jeudi, 08 octobre 2009
Le 100 migliori università al mondo, ma non c'è l'Italia
NEW YORK – Università Ivy League addio. Nell’hit parade delle 100 migliori università del mondo compilata annualmente dal Times Higher Education scende per la prima volta il numero di quelle nordamericane (42 nel 2008; 36 nel 2009) mentre cresce la presenza delle università europee (39 sono rappresentate tra le top 100 contro 36 del 2008).
Nel nuovo mondo globale vacilla insomma il predominio delle esclusive università nordamericane tradizionalmente elitarie della East Coast. Soltanto Harvard mantiene saldamente il primo posto, mentre Yale viene scalzata dal secondo al terzo e Princeton deve accontentarsi dell’ottavo. Ben quattro istituzioni inglesi si piazzano nella top ten: Cambridge, seconda, la University College of London, al quarto posto prima dell’ Imperial College London e Oxford (quinte ex equo). Seguono, a ruota, la University of Chicago, il Massachusetts Institute of Technology (MIT), e il California Institute of Technology (Caltech).
Ma dal boom del vecchio continente, purtroppo, è completamente esclusa l’Italia. L'unica università del Bel Paese presente nelle top 200 è infatti l'Università di Bologna che si piazza al 174° posto, davanti alla Sapienza (la più grande università italiana) che è rimasta al 205°, come lo scorso anno. Dalla graduatoria emerge che la performance media delle italiane è peggiorata quest’anno, anche se Bologna e Il Politecnico di Milano hanno entrambe migliorato la propria posizione.
Buone notizie invece per i francesi: la prima università specialistica di Ingegneria al mondo si conferma l’ École Normale Supérieure – Paris mentre la prima università specialistica di Scienze Sociali ed Economiche è la London School of Economics. Bene anche l’Asia. Rispetto allo scorso anno due nuove università asiatiche si classificano tra le prime 100, per un totale di 16. (L' Università di Tokio, prima tra le nipponiche, è al 22° posto)
Ormai giunta alla sesta edizione, la classifica pubblicata da THE – QS è usata non solo da studenti e genitori per scegliere il percorso di studio migliore, ma anche dalle aziende per identificare le università dalle quali assumere neolaureati e dagli accademici per selezionare le istituzioni dove lavorare e quelle con cui formare collaborazioni.
Le autorità italiane farebbero bene a riflettere sull'ennesima brutta figura (la graduatoria completa, che include 500 università, tra cui molte italiane, sarà disponibile a partire dalle ore 00:01 GMT del 9 ottobre all'indirizzo www.topuniversities.com.) Magari si può cercare di migliorarla prima del 2010? Corriere
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mercredi, 07 octobre 2009
I Nobel per la fisica
| I vincitori sono Charles Kao, Willard Boyle e George Smith | |
- Il Nobel per la fisica 2009 è andato ai papà dei sensori per le videocamere e fotocamere digitali. Willard Boyle (canadese) e George Smith (statunitense) lavoravano alla At&T quando svilupparono un semiconduttore capace di replicare un’immagine. Charles Kao, pioniere nell’uso delle fibre ottiche per le telecomunicazioni, è il terzo vincitore. Kao, nato a Shanghai, ha vissuto tra Hong Kong e Londra. Boyle e Smith, recita la motivazione, sono stati premiati per aver inventato «un circuito semiconduttore per immagini, il sensore Ccd». Nato in Canada del 1924, Boyle ha ora cittadinanza statunitense e lavora nei laboratori Bell in New Jersey insieme con Smith, nato nel 1930 negli Stati Uniti. A loro va un quarto ciascuno del premio, mentre metà se l’è aggiudicata Kao, nato nel 1933, con doppia cittadinanza sino-britannica. I suoi studi «rivoluzionari sulla trasmissione della luce nelle fibre per la comunicazione ottica» sono stati compiuti nei laboratori della Standard Telecommunication di Harlow, in Gran Bretagna, e nella università di Hong Kong. Boyle ha candidamente ammesso di non aver ancora realizzato la portata dell’evento. «Non ho ancora preso il mio caffè mattutino» ha detto al telefono, «e l’unica cosa che sento è questa eccitante sensazione vibrarmi addosso. Ma sarà vero?». Il lavoro di Kao ha permesso di realizzare la prima fibra ottica ’ultrapurà grazie alla quale oggi si possono trasmettere video, testi, immagini e musica in tutto il mondo in pochissimo tempo. Il primo sensore digitale messo a punto da Boyle e Smith risale al 1969. Fu una rivoluzione: era possibile ’catturarè la luce elettronicamente invece che su pellicola. Il primo impiego fu in campo medico nella microchirurgia e nell’esplorazione spaziale. La Stampa | |
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mardi, 06 octobre 2009
Il Nobel a tre ricercatori americani
Stoccolma - Il premio Nobel 2009 per la medicina è andato a tre ricercatori statunitensi, Elizabeth H Blackburn, Carol W. Greider e Jack W. Szostak. Per la prima volta vengono premiate due donne. Entrambe hanno aperto la via a un nuovo campo di ricerca, quello sull’invecchiamento cellulare, e sono arrivate al traguardo del Nobel dopo un percorso che hanno fatto insieme, Elizabeth H. Blackburn come insegnante e Carol W. Greider come allieva.
