di Dio. Dopo aver detto, infatti, che Dio creò l'uomo e la donna "a sua immagine" (cfr. Genesi, 1, 27), la Bibbia aggiunge che affidò loro il compito di dominare la terra (cfr. Genesi, 1, 28). Fu l'ultimo giorno della creazione (cfr. Genesi, 1, 28-31). Nei giorni precedenti, quasi scandendo il ritmo dell'evoluzione cosmica, Jahvé aveva creato l'universo. Al termine creò l'uomo, il frutto più nobile del suo progetto, al quale sottomise il mondo visibile, come immenso campo in cui esprimere la sua capacità inventiva.
Dio ha, dunque, chiamato all'esistenza l'uomo trasmettendogli il compito di essere artefice. Nella "creazione artistica" l'uomo si rivela più che mai "immagine di Dio", e realizza questo compito prima di tutto plasmando la stupenda "materia" della propria umanità e poi anche esercitando un dominio creativo sull'universo che lo circonda. L'Artista divino, con amorevole condiscendenza, trasmette una scintilla della sua trascendente sapienza all'artista umano, chiamandolo a condividere la sua potenza creatrice. E ovviamente una partecipazione, che lascia intatta l'infinita distanza tra il Creatore e la creatura, come sottolineava il cardinale Nicolò Cusano:  "L'arte creativa, che l'anima ha la fortuna di ospitare, non s'identifica con quell'arte per essenza che è Dio, ma di essa è soltanto una comunicazione ed una partecipazione".
Per questo l'artista, quanto più consapevole del suo "dono", tanto più è spinto a guardare a se stesso e all'intero creato con occhi capaci di contemplare e ringraziare, elevando a Dio il suo inno di lode. Solo così egli può comprendere a fondo se stesso, la propria vocazione e la propria missione. Non tutti sono chiamati ad essere artisti nel senso specifico del termine. Secondo l'espressione della Genesi, tuttavia, ad ogni uomo è affidato il compito di essere artefice della propria vita:  in un certo senso, egli deve farne un'opera d'arte, un capolavoro.
Nel modellare un'opera, l'artista esprime di fatto se stesso a tal punto che la sua produzione costituisce un riflesso singolare del suo essere, di ciò che egli è e di come lo è. Ciò trova innumerevoli conferme nella storia dell'umanità. L'artista, infatti, quando plasma un capolavoro, non soltanto chiama in vita la sua opera, ma per mezzo di essa, in un certo modo, svela anche la propria personalità. Nell'arte egli trova una dimensione nuova e uno straordinario canale d'espressione per la sua crescita spirituale. Attraverso le opere realizzate, l'artista parla e comunica con gli altri. La storia dell'arte, perciò, non è soltanto storia di opere, ma anche di uomini. Le opere d'arte parlano dei loro autori, introducono alla conoscenza del loro intimo e rivelano l'originale contributo da essi offerto alla storia della cultura. Scrive un noto poeta polacco, Cyprian Norwid:  "La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere".
Il tema della bellezza è qualificante per un discorso sull'arte. Nel rilevare che quanto aveva creato era cosa buona, Dio vide anche che era cosa bella. La bellezza è in un certo senso l'espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza. Lo avevano ben capito i Greci che, fondendo insieme i due concetti, coniarono una locuzione che li abbraccia entrambi:  kalokagathìa, ossia "bellezza-bontà". Platone scrive al riguardo:  "La potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello". L'Osservatore Romano

 

Paolo VI e gli artisti

Il 7 maggio 1964, nella solennità dell'Ascensione, Papa Montini celebrò una messa per gli artisti nella Cappella Sistina. Pubblichiamo integralmente il testo dell'omelia da lui pronunciata che segnò, dopo le aperture di Pio XII, la ripresa di un dialogo fra la Chiesa e il mondo dell'arte.
