mercredi, 19 novembre 2008
Nessuna meraviglia
Sicurezza, Famiglia Cristiana attacca: "Misure indegne per uno stato di diritto".
ROMA - "Indegno di uno Stato di diritto". Questo il giudizio sul cosiddetto "pacchetto sicurezza" proposto dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, espresso dall'editoriale politico di Famiglia Cristiana, firmato da Beppe Dal Colle, in edicola questa settimana. Per il settimanale cattolico, le misure previste - ronde, permessi a punti, schedatura dei senza fissa dimora eccetera - hanno due caratteristiche comuni: "L'inutilità ai fini a cui sono rivolte" e "l'estrema difficoltà a metterle in pratica da parte di uno Stato la cui giustizia e la cui burocrazia già faticano a tenere il passo delle normali incombenze".
Secondo il settimanale, i provvedimenti "scontano le conseguenze di un'esagerata descrizione della realtà, come ha dimostrato il caso suscitato dalla decisione, presa nel giugno scorso da Maroni, sul rilevamento delle impronte digitali ai bambini rom". Famiglia Cristiana rileva come "i nomadi di origine rom e sinti" fossero "molti meno di quelli denunciati", e che la loro schedatura - soprattutto dei bambini - "è stata effettuata con metodi diversi e più tradizionali, d'intesa con la Croce Rossa; anche se questa pratica più civile e più umana, decisa d'accordo con il sindaco Alemanno, è costata la destituzione al prefetto di Roma, Carlo Mosca".
Quanto poi alla schedatura dei senza fissa dimora, Del Colle ricorda che "qualcuno lo ha già fatto, ma con spirito diverso da quello del pacchetto sicurezza". Il riferimento è a Lia Varesio, che nel 1980 fondò a Torino la Bartolomeo&C, un'associazione di volontari che tutte le notti uscivano nelle strade alla ricerca di clochard che dormivano sulle panchine o sotto i portici delle stazioni.
"Per loro - scrive Del Colle - Lia aveva attuato, in accordo con il Comune, 'la reiscrizione anagrafica' in modo tale che potessero riacquistare un'identità, visto che molti di loro erano stati davvero 'cancellati'". Quest'opera, aggiunge il settimanale, "continua in una cultura opposta a quella della paura, del rifiuto del 'diverso' e del ricorso all'autodifesa", in cui "le ronde rischiano di essere il simbolo d'un comportamento che uno Stato di diritto non può e non deve permettersi". (Repubblica on line del 18.11.08).
Questa è l'opinione di Famiglia Cristiana che da tempo si è spostata su posizioni di sinistra e di forte critica a quello che fa il governo. Quindi nessuna meraviglia che adesso abbia scritto così. E' la naturale evoluzione delle sue precedenti prese di posizione. Sarebbe stato strano che non lo avesse fatto.
07:51 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
mardi, 18 novembre 2008
Sergio Zavoli
Rai, accordo Pd-Pdl: Zavoli candidato per la Vigilanza. (Corriere on line).
Si c'est vrai, c'est une bonne nouvelle.
18:07 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (3) | Trackbacks (1) | Envoyer cette note
Battaglia a Rwindi
Battaglia a Rwindi tra le forze governative congolesi e i ribelli guidati da Laurent Nkunda che avanzano su Goma.
Nessuno rispetta la tregua nel Nord Kivu.
Nel Nord Kivu i ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) guidati da Laurent Nkunda hanno ripreso la loro avanzata verso il capoluogo Goma, nonostante il cessate il fuoco formalmente accettato due giorni fa dallo stesso Nkunda in un incontro con l'inviato dell'Onu Olusegun Obasanjo, l'ex presidente nigeriano. Lo riferiscono testimonianze concordi citate dalle agenzie di stampa internazionali, precisando che i soldati governativi di Kinshasa hanno abbandonato la loro postazione a Rwindi, 130 chilometri a nord di Goma, dopo scontri con i ribelli del Cndp nei quali è stato fatto uso anche di armi pesanti.
Sempre secondo tali testimonianze, negli scontri non sono intervenuti i caschi blu della Monuc, la missione dell'Onu nella Repubblica Democratica del Congo, che ha una propria base proprio a Rwindi.
