lundi, 14 septembre 2009
La basilica di Papa Marco
La svolta di Papa Marco
di Vincenzo Fiocchi Nicolai Il 20 settembre 1991, dalle colonne di questo giornale, si annunciava l'importante scoperta, nel comprensorio della catacomba di San Callisto, a circa 600 metri dal bivio del Quo Vadis?, di una nuova basilica paleocristiana del tipo a deambulatorio (o circiforme). La notizia ebbe vasta eco nei media nazionali e internazionali. Le modalità con cui l'edificio era venuto alla luce risultavano davvero eccezionali - si direbbe "miracolose". Era stata la crescita differenziata di una coltivazione di erba medica, piantata in un terreno dai padri Salesiani dell'Istituto San Tarcisio, a rivelare la presenza della chiesa: dove le radici avevano incontrato le strutture sottostanti, l'erba era cresciuta meno sviluppata in altezza, delineando così "in negativo" i contorni dell'edificio. La particolare planimetria della costruzione, caratterizzata da navate che girano in senso continuo intorno a quella centrale, così da richiamare nella pianta la forma di un circo, tipica di altre cinque chiese del suburbio romano assegnabili all'età costantiniana (la Basilica Apostolorum sulla via Appia, quella dei Santi Pietro e Marcellino sulla via Labicana, di San Lorenzo sulla via Tiburtina, di Sant'Agnese sulla via Nomentana e la cosiddetta Anonima della via Prenestina, e la posizione a ridosso dell'Ardeatina, fecero subito proporre l'identificazione dell'edificio con la basilica di carattere funerario che Papa Marco (336) aveva fatto costruire, come ci informa il Liber Pontificalis (xxxv, 4), in via Ardeatina, grazie al sovvenzionamento dell'imperatore Costantino, ai suoi ultimi anni di regno.
Tra il 1993 e il 1996 la nuova basilica venne fatta oggetto, da parte della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, di reiterate campagne di scavo che riportarono alla luce il settore terminale dell'edificio e anche un portico che, nella parte retrostante, l'univa a una strada di raccordo tra l'Appia e l'Ardeatina.
Il carattere funerario della costruzione si evidenziò molto chiaramente: l'intero piano pavimentale della chiesa si presentava occupato in maniera assolutamente intensiva da tombe, spesso a più posti e a più piani sovrapposti. I reperti epigrafici - quasi duecento iscrizioni, di cui alcune datate - quelli scultorei, ceramici, numismatici e i corredi tombali permisero di assegnare la chiesa tra gli anni Trenta e Quaranta del iv secolo, confermando così l'ipotesi che essa fosse quella costruita da Marco. Il Liber Pontificalis, nel passo relativo alla costruzione, ricordava pure che il Pontefice aveva scelto di essere sepolto nella nuova chiesa.
I nostri scavi hanno riportato alla luce, proprio nel punto più importante dell'edificio, al centro dell'abside-esedra, una tomba del tutto eccezionale nel panorama indifferenziato dei sepolcri pavimentali: si trattava di una camera lunga metri 2,70, larga metri 1,40 e profonda circa 3 metri, coperta con volta a botte, che ospitava un sarcofago di marmo liscio, chiuso con coperchio a doppio spiovente. Negli scavi la tomba si trovò violata: il coperchio spezzato e ributtato all'interno, il sepolcro privo del minimo resto umano.
L'eccezionalità della tomba fece proporre che si trattasse del sepolcro del fondatore, Marco. La sequenza stratigrafica rivelò che la violazione era avvenuta nel medioevo: ciò che fu subito messo in relazione con la traslazione, attestata dalle fonti, dei resti del Papa, tra la fine dell'XI e la metà del XII secolo, nella chiesa intra muros che il Pontefice aveva fatto edificare nel Campo Marzio: l'attuale chiesa di San Marco presso piazza Venezia.
