mardi, 24 novembre 2009

Bilanci Juve: assolti Giraudo, Moggi e Bettega

L'inchiesta sui tre ex dirigenti Juve riguardava le plusvalenze nella compravendita dei giocatori

TORINO - Antonio Giraudo, Luciano Moggi e Roberto Bettega sono stati assolti, «perché il fatto non sussiste», al processo per i conti della vecchia gestione della Juventus. La causa si è celebrata con il rito abbreviato ed era lo sbocco dell'inchiesta sulle cosiddette plusvalenze legate alla compravendita di giocatori. I pm Marco Gianoglio e Antonio Pacileo avevano chiesto tre anni per Luciano Moggi e Antonio Giraudo, due anni per Roberto Bettega. Il giudice Dante Cibinel, che aveva respinto la richiesta di patteggiamento della società Juventus, chiamata in causa per le stesse motivazioni che hanno portato al processo degli ex dirigenti, ha deciso di assolvere anche il club.

LE REAZIONI - Alla lettura del dispositivo hanno assistito Bettega e Giraudo, i quali hanno lasciato il Palazzo di Giustizia di Torino senza fornire dichiarazioni. «È il trionfo della giustizia - ha commentato invece uno degli avvocati difensori, Andrea Galasso - sulle considerazioni metagiuridiche che hanno animato questa dolorosa vicenda giudiziaria».

LA TRIADE - Bettega si è dimesso nel 2007 dalla Juve, di cui è stato vice presidente, dopo essere uscito dal cda della società a seguito del cosiddetto scandalo "Calciopoli", nel 2006. Moggi e Giraudo -- rispettivamente ex direttore generale ed ex amministratore delegato della squadra bianconera -- erano invece rimasti direttamente coinvolti nello scandalo, e interdetti per cinque anni dalle cariche federali sportive. Corriere

 

 

samedi, 14 novembre 2009

La sentenza Mills "depositata" all'Ansa

I deputati del PdL Contento, Lehner, Moffa, Porcu e Stracquadanio hanno presentato in data odierna un’interpellanza al Ministro della Giustizia con la quale si chiede di fare luce sul fatto riportato questa mattina sul quotidiano il Foglio dove si pubblica una lettera al direttore firmata da un esperto cronista di giudiziaria di Milano, Frank Cimini che scrive testualmente: "Ieri mattina, mentre il giudice relatore Rosario Spina firmava pagina per pagina in cancelleria le 92 cartelle delle motivazioni relative alla sentenza-condanna di Mills in Appello, l’Ansa da Roma sfornava in tempo reale un dispaccio dietro l’altro con amplissimi virgolettati quando la difesa non era ancora in possesso del provvedimento". Gli interpellanti chiedono pertanto "se il Ministro Alfano non ritenga opportuno disporre un’ispezione presso gli Uffici Giudiziari di Milano per accertare lo svolgimento dei fatti in oggetto e le responsabilità di quanti abbiano concorso a determinali".

La speranza è che qualcuno che ne ha il potere e il dovere accerti i fatti. Gli inquirenti di tutti i tipi in questo paese spesso si avventurano in indagini molto più complicate di questa. Del resto un aiuto può arrivare da una circostanza ben precisa: il presidente del collegio della corte d'appello Flavio La Pertosa ha un parente che lavora alla redazione dell'Ansa di Roma a cui due giorni dopo la lettura in aula del dispositivo aveva dato una lunga dichiarazione anche per ricordare che lui in passato era stato tra i giudici che avevano assolto Silvio Berlusconi in un troncone del processo Sme.

Quando i dispacci dell'Ansa erano in rete nessun difensore aveva copia delle 92 cartelle. Insomma la fuga delle motivazioni ha origine dal collegio giudicante. Non è la prima volta né sarà l'ultima perchè in Italia la magistratura ha una lunga tradizione di depositi in edicola. Di recente il pm milanese Marcello Musso è finito indagato a Brescia per rivelazione di segreto d'ufficio perché intercettazioni in possesso esclusivamente della procura su un traffico di droga erano finite sui giornali. Un presunto spacciatore, frequentatore abituale per anni del ritiro di Appiano Gentile parlava al telefono con allenatore e giocatori dell'Inter. Lo stesso pm aveva chiesto al gip di "valutare informalmente" la rilevanza penale dei comportamenti di Roberto Mancini e degli altri neroazzurri. Il gip chiedeva al pm di lasciare l'ufficio.

