dimanche, 08 novembre 2009
Il mondo ha bisogno di una Chiesa povera e libera
Brescia - Occorre pregare e lavorare "perché nasca un mondo fraterno in cui ognuno non viva per sé ma per gli altri": lo ha detto papa Benedetto XVI rivolgendo un saluto fuori programma alla piccola folla raccolta fuori dalla chiesa parrocchiale di Botticino Sera (Brescia) conclusa una breve visita alle spoglie di Sant'Arcangelo Tadini. Il pontefice ha così voluto anticipare alcuni temi che potrebbero costituire alcune delle chiavi di questa visita pastorale, quelli della carità e della solidarietà. Il Papa ha ringraziato i fedeli che lo attendevano nonostante la pioggia fuori dalla chiesa, per l' "accoglienza calorosa", segno - ha detto - di una "chiesa viva". A loro ha rivolto infine un saluto, una benedizione e l'augurio di buona domenica.
Preghiera a Piazza della Loggia Benedetto XVI durante il suo percorso in papamobile tra la parrocchia di Botticino Sera e il Duomo di Brescia si è fermato in Piazza della Loggia, davanti alla Stele che ricorda le otto vittime della strage del 28 maggio 1974. Una bomba fu fatta esplodere durante una manifestazione antifascista ed è tuttora in corso un processo che vede imputati alcuni militanti di Ordine Nuovo. Il Papa non è sceso dalla papamobile ma l'ha fatta fermare davanti alla targa, si è alzato in piedi, si è raccolto in preghiera ed ha fatto il gesto della benedizione.
Una chiesa "povera e libera", "così dev'essere la comunità ecclesiale, per riuscire a parlare all'umanità contemporanea" ed essere vicina alle sfide di oggi: crisi economica, immigrazione, educazione dei giovani. Lo ha detto papa Benedetto XVI nell'omelia della messa celebrata nel Duomo di Brescia, culmine di una sua visita pastorale nella diocesi. Parole riprese dal testamento spirituale di Paolo VI, al quale Ratzinger renderà omaggio qui e nella sua città natale, di cui ha sottolineato l'attualità. "L'incontro e il dialogo della Chiesa con l'umanità di questo nostro tempo stavano particolarmente a cuore di Giovanni Battista Montini in tutte le stagioni della sua vita". E dedicò tutte le sue energie - ha ricordato Ratzinger "al servizio di una Chiesa il più possibile conforme al suo signore Gesù Cristo, così che, incontrando lei, l'uomo contemporaneo possa incontrare Lui, perché di lui ha assoluto bisogno".
La "questione della Chiesa", del suo "disegno di salvezza" e del suo "rapporto col mondo", che tanto stava a cuore a Paolo VI, è anche oggi "assolutamente centrale" Citando parole dell'enciclica montiniana Ecclesiam suam, papa Ratzinger ha indicato tre concetti, "coscienza, rinnovamento, dialogo", che, a suo giudizio dovrebbero ispirare le relazioni tra Chiesa e "mondo moderno". La Chiesa dovrebbe, cioé, approfondire la "coscienza di se stessa", poi rinnovarsi guardando a Cristo, infine, coniugare la coscienza teologica con la vita vissuta. il che presuppone - ha detto - "una robusta vita interiore". Un rapporto, quello tra chiesa e mondo, che "gli sviluppi della secolarizzazione e della globalizzazione" hanno reso - ha sottolineato il papa - "ancora più radicale, nel confronto con l'oblio di Dio, da una parte, e con le religioni non cristiane dall'altra".
Anche il Papa ha bisogno di essere aiutato con la preghiera" anche se "tanti si aspettano" da lui "gesti clamorosi, interventi energici e decisivi": è uno dei tanti passaggi di Paolo VI citati da Benedetto XVI. La citazione è presa da un discorso del 1968 al Seminario lombardo, "mentre le difficoltà del post-concilio - ha ricordato Ratzinger - si sommavano con i fermenti del mondo giovanile". "Il Papa - disse allora Paolo VI, ripreso oggi da Benedetto XVI - non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesù cristo, a cui preme la sua Chiesa più che non a chiunque altro. Sarà lui a sedare la tempesta". "Non si tratta tuttavia di un'attesa sterile o inerte - aggiungeva - bensì di attesa vigile nella preghiera. E' questa la condizione che Gesù ha scelto per noi", e "anche il Papa ha bisogno di essere aiutato con la preghiera".
L'importanza del celibato dei sacerdoti è stata sottolineata da Benedetto XVI che si è rivolto anche ai preti e ai seminaristi. Sul tema, particolarmente attuale nell'attesa dell' annunciata Costituzione apostolica per gli anglicani che potrebbe ammettere in qualche forma anche se con molti limiti il matrimonio per i sacerdoti, Paolo VI aveva scritto un'enciclica, che Benedetto XVI ripropone in questo Anno sacerdotale. "Preso da Cristo Gesù fino all'abbandono di tutto se stesso a lui - questo il passaggio dell'enciclica citato oggi da Benedetto XVI - il sacerdote si configura più perfettamente a Cristo anche nell'amore col quale l'eterno sacerdote ha amato la Chiesa suo corpo, offrendo tutto se stesso per lei...La verginità consacrata dei sacri ministri - ha aggiunto sempre citando Paolo VI - manifesta infatti l'amore verginale di Cristo per la Chiesa e la verginale e soprannaturale fecondità di questo connubio". Il Giornale
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I leader dell'Occidente non capirono quel crollo
Il Muro era venuto su in una notte, nel 1961, come un fungo sinistro e inatteso dopo una pioggia autunnale, voluto da Nikita Kruscev - il Segretario Generale del Pcus della destalinizzazione, che tante ingenue aspettative avrebbe generato in Unione Sovietica e nel mondo libero - e da Walter Ulbricht, il leader della Sed, il partito comunista della Ddr. Sarebbe crollato con gioioso fragore nella notte del 9 novembre 1989, quasi accidentalmente, quando migliaia di berlinesi dell'Est si sarebbero trovati, increduli, ad attraversarlo, prima, e ad abbatterlo, poi, perché avevano riposto (con maggior successo) le loro prudenti speranze in un altro Segretario del Pcus, l'ultimo: Michail Gorbaciov.