Identificazione dell'edificio e proposta di individuazione della tomba del Pontefice sono state largamente accettate dal mondo scientifico. Un importante congresso sulle chiese di Roma, tenutosi nell'occasione del Grande Giubileo del 2000 nel Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, nel fare il punto delle nostre conoscenze sulle basiliche "circiformi", ha confermato l'attribuzione.
La chiesa che nel suo breve pontificato Papa Marco fece realizzare sull'Ardeatina riveste un'importanza particolare sul piano storico. Si tratta infatti della prima basilica fondata direttamente da un Pontefice a Roma - le altre chiese di età costantiniana, come ricorda il Liber Pontificalis, furono erette su iniziativa imperiale. Il Papa, con la costruzione, voleva soprattutto dotare la comunità cristiana di uno spazio destinato alla sepoltura (quam [basilicam] coemeterium constitut).
Abbiamo calcolato che la basilica dell'Ardeatina potesse accogliere, solo sotto i piani pavimentali, circa 1.600 tombe. Come le altre sette chiese funerarie costruite in quel frangente cronologico nel suburbio romano - quelle già ricordate, più San Pietro in Vaticano e San Paolo sulla via Ostiense), anche la basilica di Marco forniva ai fedeli spazi adeguati per la sepoltura in edifici di carattere religioso.
Si trattava certamente di una svolta: per la prima volta gli appartenenti alla comunità potevano essere inumati nelle chiese - precedentemente le tombe dei cristiani affollavano le catacombe e i normali cimiteri di superficie che vi sorgevano al di sopra. Una svolta epocale, che inaugurò una prassi che si sarebbe perpetuata per secoli. Come spiegava Gregorio Magno alla fine del vi secolo, era soprattutto il beneficio che derivava ai defunti dall'essere sepolti nel luogo deputato alla preghiera e alla celebrazione eucaristica che spingeva irresistibilmente i fedeli a trovare sepoltura nelle chiese. Il contemporaneo Gregorio di Tours, nei suoi scritti, ricorda vari episodi che rivelano la credenza che i defunti partecipassero in qualche modo alle preghiere che si svolgevano negli edifici di culto in cui riposavano. Le prime chiese funerarie costruite nella periferia di Roma comprendevano all'interno le tombe dei martiri e degli apostoli Pietro e Paolo, o vi sorgevano nei pressi: il che, pure, rendeva gli edifici particolarmente ambiti da chi desiderava essere sepolto ad sanctos.
Dopo la campagna di scavi del 1996, le indagini nella nuova basilica circiforme si sono interrotte per dieci anni. Nel 2007 sono riprese grazie alla sensibilità della nuova dirigenza della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Esse si svolgono su concessione del ministero per i Beni e le attività culturali dello Stato italiano, in collaborazione con l'università di Roma "Tor Vergata". Vi partecipano studenti specializzandi in archeologia cristiana di diverse università italiane ed estere e dottorandi del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana.
Nelle ultime tre campagne - la più recente si è conclusa alla fine di luglio - è stata rimessa in luce gran parte del settore mediano della chiesa; ci si proponeva tra l'altro di verificare la possibile presenza dell'altare - non rintracciato nell'area absidale nelle precedenti indagini - in quella zona, così come è attestato nella simile Basilica Apostolorum (San Sebastiano) dell'Appia. Gli scavi non hanno ancora raggiunto in tale settore il piano della chiesa: l'enigma sarà perciò risolto nel prosieguo delle esplorazioni. Queste per ora si sono concentrate nell'area subito esterna al fianco sinistro (occidentale) della basilica. Qui, come nelle altre chiese circiformi, è venuta alla luce una serie compatta di mausolei - ben cinque in pochi metri - addossati alla chiesa e comunicanti con essa. Si tratta di edifici rettangolari absidati, dotati di decine di tombe pavimentali, nei quali, come di norma, dovevano essere sepolti i membri delle famiglie aristocratiche di Roma, spesso da poco convertitesi al cristianesimo. Cappelle funerarie lussuose, decorate all'interno con marmi e pitture, ospitanti talvolta sarcofagi istoriati.