Le ricerche sulla longevità I tre ricercatori americani hanno scoperto la funzione delle strutture che proteggono le estremità dei cromosomi, chiamate telomeri, e l’enzima che li costituisce, la telomerasi. I telomeri sono la difesa più importante contro i danni che i cromosomi possono subire nella fase di divisione cellulare e costituiscono perciò la protezione più importante contro la degradazione e l’invecchiamento.
L'invecchiamento cellulare La scoperta premiata oggi ha inoltre aperto la strada a nuove strategie di cura per malattie nelle quali è in gioco l’invecchiamento cellulare, come i tumori. Capire il meccanismo che protegge i cromosomi durante il processo di divisione cellulare è stato a lungo un rompicapo. Come pacchetti, i cromosomi racchiudono l’informazione genetica scritta nel dna, ed era evidente il rischio di una facile degradazione senza una struttura che li proteggesse. Le ricerche premiate oggi hanno dimostrato che il segreto si trova nelle strutture che sono alle estremità dei cromosomi, i telomeri. Elizabeth Blackburn e Jack Szostak sono stati i primi a individuare i telomeri; ancora Elizabeth Blackburn, con la sua allieva Carol Greider, ha identificato l’enzima che "fabbrica" il materiale genetico necessario a costruire i telomeri, chiamato telomerasi: in pratica, questo enzima produce nuovi mattoni di informazione che vanno a integrare i telomeri. Scoprire queste strutture è stato un passo in avanti decisivo nello studio dell’invecchiamento cellulare. Si è visto, infatti, che non sempre i telomeri restano uguali a se stessi per l’intera durata di vita delle cellule: ogni volta che la cellula si divide e la telomerasi non interviene per fabbricare nuovi "mattoni", i telomeri si accorciano un pò e la cellula invecchia. Se invece la telomerasi è molto attiva, la lunghezza dei telomeri resta costante. La telomerasi è quindi la chiave per controllare l’invecchiamento cellulare: più la cellula ne produce, più il suo invecchiamento viene ritardato. Può accadere che la produzione di telomerasi sia eccessiva, come avviene nelle cellule tumorali, che sono potenzialmente "eterne".
I TRE RICERCATORI PREMIATI
Elizabeth H. Blackburn è cittadina australiana e statunitense. È nata nel 1948 in Australia, a Hobart (Tasmania), ha studiato nell’università di Melbourne e ha proseguito gli studi di dottorato nel 1975 in Gran Bretagna, a Cambridge. In seguito si è trasferita negli Stati Uniti, nell’università di Yale e poi nell’università della California a Berkeley. Dal 1990 insegna Biologia e Fisiologia nell’università della California e San Francisco.
Carol W. Greider è cittadina americana ed è nata nel 1961 in California, a San Diego, California. Ha studiato nell’università della California a Santa Barbara e poi in quella di Berkeley. Qui ha concluso il dottorato nel 1987, con Elizabeth H. Blackburn come supervisore. In seguito ha lavorato nel dipartimento di Biologia molecolare e genetica del Laboratorio di Cold Spring Harbor Laboratory e dal 1997 è nell’università Johns Hopkins di Baltimora.
