mardi, 03 novembre 2009

Oriana Fallaci: i potenti visti da vicino sono ridicoli

V’è una lacuna nei saggi sul potere: quella che non tiene conto della sua comicità. Esaminando gli orrori che il potere commette, le sofferenze che impone, le sudicerie di cui si macchia, gli storici e i politologi scordano sempre di sottolineare gli aspetti ridicoli dell’inevitabile mostro. Insomma il potere è sempre visto da loro come una cosa seria e mai come una cosa ridicola, è sempre raccontato da loro in termini di tragedia e mai di commedia. Intendiamoci, da una parte questo è legittimo perché sui principali ingredienti del potere, il dolore e la morte, c’è ben poco da ridere. Dall’altra invece è uno sbaglio perché a presentarne solo la tragedia si dà del mostro un’immagine distorta e incompleta, si impedisce di capire che oltre ad essere perfido è buffo. E che lo sia si vede anzitutto dagli uomini o dalle donne che lo rappresentano, anche quando si tratta di persone dignitose e corrette: evenienza comunque rarissima. Buffo il sussiego che esibiscono per farci credere che sono eccellenti e quindi meritevoli di guidarci o tiranneggiarci. Buffa la falsa modestia che recitano per giustificare il privilegio conquistato o ereditato. Buffo il rispetto che esigono dai sudditi che magari definiscono compagni. Buffo quindi il modo in cui siedono tutti contegnosi sullo scanno presidenziale o sul trono, in cui si muovono o parlano sapendosi osservati e credendosi davvero importanti. Buffa la loro inadeguatezza o la loro disinvoltura, buffe le loro uniformi stirate, le loro tonache preziose, i loro doppiopetti grigi e blu, le loro onorificenze inventate, le loro medaglie mai guadagnate. Tutto ciò a tal punto che viene spontaneo domandarci il motivo per cui dinanzi a costoro la gente si inchina o si ritrae intimidita anziché ridergli in faccia.

Un motivo che ha nome paura? La risposta non basta se rammenti che essi stessi hanno paura, e nella maggior parte dei casi hanno più paura di coloro ai quali incutono o vogliono incuter paura. Paura di perdere il posto, paura d’essere smascherati, sopraffatti, ammazzati, paura di trovarsi senza la paura di coloro a cui incutono o vogliono incuter paura. Un motivo che ha nome cecità o meglio bisogno di piegarsi a un capo che comandi? La risposta non regge se rammenti che il potere subìto non piace a nessuno e che spesso essi sono più detestati che amati. Un motivo che ha nome pigrizia o meglio rassegnazione al fatto che non si può fare a meno di loro, che qualcuno deve pur stare in cima alla piramide detta società? Forse. Ma per vincere quella paura, quel bisogno di piegarsi a un capo, quella pigrizia, quella rassegnazione, basterebbe guardarli con gli occhi del bambino che nella fiaba di Andersen punta l’indice e strilla: «Il re è nudo!». Basterebbe cioè considerarli nelle loro miserie di padroni che possono sì punire e rovinare e trucidare però possono anche finir puniti, rovinati, trucidati, e in ogni caso sono vulnerabili creature che vivono nell’incubo della propria pochezza. Per quel che mi riguarda, io li ho sempre osservati così, a volte immaginandoli addirittura senza mutande o in circostanze molto imbarazzanti. Pensa com’era ridicolo Hitler coi suoi baffetti a spazzolino, il suo ciuffetto vezzoso, il suo berciare isterico quando si arrabbiava o arringava le folle in Alexanderplatz. Pensa com’era ridicolo Mussolini col suo faccione borioso, il suo petto all’infuori, le sue mani sui fianchi e il suo scandire sciocchezze. Pensa com’era ridicolo Napoleone con quel broncio di superuomo che detta cinque lettere nello stesso tempo, quel dito sempre infilato dentro il panciotto, quelle gambette corte e quella pretesa di far l’imperatore al grido di Liberté, Égalité, Fraternité. E, tanto per fare un esempio d’oggi, pensa quant’è ridicolo Fidel Castro con la sua barbetta rada e la sua vocetta acuta, le sue ambizioni da Simon Bolivar, il suo eterno vestirsi da guerriero appena sceso dalla Sierra Maestra.

 (...)Tuttavia esiste qualcosa che è ancor più ridicolo di un dittatore che bercia. E questo qualcosa è la forza dell’imbecillità, cioè delle norme cretine, dei regolamenti insensati, dei precetti assurdi su cui il potere si regge meglio che con le armi. È il rigore umoristico col quale i servi del potere applicano le norme cretine, i regolamenti insensati, i precetti assurdi causando situazioni a tal punto grottesche per chi le subisce da fargli rimpiangere il plotone di esecuzione. Se gli oceani di lacrime che il mostro ha fatto versare nella storia dell’uomo potessero venir misurati con le situazioni grottesche che la sua imbecillità ha provocato, nessuno avrebbe più dubbi sulla comicità del potere e sulla necessità di spiegarlo in termini di commedia anziché di tragedia. Specialmente in Iran. Prendi il chador. A colpo d’occhio sembra innocuo: un pezzo di stoffa che al massimo turba perché simboleggia un servaggio. Ma prova a cacciarti in un guaio che coinvolga il chador, prova a entrare nella cittadella del potere che ha partorito il chador, le leggi che stabiliscono i confini della donna, i rapporti tra i due sessi. E vedrai che ti capita. Può capitarti perfino di trovarti sposata col tipo che per caso si trova in quel momento con te. Davvero non immagini quel che può succedere per via d’un chador. A me successe tutto per via del chador che dovevo indossare dinanzi al diabolico vecchio (l’ayatollah Khomeini, ndr). Il Giornale

La razza: il Papa non tacque

La reazione vaticana alle leggi razziali fasciste ci fu, eccome. Lo storico di «Civiltà cattolica» documenta in un nuovo libro le proteste della Santa Sede: dalle pressioni diplomatiche al divieto per i preti di leggere riviste «ariane». E ci fu persino chi parlava di un esilio del Pontefice all’estero.

La legislazione antisemita, in particolare quella sulla scuola, fu accolta dalla maggioranza degli italiani, in particolare dai cattolici, con vivo rincrescimento e a volte con rabbia; furono molte le lettere inviate in Vaticano da persone private o da gruppi e associazioni (anche non israelitiche), che invitavano le autorità ecclesiastiche e in particolare il Papa a intervenire presso il Duce in difesa degli «sventurati ebrei». «Desideriamo che il mondo sappia – scrive a Pio XI un gruppo di fascisti e cattolici di Reggio Calabria – che non siamo dei servi di un tiranno, ma che serviamo un’idea, per il nome di Dio e della Patria. Chi crede o s’illude d’avere in noi dei ciechi strumenti di ogni sua aberrazione, è bene che sappia che noi abbiamo la fierezza di dire no, e di non avanzare oltre le barriere della nostra fede». Il giorno successivo all’adozione del decreto-legge sulla scuola, il 6 ottobre, Pio XI pronunciò un memorabile discorso contro il razzismo e contro l’antisemitismo: era la prima volta che ciò accadeva in modo così esplicito e diretto. Purtroppo esso non fu divulgato in Italia – infatti il 5 agosto il ministro Alfieri aveva dato disposizione ai prefetti di vietare che i discorsi del Papa contro il razzismo venissero pubblicati da riviste e giornali cattolici – e ciò avvantaggiò molto la causa razzista e diede l’impressione che il Papa, per motivi politici, non prendesse posizione su una materia così grave.

La gran parte degli intellettuali cattolici – tra cui anche Dossetti – ne ebbero notizia leggendo le riviste cattoliche d’Oltralpe. Il celebre discorso fu tenuto a Castelgandolfo, dove il Papa si trovava dai giorni della visita di Hitler a Roma, davanti a un gruppo di pellegrini belgi, molti dei quali lavoravano nell’ambito delle comunicazioni. Il testo integrale, pubblicato dalla Documentation catholique, fu stenografato da uno dei presenti, mentre il Papa parlava. Il giornale vaticano, L’Osservatore Romano, pubblicò il testo omettendo la parte riguardante gli ebrei, mentre la «cronaca contemporanea» della Civiltà Cattolica non ne fece menzione. Le parole del Papa sono riportate dalla rivista cattolica belga in modo abbastanza colorito: «A questo punto il Papa – è scritto – non riuscì a trattenere la sua emozione… ed è piangendo che egli citò i passi di Paolo che mettono in luce la nostra discendenza spirituale da Abramo […]. L’antisemitismo non è compatibile con il sublime pensiero e la realtà evocata in questo testo. L’antisemitismo è un movimento odioso, con cui noi cristiani non dobbiamo avere nulla a che fare [...]. Non è lecito che i cristiani prendano parte all’antisemitismo. Noi riconosciamo che ognuno ha il diritto all’autodifesa e che può intraprendere le azioni necessarie per salvaguardare gli interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti».

Le parole di condanna dell’antisemitismo pronunciate con voce commossa dal Papa erano forti e chiare; purtroppo, come vedremo, l’atteggiamento assunto dalla Curia romana nei confronti dei provvedimenti antiebraici promulgati dal governo fascista fu più moderato e in alcuni momenti anche ambiguo. Su questa materia la Segreteria di Stato assunse un atteggiamento piuttosto prudente, pensando che in tal modo si potesse ottenere qualcosa di concreto a vantaggio degli ebrei, in particolare di quelli convertiti al cattolicesimo. Il padre Tacchi Venturi fu incaricato di trattare la delicata questione degli ebrei presso le autorità governative competenti. Una nota della Segreteria di Stato dell’8 settembre 1938 suggeriva al gesuita di attirare l’attenzione dell’autorità governativa soprattutto sugli ebrei battezzati e convertiti al cattolicesimo: «Non sarebbe equo – si chiedeva l’estensore – che, indipendentemente dall’origine, gli ebrei convertiti che hanno contratto in precedenza un matrimonio misto ai sensi del diritto canonico [...] fossero considerati cattolici e non già sempre e comunque ebrei sol perché tali erano i loro genitori?». Vale a dire, si chiedeva al governo fascista di utilizzare come criterio discriminatorio non il dato biologico-razziale, ma quello religioso, cioè l’appartenenza a una determinata fede religiosa, in questo caso quella giudaica.

Appare oggi imbarazzante per lo storico cattolico, soprattutto dopo le aperture del Concilio Vaticano II in tale materia, giustificare con categorie morali o religiose tale impostazione di pensiero e tal modo di procedere. Compito dello storico è però quello di ricostruire per quanto è possibile oggettivamente la vicenda storica, cercando di comprendere la mentalità e la cultura dei soggetti interessati, senza apriorismi di carattere ideologico. Secondo la cultura cattolica «intransigente» del tempo, anche se non tutti erano d’accordo con tale principio, sembrava che compito della Chiesa fosse quello di proteggere innanzi tutto i propri fedeli, senza però in questo venir meno al senso di giustizia e di carità dovuti a tutti gli esseri umani. Alla luce di tale principio si capiscono meglio i successivi interventi dell’autorità ecclesiastica in questa materia, e di cui tratteremo tra breve. L’attività svolta dal padre Tacchi Venturi a favore degli ebrei, non ebbe, come è noto, grande fortuna, anche perché Mussolini era fortemente determinato a portare avanti la sua politica razziale e in questo settore non voleva essere secondo all’alleato tedesco. In un’udienza del 9 settembre (cioè dopo i primi decreti-legge antiebraici) il Papa disse esplicitamente al gesuita di trasmettere a Mussolini il seguente messaggio: «Il Santo Padre come italiano si rattrista veramente di vedere dimenticata tutta una storia di buon senso italiano, per aprire la porta o la finestra a un’ondata di antisemitismo tedesco». (...)

Fatto sta che, a partire dalla pubblicazione del Manifesto della razza i rapporti tra il governo italiano e la Santa Sede, o meglio tra Mussolini e Pio XI - e nonostante la firma del «patto di pacificazione» – andarono gradatamente deteriorandosi, tanto che il Duce disse in privato che quel Papa rappresentava una rovina per l’Italia e per la Chiesa. La stampa internazionale, da parte sua, amplificò in modo caricaturale tale antagonismo, fino a ipotizzare un possibile abbandono da parte del Papa della Città Eterna e dell’Italia: «A seguito del recente conflitto di idee – scriveva alla Segreteria di Stato il nunzio a Parigi, monsignor Valeri – che si è manifestato tra le autorità del regime fascista italiano e la Santa Sede a proposito del razzismo, alcuni organi di stampa francese, la quale ha seguito largamente da vicino l’episodio, si sono spinti sino a prevedere nientemeno la possibilità futura di un esilio del Papato da Roma, e, più frequentemente, la nomina di un pontefice non italiano».

Tale fatto, riportato anche dal giornale cattolico parigino La Croix, ci dà la misura della serietà del conflitto esistente tra il governo fascista e la Santa Sede a motivo della questione razziale e della legislazione antiebraica, universalmente condannata dai cattolici. (...) In ogni caso non è vero, come a volte viene ripetuto, che la Santa Sede subì passivamente la legislazione antiebraica, o che intervenne soltanto (come nella materia dei matrimoni misti) per tutelare gli interessi specificatamente cattolici e confessionali: essa, utilizzando con discrezione la rete capillare di parrocchie e comunità religiose diffusa su tutto il Paese, cercò di preparare gli spiriti per la futura battaglia contro le nuove disposizioni emanate dal Regime. Un documento vaticano, redatto subito dopo le dichiarazioni del Gran Consiglio, ci informa a tale riguardo sulle direttive «segrete» date dalla Segreteria di Stato in materia di razzismo. Circa l’azione della Santa Sede, è detto nel documento, essa dovrebbe esplicarsi su una duplice direzione: «Azione persuasiva sul Governo. Per mezzo di persone adatte e ornate delle opportune qualità, sarebbe bene cercare di insistere su influenti persone del Regime – e non soltanto sul capo del Governo – per far loro comprendere a quali tristi conseguenze conduce una politica razziale esagerata che non si limita a misure tendenti al rinvigorimento della stirpe, ma va all’eccesso del razzismo con provvedimenti che ledono la giustizia e i diritti della Chiesa [...]. Di più far capire che in caso di dissidio colla Santa Sede lo svantaggio maggiore sarebbe per il fascismo».

L’altra direzione riguardava l’azione sul clero. Innanzitutto si chiedeva di inviare in via riservata a tutti i Metropoliti delle istruzioni speciali, da comunicare agli altri vescovi, «perché prevengano il clero di non inviare adesioni alcune alla rivista La Difesa della razza», considerata dannosa e non conforme alla dottrina della Chiesa in tale materia. In particolare si raccomandava a tutto il clero italiano e ai formatori cattolici «che non tralascino occasione alcuna per insistere, con la dovuta prudenza si capisce, sui danni e le conseguenze di un nazionalismo e di una razzismo esasperato. Questo si potrebbe fare con speciali riunioni del clero senza dare l’impressione che si voglia fare azione contro il Governo […]. Questo sembra necessario soprattutto nel momento presente in cui non v’è libertà di stampa e spesso anche i pochi e deboli quotidiani cattolici sono obbligati a pubblicare certe sciocchezze circa il razzismo».

Si chiedeva, inoltre, che la stessa azione venisse svolta anche nei seminari maggiori, facendo attenzione però a non violare la lettera dell’accordo del 16 agosto sottoscritto dalla Santa Sede con il governo fascista. Come già si è detto, la Santa Sede, in quel momento, fece la scelta di agire contro le nuove disposizioni antiebraiche con mezzi discreti e puntando sull’efficacia della propria «diplomazia domestica», scelta da molti non condivisa, ma che nell’immediato sembrava la sola possibile e anche quella più efficace.
Avvenire

Doveri privati e pubblici

Come è ben comprensibile, della vicenda Marrazzo si sono date sui giornali tante diverse letture, più o meno plausibili, tra cui preponderanti le letture politiche e di costume; ma sono anche intervenuti, da par loro, i cultori del gossip e non ultimi gli psicologi, che si sono affannati a riflettere sulle ragioni del fascino che possono esercitare su tanti uomini i transessuali (con asserzioni che raramente hanno raggiunto il rango delle spiegazioni). Marginali gli interventi dei giuristi (ci sono o non ci sono risvolti penali nella vicenda?) e quelli dei moralisti. Sembra che ormai si stia imponendo tra le altre questa linea interpretativa: le vicende private, e in particolare le preferenze sessuali di qualsiasi uomo, ancorché "pubblico", sarebbero irrilevanti e insindacabili; diventerebbero significative solo quando interferissero con la sua immagine pubblica e soprattutto quando inducessero il soggetto a comportamenti inaccettabili non solo sul piano penale, ma anche su quello, ovviamente meno rilevante, ma pur significativo, della "correttezza".