Alcuni di questi mausolei hanno restituito sotto il pavimento le solite tombe "a pozzetto", comuni nelle chiese funerarie dell'epoca, cioè sepolcri a uno o più piani, dotati all'estremità di un'apertura quadrata, una sorta di "tombino" funzionale all'immissione progressiva dei cadaveri. Iscrizioni e materiali ceramici e numismatici, recuperati negli scavi, garantiscono che i mausolei furono edificati nella seconda metà del iv secolo, all'epoca in cui l'attigua basilica funzionava a pieno regime.
È probabile che queste cappelle fiancheggiassero la chiesa lungo tutto il lato sinistro - su quello destro il passaggio di una strada ne impediva la costruzione - e che altri mausolei si trovassero più a ridosso della via Ardeatina e, forse, in prossimità della facciata, a costituire le propaggini di un complesso cimiteriale variamente articolato, comprendente anche una vasta catacomba nel sottosuolo, di cui la basilica di Marco costituiva il fulcro.
Nei prossimi anni la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ha in programma di terminare lo scavo del nuovo settore aperto nel 2007. Si prevede infatti di presentare il risultato delle indagini al prossimo Congresso Internazionale di Archeologia Cristiana che si terrà a Roma nel 2013 per celebrare il XVIi centenario del cosiddetto Editto di Milano. Sarà anche l'occasione per discutere la possibilità di conservare i resti della nuova importante chiesa, che arricchiscono il già notevolissimo patrimonio della Roma paleocristiana. L'Osservatore Romano
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lundi, 30 mars 2009
Mayotte
Mayotte : enquête sur le futur 101e département
Des violences sont rares, mais elles commencent à apparaître.
Le 29 mars, Mayotte, territoire français de l'archipel des Comores, devient le 101e département de la République. Un DOM (département d'outre-mer) pas comme les autres, à 95 % musulman et où un habitant sur quatre est clandestin.
Mardi 3 février, la Kengué, vedette de la PAF (police aux frontières), glisse sur le lagon. A son bord, une quarantaine de clandestins comoriens, hommes, femmes et enfants. Maigres, sales, pieds nus, regard vide. Ils essayaient de rallier Mayotte à bord d'une pirogue. Sur le quai de Dzaoudzi, un médecin les examine avant le débarquement. On suspecte quelques cas de gale. Rapidement démentis par le toubib : «Juste des mycoses et des staphylocoques.» Pour lui, comme pour les policiers du comité de réception, c'est la routine. Suivent donc les formalités d'usage. D'abord faire le tri entre les majeurs et les mineurs. Opération réalisée par des fonctionnaires autochtones car ils parlent la même langue que les interpellés, à savoir le shimaore. Puis faire signer un APRF (arrêté préfectoral de reconduite à la frontière) aux adultes. Lesquels ne savent ni lire ni écrire. Et surtout pas le français. Une croix suffira. Enfin, déterminer qui est le passeur. Comme toujours, il s'est fondu dans la masse des passagers au dernier moment, confiant la barre à un gamin, afin d'échapper aux poursuites. Pour lui, le tarif est connu : quinze mois de prison ferme la première fois, quatre ans pour les récidivistes. Motif : «Aide à l'entrée et au séjour d'étrangers en situation irrégulière aggravée par la mise en danger de la vie d'autrui.»
Dans les kwassa-kwassa venant d'Anjouan, il n'est pas rare de trouver des femmes et des nourrissons.