Cari Signori e Figli ancora più cari! Ci premerebbe, prima di questo breve colloquio, di sgombrare il vostro animo da certa apprensione, da qualche turbamento, che può facilmente sorprendere chi si trova, in una occasione come questa, nella Cappella Sistina. Non c'è forse luogo che faccia più pensare e più trepidare, che incuta più timidezza e nello stesso tempo ecciti maggiormente i sentimenti dell'anima. Ebbene, proprio voi, artisti, dovete essere i primi a togliere dall'anima la istintiva titubanza, che nasce nell'entrare in questo cenacolo di storia, di arte, di religione, di destini umani, di ricordi, di presagi. Perché? Ma perché è proprio, se mai altro c'è, un cenacolo per gli artisti, degli artisti. E quindi dovreste in questo momento lasciare che il grande respiro delle emozioni, dei ricordi, dell'esultazione, - che un tempio come questo può provocare nell'anima - invada liberamente i vostri spiriti.
Vi può essere un altro turbamento, quasi un'altra paralizzante timidezza; ed è quella che può portare non tanto la Nostra umile persona, quanto la Nostra presenza ufficiale, il Nostro ministero pontificio:  è qui il Papa!, voi certo pensate. Sono mai venuti gli artisti dal Papa? È la prima volta che ciò si verifica, forse. O cioè, sono venuti per secoli, sono sempre stati in relazione col Capo della Chiesa Cattolica, ma per contatti diversi. Si direbbe perfino che si è perduto il filo di questa relazione, di questo rapporto. E adesso siete qui, tutti insieme, in un momento religioso, tutto per voi, non come gente che sta dietro le quinte, ma che viene veramente alla ribalta di una conversazione spirituale, di una celebrazione sacra. Ed è naturale, se si è sensibili e comprensivi, che ci sia una certa venerazione, un certo rispetto, un certo desiderio di capire e di tacere. Ebbene, anche questa sensibilità, se dovesse in questo momento legare le vostre espressioni interiori di liberi sentimenti, Noi vorremmo sciogliere, perché, se il Papa deve accogliere tutti - perché di tutti è Padre e per tutti ha un ministero, e per tutti ha una parola -, per voi specialmente tiene in serbo questa parola; ed è desideroso, ed è felice di poterla quest'oggi esprimere, perché il Papa è vostro amico.
E non lo è solo perché una tradizione di sontuosità, di mecenatismo, di grandezza, di fastosità circonda il suo ministero, la sua autorità, il suo rapporto con gli uomini, e perché ha bisogno di questo quadro decorativo e espressivo per dire a chi non lo sapesse chi lui è, e come Cristo lo abbia voluto in mezzo agli uomini. Ma lo è per ragioni più intrinseche, che sono poi quelle che ci tengono oggi occupati e che interessano il nostro spirito, e, cioè:  sono ragioni del Nostro ministero che Ci fanno venire in cerca di voi. Dobbiamo dire la grande parola che del resto voi già conoscete? Noi abbiamo bisogno di voi. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell'invisibile, dell'ineffabile, di Dio. E in questa operazione, che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, intelligibili, voi siete maestri. È il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità. E non solo una accessibilità quale può essere quella del maestro di logica, o di matematica, che rende, sì, comprensibili i tesori del mondo inaccessibile alle facoltà conoscitive dei sensi e alla nostra immediata percezione delle cose. Voi avete anche questa prerogativa, nell'atto stesso che rendete accessibile e comprensibile il mondo dello spirito:  di conservare a tale mondo la sua ineffabilità, il senso della sua trascendenza, il suo alone di mistero, questa necessità di raggiungerlo nella facilità e nello sforzo allo stesso tempo.
Questo - coloro che se ne intendono lo chiamano Einfühlung, la sensibilità, cioè, la capacità di avvertire, per via di sentimento, ciò che per via di pensiero non si riuscirebbe a capire e ad esprimere - voi questo fate! Ora in questa vostra maniera, in questa vostra capacità di tradurre nel circolo delle nostre cognizioni - et quidem di quelle facili e felici, ossia di quelle sensibili, cioè di quelle che con la sola visione intuitiva si colgono e si carpiscono - ripetiamo, voi siete maestri. E se Noi mancassimo del vostro ausilio, il ministero diventerebbe balbettante ed incerto e avrebbe bisogno di fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi di diventare profetico. Per assurgere alla forza della espressione lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l'arte.