Con il crollo del Muro, simbolicamente, finiva anche la Guerra Fredda, che per oltre 40 anni aveva plasmato l'ordine del pianeta, di fatto unificandolo nel nome di quella divisione. Di lì a poco, Patto di Varsavia, Comecon e la stessa Urss sarebbero scomparsi, lasciando dietro di sé ben pochi rimpianti. Il mondo si sarebbe ritrovato non più diviso in due, noi e loro, e neppure unificato: bensì frammentato, politicamente e culturalmente, proprio mentre la globalizzazione cercava di scrivere il suo epilogo alla «fine della storia».
Privato del condominio competitivo realizzato da Urss e Usa, il mondo riscopriva una pluralismo fin troppo ricco per le strutture internazionali concepite o adattate durante la Guerra Fredda, e l'apparente trionfo occidentale dischiudeva invece una stagione di progressiva deoccidentalizzazione. La rinnovata politicizzazione, anche brutale, delle questioni identitarie e religiose rappresentava, nonostante tutto, la prima spinta nella direzione di un pluralismo culturale, di una multiculturalità, completamente assente dal tessuto delle istituzioni e della prassi politica internazionale.
Nel ventesimo anniversario della caduta del Muro, alcuni libri, in qualche modo complementari nell'offrire chiavi di lettura non necessariamente concordi, ci aiutano a ripercorrere i mesi che portarono al tonfo: 1989. La fine del Novecento, di Enzo Bettiza, 1989. L'anno che cambiò il mondo, di Michael Meyer e Giù la cortina. Il 1989 e il crollo del comunismo sovietico, di György Dalos.
La tesi principale di Meyer è che, contrariamente a convinzioni ancora largamente diffuse negli Stati Uniti, il crollo del Muro dipese essenzialmente dalle scelte di Gorbaciov e dalla deliberata volontà di Nemeth (il premier riformista ungherese) di provocare la frana dell'intero sistema comunista allo scopo di ricongiungere l'Ungheria alla famiglia delle democrazie europee. Meyer ha buon gioco nel mostrare come le leadership occidentali - George Bush, François Mitterrand e Margaret Thatcher - stentarono parecchio a comprendere che cosa stesse succedendo e quali opportunità si stessero dischiudendo loro per porre fine alla stagione dell'equilibrio del terrore.
La ricostruzione delle vicende che portarono la leadership ungherese ad aprire il primo varco nella cortina di ferro, nell'estate del 1989, consentendo a migliaia di Ossie di «votare con i piedi», è avvincente come la trama di un giallo, così come è vivida la descrizione delle ore frenetiche che precedettero la fine del Muro.
Quello che appare meno convincente è la sottovalutazione delle forze profonde che portarono alla fine della Guerra Fredda e dell'Urss (si ripensi alla lezione di John Lewis Gaddis). Non c'è dubbio che senza Gorbaciov e Nemeth le cose sarebbero potute andare diversamente. Ma forse occorrerebbe chiedersi come mai proprio questi uomini politici si ritrovarono in quelle posizioni di leadership in quel momento storico e perché arrivarono a maturare certe decisioni.
E qui le risposte appaiono un po' più articolate e sistemiche (avrebbe detto Kenenth Waltz) di quelle fondate sull'analisi del comportamento e delle personalità dei singoli decision-makers. Ancora meno comprensibile, persino all'interno della logica seguita da Meyer, è poi la totale assenza, in tutto il racconto, della figura di Giovanni Paolo II. Significativamente, proprio Enzo Bettiza riconosce come, tra tanti leader che non coglievano esattamente il senso epocale degli avvenimenti in atto, anche perché troppo attenti alla stabilità e troppo preoccupati dal cambiamento, il papa polacco fu «il solo veggente». La definizione del 1989 come di «un sommovimento storico avvertibile, ma imprevedibile» nella sua dinamica temporale esprime con sintesi felice ciò che nelle pagine di Meyer resta un po' troppo sullo sfondo.
Così come nell'argomentare di Bettiza si staglia nitidamente il lucido tentativo di Gorbaciov, destinato peraltro all'insuccesso, di scaricare i satelliti e le loro «élite coloniali» pur di salvare l'impero interno. Altrettanto efficace, proprio in questo anniversario, è la sottolineatura che il crollo pacifico del Muro è solo una delle immagini della fine della Guerra Fredda. Le altre sono quelle delle lunghe guerre balcaniche e del massacro di piazza Tienanmen.
Il libro di Dalos, infine, offre una preziosa analisi in chiave comparata delle diverse modalità con cui il blocco sovietico si sgretolò in un tempo sorprendentemente breve, e ci rammenta che, pur quando inscritte in un medesimo «destino», le vicende storiche non sono mai riconducibili ad un unico cliché. La Stampa
19:03 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Pd, l'assemblea incorona Bersani
Pierluigi Bersani riceve l’incoronazione dall’Assemblea costituente a segretario del Pd, e definisce ruoli e linee del suo partito. La frattura con la "cosa" rutelliana si consuma, con una perdita di "pezzi" indefinita, considerata dolorosa, ma non traumatica dai vertici democratici, che hanno visto anche la fuoriuscita di Massimo Calearo, l’imprenditore veneto veltroniano doc, che avrebbe dovuto ricucire il distacco con il nord produttivo. Francesco Rutelli aspetta, annuncia che non sarà il leader del soggetto nascente, e conta le adesioni, per ora in arrivo soprattutto dall’Italia dei valori. L’ex segretario dl sa che tanto malumore si annida tra gli ex popolari del Pd.
Ma Bersani mostra a tutti il suo «bambino nuovo», il «partito davvero alternativo», come lo ha definito durante l'assemblea, che si rifiuta di «condannarsi ad essere piccolo», apre alle altre forze d'opposizione, che rimane critico con il governo per le misure adottate contro la crisi («che non è alle nostre spalle» e si pone come priorità l'attenzione al lavoro.
Quel partito che oggi vede la luce nell’assemblea costituente, sempre alla Nuova fiera di Roma, e la cui forma segnerà una discontinuità con il passato. Non un partito fluido, ma piuttosto ben strutturato. Con un suo presidente, Rosy Bindi (che non lascerà la vicepresidenza della Camera), un vice segretario, Enrico Letta (ma guai a definirlo ticket, parola che a Bersani fa venire l’orticaria), un nuovo tesoriere, Antonio Misiani (al posto del veltroniano Mauro Agostini), e con i rappresentanti delle due mozioni sconfitte bene in vista. Quasi certa l’elezione di Dario Franceschini capogruppo, sebbene in un secondo momento. Nessun ruolo, invece, per Ignazio Marino, che siederà nella Direzione, ma che ha rifiutato nuovi incarichi. Ieri sia Franceschini che Marino hanno messo a punto le rispettive truppe da piazzare nell’organismo dirigente di 120 rappresentanti.
