dimanche, 22 novembre 2009
Abdullah: se voglio Kabul esplode
Abdullah Abdullah siede nella grande sala della casa di Kabul dove vive ed è nato 49 anni fa. Appassionato di poesia persiana, ha una grande collezione di francobolli iniziata da bambino. Sulle pareti sono appese antiche calligrafie.
Dottor Abdullah, dopo aver denunciato i brogli e imposto il ballottaggio, l’Onu ha approvato l’elezione di Karzai che ha subito chiesto una sua partecipazione ad un «governo di unità nazionale». Che cosa farà?
«I motivi per cui l’Onu ha riconosciuto la posizione di Karzai sono chiari: riguardano la stabilità del Paese. Penso che in questo momento non avesse altra scelta. Il momento giusto per intervenire era il 22 maggio, quando Karzai, secondo la Costituzione afghana, aveva terminato il proprio mandato. Bisognava stabilire un governo provvisorio sotto la supervisione Onu e impegnarsi per elezioni corrette. La comunità internazionale, però, ha temuto di non riuscire a fronteggiare l’insurrezione talebana attraverso un governo a guida straniera. Oggi il governo è ancora più debole. La ratifica internazionale è solo uno dei necessari punti di legittimazione. I più importanti sono il credito presso la popolazione e le performance reali».
Collaborerà con Karzai?
«No. L’ho incontrato un mese fa e abbiamo parlato per due ore e mezza: continuiamo a stare su due binari differenti. Mi era stato chiesto di partecipare alla festa successiva alla cerimonia di insediamento del presidente e ovviamente ho rifiutato. Il mio posto è all’opposizione».
Nelle scorse settimane ha incontrato gli ambasciatori dei principali Paesi impegnati in Afghanistan, tra cui l’Italia: qual è ora il suo obiettivo?
«Credo sia chiaro che sono impegnato in modo costruttivo per migliorare la situazione e non agisco per interesse personale. Perciò non ho chiamato la gente in piazza per dimostrare contro Karzai: mi sarebbe bastata una sola parola, una singola chiamata pubblica in televisione per rovesciare la situazione. Le dimostrazioni di piazza sono un efficace strumento democratico, ma non ho agito a causa della fragilità della situazione. Di chi avrei fatto il gioco? Se oggi l’Afghanistan perde l’appoggio internazionale, ha perso tutto, perché le strutture dello stato non sono in grado di mantenersi da sole».
La Comunità internazionale ha richiamato Kabul su due punti fondamentali: la corruzione, e soprattutto la mancanza di un progetto per sollevare i poveri dalla miseria che spinge molti disperati nelle file dei taleban.
«Più del 60% della popolazione vive nelle campagne e spesso arriva appena a sopravvivere. Inoltre, Herat è una cosa, Mazar-e-Sharif un’altra. All’interno di una stessa provincia, i centri urbani, le campagne e le montagne sono cose diverse. Un piano di sviluppo efficiente è innanzitutto l’apertura a strategie pensate localmente e adeguate ai diversi contesti. Il governo deve avere solo un ruolo di coordinamento».
Con la caduta dei taleban c’è stata una nuova esplosione del mercato dell’oppio.
«La situazione è molto complicata. Innanzitutto, c’è una grande differenza tra i contadini e i politici, o gli amici dei politici. Non si può chiedere ai contadini di bruciare i propri campi di papaveri, senza garantirgli reddito con un’altra coltivazione. Invece ci vuole tolleranza zero con i funzionari di alto livello e i mercanti di narcotici. Questo però è possibile solo se il governo è legittimato da un vasto consenso popolare, se le istituzioni locali sono valide e quindi c’è un effettivo controllo del territorio e delle microeconomie».
Il Pakistan ha tentato una cooperazione con i talebani lasciando loro alcune aree di autogoverno dove vige la Sharia. Karzai sembra perseguire questa strada, invitando i taleban a far parte del processo di pace. Secondo lei è possibile?
«Questa strategia in Pakistan ha fallito. I taleban devono essere sfidati sul campo dei risultati. Loro operano in mezzo alla gente, alla stessa gente con cui siamo in contatto noi: se perdiamo la gente comune, abbiamo perso la guerra. Quattro anni fa, qui non c’erano taleban, ora sono intorno a Kabul. Oggi sono la parte vincente. Il governo, più che proporsi l’obiettivo di raggiungere i taleban, dovrebbe cercare di raggiungere la gente».
Oltre alla Coalizione, quali forze straniere stanno influenzando il futuro dell’Afghanistan?
«Iran e Pakistan e subito dopo India, Russia e Cina, ed è naturale perché queste potenze si trovano ai nostri confini».
I diritti di sfruttamento dei grandi giacimenti di rame a Sud di Kabul, la seconda riserva mondiale di questo metallo, sono in mano alla Cina, ma l’area è protetta da 1500 poliziotti afghani, a carico delle potenze occidentali. Le sembra normale?
