mardi, 15 décembre 2009
Berlusconi sarà dimesso domani: 15 gg di convalescenza
Il Copasir: «Il rischio è l'emulazione»
Il presidente Berlusconi ha trascorso una notte serena, le sue condizioni migliorano. Secondo il bollettino diffuso dal san Raffaele il premier sarà dimesso domani, ma dovrà «astenersi da impegnative attività pubbliche per almeno due settimane». Lo ha detto il medico personale del presidente del Consiglio, Alberto Zangrillo. «Le condizioni cliniche non destano preoccupazioni» si legge nel comunicato diramato dall’ospedale . Zangrillo ha detto ai giornalisti «di aver aumentato la terapia di anelgesici» e che «permangono i problemi legati alla sintomatologia dolorosa dovuta agli esiti del trauma subito, e in particolare alla riacutizzazione della cervicalgia che nei mesi precedenti aveva afflitto il presidente in più di una circostanza». Intanto, dai racconti di chi è stato a trovare il presidente arriva la descrizione dell’amarezza del Cavaliere. «Io voglio bene a tutti, voglio il bene di tutti, non capisco perchè mi odino così». Gli amici del premier descrivono un Berlusconi ancora sotto choc per i contorni della aggressione subita così come per il dolore fisico e temono che possano verificarsi nuovi episodi di violenza. «Temiamo altre aggressioni» ha detto Bonaiuti. « Ma se si toglie a Berlusconi il contatto con la gente, questo contatto umano che lo rende irripetibile rispetto ad altri leader politici, siamo di fronte all’impossibilità di avere il Berlusconi leone combattente che è sempre stato».
Un rischio paventato anche dai servizi segreti. Quello di Tartaglia è «stato un gesto “isolato” e “scollegato” da qualunque altro soggetto o volontà politica» ha fatto sapere il presidente del Copasir Rutelli, al termine dell’audizione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta e del direttore del Dis, prefetto Gianni De Gennaro. L’ex sindaco di Roma ha chiesto al premier di essere prudente perché «la sua sicurezza è un bene nazionale» e perché esiste un rischio emulazione.
In attesa che venga dimesso, intanto, tutti gli impegni di questa settimana sono stati cancellati, a partire dal vertice di Copenaghen, dove Berlusconi sarebbe dovuto volare tra due giorni. Ieri la giornata del premier al San Raffaele è passata tra le visite istituzionali e di amici e parenti (da Marcello Dell’Utri alla figlia Marina) e le telefonate. Lo hanno chiamato il presidente francese Nicholas Sarkozy, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il premier russo Vladimir Putin. Il Papa gli ha inviato un telegramma esprimendogli la propria «vicinanza» per la «deplorevole aggressione» subita. La Stampa On line
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Travaglio: si può volere la morte di un politico
Roma - Marco Travaglio abbassa i toni come li abbassò Hitler alla notizia che Berlino era ormai accerchiata. «Chi l’ha detto che non posso odiare un politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che se ne vada al più presto? E che il Creatore se lo porti via al più presto?».
Il giorno dopo che un pugno di suoi fedeli lettori, bava alla bocca e il suo Fatto Quotidiano in mano, hanno cercato di zittire il Cavaliere al comizio di Milano al grido di «mafioso-mafioso», il Torquemada della tv di Stato rincara la dose: «Perché non si può odiare un politico? Non esiste il reato di odio». Tutto ridotto al codice, per il reporter delle Procure. Ventiquattro ore dopo che Massimo Tartaglia ha letteralmente spaccato la faccia al premier, Travaglio scarica tonnellate di astio nei confronti del presidente del Consiglio e, nel suo pistolotto settimanale sul sito di Beppe Grillo, sputa veleno a più non posso. «Berlusconi? Sta distruggendo la democrazia, ha avuto rapporti con la mafia, è un corruttore, ne ha combinate di tutti i colori. È lui che insulta tutti quelli che non sono suoi: magistratura, stampa libera, poteri di controllo».
Non Tartaglia, Travaglio: va via liscio come olio bollente sul sentiero dell’invettiva e chissenefrega se poi qualcuno cerca di spaccare la testa del premier. Se le parole a volte sono pietre, le sue sono macigni: il giorno in cui scoppia la bufera su Rosi Bindi e Antonio Di Pietro per aver accusato Berlusconi di istigare la violenza, Travaglio li incita, li sprona: «Cosa hanno detto di così strano i due? La verità è che Berlusconi se le va a cercare, è un noto provocatore e anche lui lo sa». Alla fine ben gli sta, insomma. «Berlusconi ha seminato violenza in questi anni, è l’uomo più violento che ci sia nella storia repubblicana».