L’intenzione del segretario è di raggiungere una pace interna, per evitare la riedizione dei conflitti dell’era-Veltroni. E ieri Bersani ha anticipato a Massimo D’Alema le linee del mandato, assicurando all’ex premier ds l’impegno del partito per la nomina a ministro degli esteri dell’Ue. D’Alema darà una mano per le inevitabili mediazioni interne. Specie con quegli ex popolari, in cerca di spazi (Beppe Fioroni in cerca di un ruolo chiave), per non sentirsi schiacciati dagli ex ds, ma anche incuriositi dai progetti rutelliani. Prova a frenarli Franco Marini: «Bersani ha un passo da montanaro, io che sono un alpino lo apprezzo moltissimo».
Oggi, insomma, vengono al pettine gli umori e la voglia di andare avanti, con il segretario che ha vinto le primarie tra gli iscritti e tra gli elettori, deciso a non lasciarsi scoraggiare dalle perdite delle ultime ore. Per un Calearo in partenza, un Colaninno pronto a collaborare. Chi invece non si volta indietro è il presidente del Copasir: «Francesco Rutelli vuole dare un contributo a un nuovo partito, che dia un nuovo senso alle parole centro, governo, istituzione e bene comune, oltre le secche del bipolarismo», conferma Lorenzo Dellai. Avvenire
11:12 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Adultero lapidato, la sua amante lo sarà dopo il parto
Secondo i gruppi Al Shabab, che controllano tutto
il meridione del Paese, l'uomo avrebbe confessato
davanti a un tribunale islamico
ROMA - Un uomo di 33 anni, colpevole di adulterio, è stato giustiziato tramite lapidazione davanti a una folla di trecento persone nella città di Merka, in Somalia. La sua amante, incinta, subirà la stessa sorte, ma solo dopo aver dato alla luce il bambino. Un rappresentante del gruppo islamico Al Shabab, che ha il controllo di gran parte del meridione del Paese, ha spiegato che l’uomo ha confessato la sua colpa davanti a una corte islamica.
L'ANNO SCORSO LAPIDATA UNA TREDICENNE - «Gridava e il sangue schizzava fuori dalla testa durante il lancio delle pietre; dopo sette minuti ha smesso di muoversi», ha testimoniato uno dei presenti alla Bbc. Nel mese scorso altri due uomini sono stati uccisi a colpi di pietre nella stessa città dopo essere risultati colpevoli di spionaggio. Nella città meridionale di Kismayo lo scorso anno un ragazzina di 13 anni è stata massacrata a colpi di pietre per adulterio. Secondo i gruppi di difesa dei diritti umani la ragazzina venne violentata. Corriere
11:09 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Magistrato tra farsa e tragedia
Il magistrato Alberto Marcheselli imparò da un’impiegata della cancelleria, «un donnino proveniente da una zona imprecisata dell’Italia centrale», come funziona la giustizia nel nostro Paese. Quel giorno, nel concedere a un detenuto un permesso particolarmente delicato, Marcheselli aveva confidato alla signora M.: «Il pubblico ministero è molto severo, secondo me impugnerà il provvedimento». Lei lo squadrò con occhi scintillanti di malizia: «Vuole che impedisca al Pm d’impugnare?». Trasse dal cassetto della scrivania una spanna di fogli e la schiaffò dentro il fascicolo. «Così non impugna di sicuro», concluse ammiccante, ben conoscendo la repulsione delle toghe per tutto ciò che costa fatica, a cominciare dalla lettura. Il magistrato, sbalordito, fece togliere quei 500 fogli che non c’entravano nulla, vecchie pratiche, certificati penali irrilevanti, persino volantini sindacali. Il fascicolo tornò smilzo. E il Pm, ovviamente, impugnò.
Sul fronte della cellulosa, il dottor Marcheselli era reduce da un battesimo del fuoco, avvenuto nel suo primo giorno da uditore. Mario Canepa, presidente del tribunale di sorveglianza di Genova, un maestro di vita che riuniva Alec Guinness, Achille Campanile e Omero in un’unica persona, gli aveva sillabato con solennità: «Alberto, attenzione, perché sto per impartirti la prima lezione fondamentale del nostro percorso». E mentre Marcheselli, lesto come uno studentello afferrava penna e foglietto infilati nel codice penale per prendere appunti, Canepa tirò fuori un rotolino bianco dalla tasca dei pantaloni: «Porta sempre con te della carta igienica, perché negli uffici giudiziari non c’è mai!».
Per quasi 13 anni Alberto Marcheselli è stato un cittadino esemplare di quello che definisce «un mondo di carta». Nell’ottobre 2008 ha deciso di scappare ed è tornato nel mondo di carne. Adesso insegna diritto tributario all’Università di Torino. Ma basta leggere Magistrati dietro le sbarre, il libro che ha scritto per Melampo Editore, uscito tre giorni fa con un sottotitolo esplicativo ed insieme critico, Farsa e tragedia nella giustizia penale italiana, per capire che del mondo di carta è rimasto in qualche modo prigioniero. Sindrome di Stoccolma, si direbbe. «Sindrome del fratello maggiore», corregge lui. «Fin dai tempi di scuola, ho sempre esercitato l’innata propensione a occuparmi degli altri. Tutti venivano a chiedermi consigli, ero bravissimo a mettere pace. Forse avrei dovuto diventare medico. O prete. Non mi sono mai riconosciuto nel profilo di giudice che mi uscì in un test psicologico fatto da ragazzo: “Hai una cattiva opinione degli altri”».
Che sarebbe finito male glielo predisse un insigne giurista, il professor Giovanni Marongiu, socio di Victor Uckmar: «Lei ha la mentalità del giudice. È troppo curioso, mette il naso ovunque». Il giovanotto, appena ventisettenne, era stato assunto nello studio legale Uckmar di Milano come avvocato tributarista. «Guadagnavo soldi a barcate, però mi rendevo conto che non avrei mai avuto il tempo per spenderli». Fu Marongiu a consigliargli il concorso in magistratura: «Male che vada, qui la riprendiamo subito». Marcheselli, 44 anni, genovese, marito di un’avvocata civilista e padre di due figli, ha vissuto dietro le sbarre non metaforicamente. Non volendo finire pretore a Olbia, optò per l’unico posto disponibile al Nord: magistrato di sorveglianza, prima a Torino e poi ad Alessandria. «Un collega di Como mi aveva avvisato: “È un gorgo. Ci finisci dentro e non ne esci più”. Il carcere diventa la tua seconda casa. Un’esperienza di una ricchezza e di un dolore terrificanti. Tutti i giudici dovrebbero fare i magistrati di sorveglianza per un paio d’anni. Capirebbero un sacco di cose della giustizia e di se stessi, diventerebbero persone completamente diverse».