«Lascio che siano i Paesi occidentali a decidere le ragioni e gli obiettivi del loro intervento (sorride), ma è ovvio che l’impegno di ogni Paese ha origine in un vantaggio che pensa di trarre per esempio in termini di sicurezza globale, di stabilità dell’area o anche di business diretto. Il fatto che ci siano Paesi che sanno trarre un beneficio maggiore dalla situazione non è un problema per noi, fino a che è previsto un vantaggio anche per il popolo afghano».
Il presidente Obama prima di decidere un aumento delle truppe ha chiesto una «exit strategy» e Karzai ha detto che il Paese sarà responsabile della propria sicurezza entro cinque anni.
«Gli afghani stanno prendendosi progressivamente la responsabilità della sicurezza del Paese, e questo naturalmente alleggerisce le spalle ai Paesi alleati. Ora, però, di sicuro non siamo autosufficienti. La speranza è che il tempo che ancora ci accorderete per aiutarci sia sufficiente a costruire qualcosa che duri».
Lei è stato uno dei più diretti collaboratori di Massud ed ha combattuto contro i russi e al tempo della guerra civile tra i Mujaheddin. Che cosa le è rimasto di quella esperienza?
«Mi sono unito a Massud nel 1985 come medico; presto sono diventato suo segretario e poi suo consigliere. La vita di Massud è divisa in due periodi, la resistenza contro i sovietici e la resistenza contro Al Qaeda, cioè contro i taleban. In questa missione oggi sono coinvolti da 40 a 60 Paesi. Ed è coinvolta la mia vita, quella di mia moglie ed il nostro futuro, i nostri quattro figli, del più piccolo dei quali ora si sentono le grida, perché è ora di cena. Massud credeva alla pace e alla possibilità di creare una società più giusta, ma non aveva paura di fare la guerra e rischiare la vita per una giusta causa. Lui ha combattuto ed è morto perché l’Afghanistan potesse essere uno stato islamico moderato libero e indipendente. Dopo 25 anni al potere, non aveva alcun possesso personale: l’unico lascito è stato il giardino dei suoi genitori nel Panjshir. La sua eredità spirituale invece è stata enorme. Era un ottimo amico. Queste sono le cose che mi ha insegnato e che oggi cerco di realizzare». La Stampa
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Hamas ferma il lancio di razzi su Israele
però «continueranno a difendersi»
Le Brigate Ezzedine al Qassam, braccio armato del movimento radicale palestinese Hamas, hanno annunciato oggi un accordo con le altre fazioni della Striscia di Gaza per una sospensione del lancio di razzi contro Israele. «L’accordo per fermare i razzi, tra (le brigate) al Qassam e i rami armati delle altre fazioni della resistenza, non è un segno di debolezza, ma è destinato a mantenere il fronte interno e l’interesse nazionale supremo del popolo palestinese», ha dichiarato il gruppo armato in un comunicato.
Le Brigate hanno comunque confermato l’intenzione di neutralizzare qualsiasi eventuale aggressione da parte dello Stato ebraico. «Le brigate al Qassam non resteranno fermi di fronte all’escalation sionista e si difenderanno da qualsiasi loro forza», hanno spiegato. Il comunicato del movimento palestinese è stato pubblicato all’indomani del lancio di razzi contro il sud di Israele, a cui lo stato ebraico ha risposto con un’incursione aerea che aveva per obiettivo due laboratori per la fabbricazione di armi e un tunnel per il contrabbando nella Striscia di Gaza. La Stampa
11:36 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Per sedurre la politica
cresce il ricorso alla "parolaccia"
Quando Gava disse «cazzarola» ruppe il grigiore democristiano. Quando Marco Pannella nell’85 inventò «Radio Parolaccia» fu una rivoluzione. Invece quando Marcello Lippi di recente ha detto «sono inc… coi tifosi», nessuno s’è davvero stupito. Certo, che il presidente della Camera usi l’epiteto colorito fa un po’ più effetto. Ma non per la parolaccia; per il modo sottile in cui ormai la si usa.
Perché è appunto l’Italia tutta, non solo la politica, che sta assistendo a un’interessante mutazione genetica, la parolaccia che non vuole insultare ma creare complicità tra chi parla e chi ascolta, la frase popolana, il trivio che diventa, letteralmente, quadrivio. Naturalmente ricordiamo tutti Renato Brunetta che si scaglia contro le «elite di m…»; e certo non deve aver fatto piacere al professor Miglio quando l’amico Umberto Bossi lo definì «una scoreggia nello spazio». Ma Berlusconi che solo poche settimane fa evoca lo «sputtanamento» del Paese a causa dei media ostili, più che insultare, a modo suo stilizza; fa, tecnicamente, proseliti. E bisogna cogliere la distinzione, altrimenti si soccombe.
Nella società dello spettacolo (delle parole) non diciamo più «f…» solo per berciare contro un omosessuale, ma a volte per fargli vedere che gli siamo amici; non diamo dello «s…» al Nemico famoso, ma ai tanti oscuri nemici di chi ci sta davanti; e se stampiamo le parolacce anche sui manifesti elettorali (lo slogan del Psi boselliano all’ultima tornata era «siamo incazzati») è perché pensiamo, spesso sbagliando, che non diano più fastidio a nessuno.