Il suo tradizionalmente gommoso eloquio non riesce a celare il risentimento per l’attentatore, definito «Squilibrato, pazzo, psicolabile, non sano di mente». Ha i nervi a fior di pelle, Travaglio, perché qualcuno ha osato dipingerlo come uno dei principali istigatori d’odio. E per dimostrare che non è così picchia che è una meraviglia: «Che stupidaggini scrive Battista sul Corriere della Sera sul clima d’odio...»; e ancora: «Maroni? Sproloquia e delira dicendo di voler chiudere Facebook...»; e ancora: «Chiunque ha avuto lo stomaco di vedere quella merda di trasmissione che è Speciale Tg1 ha potuto assistere al linciaggio in contumacia prima di Scalfari e di Annozero da parte del piduista Cicchitto e poi al linciaggio personale di Santoro e del sottoscritto, additati come mandanti morali a opera del vicedirettore di Libero (in realtà condirettore del Giornale, Alessandro Sallusti ndr.)», definito più avanti «servo e killer prezzolato». A Travaglio non va giù che «chi subisce violenza ci guadagna» e quindi che ci possa guadagnare un Berlusconi sfigurato (?); ecco perché «Il matto è doppiamente matto». Travaglio Berlusconi lo vuole vivo e in ottima salute soltanto perché «Quando se ne andrà da Palazzo Chigi, e se ne andrà maledetto, ci serve in ottima salute perché si possa rendere conto fino in fondo del male che ha fatto alla gente». Odio? Macché: soltanto civile e sana divergenza d’opinione. Il Giornale
Dire che il signor Travaglio mi faccia pena è il minimo.
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lundi, 14 décembre 2009
Berlusconi stanco e sofferente: almeno 36 altre ore di ricovero
Il premier non sarà operato. «Niente lavoro per almeno dieci giorni, le condizioni sono più serie del previsto»
MILANO - È il giorno dei bollettini medici, delle constatazioni cliniche sulle conseguenze dell'aggressione subita da Silvio Berlusconi in piazza Duomo a Milano. E per i sanitari del San Raffaele, l'ospedale dove il premier è ricoverato, le sue condizioni sono tali da richiedere almeno 36 ore prime di poter pensare alle dimissioni. Le ferite infatti, pur non gravi, sono un po' più serie di quanto si fosse ipotizzato domenica sera dopo l'arrivo al pronto soccorso.
«FERMO PER DIECI GIORNI» - Per questo il medico di fiducia di Berlusconi, Alberto Zangrillo, ha rinviato la decisione sulle dimissioni: «Il bollettino lo diffonderemo martedì mattina ma penso di poter anticipare che uscirà dall'ospedale non prima di 36 ore - ha detto lunedì sera -. Le condizioni del premier non destano preoccupazioni particolari, ma le fratture ossee possono avere dei riflessi che necessitano di essere monitorati». Zangrillo ha spiegato che il premier non riprenderà l'attività lavorativa «prima di dieci giorni». Quanto alle condizioni psicologiche, «il morale è peggio di domenica sera, è abbattuto e abbacchiato, ma è un leone e reagirà». I parametri vitali si sono mantenuti nella norma, ma il premier ha continuato ad avere forti dolori al viso e a mangiare con fatica per la frattura del setto nasale e di due denti incisivi: per questo è stato sottoposto a terapie anti-infiammatorie e antibiotiche e ha il viso fasciato. L’unica anomalia emersa dagli esami clinici di Berlusconi è un abbassamento dei valori dell’ematocrito in seguito all’abbondante perdita di sangue e l'operazione chirurgica è stata scongiurata.
«È STANCO E SOFFERENTE» - Il Cavaliere aveva passato una notte tutto sommato tranquilla e al suo risveglio ha subito chiesto che gli fossero portati i quotidiani del giorno. Tuttavia, al di là di questa apparente normalità, era stato il sottosegretario e portavoce Paolo Bonaiuti a rilasciare per primo dichiarazioni ai media in cui parlava di un Berlusconi «stanco e sofferente» e che «ha avuto un gran mal di testa». «È rimasto male per l'aggressione - ha detto Bonaiuti -, ma se lo sentiva. In auto mentre riguardava il discorso, mi ha detto "non senti che clima di violenza, che spirale di odio, non pensi che possa succedere qualcosa?». E all'indomani dell'aggressione il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, non a esitato a dire: : «Il premier ha rischiato di essere ucciso».