Jack W. Szostak, cittadino americano, è nato nel 1952 in Gran Bretagna, a Londra, ed è cresciuto in Canada. Qui ha studiato nell’università di Montreal e quindi si è trasferito negli Usa, nella Cornell University e poi nell’università di Harvard. Attualmente insegna Genetica nel Massachusetts General Hospital di Boston e fa parte dell’Istituto Howard Hughes per la ricerca biomedica. Il Giornale
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lundi, 05 octobre 2009
Al Politecnico di Torino, 48 milioni per la ricerca
In un anno finanziati oltre 700 progetti. E 23 milioni di euro arrivano dai privati
C’è l’auto a idrogeno, la nuova frontiera della mobilità su quattro ruote. C’è General Motors, che nella cittadella ha già investito quasi trenta milioni di euro e sta lavorando alla costruzione dei motori di ultima generazione. C’è la Pirelli, che ha scelto Torino per realizzare i pneumatici intelligenti e, dopo aver sborsato 140 milioni di euro, ha aperto un centro per lo sviluppo di programmi di ricerca e innovazione. E poi Lavazza: espresso ad alta tecnologia, qualità, sicurezza alimentare, tracciabilità, sostenibilità ambientale ed energetica, ottimizzazione dei cicli produttivi e dei materiali impiegati.
C’è tutto un mondo di piccole e grandi imprese, che ruota intorno al Politecnico di Torino e ai suoi ricercatori. Un universo che vale quasi 50 milioni di euro all’anno, circa un sesto del bilancio del «Poli», la metà veicolati da privati attraverso contratti di ricerca. Un «tesoretto» in espansione: tre anni fa eravamo a 34 milioni, e i privati ne stanziavano 16.
«C’è stato un lavoro profondo per cercare di avviare collaborazioni stabili e durature», spiega Marco Ajmone Marsan, vice rettore con delega alla Ricerca. «In passato l’industria veniva in università quando aveva un problema da risolvere. Ci chiedeva interventi “spot” e una volta finiti ognuno per la sua strada». Da qualche anno la musica è cambiata: «C’è un approccio nuovo - racconta Ajmone - Le collaborazioni si consolidano a medio-lungo termine. E sono molto più efficaci, perché con l’azienda non bisogna ogni volta ricominciare da zero». È la strategia degli insediamenti, molto più vantaggiosa per chi non si può permettere gruppi di ricerca in azienda.
Ora, il futuro prossimo si chiama Europa. Il rettore Francesco Profumo ha creato una task force per intercettare il più possibile i finanziamenti europei. «Oggi siamo a 8-9 milioni l’anno, ma dobbiamo crescere. Con i fondi nazionali che si riducono il futuro è lì». Il Politecnico ha investito su tre grandi scenari: energia, cambiamenti climatici e Ict (Information and communication technology). «L’obiettivo è triplicare questi fondi e, insieme con le grandi istituzioni europee, partecipare ai bandi di grandi dimensioni».
La task force del «Poli» cerca di anticipare i tempi e intercettare gli scenari futuri della ricerca. Non a caso l’investimento sull’automotive è stato massiccio e ha anticipato le difficoltà del settore: costruire l’auto del futuro, ecologica, con fonti d’approvvigionamento alternative. «Una partita che è un sottoinsieme di energia e “climate change”», spiega Profumo. Non è finita. Energia vuol anche dire lavorare su quel che c’è già. «L’architettura sostenibile è essenziale. Restituire efficienza energetica agli edifici già esistenti, intervenendo sull’involucro e sui materiali, consente di risparmiare anche più del 20 per cento di energia».
Una strategia che continua a attrarre investimenti. In tanti ne sono convinti: è anche così che si esce prima - e meglio - dalla crisi. La Stampa
07:33 Publié dans Scienze | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
mercredi, 30 septembre 2009
Oltre gli orizzonti della scienza
Oltre gli orizzonti
e i metodi della scienza
di Fiorenzo Facchini Che le specie viventi cambino nel tempo e non corrispondano a singoli atti creativi di Dio è oggi comunemente accettato. Che la selezione naturale rappresenti il grande fattore dell'evoluzione è stata la scommessa di Darwin, che ha avuto molti riscontri, anche se richiede delle integrazioni. Che l'evoluzione renda superflua la creazione e tutta la natura si sia autoformata è un passo decisamente troppo lungo per essere vero - non l'aveva compiuto neppure Darwin che al termine della seconda edizione della sua opera, Le origini delle specie, e nelle edizioni successive, parla della creazione - ma che molti fautori del darwinismo, a partire dai primi discepoli di Darwin (Huxley, Haeckel e gli altri), sostengono connotando in questo modo ideologicamente la teoria evolutiva.