È su questo paradigma che si fonda la prassi delle moderne democrazie liberali e dobbiamo riconoscere che è un paradigma che mediamente "funziona". Naturalmente sono molti i casi a cui esso mal si adatta, anche perché la categoria della rilevanza giuridica di un comportamento ha tutto sommato una sua oggettività (malgrado il fatto che spesso alcuni magistrati fanno di tutto, con le loro interpretazioni "inventive" delle leggi, per indurci a pensare il contrario), mentre la categoria della correttezza è infinitamente più sfumata. Comunque, sul piano politico, il paradigma liberale (per chiamarlo così) è accettabile, come dimostra il fatto che, almeno in Occidente, appare condiviso e consolidato. Esso però crea problemi non irrilevanti, per coloro ai quali la politica sta stretta, per coloro cioè che percepiscono prima e oltre la politica la presenza di questioni antropologiche fondamentali, che non è giusto rimuovere. E, in questo caso, le questioni sono nello stesso tempo antiche e modernissime: come deve gestire un uomo le sue pulsioni sessuali? Come deve interpretare pulsioni estreme, come ad esempio quelle che lo spingono a incontri con transessuali? Deve riconciliarsi con esse, banalizzarle, ripetendosi, con Foucault, che in fondo è la stessa natura ad averle poste dentro di lui e che la natura non può sbagliare? Può far proprio lo slogan dell’ultimo film di Woody Allen, whatever works, cioè: possiamo fare tutto, «basta che funzioni»?

Non mi risulta che in nessuno dei commenti sulla vicenda Marrazzo sia stato introdotto, con riferimento al transessualismo e alla sua commercializzazione , il criterio del "contro natura".  So bene perché: il riferimento alla natura è considerato, dalla cultura oggi dominante, "religioso" o comunque "metafisico" e pertanto non utilizzabile in un dibattito pubblico. Se invece facciamo riferimento ai laicisti più virulenti, i toni diventano esasperati: per loro parlare di natura è addirittura sintomo di mentalità arcaica, repressiva, meritevole di essere bandita culturalmente (e per alcuni anche penalmente). Siamo alla presenza della colossale rimozione di un problema antropologico fondamentale. La rimozione è sempre un pessimo segno, perché è indice di profonda disonestà intellettuale.

Bisogna riaprire un discorso lucido e sincero su quelle che un tempo erano chiamate "psicopatologie sessuali". Come tutte le altre patologie, anche queste hanno un rilievo non solo medico, ma antropologico e creano intricati problemi non solo epistemologici, ma anche etici. Una volta riconfermato il principio liberale dell’irrilevanza politica dei comportamenti privati (purché ovviamente non criminosi né dannosi per chicchessia), è indispensabile mostrarne il limite insuperabile: confinare i problemi della sessualità nell’ambito di un privato insindacabile impoverisce la riflessione antropologica e contribuisce alla corrosione dell’identità dell’uomo moderno. Non riusciremo mai a convincere i nostri governanti che uno stile di vita austero è un valore non solo privato, ma anche pubblico, se continueremo ad aver paura di parlare dell’identità sessuale dell’uomo come costituiva della sua "natura". E se non insisteremo nel ricordare ciò che ai moralisti "classici" (almeno fino a Kant) era evidente: accanto ai doveri che abbiamo verso gli altri esistono i doveri che abbiamo verso noi stessi e verso le nostre inclinazioni, ivi comprese quelle sessuali. Non è un discorso arcaico: come mostrano le vicende di questi giorni è attuale, anzi attualissimo.
Francesco D'Agostino. Avvenire

La finanza ci rovinerà. Inedito di H.G.Wells

Nella vita moderna, ci sono soprattutto due cose che mi sembrano pericolose e imponderabili: da una parte, il nostro sistema monetario e finanziario e, dall’altra, il rischio che corriamo di una guerra devastante. Nel nostro sistema monetario e finanziario non c’è proprio niente di scientifico. È cresciuto, ed è diventato sempre più complesso nell’arco di circa un secolo, a partire da origini molto semplici. Trecento anni fa, l’edificio aveva a mala pena cominciato a levarsi dal suolo, la maggior parte della proprietà era di tipo immobiliare, la maggior parte delle persone viveva direttamente dei prodotti della terra, la maggior parte delle transazioni economiche avveniva in contanti, il commercio con l’estero era ancora relativamente poco sviluppato, la forza lavoro era legata al territorio.

Quasi tutto il mondo si trovava al livello a cui la Cina è rimasta in gran parte ancora oggi: andava avanti praticamente senza batter moneta. Dal punto di vista del finanziere e dell’industriale moderno, era un mondo primitivo. Ebbene, su quella base rozza e sicura è stato costruito il sistema di convenzioni e di supposizioni sul denaro e sul credito più azzardato, sperimentale e incerto che si possa immaginare.

Vi è cresciuto un vasto sistema di prestiti e di debiti, una rete mondiale di società per azioni che comportano rapporti in realtà assai bizzarri. Io, per esempio, mi ritrovo a possedere (almeno in parte) una banca in Nuova Zelanda, una ferrovia a Cuba, un’altra in Canada e varie in Brasile, una centrale elettrica nel quartiere londinese di Westminster, e così via, e utilizzo titoli e azioni come se fossero denaro fruttifero. Se ho bisogno di soldi, vendo una quota di ferrovia, proprio come si cambierebbe una banconota da cento sterline; se invece ho più contanti di quanti non me ne servano nell’immediato, compro un po’ di azioni. So che il valore di queste azioni oscilla, a volte in modo considerevole, e che anche il potere d’acquisto dei biglietti di banca che prendo oscilla rispetto alle cose che voglio comprare; so, in effetti, che tutto il sistema (che esiste da appena un paio di secoli e che sta diventando sempre più euforico e vertiginoso) ondeggia, trema, si torce e si flette in continuazione.

Tuttavia, è solo quando si verifica una grande crisi, come quella del 1907, che mi rendo conto che forse non c’è limite a queste oscillazioni, che forse tutto quell’edificio ampio e caotico presto crollerà fragorosamente. Perché non dovrebbe? Sfido qualunque economista o esperto di finanza a dimostrare che non possa farlo. Che nel breve arco della sua esistenza ciò non sia ancora accaduto non dimostra nulla. È come affermare che un uomo non può morire perché non lo ha mai fatto prima. Altri uomini sono morti prima di lui, così come altre civiltà sono crollate, se non di disordini finanziari acuti, di disordini finanziari cronici.

L’esperienza del 1907 ha mostrato molto chiaramente come può avvenire un crollo. Un panico finanziario, come una valanga, è una cosa molto più facile da iniziare che da fermare. Crisi precedenti sono state arginate soltanto grazie alla fortuna; quest’ultima crisi negli Stati Uniti, per esempio, ha trovato un’Europa forte, prospera e pronta a prestare soccorso. In ogni periodo di crisi si realizza un’imponente dislocazione di imprese, ampie moltitudini di uomini cadono nella disoccupazione, ci sono gravi disordini sociali e politici; ma alla fine, almeno fino ad ora, sembra che le cose si siano sempre riaggiustate.

Ora immaginate però un’ondata di panico un po’ più universale – e le ondate di panico tendono ad essere più ampie di quanto non fossero in passato. Immaginate che quando a New York cadono tutti i titoli, l’oro si rivaluta e la gente spaventata comincia a vendere gli investimenti e a fare incetta d’oro, la stessa cosa accada in altre parti del mondo. Se la scala del problema aumentasse anche solo di due o tre volte, credete che il sistema potrebbe riprendersi? Immaginate grandi masse di uomini senza lavoro, arrabbiati e selvaggi, in tutte le nostre grandi città; immaginate le ferrovie che funzionano con personale ridotto a salari ridimensionati o bloccate dai lavoratori in sciopero; immaginate i fornitori che smettono di consegnare le merci ai commercianti al dettaglio, e i dettaglianti che esitano a fare credito.

Si giungerebbe a una fase in cui anche la polizia e l’esercito, che dovrebbero mantenere l’ordine nelle strade, si ritroverebbero a corto di razioni e senza paga settimanale. Ciò che noi moderni, con i nostri miseri 300 anni di sicurezza alle spalle, non comprendiamo è che, data una particolare combinazione di elementi casuali, le cose che di solito attraversano alti e bassi potrebbero cominciare a precipitare velocemente – andando sempre più giù. Che cosa faresti, caro lettore (e che cosa farei io) se la recessione continuasse indefinitamente? E questo mi porta al secondo grande pericolo della civiltà moderna: la guerra. Abbiamo sviluppato eccessivamente la guerra.

Mentre abbiamo lasciato l’organizzazione della pace ai metodi inefficaci, lenti ed egoistici dell’iniziativa privata; mentre abbiamo lasciato l’educazione delle nostre popolazioni al caso, le loro menti alla carta stampata più scadente e le loro ricchezze ai fabbricanti di droga, abbiamo portato avanti l’arte della guerra secondo linee rigorosamente scientifiche e socialiste. Abbiamo destinato senza alcuna esitazione tutte le risorse della comunità, e una parte enorme della sua intelligenza e della creatività, al miglioramento e alla costruzione dell’apparato di distruzione. Tutte le cose procedono strisciando, tranne l’arte della guerra: quella sfreccia in avanti veloce. Su ciò che accadrebbe se adesso le armi cominciassero a sparare non ho ombra di dubbio. Ogni anno c’è stato un aumento sconcertante. Ogni Stato moderno è più o meno come un battello a vapore malfermo e mal costruito in cui qualche idiota ha messo in posizione e caricato un cannone enorme, senza alcun dispositivo in grado di assorbirne il rinculo. Che quel cannone colpisca o manchi il bersaglio quando sarà esploso, di una cosa possiamo essere assolutamente certi: farà colare a picco il battello.


(traduzione di Laura Talarico)

Herbert George Wells. Avvenire

mercredi, 28 octobre 2009

La guerra del Tempio

«Israele sta progettando un grande scavo archeologico sotto la piazza del Muro del Pianto, davanti al Monte del Tempio. Con questi scavi verrà creato un parco archeologico sotto l’area dove i fedeli attualmente stanno in piedi a pregare». A lanciare la notizia è Arutz Sheva, l’agenzia di stampa israeliana vicina alla destra religiosa. Un annuncio attribuito a «fonti ufficiali». E che viene da una testata molto attendibile su questi temi: per ovvie ragioni, Arutz Sheva è l’agenzia più attenta a tutto quanto si muove intorno al Muro del Pianto. Quasi, poi, a voler fugare ogni dubbio, la notizia è accompagnata da un disegno attribuito direttamente all’Israel Antiquities Authority , l’ente governativo israeliano che sovrintende agli scavi archeologici.

Vi si vede descritta un’idea che - se attuata - cambierebbe radicalmente il modo di accostarsi al luogo più sacro per ogni ebreo, la memoria del Tempio distrutto dai romani nel 70 d.C. Esteriormente l’attuale piazzale dove si prega rimarrebbe immutato. Ma - grazie a un sistema di pilastri di sostegno - nel sottosuolo verrebbe creato un nuovo ambiente, che si troverebbe all’esatta altezza che aveva il terreno nella Gerusalemme di duemila anni fa. Quindi è facile prevedere che qui verrebbero alla luce reperti archeologici di grande importanza. Per gli ebrei religiosi, poi, significherebbe vedere di «quel Muro» la parte che realmente vedevano accanto a loro i fedeli che, nel I secolo d.C., da questo lato salivano al Tempio. Va precisato che l’uso del condizionale è d’obbligo, perché l’attuabilità di un progetto del genere è tutta da verificare. Scavare sotto il piazzale aprirebbe, infatti, un nuovo fronte nella guerra degli scavi archeologici che intorno al Monte del Tempio si combatte dal 1967 - quando Israele ha assunto il controllo di questa parte di Gerusalemme.

È proprio sopra al Muro del Pianto - infatti - che sorge la moschea di al-Aqsa. Anche in anni recenti ci sono stati episodi violenti legati a iniziative archeologiche in questa zona delicatissima della Città Santa: nel 1996 - quando già allora era premier Netanyahu - l’apertura del tunnel archeologico (che corre verso nord dal Muro del Pianto) fu accompagnata da gravissimi scontri con i musulmani di Gerusalemme. Nel 2007, poi, è stata la volta della tensione intorno alla ristrutturazione della rampa dei Mughrabi, il passaggio attraverso cui - a poche decine di metri a sud rispetto al Muro del Pianto - i musulmani salgono alla spianata delle moschee a pregare. E appena poche settimane fa ci sono stati nuovi scontri dopo che lo sheikh Raed Salah, leader del Movimento islamico in Israele, si è scagliato contro gli scavi condotti dagli archeologi israeliani che - secondo lui - minerebbero le fondamenta di al Aqsa. Un progetto politicamente incandescente, dunque. Ma che non sorprende, se guardato alla luce di quanto sta accadendo intorno al Muro del Pianto. I lavori condotti nei tunnel a nord - scavati sotto le case - hanno infatti portato alla luce numerosi reperti della Gerusalemme erodiana. Ma un’altra scoperta di grande valore è affiorata, quasi per caso, nella parte ovest della piazza, quella opposta al Muro del Pianto.

Qui, nel 2005, l’allora governo Sharon aveva dato il via libera alla costruzione di un nuovo museo. Ma, quando si è aperto il cantiere, è riemerso un tratto del cardo orientale, una delle due strade più importanti della Gerusalemme romana. La scoperta non ha però fermato il progetto del nuovo museo - 4800 metri quadri, tre piani di altezza - che verrebbe costruito sopra, adibendo il piano interrato alla visita del nuovo reperto. Ma se già si scende per visitare la strada romana - è il ragionamento che ora sta dietro al disegno dell’Israel Antiquities Authority - perché non ampliare verso est questi scavi sotterranei, arrivando fino al Muro del Pianto? Contro questa idea non giocano, però, solo considerazioni politiche: ha fatto scalpore, qualche giorno fa, la presa di posizione di Yoram Tsafrir, uno dei maestri dell’archeologia israeliana, che ha definito un’assurdità l’idea di costruire il museo sopra la strada romana. «Anche il migliore architetto non sarebbe in grado di evitare danni al reperto - ha dichiarato - . Ci si comporta con tanta leggerezza solo perché quella non è una scoperta direttamente legata alla storia ebraica». Parole ancora più dure sui metodi di lavoro dell’Israel Antiquities Authority sono state scritte da un altro archeologo israeliano, Raphael Greenberg. «Per diversi anni - ha denunciato sul quotidiano Haaretz - sono stati condotti lavori in tunnel scavati orizzontalmente, un modo di procedere contrario a qualsiasi metodo di scavo accettato».

L’accusa è quella di praticare un’archeologia frettolosa interessata a «un unico strato» (quello appunto della Gerusalemme erodiana), compromettendo reperti significativi (romani, bizantini e arabi) che potrebbero essere presenti negli strati superiori. Il disegno del parco archeologico progettato nell’area del Muro del Pianto a Gerusalemme, che sta scatenando polemiche
Giorgio Bernardelli. Avvenire

mardi, 27 octobre 2009

Torniamo alla questione morale

Il caso Marrazzo continua a tener banco, trascinato agli onori delle cronache da una catena di piccoli e grandi squallori. E io vorrei tenermi lontano dal guazzabuglio delle reazioni di parte e ancor di più – com’è costume di questo giornale – dal greve gioco al massacro che s’è subito aperto. Perché è legittimo stigmatizzare le debolezze di un uomo pubblico – e trarne, sul piano politico e morale, le inevitabili conseguenze – ma non può diventare motivo per massacrare la dignità sua e la sensibilità di coloro che lo amano o che gli sono legati.