Ora, se questo è, il discorso si dovrebbe fare grave e solenne. Il luogo, forse anche il momento, si presterebbero; non tanto il tempo che Ci è concesso, e non tanto il programma che abbiamo prefisso a questo primo incontro amichevole. Chi sa che non venga un momento in cui possiamo dire di più. Ma il tema è questo:  bisogna ristabilire l'amicizia tra la Chiesa e gli artisti. Non è che l'amicizia sia stata mai rotta, in verità; e lo prova questa stessa manifestazione, che è già una prova di tale amicizia in atto. E poi ci sono tante altre manifestazioni che si possono addurre a prova di una continuità, di una fedeltà di rapporti, che testimoniano che non è mai stata rotta l'amicizia tra la Chiesa e gli artisti. Anche perché, come dicevamo, la Chiesa ne ha bisogno e poi potremmo anche dire di più, leggendovi nel cuore. Voi stessi lo andate cercando questo mondo dell'ineffabile e trovate che la sua patria, il suo recapito, il suo rifornimento migliore è ancora la Religione.
Quindi siamo sempre stati amici. Ma, come avviene tra parenti, come avviene fra amici, ci si è un po' guastati. Non abbiamo rotto, ma abbiamo turbato la nostra amicizia. Ci permettete una parola franca? Voi Ci avete un po' abbandonato, siete andati lontani, a bere ad altre fontane, alla ricerca sia pure legittima di esprimere altre cose; ma non più le nostre.
Avremmo altre osservazioni da fare, ma non vogliamo questa mattina turbarvi ed essere scortesi. Voi sapete che portiamo una certa ferita nel cuore, quando vi vediamo intenti a certe espressioni artistiche che offendono noi, tutori dell'umanità intera, della definizione completa dell'uomo, della sua sanità, della sua stabilità. Voi staccate l'arte dalla vita, e allora... Ma c'è anche di più. Qualche volta dimenticate il canone fondamentale della vostra consacrazione all'espressione; non si sa cosa dite, non lo sapete tante volte anche voi:  ne segue un linguaggio di Babele, di confusione. E allora dove è l'arte? L'arte dovrebbe essere intuizione, dovrebbe essere facilità, dovrebbe essere felicità. Voi non sempre ce le date questa facilità, questa felicità e allora restiamo sorpresi e intimiditi e distaccati.
Ma per essere sincero e ardito - accenniamo appena, come vedete - riconosciamo che anche Noi vi abbiamo fatto un po' tribolare. Vi abbiamo fatto tribolare, perché vi abbiamo imposto come canone primo la imitazione, a voi che siete creatori, sempre vivaci, zampillanti di mille idee e di mille novità. Noi - vi si diceva - abbiamo questo stile, bisogna adeguarvisi; noi abbiamo questa tradizione, e bisogna esservi fedeli; noi abbiamo questi maestri, e bisogna seguirli; noi abbiamo questi canoni, e non v'è via di uscita. Vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci! E poi vi abbiamo abbandonato anche noi. Non vi abbiamo spiegato le nostre cose, non vi abbiamo introdotti nella cella segreta, dove i misteri di Dio fanno balzare il cuore dell'uomo di gioia, di speranza, di letizia, di ebbrezza. Non vi abbiamo avuti allievi, amici, conversatori; perciò voi non ci avete conosciuto.
E allora il linguaggio vostro per il nostro mondo è stato docile, sì, ma quasi legato, stentato, incapace di trovare la sua libera voce. E noi abbiamo sentito allora l'insoddisfazione di questa espressione artistica. E - faremo il confiteor completo, stamattina, almeno qui - vi abbiamo peggio trattati, siamo ricorsi ai surrogati, all'"oleografia", all'opera d'arte di pochi pregi e di poca spesa, anche perché, a nostra discolpa, non avevamo mezzi di compiere cose grandi, cose belle, cose nuove, cose degne di essere ammirate; e siamo andati anche noi per vicoli traversi, dove l'arte e la bellezza e - ciò che è peggio per noi - il culto di Dio sono stati male serviti.