Non ci sarebbe alcun bisogno di Dio, di cui mancano le evidenze, né della dimensione spirituale per spiegare l'uomo, il pensiero, la coscienza, la libertà. È questa un'estensione non richiesta dalla scienza. Nessun scienziato serio potrebbe farla in nome della scienza. Si tratta di posizioni ideologiche, riferibili al naturalismo filosofico e sostenute da molti darwinisti che mal sopportano critiche di chi cerca di ragionare sulle acquisizioni della scienza distinguendole dalle interpretazioni che vengono fatte.
Ne è un esempio il lungo intervento su "MicrOmega" di due filosofi, Orlando Franceschelli e Telmo Pievani circa il pensiero da me espresso in due articoli su "L'Osservatore Romano" e su "Avvenire". Franceschelli e Pievani si dimostrano particolarmente risentiti per alcune mie valutazioni di posizioni darwiniste che ritengono riferite a loro, e sviluppano considerazioni e giudizi che non sono certo dialoganti (nonostante uno strano richiamo biblico al dialogo che appare più patetico che reale); un intervento molto polemico e in qualche punto offensivo, in cui un argomento ricorrente è l'accusa a me rivolta di neointegralismo ratzingeriano, spesso l'ultima sponda dei ragionamenti.
I due filosofi interlocutori lamentano anche la mancanza di argomentazioni, nei miei articoli, sulla conciliabilità di evoluzione e creazione, dimostrando di non ricordare altri miei interventi e soprattutto il mio volume Le sfide dell'evoluzione (Milano, Jaca Book, 2008) pubblicato lo scorso anno e a essi inviato, sul quale avevo anche avuto occasione di discutere con loro. Anche questo un motivo di stupore: memoria corta?
Mi sono chiesto se valeva la pena riprendere il discorso su questa sede, poi ho pensato che ribadire le posizioni già espresse può essere utile almeno per chi legge e vuole conoscere le cose, anche se non sarà di grande utilità per chi fatica a capire o non vuole capire.
Il passaggio dal naturalismo metodologico, che utilizza i metodi della scienza per spiegare le modalità con cui si sono evolute le specie, compreso l'uomo, al naturalismo filosofico, che emancipa la natura dal Creatore, continuo a ritenerlo una estensione arbitraria, nel senso che non è richiesta dalla scienza e riflette posizioni soggettive, entro le quali vengono interpretati, con evidenti forzature, alcuni dati scientifici. I due studiosi citati rivendicano una plausibilità del naturalismo filosofico - Franceschelli in un suo saggio parla di plausibilità scientifica! - affermando che esso "è in sintonia con i dati che oggi provengono dalla scienza", ma a ben riflettere la sintonia non è con la scienza, ma con la loro interpretazione di alcuni dati della scienza e con l'allargamento che ne fanno. Dispensano a piene mani accuse di arroganza e intolleranza per chi non la pensa come loro. Un'accusa non nuova perché ricorre più volte nei confronti dei teologi nell'ultima opera Darwin e l'anima. L'evoluzione dell'uomo e i suoi nemici (Roma, Donzelli, 2009) di Franceschelli (in cui si parla di arroganza creazionista, metafisica, emergentista).
Il naturalismo, inteso come visione esauriente della conoscenza della natura, esorbita dalla scienza, rientra nella filosofia e come tale va valutato anche nel confronto con altre visioni, come quella che si allarga alla trascendenza, che pure rientra in un orizzonte filosofico. In ogni caso l'onere di argomentare le proprie posizioni è di tutti, non credenti e credenti, e non solo di questi ultimi come affermano i miei interlocutori.
Al naturalismo filosofico si ricollegano le posizioni espresse da vari scienziati darwinisti sull'uomo, inteso come scimmia evoluta, come pure l'estensione di specifiche attività umane al mondo animale. A mio modo di vedere, come antropologo e naturalista, ritengo che si dovrebbero evitare due estremi: l'appiattimento dell'uomo sull'animale e l'innalzamento dell'animale all'uomo. Il risultato è il medesimo: l'annullamento delle differenze e delle identità.
Sorprende il largo uso promiscuo di termini come mente, libertà, coscienza, morale, cultura, riferiti oltre che all'uomo, ai primati non umani, ad altri mammiferi e anche ad altre classi di vertebrati. Ciò si basa su qualche analogia di comportamento, peraltro segnalate dallo stesso Darwin, ma corrisponde a una generalizzazione che non coglie ciò che è proprio a ogni specie. Non si tratta di negare le somiglianze, ma di cogliere l'identità di ciascuna senza annebbiare le differenze. Dentro al livellamento c'è un modo di pensare, un pregiudizio che non vuole riconoscere la specificità dell'uomo. È una impostazione di tipo riduzionistico.