Che questa sia, piuttosto, l’occasione per una riflessione seria, dura e al tempo stesso pietosa (sì usiamolo questo aggettivo, senza il quale ogni società umana decade, poiché senza pietà ogni umano consorzio si disfa e si insanguina). Perché si tratta di considerare una cosa: nel cuore di un uomo può agire la spinta ideale, buona e costruttiva a darsi da fare, a impegnarsi bene, e anche, contemporaneamente, agire la spinta a buttarsi via, a obnubilarsi in un oscuro dispendio di se stesso, del proprio corpo, della propria energia. Costruzione e dispendio. Fare del bene e buttarsi via. Questo può succedere, e non di rado.

Succede perché l’uomo è anche fatto così. Non è un meccanismo dove al bene si attacca e consegue per forza il bene. Possono convivere male e bene, alternarsi. Succedere l’uno all’altro. Non ce ne dovremmo stupire, se ci conosciamo almeno un poco. Lo diceva anche san Paolo di se stesso, figurati se non vale per ognuno di noi poveracci. I cristiani iniziano il momento più importante per loro, la Messa, battendosi il petto. L’ultimo peccatore come il Papa.

Sembra che queste cose non abbiano a che fare con la cronaca. Questa eterna contraddizione dell’esser nostro vale per i re, per i capi, e per il popolo. Per gli eletti, e per gli elettori. Se la questione morale fosse davvero il proporsi di una questione circa la moralità, beh allora dovremmo finalmente discutere su quali sono i reali argini alla debolezza morale (e dovremmo discutere anche su perché accade che mentre qualcuno viene "massacrato" e fatto fuori sui giornali sulla base di carte false, intorno ad altri, persino immortalati in video sgradevoli, scattano strani meccanismi di solidarietà e di protezione ad alto livello). Dovremmo discutere, insomma, su che cosa rende "morale" la vita di un uomo. La mancanza di errori? La presenza di un controllo totale sui suoi atti pubblici e privati? O la sua magari faticosa adesione a un pulito e schietto ideale di umanità? La sua costruzione di un’identità pubblica che non sia l’altra faccia di quella privata?

Eppure il caso Marrazzo mi suscita infinita pena. Dello stesso tipo di pena che ho verso me stesso, la medesima abbandonata e irrimediabile pena. Se davvero la "questione morale" fosse un momento per guardarsi in faccia, anche con le proprie debolezze, allora forse la politica e i suoi teatri ne riceverebbero una nuova tensione positiva, e un’aria meno ammalata. Se davvero fosse un’occasione per parlare tra uomini in carne e ossa, preoccupati per il decadere delle istituzioni politiche e di garanzia; insomma, se il disastro umano di questo o quel caso noto servisse per uscire un attimo dal teatro di "bambocci" (cioè di pupi, d’uomini finti) a cui sembra ridursi spesso la politica italiana, allora penso che ne verrebbe un guadagno per tutti. Ridiscutendo di cosa sia la morale, che tensione sia, che necessità ci sia di non fissarsela da soli, di non rispondere soltanto – senza stile e senza sobrietà – alla propria immagine di potere o di pensiero.

Una vera questione morale sarebbe il tratto di un’epoca di agire retto e dove non si usa la comune debolezza umana come clava gli uni contro gli altri. Dove politici, uomini dello Stato e mass media non lavorano per sfasciare la gente. E per prenderla per il naso. Sarebbe una stagione meno farisaica e scandalistica, più pulita e di maggior tensione al bene comune. Se no, ne verrà solo altro avvilimento, e incattivimento. Proseguendo un periodo cupo e pazzo in cui in nome della morale fai-da-te o improvvisamente riscoperta si distoglie amoralmente lo sguardo dai problemi veri della gente vera e si aprono le porte ai modi più feroci e distruttivi di lotta.
Davide Rondoni. Avvenire

dimanche, 25 octobre 2009

Scienza e tecnica: divenire dell'uomo e del cristianesimo

25 Ottobre 2009

Il tema di questo Seminario, “La sfida antropologica”, mette giustamente in evidenza il carattere operativo e coinvolgente di quella che siamo soliti chiamare “nuova questione antropologica”. Sono lieto di discuterne avendo come altro relatore il Prof. Aldo Schiavone, con il quale ho già avuto qualche occasione di confrontarmi.

L’elemento più nuovo e specifico che ha dato origine all’attuale questione antropologica è costituito dai recenti sviluppi scientifici e tecnologici che hanno dato all’uomo un nuovo potere di intervento su se stesso. Parafrasando la celebre XI tesi di Marx su Feuerbach, si può dire che non si tratta più soltanto di interpretare l’uomo, ma soprattutto di trasformarlo. Questa trasformazione però non avviene, come pensava Marx, modificando i rapporti sociali ed economici, bensì incidendo direttamente sulla realtà fisica e biologica del nostro essere, attraverso le tecnologie che stanno progressivamente appropriandosi dell’insieme del nostro corpo e in particolare dei processi della generazione umana, ma anche del funzionamento del nostro cervello: assai indicative sono, in questo ambito, le direzioni delle ricerche sui rapporti mente-cervello, sulle questioni della coscienza e dell’autocoscienza, come anche sul linguaggio umano, messo a confronto con i linguaggi attribuiti ad altri animali. E’ chiaro a tutti che in questi campi siamo solo all’inizio di sviluppi dei quali è assai difficile prevedere il limite. Sebbene agiscano su di un piano di per sé diverso, le straordinarie prestazioni delle cosiddette “intelligenze artificiali” spingono a loro volta in una direzione convergente: quella cioè di fornire un nuovo e più efficace supporto e quasi una definitiva conferma, apparentemente “scientifica”, a filosofie della mente che, riprendendo in realtà ipotesi ormai antiche, ritengono di poter ricondurre integralmente la nostra intelligenza e la nostra libertà al funzionamento dell’organo cerebrale, come tale a sua volta uguagliabile, o anche superabile, attraverso i progressi delle intelligenze artificiali.

Conviene ora soffermarci sull’interpretazione dell’uomo implicata in questi sviluppi. Non si tratta soltanto del rifiuto di quel dualismo antropologico che concepisce l’uomo come costituito da due sostanze, l’anima e il corpo, unite tra loro in forma soltanto accidentale. L’unità del nostro essere è qui affermata infatti in una maniera radicale e riduzionista, in quanto l’uomo stesso viene ricondotto alla sua sola dimensione corporea, in quella prospettiva naturalistica che il Concilio Vaticano II aveva già individuato riferendosi a coloro che considerano l’uomo “soltanto una particella della natura” (GS 14).

Una simile interpretazione ha dei precisi presupposti, anzitutto a livello teoretico, che non hanno alcun rapporto necessario con gli sviluppi delle scienze. Il primo di essi può individuarsi nella tendenza, questa sì insita nel dinamismo delle scienze empiriche, a considerare anche l’uomo come un “oggetto”, come tale conoscibile e “misurabile” attraverso le forme dell’indagine sperimentale. Tutto ciò è certamente lecito, anzi indispensabile per il progresso scientifico e tecnologico, con i grandi benefici che esso apporta, ad esempio nella cura delle malattie. Altra cosa è però dare spazio ad una specie di “scientismo di ritorno”, che consideri questa come l’unica forma razionalmente valida di conoscenza del nostro essere, negando o dimenticando che l’uomo è anzitutto e irriducibilmente “soggetto”, il quale, proprio nella sua soggettività, non può mai essere totalmente oggettivato e adeguatamente conosciuto attraverso le scienze empiriche.

Un secondo e assai rilevante presupposto, che in realtà costituisce anche una componente intrinseca della nuova questione antropologica, è il grande fenomeno dell’evoluzione, cosmica e biologica: un’interpretazione largamente diffusa di questo fenomeno, infatti, contribuisce non poco all’affermarsi di una comprensione dell’uomo puramente naturalistica. Varie domande si pongono al riguardo. Anzitutto quella se possano assumersi come decisivo criterio esplicativo soltanto il formarsi della specie umana attraverso i processi evolutivi, oltre che la stretta connessione che indubbiamente esiste tra i processi mentali e il funzionamento dell’organo cerebrale, senza prendere in altrettanto seria considerazione un approccio diverso, che parte dall’esame delle “prestazioni” di cui sono capaci la nostra intelligenza e la nostra libertà: in concreto quella capacità di produrre cultura che è propria ed esclusiva dell’uomo e che ha dato luogo, attraverso i millenni, a uno sviluppo gigantesco e sempre crescente, all’interno del quale emergono “punte” estremamente significative, come l’attitudine ad assumere responsabilità etiche, il rigore e l’efficacia del pensiero logico, la creatività estetica. Si tratta certamente di un approccio in ultima analisi filosofico, che risale al pensiero classico, ma questo non è un motivo sufficiente per ritenerlo irrilevante, a meno di postulare che l’unica forma di conoscenza attendibile sia quella che ci viene attraverso la razionalità scientifico-tecnologica, con un ragionamento che in realtà è a sua volta di tipo filosofico e si è da tempo rivelato privo di consistenza. Aggiungasi che una considerazione più puntuale delle cosiddette intelligenze artificiali potrà indicare che esse, alla fine, non sono realmente “pensiero”, ma soltanto simulazione della nostra intelligenza, realizzata sulla base di ciò che noi sappiamo di noi stessi, come ha osservato lo scienziato italiano Alberto Oliveiro.

Un terzo presupposto è la cosiddetta “fine della metafisica”, che ha avuto tanto rilievo nel pensiero filosofico del Novecento: essa di fatto ha portato con sé la negazione della trascendenza, cioè in concreto anzitutto della realtà del Dio personale distinto dal mondo, ma anche, e in stretto rapporto con ciò, di ogni dimensione dell’uomo che sia davvero trascendente rispetto alla natura.

Nello stesso tempo la “radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura” produce, come ha detto Benedetto XVI al Convegno di Verona il 19 ottobre 2006, “un autentico capovolgimento del punto di partenza” della cultura moderna, “che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà”. Proprio mentre si assiste alla radicalizzazione ed estremizzazione delle istanze, in sé legittime, della libertà personale, vengono infatti privati del loro fondamento, e quindi della loro plausibilità, quel ruolo centrale e quella dignità specifica del soggetto umano – da considerare sempre come un fine e mai come un mezzo, secondo la nota formula di Kant – che costituiscono il punto di riferimento decisivo della nostra civiltà, sul piano filosofico ed etico, ma anche giuridico e politico, esistenziale e persino estetico.

La spinta di fondo della nuova questione antropologica sembra dunque essere quella di ricondurre integralmente il soggetto umano – ma nel linguaggio dei biologi si parla piuttosto della specie homo sapiens sapiens – all’interno del macroprocesso evolutivo, con la tendenza a considerare decisiva la continuità del processo stesso rispetto alle differenze che si generano al suo interno. Così i caratteri propri della nostra specie, in ultima analisi l’intelligenza e la libertà, non vengono certo negati, ma considerati semplicemente sviluppi e affinamenti ulteriori di capacità cerebrali evolutesi progressivamente: nella stessa definizione classica dell’uomo come animal rationale, la differenza specifica rationale finisce perciò per perdere quel rilievo di insormontabile differenziale ontologico che le è appartenuto nella nostra civiltà.

Esiste però un altro aspetto, o tendenza, che sta emergendo in questi ultimi anni. Se guardiamo infatti non al passato ma al presente e al futuro, l’accento si sposta di nuovo su ciò che appartiene all’uomo in esclusiva, nel senso che le capacità scientifico-tecnologiche da lui acquisite sono giunte ormai ad una fase del loro sviluppo che parrebbe consentire un potenziamento radicale della nostra specie, il suo miglioramento e anche il suo superamento, in un processo evolutivo il cui propulsore non risiederebbe più nella natura ma nell’intelligenza umana, più precisamente nell’intelligenza scientifico-tecnologica, e i cui ritmi di sviluppo sarebbero per conseguenza non quelli lentissimi della natura ma quelli rapidissimi della tecnologia. Così proprio quell’intelligenza che viene considerata frutto dell’evoluzione cosmica e poi biologica si sostituirebbe in certo modo alla natura stessa, affermando un suo totale primato e dominio sull’evoluzione futura, il cui esito positivo e non distruttivo resta affidato, in ultima analisi, soltanto a un uso corretto e ragionevole della nostra libertà. Aldo Schiavone, nel piccolo libro Storia e destino, pubblicato nel 2007 da Einaudi, ci ha offerto un quadro sintetico, ma molto informato e assai ben organizzato, di queste prospettive.

In questo modo il soggetto umano riacquista, in forma nuova e profondamente diversa, un’assai concreta centralità, almeno in quella parte dell’universo che oggi possiamo osservare in maniera sufficientemente particolareggiata e in cui non si incontrano altri viventi dotati di intelligenza.

Anche a prescindere dalle unilateralità già evidenziate di una spiegazione integralmente evolutiva del soggetto umano, a questo punto nascono però due ulteriori domande. La prima riguarda le capacità della razionalità scientifica e tecnologica di assumere la guida dei processi di trasformazione dell’uomo e di assicurarne esiti positivi e benefici, dimenticando che questa razionalità prescinde, per il suo stesso impianto metodologico, dai problemi del significato e dei fini della nostra esistenza. Inoltre, e più concretamente, questa razionalità si incarna nell’insieme degli uomini e delle donne che fanno ricerca e interagisce sempre più intensamente con tutti gli enormi interessi economici, politici, e anche ideologici, che sono collegati con i grandi e rapidissimi sviluppi scientifico-tecnologici. Per assumere la guida di tali processi appare dunque necessaria “un’etica forte”, come lo stesso Schiavone afferma nettamente, riconoscendo anche indispensabile per essa “il contributo cattolico”. E’ assai difficile però costruire una tale etica sulla premessa della totale riconduzione dell’uomo al macro-processo evolutivo.

Giungiamo così alla seconda domanda che, in dialogo con Schiavone, possiamo formulare così: si può davvero affermare che l’uomo, in fondo, sia soltanto storia? Alla base di questa tesi di Schiavone sta chiaramente la concezione evolutiva dell’universo, per la quale l’universo stesso non è un insieme di essenze o nature stabili, ma piuttosto un’unica macro-storia, prendendo evidentemente la parola “storia” in un senso amplificato, che in ultima analisi significa soltanto realtà in continuo mutamento e non comprende le dimensioni di cultura e di libertà proprie della storia umana. Per di più, d’ora in poi la storia dell’universo assume in qualche modo, nella prospettiva di Schiavone, un significato più vicino a quello tradizionale della storia stessa, dato che l’uomo se ne fa protagonista in virtù delle nuove risorse messe nelle sue mani dalle scienze e dalle tecnologie. E’ proprio questa idea, però, che l’uomo sia soltanto storia, a rivelarsi, alla fine, non meno problematica e riduttiva dell’idea che l’uomo sia soltanto natura. Schiavone ha replicato che ricondurre integralmente l’uomo alla storia non significa ridurlo a pura materia, dato che la fisica stessa ci dice che la materia, modernamente intesa, “è solo una forma – e non certo l’unica – dell’essere” (cfr la Repubblica, 17 luglio 2008). Ma questa osservazione non è pertinente: la fisica contemporanea ci insegna certamente che la realtà dell’universo fisico assume molteplici configurazioni e denominazioni, che sembrano però riconducibili al binomio materia (in senso ampio)-energia, e soprattutto che sono tutte “interne” e consustanziali all’universo stesso. Realmente distinta da tutta questa realtà, e ad essa irriducibile, è anzitutto, per il credente, la realtà di Dio. Proprio dell’uomo è far parte dell’universo fisico e al contempo trascenderlo, partecipando alla realtà trascendente di Dio: questa è la ragione sostanziale ed ultima per la quale l’uomo non è totalmente riconducibile né alla natura né alla storia. Certamente l’uomo è un essere storico, vive nella storia, che per lui è qualcosa di intrinseco e di costitutivo, non certo di esterno, ma non è integralmente riducibile alla storia. Questa sua realtà singolare, che lo pone, secondo una formula classica, al confine del tempo e dell’eternità, è espressa dalla fede biblica con la parola “immagine di Dio”, ma è anche razionalmente plausibile, per quella diversità dell’uomo rispetto al resto della natura che, come abbiamo accennato, è attestata dalle “prestazioni” di cui soltanto lui è capace tra gli esseri di questo mondo. Proprio il tema dell’immagine di Dio ha corroborato e potenziato interiormente la definizione classica dell’uomo come animal rationale, ontologicamente non riducibile al resto del regno animale. Particolarmente illuminanti su questo complesso di tematiche sono le pagine dell’ultimo capitolo dell’Enciclica Caritas in veritate, dedicate a “Lo sviluppo dei popoli e la tecnica”, che riconducono tra l’altro la stessa “questione sociale” a “questione antropologica” (n. 75, cfr anche nn. 68-70; 74; 76-77).