Non è così, ovviamente. Ma la politica è disposta a correre il rischio: la parolaccia per se-durre. Portare a sé. Sono cose che Fini, che ha studiato pedagogia e linguistica, conosce, e non maneggia da oggi. Quando, nell’ultima campagna elettorale, parlando a una composta assemblea della Confesercenti il Cavaliere disse «be’, ho troppa stima dell’intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare a sinistra, facendo i propri disinteressi», l’allora capo di An fu il primo a corrergli in soccorso, «ha usato un’espressione gergale utilizzata da sette italiani su dieci, non facciamone un caso; è un po’ come dire fesso». Espressione gergale, insomma; non parolaccia. E lo stesso Silvio a caldo s’era come scusato per il «linguaggio rozzo, ma efficace». Magari persino quando Francesco Storace, richiesto di dire qualcosa di destra, se ne uscì pronto con «a’ froci», più che attaccare i diversi (da lui), voleva galvanizzare i suoi. Poi però smentì.
E insomma, (s)fatta l’Italia stiamo (ri)facendo gli italiani. Esistono ancora, per esempio nel Piemonte che fece l’unità, gentili signore che ancora oggi quando gli scappa la parola «casino» mettono istintivamente la mano davanti alla bocca e si scusano; ecco, sicuramente rimpiangeremo Gozzano, ma l’Italia politica volente o nolente ha più a che fare con Celentano. Che infatti ha vissuto uno dei più grandi momenti della sua audience recente quando, dopo quella battuta di Berlusconi nel 2008, a lungo ipnotizzò il dibattito pubblico sul fondamentale quesito: lo show del Molleggiato avrebbe avuto per titolo «125 milioni di c...e» oppure «125 milioni di ca...te»?
Dobbiamo rassegnarci (qualcuno però ne gode) a una parolaccia pseudo ironica, talvolta autoironica. Meno spontanea, forse artata. Sempre Silvio ha fatto sapere «sono vecchio, ma non rinc…». Signore dei salotti evocano serenamente le «palle di velluto» (Daniela Santanché sostenne che in An ce ne sono troppe). Moderati come Rutelli promettono di ascoltare gli elettori «anche a costo di qualche vaffa» (per non dire del Vaffa-day che diventa brand nazionale). Un conto è Moravia che nel ’71 scrive un intero libro per dialogare “Io e lui”, il suo organo genitale, altra cosa le parolacce tristi alla X-Factor, o ancora l’Università (quella di Norwich, Inghilterra, ci ha fatto uno studio) che decreta: le parolacce rinforzano lo spirito di squadra e aiutano a scaricare lo stress. Bachtin, il più grande critico russo, scrisse che le parolacce «ci liberano dalla serietà sentenziosa e cupa dei moralisti e dei bigotti». Un classico, ma in veste nuova. Nel ’76 la Bonino si presentò alla Camera in jeans e zoccoloni. Il ministro dc Adolfo Sarti la incrociò e le fece «sai che ti dico, Bonino? Oggi ti trovo piuttosto belloccia». E Emma: «Sai che ti dico, ministro? Oggi ti trovo proprio str...». La Stampa
11:30 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Brunetta a Tremonti: basta veti, ci ha commissariato
Attacco frontale al ministro dell’Economia Giulio Tremonti dal ministro-compagno di partito Renato Brunetta. «Il ministro Tremonti - accusa Brunetta sul Corriere della Sera - esercita un potere di veto sulle iniziative di tutti i ministri: un blocco cieco, indistinto e conservatore. Tutti la pensano come me: tutti soffrono per il potere di veto di Tremonti». Anche se, «forse un pò meno vale per i ministri della Lega i quali, per ragioni non filosofiche ma opportunistiche, sono trattati un pò meglio, anche se non benissimo».
«Tremonti - si lamenta ancora Brunetta - ha di fatto commissariato l’intero governo, sia pure a fin di bene. Per far fronte alla crisi, il "rigore conservatore" del ministro dell’Economia ha funzionato. Ma ora bisogna cambiare passo». E, assicura, Brunetta anche il Presidente del Consiglio «percepisce questo come un problema».
Quanto alle prospettive del governo, però, Brunetta sembra alludere più a un rimpasto o comunque ad una soluzione del "caso Tremonti", piuttosto che al ricorso ad elezioni anticipate. «Sarebbero la sola soluzione se a veniremeno -argomenta- fosse la maggioranza, ma io non ci credo. Il Paese vuole il contrario: il cambiamento. Le elezioni, al contrario, sarebbero un ulteriore blocco rispetto al cambio di passo, allo sviluppo, al cambiamneto». Detto questo, il ministro assicura di non voler sostituire lui Tremonti al ministero dell’Economia. «Non ne faccio una questione personale nè ho ambizioni personali». E inoltre, «sto molto bene dove sto: combatto una battaglia epocale per la modernizzazione dello Stato». La Stampa
11:24 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Recessione finita oppure no?