La battaglia di ieri ha dunque fatto guadagnare altro territorio ai ribelli nel Nord Kivu, provocando una nuova ondata di profughi in direzione di Goma, dove nelle ultime tre settimane si sono affollate un quarto di milione di persone in condizioni drammatiche. "Tutti hanno sparato per ore. I caschi blu non hanno fatto nulla. Che razza di cessate il fuoco è questo?", ha detto uno sfollato.
Secondo la Monuc sono stati i ribelli a violare la tregua, ma i miliziani di Nkunda accusano i governativi di quelle che definiscono provocazioni continue.
Da parte sua, Obasanjo prosegue nel suo tentativo di mediazione, ma per il momento la situazione non si sblocca. Nkunda pretende negoziati diretti con il presidente congolese Joseph Kabila, ma il Governo di Kinshasa è disposto solo a una nuova conferenza con tutti i gruppi della regione.
In ogni caso, Kabila sembra intenzionato a rispondere anche sul piano militare. Proprio ieri è stata annunciata la nomina un nuovo capo di stato maggiore interarmi. "Vista la necessità e l'urgenza, è stato nominato capo di stato maggiore il generale Didier Etumba Longomba" è scritto in un'ordinanza presidenziale letta ieri alla televisione di Stato. Didier Etumba Longomba sostituisce il generale Dieudonnè Kayembe.
La vicenda minaccia di superare la già spaventosa dimensione locale e di incendiare nuovamente l'intera regione africana dei Grandi Laghi. La Comunità di sviluppo dell'Africa australe (Sadc) si è detta disposta a inviare proprie truppe d'interposizione, ma sulla neutralità dei Paesi confinanti con la Repubblica Democratica del Congo la gran parte degli osservatori nutre forti dubbi. Tra l'altro, secondo testimonianze concordi, in Nord Kivu sono già presenti sia truppe rwandesi che affiancano i ribelli di Nkunda, sia forze angolane e zimbabwesi alleate del Governo di Kinshasa.
Al tempo stesso, da più parti si sollecita un intervento del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Nei giorni scorsi, anche il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon aveva chiesto al Consiglio di sicurezza di rafforzare con altri tremila caschi blu la Monuc, la quale con i suoi 17.000 effettivi è già la maggiore missione militare mai messa in campo dalle Nazioni unite.
Al Consiglio dell'Onu per i Diritti umani è stato invece rivolto ieri un appello da una quarantina di organizzazioni non governative (Ong) che hanno denunciato il pericolo di una catastrofe umanitaria nell'est della Repubblica Democratica del Congo.
In una lettera inviata al presidente di turno del Consiglio per i Diritti umani, l'ambasciatore nigeriano Martin Ihoeghian Uhomoibi, le ong hanno sollecitato la convocazione immediata di una sessione speciale dell'organismo. In particolare, le ong hanno chiesto al Consiglio di nominare un inviato speciale che riferisca sulla situazione dei diritti umani e raccomandi misure concrete per affrontarla. "Le ostilità nell'est della Repubblica Democratica del Congo hanno già provocato un devastante numero di morti. Dev'essere fatto tutto il possibile per impedire un ulteriore peggioramento di una situazione già drammatica. Il Consiglio dell'Onu per i Diritti umani non deve voltare le spalle alle vittime" si legge nella lettera delle ong.
Il Consiglio si riunisce in sessione speciale se 16 dei suoi membri lo richiedono al presidente e al segretariato. Dopo la formalizzazione della richiesta, la sessione speciale dev'essere convocata al più presto, in linea di principio non prima di due giorni e non dopo cinque giorni lavorativi. (L'Osservatore Romano del 19.11.08).
17:58 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
La Cgil di Treviso e gli immigrati
La Cgil della Marca chiede di sospendere i flussi d'immigrati. "Basta nuovi ingressi di stranieri, finché non saranno ricollocati quelli lasciati a casa in questi mesi dalle aziende". Esattamente quello che dice il ministro dell'Interno Roberto Maroni. La richiesta di Paolino Barbiero, segretario della Cgil di Treviso, accende un caso. Spiazza i sindacati e i partiti, prende in contropiede gli industriali e guadagna ovviamente gli applausi della Lega, che nella Marca governa quasi ovunque.