Rifacciamo la pace? quest'oggi? qui? Vogliamo ritornare amici? Il Papa ridiventa ancora l'amico degli artisti? Volete dei suggerimenti, dei mezzi pratici? Ma questi non entrano adesso nel calcolo. Restino ora i sentimenti. Noi dobbiamo ritornare alleati. Noi dobbiamo domandare a voi tutte le possibilità che il Signore vi ha donato, e, quindi, nell'ambito della funzionalità e della finalità, che affratellano l'arte al culto di Dio, noi dobbiamo lasciare alle vostre voci il canto libero e potente, di cui siete capaci. E voi dovete essere così bravi da interpretare ciò che dovrete esprimere, da venire ad attingere da noi il motivo, il tema, e qualche volta più del tema, quel fluido segreto che si chiama l'ispirazione, che si chiama la grazia, che si chiama il carisma dell'arte. E, a Dio piacendo, ve lo daremo. Ma dicevamo che questo momento non è fatto per i lunghi discorsi e per fare le proclamazioni definitive.
Però noi abbiamo già, da parte nostra, Noi Papa, noi Chiesa, firmato un grande atto della nuova alleanza con l'artista. La Costituzione della Sacra Liturgia, che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo ha emesso e promulgato per prima, ha una pagina - che spero voi conosciate - che è appunto il patto di riconciliazione e di rinascita dell'arte religiosa, in seno alla Chiesa cattolica. Ripeto, il Nostro patto è firmato. Aspetta da voi la controfirma.
Per ora dunque Ci limitiamo a dei rilievi molto semplici, ma che però non vi faranno dispiacere.
Il primo è questo:  che Ci felicitiamo di questa Messa dell'artista e Monsignor Francia ne sia ringraziato; lui e tutti coloro che lo hanno seguito e che ne hanno raccolto la formula. Noi abbiamo visto nascere questa iniziativa, l'abbiamo vista accolta per primo dal Nostro venerato Predecessore Papa Pio xii, Che ha cominciato ad aprirle le vie e a darle cittadinanza nella vita ecclesiastica, nella preghiera della Chiesa; e perciò Ci congratuliamo di quanto è stato fatto su questo filone, che non è l'unico, ma che è buono e che è bene seguire:  lo benediciamo e lo incoraggiamo. Vorremmo che voi portaste fuori, a quanti avete colleghi, imitatori, seguaci, la Nostra Benedizione per questo esperimento di vita religiosa artistica che ha ancora fatto vedere che fra sacerdote e artista c'è una simpatia profonda e una capacità d'intesa meravigliosa.
La seconda cosa è questa, notissima, ma deve, Ci pare, in questo momento essere ricordata; ed è che, se il momento artistico che si produce in un atto religioso sacro - come è una Messa - deve essere pieno, deve essere autentico, deve essere generoso, deve davvero riempire e far palpitare le anime che vi partecipano e le altre che vi fanno corona, ha altresì bisogno di due cose:  di una catechesi e di un laboratorio.
Non Ci diffonderemo ora a discorrere se l'arte venga spontanea e improvvisa, come una folgorazione celeste, o se invece - e voi ce lo dite - abbia bisogno di un tirocinio tremendo, duro, ascetico, lento, graduale. Ebbene, se vogliamo dare, ripetiamo, autenticità e pienezza al momento artistico religioso, alla Messa, è necessaria la sua preparazione, la sua catechesi; bisogna in altri termini farla prendere o accompagnare dalla istruzione religiosa. Non è lecito inventare una religione, bisogna sapere che cosa è avvenuto tra Dio e l'uomo, come Dio ha sancito certi rapporti religiosi che bisogna conoscere per non diventare ridicoli o balbuzienti o aberranti. Bisogna essere istruiti. E Noi pensiamo che nell'ambito della Messa dell'artista, quelli che vogliono manifestarsi artisti veramente, non avranno difficoltà ad assumere questa sistematica, paziente, ma tanto benefica e nutriente informazione. E poi c'è bisogno del laboratorio, cioè della tecnica per fare le cose bene. E qui lasciamo la parola a voi che direte che cosa è necessario, perché l'espressione artistica da dare a questi momenti religiosi abbia tutta la sua ricchezza di espressività di modi e di strumenti, e se occorre anche di novità.