Queste e altre possibili domande non devono però farci perdere di vista un dato di fondo: rimane vero che è incominciata, con l’applicazione all’uomo delle biotecnologie e con tutti gli altri sviluppi tecnologici connessi, una fase nuova della nostra esistenza nel mondo, della quale siamo solo agli inizi e che appare destinata ad accelerarsi e a produrre effetti estremamente rilevanti e potenzialmente pervasivi di ogni dimensione della nostra umanità, effetti che oggi è ben difficile, per non dire impossibile, prevedere nei loro concreti esiti e sviluppi. E’ ugualmente vero che questa nuova fase non appare arrestabile: di più, essa, per quanto impegnativa e carica di rischi, va sinceramente favorita e promossa, perché rappresenta uno sviluppo di quelle potenzialità che sono intrinseche all’uomo, creato a immagine di Dio. Occorre però liberarsi da una visione deterministica degli sviluppi che ci attendono: in quanto opera dell’uomo, e non astrattamente delle tecnologie, essi possono e devono essere orientati in modo che vadano a favore, e non a detrimento, dell’uomo stesso.

Siamo rimandati così al senso della parola “uomo”, al valore che attribuiamo al soggetto umano, in noi e nel nostro prossimo, al modo in cui viviamo e all’uso che facciamo della nostra libertà. Quella dell’uomo, infatti, non è mai una questione soltanto teoretica, ma sempre anche decisamente pratica, nella quale entra in gioco il tutto di noi stessi, con la nostra intera soggettività: ben diverso, ad esempio, è vivere come se l’uomo fosse soltanto una “sporgenza” della natura, o avesse invece una dignità inviolabile e un destino eterno. Nessuno pertanto può pretendere di conoscere davvero l’uomo per una via puramente “neutrale”, oggettiva e “scientifica”: gli sfuggirebbe quello che è proprio dell’uomo, il suo essere soggetto e non soltanto oggetto.

Per orientare a favore dell’uomo la nuova fase che si sta aprendo, è dunque molto importante quale immagine, quale ideale e quale esperienza vissuta dell’uomo portano con sé quanti lavorano direttamente nel campo delle biotecnologie e degli ambiti scientifici ad esse collegati, e alla fine è ancora più importante l’immagine e l’esperienza dell’uomo che prevale nello spazio complessivo della cultura e della società, a livello di una nazione, di una civiltà e ormai sempre più dell’intera umanità.

In concreto, occorre liberare dagli “a priori” riduzionisti le scienze e le tecnologie, o più esattamente le persone dei ricercatori, che sono coloro che possono essere direttamente condizionati da simili “a priori”. Anche questo fa parte dell’invito ad allargare gli spazi della nostra razionalità, spesso ripetuto da Benedetto XVI. Affinché ciò avvenga effettivamente è di grande importanza che ci siano, e vengano adeguatamente formati e preparati, ricercatori il cui approccio culturale ed esistenziale sia appunto “largo” ed aperto, privo cioè di preclusioni nei confronti della trascendenza.

Più specificamente, una questione di rilievo determinante è quella dei rapporti tra scienze e filosofia, e – non senza la mediazione della filosofia – tra scienze e teologia. Al riguardo un ruolo speciale è svolto dalla filosofia analitica che, anche in virtù degli strumenti logici e linguistici che ha saputo sviluppare, gode oggi di una sorta di egemonia riguardo ai rapporti della filosofia con il mondo delle scienze. Essa, non per motivi strutturali e necessari, ma piuttosto per gli orientamenti assunti dalla maggioranza dei suoi cultori, è attualmente connotata in larga misura da un’impronta riduzionista e finalmente materialista, come ha riconosciuto e deplorato uno dei suoi principali esponenti, Michael Dummett. Non mancano comunque le possibilità concrete di sviluppi più aperti, che potrebbero essere ulteriormente favoriti da un migliore collegamento tra questa filosofia e quella che viene invece qualificata come “filosofia continentale”, con un’espressione piuttosto generica e cumulativa di indirizzi tra loro diversi che serve a indicare il tipo di filosofia prevalente nel continente europeo, a differenza dalla Gran Bretagna e dal Nord America.

Non vanno inoltre trascurati gli apporti che possono venire, anche in questo ambito, dalla valorizzazione del grande patrimonio dell’antropologia cristiana, teologica e filosofica, se attualizzato e ripensato in rapporto alle problematiche proprie della nuova questione antropologica.

Su tali basi, attraverso un lavoro convergente, potranno risultare più chiari i limiti della conoscenza empirica e la distinzione tra sapere scientifico e sapere filosofico, senza ignorare o negare però, ma al contrario incoraggiando, quel rinnovato interesse che le grandi domande sull’uomo, sulla vita, sulla totalità dell’universo suscitano sempre più tra coloro che sono impegnati nella ricerca scientifica, per il fatto che proprio l’avanzare delle scienze stimola a porre problemi che debordano dai canoni metodologici delle scienze stesse: così, nella distinzione reciproca, potrà progredire una feconda interazione tra le scienze, la filosofia e la teologia.

La sfida, inoltre, per essere affrontata positivamente, va collocata in un orizzonte ancora più ampio, attraverso un approccio multidisciplinare che chiami in causa, con le scienze empiriche e con la filosofia e la teologia, la storia, il diritto, le lettere e le arti. Più radicalmente, non si tratta solo del convergere di diverse discipline, ma soprattutto di un’autentica globalità, nella quale trova spazio, insieme alle varie forme di conoscenza, il vissuto personale e sociale, con tutta la molteplicità dei rapporti e delle implicazioni che lo caratterizzano. Tra questi hanno un evidente rilievo sia le norme legislative, e quindi la politica, sia le condizioni e gli interessi della vita sociale ed economica. In realtà, se esiste una possibilità concreta di “orientare” l’applicazione al soggetto umano delle nuove biotecnologie in modo da rispettare la sua specificità e dignità inalienabile, questa possibilità passa attraverso un grande lavoro e sforzo convergente, che dia forza effettiva a questa specificità dell’uomo nel contesto globale della nostra società e sia quindi in grado di influire realmente anche sull’operare dei ricercatori e degli specialisti.

Aggiungo una considerazione assai perspicace del filosofo francese Jean-Michel Besnier, contenuta in un’intervista ad Avvenire del 1° ottobre 2009: “E’ necessaria una massiccia presa di coscienza da parte della popolazione. Il fascino per le tecniche è il rovescio della medaglia di una disistima di sé e dell’umanità. Non si sopportano più la vecchiaia, la malattia e la morte, e tantomeno la casualità della nascita. Riconciliarci con la nostra finitudine, accettare le nostre debolezze… è il prerequisito per salvare l’umanità. In questo, le odierne filosofie, le spiritualità e le religioni hanno un ruolo da svolgere”.

Ha dunque pienamente ragione Aldo Schiavone a sottolineare la necessità di un’etica forte (io specificherei: in particolare anche di una bioetica forte, e aggiungerei: un’etica e una bioetica fondate su un’antropologia aperta e dinamica, ma a sua volte forte) per padroneggiare la fase nuova, e ormai iniziata, della grande avventura della famiglia umana nel cosmo.

E’ questo uno dei motivi per i quali diventa oggi sempre più necessaria quella collaborazione tra credenti in Cristo e persone comunque sollecite della conservazione e dello sviluppo, nell’attuale contesto storico, di un umanesimo autentico, della quale si è fatto promotore Benedetto XVI. Vorrei ricordare in proposito un libro dello studioso americano Francis Fukuyama, L’uomo oltre l’uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica, pubblicato in italiano da Mondadori nel 2002, che, partendo da presupposti culturali molto diversi dai miei, si impegna con grande serietà a indicare le vie per preservare anche nel futuro ciò che è essenziale per la nostra umanità.

Termino accennando al ruolo che può avere il cristianesimo in questa situazione storica. La nuova questione antropologica è nata in quel mondo che ha una sua essenziale matrice proprio nel cristianesimo. Non senza un rapporto profondo con la secolarizzazione di questo medesimo mondo, essa ha preso degli sviluppi che possono mettere a rischio il cuore stesso della fede cristiana – cioè la fede nel Dio trascendente e personale, nella trascendenza dell’uomo e nella sua vocazione alla vita eterna –, insieme alle basi della nostra civiltà. Oggi la questione antropologica assume sempre più una dimensione planetaria e quindi sul suo divenire influiscono ormai tutte le grandi tradizioni culturali e spirituali dell’umanità. Difficilmente però essa potrà imboccare un percorso rispettoso della specificità e dignità umana se la spinta in questo senso non verrà anzitutto dal “mondo del cristianesimo”, perché proprio in tale mondo è nata e ha preso forza quella concezione della persona umana o, come ha scritto Karl Löwith (Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX, edizione italiana Einaudi 1949, p. 482), quel “pregiudizio”, secondo il quale chiunque abbia un volto umano possiede come tale la “dignità” e il “destino” di essere uomo. I credenti nel Dio di Gesù Cristo sono dunque chiamati a non tirarsi indietro, bensì a dare il meglio di se stessi, collaborando con ogni fautore di un umanesimo vero, che non può non essere aperto e sollecito nei confronti del progresso scientifico e tecnologico. Card. Camillo Ruini. L'Occidentale

 

Aref Ali Nayed (italiano - français - english)

Un dotto musulmano insegna ai cristiani come leggere le Sacre Scritture

È Aref Ali Nayed, l'estensore della "lettera dei 138" a Benedetto XVI. Reagisce polemico a ciò che ha scritto su www.chiesa l'islamologo cattolico Michel Cuypers. Ma il suo bersaglio ultimo è la Chiesa di Roma

 


ROMA, 23 ottobre 2009 – Nella sua udienza generale di mercoledì 14 ottobre Benedetto XVI ha portato ad esempio Pietro il Venerabile, il grande abate di Cluny che nel secolo XII, per "favorire la conoscenza" dell'islam, "provvide a far tradurre il Corano".

Oggi, all'inizio del secolo XXI, accade qualcosa di più. Un numero crescente di studiosi cristiani applica al Corano, per approfondirne la comprensione, i metodi di lettura già applicati alla Bibbia: fondati non solo sulla tradizione e sulla teologia, ma anche sull'analisi storico-critica e letteraria.

Questi ultimi metodi hanno faticato ad essere approvati dalla Chiesa cattolica, ma da molti decenni sono divenuti di uso comune. Fanno parte di quelle "conquiste dell'illuminismo" accolte dalla Chiesa che Benedetto XVI – in un importante discorso del 22 dicembre 2006 – ha auspicato vengano accolte anche dal mondo islamico.

In effetti, l'esegesi musulmana del Corano ha conosciuto nell'ultimo secolo "un'intensa attività interpretativa non inferiore a quella medievale", come ha documentato tra altri l'islamologo Massimo Campanini in un saggio pubblicato nel 2008 dalla Morcelliana col titolo: "L'esegesi musulmana del Corano nel secolo ventesimo".

Ma l'esegesi musulmana contemporanea – mostra Campanini – si esplica soprattutto nell'applicare il Corano all'agire umano, ai comportamenti pratici; è eminentemente "un'ermeneutica della prassi". Per il resto, essa non innova in nulla rispetto ai metodi di esegesi tradizionali dell'islam.

***

Uno degli studiosi cattolici che applica al Corano gli strumenti della moderna esegesi, specie letteraria, è fr. Michel Cuypers, che vive al Cairo.

Il suo ultimo libro, uscito due anni fa in Francia, è di grande suggestione. È dedicato all'analisi di un capitolo del Corano: "Le festin: une lecture de la sourate al-Mâ’ida [Il banchetto: una lettura della sura al-Mâ’ida]", e reca la prefazione dell'eminente studioso musulmano Mohamed-Ali Amir-Moezzi.

Di Cuypers www.chiesa ha rilanciato tempo fa un'ampia intervista e, più di recente, un articolo sul ruolo della tradizione nell'interpretazione islamica del Corano, pubblicato anche da "L'Osservatore Romano".

In quest'ultimo articolo, nel descrivere gli ultimi sviluppi dell'interpretazione del Corano in campo musulmano, Cuypers ha mostrato come vi siano oggi dei "modernisti" che tendono a escludere il ricorso alla tradizione, con questa conseguenza:

"Il Corano diventa dunque la sola fonte realmente normativa dell'islam. Una 'sola Scriptura' che non è priva d'influssi da parte del modello protestante (alcuni modernisti sono volentieri chiamati i 'Lutero dell'islam'). Questa liberazione dalle maglie della tradizione permette d'ipotizzare una nuova esegesi del Corano, oggi richiesta da alcuni intellettuali musulmani. Le 'occasioni della rivelazione', attinte agli hadîth, non sono più il metodo privilegiato d'esegesi, come nel passato. Un'esegesi critica è ormai possibile.

"Questa posizione aperta ha tuttavia come contropartita il fatto di situare gli intellettuali musulmani modernisti ai margini della corrente generale dell'islam, che resta massicciamente legata alla sunna come norma di fede e legge, organicamente connessa al Corano. Si comprende così che le differenti concezioni dei musulmani rispetto alla tradizione sono al cuore della crisi attuale dell'islam".

***

Ebbene, a questo passaggio dell'articolo di Cuypers reagisce con veemenza – nella nota riprodotta più sotto – uno studioso musulmano che appartiene invece a una corrente dell'islam sunnita molto ortodossa e legata alla tradizione: la corrente asharita, il cui fondatore fu il teologo Abu 'l-Hasan Al-Ashari (873-935) e il cui massimo esponente fu Abu Hamid Al-Ghazali (1058-1111), molto critico del suo contemporaneo Averroè, da lui accusato di razionalismo.

L'autore della nota è Aref Ali Nayed (nella foto), un nome familiare ai lettori di www.chiesa. In questo sito egli pubblicò nel 2006 una doppia replica al memorabile discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, e due anni dopo un commento polemico alla conversione dall'islam al cristianesimo di Magdi Allam, battezzato da papa Joseph Ratzinger nella notte di Pasqua del 2008.

Nayed è una personalità di rilievo nel dialogo tra la Chiesa cattolica e l'islam. Nato in Libia, ha studiato filosofia della scienza ed ermeneutica negli Stati Uniti e in Canada, ha seguito corsi alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e ha tenuto lezioni al Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica. È consulente all’Interfaith Program dell’università di Cambridge. Ha diretto il Royal Islamic Strategic Studies Center di Amman, in Giordania. Ha fondato quest'anno a Dubai un centro di studi islamici chiamato Kalam Reseasrch & Media.

Ma, soprattutto, Nayed è uno dei 138 saggi musulmani che hanno indirizzato a Benedetto XVI nel 2007 la celebre lettera "Una Parola comune". Anzi, ne è stato il principale estensore. Ha fatto parte della delegazione di cinque rappresentanti musulmani che il 4 e 5 marzo 2008 hanno concordato col Vaticano i successivi forum interreligiosi di dialogo, al primo dei quali ha partecipato in posizione eminente.

Insomma, con queste credenziali viene naturale classificare Nayed tra le personalità musulmane più impegnate ed "aperte" nel dialogo con la Chiesa di Roma.

Ma a leggere i suoi interventi si ricava anche che nel suo dialogare Nayed non attenua affatto gli elementi di contrasto. Anzi, sembra quasi che li esasperi. La lezione di Ratisbona è per lui "infamous". Battezzando Magdi Allam il papa ha compiuto un atto "infelice". E così via.