L'idea della Cgil di Treviso sarà formalizzata giovedì al "tavolo" sui problemi del lavoro convocato dalla Provincia. "Noi non chiederemo - precisa Barbiero - di bloccare totalmente i flussi d'ingresso. Partendo però dalla considerazione che nella nostra provincia sono ormai migliaia gli immigrati rimasti senza lavoro e molti di loro ora rischiano di venire espulsi o di rimanere sul territorio in condizione di clandestini, abbiamo chiesto alle autorità d'intervenire sul governo per sospendere i nuovi arrivi, finché non saranno riassorbiti i disoccupati stranieri. Oltre, ovviamente a quelli italiani".
La "molla" dell'iniziativa di Barbiero, insomma, è la paura delle ricadute sociali della recessione alle porte. Ma c'è anche, nella stessa Cgil veneta, un altro modo di guardare alla questione-immigrati. Il segretario regionale Emilio Viafora ha inviato al Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, una lettera ispirata dalla preoccupazione che le spinte xenofobe limitino i diritti degli stranieri. Viafora chiede al presule di "farsi promotore di una carta di principi, per sconfiggere fondamentalismi di ogni genere ed affermare la cultura della tolleranza". È la proposta di un'alleanza sindacato-Chiesa con l'obiettivo di "sconfiggere quell'immagine intollerante che il Veneto proietta di sé". Viafora non ritiene tuttavia in contraddizione la sua lettera con la richiesta di Barbiero. Anzi, la appoggia.
In provincia di Treviso vive una percentuale di stranieri doppia rispetto alla media nazionale. Nella Marca abitano oltre centomila immigrati, di cui 85 mila regolari. In occasione del "clic day" del dicembre 2007 furono presentate 13mila domande d'ingresso, rispetto ad una quota fissata di appena 3mila: di questi via libera teorici, finora a causa della lentezza delle procedure amministrative ne sono stati concessi solo mille. È questo il quadro che ha convinto la Cgil trevigiana a lanciare la sua idea: "Stop a nuovi ingressi. Prima regolarizziamo quei 13mila che vivono da clandestini nella nostra provincia. Poi fermiamoci. Se la Lega è d'accordo con me - dice Barbiero - ben venga, significa che si sono convertiti alla linea della Cgil".
Il segretario della Cgil di Treviso si riferisce alla richiesta di maxi sanatoria, ma la proposta di chiudere le frontiere di qui in avanti trova appoggi imbarazzanti. Il primo a dare ragione al segretario Cgil è il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, anch'egli trevigiano: "Ha ragione Barbiero. Finché non riusciremo a trovare un'alternativa di lavoro ai disoccupati italiani e stranieri, blocchiamo i nuovi ingressi". Applausi anche dal sindaco leghista di Treviso Gian Paolo Gobbo: "La posizione di Barbiero è giusta. Non possiamo essere noi a farci carico di un problema internazionale". Sia Gobbo sia il vice e "maestro" Giancarlo Gentilini sono comunque d'accordo con il blocco di due anni degli ingressi proposto dal ministro Maroni.
La mossa di Barbiero non è però piaciuta a Cisl e Uil. Che non ne contestano la sostanza, ma che non sia stata concordata. Infine, Unindustria: "Sì, la domanda di manodopera straniera è calata, ma il problema non è il blocco dei flussi, bensì la riforma del meccanismo degli ingressi, troppo macchinoso". (Repubblica on line del 18.11.08).
11:16 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Pannella
Brano di un'intervista di Marco Pannella al Giornale e pubblicata oggi.
«Non sto insultando gratuitamente il Partito democratico: quando dico che sta mettendo in atto un comportamento tecnicamente eversivo, per sovvertire il risultato di un’elezione regolare, sono pronto a dimostrarlo anche in giudizio». Marco Pannella spiega di aver consultato anche i suoi avvocati, e che le pressioni del Pd (con il quale i radicali sono alleati, e del cui gruppo fanno parte i parlamentari pannelliani) per far dimettere il neo-eletto presidente della Vigilanza, Riccardo Villari, «configurano un reato punibile fino ai cinque anni», quello di attentato al funzionamento di organi costituzionali. E per impedire questo «comportamento delittuoso contro la virtù repubblicana» Pannella è pronto ad usare anche «le armi della non violenza» e ad attuare da oggi (previo parere dei suoi medici) «uno sciopero totale della fame e della sete» per «aiutare i garanti della legalità», a cominciare dal presidente della Repubblica.