Perché?
«Ti hanno insegnato il diritto come una struttura logica, perfetta. Scrivi le tue belle sentenze tirando le conclusioni con geometria cristallina. Vivi in un mondo di carta, appunto. E all’improvviso scopri che in un solo giorno devi prendere 60 decisioni che cambieranno per sempre le vite di altrettante persone».
Quali decisioni?
«Finire in galera o uscirne. Incontrare le persone care. Rivedere sul luogo del delitto chi ha ucciso tuo figlio. Morire tra le braccia dei tuoi genitori o dietro le sbarre. Avere o non avere uno sconto di pena di mesi o di anni. Andare in ospedale per sottoporsi alla chemioterapia. Il magistrato può avere la scorza più dura del mondo, ma ognuna di queste decisioni si deposita sul fondo del suo stomaco e non c’è verso di digerirla».
I magistrati di sorveglianza non sono quelli che scarcerano gli stupratori albanesi?
«Anche. Sono quelli da picchiare, 150 invisibili che saltano fuori solo quando un detenuto semilibero combina qualcosa di grave. Il giudice penale condanna. Il magistrato di sorveglianza stabilisce se sconterai la pena dentro o fuori: agli arresti domiciliari, oppure ai servizi sociali, oppure in un posto di lavoro con obbligo di tornare in cella la notte. Molti cittadini non sanno che tutte le condanne fino a 3 anni, fino a 6 per i tossicomani, sono sospese per legge, comprese quelle passate in giudicato, e che la decisione finale spetta al tribunale di sorveglianza».
Spesso una decisione presa a capocchia.
«È una decisione pericolosissima. Nelle prigioni non c’è più posto, per cui lo Stato fa il gioco del cerino: prima mette in mano il fiammifero al Pm che indaga, poi al giudice penale che condanna, infine al magistrato di sorveglianza, che lo passa alla società. Consideri che ci sono in circolazione 30.000 condannati definitivi. Venendo da me, lei ne ha incontrati per strada senza saperlo almeno tre. Se dentro la stazione centrale di Milano io urlassi “la carta precettiva”, quella che i beneficiari della semilibertà hanno l’obbligo di esibire in qualsiasi momento, si alzerebbero una trentina di braccia».
Non fu lei a liberare il brigatista rosso Cristoforo Piancone, tre condanne all’ergastolo per sei omicidi, mai pentito né dissociato, che una volta fuori tentò di uccidere due poliziotti?
«Sì, fui io. Era stato recluso per 26 anni. A giudizio unanime di criminologi, educatori e personale del carcere, aveva tenuto costantemente una buona condotta. Quattro anni c’impiegai a concedergli la semilibertà. E altri quattro ne passarono prima del fattaccio. Ma la mia scelta era ineccepibile, è scritto negli atti parlamentari». Come mai ha smesso di fare il magistrato di sorveglianza?
«Mi sono sentito come uno che sta sulla spiaggia e spera di svuotare il mare col secchiello».
Poteva restare in magistratura.
«A far che? Il giudice penale che scrive sull’acqua? O il giudice civile che si occupa di futili litigi? Impossibile, dopo che hai visto la gente morire».
Ma, scusi, non era uno dei responsabili della sua formazione a ripeterle di continuo che fare il giudice serve soprattutto a guadagnarsi da vivere?
«Era un Gip. Lo diceva in senso buono. Non ci voleva invasati. Tentava di farci capire che il giudice non è un santo, non può cambiare il mondo».
Prudenza, diligenza e perizia sono le tre norme di comportamento richieste a qualsiasi medico nell’esercizio della professione. Se non le rispetta, egli è perseguibile penalmente, perché ha nelle sue mani la vita delle persone. Perché i giudici, da cui dipendono molte vite, non sono chiamati a rispettare queste tre regole?
«Non è possibile giudicare senza serenità d’animo. E non c’è serenità d’animo senza una certa dose di irresponsabilità. Di questo paradosso s’era già accorto Giovenale: “Quis custodiet custodes?”, chi controllerà i controllori? È un passaggio inevitabile in ogni gruppo sociale: di qualcuno occorre fidarsi. Un medico che ha paura diventa scrupolosissimo, ti ordina un sacco di analisi. Un giudice che ha paura potrebbe non condannare mai».
Le è capitato di vedere un giudice in galera?
«Sì, uno. Per corruzione. Un giudice fallimentare che aveva accettato una bicicletta e uno stereo».
E suoi colleghi che pagano per aver sbagliato?
«Mi pare che il Consiglio superiore della magistratura abbia rimosso dall’ordine giudiziario l’ex procuratore di Tortona, Aldo Cuva, per le irregolarità nell’inchiesta sui sassi lanciati dal cavalcavia. Però sono d’accordo con lo spirito della domanda: succede raramente. E invece le sanzioni contro i giudici che sbagliano vanno applicate con rigore».
Com’è possibile che i magistrati abbiano impedito di varare la riforma della giustizia a tutti i ministri succedutisi fino a oggi?
«Va’ a saperlo. Fossi il ministro, riformerei avvocatura, magistratura, codici, uffici, tutto. Così eviterei le opposizioni preventive a questo o quel provvedimento. Che poi, a ben vedere, il problema della giustizia penale non è di leggi: è di cultura. Lei ha mai letto una sentenza? I giudici non parlano alle vittime e ai colpevoli. No, i loro tecnicismi sono rivolti ad avvocati, Pm, Corti d’appello. Uno scandalo. Hanno deriso il ministro Roberto Castelli perché fece scrivere nelle aule di tribunale che “la giustizia è amministrata in nome del popolo”. Invece si trattava di un principio sacrosanto. Se il popolo non capisce le sentenze, che giustizia è?».
I magistrati non dovrebbero limitarsi ad applicare le leggi approvate dal Parlamento su mandato degli elettori, anziché discuterle?
«Certo. E se non sono convinti, mandarle alla Corte costituzionale. La legge si applica. Non si polemizza con la legge».
Dalla sua esperienza, quanti magistrati orientati a sinistra, al centro e a destra ha conosciuto?