| Milano: Berlusconi colpito al volto |
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LE VISITE ISTITUZIONALI - Berlusconi è stato sempre cosciente e a tutti coloro - figli, amici e esponenti politici - che sono andati a trovarlo ha detto che, al di là dell'amarezza per quanto accaduto, questo episodio non avrà ripercussioni sulla sua azione politica: «Sto bene, sto bene. E non mi fermeranno». In mattinata Berlusconi, che domenica sera ha ricevuto una telefonata del presidente Napolitano, ha ricevuto le visite dei presidenti della Camera Gianfranco Fini e del Senato Renato Schifani. Al San Raffaele sono poi andati il segretario del Pd Pier Luigi Bersani («Va condannato senza se e senza ma ogni gesto di violenza, bisogna tornare a un confronto civile» ha detto) e l'ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati. I due sono stati contestati da alcune persone in presidio davanti al nosocomio. Antonio Di Pietro, leader dell'Idv, ha invece fatto sapere che non andrà: «Non sono ipocrita» ha detto ai cronisti.
BOSSI E TREMONTI - C'è stata poi la visita di Umberto Bossi, accompagnato dai ministri Tremonti e Calderoli: «È stanco ma lucido, abbiamo parlato anche di politica. Ho scherzato un po' con lui parlando di pugilato e gli ho detto se aveva fatto un incontro di boxe e che le aveva prese... Secondo me comunque adesso - ha concluso Bossi - ha bisogno di riposare e li dentro c'è tutto un via vai di gente, per cui riposare è difficile». Lunga visita di Marina Berlusconi, la figlia del premier, che ha lasciato il San Raffaele senza rilasciare dichiarazioni. Arrivata in tarda mattinata, è andata via solo a metà pomeriggio. E lunedì sera sarebbe arrivata una telefonata decisamente inaspettata: quella di Veronica Lario, che ha chiamato il marito per sincerarsi delle sue condizioni. Un gesto affettuoso e premuroso, avrebbe confidato agli amici il premier. Ma la notizia è stata smentita da Palazzo Chigi: «Non si è verificato», si legge in una nota dell’ufficio stampa che aggiunge: «E neanche si è verificata l’altra telefonata con il padre dell’aggressore di domenica. Le due voci, quindi, sono destituite di ogni fondamento».
«PERCHÉ MI ODIANO?» - A confortare Berlusconi è andato anche don Luigi Verzè, fondatore del San Raffaele: «Ho detto al premier che quanto avvenuto è un monito a lui e al Paese. Monito che poi ho ripetuto al presidente Fini e all'onorevole Bersani. Occorre modificare la Costituzione. Ho trovato il presidente umiliato, non tanto dal fatto traumatico ma da quello che esso rappresenta: l'odio. Mi ha detto: "Io voglio bene a tutti, voglio il bene di tutti, non capisco perché mi odino a questo punto». «Il resto di ciò che mi ha detto - ha aggiunto il sacerdote - appartiene a lui e a me. Posso dire che ci vogliamo un gran bene perché è un uomo capace di amare».
IL PADRE DELL'AGGRESSORE - Nella notte una chiamata al San Raffaele è arrivata anche da Alessandro Tartaglia, padre di Massimo, il 42enne che ha colpito il Cavaliere. L'uomo, che ai cronisti aveva confermato che il figlio è «psicolabile» e che è sotto trattamento farmacologico, si è detto «costernato» per quanto accaduto. Corriere on line
21:31 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Il Csm boccia il processo breve
«Contrasta i principi costituzionali
ed è una amnistia per i reati gravi»
Il plenum del Csm ha approvato a larga maggioranza il parere della sesta Commissione che giudica il ddl sul processo breve in contrasto con più principi costituzionali e un’ «amnistia» per reati «di considerevole gravità», a cominciare dalla corruzione.
L’approvazione è avvenuta nel corso di una seduta straordinaria. Contrari i laici del Pdl; a favore hanno votato invece i togati di tutte le correnti, i laici del centro-sinistra, il vice presidente Nicola Mancino. Il Csm ha bollato le misure contenute nella proposta del governo come «dannosissime» e ha spiegato che rischiano di avere l’effetto di uno «tsunami» per la giustizia.
«Il nostro - ha detto il vicepresidente Nicola Mancino a fine seduta - non è un parere politico, ma è dato nell’interesse del buon funzionamento della macchina della giustizia». Mancino è intervenuto anche sull’aggressione subita dal premier, e ha risposto alle accuse di Gianfranco Anedda, il consigliere che ha parlato di un clima avvelenato dalle toghe. Anedda, anche a nome dell’altro laico del Pdl Michele Saponara aveva ricordato le parole di Armando Spataro e Antonio Ingroia. Magistrati che per Anedda «hanno ampiamente contribuito a fomentare la violenza». Uno scenario che Mancino smentisce duramente: «Non capisco perchè bisogna ritenere che qualche magistrato, perchè partecipa a qualche riunione o dice frasi che qualcuno non condivide, debba essere ritenuto responsabile del clima di tensione che c’è. Le tensioni hanno origini molteplici»
Per il ddl sul processo breve, ora all’esame della commissione Giustizia del Senato, il termine per la presentazione degli emendamenti scadrà questa sera alle 20 e la maggioranza ha già annunciato di voler presentare degli emendamenti «per ridurre al massimo le critiche di incostituzionalità». Sul legittimo impedimento, invece, molto probabilmente questa settimana, la commissione giustizia della Camera metterà a punto un testo base e darà il via alla discussione generale con tanto di audizioni, come richiesto dal capogruppo del Pd in commissione Donatella Ferranti.