De frêles embarcations chargées jusqu'à la gueule
Car ces traversées ne sont pas sans risque. Elles se pratiquent sur des kwassa-kwassas (nom d'une danse africaine signifiant «ça tangue, ça tangue !»). Des embarcations de sept mètres de long, propulsées par deux moteurs hors-bord. Conçues pour une demi-douzaine de passagers, elles en transportent 25 en moyenne, et quelquefois jusqu'à 40, comme aujourd'hui. Sans compter 100 litres d'essence en bidons et, de temps en temps, des chèvres et des zébus ! A Anjouan, l'île d'où elles partent (située à 70 kilomètres de Mayotte, soit quelques heures de voyage), elles sont fabriquées en série, dans une vingtaine de chantiers quasi officiels, avec de la résine importée de Dubaï. Prix de revient : 2 000 euros. Sachant que les trafiquants font payer entre 100 et 300 euros à chaque voyageur, un kwassa-kwassa est amorti en un aller-retour. A condition de ne pas sombrer en route. Avec un plat-bord réduit à quelques centimètres, chargé jusqu'à la gueule, ce frêle esquif est à la merci du moindre grain, de la moindre houle. Quatre naufrages mortels ont été recensés en 2007. Même chose en 2008.
Il en faudrait plus pour dissuader les candidats à l'émigration, à 99 % originaires de l'Union des Comores, ex-TOM (territoire d'outre-mer) devenu indépendant en 1975, alors que Mayotte choisissait de rester française. Une scission qui a porté ses fruits : aujourd'hui, la «collectivité départementale» - le statut exact de Mayotte -, bien qu'elle importe 98 % de ce qu'elle consomme, affiche un PNB dix fois supérieur à celui des Comores. Un havre de stabilité et de prospérité qui fait rêver ses voisins soumis aux putschs à répétition et à la paupérisation. Les liens ancestraux font le reste : même langue, même histoire, même culture, même religion (l'islam). Jusqu'en 1995, les Comoriens pouvaient d'ailleurs se rendre à Mayotte sans visa. Résultat : une explosion démographique incontrôlée et ingérable. En cinquante ans, la population y a été multipliée par dix. Un habitant sur quatre, estimation minimaliste, est en situation irrégulière. Ce qui fait 50 000 personnes ! Avec 8 000 naissances annuelles, la maternité de Mamoudzou (agglomération principale et siège de la préfecture) est la première de France et même d'Europe. Sauf que les deux tiers des femmes qui accouchent ici ne possèdent pas de papiers...
Trois radars fixes pour couvrir le littoral
Depuis 2005, le gouvernement a sorti les grands moyens pour lutter contre cette immigration clandestine. Sur mer, l'action est centralisée par le capitaine de frégate Gilles Aubry, qui dirige le PCAEM (PC de l'action de l'Etat en mer) : «Nous disposons de trois radars fixes, plus un radar mobile, lesquels assurent une couverture jusqu'à 20 kilomètres des côtes. Ce n'est pas infaillible (à cause de la météo, par exemple) mais c'est efficace: 85% des interceptions se font sur indication du radar.» Tous les servicesad hoc (gendarmerie, PAF, douanes) sont mutualisés, s'échangeant les renseignements et se partageant les interventions, afin que le littoral de Mayotte soit surveillé 24 heures sur 24. Les résultats sont éloquents : 100 kwassa-kwassas interceptés en 2006, 179 en 2007, 256 en 2008.
Ce qui n'empêche pas les plus malins ou les plus veinards (souvent informés par des complices locaux des faits et gestes de la PAF ou des gendarmes) de passer à travers les mailles du filet. D'où les contrôles effectués à terre par des patrouilles mobiles et qui se terminent régulièrement par des sprints effrénés dans la mangrove ou les bidonvilles. Pour l'instant, les interpellés sont assez fatalistes (ils savent qu'ils reviendront dans deux semaines, deux mois ou deux ans) et les violences restent rares, mais elles commencent à apparaître. Nul fonctionnaire n'est désormais à l'abri d'un coup de tchombo, sorte de machette servant aux travaux des champs... et à l'autodéfense.
Toujours est-il que les chiffres battent des records : 16 040 reconduites à la frontière en 2008, ce qui représente plus de la moitié des statistiques nationales du ministère de l'Immigration. En matière de surcoût, et malgré l'opacité administrative qui entoure le sujet, Mayotte doit aussi atteindre des sommets. Dans un rapport de 2008, rien que pour l'Education nationale (obligation de scolariser les enfants sans-papiers jusqu'à 16 ans), le sénateur Henri Torre évoquait la somme de 32,4 millions d'euros par an. Et presque autant pour le système de santé (soins dispensés aux non-assurés sociaux). Que dire du financement de l'armada déployée pour juguler la pression migratoire (salaires, équipement, affrètement de navires ou des avions privés pour les expulsions vers l'Union des Comores) ?