L'appartenenza dell'uomo, di tutto l'uomo alla condizione umana, e quindi la naturalità dell'essere umano non richiede che tutto debba essere spiegato con la biologia escludendo altri approcci conoscitivi. Questa posizione, espressione del naturalismo filosofico, non appartiene alla scienza, ma è una libera interpretazione di alcuni aspetti della realtà naturale secondo una personale posizione ideologica. Si vuole spiegare tutto il comportamento specifico dell'uomo "intelligenza simbolica, linguaggio articolato, il nostro particolare senso morale, il senso religioso, senza il ricorso a sfere trascendenti e interventi divini di cui non si ha alcuna evidenza o necessità". Si deve accettare che "la scienza naturale non ha limiti di principio nell'indagare ogni specifica caratteristica umana, nessuna esclusa". Così affermano Franceschelli e Pievani. A me sembra che certi comportamenti dell'uomo vadano oltre gli orizzonti e i metodi della scienza, anche se certamente vi sono connessioni tra la dimensione fisica e quella spirituale nell'unità della persona. Sarebbe come se volessi capire il significato e il valore artistico di un quadro di Raffaello con le analisi dei pigmenti utilizzati e delle fibre vegetali della tela.
Per conoscere e spiegare l'uomo occorre allargare l'orizzonte e sviluppare argomentazioni sul piano filosofico, andando oltre i metodi della scienza, senza preclusioni ideologiche. Si tratterà di vedere, nei confronti che si possono fare, quale visione generale della realtà può essere più soddisfacente nell'interpretare i dati della scienza e nelle conseguenze che se ne possono trarre per valutare le scelte dell'uomo, la cui forza persuasiva è molto diversa se si ammette Dio o lo si esclude.
Per il dialogo occorre chiarezza e la chiarezza richiede, oltre al rispetto delle persone, che si distinguano i diversi campi di analisi e il livello a cui sono interessati, evitando inutili polemiche, di cui non di rado mi capita di fare esperienza in pubblici dibattiti. Personalmente posso dire che nel mio impegno di paleoantropologo e di sacerdote ho sempre cercato di tenere distinti l'ambito scientifico e quello teologico e di avere cercato un dialogo evitando la confusione dei piani.
Certamente per chi si apre alla luce della Rivelazione la creazione e la relazione particolare dell'uomo con Dio emergono in tutta la loro ricchezza e dinamicità. L'allargamento della razionalità scientifica, che Benedetto XVI più volte ha sollecitato, non mortifica l'autonomia della scienza, non rappresenta una invasione di campo - come viene spesso ingiustamente rilevato - perché c'è anche una razionalità filosofica aperta al trascendente e c'è una razionalità teologica. Esse rispondono a un'apertura ad altri orizzonti, e rappresentano un arricchimento, uno sguardo sul futuro. Escluderle è sempre possibile, per chi non è interessato a domande di significato, ma non è richiesto dalla scienza e si collega a scelte personali con cui ci si autolimita nelle proprie conoscenze. L'Osservatore Romano
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La terapia del calore contro i tumori dei tessuti molli
| Una nuova speranza nella cura dei sarcomi senza l'intervento chirurgico | |
| I sarcomi sono tumori del tessuto connettivo. I sarcomi dei tessuti molli nell'adulto, in particolare, sono forme tumorali che si sviluppano a seguito di una formazione di cellule dannose all'interno di un tessuto molle. Ora, un recente studio offre nuove speranze nella cura di questi sarcomi. I ricercatori tedeschi del Klinikum Grosshadern Medical Center presso l'Università di Monaco, hanno scoperto che i pazienti trattati con questo metodo terapico ha il 30% in più di probabilità di guarire e sopravvivere al cancro quasi tre anni dopo l'inizio del trattamento. L'innovativa tecnica del calore messa a punto dall'oncologo prof. Rolf Issels, offre più del doppio di possibilità di rispondere meglio anche ai trattamenti chemioterapici senza aumentarne la tossicità. Conosciuta anche come Ipertermia regionale, la tecnica utilizza un concentrato di energia elettromagnetica per scaldare il tessuto in e intorno al tumore tra i 40° e 43° C. Il calore non solo uccide le cellule tumorali, ma sembra anche far lavorare meglio la chemioterapia, rendendo le cellule tumorali più sensibili. Si migliora anche il flusso di sangue, che consente alla chemioterapia di essere più efficace. Lo studio di fase III ha coinvolto 341 pazienti in trattamento presso diversi centri in Europa e negli Stati Uniti, tra