La Stampa on line
18:37 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
I berlusconiani vogliono il "Sì B Day"
Ora tacciano gli avversari di Berlusconi che hanno alimentato l’odio contro di lui e hanno armato la mano di quell’uomo a Piazza Duomo. Riflettano gli oppositori interni alla maggioranza e anche le alte cariche dello Stato».
Sono queste le osservazioni che vengono fatte a caldo dagli uomini più vicini a Berlusconi, dopo quello che loro stessi definiscono «l’attentato di Piazza Duomo». Senza dubbio, come spiega Fabrizio Cicchitto, il gesto di Massimo Tartaglia «ha tre nomi: Di Pietro, Scalfari e Santoro perchè hanno detto e scritto cose irresponsabili. Di Pietro in particolare ha invitato alla violenza. C’è dell’altro però - aggiunge il capogruppo del Pdl - e mi riferisco al fatto che di fronte alle accuse folli di essere un mafioso e il mandante delle bombe del ‘93, il premier non è stato difeso: c’è stata una simmetria istituzionale... e non faccio nomi».
Più esplicito invece Mario Valducci, presidente della Commissione Trasporti della Camera, che era presente al momento dell’aggressione di Milano: «Nessuna istituzione alta ha detto basta, a cominciare dal capo dello Stato, è stato superato il segno. Eppure anche il presidente del Consiglio, bombardato dalle calunnie più infamanti, rappresenta le istituzioni che devono essere tutelate dalle aggressioni sui giornali e dai programmi di Santoro. Quando invece si tocca il Quirinale tutti gridano allo scandalo». Ora più che mai, afferma Valducci, è necessario organizzare per febbraio il «Sì B. Day» come «reazione di un popolo ha in Berlusconi la sua bandiera e che non vuole vedere infangata questa bandiera».
Sì, nel Pdl adesso si pensa di scendere in piazza «per difendere la democrazia»: mercoledì è prevista la riunione dell’ufficio di presidenza per discutere delle candidature alle regionali, ma l’appuntamento diventerà l’occasione per organizzare la mobilitazione popolare. «Una grande manifestazione», annuncia il vicecapogruppo del Pdl Gaetano Quagliariello, che avrebbe voluto sentire altre parole dai vari organi di garanzia. «Invece esportiamo nel mondo l’immagine di un Paese in cui comanda come un monarca il “capo della mafia”, un’Associazione dei magistrati che ogni giorno fa una dichiarazione contro il premier. E un Csm che definisce il processo breve incostituzionale prima ancora di essere approvata».
Adesso sarà difficile fermare il «Cavaliere martire» nel suo programma di grandi riforme sulla giustizia e della Costituzione. Ora chi è contro di lui nella maggioranza è in difficoltà, ha le armi scariche e dovrà dimostrare di voler fare «fronte comune» contro i «violenti». Tra i berlusconiani non è un caso che venga usata l’espressione «fronte comune»: è quella usata ieri da Fini per scongiurare il ritorno degli anni della violenza. Ed è anche un modo per mettere alla berlina il fronte antiberlusconiano invocato da Casini. «Per mesi - dice Quagliariello - abbiamo segnalato inascoltati a quale deriva si stesse andando incontro: nessuno ha voluto prendere le distanze da tutto questo, e addirittura si sono immaginate «union sacrée in nome dell’antiberlusconismo».
E dire che da parte di Fini c’era stata una valutazione positiva del discorso fatto ieri da Berlusconi. Il premier non aveva messo molti accenti polemici, non aveva minacciato elezioni anticipate, aveva deluso i falchi che si aspettavano un nuovo predellino. Quando è arrivata la notizia dell’aggressione, qualche falco finiano ha detto che è stato fatto un «regalo» a Berlusconi, che userà quel gesto per mettere a tacere tutti e ottenere quello che vuole. E lui, il premier già dal letto dell’ospedale ha fatto sapere che nessuno lo fermerà. Sul predellino alla fine ci è salito davvero, barcollando con il volto insanguinato, come a dire «sono un grande combattente». La Stampa on line
18:35 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
L'ho fatto perché odio la sua politica
da anni è in cura per problemi mentali
Forte avversione per la politica portata avanti da Silvio Berlusconi. Così Massimo Tartaglia ha motivato al procuratore aggiunto Armando Spataro l’aggressione compiuta ieri a Milano nei confronti del premier.