La reconduite à la frontière s'effectue le plus souvent en bateau.
C'est dans ce contexte préoccupant, sinon explosif, que le gouvernement a décidé d'organiser son référendum sur la départementalisation. Le 29 mars, les Mahorais devront répondre à la question suivante : «Approuvez-vous la transformation de Mayotte en une collectivité unique appelée département régie par l'article 73 de la Constitution et exerçant les compétences dévolues aux départements et Régions d'outre-mer?» Vous n'avez pas compris ? Eux, si. En clair et décodé, on leur demande si Mayotte veut devenir un département à part entière, comme le Loir-et-Cher ou le Rhône. L'issue du scrutin ne laisse aucun doute : le oui fait l'unanimité, tous mouvements politiques confondus. «Il faudrait être taré pour dire non, s'énerve Mascati, patron d'un tabac-presse. Regardez les émeutes à Madagascar ou la misère des Comores!» Imparable, vu sous cet angle.
Pourtant, cela mériterait débat. Un fascicule bilingue - français et shimaore - a bien été envoyé à la population. Si tant est qu'il soit lu et assimilé, il ne cache rien des conséquences de la départementalisation. Concrètement, il s'agira d'un alignement progressif à compter de 2011 sur la législation républicaine, qui mettra fin aux dérogations ayant cours à Mayotte. Côté avantages, l'instauration de tous les minima sociaux (seulement deux sont actuellement applicables), tels que RSA (Revenu de solidarité active) ou ASS (Allocation de solidarité spécifique) ; la perspective de transformer Mayotte en RUP (Région ultra-périphérique) de l'Union européenne, gage d'investissement et de développement.
Mais le document insiste aussi sur les inconvénients, comme la perception de nouveaux impôts (taxes foncières et d'habitation) ou la suppression de la justice cadiale (rendue par des cadis, magistrats musulmans). Selon Thomas Michaud, vice-procureur de Mayotte, «la justice républicaine ne pourra plus s'accommoder de certaines pratiques de droit local: la polygamie, le mariage des filles à partir de 15ans, la répudiation unilatérale, l'inégalité testimoniale (le témoignage d'une femme vaut la moitié de celui d'un homme). C'est un véritable choix de société qui est proposé aux Mahorais: entre une société africano-musulmane, où la communauté prime, et une société occidentale de type judéo-chrétien, axée sur l'individu».
Une départementalisation à haut risque
Vaste chantier ! Tout comme celui de l'immigration clandestine, dont on voit mal comment elle ne serait pas dopée par la mutation départementale. Même Denis Robin, préfet de Mayotte, le reconnaît : «On ne peut pas renvoyer 50000 personnes ni en régulariser 50000. Il faudra procéder à des régularisations concertées avec la population.» Et d'ajouter : «Il y aurait moins d'immigration clandestine si certains ne fournissaient pas du travail illégal aux sans-papiers.» Car ce n'est pas le moindre des paradoxes de Mayotte : le Mahorais qui vitupère les «envahisseurs anjouanais» (pourtant cousins plus ou moins éloignés) et le laxisme des pandores est souvent le même qui les fait travailler au noir dans ses cultures d'ylang-ylang ou comme maçon à son domicile.
Même si la question est taboue, on aurait aussi pu demander aux Mzoungous (surnom des métropolitains) s'ils souhaitaient hériter d'un 101e département - après leur avoir montré où il se trouvait sur une carte ! Dans les héritages, les droits de succession sont parfois exorbitants, comme on l'a constaté récemment en Guadeloupe et en Martinique. Surtout en période de crise... (Le Figaro)
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