Anche nel replicare a Cuypers, Nayed adotta toni battaglieri. Ne elude completamente le ampie e fini argomentazioni, per appuntarsi su una sola frase. E da questa prende spunto per rovesciare sulla Chiesa cattolica, in materia di esegesi biblica, le stesse accuse di oscurantismo tipiche della polemica laicista. E, viceversa, per rivendicare all'islam la primogenitura di quei metodi storico-critici e di analisi letteraria divenuti poi appannaggio dell'esegesi ebraica, protestante, illuminista e infine cattolica.

La lettura di questo testo inviato da Nayed a www.chiesa è istruttiva, perché fotografa il reale livello a cui si trova oggi il dialogo intellettuale tra la Chiesa cattolica e l'islam.

Gli abbracci e le dichiarazioni di pace che si producono in tante cerimonie interreligiose non devono illudere. Nayed è persona coltissima ed amabile. Così come lo è Cuypers, piccolo fratello di Gesù. Ma tra i due mondi culturali c'è un abisso.

Il servizio di www.chiesa col quale Nayed polemizza è il seguente:

> Anche l'islam ha i suoi Lutero. Ma una riforma è lontana
(7.9.2009)

Ecco la sua replica:

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Sugli approcci musulmano e cattolico alle ermeneutiche sacre

di Aref Ali Nayed



Nel nome di Dio, il Compassionevole.

Sotto il titolo "Anche l'islam ha i suoi Lutero. Ma una riforma è lontana" Sandro Magister scrive: "Al cuore della crisi attuale del mondo musulmano vi sono le differenti concezioni della tradizione e il rifiuto di leggere il Corano con metodi scientifici, oltre che teologici. [...] La questione della tradizione [...] appare ancor più bruciante per l'islam. Essa è strettamente intrecciata con quella dell'interpretazione del Corano. Le correnti fondamentaliste ispirate dai Fratelli Musulmani, ad esempio, idealizzano l'islam delle origini, lo assumono come unico modello e rifiutano di applicare al Corano criteri di lettura scientifici, oltre che teologici. Sono rari e isolati i musulmani che leggono il Corano con metodi analoghi a quelli applicati alla Bibbia dall'esegesi cristiana. I grandi centri della teologia islamica, come l’università al-Azhar del Cairo, sono molto diffidenti nei confronti delle metodologie moderne di analisi del testo sacro. I frutti di una lettura critica del Corano provengono quasi esclusivamente da studiosi non musulmani".

Magister offre quindi "la lezione di un grande islamologo, Michel Cuypers" presentando un suo testo sotto il titolo: "La tradizione vista dalla fede musulmana, ieri e oggi". Un testo che Magister vede in questa luce: "Nel finale, Cuypers mostra quanto sia importante che il mondo islamico si apra a una lettura critica del Corano".

Lo spirito dell'introduzione di Magister e il modo in cui egli legge la parte conclusiva del testo di Cuypers riflettono la stessa attitudine che alcuni studiosi e dirigenti cattolici hanno manifestato in più occasioni, negli ultimi anni, riguardo al Corano e alle sue interpretazioni.

Essi parlano dallo stesso punto di vista, per loro indiscutibile, che nel recente passato ha prodotto la tesi infondata secondo cui il dialogo cattolico-musulmano è ostacolato dalla convinzione musulmana che il Corano è l'autentica parola di Dio (che esaltato Egli sia). È importante sottolineare, ancora una volta, che tale tesi chiaramente soffre di un doppio blocco: primo, il fraintendimento e l'errata esposizione dell'insegnanento islamico riguardo al Corano; secondo, l'errata esposizione della dottrina cattolica sulle Sacre Scritture, falsamente messa in contrasto col primo. Ora spiego come questo doppio blocco opera.

Il Corano è l'autentico parlare (kalam) del nostro supremo unico Dio (Allah), rivelato al profeta Maometto (che la pace sia su di lui) e fedelmente conservato attraverso un'ininterrotta trasmissione comunitaria (tawatur). Il Corano è eterno (qadim) in essenza, in origine, e come essenziale prerogativa divina a parlare (kalamullh as kalam nafsi). Ma esso è anche storico nel suo svelarsi, come atto di rivelazione (kalamullah as kalam lafzi), ed è stato rivelato al Profeta (che la pace sia su di lui) in profondo intreccio con le viventi circostanze e gli eventi storici della comunità musulmana (tanzil, tanjim). Per saperne di più su questo si veda "Al-Insaf" dell'Imam Abu Bakr Al-Baqillani, morto nel 1013 dell'era cristiana.

Gli studiosi musulmani hanno sempre fondato le loro interpretazioni ed esegesi del Corano sulla base di varie scienze incluse le scienze delle "circostanze della rivelazione" (asbabulnuzul), sulle scienze della storia del Corano (tarkhulqur'an) e su un accurato studio delle forme linguistiche familiari agli arabi del tempo della rivelazione (ulumulugha). Gli studiosi musulmani hanno sviluppato un apparato comprensivo delle metodologie storico-critico-linguistiche per la comprensione del Corano (ulumulqur'an). Per saperne di più su questo si veda "Al-Itqan" dell'Imam Jalaloddin Al-Suyuti, 1445-1505 dell'era cristiana.

Gli studiosi musulmani sono stati sempre consapevoli del fatto che l'interpretazione, la comprensione e l'esegesi dell'eterno parlare di Dio sono forme dell'umano, strenuo sforzo (ijtihad) che deve essere obbligatoriamente rinnovato in ogni generazione credente. La solenne fede nell'eternità e nella divina autorità del Corano non ha mai trattenuto gli studiosi musulmani dal trattare con esso storicamente e linguisticamente. Al contrario, la fede nella verità rivelante del Corano è stata la vera motivazione di vite spese nel diretto studio professionale del parlare di Dio. Per saperne di più su questo si veda "Kitab Al-Ilm" dell'Imam Ibn Abd Al-Barr.

Imponenti biblioteche di opere interpretative ed esegetiche, teologiche, giuridiche, etiche e spirituali sono state prodotte da successive generazioni di studiosi, dai tempi iniziali fino ad oggi. È precisamente sulla base della loro fede solenne che il Corano è l'autentica parola di Dio che studiosi musulmani, nel corso dei secoli, hanno impegnato in un dialogo ebrei, cristiani, zoroastriani, indù, buddisti ed anche scettici e naturalisti. Tutti i principali manuali di teologia musulmana, siano essi maturidi, ashariti, mutaziliti, jafariti, ismailiti o ibaditi, mostrano una notevole larghezza di vedute e chiamano a confronto attivamente le credenze di filosofi, ebrei, cristiani, zoroastriani, indù e buddisti.

In modo interessante, l'apparato storico-critico-linguistico dell'esegesi musulmana, in sintesi con le antiche metodologie ermeneutiche talmudiche di un Rabbi Hillel e di un Rabbi Ishmael, è stato trasmesso attraverso studiosi ebrei sefarditi come Hasdai ben Abrahan Crescas (1340-1410/1411) e Baruch Spinoza (1632-1677) fino ai primi maestri dell'ermeneutica protestante, come Johann August Ernesti (1707-1781).

Il "criticismo alto" e il "metodo storico-critico" che discendono dall'ermeneutica della riforma protestante sono stati direttamente influenzati dall'ermeneutica talmudica andalusa che risale a Spinoza, a sua volta imbevuta dell'ermeneutica coranica degli studiosi musulmani andalusi.

È anche interessante notare che le metodologie e le conclusioni del criticismo protestante sono state, per secoli, rifiutate dalla Chiesa cattolica. Questo rifiuto è stato particolarmente sistematico ed esplicito nell'enciclica "Providentissimus Deus" di Leone XIII, del 1893, e nell'enciclica antimodernista "Pascendi dominico gregis" di Pio X, del 1907.

Sotto la forte pressione della scuola biblica protestante, alla fine la Chiesa cattolica, ma solo malvolentieri, parzialmente e a determinate condizioni, ha accettato alcuni aspetti del metodo storico-critico. Papa Benedetto XV diede inizio a questo processo di accettazione condizionata nella "Spiritus Paraclitus" del 1920, ma  fu solo con la "Divino afflante Spiritus" di papa Pio XII, del 1943, che gli studiosi cattolici sono stati finalmente autorizzati a mettersi al passo con gli stadi avanzati degli studi biblici protestanti.

Per questo è abbastanza ironico che alcuni studiosi cattolici ora accusino i musulmani di un'immaginaria chiusura, che descrive invece molto meglio la chiusura pre-1943 del Vaticano alle metodologie storico-critiche.

Ciò che è ancor più ironico è il fatto che alcuni cattolici non solo inventano una simile chiusura musulmana, ma arrivano ad attribuirla alla fede musulmana nella divina autorità del Corano, cioè al fatto che il Corano è l'autentica parola di Dio. Ciò è davvero strano, perché induce a pensare che chi crede nella divina autorità di un testo sacro non può essere un interlocutore di dialogo in materie teologiche!

Nel sostenere questa strana tesi sul credo musulmano riguardo al Corano, alcuni cattolici sembrano dimenticare le posizioni dogmatiche cattoliche romane riguardo alle Sacre Scritture. Almeno dal Concilio di Trento, il magistero della Chiesa cattolica romana ha ripetutamente affermato una dottrina molto netta, quasi impositiva, riguardo alla divina rivelazione, e ha sempre tenuto fermo che "la santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2 Tm 3,16); hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa" (Concilio Vaticano II, "Dei Verbum", III).

La "Providentissimus Deus" di papa Leone XIII del 1893 mette in chiaro che una forte fede nella divina ispirazione delle Scritture cristiane è stata "sempre ritenuta e apertamente professata" dalla Chiesa:

"Questa rivelazione soprannaturale, secondo la fede universale della Chiesa, è contenuta sia nelle tradizioni non scritte, sia anche nei libri scritti che vengono chiamati sacri e canonici, perché, essendo stati scritti sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati affidati alla Chiesa. Questo certamente, riguardo ai libri dell'uno e dell'altro Testamento sempre ha ritenuto e apertamente professato la Chiesa: ben noti sono gli importantissimi documenti antichi, nei quali si afferma che Dio, il quale parlò prima per mezzo dei profeti, poi egli stesso e quindi per bocca degli apostoli, è anche autore delle Scritture che sono chiamate canoniche, e che sono oracoli e locuzioni divine, una lettera inviata dal Padre celeste trasmessa per mezzo degli autori sacri al genere umano, peregrinante lontano dalla patria".

È vero che la Chiesa cattolica dal 1943 e specialmente dal Vaticano II, alla luce delle acquisizioni dell'esegesi storico-critica, ha cominciato a dare rilievo al coinvolgimento degli autori umani delle Scritture. Tuttavia, anche nella "Dei Verbum" l'ispirazione inerrante di Dio continua a essere affermata dalla Chiesa, come sempre. Anche la "Divino afflante Spiritus" di papa Pio XII del 1943 riafferma lo stesso credo, ed espande invece che restringere le posizioni sulla Scrittura della "Providentissimus Deus" di papa Leone XIII del 1893.

Pertanto, posti i dogmi della Chiesa cattolica riguardo alla Scritture cristiane, è strano e davvero ironico che alcuni studiosi cattolici continuino a sostenere che affermare la divina ispirazione di un testo sacro sia un ostacolo al dialogo teologico! Se una simile fede nella divina ispirazione trattiene i suoi aderenti dal dialogo teologico, allora gli studiosi cattolici dovrebbero avere la stessa inibizione che alcuni di loro immaginano abbiano gli studiosi musulmani.

Inoltre, la tradizionale posizione sunnita su come accostarsi rispettosamente al Corano e alla tradizione non è così distante dalla posizione cattolica su come accostarsi rispettosamente alle Sacre Scritture e alla tradizione. Lo stesso papa Benedetto XVI ha recentemente raccomandato la tipica cautela cattolica riguardo a un eccessivo entusiasmo per le metodologie storico-critiche:

"Lo studio scientifico dei testi sacri è importante, ma non è da solo sufficiente perché rispetterebbe solo la dimensione umana. Per rispettare la coerenza della fede della Chiesa l'esegeta cattolico deve essere attento a percepire la Parola di Dio in questi testi, all'interno della stessa fede della Chiesa. In mancanza di questo imprescindibile punto di riferimento la ricerca esegetica resterebbe incompleta, perdendo di vista la sua finalità principale, con il pericolo di essere ridotta ad una lettura puramente letteraria, nella quale il vero Autore – Dio – non appare più" (Discorso alla pontificia commissione biblica, 23 aprile 2009).

È davvero ironico che alcuni cattolici consiglino ai musulmani di produrre dei "Lutero" e degli approcci di "stile luterano" al Corano. Tali consiglieri dovrebbero ricordare piuttosto gli strenui sforzi fatti dalla Chiesa cattolica per arginare le conseguenze dell'affermazione del principio protestante della "Sola Scriptura".

Sfortunatamente, alcune posizioni cattoliche riguardo agli approcci musulmani al Corano sembrano basate sull'infondata tavola dei contrasti "islam contro cristianesimo" sviluppata e sostenuta da taluni "esperti dell'islam". È essenziale, per amore di una mutua comprensione e per amore di Dio, fermare la costruzione di queste nocive false distinzioni, e smetterla di fare prediche all'islam circa la saggezza nell'uso del metodo storico-critico per studiare il Corano.

Dio sa cos'è il meglio!

Di Sandro Magister

 

 

Un savant musulman apprend aux chrétiens comment lire les Saintes Ecritures

C'est Aref Ali Nayed, le rédacteur de la "lettre des 138" adressée à Benoît XVI. Il réagit de manière polémique à ce qu'a écrit sur www.chiesa l'islamologue catholique Michel Cuypers. Mais sa cible finale est l'Eglise de Rome



ROME, le 23 octobre 2009 – Lors de son audience générale du mercredi 14 octobre, Benoît XVI a cité en exemple Pierre le Vénérable, le grand abbé de Cluny qui, au XIIe siècle, "fit traduire le Coran" pour "favoriser la connaissance" de l'islam.

Aujourd’hui, au début du XXIe siècle, il se passe quelque chose de plus. De plus en plus de chercheurs chrétiens appliquent au Coran, pour mieux le comprendre, des méthodes de lecture déjà appliquées à la Bible et fondées non seulement sur la tradition et sur la théologie, mais aussi sur l'analyse historico-critique et littéraire.

Des méthodes que l’Eglise catholique a eu du mal à approuver mais qui sont d’usage courant depuis plusieurs décennies. Elles font partie de ces "conquêtes des Lumières" que l’Eglise a accueillies et que Benoît XVI – dans un important discours du 22 décembre 2006 – a souhaité voir également accueillies par le monde musulman.

En effet, l'exégèse musulmane du Coran a connu au siècle dernier "une intense activité d’interprétation, qui n’a pas été inférieure à celle du Moyen Age", comme l’a établi, entre autres, l'islamologue Massimo Campanini dans un essai publié en 2008 en Italie aux éditions Morcelliana sous le titre : "L'exégèse musulmane du Coran au XXe siècle".

Mais l'exégèse musulmane contemporaine – Campanini le montre – s’explique surtout par l'application du Coran à l'action humaine, aux comportements pratiques ; elle est éminemment "une herméneutique de la pratique". Pour le reste, elle n’innove en rien par rapport aux méthodes d’exégèse traditionnelles de l'islam.

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Le frère Michel Cuypers, qui vit au Caire, est l’un des chercheurs catholiques qui appliquent au Coran les outils de l’exégèse moderne, notamment littéraire.

Son dernier livre, paru en France il y a deux ans, est très suggestif. Consacré à l'analyse d’un chapitre du Coran, il est intitulé "Le festin: une lecture de la sourate al-Mâ’ida" et préfacé par l'éminent chercheur musulman Mohamed-Ali Amir-Moezzi.

De Cuypers, www.chiesa a publié, il y a déjà quelque, temps une longue interview et, plus récemment, un article sur le rôle de la tradition dans l'interprétation musulmane du Coran, publié aussi par "L'Osservatore Romano".