«Il magistrato è per sua natura un conservatore. So di stupirla, ma ne ho conosciuti più di destra che di sinistra. Ciò nonostante non ho mai visto nessuno fare scelte influenzato dalle proprie simpatie politiche». Il giudice che dovrà processarla entra in aula con La Repubblica, o Il Giornale, o L’Unità sotto braccio. Lei si fida?
«Sì. Però capisco che il cittadino abbia dei dubbi. Appartengo alla scuola di pensiero secondo cui non basta che il giudice sia imparziale: deve anche apparire tale».
Come s’è creato l’arretrato spaventoso degli uffici giudiziari?
«Troppi avvocati. Le liti nascono per ragioni di bottega. E per essere remunerative devono anche durare anni. Io stabilirei che l’entità dell’onorario sia inversamente proporzionale alla durata del processo. Non è possibile che nella sola città di Roma vi siano più avvocati che in tutta la Francia».
Il personale giudiziario non ha colpe?
«Certo che ne ha. Si va dall’autista che durante un’agitazione mi disse: “Dottore, scioperare io? Ma io allo Stato ci faccio più danno se lavoro che se sciopero!”, fino al cancelliere che afferra un foglio e gira di stanza in stanza come se dovesse consegnarlo, fermandosi a chiacchierare con tutti i colleghi. Ma sono incappato anche in carabinieri che, sulla scena del delitto, avevano misurato la distanza di un cadavere dalla porta di casa al cortile con un rilevatore satellitare quando avrebbero potuto usare il metro da sarta. Il sogno di un’ospitata a Porta a porta spesso uccide il buon senso».
Che cosa pensa degli inquirenti che vanno in televisione?
«Non dovrebbero andarci mai. La giustizia seria è invisibile».
Allora perché andò a Porta a porta?
«Me lo ordinò il presidente del tribunale di sorveglianza. Un detenuto in semilibertà aveva sparato a un poliziotto. Mi limitai a dare risposte tecniche. A parte quella alla prima domanda: “Ma i magistrati di sorveglianza sono tutti matti?”. Replicai: potrebbe sembrare, eppure non è così. Quanto a follie, comunque, la Tv non è da meno».
Cioè?
«Sbarcato a Fiumicino, trovai ad attendermi una Bmw di rappresentanza con un conducente che pareva un istruttore di body building. Si stupì che fossi solo. E mi rivelò che, siccome la Rai non dava il gettone di presenza però metteva a disposizione dell’ospite un autista per l’intera giornata, la prassi era presentarsi o con tutto il nucleo familiare o con un’amichetta. Mi resi conto d’averlo profondamente deluso. Sfruttando il pass della Rai e nonostante le mie deboli proteste, l’autista, aiutato dai vigili urbani, costrinse i turisti a sfollare perché potessi vedere la Fontana di Trevi da dietro i vetri fumé. Me ne vergogno ancor oggi».
Che cos’ha imparato nei 13 anni passati a fare il magistrato di sorveglianza?
«Che sei pagato anche per prenderti gli sputi. Sono sempre rimasto zitto, persino quando un recluso si suicidò il giorno stesso in cui gli avevo parlato per la prima volta in cella e la moglie mi accusò d’averglielo ucciso. Poi seppi dal direttore del carcere che quella sera la donna aveva telefonato al marito per annunciargli che lo piantava. Si chiamava Matteo Gualano. I nomi dei detenuti me li ricordo tutti, purtroppo. Aveva portato via a una ragazza i soldi appena prelevati dal bancomat, dicendole: “Scusami, ma ne ho più bisogno di te”. Prima che s’impiccasse, lo videro lanciare un pacchetto di sigarette verso i compagni della cella accanto: “Queste dividetele fra tutti”. L’ultima cosa che fece fu pensare agli altri».
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it
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L'occasione di 20 anni fa
Perché abbia senso e valore, la celebrazione di un anniversario deve essere anche occasione di un esame di coscienza e di un giudizio distaccato dell’evento
Perché abbia senso e valore, la celebrazione di un anniversario deve essere anche occasione di un esame di coscienza e di un giudizio distaccato dell’evento. Il 1989 ci ricorda la fine di un’utopia tradotta in oppressione, l’uscita da una lunga paura, il miracolo di saggezza che Gorbaciov seppe compiere rinunciando all’uso delle armi; ma ricorda anche come l’Europa vi sia giunta impreparata e come abbia mancato di coglierne tutto il significato e le possibilità che schiudeva.
Nell’ottobre 1989 l’euro era un progetto dal futuro incerto; la riunificazione tedesca sembrava non avere alcun futuro. Nei dodici mesi che seguirono si giocarono — con diverso successo — i destini di due unioni monetarie e politiche: in Germania e in Europa.
Proprio il confronto tra le due unificazioni mostra che cosa avrebbe potuto essere la caduta del Muro se l’Europa fosse giunta a quell’appuntamento avendo già completato il cammino che i padri fondatori avevano tracciato quarant’anni prima. La Germania fu riunificata entro sei mesi dalla notte famosa; invece, pur avendone posto le premesse, l’Europa mise ancora dieci anni per giungere all’euro e altri cinque perché i suoi Länder orientali (Polonia, Ungheria, Cekia, Slovenia e via dicendo) vi entrassero così come quelli della Germania erano entrati nella Repubblica federale col semplice andare a votare per il Bundestag: senza negoziati, senza lunga anticamera, senza trattato, senza le estenuanti e umilianti attese che hanno lentamente eroso l’entusiasmo della ritrovata libertà.
Nei vent’anni dalla drammatica e incruenta vittoria dell’Occidente nella guerra fredda, l’Europa ha pagato più volte il prezzo dell’occasione perduta: nei Balcani e in Medio Oriente, nelle crisi economiche e in quelle dei rapporti atlantici. I nodi non sciolti sono venuti al pettine e il rischio di disgregazione si aggrava, perché l’Europa è oggi un «semilavorato», che difficilmente la crisi lascerà indenne.
Il 1989 fu un’occasione mancata perché a Maastricht non fu fatta, insieme con quella monetaria, l’unione politica: difesa, sicurezza, politica estera, fornitura degli essenziali beni pubblici europei, risorse economiche e bilancio comune di dimensioni adeguate, abbandono del veto e, correlativamente, pienezza di poteri al Parlamento europeo. L’unione politica avrebbe permesso all’Europa di realizzare l’allargamento negli stessi modi e negli stessi tempi con cui si realizzò quello tedesco e di essere protagonista nella costruzione di un nuovo ordine mondiale.