Nell’ora e mezza circa di interrogatorio tenutosi ieri negli uffici della Digos di Milano il 42enne milanese, da poco reduce da un esaurimento nervoso per il quale quotidianamente assume psicofarmaci, ha fornito la sua versione dei fatti spiegando di essersi diretto in piazza del Duomo dopo che gli era «saltato» l’appuntamento che aveva con un’amica. Un racconto, quello di Tartaglia, giudicato tutto sommato «coerente nonostante sia chiaramente frutto di una persona disturbata».
Nelle tasche e nella valigetta che l’uomo portava con sé ieri gli agenti hanno trovato un bizzarro «armamentario»: una bomboletta di spray urticante, una lastra in plexiglass di venti centimetri, un crocifisso in gesso lungo circa 30 centrimetri, un soprammobile in quarzo e un accendigas di grosse dimensioni. Oltre naturalmente alla miniatura in alabastro del Duomo scagliata contro il premier e poi andata in frantumi, anche se diversi pezzi sono stati sequestrati.
Il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro inoltrerà oggi al Gip la richiesta di convalida dell’arresto. All’uomo è stata contestata l’accusa di lesioni pluriaggravate dalla qualifica di pubblico ufficiale della parte offesa e dalla premeditazione. Sarà il Gip a decidere o meno se tenere in carcere l’aggressore, che non ha dato una motivazione del gesto, ma ha reso una piena confessione. Tartaglia è stato in cura presso i servizi di psichiatria del Policlinico Ospedale Maggiore di Milano fino al 2003 e ora è seguito da una psicologa. Il quarantaduenne, nel suo racconto ha spiegato che era andato in Piazza Duomo per assistere al comizio del premier e che se ne era andato quando Berlusconi era sul palco in quanto dissentiva da quello che stava dicendo. Stava raggiungendo la metropolitana quando ha visto la macchina del presidente del Consiglio parcheggiata, ma soprattutto ha sentito le grida di alcuni contestatori che hanno attratto la sua attenzione, così si è infilato in una strada laterale per tornare indietro e si è trovato davanti Berlusconi a cui ha lanciato il souvenir che aveva comprato poco prima su una bancarella. La Stampa on line
18:32 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Alfano: non è solo il gesto di un folle
ma la protezione è stata impeccabile».
Alfano: non è solo il gesto di un folle.
Gli 007: «Prudenza nei bagni di folla»
Cos’è che non ha funzionato nel dispositivo per la sicurezza del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, aggredito ieri in piazza Duomo a Milano da un quarantenne con problemi psichici? È l’interrogativo di queste ore. Dubbi alimentati anche dalle drammatiche sequenze dell’aggressione passate al setaccio dagli esperti proprio per comprendere le possibili falle nelle misure di sicurezza predisposte ieri a Milano a tutela del premier.
La sicurezza "stretta" del presidente del consiglio è garantita da uomini degli apparati di inteligence e da uomini esperti che provengono dai reparti speciali della polizia di Stato e dall’Arma dei carabinieri. C’è poi il dispositivo previsto nelle manifestazioni e nelle occasioni pubbliche che è messo a punto dalle questure, deputate all’ordine pubblico. Ecco alcuni questiti sul funzionamento della sicurezza. L’aggressore, da quanto risulta al momento, ha agito da solo. Il suo profilo è quello di una persona con problemi di disagio psichico. Era andato in piazza e si era poi mischiato tra i numerosi partecipanti alla manifestazione del Pdl. Aveva palesato stranezze nel suo comportamento che potevano far presagire qualcosa sulle sue intenzioni?
Alcuni testimoni, a caldo, avrebbero parlato di comportamento "strano" tenuto dall’uomo. Solo impressioni ex post? C’era qualche elemento che poteva consentire l’intervento delle forze dell’ordine che presidiavano la zona transennata? Questi alcuni interrogativi da sciogliere. Esistono filmati che possono aiutare a capire come si è mosso l’aggressore prima di compiere il gesto nelal zona presidiata? E poi: perchè dopo l’aggressione il presidente del consiglio, ferito al volto e sanguinante, non è stato portato via subito da un luogo dove rappresentava evidentemente un ’target? È passato del tempo. Forse troppo. Addirittura il premier si è fermato e ha mostrato il suo volto ferito. Contro ogni procedura che prevede l’allontanamento immediato della personalità protetta dal luogo a rischio.
