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<title>Xavier</title>
<description>Le blog de la liberté</description>
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<lastBuildDate>Mon, 23 Nov 2009 08:20:30 +0100</lastBuildDate>
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<title>Clima: la riscossa degli scettici</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/23/clima-la-riscossa-degli-scettici.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
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<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 08:20:30 +0100</pubDate>
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&lt;table cellpadding=&quot;0&quot; cellspacing=&quot;0&quot; border=&quot;0&quot;&gt; &lt;tbody&gt; &lt;tr&gt; &lt;td colspan=&quot;2&quot; class=&quot;catenaccio&quot;&gt;Gli hacker svelano scambi sospetti di mail: gli scienziati stanno gonfiando i dati&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td height=&quot;12&quot;&gt;&lt;img height=&quot;18&quot; width=&quot;1&quot; src=&quot;http://www.blogspirit.com/common/images/pixel.gif&quot; /&gt;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt;&lt;img height=&quot;12&quot; src=&quot;http://www.blogspirit.com/common/images/pixel.gif&quot; /&gt;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td colspan=&quot;2&quot; class=&quot;sezione&quot;&gt;FRANCESCA PACI&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt;&lt;img height=&quot;4&quot; src=&quot;http://www.blogspirit.com/common/images/pixel.gif&quot; /&gt;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td colspan=&quot;2&quot; class=&quot;articologirata&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/admin/immagine.asp?ID_blog=51&amp;amp;ID_file=1138&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;3&quot; hspace=&quot;3&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;CORRISPONDENTE DA LONDRA&lt;br /&gt; C'era una volta l'ambientalista scettico Bjørn Lomborg che solitario come un eretico marciava contromano sull'autostrada del lanciatissimo movimento verde. Undici anni dopo il celebre j'accuse pubblicato su Politken, l'irriverente professore danese non è più solo: a sostenere la sua tesi ci sono ora opinionisti, geografi, economisti. Non conta che il 95% della comunità scientifica abbia spedito al vertice di Copenhagen previsioni da fine del mondo, secondo il Times un inglese su due è convinto che il surriscaldamento del pianeta non dipenda affatto dall'uomo.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Immaginate il polverone sollevato dalla notizia che illustri studiosi americani e britannici «aggiusterebbero» i dati sul cambiamento climatico per smontare le argomentazioni degli avversari. Quando ieri il sito internet econegazionista The Air Vent ha iniziato a diffondere le email rubate da anonimi hacker nel server dell'università East Anglia i dietrologi si sono scatenati. Come non pensare al complotto ambientalista se nel 1999 il climatologo Phil Jones scriveva d'aver usato un «trucco» per «nascondere il calo» della temperatura? E il ricercatore che definisce «idioti» gli scettici e allega un fotomontaggio con i più noti tra loro aggrappati a un iceberg? Il matematico canadese Stephen McIntyre, che da anni contesta le stime della Nasa sul blog Climateaudit.org, si è riconosciuto nella caricatura e brinda alla rivincita: «Una rivelazione mozzafiato».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Lungi dal compattarsi di fronte alla temibile vendetta della Terra sfruttata, i suoi abitanti si sfidano senza esclusione di colpi. Se i sostenitori del partito lomborghiano sventolano le email, il cui furto è stato confermato dall'università East Anglia, gli altri fanno quadrato in difesa della categoria. «Quando gli scienziati usano la parola “trucco” intendono una buona trovata per risolvere un problema» spiega Michael Mann, direttore dell'Earth System Science Centre dell'università di Pennsylvania. Come si fanno a giudicare decenni di calcoli da una conversazione informale? Eppure questa dialettica non conosce sintesi.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il principale motivo del contendere è l'acqua, sorgente di vita ma anche di tsunami. Secondo il Potsdam Institute for Climate Impact Research, che ha analizzato gli ultimi 120 anni, tra il 1961 e il 2003 il livello del mare è cresciuto di 1,8 mm l'anno, il 50% oltre ogni stima: di questo passo entro il 2100 la temperatura salirà di 4° e il mare di 1,2 metri. Balle, replica l'oceanografo americano Carl Wunsch e smonta l'attendibilità di qualsiasi misurazione che pretenda di risalire indietro oltre 20 anni.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; L'imprecisione degli strumenti di calcolo è la migliore freccia nell'arco degli scettici. Il capo del Met Office britannico John Mitchell ammette per esempio che le nuvole, potenziali alleate dell'homo ecologico per la loro capacità di assorbire calore, sono imprevedibili, «il tallone d'Achille di qualsiasi modello». Come pianificare il futuro? Perché apocalittici e integrati concordano sul surriscaldamento del pianeta, ma dissentono sui numeri. Così mentre il besteller Superfreakonomics denuncia l'antieconomicità d'investire l'1,5% del prodotto interno lordo del Regno Unito per ridurre del 2% le emissioni nocive, lo scienziato indiano Rajendra Pachauri, premio Nobel per la pace 2007 insieme ad Al Gore, incalza i Paesi industrializzati perché il 2015 potrebbe segnare il punto di non ritorno. Il problema è che il 2015 è domani.&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt;&lt;img height=&quot;8&quot; src=&quot;http://www.blogspirit.com/common/images/pixel.gif&quot; /&gt;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt; &lt;div&gt;&lt;span class=&quot;boxocchiello&quot;&gt;OPINIONI&lt;/span&gt; &lt;a target=&quot;_self&quot; href=&quot;http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/rubricahome.asp?ID_blog=258&quot; class=&quot;link&quot;&gt;London crossing &lt;span class=&quot;autoreHP&quot;&gt;FRANCESCA PACI&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. La Stampa&lt;/div&gt; &lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;/tbody&gt; &lt;/table&gt; &lt;div&gt;&lt;script src=&quot;/common/inctmpl/ppn_banner_tecnologia.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &lt;div id=&quot;fwnetblocco&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Il pm Spataro attacca Alfano</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Stampa</category>