Che c’entra Giorgio Napolitano, onorevole Pannella?
«Se per caso Villari si dovesse dimettere, come il suo partito lo invita a fare, si ritornerebbe alla situazione di caos precedente, e verrebbe lesa anche l’immagine del capo dello Stato, che un mese fa aveva parlato di “inderogabile obbligo costituzionale” cui il Parlamento doveva adempiere, sia sull’elezione del membro mancante della Consulta e sia sulla costituzione della commissione di Vigilanza».
Non mi capita spesso, ma stavolta condivido le posizioni del leader radicale.
08:23 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (2) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
lundi, 17 novembre 2008
Les Démocrates chrétiens du Congo
Déclaration politique de la convention des démocrates chrétiens, en rapport avec la situation de guerre prévalant dans le pays.
Nous, membres de la Convention des démocrates Chrétiens, «C.D.C. » en sigle, réunis au siège les 05, 06, Il et 13 novembre 2008, avons fait un tour d’horizon de la situation générale du Pays, spécialement de l’insécurité au Nord, au Nord-Est et à l’Est de la République, publions la déclaration suivante:
1. condamnons fermement le recours et l’usage des armes comme moyen d’accéder au pouvoir et exigeons du CNDP de s’en tenir aux seules voies constitutionnelles et légales en vue d’exposer et de défendre sa cause;
2. fustigeons dans le chef des dirigeants et acteurs politiques congolais le non respect de la parole donnée et du gouvernement de la République, la passivité voire la complicité dans le traitement des dossiers liés à la souveraineté du pays et à l’intégrité du territoire national;
3. condamnons la légèreté avec laquelle le Programme Amani a été géré;
4. dénonçons avec force la destruction délibérée de l’armée nationale notamment par
• la nomination et l’affectation des officiers supérieurs et généraux sans profil requis aux dépens des officiers formés et compétents;
• le détournement des deniers publics destinés à l’équipement, l’entretien et la solde des troupes ainsi que l’enrichissement sans cause et scandaleux de certains officiers supérieurs et généraux;
• l’impunité qui caractérise la gestion de l’armée, au regard des défaites répétées et des abandons d’armements ainsi que de la multiplication des actes d’assassinat, de viol, de pillage et de vandalisme au détriment de la population congolaise;
5. condamnons l’attitude ambiguë de la communauté internationale qui, après avoir facilité et organisé l’arrivée des réfugiés rwandais en 1994 sur le sol congolais, au nom de l’humanisme, laisse à la seule RDC la responsabilité de gérer ce lourd fardeau consécutif au génocide rwandais et affiche, à travers la Monuc, un comportement indigne: pédophilie, commerce des matières précieuses, vente d’armes et munitions, collusion avec les forces négatives et/ou autres groupes armés congolais. De ce qui précède, recommandons:
1. Au Chef de l’État, de :
• respecter son serment constitutionnel de maintenir l’indépendance et l’intégrité du territoire national, de sauvegarder l’unité nationale;
• privilégier, sans exclusive, le dialogue avec toutes les couches de la population et de ne ménager aucun effort pour ramener au bercail tous les Congolais égarés;
• doter le pays d’une vraie armée républicaine, au service de la Nation, conformément aux prescrits des articles 187, 188, 189 et 190 de la Constitution;
2. Au Parlement, de :
• se saisir désormais de toute question mettant en péril la vie et l’avenir de la Nation et de diligenter une commission parlementaire d’enquête chargée de faire l’état des lieux de nos forces armées (effectifs, finances, niveau de formation, gestion de la guerre, etc.) ;
3. Au Gouvernement, de :
• restaurer l’autorité de l’État sur l’ensemble du territoire national et de réaffirmer que l’intégrité du territoire et la souveraineté du pays ne sont pas négociables;
• mettre en place une diplomatie efficace et préventive afin de redorer le blason terni de la République démocratique du Congo;
• établir une relation de confiance avec le Président de la République pour créer une vraie armée nationale et républicaine;