Il presidente degli Usa Barack Obama, alla fine, ha ammesso quello che diversi economisti, spesso fuori dall'ufficialità, dicono da tempo: esiste il rischio di una ricaduta in recessione. O se si vuole, in maniera più politically corret: la ripresa potrebbe assumere le sembianze di una«W».
A ben vedere nessuno ha la sfera di cristallo e nessuno, nel territorio inesplorato dell'attuale congiuntura, può dire cosa accadrà da qui a pochi mesi. Certo, probabilmente non vedremo la Borsa tornare nella "Fossa delle Marianne" del 9 marzo scorso (almeno si spera). Ma se la rimonta indosserà un abito a forma di «L», «W» oppure di saxofono (sì, gira anche questa nuova figura per delineare il possibile andamento del Pil) sarà sempre questione di maggiore o minore probabilità di uno scenario rispetto all'altro.
Diamo i numeri...
Nel terzo trimestre 2009, la prima lettura del Pil Usa ha indicato una crescita annualizzata del 3,5 per cento. Un bel balzo rispetto al calo del 6,4% tra gennaio e marzo. Non pochi hanno sentenziato: «Basta con i catastrofismi! Il peggio è alle spalle, siamo fuori dalla crisi». Ok, certo. Ma come dimenticare che il governo di Washington ha profuso a piene mani incentivi e sostegno all'economia? «La ripresa - ribattono molti esperti -è dopata. Bisogna attendere quando il sostegno "pubblico" verrà meno». Il passaggio di testimone tra la politica espansiva dell'amministrazione di Obama e la spesa di Mr e Mrs Smith è fondamentale: dovesse fallire sarebbero guai. Allora senza alcuna pretesa di esaustività, per cercare di capire ciò che può essere, alcune variabili, come riporta la stessa CnnMoney, offrono spunti interessanti. Indicatori legati all'economia Usa, ma che valgono anche per altri mercati.
La disoccupazione preoccupa
Il tasso di disoccupazione, in ottobre, è salito al 10,2%, il massimo negli ultimi 26 anni. Un dato che preoccupa la Casa Bianca. È banale ricordare che più le persone perdono impiego e busta paga, più la propensione al consumo diminuisce. Cioè, la domanda aggregata si sgonfia. Non solo: la mancanza di uno stipendio (che è anche una "tragedia" dell'esistenza, non solo economica) impedisce di pagare le rate dei muti, facendo lievitare le insolvenze. Come dimostrano i numeri: il tasso di morosità dei prestititi sulle multiproprietà di Fannie Mae alla fine di settembre è salito allo 0,62%, contro lo 0,16% del 2008; mentre oltre il 14% dei titolari di mutui per l'acquisto di una casa risulta o insolvente o in ritardo di più di tre mesi sui pagamenti. Insomma, la situazione non è rosea. Bisogna ricordare, peraltro, che gli economisti guardano anche ai "payroll", cioè all'andamento delle buste paga. In ottobre ne sono andate perse più di 190mila, un valore maggiore della media di mensile negativa che ha caratterizzato la recessione del 2001. Se il trend continua... sono dolori.
Le vendite al dettaglio: si spera nel Natale
Negli Stati Uniti le vendite al dettaglio hanno mostrato, negli ultimi mesi, alcuni segnali di ripresa: escludendo le auto (che hanno beneficiato di forti incentivi per le vendite), sono salite in cinque sugli ultimi sei mesi. La National retail foundation, peraltro, stima che lo shopping nell'importantissimo periodo natalizio sarà in flessione dell'1% rispetto allo stesso periodo del 2008. Un andamento migliore delle aspettative allontanerebbe, di molto, i timori di stallo dell'economia. Sarà così? Difficile rispondere: la disoccupazione, cui si aggiunge la stretta sul credito, gioca un ruolo fondamentale. Alcuni economisti, anche in Italia, sottolineano che il problema negli Usa è stato proprio quello di un boom della domanda dopata dal debito. «È ora - sostengono - che gli americani siano meno cicale e diventino più formiche». Si tratta di una bella tentazione teorica. Tuttavia, il consumer spending vale circa il 70% dell'attività economica nazionale. David Wyss, capo economista di S&P's ricorda alla CnnMoney : «Se i consumatori, a Natale, (e già durante il Thanksginving, ndr) avranno paura di fronte alle vetrine, potremmo ricadere in recessione». Si potrà obiettare: ma la spinta deve arrivare dall'Europa e dai paesi (ex) emergenti, Cina in testa. Considerazione plausibile ma, è il commento di molti, ipotizzare una ripartenza senza Stati Uniti è utopia.
Il mondo dell'auto: quale futuro dopo gli incentivi?