Una valutazione su come ha funzionato ieri la macchina della sicurezza, quelle disposta dalla questura di Milano, e quella alla quale sono dedicati gli uomini della scorta personale del presidente è stata oggetto della riunione convocata in prefettura a Milano, dal ministro dell’Interno Roberto Maroni. «Ieri Berlusconi ha rischiato di essere ferito gravemente, di essere ucciso» ha detto il ministro al termine del vertice. Maroni ha poi criticato pur senza nominarla Rosy Bindi per le parole usate in un'intervista a La Stampa: «Un esponente del Pd non ha trovato di meglio che dire "non faccia la vittima". Io spero che questo fatto contribuisca a cambiare il clima ma con questa dichiarazione non si comincia bene». Il ministro ha poi sgomberato il campo da qualsiasi dubbio o polemica sull’operato delle forze delle forze dell’ordine ieri in Piazza Duomo: «Voglio precisare che la gestione ordine pubblico è stata fatta secondo regole».
Il Guardasigilli Alfano si è detto «molto preoccupato» per quanto successo ieri a Milano perchè «il fatto non può essere derubricato al gesto di un folle è un questione più complessa». Alfano ha spiegato di essere preoccupato «perchè troppo spesso in questi mesi si è fatta passare l’idea che lo scontro con Berlusconi fosse lo scontro del bene contro il male, anzi della virtù contro il vizio. Si va ben oltre il clima di odio, la questione è più complessa e più pericolosa». «Quando il ceto politico fa passare l’idea che si tratti dello scontro della lotta del bene contro il male fa correre un grave rischio non solo alle istituzioni ma anche a chi fisicamente rappresenta le istituzioni - ha aggiunto Alfano - e si corre il rischio che qualcuno, come è successo ieri a Milano si senta l’angelo vendicatore che incarna il bene pensando di uccidere il male». Alfano ha sottolineato che la vicenda che è successa «non può essere derubricata al gesto di un folle». «Il seme dell’odio e dell’ipotesi di vendetta del bene contro il male è destinato ad attecchire su altri soggetti e c’è sempre il rischio della emulazione».
«Atteggiamenti più prudenti» in caso di manifestazioni di piazza o in incontri con i cittadini, almeno fino a quando il clima politico non sarà più tranquillo, è stato invece l’invito che i responsabili degli apparati della sicurezza hanno rivolto in queste ore all’entourage del premier, ribadendo che contro il «gesto sconsiderato di un folle» l’unica difesa è la prudenza. Gli uomini dell’intelligence hanno infatti passato al setaccio tutte le fasi dell’aggressione avvenuta alle spalle del Duomo, traendone la conclusione che il livello di protezione del Cavaliere è adeguato e ai massimi livelli e che poco di più si può fare dal punto di vista tecnico. Ecco dunque l’invito all’entourage di Berlusconi ad assumere atteggiamenti più prudenti. Nelle riunioni di questa mattina, inoltre, i vertici dell’intelligence hanno ribadito che al momento non ci sono «riscontri reali» di minacce nei confronti del premier. Nè da parte del radicalismo islamico nè da ambienti dell’estremismo. L’unico, serio, pericolo, ripetono gli 007 - segnalato due mesi fa nell’informativa inviata a palazzo Chigi - arriva dunque da mitomani e folli.
18:29 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Buoni pasto "poveri"
Il primo vero problema è il valore del ticket, con la soglia esentasse ferma a 5,29 da ben 12 anni, mentre il valore del pasto è aumentato di oltre il 140%. Oltre questa cifra il buono viene considerato reddito, per cui l’azienda paga i contributi e il lavoratore le tasse. Nel confronto europeo non facciamo una bella figura: il valore esentasse del buono pasto in Portogallo è di 6,70 euro, in Francia 7 e in Spagna ha già toccato addirittura i nove euro. Un valore così basso, come quello italiano, scontenta tutti: lavoratori, esercenti e società. Questo porta aziende più solide e grosse a dare, a seconda dei contratti integrativi con i propri lavoratori, anche dei buoni dal valore più alto creando non poche discriminazioni. Il secondo problema è quello delle commissioni che gli esercenti si vedono applicare dalle società emettitrici. Un cliente compra un panino e lo paga col buono pasto; il barista spedisce il tagliando alla società che lo ha emesso ma la cifra che gli torna indietro è fra il 7 e addirittura il 12% in meno di quella che gli spetterebbe. «Certe commissioni si avvicinano a tassi d’usura», spiega un barista di Corso Buenos Aires a Milano. «Ma noi esercenti siamo fra l’incudine e il martello: fra commissioni elevate e il rischio di perdere clienti che troverebbero comunque un bar disposto a prenderli, i ticket». Il mercato dei buoni pasto genera un fatturato di quasi 2.400 milioni di euro che per un ristoratore rappresenta un incasso variabile dal 20 fino all’80% del totale. Insomma un’entrata irrinunciabile.