• diligenter rapidement une enquête afin d’établir les responsabilités sur le détournement généralisé de la solde des militaires et de traduire les coupables devant les juridictions compétentes ainsi que de sanctionner sévèrement les violeurs, pillards et autres fuyards; mettre hors d’état de nuire tous les groupes armés armés étrangers: FDLR, ADF/NALU, LRA;
• renvoyer sans conditions dans leurs pays d’origine les éleveurs nomades Mbororo;
• prévoir des ressources conséquentes pour dédommager les populations victimes de pillage des FARDC et des groupes armés dans le Nord-Kivu et dans la province Orientale;
4. Au CNDP, de :
• respecter la Constitution et les lois de la République démocratique du Congo;
• privilégier les voies de droit pour faire entendre sa voix et défendre sa cause et, dans le cadre de l’égalité de traitement garantie par la Constitution, de savoir que les Tutsi congolais identifiés jouissent d’autant de droits que les autres ethnies congolaises, bénéficient de l’égale protection et sont astreints aux mêmes devoirs et obligations (Art. 12,62 à 66) ;
5. Au peuple congolais, de : demeurer uni, solidaire et vigilant pour défendre à tout prix le principe fondateur de la Charte de l’Union africaine, relatif à l’intangibilité des frontières héritées de la colonisation;
6. A la communauté internationale, de :
• cesser de faire porter l’opprobre et la responsabilité du génocide rwandais au peuple congolais;
• intervenir efficacement dans l’opération de désarmement et de rapatriement des groupes armés étrangers dans leurs pays respectifs;
• instruire la Monuc à s’en tenir à sa mission et à assurer la protection de la population civile.
Pour la CDC: Florentin Mokonda Bonza
(Agenzia Fides del 17.11.08).
17:54 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Quello che si doveva dimettere
«Ho però preso atto - ha spiegato Villari - di un passo avanti del mio partito e del segretario perché c'è la volontà di lavorare per superare la candidatura di Leoluca Orlando e questa è una condizione per superare l'impasse istituzionale che si è creata». Ma, aggiunge il senatore, «finché non si trova l'accordo io ho il dovere istituzionale di restare al mio posto e vado avanti fino al momento in cui sarà garantito il funzionamento della commissione di Vigilanza». E ha ribadito quanto aveva detto ai giornalisti prima di vedere Veltroni e cioè: «Penso di non essere il problema, ma la soluzione».
Il nodo della discussione con il leader del Pd, fa intendere Villari, è stato proprio sui tempi delle dimissioni: «Abbiamo ragionato sull'opportunità di dimissioni subito ma io ritengo di avere un dovere istituzionale e vado avanti. Sono stato rappresentato come uno che doveva riflettere ma io non ho nulla da riflettere». E così, aggiunge Villari, «parlerò presto con il segretario generale del Parlamento per capire gli adempimenti da assolvere perché la Vigilanza è lì per funzionare». (Corriere on line del 17.11.08).
17:36 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
I padri democristiani
Se, come dice Repubblica, Villari intende comportarsi come i "padri democristiani", allora le sue dimissioni non sono imminenti. Garantito. Perché tra i vecchi democristiani c'era una regola: non ti devi mai dimettere da niente perché qualcuno potrebbe anche accettare le tue dimissioni.
11:40 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Verso una tregua?
Congo, il capo dei ribelli pronto ai negoziati di pace.
Il presidente Joseph Kabila forse deciso a tagliare il legame con le milizie estremiste Hutu, preludio per una vera distensione.
dall'inviato DANIELE MASTROGIACOMO
GOMA - Forti venti di pace tornano a soffiare sul Nord del Kivu. Il generale Laurent Nkunda, capo dei ribelli congolesi, ha accettato la proposta dell'emissario delle Nazioni unite, l'ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, di proclamare una tregua duratura e avviare delle trattative con il presidente del Repubblica democratica del Congo, Joseph Kabila. Il leader del Cndp (Congresso nazionale per la difesa del popolo) ha aderito anche alla proposta di aprire da subito un corridoio umanitario per consentire l'invio di soccorsi e di aiuti umanitari al milione e mezzo di profughi sparpagliati nel territorio a causa del conflitto.