Poche industrie sono state colpite dalla crisi più di quella dell'auto. Negli Stati Uniti due delle sorelle di Detroit, General Motors e Chrysler, sono state accompagnate sotto la "tutela" del concordato (Chapter 11) per evitarne il fallimento. Negli ultimi mesi le vendite si sono riprese. General Motors è riuscita a raggiungere 28 miliardi di dollari di ricavi, all'incirca 4,9 miliardi in più rispetto a quanto realizzato dalla "Old GM" tra aprile e giugno. E, nonostante abbia iscritto a bilancio una perdita di 1,15 miliardi, la società automobilistica si è detta pronta ad accelerare i rimborsi dei prestiti ricevuti da Washington, dal sindacato dei lavoratori e dal governo canadese. Tuttavia la stessa GM, nelle sue previsioni, non fa voli pindarici: nel quarto trimestre prevede una "moderazione" dell'industria dell'auto, con un tasso stagionale annualizzato di vendite di auto «che dovrebbe scendere a 56,4 milioni di veicoli». Anche negli Stati Uniti si avrà una discesa dei volumi: stimate circa 10,7 milioni di unità. Insomma, la debolezza della domanda nel settore è prevista: fondamentale è monitorare il suo andamento senza il paracadute delle sovvenzioni statali (negli Usa come in Europa). Vittorio Carlini. Il Sole 24 Ore
10:59 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Da Di Pietro a D'Avanzo: gli anti investigatori
L’altra notte Wendell Mendes Paes, trans brasiliano che si prostituisce con il nome di Brenda ed è uno dei protagonisti del torbido scandalo Marrazzo, viene trovato morto. Una storiaccia di sesso, potere e ricatti che lambisce il mondo politico della Capitale come una lingua infuocata che rischia di mandare parecchia gente «che conta» a gambe all’aria. Da quando il caso è esploso Brenda non vive più tranquillo. La sua immagine è su tutti i giornali e appare continuamente in tv. È stato proprio Piero Marrazzo a fare il suo nome. Una decina di giorni fa viene aggredito e gli portano via il cellulare. L’altra notte viene ritrovato nel suo appartamento privo di vita dai vigili del fuoco chiamati dai vicini per un incendio: niente segni di violenza sul corpo. Intorno la classica scena della vittima braccata e in cerca di una impossibile via d’uscita: pillole, whisky e valigie pronte per la fuga.
La Procura di Roma che segue l’inchiesta apre un fascicolo con l’ipotesi di «omicidio volontario». Ma ecco che spuntano i controinvestigatori, in testa il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. Il Poirot di Montenero di Bisaccia che di solito è pronto a vedere il peggio, questa volta appare insolitamente prudente.
«Da ex pm e investigatore mi permetto di dissentire da chi, in queste ore, con molta superficialità e tempestività, ha già dato per certo che il transessuale Brenda sia stata uccisa», attacca Di Pietro, che come prima cosa stronca i suoi ex colleghi che stanno lavorando ad un caso delicatissimo. «Già si sta scatenando la rincorsa per individuare il presunto omicida ed il movente», aggiunge Di Pietro. Rincorsa? Non si chiamavano indagini? O gli investigatori dovrebbero fare finta di niente?
«Ma siamo certi che si tratti di omicidio e non di una tragicissima e personalissima storia di alcol, farmaci e droga che aveva inzuppato il transessuale Brenda, fino a portarla ad una morte provocata da essa stessa? - si chiede Di Pietro, avvalorando la tesi dell’incidente - Faccio questo appello alla cautela perché non vorrei che, ancora una volta, ricerchiamo colpevoli anche quando questi non ci sono. In questo senso anche l’affermazione di quel pm che si sarebbe lasciato sfuggire che si tratterebbe di un omicidio, o non è mai stata resa effettivamente, o è stata anch’essa intempestiva».
Sarà soltanto una coincidenza ma ieri anche un segugio sempre a caccia di colpevoli come il giornalista Giuseppe D’Avanzo su Repubblica sembrava voler avvalorare la tesi del tragico incidente, svilendo la figura dei magistrati che si occupano dell’inchiesta, definendo la Procura di Roma «pasticciona» e criticando la scelta di aprire un’inchiesta «per omicidio volontario». Una scelta, insinua il giornalista, fatta perché con quella imputazione sarà consentita una «invasività investigativa» altrimenti non permessa. Magistrati pasticcioni per Repubblica e superficiali e intempestivi per Di Pietro. Ma non erano anche loro i paladini dell’indipendenza della magistratura che deve fare il suo lavoro senza essere sottoposta a pressioni indebite?
Aspirante controinvestigatore, infine, pure l’ex pm Luigi De Magistris, oggi nell’Idv con Di Pietro, che confessa: «Se fossi stato ancora magistrato mi avrebbe fatto piacere indagare». Il Giornale
10:54 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Ecco il prossimo scoop: il premier mafioso
Il tam tam cresce ora dopo ora e preannuncia una nuova offensiva contro Silvio Berlusconi. Un copione già visto in altre occasioni. Partono i giornali amici delle procure politicamente schierate con articoli che introducono scenari loschi e sospetti. Ogni giorno spunta un nuovo tassello che infrange, senza l’indignata protesta dell’associazione nazionale magistrati o del Capo dello Stato, il segreto istruttorio. In un crescendo di veleni, allusioni e ipotesi suggestive, la morsa si stringe secondo copione. Ci siamo. A giorni scoppierà un nuovo presunto scandalo. Ve lo anticipiamo. Silvio Berlusconi è mafioso e responsabile delle stragi avvenute agli inizi degli anni Novanta. Non è uno scherzo. O meglio, è uno scherzo che i soliti noti stanno cercando di trasformare in una accusa giudiziar-politica.