Nel caso specifico della sentenza Mills evidentemente c'era l'interesse del giudice a favorire un familiare, ma anche quello di avere la certezza di mettere in risalto la differenza con le motivazioni di primo grado: il testimone fu pagato dopo la deposizione e non in base a un accordo preventivo. Insomma, per dirla con Bossi, una lotta a chi ce l'ha più duro, per elaborare la motivazione più convincente per il grado successivo di giudizio. Le perplessità dei critici della sentenza del Tribunale non risultano certo eliminate. Va ricordato che la questione è sul filo del rasoio: i quattrini rimasero per molto tempo in una sorta di territorio indistinto. Già nella disponibilità di Mills nel 1998 con conseguente prescrizione del reato o no? La parola passa alla Cassazione.

Per ora sta di fatto che le motivazioni prima di essere depositate in cancelleria erano già nelle mani di un organo di informazione. Gli altri giornalisti invece hanno dovuto impegnarsi in una lunga attesa in corridoio, fare la domandina come i carcerati e pagare anche 42 euro e 48 centesimi di diritti. E' la giustizia bellezza e noi comuni mortali non possiamo farci nulla.

(f.c.) L'Occidentale

dimanche, 04 octobre 2009

La storia del Lodo Mondadori

Dalla fine degli anni Ottanta la Fininvest di Silvio Berlusconi acquisisce progressivamente quote della Arnoldo Mondadori Editore. Nel 1988, acquistando le azioni di Leonardo Mondadori, Fininvest dichiara che da quel momento in poi prenderà un ruolo di primo piano nella gestione della società editoriale. L'editrice, quindi, è in mano a tre soggetti, la Fininvest di Silvio Berlusconi, la CIR di Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton (gli eredi di Arnoldo Mondadori). De Benedetti non approva la volontà di Berlusconi di amministrare personalmente la società e stipula un'alleanza con la famiglia Formenton, che decide di vendere a De Benedetti le sue azioni entro il 30 gennaio 1991.

Ma nel novembre 1989 la famiglia Formenton cambia idea e si schiera dalla parte di Berlusconi, consentendogli di insediarsi come nuovo presidente della compagnia il 25 gennaio 1990; De Benedetti protesta, forte dell'accordo scritto stabilito pochi mesi prima con i Formenton, ma i vari schieramenti non trovano un accordo soddisfacente per tutti e decidono quindi unanimemente di ricorrere ad un lodo arbitrale.

I tre arbitri sono scelti di comune accordo da De Benedetti, i Formenton e la Corte di Cassazione. Il 20 giugno 1990 si ha il primo verdetto: l'accordo tra De Benedetti e i Formenton è ancora valido a tutti gli effetti, le azioni Mondadori devono tornare alla CIR. Silvio Berlusconi, allora, lascia la presidenza Mondadori e i suoi dirigenti Fininvest lo imitano, venendo rimpiazzati da quelli dell'ingegner De Benedetti (Carlo Caracciolo, Antonio Coppi e Corrado Passera).

Ma Berlusconi e i Formenton non gettano la spugna: impugnano il lodo arbitrale davanti alla Corte di Appello di Roma, che stabilisce che ad occuparsi del caso sarà la I sezione civile, presieduta da Arnaldo Valente e con giudice relatore Vittorio Metta. Il 14 gennaio del 1991 si chiude la camera di consiglio e la sentenza viene depositata e resa pubblica il 24 gennaio, cioè 10 giorni dopo la chiusura della camera di consiglio. La sentenza annulla il precedente verdetto del lodo arbitrale e consegna nuovamente le azioni della Mondadori in mano alla Fininvest di Berlusconi.

Ma direttori e dipendenti di alcuni giornali si ribellano al nuovo proprietario; nella vicenda interviene l'allora presidente del consiglio Giulio Andreotti che convoca le parti e le invita a trovare un accordo di transazione: è così che "la Repubblica", "L'Espresso" e alcuni giornali periodici locali tornano alla CIR, mentre "Panorama", "Epoca" e tutto il resto della Mondadori restano alla Fininvest, che riceve anche 365 miliardi di lire di conguaglio.