A mio giudizio, ci fu una fondamentale mancanza di comprensione, soprattutto da parte francese, del significato storico della caduta del Muro e della fine dell’impero sovietico. Non si capì che l’Unione Europea del dopo-guerra fredda — con la sua inevitabile o auspicabile estensione a 20, 25, 27, 30 Paesi — non avrebbe mai più potuto essere quella del federalismo «goccia a goccia», governato dal veto francese. Né si capì che, non realizzando l’unione politica, si favoriva un’occupazione Usa-Nato di uno spazio che per vocazione sarebbe dovuto essere europeo. Tra la Francia di Clemenceau, che alla Germania sconfitta impose punizioni insostenibili nel 1918, e la Francia di Robert Schumann, che alla stessa Germania tese la mano nel 1950, prevalse la prima. Questa miopia consegnò l’Europa a un ventennio di declino.
Tommaso Padoa-Schioppa. Corriere
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Canone, la Rai attacca: ecco come difendersi
È partita l’offensiva della Rai, più veloce della luce, contro i «disobbedienti» che hanno chiesto la disdetta del canone della tv pubblica. I lettori del Giornale che hanno aderito alla nostra campagna sono stati «prontamente» (e quasi minacciosamente) messi sull’avviso. «Diteci dove abitate e quanti televisori avete e dateci un recapito per fissare un appuntamento e suggellare le vostre tv. Avete solo 15 giorni», recita sostanzialmente la missiva dell’Agenzia delle Entrate arrivata a casa delle migliaia di telespettatori stanchi della sinistra deriva della Rai e intenzionati a chiudere i conti, quelli veri, con Viale Mazzini. Stavolta il carrozzone della tv pubblica si è mosso con una rapidità da ghepardo, perché ha paura di perderci un bel po’ di quattrini. E adesso?
Niente paura. Nessuno può varcare la soglia di casa vostra a suggellare la tv senza il vostro consenso o un mandato del giudice. È vero che la lettera fissa un termine di 15 giorni entro i quali rispondere, ma è anche vero che la lettera è stata inviata per posta ordinaria, non per raccomandata. Questo significa che è sostanzialmente impossibile per il mittente stabilire la data esatta e persino l’eventuale ricezione della missiva. È una «scelta» sulla quale è opportuno un ragionamento che faremo più avanti. L’altro elemento sul quale ragionare è l’espresso riferimento alla «richiesta di suggellamento» e non già della richiesta di rescissione del canone Rai. È pur vero che all’inizio l’Agenzia delle Entrate scrive «per rendere efficace la denuncia di cessazione...» rispondete con i vostri dati, eccetera, ma è altrettanto vero che un passaggio successivo recita: «La mancata restituzione della dichiarazione (...) renderà definitivamente inefficace la richiesta di suggellamento da Lei inoltrata». Ecco il punto.
La disdetta del canone, come peraltro conferma Alessandro Drei, legale di una delle associazioni dei consumatori, è un aspetto: il suggellamento della tv è un’altro. Dunque, stando a quanto recita la lettera, la richiesta di rescissione del canone vive di vita propria e non è necessariamente subordinata all’effettivo suggellamento della tv: quest’operazione è un elemento, potremmo dire, «accessorio» alla disdetta. La cui validità non può essere scalfita da una lettera ordinaria.
Peraltro, come tutti sanno, l’Agenzia delle Entrate è già a conoscenza di tutte le informazioni che richiede tramite la lettera: residenza anagrafica, composizione della famiglia, eccetera. Perché dunque chiedere all’utente elementi di cui si è già a conoscenza? Questa domanda andrebbe rivolta all’Erario, ma proviamo ad azzardare una risposta. Il fisco ha sempre fame di notizie e di riscontri, da incrociare con una serie di altre informazioni in suo possesso ma non immediatamente verificabili senza «avvertire» l’utente che è nel mirino. Tra il 2002 e il 2005 alcuni solerti impiegati Rai andarono in giro per l’Italia a far firmare ai cittadini documenti in cui, senza far alcun riferimento al canone, si doveva rispondere all’innocente domanda: «Lei possiede una tv?». Nel 2006, durante il tragicomico biennio Prodi-Visco, le risposte vennero messe in un magico frullatore, e l’esito fu mefitico (almeno secondo i giornali di allora): l’elenco con nome e cognome di qualche decina di migliaia di «evasori» venne girato alla Guardia di Finanza con la consegna di far pagare loro, tra arretrati e more, circa 400 euro a testa. In molti sembrano dunque intenzionati a non dare alcun seguito a questa missiva. Altri, invece, hanno già risposto. E ora aspettano che qualcuno in divisa, nella data concordata dall’utente «decanonizzato» (altrimenti, va chiarito, serve un mandato della magistratura) venga a casa loro a infilare la tv in un sacco di juta, metterci due sigilli di piombo con la cera lacca e amen. Succederà davvero? È presto per dirlo. Ma secondo le associazioni di consumatori, sarà molto difficile che avvenga. Gli ultimi suggellamenti di cui si ha notizia risalgono a una trentina d’anni fa. E quelle tv «insaccate» allora sono autentici pezzi d’antiquariato. Che su eBay, pare, valgono un sacco di soldi.
felice.manti@ilgiornale.it
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samedi, 07 novembre 2009
IdV lacerata da liti, addii e ritorni
Cristiano, figlio di Di Pietro, riprende la tessera.
L'arrivo di Grillini. E il 4 dicembre a Modena
nuova assemblea dei «delusi» dall'ex pm
ROMA — «Ci sono problemi politici e problemi personali: sui primi possiamo lavorare, degli altri per ovvi motivi non ci occupiamo», va ripetendo da giorni Antonio Di Pietro a chi gli chiede conto della tempesta che sta infradiciando l'Idv. Il problema è che le questioni politiche e quelle personali nell'Idv si intrecciano ed è difficile districarle.
IL FIGLIO DI DI PIETRO - Come l'annuncio di ieri che Cristiano Di Pietro, consigliere provinciale a Campobasso che si era sospeso un anno fa perché coinvolto in un'inchiesta sugli appalti a Napoli (con tanto di intercettazioni telefoniche pubblicate), e ora, come annunciano nell'Idv regionale, «uscito pulito dalla vicenda», ha ripreso la tessera del partito di papà, portandosi dietro altri quattro amministratori locali tra cui Mimì De Angelis, candidato alla segreteria regionale del Pd sconfitto solo due settimane fa.