Si tratta del primo, importante accordo tre settimane dopo l'inizio delle ostilità. Il lavoro svolto nelle ultime ore dall'emissario Onu spedito nelle regione dal segretario generale Ban ki Moon ha ottenuto risultati che solo stamani apparivano impossibili. Dopo aver incontrato venerdì scorso il presidente ruandese Paul Kagame, Obasanjo è volato a Kinshasa e si è intrattenuto a colloquio per oltre un'ora con il presidente della Rdc Jospeh Kabila. Ha insistito sulla necessità di avviare subito dei negoziati diretti con Nkunda anche per alleviare la sofferenza della popolazione, stremata dai continui scontri e dalle violenze subite durante il ritiro delle truppe regolari congolesi. Il presidente Kabila ha accettato l'idea di un negoziato diretto ed è rimasto in attesa della risposta del generale Laurent Nkunda.
Sostenuto dal clima positivo, l'emissario dell'Onu ha preso un elicottero ed è volato direttamente a Jomba, una cittadina a 80 chilometri a nord di Goma, dove il capo dei ribelli ha installato il suo quartiere generale. Per l'occasione, Nkunda ha smesso la divisa e ha accolto il suo ospite vestito da civile: un completo grigio chiaro su camicia bianca e una cravatta rossa. L'incontro è stato caloroso e cordiale. I due si sono abbracciati, sono sfilati davanti ad una doppia fila di soldati vestiti in alta uniforme. C'è stato il saluto del picchetto, una breve fanfara e alla fine, mano nella mano, Nkunda e Obasanjo si sono avviati verso una chiesa della cittadina dove hanno parlato per circa un'ora e mezza.
La visita dell'emissario Onu era stata preceduta da un violentissimo scambio di artiglieria pesante tra i soldati ribelli schierati attorno a Kanyabayonga, un centro strategico a 180 chilometri a nord ovest di Goma, e le truppe delle Fardc decise a difenderlo. La battaglia, la prima ingaggiata con bombardamenti, colpi di mortaio e di artiglieria dal 28 ottobre scorso, aveva fatto temere un naufragio della mediazione delle Nazioni unite. Ma si è trattato, più che altro, di un segnale lanciato dall'esercito congolese per recuperare terreno e avviare da una posizione di forza un eventuale negoziato. Dopo la sconfitta di tre settimane fa, le Fardc (le truppe regolari congolesi) vivono un momento di grande difficoltà. Disorganizzati, indisciplinati, mal pagati, senza una solida guida centrale, i soldati congolesi hanno subìto il contraccolpo di Nkunda. Spesso hanno agito d'impulso, attaccando quando non dovevano e ritirandosi, sempre prima del tempo, con una fuga che si trasformava in un saccheggio.
Lo Stato maggiore delle Fardc ha preso i primi provvedimenti: ieri mattina ha annunciato l'arresto di venti soldati ritenuti colpevoli delle razzie dei giorni scorsi e il recupero della refurtiva. I responsabili compariranno davanti alla Corte militare operativa di Goma. E' un gesto importante. Rientra nell'ottica di "normalità istituzionale" più volte sollecitata dal nuovo emissario dell'Onu. La base per l'avvio del nuovo negoziato è stata costruita anche dalla serie di colloqui che Kigali e Kinshasa hanno tenuto durante tutta la settimana. Si sono delineati i nodi non ancora sciolti e che impediscono l'applicazione dell'accordo del gennaio scorso. Tra questi, forse il più spinoso: la presenza nel Nord del Kivu delle milizie di estremisti hutu protagonisti del genocidio in Ruanda nel 1994. Kigali e Khinshasa hanno deciso di inviare sul terreno una squadra mista delle due rispettive intelligence. Joseph Kabila, di fatto, ha deciso di mollare gli interhamwe, le milizie estremiste Hutu. E' il preludio di una scelta che può davvero aprire le porte alla pace. (La Repubblica on line del 16.11.08).
Se è così, è sicuramente una buona notizia.