Basta leggere in questigiorni la Repubblica di Giuseppe D’Avanzo e il Fatto di Marco Travaglio, i due portavoce ufficiali dei pm ammazza Silvio, spacciatori di fango, quelli che scambiano verbali per sentenze, assoluzioni per condanne, banditi e assassini per fonti attendibili e certe. Ieri è stato un fuoco di fila. Travaglio e soci stanno sparando ad alzo zero contro Renato Schifani guarda caso dopo che il presidente del Senato ha posto il famoso ultimatum alla maggioranza, «o si sta insieme a difendere il premier o si va a votare». Una colpa gravissima, un intralcio al progetto di isolare il Cavaliere dai suoi e di consegnarlo quindi alle patrie galere. Ed ecco allora una serie di articoli su una storia di quindici anni fa, quando Schifani, che di professione fa l’avvocato, difese dei signori siciliani per una causa su un palazzo. In seguito l’avvocato divenne presidente del Senato, i proprietari del palazzo mafiosi. Da quell’epoca non si sono più visti né sentiti, ma tanto basta per far dire ai Travagli che Schifani è certamente mafioso.
Lo sostengono loro e fanno sottoscrivere la condanna a illustri giuristi super partes: il regista Francis Ford Coppola, l’attrice Franca Rame, il comico Daniele Luttazzi, il regista Mario Monicelli, il filosofo Gianni Vattimo. Il tribunale del popolo fatto di nani e ballerine ha deciso che Schifani è mafioso. Non c’è una accusa, non una carta o una inchiesta. Ma uomini di spettacolo e comici sono certi. È così e basta. Questo però è soltanto l’antipasto.
Il piatto forte, che anticipa e introduce il nuovo attacco a Berlusconi è affidato, sempre sulla gazzetta di Travaglio, a Luigi De Magistris. Lui magistrato lo è stato fino a pochi giorni fa, sia pure occupasse da mesi una poltrona politica, quella di parlamentare europeo, guarda la coincidenza, per l’Italia dei Valori di Di Pietro. Si è dimesso dalla toga non per coerenza e rispetto della giustizia (altrimenti lo avrebbe fatto il giorno della candidatura) ma per evitare un procedimento disciplinare con accuse molto gravi e imbarazzanti rispetto alla sua condotta di pm (ovviamente di questo non c’è stata traccia significativa sulla stampa). In un lunghissimo articolo De Magistris racconta ieri come in base a segnali che arrivano da alcuni pentiti che ora dicono che forse potrebbero ricordare confidenze sentite quindici anni fa da non si sa bene chi, è certo che Berlusconi e soci sono dietro le stragi di mafia degli anni Novanta. Caspita, questo non è un comico o un regista, è un fresco ex magistrato che le cose le capisce, che distingue i teoremi dai fatti, la politica dalla giustizia. O no? No.
Ieri il Gip di Catanzaro ha depositato le motivazioni per cui ha deciso di buttare nel cesso la mega inchiesta che De Magistris fece contro mezza classe politica italiana, quella denominata Why Not che ipotizzava una cupola catto-pluto-massonica-giudaica che aveva preso il posto dello Stato. Il nostro magistrato eroe mandò avvisi di garanzia anche all’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, all’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, al capo di Cl Antonio Saladino. Milioni di euro spesi in indagini e intercettazioni, ore e ore di lavoro sottratte alla giustizia ordinaria, quella che si dovrebbe occupare dei reati veri a danno di cittadini in carne e ossa. Bene, il Gup ha archiviato tutto sostenendo che quello di De Magistris era solo «un teorema fondato su accuse generiche». Non è la prima volta che le indagini di De Magistris finiscono in niente. Ma lui, tenace, insiste a prospettare scenari accusatori assurdi, non più da un Palazzo di Giustizia ma dalle colonne dei giornali. Non si arrende neppure di fronte all’evidenza e al buon senso. Ma evidentemente ha informazioni di prima mano da ex colleghi che la pensano come lui.
Ad abbattere Berlusconi ci hanno provato con le escort e hanno fatto un buco nell’acqua sia giudiziario che politico. Poi hanno brigato per impedire l’approvazione del Lodo Alfano e lasciare il premier in balia dei pm alla De Magistris. Ora, alla vigilia dell’approvazione della legge sui processi brevi, ci riprovano con la mafia. Per l’accusa di rapina a mano armata e sequestro di persona stanno studiando ma non sono ancora pronti. Alessandro Sallusti. Il Giornale
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samedi, 21 novembre 2009
Intervista a Fabrizio Cicchitto
Stop. L’autunno a casa Pdl è stato sfibrante. Tante, chiacchiere, molte parole, qualcuna a muso duro, e poi telefonate, strette di mano, un paio di riunioni clandestine. Che fa Fini? Cosa risponde Berlusconi? Turbolenze. Questo venerdì di novembre, invece, è andato quasi piatto. Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, è contento che questa settimana di lavoro sia finita. È sera ed è un buon momento per ragionare su questo mal di pancia di cui soffre il partito. Roba di stagione. Forse.