ASTORRE - Nella stessa regione, il Molise, si susseguono gli incontri dell'ex uomo forte del partito, il senatore Bruno Astorre, dimessosi un anno fa da coordinatore regionale e ora in procinto di seguire le orme di Pino Pisicchio che è transitato al gruppo misto in attesa di confluire al centro: «De Magistris è troppo a sinistra per me, devo capire se i miei sostenitori vogliono seguirmi o pensano che io debba continuare a lottare nel partito. Io voglio un partito riformista non oltranzista: ho portato l'Idv in Molise quasi al 30 per cento», conclude Astorre prendendosi anche meriti forse non suoi, visto che a Campobasso e Isernia l'uomo forte del partito si chiama comunque Antonio Di Pietro.
DE MAGISTRIS - Già, De Magistris. Perché se è vero che i cosiddetti autoconvocati - che si sono riuniti a Bologna domenica scorsa, si rivedranno oggi a Matera e si sono dati appuntamento a Modena il 4 dicembre sotto l'etichetta «Parole civili» - sono per ora una categoria indistinta di contestatori e di delusi, se troveranno in Luigi De Magistris l'uomo che esprime il loro dissenso potranno avere ancora qualche fortuna anche nel partito e non solo in piazza. «Non siamo traditori, ma vogliamo il dialogo tra la base e il vertice del partito», spiega uno dei leader Domenico Morace, ex coordinatore di Bologna, commissariato da Silvana Mura quattro mesi fa.
LA MANIFESTAZIONE - Alla manifestazione del 4 dicembre ha invitato sia Di Pietro, che fanno sapere i suoi non pensa proprio di partecipare, sia De Magistris, che per ora non si pronuncia. Ma basta dare uno sguardo alla pagina internet di dialogo con i suoi sostenitori per capire la pressione dei militanti e dei simpatizzanti, imbufaliti ormai non più solo contro Berlusconi. Ieri i due ex magistrati, insieme a Napoli, hanno ripetuto il giochetto dei fratelli siamesi: «Se Luigi fosse il presidente del partito, sarei d'accordo con lui», ha detto retoricamente Di Pietro ricevendo in cambio le lodi per la sua linea dal neo-europarlamentare idv. Ma sembra sempre più evidente che De Magistris abbia cominciato a lavorare al rinnovamento del partito proprio al Sud, finendo per farne il banco di prova del suo peso nell'Idv e del suo successo di consensi nel vasto modo ex-girotondino. Non è un caso che ieri sia stato lui a organizzare, insieme all'europarlamentare Sonia Alfano, proprio a Napoli il convegno su «questione morale e istituzioni», invitando Salvatore Borsellino e il leader di Rifondazione Paolo Ferrero. In Calabria ha lanciato la candidatura dell'imprenditore Filippo Callipo come alternativa a quella del governatore Agazio Loiero, sfidando gli altri partiti del centrosinistra a cambiare cavallo. Di Pietro ha risposto con l'ex pm Clementina Forleo in Puglia per dare un segnale di «discontinuità» rispetto alla giunta Vendola, finita nella rete della giustizia per lo scandalo Tarantini.
I DIPARTIMENTI - Il fronte interno non è l'unico che Di Pietro deve contenere e monitorare. Anche ieri ha ripetuto che bisogna «fare pulizia» dentro e fuori dal partito, soprattutto in Campania. Per trasformare l'Idv da un marchio ad un vero e proprio soggetto politico ha annunciato l'introduzione dei dipartimenti, che si occuperanno dei diversi temi politici. E poi c'è il fronte esterno. Ha un bel dire che «la lista annunciata da Beppe Grillo non è di disturbo ma di stimolo», c'è da dubitare che gli auguri di «buon successo» siano sinceri, visto che si tratta di un altro concorrente per le prossime amministrative in Campania. Di Pietro sente il peso della sfida. Dopo l'incidente dell'ultimo comizio a Napoli quando era apparso lo striscione «Fuori i collusi dal partito», ha confidato i suoi sospetti: «Improvvisamente sono arrivati in due con lo striscione seguiti dalla telecamera di Mediaset e dall'inviato del Giornale, sono rimasti pochi minuti, hanno riavvolto tutto e sono spariti». Difficile dire se è vero, verosimile o soltanto un'illusione dell'ex pm.
GLI ARRIVI - Come è difficile pensare che Di Pietro si possa consolare con i nuovi arrivi. Dall'area ex ds, via partito socialista, arriva il presidente onorario dell'Arcigay Franco Grillini: «Inseguo uno spazio politico per i diritti civili, da un pezzo riflettevo sull'Idv, perché non potevo stare nel partito in cui c'è la Binetti». Più d'uno sospetta che l'ex deputato dei ds voglia trovare una casa per ricandidarsi alle prossime politiche: «Da deputato ho fatto bene, ma non chiedo niente», si difende lui per ora.
Gianna Fregonara. Corriere
21:28 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
E i cattolici del Pd?
L'uscita di Rutelli dal Partito democratico ha provocato una serie di opinioni sulle conseguenze che si possono avere. Non tanto all'interno del partito dove le risposte a Rutelli, anche da parte di chi gli era più vicino, sono state fin troppo sobrie e prevalentemente contrarie, quanto nelle analisi uscite sulla stampa e provenienti da posizioni diverse. Ancora una volta è stato il progetto del partito democratico ad essere variamente giudicato. Si è parlato del fallimento della auspicata fusione fra culture politiche diverse e, però, di un «partito mai nato»; di un partito che si modella, anche per la vittoria di Bersani, come l'ennesima riposizione dei DS: chi non viene da quella esperienza, che risale, in definitiva, al P.C.I., è solo un «indipendente», un indipendente di sinistra. Ancora, con Bersani si torna al centrosinistra con il famoso trattino; non c'è un partito nuovo ma una sorta di confederazione fra una «sinistra» (il vecchio DS) e un «centro» (la vecchia Margherita). Francesco Rutelli - si continua - ha inteso e interpretato tutto questo e, con la uscita dal Partito, si accinge, secondo alcuni, a far da ponte fra il PD e l'UDC (ma perché uscire da un partito con la prospettiva di una alleanza con il partito che si è lasciato?); secondo altri e, secondo lo stesso Rutelli, Egli si adopererebbe per la formazione di un quadro politico - culturale nuovo, a sostegno di una politica moderna e innovativa che rovesci i tavoli esistenti.