Dans ce dernier article, Cuypers a montré, en décrivant les derniers développements de l'interprétation du Coran chez les musulmans, qu’il y a aujourd’hui des "modernistes" qui tendent à exclure le recours à la tradition, avec la conséquence suivante :

"Le Coran devient donc la seule source vraiment normative de l'islam. Une 'seule Ecriture' qui ne manque pas d'influences provenant du modèle protestant (certains modernistes sont volontiers appelés les 'Luther de l'islam'). Cette façon de se libérer des mailles de la tradition permet d'envisager une nouvelle exégèse du Coran, demandée aujourd’hui par certains intellectuels musulmans. Les 'occasions de la révélation', tirées des hadîths, ne sont plus la méthode privilégiée d'exégèse, comme dans le passé. Une exégèse critique est désormais possible.

"Cette position ouverte a toutefois comme contrepartie de mettre les intellectuels musulmans modernistes en marge du courant général de l'islam, qui reste massivement lié à la sunna comme norme de foi et de droit, organiquement associée au Coran. On comprend alors que les différentes conceptions des musulmans quant à la tradition soient au cœur de la crise actuelle de l'islam".

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Ce passage de l'article de Cuypers a fait réagir avec véhémence – dans la note reproduite ci-dessous – un chercheur musulman appartenant, lui, au courant de l'islam sunnite le plus orthodoxe et le plus lié à la tradition : le courant acharite, fondé par le théologien Abu 'l-Hasan Al-Achari (873-935) et dont le représentant le plus éminent fut Abu Hamid Al-Ghazali (1058-1111) qui critiqua beaucoup son contemporain Averroès, qu’il accusait de rationalisme.

L'auteur de la note est Aref Ali Nayed (photo), un nom bien connu des lecteurs de www.chiesa. En 2006, il a publié sur ce site une double réponse au mémorable discours de Ratisbonne de Benoît XVI et, deux ans plus tard, un commentaire polémique sur la conversion de l'islam au christianisme de Magdi Allam, baptisé par le pape Benoît XVI dans la nuit de Pâques 2008.

Personnalité marquante du dialogue entre l’Eglise catholique et l'islam, Nayed est né en Libye. Il a étudié la philosophie des sciences et l’herméneutique aux Etats-Unis et au Canada, suivi des cours à l’Université Pontificale Grégorienne de Rome et enseigné à l’Institut Pontifical d’Etudes Arabes et d’Islamologie. Il est consultant de l’Interfaith Program de l’université de Cambridge. Il a dirigé le Royal Islamic Strategic Studies Center d’Amman, en Jordanie. Cette année il a fondé à Dubai un centre d’études musulmanes appelé Kalam Research & Media.

Mais Nayed est surtout l’un des 138 sages musulmans qui ont adressé à Benoît XVI, en 2007, la célèbre lettre "Une parole commune". Il en est même le principal rédacteur. Il a fait partie de la délégation de cinq représentants musulmans qui, les 4 et 5 mars 2008, ont organisé avec le Vatican les prochains forums interreligieux de dialogue et il a participé de façon éminente au premier de ceux-ci.

En somme, avec ces références, il est naturel de considérer Nayed comme l’une des personnalités musulmanes les plus engagées et les plus "ouvertes" dans le dialogue avec l’Eglise de Rome.

Mais, à lire ses interventions, on voit aussi que, quand il dialogue, Nayed n’atténue pas du tout les éléments d’opposition. En fait, il semble presque qu’il les exacerbe. Le discours de Ratisbonne est pour lui "infamous". En baptisant Magdi Allam, le pape a fait un geste "malheureux". Et ainsi de suite.

De même Nayed adopte un ton belliqueux pour répondre à Cuypers. Il en élude tout à fait les vastes et fines argumentations et ne retient qu’une seule phrase sur laquelle il s’appuie pour adresser à l’Eglise catholique, en matière d’exégèse biblique, les accusations d’obscurantisme typiques de la polémique laïciste et, inversement, pour revendiquer l’antériorité de l'islam quant à ces méthodes historico-critiques et d’analyse littéraire, qui seraient ensuite devenues l’apanage des exégèses juive, protestante, illuministe et enfin catholique.

La lecture de ce texte envoyé par Nayed à www.chiesa est instructive, car elle montre à quel niveau se trouve réellement le dialogue intellectuel entre l’Eglise catholique et l'islam.

Les embrassades et les déclarations de paix que l’on peut voir dans tant de cérémonies interreligieuses ne doivent pas faire illusion. Nayed est très cultivé et aimable. Cuypers, le Petit Frère de Jésus, l’est aussi. Mais il y a un abîme entre leurs deux mondes culturels.

L’article de www.chiesa à propos duquel Nayed polémique est le suivant :

> L'islam aussi a ses Luther. Mais une réforme est lointaine
(7.9.2009)

Voici sa réponse :

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A propos des approches musulmane et catholique des herméneutiques sacrées

par Aref Ali Nayed



Au nom de Dieu, le Miséricordieux.

Sous le titre "L’islam aussi a ses Luther. Mais une réforme est lointaine", Sandro Magister a écrit : "Au cœur de l’actuelle crise du monde musulman, il y a les différentes conceptions de la tradition et le refus de lire le Coran en utilisant des méthodes scientifiques en plus des méthodes théologiques. [...] La question de la tradition [...] paraît encore plus brûlante pour l'islam. Elle est étroitement liée à celle de l'interprétation du Coran. Les courants fondamentalistes inspirés par les Frères Musulmans, par exemple, idéalisent l'islam des origines, le prennent comme modèle unique et refusent d’appliquer au Coran des critères de lecture scientifiques en plus des critères théologiques. Les musulmans qui lisent le Coran selon des méthodes analogues à celles que l'exégèse chrétienne applique à la Bible sont rares et isolés. Les grands centres théologiques musulmans, comme l’université al-Azhar au Caire, sont très méfiants envers les méthodes modernes d’analyse du texte sacré. Les fruits d’une lecture critique du Coran viennent presque exclusivement de spécialistes non musulmans.".

Magister offre ensuite "la leçon d’un grand islamologue, Michel Cuypers" en présentant un texte de celui-ci sous le titre : "La tradition vue par la foi musulmane, hier et aujourd’hui". Un texte que Magister interprète de la manière suivante : "A la fin, Cuypers montre combien il est important que le monde islamique s’ouvre à une lecture critique du Coran".

L’esprit de l'introduction de Magister et sa façon de lire la conclusion du texte de Cuypers reflètent l’attitude déjà manifestée à maintes reprises par certains chercheurs et dirigeants catholiques, ces dernières années, en ce qui concerne le Coran et son interprétation.

Ils s’expriment en partant d’un même point de vue moralisateur, la thèse infondée selon laquelle, dans le passé récent, le dialogue catholico-musulman a été freiné par la conviction des musulmans que le Coran est la parole même de Dieu (qu’Il soit exalté). Il est important de souligner, une fois encore, que cette thèse souffre nettement d’un double blocage : d’abord, la mauvaise compréhension et la présentation erronée de l'enseignement de l’islam en ce qui concerne le Coran ; ensuite, la présentation erronée de la doctrine catholique sur les Saintes Ecritures, faussement mise en opposition avec le premier. Voici comment agit ce double blocage.

Le Coran est la parole (kalam) même de notre Dieu unique et suprême (Allah), telle qu’elle a été révélée au prophète Mahomet (que la paix soit sur lui) et fidèlement conservée à travers une transmission communautaire ininterrompue (tawatur). Le Coran est éternel (qadim) dans son essence, dans son origine, et comme prérogative divine essentielle de parler (kalamullh as kalam nafsi). Mais il est aussi historique dans son dévoilement, comme acte de révélation (kalamullah as kalam lafzi) et il a été révélé au Prophète (que la paix soit sur lui) en lien étroit avec les évènements historiques et contemporains de la communauté musulmane (tanzil, tanjim). Pour en savoir plus à ce sujet, voir "Al-Insaf" de l'imam Abu Bakr Al-Baqillani, mort en 1013 de l'ère chrétienne.

Les chercheurs musulmans ont toujours fondé leurs interprétations et exégèses du Coran sur plusieurs sciences, dont celle des "circonstances de la révélation" (asbabulnuzul), sur la science de l’histoire du Coran (tarkhulqur'an) et sur une étude attentive des formes linguistiques familières aux Arabes qui vivaient au temps de la révélation (ulumulugha). Les chercheurs musulmans ont développé un ensemble complet de méthodes historico-critico-linguistiques pour la compréhension du Coran (ulumulqur'an). Pour en savoir plus à ce sujet, voir "Al-Itqan" de l'imam Jalaloddin Al-Suyuti, 1445-1505 de l'ère chrétienne.

Les chercheurs musulmans ont toujours été conscients du fait que l'interprétation, la compréhension et l'exégèse de l’éternelle parole de Dieu sont des formes de l'effort soutenu de réflexion fait par les hommes (ijtihad), effort obligatoirement renouvelé à chaque génération de croyants. Leur foi absolue en l'éternité et en l’origine divine du Coran n’a jamais empêché les chercheurs musulmans de l’étudier du point de vue historique et linguistique. Au contraire, c’est la foi en la vérité révélée du Coran qui les a amenés à consacrer leur vie entière à une étude approfondie de la parole de Dieu. Pour en savoir plus à ce sujet, voir "Kitab Al-Ilm" de l'imam Ibn Abd Al-Barr.

Des traités d’interprétation et d’exégèse, de théologie, de droit, d’éthique, de spiritualité – formant d’imposantes bibliothèques – ont été écrits par les générations successives de chercheurs, depuis les origines jusqu’à aujourd’hui. C’est justement sur la base de leur conviction absolue que le Coran est la parole même de Dieu que des chercheurs musulmans ont dialogué, au cours des siècles, avec des juifs, des chrétiens, des zoroastriens, des hindouistes, des bouddhistes et même des sceptiques et des philosophes naturalistes. Tous les principaux manuels de théologie musulmane, qu’ils soient maturidites, acharites, mutazilites, jafarites, ismaéliens ou ibadites, montrent une remarquable largeur de vues et appellent activement à la confrontation avec les croyances des philosophes, juifs, chrétiens, zoroastriens, hindouistes et bouddhistes.

Fait intéressant, l'appareil historico-critico-linguistique de l'exégèse musulmane, en synthèse avec d’anciennes méthodes herméneutiques talmudiques comme celles d’un Rabbi Hillel et d’un Rabbi Ismael, a été transmis à travers des chercheurs juifs séfarades comme Hasdai ben Abraham Crescas (1340-1410/1411) et Baruch Spinoza (1632-1677) aux premiers maîtres de l'herméneutique protestante, comme Johann August Ernesti (1707-1781).

La " haute critique" et la "méthode historico-critique" issues de l’herméneutique de la Réforme protestante ont été directement influencées par l’herméneutique talmudique andalouse de Spinoza, elle-même enracinée dans l'herméneutique coranique des chercheurs musulmans andalous.

Il est également intéressant de noter que les méthodes et conclusions de la haute critique protestante ont été, pendant des siècles, rejetées par l’Eglise catholique. Ce refus est très systématique et explicite dans l'encyclique "Providentissimus Deus" de Léon XIII, publiée en 1893, et dans l’encyclique antimoderniste "Pascendi dominico gregis" publiée par Pie X en 1907.

Finalement, sous la très forte pression de l’école biblique protestante, l’Eglise catholique a accepté - mais seulement à regret, partiellement et sous conditions - certains aspects de la méthode historico-critique. Le pape Benoît XV a commencé ce processus d’acceptation conditionnelle dans son encyclique "Spiritus Paraclitus" de 1920, mais ce n’est qu’avec "Divino afflante Spiritus", l’encyclique du pape Pie XII publiée en 1943, que les chercheurs catholiques ont finalement été autorisés à se rapprocher du stade avancé des études bibliques protestantes.

Il est donc assez ironique que des chercheurs catholiques reprochent maintenant aux musulmans une fermeture imaginaire, reproche qui correspond beaucoup plus à la fermeture du Vatican aux méthodes historico-critiques avant 1943.

Encore plus ironique : non seulement des catholiques inventent cette fermeture des musulmans mais ils l’attribuent à la foi musulmane en l’origine divine du Coran, c’est-à-dire au fait que le Coran est la parole même de Dieu. C’est vraiment très étrange parce que cela donne à penser que quelqu’un qui croit à l’origine divine d’un texte sacré ne peut pas participer à un dialogue sur des questions de théologie !

Les catholiques qui soutiennent cette étrange thèse sur ce que croient les musulmans à propos du Coran semblent oublier la position dogmatique catholique à propos des Saintes Ecritures. Au moins depuis le concile de Trente, le magistère de l’Eglise catholique a réaffirmé maintes fois une doctrine très nette, presque catégorique, quant à la révélation divine, et elle a toujours soutenu que "notre sainte mère l’Eglise, s’appuyant sur la foi des apôtres, tient pour sacrés et canoniques tous les livres de l’Ancien et du Nouveau Testament, entièrement et dans toutes leurs parties, parce qu’ils ont été écrits sous l’inspiration du Saint-Esprit (cf. Jn 20,31; 2 Tm 3,16) ; ils ont Dieu pour auteur et ont été remis comme tels à l’Eglise" (Concile Vatican II, "Dei Verbum", III).

L’encyclique "Providentissimus Deus", publiée par le pape Léon XIII en 1893, montre que l’Eglise a "toujours eu et ouvertement professé" une forte foi en l’origine divine des Ecritures chrétiennes :

"Cette révélation surnaturelle, selon la foi de l’Eglise universelle, est contenue à la fois dans la Tradition non écrite et dans les livres appelés sacrés et canoniques parce que, écrits sous l'inspiration de l’Esprit-Saint, ils ont Dieu pour auteur et ils ont été remis comme tels à l’Eglise. L’Eglise a toujours cru et professé cela à propos des livres des deux Testaments ; des documents très sérieux qui nous viennent des temps anciens affirment que Dieu – qui a d’abord parlé par les prophètes, puis par lui-même et enfin par les apôtres – est aussi l’auteur des Textes dits canoniques, qui sont ses oracles et ses expressions divines : une lettre écrite par notre Père du ciel et transmise par les auteurs sacrés au genre humain en pèlerinage loin de sa patrie céleste".

Il est vrai que, depuis 1943 et surtout depuis Vatican II, à la lumière des découvertes de la recherche historico-critique, l’Eglise catholique a commencé à parler aussi de la participation des auteurs humains des Ecritures. Mais même dans "Dei Verbum" l'infaillible inspiration divine a toujours été affirmée par l’Eglise. Même "Divino afflante Spiritus", publiée par le pape Pie XII en 1943, reprend le même credo et développe plutôt qu’elle n’annule ce que le pape Léon XIII avait dit en 1893 sur la Sainte Ecriture dans "Providentissimus Deus".

Il est donc étrange et vraiment ironique, compte tenu des dogmes de l’Eglise catholique à propos des Ecritures chrétiennes, que des chercheurs catholiques soutiennent encore qu’affirmer l’origine divine d’un texte sacré est un obstacle au dialogue théologique ! Si une telle foi en l’inspiration divine empêche ses adhérents de participer au dialogue théologique, alors les chercheurs catholiques devraient éprouver cette inhibition que certains d’entre eux croient ressentie par les chercheurs musulmans.

De plus, le point de vue traditionnel des sunnites sur la manière d’aborder le Coran et la tradition avec respect n’est pas si éloigné de celui des catholiques sur la manière d’aborder les Saintes Ecritures et la tradition avec respect. Le pape Benoît XVI lui-même a récemment recommandé la prudence catholique habituelle par rapport à un enthousiasme excessif pour les méthodes historico-critiques :

"L’étude scientifique des textes sacrés est importante, mais elle ne suffit pas à elle seule, parce qu’elle ne respecterait que la dimension humaine. Pour respecter la cohérence de la foi de l’Eglise, l'exégète catholique doit être attentif à percevoir la Parole de Dieu dans ces textes, au sein de la foi de l’Eglise elle-même. En l’absence de cet indispensable point de référence, la recherche exégétique resterait incomplète, perdant de vue sa finalité principale, avec le risque d’être réduite à une lecture purement littéraire, dans laquelle le véritable Auteur – Dieu – n’apparaît plus" (Discours à la commission biblique pontificale, 23 avril 2009).