Il Pdl ha scoperto le correnti?
«Come in tutti i partiti ci sono persone con idee diverse. La democrazia funziona così. Il dibattito è utile e fa bene al governo. Il problema è il metodo. Non puoi fare azioni politiche che non rispettano il pensiero della maggioranza. Senza avvertire nessuno. Altrimenti... ».
Altrimenti?
«Il partito diventa un albergo spagnolo».
E cos’è un albergo spagnolo?
«Un albergo dove la gente entra e esce. Passa, ci sta poche ore e poi se ne va».
Qualcuno dice invece che siete una caserma.
«E sbaglia. Tra l’albergo a ore e la caserma c’è la sana dialettica di partito, dove c’è un confronto. Si può avere unanimità o si può determinare una maggioranza e una minoranza, ma la minoranza non fa azioni politiche ignorando quello che pensano tutti gli altri».
Mi scusi, ma se uno pensa che la legge sul testamento biologico va migliorata deve stare zitto?
«Non ci siamo capiti. In primo luogo il biotestamento è un caso etico e c’è libertà di coscienza. Secondo: nessuno deve stare zitto, ma su certe questioni non è corretto presentare leggi che il partito non condivide. Se poi lo fa con parlamentari dell’opposizione... ».
Fa più o meno quello che ha fatto Flavia Perina, direttore del «Secolo»?
«Esatto. Il voto amministrativo agli immigrati è una fuga in avanti. Il minimo è avvertire il partito».
La Perina lo ha fatto?
«No».
Non le piace questa legge firmata con Veltroni?
«Non piace a me. Non piace a gran parte della maggioranza. Non piace ai nostri elettori. È un problema serio. Andrebbe discusso con calma e pone vari problemi».
Tipo?
«Mette in moto meccanismi difficili poi da controllare. Finirà che avremo in giro liste islamiche, magari fondamentaliste. È qualcosa su cui riflettere con calma. E invece per qualcuno è tutto semplice».
Dubbi anche sulla cittadinanza dopo cinque anni?
«Stesso discorso. Ci vuole cautela. Sono favorevole alla cittadinanza di qualità. Mi piace l’idea che chi diventa italiano deve condividere lingua, valori, sentimenti della nostra terra. Ma poi chi lo fa l’esame? Chi sceglie le commissioni? In che modo? Parliamone. E poi c’è il problema dei tempi: non è che in cinque anni può avvenire un’assimilazione culturale, tranne che per qualche genio».
Fini magari sta solo cercando di costruire un’identità finiana all’interno del Pdl. Guarda al futuro.
«Non lo so. Non faccio il processo alle intenzioni di Fini».
Esiste una corrente finiana?
«Fini ha come retroterra la storia politica di An. Berlusconi è il leader carismatico del centrodestra. Ciò che non mi convince sono le posizioni politico-culturali di questo gruppo ideologico, di intellettuali innamorati della parola bipartisan, che si sta raccogliendo intorno al Secolo d’Italia. Sono convinti che dopo la caduta del muro tutti i gatti sono bigi. Non ci sono più differenze».
Invece?
«Ha ragione un uomo intelligente, di sinistra, come Giovanni Pellegrino, che in un suo saggio ha spiegato come la vecchia ideologia comunista sia stata sostituita dal giustizialismo. Quelli del Secolo pensano invece che il passato sia una tabula rasa e quindi stiamo tutti nella stessa frittata, questo vale quello. È la filosofia dell’inciucio. Non si sono resi conto che dall’altra parte c’è un network mediatico, culturale, giudiziario che punta a ribaltare, senza esclusione di colpi, il verdetto elettorale. Non si può dialogare con gli antidemocratici».
Il giudice Antonio Ingroia ha invitato Berlusconi a dimettersi.
«E lo ha fatto in diretta tv. È il tipico esempio di quella cultura di cui parlavo. Un magistrato che fa politica. Ingroia appartiene a quel ristretto numero di magistrati che ritengono che il loro impegno nella giurisdizione e l’azione politica sono le due facce della stessa medaglia. Va da Santoro, partecipa ai convegni dell’Italia dei valori e applaude alle orazioni senza contraddittorio di Travaglio. Non credo ai complotti, ma questo doppio ruolo, del resto svolto alla luce del sole, è molto inquietante. Dove finisce la toga e dove incomincia il militante politico? D’altra parte da Samarcanda a Anno Zero c’è piena continuità». Vittorio Macioce. Il Giornale
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I vescovi Usa si fanno sentire
Sulla riforma sanitaria i vescovi
degli Stati Uniti scrivono al Senato
Washington, 21. La Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha sollecitato il Senato a introdurre cambiamenti sostanziali al progetto di riforma sanitaria al fine di mantenere in vigore quanto disposto dalla legge federale riguardo al finanziamento dell'aborto e alla protezione del diritto all'obiezione di coscienza. I presuli ribadiscono la necessità di assicurare l'accesso all'assistenza sanitaria agli immigrati e di fare in modo che vi si possa accedere a costi affrontabili.