luglio 1997 e novembre 2006, per sarcomi dei tessuti molli di stadio avanzato che erano ad alto rischio di recidiva e diffusione. Oltre la metà dei tumori erano situati nell'addome, mentre gli altri erano nelle braccia e nelle gambe. Tutti i pazienti sono stati sottoposti a chemioterapia prima e dopo l'eventuale intervento chirurgico e radioterapico. Metà delle persone prese a caso nel gruppo ha ricevuto il trattamento termico mirato in combinazione con la chemioterapia. Dopo un follow-up medio di 34 mesi, solo 153 pazienti (44,9%) in totale erano morti. Secondo i dati acquisiti, i ricercatori suggeriscono che coloro che sono stati oggetto della terapia del calore hanno avuto il 44% di probabilità in meno di morire durante il follow-up rispetto a chi è stato curato con la sola chemioterapia. Nella relazione presentata il 22 settembre 2009 all'Europe's Largest Cancer Congress dell'ESMO (European Society for Medical Oncology) ed ECCO (European Cancer Organisation) il prof. Issels ha dichiarato che «questi risultati forniscono una nuova opzione di trattamento standard e crediamo che essi possano cambiare il modo in molti specialisti trattano questi tumori. Ma le implicazioni di questi risultati sono di più ampia portata. Questa è anche la prima prova evidente che la terapia del calore mirata aggiunge alla chemioterapia. Ci aspettiamo che i nostri risultati incoraggeranno altri ricercatori a testare l'approccio su altri tumori locali avanzati. La terapia mirata del calore ha già mostrato risultati promettenti nei cancri del seno ricorrenti e nel cancro cervicale localmente avanzato in combinazione con radiazioni. Studi per associarla con la chemioterapia su altri tumori localizzati, come quelli del pancreas e del retto sono in corso». Il prossimo passo, dichiarano gli scienziati, è quello di scoprire se la terapia del calore mirata può svolgere un ruolo nello stimolare il sistema immunitario ad attaccare il cancro in maniera più efficace. Recenti studi sulla terapia da shock termico sulle proteine hanno indicato che possono attivare il sistema immunitario contro la malattia. La Stampa (lm&sdp) Source: Europe's Largest Cancer Congress 2009. | |
07:00 Publié dans Scienze | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
samedi, 19 septembre 2009
Vita prenatale
Ma c'è qualcuno che si domanda
cosa davvero vogliono le donne?
di Carlo Bellieni Due paradossi gravano nella nostra società sul mondo della conoscenza della vita prenatale. Da una parte, avanza la scoperta della profonda umanità del nascituro, dall'altra c'è un forte impulso a stendervi sopra una cortina di pesante e imbarazzato silenzio, tanto che sui media quasi non se ne parla, per non sembrare anti-abortisti. Ma oggi molti segnali dicono che questo silenzio ha le ore contate: vediamone alcuni.
Una donna nello Stato del Vermont ha chiesto, pochi giorni or sono, che i suoi due "feti" morti per un incidente d'auto venissero riconosciuti legalmente come bambini, perché chi ha causato l'incidente se ne assumesse le reali responsabilità. A chi nega il valore umano della vita prenatale questa richiesta di una semplice mamma non piacerà. Così come non piacerà leggere che nel South Dakota la giudice Karen Schreier ha imposto che a chi vuole abortire venga spiegato che l'aborto è la fine di una vita; e non piacerà che in Germania per gli aborti tardivi i medici, dal maggio 2009, siano obbligati a spiegarne le conseguenze psicologiche, illustrare cosa vuol dire la vita con un bimbo disabile e offrire delle alternative. Ma non piacerà nemmeno che nella laica Francia, da un anno circa, la legge permetta alle donne che perdono un bambino non ancora nato non solo di poterne avere il corpicino e seppellirlo, ma anche di dargli un nome e iscriverlo all'anagrafe, indipendentemente dall'età gestazionale del piccolo. Insomma si coglie nell'aria un vento di riconoscimento del valore e dell'essenza della vita prenatale.
Il secondo paradosso è che alla conoscenza dell'umanità prenatale fa da contraltare la contemporanea ricerca ansiosa di nuovi sistemi per passare al setaccio genetico tutti, ma proprio tutti, i bambini non ancora nati e di nuovi sistemi rapidi per interrompere le gravidanze. Si cerca di avere notizie genetiche sul nascituro sempre più precocemente - ora anche sul suo sesso direttamente dal sangue della madre - e si richiedono sistemi per abortire in modi sempre più rapidi, come se l'evidenza scientifica e umana di un aborto si facesse sentire di meno se si fa in modo più spiccio.