Tutte queste analisi e previsioni sono centrate sulla tenuta, nel PD, dei popolari e dei cattolici democratici, stretti, da un lato, dal «grande centro» e dalle sue suggestioni e, dall'altro, da una leadership che finirà per essere «fatalmente» socialdemocratica. Il «disagio» di cui parla Rutelli potrebbe allora allargarsi ponendo fine, irrimediabilmente, al partito democratico. A me non paiono corrette né queste analisi, né queste previsioni. Non voglio qui ricordare le buone ragioni della straordinaria ambizione dell'Ulivo e del PD e, cioè, che forze diverse del riformismo italiano, a fronte delle nuove sfide democratiche, potessero confluire in un partito nuovo, efficace strumento per la conservazione e l'avanzamento della democrazia nel mondo che cambia.
Qui e ora c'è, però, un fatto che spazza via tutti gli argomenti e le analisi che si sono ricordate: oltre tre milioni di cittadini, senza il clamore incalzante della competizione elettorale nazionale, che spinge al voto, anche in maniera ossessiva, hanno liberamente espresso la preferenza per il Segretario di un partito che ritengono importante e affidabile. Una cosa straordinaria, accompagnata, per di più, dal fatto che, nelle primarie, il voto sui tre candidati non è stato il voto «diessino» (Bersani) o il voto dei cattolici democratici e dei popolari (Franceschini) o il voto della c.d. «società civile» (Marino). È stato un voto democratico, per così dire laico. I tre candidati hanno avuto tutti il voto indifferenziato della platea elettorale. Ciò dimostra che gli elettori vivono, senza incertezze, l'esperienza di un partito nuovo, non di una coalizione o confederazione di vecchie formazioni politiche. Bersani, nelle sue prime dichiarazioni, ha giustamente esaltato questa realtà che esprime l'incontestata conferma del PD come partito nuovo nello scenario politico italiano, secondo il disegno e la intuizione dei suoi fondatori. E si accinge - il nuovo Segretario - a dare forma, organizzazione e contenuto a questa realtà, secondo la volontà popolare degli elettori.
In questa impresa Egli è aiutato dall'esemplare comportamento dei suoi rivali, i quali, riconoscendo pienamente la logica e lo spirito delle primarie, hanno assicurato la loro collaborazione. Se questo, oggi, è il partito: un veicolo nuovo di produzione politica, ancorato a una indiscutibile realtà popolare, dove le cose da inventare sono molto di più di quelle da gestire, sorprende e amareggia l'uscita di Rutelli. Amareggia e sorprende soprattutto perché Egli, come si è visto, dice di volersi adoperare per la formazione di un nuovo scenario culturale e civile sul quale far nascere una adeguata proposta politica al Paese. Perché non esprimere questa iniziativa all'interno del PD che pure lui ha contribuito a fondare con grande determinazione e coraggio? Si direbbe, per la stessa tempistica della sua decisione (la vittoria di Bersani) che Egli voglia escludere dal suo progetto la storia e le novità del riformismo di sinistra.
È lecita la conseguenza che Rutelli - per la verità non da ora - ritenga giusto e conveniente puntare sul «grande centro», piuttosto che sul PD. Può essere, e forse è così; ma qui mi sembra più conveniente osservare che sono i cattolici democratici e i popolari nel PD ad essere interpellati. Vivono essi lo stesso «disagio» che ha portato Rutelli ad uscire dal partito? Sentono questo partito come il «loro» partito? e, se è vero che il partito è anche offerta di memoria, di speranza, di valutazione del nostro «vivere insieme», necessariamente plurale, è il «loro partito» il partito democratico? Io ritengo di sì; e voglio aggiungere qualche cosa a quanto ho già detto. Non ho mai pensato che alla base del PD vi sia una sorta di meticciato o contaminazione, come è stato detto, di culture diverse. Ho sempre pensato che ogni componente politica sia confluita nel PD con la propria cultura, la propria storia, naturalmente vissuta, ricordata e collocata nella successione degli eventi e nel progressivo quadro di una maturazione democratica.
La storia dei cattolici democratici è proprio legata, con i suoi valori, a questa progressiva maturazione, alla comprensione della laicità della politica, al gioco della libertà e al dovere della giustizia. È una storia che sa bene che la democrazia, nel corso degli anni, si è posta sempre come problema; a maggior ragione, oggi, quando le sfide della scienza e della tecnica chiedono al mondo globalizzato un di più e, insieme, un ripensamento della democrazia. Questa coscienza i cattolici democratici l'hanno portata e l'hanno trovata nel PD dove, insieme ad altri, sanno bene che popolarismo, regole del costituzionalismo moderno, principio di inclusione, diritti civili sono ancora parole che si possono dire. Viginio Rognoni. Corriere
21:24 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Yoani Sanchez maltrattata a Cuba
La donna si stava recando a una manifestazione contro la violenza nel mondo nel quartiere Vedado
L'AVANA (CUBA) - La blogger cubana Yoani Sanchez ha denunciato oggi di essere stata vittima di un «sequestro» con «molta violenza fisica e verbale» da parte di agenti della Sicurezza dello Stato. Secondo quanto ha detto la Sanchez all'agenzia Ansa, due persone in borghese hanno impedito a lei e ad Orlando Luis Pardo, anche lui blogger, di partecipare ad una manifestazione contro la violenza costringendoli a salire su una macchina privata. Mezz'ora dopo sono stati «lanciati» dall'auto per strada, lontano da dove sarebbero stati arrestati.
MALTRATTAMENTI - «Pensavo che non ne sarei uscita viva. Mi hanno tolto i vestiti, mi hanno messo le gambe verso l'alto e la testa in giù per caricarmi in macchina», ha raccontato. «Con un ginocchio mi facevano forza contro il petto e io gli stringevo i testicoli. Poi mi hanno picchiato in testa». Tutto questo sarebbe successo dentro la vettura, nella quale una persona guidava e altre due picchiavano, secondo la Sanchez, autrice del blog Generacion Y. «È stato un sequestro nel peggior stile della camorra. Mi hanno detto: Fino a qui sei arrivata. Non farai più niente». Nello stesso momento un'altra blogger, Claudia Cadelo, e una sua amica sono state arrestate e costrette ad entrare in un'auto della polizia e sono state liberate successivamente. «Con una mossa di judo mi hanno costretta a salire in macchina, mentre portavano via Yoani con un'altra auto», ha detto Cadelo.
La Sanchez , 34 anni, titolare del «blog desdecuba.com/Generaciòn Y» è stata premiata in Spagna e negli Usa per il suo lavoro di reporter digitale, ma non ha potuto ritirare i riconoscimenti perché non le è stato permesso di uscire dal suo Paese. Corriere
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| Yoani Sanchez |
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