E da ultimo aggiungeremo che non basta né la catechesi, né il laboratorio. Occorre l'indispensabile caratteristica del momento religioso, e cioè la sincerità. Non si tratta più solo d'arte, ma di spiritualità. Bisogna entrare nella cella interiore di se stessi e dare al momento religioso, artisticamente vissuto, ciò che qui si esprime:  una personalità, una voce cavata proprio dal profondo dell'animo, una forma che si distingue da ogni travestimento di palcoscenico, di rappresentazione puramente esteriore; è l'Io che si trova nella sua sintesi più piena e più faticosa, se volete, ma anche la più gioiosa. Bisogna che qui la religione sia veramente spirituale; e allora avverrà per voi quello che la festa di oggi, la Ascensione, Ci fa pensare. Quando si entra in se stessi per trovare tutte queste energie e dar la scalata al cielo, in quel cielo dove Cristo si è rifugiato, noi ci sentiamo in un primo momento, immensamente, direi, infinitamente lontani.
La trascendenza che fa tanto paura all'uomo moderno è veramente cosa che lo sorpassa infinitamente, e chi non sente questa distanza non sente la religione vera. Chi non avverte questa superiorità di Dio, questa sua ineffabilità, questo suo mistero, non sente l'autenticità del fatto religioso. Ma chi lo sente sperimenta, quasi immediatamente, che quel Dio lontano è già lì:  "Non lo cercheresti, se già non lo avessi trovato". Parole di Pascal, vero; ed è quello che si verifica continuamente nell'autentica vita spirituale del cristiano. Se ricerchiamo Cristo veramente dove è, in cielo, lo vediamo riflesso, lo troviamo palpitante nella nostra anima:  il Dio trascendente è diventato, in certo modo, immanente, è diventato l'amico interiore, il maestro spirituale. E la comunione con Lui, che sembrava impossibile, come se dovesse varcare abissi infiniti, è già consumata; il Signore viene in comunione con noi nelle maniere, che voi ben sapete, che sono quelle della parola, che sono quelle della grazia, che sono quelle del sacramento, che sono quelle dei tesori che la Chiesa dispensa alle anime fedeli. E basti per ora così.
Artisti carissimi, diciamo allora una parola sola:  arrivederci! L'Osservatore Romano 

 

9/11/2001 Comment pouvons-nous oublier? Come possiamo dimenticare?

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dimanche, 22 juin 2008

Solferino

Posdomani saranno 149 anni dalla battaglia di Solferino combattuta in quella località dai Francesi di Napoleone III contro gli Austriaci di Francesco Giuseppe. Segnò l'inizio della formazione dell'unità d'Italia che l'intelligenza e la furbizia di Camille de Cavour concluse nel marzo del 1861. Insomma, senza i fantaccini francesi l'Italia non sarebbe oggi né indipendente né libera. Ed il costo in termini umani, per i nostri fratelli francesi, non fu indifferente. La sera di Solferino si contarono circa 200 ufficiali e 3000 soldati morti oltre a più di 15 mila feriti. E le perdite austriache, se non furono superiori, furono pressappoco uguali. Quindi un macello da cui, come ho detto, nacque l'Italia e, sorprendentemente, un organismo benefico ad opera di Henri Dunant. Questo ginevrino si trovò lì per caso, vide i mucchi di morti e lo strazio dei feriti e, da allora non si diede più pace finché riuscì a realizzare quella grande cosa che era (e che è) la Croce rossa.
Come non essere ricoscenti ai nostri fratelli d'oltralpe venuti a morire per noi? Facciamo uscire Solferino dalle vecchie e fredde pagine dei libri di storia e ringraziamo con la mente ed il cuore chi ci ha grandemente contribuito a darci l'indipendenza. Faremo solo il nostro dovere.