Il est vraiment ironique que des catholiques conseillent aux musulmans de produire des "Luther" et des approches "de style luthérien" du Coran. Ces conseillers devraient plutôt se rappeler les efforts soutenus de l’Eglise catholique pour endiguer les conséquences de l'affirmation du principe protestant de la "Sola Scriptura".

Malheureusement, certaines prises de positions catholiques quant aux approches musulmanes du Coran semblent reposer sur un tableau infondé d’oppositions "islam contre christianisme" développé et soutenu par certains "experts de l'islam". Pour parvenir à une compréhension mutuelle et pour l’amour de Dieu, il est essentiel de renoncer à ces fausses distinctions nuisibles et d’arrêter de prêcher à l'islam le bien-fondé de l’usage de la méthode historico-critique pour étudier le Coran.

Dieu sait ce qui est mieux!

Par Sandro Magister

 

 

A Muslim Scholar Teaches Christians How to Read the Sacred Scriptures

He is Aref Ali Nayed, the drafter of the "letter of the 138" to Benedict XVI. He is reacting combatively to what the Catholic Islamologist Michel Cuypers has written for www.chiesa. But his ultimate target is the Church of Rome



ROME, October 23, 2009 – In his general audience on Wednesday, October 14, Benedict XVI gave the example of Peter the Venerable, the great abbot of Cluny who in the 12th century, in order to "increase knowledge" of Islam, "provided for the translation of the Qur'an.'

Today, at the beginning of the 21st century, something more is happening. A growing number of Christian scholars are applying to the Qur'an, in order to deepen understanding of it, the methods of interpretation already applied to the Bible: founded not only on tradition and theology, but also on historical-critical and literary analysis.

These latter methods found it difficult to obtain approval in the Catholic Church, but have been in common use for many decades. They are among the "conquests of the Enlightenment" welcomed by the Church, which Benedict XVI – in an important speech on December 22, 2006 – said he hoped would be welcomed by the Muslim world as well.

In effect, Muslim exegesis of the Qur'an has over the past century undergone "an intense interpretive activity no less significant than that of the Middle Ages," as documented by, among others, the Islamologist Massimo Campanini, in an essay published in 2008 in Italy by Morcelliana under the title, "L'esegesi musulmana del Corano nel secolo ventesimo [Muslim exegesis of the Qur'an in the twentieth century]."

But contemporary Muslim exegesis – as Campanini shows – mostly attempts to apply the Qur'an to human activity, to practical behaviors; it is eminently "a hermeneutics of praxis." As for the rest, it does not depart in any way from the traditional exegetical methods of Islam.

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One of Catholic scholars who applies the tools of modern exegesis to the Qur'an, especially literary exegesis, is Brother Michel Cuypers, who lives in Cairo.

His most recent book, published two years ago in France, is fascinating. It is dedicated to the analysis of one chapter of the Qur'an: "Le festin: une lecture de la sourate al-Mâ’ida [The Banquet: A Reading of the Fifth sura of the Qur'an]," with a preface by the eminent Muslim scholar Mohamed-Ali Amir-Moezzi.

Some time ago www.chiesa reprinted an extensive interview with Cuypers, and more recently, an article on the role of tradition in the Islamic interpretation of the Qur'an, published also in "L'Osservatore Romano".

In this latest article, describing the most recent developments in the interpretation of the Qur'an in the Muslim world, Cuypers demonstrates how today there are "modernists" who tend to exclude recourse to tradition, with this result:

"The Qur'an therefore becomes the only truly normative source for Islam. This is a 'sola Scriptura' that is not without influences from the Protestant model (some modernists are happy to be called the 'Luthers of Islam'). This liberation from the shackles of tradition permits the hypothesis of a new exegesis of the Qur'an, which is being called for today by some Muslim intellectuals. The 'occasions of revelation,' drawn from the hadîth, are no longer the privileged method of exegesis as they were in the past. A critical exegesis has now become possible.

"This open position nevertheless has the repercussion of placing the modernist Muslim intellectuals at the margins of the general current of Islam, which remains overwhelmingly bound to the sunna as a norm of faith and law organically connected to the Qur'an. This makes it clear that the different ways in which Muslims understand tradition are at the heart of the current crisis of Islam."

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So, this passage in Cuypers' article prompted a vehement reaction – in the commentary reprinted further below – from a Muslim scholar who belongs instead to the branch of Sunni Islam that is most orthodox and bound to tradition: the Asharite branch, founded by the theologian Abu 'l-Hasan Al-Ashari (873-935). Its greatest exponent was Abu Hamid Al-Ghazali (1058-1111), who was very critical of his contemporary Averroes, whom he accused of rationalism.

The author of the commentary is Aref Ali Nayed, a name familiar to the readers of www.chiesa. In 2006, he published on this website a twofold reply to Benedict XVI's memorable address in Regensburg, and two years later, a polemical commentary on the conversion from Islam to Christianity of Magdi Allam, who was baptized by pope Joseph Ratzinger at the Easter vigil in 2008.

Nayed is a prominent figure in the dialogue between the Catholic Church and Islam. Born in Libya, he has studied the philosophy of science and hermeneutics in the United States and in Canada, has taken courses at the Pontifical Gregorian University in Rome, amd has given lectures at the Pontifical Instititue for Arab and Islamic Studies. He is a consultant for the Interfaith Program at the University of Cambridge. He has directed the Royal Islamic Strategic Studies Center in Amman, Jordan. This year he founded an Islamic studies center, called Kalam Reseasrch & Media, in Dubai.

But above all, Nayed is one of the 138 Muslim scholars who addressed to Benedict XVI, in 2007, the famous letter "A common word." Even more, he was its main architect. He was part of the delegation of five Muslim representatives who on March 4 and 5 of 2008 arranged the subsequent interreligious dialogue forums with the Vatican, taking a leading role in the first of these.

In short, with these credentials it is natural to rank Nayed among the Muslim figures most involved and "open" in dialogue with the Church of Rome.

But from his statements it can be gathered that even in dialogue, Nayed does not at all soften the elements of contrast. On the contrary, it seems almost as if he exaggerates them. For him, the lecture in Regensburg is "infamous." By baptizing Magdi Allam, the pope has done an "unfortunate" thing. And so on.

In replying to Cuypers, Nayed also adopts a combative tone. He completely ignores his extensive and elaborate arguments, to zero in on a single phrase. And he uses this as an opportunity to level against the Catholic Church, in the matter of biblical exegesis, the same accusations of obscurantism that are typical of secularist polemics. And, vice versa, to claim for Islam precedence in those methods of historical criticism and literary analysis that later became the prerogative of Jewish exegesis, then Protestant, Enlightenment, and finally Catholic.

It is instructive to read this text sent to www.chiesa by Nayed, because it gives a picture of the actual level at which the intellectual dialogue between the Catholic Church and Islam finds itself today.

One must not be deceived by the embraces and declarations of peace that are produced in so many interreligious ceremonies. Nayed is a highly educated and likeable person. Just like Cuypers, a member of the Little Brothers of Jesus. But there is an abyss between the two worlds.

The article from www.chiesa with which Nayed takes issue is the following:

> Islam Has Its Luthers, Too. But Reform Is Far Away (7.9.2009)

Here is his reply:

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On Muslim and Catholic Approaches to Sacred Hermeneutics

by Aref Ali Nayed



In the Name of God, Compassionate.

Under the title “Islam Has Its Luthers, Too. But Reform Is Far Away”, Sandro Magister writes:  “At the heart of the current crisis in the Muslim world are the different conceptions of tradition. And the refusal to interpret the Qur'an with scientific as well as theological methods [...] The question of tradition [...] seems to be even more burning for Islam. This is tightly interwoven with the question of the interpretation of the Qur'an. The fundamentalist currents inspired by the Muslim Brotherhood, for example, idealize the original Islam, taking it as their only model and refusing to apply to the Qur'an the criteria of scientific as well as theological interpretation. Muslims who interpret the Qur'an using methods similar to those applied to the Bible by Christian exegesis are few and far between. The great centers of Islamic theology, like Al-Azhar University in Cairo, are very distrustful of the modern methodologies of literary analysis. The fruits of a critical interpretation of the Qur'an come almost exclusively from non-Muslim scholars.”

Magister then offers “The lesson of a great Islamologist, Michel Cuypers” in the form of a presentation under the the title: “Tradition as seen by the Muslim faith, yesterday and today”. The way Magister sees it, “At the conclusion (of that presentation), Cuypers shows how important it is that the Muslim world open itself to a critical interpretation of the Qur'an.”

The spirit of Magister’s introduction, and the way he reads the concluding part of Cuypers’ piece share the same attitude that some Catholic scholars and officials have sometimes expressed, in recent years, regarding the Qur’an and its interpretation.

They speak from the same self-righteous vantage point that in the recent past made the ill-founded claim (that Catholic-Muslim dialogue is hindered by Muslim belief that the Qur’an is the very speech of God (exalted)). It is important to point out, yet again, that that claim clearly suffers from being stuck in a double bind: First, the bind of misunderstanding and misrepresenting Islamic teachings regarding the Qur’an. Second, the bind of misrepresenting Catholic doctrine on Christian Scriptures, through false contrast. Let me explain how this double bind works.

The Qur’an, is the very discourse (kalam) of our Exalted One God (Allah), as revealed to Prophet Muhammad (peace be upon him), and as faithfully preserved through uninterrupted communal transmission (tawatur). The Qur’an is eternal (qadim) in essence, origin, and as essential divine discourse competence (kalamullah as kalam nafsi). It is, however, also historical in its unfolding, as revelatory performance (kalamullah as kalam lafzi), and was revealed to the Prophet (peace be upon him) in intimate engagement with the historical and living circumstances and events of the Muslim community (tanzil and tanjim).  (For more on this, see  "Al-Insaf" of Imam Abu Bakr Al-Baqillani, d. 1013 CE).

Muslim scholars have always based their interpretations and exegeses of the Qur’an on the bases of several sciences, including the science of the ‘circumstances of revelation’ (asbabulnuzul), on the science of the history of the Qur’an (tarkhulqur’an), and on the careful study of the linguistic modes familiar to the Arabs around the time of revelation (ulumulugha). Muslim scholars developed a comprehensive apparatus of historical-critical-linguistic methodologies for understanding the Qur’an (ulumulqur’an). (For more on this, see "Al-Itqan" of Imam Jalaloddin Al-Suyuti (c. 1445-1505 CE).

Muslim scholars were always aware of the fact that interpretation, understanding, and exegesis of God’s eternal discourse are forms of human strenuous striving (ijtihad) that must be dutifully renewed in every believing generation. Solemn belief in the eternity and divine authorship of the Qur’an never prevented Muslim scholars from dealing with it historically and linguistically. On the contrary, belief in the revelatory truth of the Qur’an was the very motivation for spending life-times in close scholarly study of God’s discourse. (For more on this see "Kitab Al-Ilm" of Imam Ibn Abd Al-Barr)

Massive libraries of interpretative and exegetical discourses, theological, juridical, ethical, and spiritual were worked out by the successive generations of Muslim scholars from the earliest times and up to today. It is precisely on the basis of their solemn belief that the Qur’an is the very speech of God that Muslim scholars, through the ages, engaged Jewish, Christian, Zoroastrian, Hindu, Buddhist, and even skeptical and naturalist scholars in dialogue. All the major manuals of Muslim theology be they Maturidi, Ash’ari, Mu’tazili, Ja’fari, Isma’ili, or Ibadi exhibit remarkable broadness of vision and actively engage the beliefs of Philosophers, Jews, Christians, Zoroastrians, Hindus and Buddhists.

Interestingly, the exegetical Muslim historical-critical-linguistic apparatus, in synthesis with ancient Talmudic methodologies (such as the hermeneutic rules of Rabbi Hillel and Rabbi Ishmael), was transmitted through Sephardic Jewish scholars like Hasdai ben Abraham Crescas (c. 1340-1410/1411 CE) and Baruch de Spinoza ( 1632-1677) to the earliest Protestant hermeneutical masters (like Johann August Ernesti (1707-1781)). The "High Criticism" and "Historical-Critical Method" that stemmed from Protestant Reformation Hermeneutics were directly influenced by Spinoza’s ultimately Andalusian Talmudic Hermeneutics which was steeped in the Qur’anic Hermeneutics of AndalusianMuslim scholars. 

It is also interesting to commentary that the methodologies and conclusions of the Protestant High Criticism were, for several centuries, rejected by the Catholic Church. This rejection was most systematic and explicit in Pope Leo XIII’s "Providentissimus Deus" (1893) and Pope Pius X’s Anti-Modernist "Pascendi Dominica Gregis" (1907).
Under the tremendous pressures of Protestant biblical scholarship, the Catholic Church finally, but only grudgingly, partially, and conditionally accepted some aspects of the historical-critical method. Pope Benedict XV did start this process of conditional acceptance in "Spiritus Paraclitus" (1920), but it was not until Pope Pius XII’s "Divino Afflante Spiritus" (1943) that Catholic scholars were finally allowed to catch up with the advanced state of Protestant biblical studies.

Thus, it is quite ironic some Catholic scholars now accuse Muslims of an imaginary closure that more accurately describes the Vatican’s own pre-1943 closure to historical-critical methodologies.

What is even more ironic is the fact that some Catholics, not only imagine such Muslim closure, but go on to attribute it to the Muslim belief in the divine authorship of the Qur’an (i.e. that the Qur’an is the very speech of God). This is very strange indeed, and comes down to thinking that one who believes in the divine authorship of a sacred text can not possibly be a dialogue partner on theological matters!

In making this strange claim about the Muslim creed regarding the Qur’an, some Catholics seem to forget the Roman Catholic dogmatic position regarding Christian Scriptures. Since at least the Council of Trent, the Magisterium of the Roman Catholic Church has again-and-again re-affirmed a very strong, dictation-like, position regarding divine revelation, and has always maintained that the “holy mother Church, relying on the belief of the Apostles (see John 20:31; 2 Tim. 3:16; 2 Peter 1:19-20, 3:15-16), holds that the books of both the Old and New Testaments in their entirety, with all their parts, are sacred and canonical because written under the inspiration of the Holy Spirit; they have God as their author and have been handed on as such to the Church herself” (Vatican II, "Dei Verbum", Chapter III.).

Pope Leo XIII’s Providentissimus Deus (1893) makes it clear that a strong belief in the divine authorship of the Christian Scriptures has been ‘perpetually held and professed’ by the Church:

“This supernatural revelation, according to the belief of the universal Church, is contained both in unwritten Tradition, and in written Books, which are therefore called sacred and canonical because, being written under the inspiration of the Holy Ghost, they have God for their author and as such have been delivered to the Church. This belief has been perpetually held and professed by the Church in regard to the books of both Testaments; and there are well-known documents of the gravest kind, coming down to us from the earliest times, which proclaim that God, who spoke first by the Prophets, then by his own mouth, and lastly by the Apostles, composed also the Canonical Scriptures, and that these are his own oracles and words: a letter, written by our heavenly Father, and transmitted by the sacred writers to the human race in its pilgrimage so far from its heavenly country".

It is true that the Catholic Church since 1943, and especially since Vatican II, and in light of the findings of historical-critical scholarship, began to also stress the involvement of the human authors. However, even in  "Dei Verbum," God’s own inerrant authorship has always been affirmed by the Church. Even Pope Pius XII’s "Divino Afflante Spiritus" (1943) re-affirms the same creed, and expands rather than cancels the scriptural creeds of Pope Leo XIII’s "Providentissimus Deus" (1893).

Therefore, given the dogmas of the Catholic Church regarding Christian Scriptures, it is strange, and ironic indeed, that some Catholic scholars still hold that upholding the divine authorship of a sacred text is a hindrance to theological dialogue! If such belief in divine authorship prevents its adherents from theological dialogue, then Catholic scholars would have the same dialogical inhibitions that some of them imagine Muslim scholars to have.

Furthermore, the traditional Sunni position with regards to respectfully approaching the Qur’an and tradition is not that distant from the Catholic position with regards to respectfully approaching Christian Scriptures and tradition. Pope Benedict XVI himself recently advised typical Catholic caution regarding over enthusiasm for historical-critical methodologies:

"The scientific study of the sacred texts is important but is not sufficient in itself because it would respect only the human dimension. To respect the coherence of the Church's faith, the Catholic exegete must be attentive to perceiving the Word of God in these texts, within the faith of the Church herself. If this indispensable reference point is missing, the exegetical research would be incomplete, losing sight of its principal goal, and risk being reduced to a purely literary interpretation in which the true Author God no longer appears" (Address to the Pontifical Biblical Commission, April 23, 2009).