E allora si accettano persino le condizioni peggiori. Con commissioni stellari generate, e qui c’è un altro problema, dal fatto che i datori di lavoro riescono a strappare alle imprese emettitrici sconti che poi vengono ammortizzati proprio a spese dei baristi. Una concorrenza sfrenata a monte, dunque, dove le regole sulle gare non sono chiare: le aziende fanno la voce del padrone e le società emettitrici si fanno la guerra a spese di tutta la catena. Il cerchio si chiude in qualche modo sul "povero" lavoratore, che con il suo buono da 5,29 va avanti a tramezzini o è costretto a usare due buoni per mangiare un piatto. Ma così il blocchetto non arriva alla terza settimana. E al lavoratore non restano che tre opzioni: pagare i pasti riducendo il suo reddito; portarsi la "schiscetta" da casa per mangiare davanti al pc; oppure mettersi a dieta. Forzata. Come dire… no ticket, no pasto. E addio pranzo. Avvenire
18:26 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
La ripresa in fondo al pozzo dell'Iraq
Più di 40 compagnie petrolifere (fra cui le italiane Eni e Edison) sono accorse venerdì e ieri all’opportunità, unica di aver accesso alle ricche riserve di greggio del Medio Oriente.
Alla fine di due giorni di asta, però, solo sette dei quindici giacimenti messi all’incanto (tutti ancora da scavare) hanno ricevuto offerte accettabili. Tutti, con un’eccezione, si trovano nelle zone più sicure del sud del Paese o nei pressi della relativamente tranquilla Mosul dove però continua il martirio dei cristiani. Ancora più significativo, i veri colossi mondiali dell’estrazione petrolifera, le americane Exxon e Chevron, si sono tenute alla larga, Una diffidenza che deriva dalla loro conoscenza più immediata dei rischi nel Paese, da dove le truppe americane stanno lentamente ritirandosi. Mentre da tempo il passaggio dei pieni poteri al governo iracheno ha interrotto l’iniziale gestione Usa degli impianti operativi.
Assenti gli americani, sono stati i russi a farla da padroni, accaparrandosi un lucrativo contratto che era loro sfuggito sotto il regime di Saddam.
Il ministro del Petrolio ha ugualmente dichiarato l’asta un trionfo: «È una grande vittoria per l’Iraq», ha detto Hussain al-Shahristani. Il risultato finale è in effetti un progresso enorme rispetto alla prima asta dell’era post-Saddam, quella dello scorso giugno, andata semideserta a causa della sicurezza altamente instabile. Ma soprattutto la giornata di ieri ha segnato l’inizio di una nuova fase della storia irachena: quella dell’indipendenza economica che potrebbe accelerare l’indipendenza militare. A pieno regime, i giacimenti appaltati ieri potrebbero infatti aiutare l’Iraq a tornare fra i maggiori produttori di oro nero al mondo. Il loro sfruttamento nel giro di pochi anni potrebbe far schizzare la produzione di greggio giornaliera dagli attuali due milioni e mezzo di barili al giorno a oltre sette.
Più ottimistiche ancora le previsioni del ministro al-Shahristani, convito che grazie ai contratti sottoscritti ieri e a giugno la produzione arriverà a 12 milioni di barili al giorno entro i prossimi sei anni (poco meno dell’attuale produzione dell’Arabia Saudita). Secondo gli analisti, un obiettivo più realistico sono 8-10 milioni di barili. In ogni caso, l’Iraq si posizionerebbe immediatamente dietro Arabia Saudita (con 12,5 milioni) e Russia (con 10) nella classifica dei maggiori produttori globali, superando l’Iran. Se così fosse, potrebbero sorgere tensioni con il vicino sciita. «È inevitabile che l’Iraq nel giro di qualche anno contenda all’Iran il primato nel mondo sciita», spiega Gala Riana della IHS Global Insight.
Baghdad di certo ha un disperato bisogno dei petrodollari che pioveranno nelle sue casse quando i pozzi cominceranno a funzionare a pieno regime, dopo decenni di guerre e sanzioni e anni di abbandono e sabotaggi.
Le licenze sottoscritte a giugno e negli ultimi giorni sono infatti particolarmente vantaggiose per Baghdad. Durano vent’anni e non prevedono una condivisione del profitto con le società petrolifere, bensì il pagamento di una tariffa fissa da parte del governo iracheno all’estrattore per ogni barile portato in superficie. E le tariffe finali sono risultate inaspettatamente basse.