I vescovi hanno definito il progetto di riforma presentato in Senato - diverso dal progetto già approvato alla House of Representatives - un'"enorme delusione" poiché creerebbe una nuova e inaccettabile politica federale che consentirebbe di finanziare l'aborto e di introdurre la sua copertura assicurativa, oltre a non tutelare il diritto all'obiezione di coscienza
Le preoccupazioni dei vescovi sono state affidate a una lettera inviata ai senatori a firma del cardinale Daniel N. DiNardo, della commissione episcopale per le attività pro vita, e dei vescovi William Murphy e John Wester, presidenti rispettivamente delle commissioni Pace, Giustizia e sviluppo umano e Migrazioni. La lettera - accompagnata da una documentazione sull'emendamento Stupak che ha accolto le osservazioni dei presuli, già approvato dalla House of Representatives - sollecita i senatori a migliorare il progetto di riforma nelle aree chiave dei costi, dell'immigrazione, del finanziamento federale, della copertura dell'aborto e dell'obiezione di coscienza. Secondo i vescovi, il progetto "non conferma l'impegno preso dal presidente Obama" riguardo alla riforma del sistema sanitario. I presuli, inoltre, hanno fatto riferimento al costo suppletivo cui gli assicurati sono costretti a far fronte al fine di pagare gli aborti praticati da altri. Disposizioni, queste, che consentirebbero al segretario dell'Health and Human Service di imporre la copertura illimitata dell'aborto su tutto il territorio nazionale. Non solo. Se fosse approvato, il progetto non consentirebbe alle strutture religiose di offrire ai loro impiegati una copertura assicurativa conforme ai propri principi. "I vescovi cattolici - si scrive nella lettera - hanno chiesto per decenni una riforma sanitaria accessibile a tutti, specialmente per i poveri e gli emarginati. Il progetto del Senato introduce grandi progressi nell'assistenza alla popolazione. Ciò nonostante, se approvato, lascerebbe 24 milioni di persone fuori dalla copertura assicurativa sanitaria. Questo non è accettabile". Per tale motivo i vescovi incoraggiano a espandere la possibilità di accedere ai servizi Medicaid per quanti finora ne sono esclusi in base ai livelli di reddito stabiliti dalla legge. Inoltre sollecitano la fine del divieto quinquennale che impedisce agli immigrati regolari di accedere a benefici derivanti da programmi sanitari e del divieto da parte degli irregolari di stipulare assicurazioni sanitarie pagandole con il proprio denaro. "Fornire un'assistenza sanitaria accessibile - ricordano i vescovi - che rifletta questi fondamentali principi, è un bene comune, un imperativo morale e un'urgente priorità nazionale". L'Osservatore Romano
18:22 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
50 mila bambini sfruttati in miniera
Cinquantamila bambini
sfruttati nelle miniere congolesi
Kinshasa, 22. Nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo viene sfruttato il lavoro di almeno cinquantamila minorenni. Il dato è stato diffuso dall'Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia, in occasione del xx anniversario, ieri, della Convenzione dell'Onu per i diritti dei bambini. L'ufficio dell'Unicef a Kinshasa ha precisato che 22.000 bambini impiegati in miniera sono stati censiti nella provincia sudorientale del Katanga e altri 22.000 nella provincia centromeridionale del Kasai, mentre ottomila sono stati censiti quest'anno nella zona della capitale Kinshasa.
Quella del lavoro minorile non è neppure la peggiore delle violazioni dei diritti dell'infanzia registrate nella Repubblica Democratica del Congo, come del resto praticamente in tutto il mondo. In condizioni di particolare disagio, per esempio, si trovano i bambini sfollati, che costituiscono gran parte dei milioni di persone in movimento sul territorio congolese, ai quali vengono spesso negati diritti fondamentali come quelli all'istruzione e alla salute. Ancora più gravi sono altre violazioni segnalate dall'Unicef, come le violenze contro le bambine commesse sia dalle milizie ribelli che dalle forze regolari e l'arruolamento di minori da parte di gruppi armati, soprattutto nelle province nordorientali del Paese.
In proposito, proprio nelle ultime ore c'è stato il rilascio di 22 tra ragazzi e bambini rapiti negli ultimi mesi dai ribelli nordugandesi del Lra, riparati nella provincia Orientale congolese dopo aver perso nel 2005 le sue tradizionali basi in Sud Sudan. Dodici miliziani del Lra si sono consegnati alle forze congolesi a Lukuku, nei pressi del centro minerario di Durba, liberando i minori rapiti, 11 maschi e 11 bambine. I militari hanno affiato i minori, tutti traumatizzati e alcuni in non buone condizioni di salute, ai missionari comboniani che gestiscono un centro di assistenza per minori a Watsa, non lontano da Lukuku. L'Osservatore Romano
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