It is indeed ironic that some Catholics now advise Muslims to produce ‘Luthers’ and ‘Lutheran-style’ approaches to the Qur’an. Such advisors should remember the strenuous efforts of the Catholic Church to contain the consequences of upholding the [Protestant] "Sola Scriptura" principle.

Unfortunately, some Catholic statements regarding Muslim approaches to the Qur’an seem to be based on ill-founded "Islam versus Christianity" contrast tables developed and advocated by some "Islam experts." It is essential, for the sake of mutual-understanding, and for the sake of God, to stop making these harmful false distinctions, and to stop preaching down to Islam about the wisdom of using the historical-critical method to study the Qur’an.

God knows best!

By Sandro Magister

samedi, 24 octobre 2009

Confusioni ed incertezze alla Casa Bianca

Se non godesse dell’immenso credito concesso gratuitamente da media e opinione pubblica internazionali fin da prima della sua elezione, Barack Obama verrebbe oggi invitato da molti analisti e persino da esponenti del suo partito a lasciare la Casa Bianca per manifesta incapacità. In effetti non si ricorda una così lunga e totale serie di insuccessi conseguiti da un presidente americano nei primi  8 mesi trascorsi alla Casa Bianca.

Tralasciando la situazione interna agli USA, con una disoccupazione ormai vicina al 10 per cento e una riforma sanitaria “obamiana” che sta spaccando il Paese, è sui temi internazionali e sulla sicurezza che i “flop” sono sempre più evidenti. La linea morbida con l’Iran ha ottenuto i risultati sperati… da Ahmadinejad, secondo molti analisti arabi ormai quasi pronto ad annunciare il possesso della bomba atomica. A differenza di Bush, che aveva dimostrato di saper usare la forza quando lo riteneva necessario, Obama sembra venir considerato una “tigre di carta” e del resto è stato lui stesso a dire al Letterman Show (dove nessun presidente era mai andato) che gli americani sono stanchi di guerra. Una frase che ha fatto felici iraniani, nordcoreani, talebani e tutti i nemici dell’Occidente, ringalluzziti dall’ammissione di debolezza del numero uno americano.

Flop anche con la Russia dalla quale Obama sperava di incassare collaborazione nella questione iraniana rinunciando allo scido antimissile e alle basi in Polonia e Repubblica Ceca. Illusioni tramontate appena Mosca ha fatto sapere che non sosterrà l’inasprimento delle sanzioni a Teheran anche se l’aspetto più clamoroso della beffa russa all’ingenuo Obama potrebbe riguardare la fornitura di sistemi di difesa aerea S-300 al Venezuela finanziati con un prestito russo a Caracas di 2,2 miliardi di dollari. Missili che l’Iran chiede da anni e Mosca non ha mai concesso per non far infuriare Washington. Molti però sospettano (anche Hillary Clinton) che le dieci batterie ordinate da Hugo Chavez vengano poi trasferite a difesa dei siti atomici iraniani, ipotesi più che credibile considerati anche gli stretti rapporti di alleanza  e amicizia tra i due regimi e i due leader.

L’imbarazzo di Obama per i clamorosi insuccessi della sua presidenza è emerso anche dal ridicolo e dilettantesco impegno diretto, insieme alla moglie Michelle, per far assegnare alla sua città, Chicago, le Olimpiadi 2016. Manifestazione che si terrà invece a Rio de Janeiro con il risultato che Obama ha perso tutta la credibilità e il prestigio messi sul tavolo per un obiettivo che certo non valeva “la faccia” del presidente.

Sempre nulla al confronto della ridicola melina che coinvolge Obama e tutto il suo staff sulla questione afgana. Tre ore di vertice nello Studio Ovale, il 30 settembre, non sembrano aver convinto Barack Obama a prendere decisioni circa l’invio di altri 40 mila militari in Afghanistan ritenuti indispensabili e urgenti dal comandante alleato a Kabul, il generale Stanley McChrystal. All’incontro erano presenti il vicepresidente Joe Biden, i vertici della sicurezza nazionale e delle forze armate, il segretario di stato Hillary Clinton e, in video conferenza da Kabul, anche il generale McChrystal. Nessuno ha rilasciato dichiarazioni alla fine della riunione a conferma del perdurare di un’indecisione sempre più imbarazzante riguardo al conflitto afgano.

Oltre alla difficoltà politica di accordare altre truppe contro il parere della maggioranza del suo partito e con un’opinione pubblica che i sondaggi indicano per oltre metà contraria al conflitto, Obama deve fare i conti con le diverse opinione dei suoi più stretti collaboratori. Il primo a mettere in dubbio le richieste di McChrystal sembra essere proprio il numero uno del Pentagono, Robert Gates, che secondo il Wall Street Journal avrebbe espresso il dubbio che "anche 40 mila truppe in più non possono darci slancio sufficiente sul terreno per proteggere gli afgani se la situazione nel nord e nell'ovest continua a deteriorarsi". Una valutazione che considera anche il peggioramento della situazione nei settori a comando tedesco e italiano anche se proprio Gates era stato un fautore del “surge afgano”, l’aumento di truppe per consolidare la sicurezza sulla falsariga di quanto attuato in Iraq negli anni scorsi. Forse Gates ha fiutato il vento e, nominato da Bush e confermato da Obama al Pentagono, vuole evitare di sbilanciarsi per non venire sacrificato dal presidente alle prime difficoltà. Ricordate le dichiarazioni di Obama in campagna elettorale e fino al marzo scorso circa la “guerra giusta” da vincere contro al-Qaeda in Afghanistan e la “guerra sbagliata” di Bush in Iraq? Tutto dimenticato, per Obama ormai gli americani sono “stanchi di guerra” e sono bastati poco più di cento caduti tra luglio e agosto sul fronte afgano a far cambiare idea al presidente.

Se Obama e Gates sembrano voler mantenere il livello di truppe americane intorno ai 68.000 effettivi previsti entro la fine dell’anno, a favore di un rafforzamento della “counterinsurgency” restano tutti i vertici militari del Pentagono (dall’ammiraglio Mike Mullen, al generale David Petraeus) e Hillary Clinton. Il vice presidente Joe Biden, si improvvisa stratega e vorrebbe invece ridurre le truppe in Afghanistan per aumentare le forze speciali assegnate ai raids contro i vertici di al-Qaeda in territorio pakistano, tesi che Gates avrebbe già bocciato perché "non crede sia la via verso il successo in Afghanistan”. Anche perché sarebbe difficile colpire con più forza in Pakistan perdendo il controllo di gran parte dell’Afghanistan. Di fronte a questo quadro caratterizzato da dilettantismo, opzioni contraddittorie e idee confuse è lecito chiedersi se il presidente che ha appena ricevuto il Nobel per la Pace avrà la capacità di condurre la guerra afgana nel modo più appropriato.

Obama sembra comunque avere ancora un asso da giocare: prendere tempo evitando di esprimersi ora sul poco popolare tema dei rinforzi per far trascorrere l’inverno, stagione che in Afghanistan rallenta notevolmente le operazioni militari. I rinforzi a McChrystal potrebbero venire concessi in primavera contando sull’impatto mediatico e politico del progressivo ritiro di truppe dall’Iraq. I 124.000 militari ancora  a Baghdad dovrebbero scendere a 50.000 entro agosto 2010 ma il generale Ray Odierno, alla testa dell’operazione “Iraqi Freedom”, ha dichiarato che il rimpatrio dei 74.000 militari potrebbe essere più rapido e completarsi già in primavera. Una bella notizia per Obama che potrà attenuare con il massiccio rientro dall’Iraq l’impatto determinato dall’invio dei rinforzi in Afghanistan. Che potrebbero essere anche meno dei 40.000 richiesti se qualche alleato europeo accettasse di contribuire al “surge” afgano.

Incontrando il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, il danese Anders Fogh Rasmussen, Obama ha voluto precisare che quella afgana “non è una guerra degli Usa ma della Nato”. Affermazione certo incontestabile anche se sono gli USA a guidare le operazioni da loto stessi iniziate dopo l’11 settembre, sono gli USA a fornire i due terzi delle truppe e l’80 per cento degli aerei e i consiglieri diplomatici stranieri assegnati ai governatori di tutte le province afgane non provengono dalla Nato ma dal Dipartimento di Stato di Washington. Vuoi vedere che Obama mette già le mani avanti e, fiutato il rischio che la vittoria sfumi, vuole cominciare a dividere con gli alleati il fardello della sconfitta?

© Analisi Difesa Gianandrea Gaiani. L'Occidentale

Il male minore

Se non rompi le regole
non ti danno retta

 

 

di Oddone Camerana

Oggi la trasgressione sembra essere transitata in chi rispetta le leggi. Ignorato, quest'ultimo, trascurato e reso invisibile dalla sua rettitudine, è un soggetto che non conta. Il suo stato di conformismo lo esclude dall'essere rappresentato. Nella società che ci ha preceduto e che non è certo scomparsa, ma è coperta da una nebbiolina di anonimato e disinteresse - società della disciplina fondata sul tormento della colpa - trasgredire creava dei problemi per lo meno di coscienza. In questa prospettiva il divieto di drogarsi veniva riconosciuto in quanto vincolo e qualcuno ricorderà anche come, con un certo sprezzo per le debolezze umane, si affermava che le droghe capaci di creare distensione allora in voga fossero riservate a chi "se le poteva permettere". Così dicendo ci si riferiva sia alla disponibilità economica necessaria per acquistarle, sia, darwinianamente parlando, all'energia fisica e psicologica richiesta per non soccombere. Possibilità e dote che scremavano gli utilizzatori, rigettando i più deboli tra i vinti e fuori della cerchia dei privilegiati.
Le cose sono cambiate. Nella società della performance e della competizione che si fa avanti, società fondata sul tormento dell'inadeguatezza, trasgredire, nel senso di violare le leggi, sembra essere se non la norma, la pratica più sicura per riuscire nella vita. Una bella spinta a questa tendenza è data dalla massima costruita sul potere dei media secondo la quale "non esisti se non sei rappresentato". Non ci vuole molto per capire a cosa induce questo genere di morale. Una battuta che letta in filigrana dice che se non rompi le regole nessuno ti dà retta. E non c'è da stupirsi, con riferimento a un campo di applicazione diverso da quello delle droghe, che non ci sia recensione di opere d'arte contemporanea che non promuova l'abbinamento tra creatività e trasgressione. Principio che si estende ad altri settori come la moda o la cucina. Un invito a trasgredire viene per altro lanciato anche dai rispettabilissimi e modestissimi parrucchieri di periferia che hanno colto il potere di quel mantra. Dunque non c'è scampo per chi rispetta le tradizioni.
Se questo modo di pensare trova applicazione da parte di chi si ribella a consuetudini innocenti o di chi rompe vecchi canoni artistici superati, a maggior ragione ha seguito nel campo dell'uso di droghe cosiddette euforizzanti. Il favore dei consumatori loro riservato sta nel fatto che la capacità di promettere il superamento delle inadeguatezze del caso sembra non subire smentite.
Si fa notare come a questo stato di cose già compromesso non venga certo in aiuto la pratica incoraggiata o tollerata che va sotto il nome della "riduzione del danno", una formula che ha giustificato e continua a giustificare gli esperimenti di droga libera o sotto controllo, esperimenti ben noti agli esperti del ramo e fonte di dibattiti tutt'oggi in corso. In altre parole a far cadere l'ostacolo dei divieti rimasti in vita dalla società della colpa ha contribuito il principio della riduzione del danno di cui sopra.
Ora, e proprio in materia di tentativi di curare i danni prodotti da un veleno servendosi dello stesso veleno - materia a cui si ispira la pratica della riduzione del danno secondo il presupposto che si tratta solo di una questione di dosaggio - viene in soccorso il libricino di Eyal Weizman Il male minore (Roma, Nottetempo editore, 2009, pagine 99, euro 7). Un testo che non si occupa di droghe né di trasgressione, quanto della consuetudine secondo la quale collaborare con un male maggiore per ottenere un male minore è una formula di successo. Una consuetudine che risale alla notte dei tempi, già di dominio della magia, diventata poi materia della politica fino a fondare quel caposaldo della gestione del potere che va sotto il nome del principio della ragion di stato.
A partire dalla convinzione di cui riferisce sant'Agostino che "è meglio tollerare le prostitute nella società che rischiare l'adulterio" o "che è meglio uccidere un aggressore prima che questo riesca a uccidere un passante innocente", per arrivare alle guerre preventive o umanitarie di oggi volte all'attenuazione del male, non senza il bagaglio dei danni collaterali che le accompagnano e le azioni di antiterrorismo delegato per scarico di coscienza a contractors anonimi, la storia umana, compresa quella che si ispira al liberalismo, è costellata di episodi dettati dalla compromissione col male a fin di bene, ispirati a calcolare fin dove sia legittimo cedere al male, alla violenza e all'ingiustizia per ottenere sicurezza, pace e ordine. Dando un volto concreto al principio del totalitarismo del bene, diceva in proposito Stalin che "non si può fare un'omelette senza rompere un uovo".
Sennonché è proprio sant'Agostino che dice che il male minore non è permissibile perché viola palesemente il principio paolino del "non fare il male affinché venga il bene" (Romani, 3, 8). Un insegnamento che risale al messaggio dell'antropologia cristiana secondo la quale col male non si tratta a costo di morirne e verso le minimizzazioni con cui il male si presenta, siano esse anche forme di giustizia, non c'è che il rifiuto, lo stare fermi, la non collaborazione. Ciononostante, commenta Weizman, "la strada verso l'utopia (intesa come risultato di bene) è lastricata di mali minori".
Tra coloro che non si rassegnano a questa logica c'è il fondatore dell'Arsenale della pace. Facendosi interprete della nozione secondo la quale per non cadere nella trappola del male minore bisogna concentrarsi non tanto su cosa va fatto, ma su quanto non si debba permettere che venga fatto, Ernesto Olivero si muove operando dalla sede torinese del Sermig e da quella in Giordania e in Brasile, rispettivamente dell'Arsenale della speranza e dell'Arsenale dell'incontro. È insistendo su questa linea, diciamo di aggiramento logico del male, che combatte da anni la sua battaglia contro le droghe e incontra migliaia giovani a cui indica il pensiero secondo il quale è consumando stupefacenti che si diventa finanziatori di chi li commercia e che si scende a patti con il male. Non soltanto, ma gli si regala (al male) se stessi rinunciando al bene ricevuto o sprecandolo definitivamente. Non è un mistero, fa presente inoltre Olivero, come per un semplice pallone da calcio e per i riconoscimenti di cui esso è capace di dare, si sia disposti a compiere notevoli sacrifici in termini di rinunce fisiche, psicologiche e di tempo. E cos'è allora il problema che trattiene dal sacrificarsi per ben altro che per un pallone da calcio quale certamente è una possibile riuscita nella vita, ma che le droghe mettono in pericolo?
Stando così le cose, è convinzione di Olivero che un "no" alla droga non può venire che dai suoi possibili utilizzatori i quali, nel venire a contatto con chi ne fa commercio, possono invece mirare alla loro conversione attuando così una condotta attiva e non da fuggiaschi.
Sono ormai noti i limiti incontrati in questa materia dal potere legislativo e dal potere esecutivo, istituzioni che anche facendo il loro dovere arrivano dove possono. L'insegnamento raccolto dalle riflessioni sul male minore consiste dunque nella constatazione di come per chiudere il cerchio magico di un possibile contrasto alle droghe ci si debba affidare, come è accaduto e sta accadendo col fumo, al biasimo sociale e non al suo contrario.
Si è detto che la trasgressione sembra oggi transitata in chi rispetta le leggi. Un paradosso, certo, ma che cesserà di incombere sulle nostre incerte valutazioni quando l'uso della droga perderà il fascino della sua ritualità segreta prodotta anch'essa dalla logica del male minore. L'Osservatore Romano

 

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