Ma esiste un'evidenza scientifica inesorabile che nasce da studi fatti da ricercatori in ogni parte del mondo e che mostra la piena umanità del nascituro. Recentemente il "Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition" (marzo 2009) riportava un'analisi della letteratura scientifica in cui si mostrava chiaramente come addirittura i nostri gusti alimentari si formino prima della nascita a seconda di quello che la mamma mangia e arriva attraverso il liquido amniotico al bambino, facendoglielo assaporare per lungo tempo prima della nascita. Anche l'istituto National Geographic ha realizzato un bellissimo video (In the Womb) con forti immagini nella cosiddetta tecnica "a 4 dimensioni" sullo sviluppo del bimbo prenatale, recensito con calore dal "New York Times" e disponibile, in parte, sul web. La medicina prolifera di congressi dal titolo "Il feto come paziente" - l'ultimo si è svolto nel marzo scorso a Sydney - e si moltiplicano libri, riviste e fondazioni dedicati alla medicina prenatale. Basti, ad esempio, ricordare che la rivista pediatrica "Early Human Development" ha come sottotitolo "Rivista internazionale sulla continuità della vita fetale e postnatale", e il "British Medical Journal" edita una rivista pediatrica che ha una "Fetal and Neonatal Edition".
Negare l'umanità di chi non è ancora nato porta anche delle conseguenze che riguardano i bambini ormai nati e in piena crescita dopo la nascita, come la difficoltà nell'attaccamento prenatale. Il rapporto psicologico e affettivo tra mamma e bambino inizia ben prima della nascita; ogni mamma sa che può addirittura dialogare col proprio bambino non ancora nato.
La psicologa parigina Catherine Dolto ha scritto un breve saggio sulla possibilità di sfruttare questo contatto, detto aptonomia, nella quale si può coinvolgere anche il padre nel dialogo complice ed affettivo fra la madre e il "feto".
Sappiamo anche che il livello di attaccamento affettivo prenatale predice il livello di attaccamento tra mamma e bambino dopo la nascita (Anver Siddiqui, in Early Human Development, Amsterdam, Elsevier, 2000).
Esiste anche il problema della scarsa protezione fetale. "Anche se il feto non è una persona giuridica, ha lo stesso il diritto di essere non fumatore". Sono le parole di Michel Delcroix, docente di ostetricia a Lille riportate da "Le Figaro" del 21 gennaio scorso e la dicono lunga. Fumo, alcol e stupefacenti in gravidanza mettendo a gravissimo rischio la salute del "feto", rischiano di rovinare la vita di chi nasce.
Ma si fa abbastanza per mettere in guardia le donne? Si fa abbastanza per garantire loro un ambiente ecologicamente sano in gravidanza, mentre sostanze come pesticidi, solventi, metalli pesanti le circondano e ne mettono a rischio la fecondità e la prole? Sarebbe davvero facile far passare questi messaggi se si partisse dall'evidenza che in loro abita un bambino di cui sono la prima dimora, e che la mamma e la società devono garantire al piccolo ospite il massimo comfort.
C'è anche un aspetto che chiamerei il "lutto defraudato". La perdita di un bambino prima della nascita è un trauma per la madre e per il padre. Ma troppo spesso chi lo subisce non viene aiutato a elaborare il lutto, condizione forte per aiutare la salute psichica della persona. Evidentemente non si può elaborare un lutto per la morte di "qualcuno che non esiste". E questo genera traumi che talora richiedono cure particolari.
Infine, si arriva, nell'epoca della ultraspecializzazione in medicina, al paradosso che il medico della mamma deve sobbarcarsi anche della diagnosi e cura del bambino in utero, il quale solo alla nascita avrà diritto ad un proprio pediatra.
Dunque non si tratta di un problema sentito solo da chi è contrario all'aborto, ma è una questione che riguarda la salute pubblica. Anche perché di recente la rivista "Lancet" (Si deve offrire alle donne un'assistenza psicologica post-aborto, 23 agosto 2008) ha mostrato che far nascere un bambino da una gravidanza indesiderata non genera problemi psicologici maggiori che abortirlo; dunque crolla anche il mito dell'aborto come presunta salvaguardia della salute mentale.