Nonostante l’assenza americana, la competizione per i due super giacimenti che insieme rappresentano più della metà delle riserve irachene, è stata infatti feroce.
La concessione del primo, il West Qurna Phase Two che contiene 12,9 miliardi di barili, è andata a un consorzio fra la russa Lukhoil e la norvegese Statoil. Saddam Hussein aveva già promesso il giacimento alle due compagnie negli anni novanta, salvo poi rinnegare l’accordo.
Royal Dutch Shell e Petronas (Malaysia) si sono aggiudicate invece diritti per sviluppare Majnoon, uno dei più grandi del mondo, e portarne la produzione a 1,8 milioni di barili al giorno, più del doppio di quanto l’Iraq aveva previsto. In cambio hanno chiesto appena 1,39 dollari al barile. L’altro pretendente, la francese Total, si è dovuto accontentare del più piccolo giacimento di Halfaya (4,1 miliardi di barili di riserve) in un consorzio guidato dai cinesi della Cnpc.
Ma nessuna offerta è stata presentata per i pozzi più pericolosi, tra cui il mega giacimento di Baghdad Est, che si estende in parte sotto il quartiere di Sadr City. Le grandi compagnie hanno evitato anche la maggior parte dei siti del nord, dove arabi e curdi sono ai ferri corti e i ribelli sunniti legati ad al-Qaeda molto attivi. Avvenire
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Cile: primo turno a Pinera, ora il ballottaggio con Frei
Il candidato della destra, l'imprenditore miliardario Sebastian Pinera, ha vinto il primo turno delle presidenziali di ieri in Cile, distaccando di oltre 10 punti percentuali il rappresentante della Concertacion (centro-sinistra, al potere), il democristiano Eduardo Frei. E' quanto indicano i primi risultati ufficiali e le prime proiezioni rese note dai media di Santiago, ricordando che il nome del prossimo presidente del paese uscirà quindi dal ballottaggio Pinera-Frei, in programma per il 17 gennaio.
Secondo i primi risultati ufficiali (con poco più del 12 percento delle schede scrutinate), Pinera è al 44,7 pc dei consensi mentre Frei ha il 32,08, con il candidato indipendente Marco Enriquez-Ominami al 17,8 per cento.
Le proiezioni danno Pinera, leader della conservatrice Coalicion por el cambio, attorno al 44,4%, a fronte del 29,2% di Frei, del 20,6% ottenuto di Marco Enriquez-Ominami, e del 6,1% del rappresentante della sinistra extraparlamentare, Jorge Arrate. Questi dati rispecchiano di fatto i sondaggi degli ultimi ultimi giorni.
Il chiaro vincitore di questo primo turno è quindi Pinera, che ha battuto in modo netto il candidato della Concertacion, la coalizione tra socialisti e democristiani al potere nel paese dal 1990.
Sarà pertanto il ballottaggio fra più di un mese a decidere se sarà Pinera (60 anni) oppure Frei (67) a sostituire al palazzo della Moneda la socialista Michelle Bachelet, che lascerà il potere all'apice della popolarità e che in base alle norme vigenti non poteva ricandidarsi.
"Andiamo ad un ballottaggio che sarà una lotta voto a voto, una consultazione molto competitiva. La candidatura di Frei deve ora diventare quella della casa comune del progressismo. Il Cile dovrà scegliere se svoltare a destra, o proseguire nella strada del progresso, come abbiamo fatto con la Concertacion in questi ultimi anni", ha commentato il ministro alla presidenza, Josè Antonio Viera Gallo, ricordando che "di fatto, dopo la votazione di oggi, uno su ogni quattro elettori è rimasto senza
candidato".
Mentre Pinera può festeggiare, per Frei le prossime settimane saranno molto impegnative. L'ex presidente cileno (hagovernato tra il 1994 e il 2000) ha infatti un distacco notevole (15 punti) nei confronti di Pinera e dovrà d'altra parte affrontare una missione non impossibile, ma certamente difficile: cercare di 'sedurrè gli elettori sia di Arrate sia di Enriquez-Ominami, il 36/enne ex parlamentare socialista che in questo suo primo debutto alle presidenziali ha ottenuto un ottimo risultato. Qualche mese fanon veniva neppure preso in considerazione dai rivali, oggi ha avuto circa il 20% delle preferenze.
Al di là di quello che sarà il risultato finale, questo primo turno delle presidenziali ha confermato che per il Cile è finita un'epoca, l'era cioè della Concertacion al potere, che ha saputo gestire con successo la transizione dagli anni del regime di Pinochet alla democrazia. Avvenire
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