07:08 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
dimanche, 16 novembre 2008
Trofeistica
Istruzione: la carica delle 180mila materie E si scopre che c’è pure il corso di Trofeistica di Matthias Pfaender
Fisiologia del fitness; Alimentazione del fitness; Biochimica generale applicata al fitness; Benessere psicofisico. Il percorso è segnato, l’arrivo lontano e ambito: corone di alloro, spumante in bicchieri di plastica e una pergamena che attesta una laurea in «Scienze e tecnologie del fitness». Ma per conseguire il fatidico pezzo di carta, per fregiarsi del titolo di dottore, l’unica via è affrontare e superare, uno dopo l’altro, tutti gli esami del piano di studi. Un percorso, nel caso del corso di laurea attivo all’università di Camerino, di ben 15 tappe, spalmate nell’arco di tre anni di libri, tesine e step. Quindici gli esami per laurearsi in fitness, ma diciannove gli insegnamenti disponibili. Questo perché, come recita la presentazione del piano di studi, «la Laurea in Scienze e Tecnologie del Fitness si consegue dopo il superamento di 15 esami e l’acquisizione di 180 crediti formativi universitari (Cfu) ripartiti su diverse attività formative curriculari e a scelta dello studente». Quindi al secondo anno gli studenti devono decidere se frequentare Alimenti e prodotti dietetici o Integratori alimentari del fitness, e al terzo Prodotti cosmetici nel fitness o Prodotti salutistici di origine vegetale.
Il gigantismo di cui ha sofferto l’università italiana dal 2000 a oggi si declina in molti modi: nell’aumento del numero delle università, delle sedi distaccate, del personale tecnico amministrativo, dei professori e del peso dei loro stipendi, dei corsi di laurea e dei dipartimenti. Ma tutto questo asfittico ed enorme processo di autoriproduzione può essere condensato in una cifra: 180mila. Abbondanti. È il numero degli insegnamenti attivi oggi negli atenei. Oltre 180mila corsi che richiedono professori, aule, fotocopie, tesine, orari, tecnici e personale amministrativo. Sono l’effetto diretto dell’aumento dei corsi di laurea, passati da 2.444 a 5.073 (ma l’anno scorso erano 5.412), creati per dare una sistemazione ai 26.004 professori assunti dal 2000 al 2006 (anche se i posti banditi erano solo 13.232), andati a insegnare nelle 66 università, aumentate dalla fine degli anni Novanta di 25 unità.
Gli effetti del gigantismo sono oggi sotto gli occhi di tutti: bilanci schiacciati dalle buste paga del personale (il 37% degli atenei impiega oltre il 90% del fondo statale, limite fissato per legge), conti in rosso, pochi centri virtuosi che cercano disperatamente di sganciarsi dal gruppo degli spreconi. Ma nella gara interuniversitaria per creare didattica sufficiente per tutti i nuovi corsi, capita anche che a qualche senato accademico scappi la mano, e produca insegnamenti, quando non bizzarri, almeno troppo specialistici. Come quello di Trofeistica (lo studio scientifico dei trofei di caccia) attivato nel corso di laurea di Scienze faunistiche presso l’università di Firenze; o l’insegnamento di Tecniche della nonviolenza, scoglio per gli iscritti a Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace; o il corso di Lettura del paesaggio, fondamentale per ottenere la laurea in Scienze e tecniche del fiore e del verde. Ma l’universo delle facoltà italiche è cresciuto troppo in fretta anche per l’inventiva dei rettori. Infatti il grosso dei 180mila insegnamenti disseminati oggi da Palermo a Bolzano è costituito da «doppioni». Ovvero insegnamenti classici, da sempre trattati in campo accademico, oggi però traslati non sempre secondo logica come riempitivi nei nuovi corsi. Psicologia generale: scienza degna di studi accademici fin dall’inizio del secolo scorso. Ma perché darla da studiare a chi frequenta il corso di filosofia delle forme? Lingua greca dell’età bizantina: che cosa ci fa un corso simile fuori dalle aule di filologia o linguistica? Perché oggi si trova nel piano di studi degli iscritti a Cooperazione internazionale, tutela dei diritti umani e dei beni etno-culturali nel Mediterraneo?
Matematica e Statistica: qui parliamo delle scienze con la S maiuscola, dei pilastri millenari del sapere. Ottimo. Che ci fanno nel piano di studi dello strepitoso corso di laurea in Tecniche di allevamento del cane di razza? (Il Giornale on line del 16.11.08).
11:48 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note