La scienza, insomma, mostra l'umanità della vita fetale, mentre dall'altra parte la nostra società ricerca ansiosamente sempre più raffinati strumenti chirurgici o chimici per farla scomparire. È un paradosso della mentalità occidentale che offre risposte standard senza l'elasticità di ascoltare bene le richieste e talora senza fare i conti con i dati di fatto.
Ma c'è qualcuno che si domanda cosa davvero vogliono le donne? Vogliono forse sempre più strumenti per abortire o piuttosto - e tante donne lo reclamano - sempre più risorse - economiche, culturali, sociali - per abbracciare il figlio, per riconoscere la compagnia del piccolo bimbo che portano dentro di sé? Le tragiche parole della mamma del Vermont a cui sono morti i due figli-feti, sono significative e non necessitano commenti: "Per me sono bambini: hanno capelli, occhi, naso, labbra perfettamente formate. Hanno dita, unghie. Non so come lo Stato del Vermont possa dire che non sono bambini". L'Osservatore Romano
09:33 Publié dans Scienze | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
mardi, 03 février 2009
Gli attacchi di panico
Gli attacchi di panico
Una bugia che rende incapaci
d'intendere e di volere
di Maurizio Schoepflin
Dap: a scriverla o a sentirla pronunciare sembra una parolina innocua, addirittura simpatica, quasi una voce onomatopeica adatta a descrivere il suono di una grossa goccia di pioggia estiva che cade al suolo. Essa invece rappresenta qualcosa che genera addirittura terrore: dap è infatti l'acronimo che sta a indicare il "disturbo da attacchi di panico", una malattia sempre più diffusa che conduce un gran numero di persone lungo un vero e proprio calvario del quale, a volte, è difficile intravedere la fine.
Ircap è un altro acronimo, che sta a significare "Istituto per la ricerca e la cura degli attacchi di panico", un importante centro di studi e di terapie fondato e diretto, presso la casa di cura Pio XI di Roma, da Rosario Sorrentino, un cinquantenne neurologo romano, il quale, insieme alla giornalista Cinzia Tani che lo ha intervistato, ha dato alle stampe il volume Panico. Una "bugia" del cervello che può rovinarci la vita (Milano, Mondadori, 2008, pagine 192, euro 17,50).
Rispondendo alle domande della Tani, Sorrentino ha modo di spiegare in termini comprensibili che cosa sia il Dap e di indicare alcune linee di cura da lui sperimentate con notevole successo. Attraverso una sofisticata tecnica di indagine, l'autore ha potuto dimostrare che l'attacco di panico non è un'invenzione né una stranezza della mente, ma una "bugia" del cervello, che si "accende" per convincerci della presenza di un pericolo che non c'è. Il professore si dimostra convinto che per ripristinare una soddisfacente condizione di controllo e di equilibrio biologico sia indispensabile una ben precisa terapia farmacologica, mentre ritiene del tutto insufficiente l'intervento psicoterapeutico.
Secondo Sorrentino, l'errore di fondo degli psicoanalisti consiste nel non voler riconoscere che il cervello è un organo: essi - sostiene - non vogliono neppure usare la parola cervello e preferiscono ricorrere al termine "mente". Tuttavia, a giudizio del neurologo romano, l'edificio psicoanalitico sta scricchiolando e la fiducia che un tempo veniva riposta nella psicoanalisi è drasticamente diminuita; rimane però ancora abbastanza diffuso un certo conformismo che non permette di criticare apertamente uno dei veri e propri totem della cultura contemporanea qual è diventata la psicoanalisi.
Tornando alla malattia, Sorrentino lancia un messaggio di speranza e di fiducia: gli oltre due milioni di persone che in Italia sono soggette ad attacchi di panico possono guardare al futuro con sufficiente ottimismo; per loro la guarigione non è un miraggio, a condizione che si mettano nelle mani di specialisti seri e competenti e non si lascino condizionare dalle troppe notizie fuorvianti che circolano negli ambienti più diversi: a questo proposito, Sorrentino non lesina critiche ai mass media che spesso affrontano delicate questioni di salute con grande pressappochismo.
Il libro racconta molti casi di persone che ce l'hanno fatta, e sono uscite dal tunnel di un disturbo insidioso e gravemente debilitante: come è successo nel caso di una hostess la quale, divenuta vittima del Dap, si ritrovò incapace di salire su un aereo e fu costretta a lasciare il lavoro. Adeguatamente curata, ora è ritornata a volare serenamente, come turista. (L'Osservatore Romano).
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