Nel 1995, in seguito ad alcune dichiarazioni di Stefania Ariosto, antiquaria milanese vicina agli ambienti di Forza Italia, la magistratura inizia a indagare sulla genuinità della sentenza della Corte di Appello di Roma. Stefania Ariosto dichiara che sia il giudice Arnaldo Valente che il giudice Vittorio Metta erano amici intimi di Cesare Previti e frequentavano la sua casa. Inoltre la Ariosto testimoniò di aver sentito Previti parlare di tangenti a giudici romani. Il pool di giudici milanesi si mise in moto e riuscì a rintracciare dei sospetti movimenti di denaro che andavano dalla Fininvest ai conti esteri degli avvocati Fininvest – fra i quali Cesare Previti - e da questi arrivarono al giudice Metta.

Cesare Previti parlò di quelle somme definendole come ricompensa per semplici servizi e prestazioni professionali che in qualità di avvocato di Finivest egli avrebbe svolto. Il giudice si difese asserendo di aver ricevuto una importante somma di denaro in eredità.

Il 19 giugno 2000 il gup di Milano Rosario Lupo proscioglie dall'accusa di concorso in corruzione «perché il fatto non sussiste» Silvio Berlusconi, gli avvocati Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora e il giudice romano Vittorio Metta. Il 26 settembre la Procura di Milano impugna il proscioglimento. Il 25 giugno 2001 la quinta sezione della Corte d'Appello di Milano emette la sentenza sul ricorso e proscioglie Silvio Berlusconi per intervenuta prescrizione, perché i fatti contestatigli risalgono al 1991, mentre rinvia a giudizio Previti, Pacifico, Acampora e Metta, tutti accusati di concorso in corruzione in atti giudiziari. Il proscioglimento di Berlusconi viene confermato dalla Cassazione il 17 novembre 2001.
A gennaio 2002 il processo Lodo Mondadori é riunito a quello Imi-Sir.

La Corte di Cassazione nel luglio 2007 ha stabilito la condanna di Previti, Pacifico e Acampora a 1 anno e 6 mesi di reclusione, mentre Vittorio Metta a 1 anno e 9 mesi. Oggi il Tribunale di Milano ha emesso la sentenza nella causa civile promossa dalla società Cir contro Fininvest, condannata a pagare 375 milioni di euro come risarcimento al danno causato dalla corruzione giudiziaria nella vicenda. Cir ha diritto anche al risarcimento da parte di Fininvest dei danni non patrimoniali, la cui liquidazione «è riservata ad altro giudizio». (Rielaborazione da Wikipedia). Il Sole 24 Ore

lundi, 30 mars 2009

Affonda barcone. 200 dispersi?

Ma per le autorità libiche forse le barche erano tre e il bilancio sarebbe meno tragico
Libia: affonda barcone oltre 200 dispersi
Nave cisterna italiana salva 350 migranti

A bordo del peschereccio in 257, salvati solo in 23 dalla marina libica. Recuperati 21 corpi
IL CAIRO (EGITTO) - Una nave cisterna italiana ha salvato 350 immigrati clandestini che erano a bordo di una imbarcazione che si trovava in difficoltà a largo delle coste della Libia, secondo quanto afferma una fonte ufficiale libica. La buona notizia arriva dopo che in giornata era arrivata la notizia di un peschereccio su cui erano stipate 257 persone che si dirigevano verso l'Italia sarebbe affondato al largo delle coste libiche: soltanto 23 persone sono state salvate dalla marina libica. Ne ha dato notizia al Cairo - secondo quanto riferisce l'agenzia Mena - il ministro aggiunto degli Esteri per gli affari consolari egiziano Ahmed Rizk, che non ha precisato il numero dei dispersi, nè di eventuali morti. Secondo Rizk, i clandestini si erano imbarcati nella località costiera libica di Sid Belal Janzur e dopo circa tre ore di navigazione il battello è affondato.

LA VERSIONE LIBICA - Il bilancio complessivo della tragedia potrebbe essere però inferiore a quanto temuto in un primo momento anche se al momento i morti accertati sono 21 e le persone salvate sono soltanto 23. Ad essere affondata infatti potrebbe essere stata solo una di tre imbarcazioni che caricavano a bordo complessivamente 257 migranti. Lo indica il ministro dell'Interno libico, spiegando che si ignora la sorte delle altre due barche. «Tre imbarcazioni sono partite ieri da Sidi Belal (alla periferia di Tripoli) trasportando in tutto 257 persone. Una è affondata ma ignoriamo se le altre due siano arrivate o meno a destinazione», dichiara il ministero in un comunicato, senza precisare quante fossero le persone a bordo della barca affondata. Le 23 persone tratte in salvo, dice il governo di Tripoli, sono tutte di «nazionalità africana e araba». (Corriere)