<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 08:16:06 +0100</pubDate>
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&lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Ancora critiche da un procuratore ai progetti di riforma della giustizia del Pdl e al processo breve. A proseguire nella polemica e nelle critiche, dopo l'Anm e il pm palermitano Ingroia, il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, secondo il quale il ministro della giustizia Angelino Alfano, dicendo che solo l'1% dei processi subirà uno stop a causa del provvedimento sul processo breve, è &quot;incorso in un pericoloso boomerang&quot;. &quot;Proprio le parole del ministro rendono la dimensione del paradosso - ha detto Spataro intervenendo al programma di Lucia Annunziata 'In mezz'orà -. Non si è accorto di essere incorso in un pericoloso boomerang&quot;. &quot;Questo disegno di legge, viene presentato come un provvedimento a tutela del cittadino contro la durata dei processi, e questo mi sembra un brand messo in campo con tecnica aziendale - ha detto -: verranno bloccati molti o pochi processi?&quot;. &quot;Il ministro viene in Parlamento dicendo che solo l'1% dei processi sarà soggetto a questo abbattimento - ha ragionato Spataro -. Allora dov'é il problema? Vuole dire che il 99% dei processi funziona egregiamente. Vuol dire che il 99% dei cittadini non si lamenta? Nell'1% forse c'é qualcuno che ha interesse a bloccare il processo&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Allarme terrorismo&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Secondo Spataro, poi, non vi è &quot;alcun elemento&quot; che possa autorizzare l'affermazione che esistono collegamenti tra il terrorismo di matrice islamica e il terrorismo 'storico' interno. Spataro rispondendo alle domande di Lucia Annunziata ha spiegato che &quot;noi continuiamo a lavorare, le forze di polizia sono preparatissime ma guai, però, a generare allarmi che sono esagerati&quot;. &quot;Credo sia interesse di tutti evitare la propagazione di allarmi che generano insicurezza e che possono anche indurre i cittadini a sacrifici della loro libertà personale e dei loro diritti. Questo non è corretto&quot;. Lei così smentisce il ministro Maroni? Ha chiesto l'Annunziata. &quot;Ho sentito direttamente un'intervista in cui il ministro Maroni ha precisato il suo pensiero - ha risposto Spataro -: ha detto che non c'é prova di questo ma è giusto lavorarci. In questi termini sono d'accordo. Se invece qualcuno, o lui stesso in passato, avesse detto che questi collegamenti esistono, non sarei per nulla d'accordo&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;&quot;No&quot; alla proposta di Casini&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Meglio fare una legge 'ad personam' che sia chiara per tutelare il premier, come suggerisce il leader dell'Udc Pierferdinando Casini, oppure il cosiddetto 'processo breve'? &quot;Non ho dubbi, non sarebbe bene fare né l'uno né l'altro. Posso anche comprendere che l'onorevole Casini sia mosso da un idealismo politico, ma questo non è compatibile con il principio dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge&quot;. Questa è stata la risposta di Spataro alla domanda che gli è stata posta dalla Annunziata. &quot;La Corte costituzione l'ha già detto - ha osservato il magistrato -: noi non abbiamo bisogno di escamotage. Il problema, in questi anni in Italia, è quello che anche il presidente Napolitano ha evidenziato in più di un intervento: basta con le riforme dettate da esigenze contingenti e dalla necessità di poche persone&quot;. &quot;Io sono abbastanza convinto che, col passare del tempo, i rapporti tra magistratura e politica sono migliorati - ha aggiunto - e mi riferisco non a ciò che è visibile, ma a ciò che è sottotraccia: vedo che il presidente della Camera, ma non solo lui, rende dichiarazioni che sono apprezzabili, rendendo onore anche al ruolo della magistratura&quot;. &quot;Ora, - ha concluso Spataro - i rapporti tra magistratura e politica sono migliorati ma questo non appare perché c'é un gruppo di politici che, dopo il Lodo Alfano, bocciato dalla Corte costituzionale, con tutto quello che ne è scaturito a carico della Corte e del Capo dello Stato, mette sul tappeto immediatamente un'idea del processo breve che breve non sarà e che non serve a nulla&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Capezzone: una tribuna politica&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&quot;Con la collaborazione di Lucia Annunziata, si è svolta su Rai 3 una sorta di 'tribuna politica' del procuratore Spataro. Ma è accettabile che un procuratore, senza contraddittorio, si permetta di dire ciò che Parlamento e Governo possono o non possono fare, di dare pagelle preventive a questo o a quel disegno di legge, di bocciare o promuovere una riforma?&quot;: così Daniele Capezzone, portavoce del Popolo della Libertà. &quot;Il caso di oggi, dopo la recente performance santoriana del procuratore Ingroia - aggiunge - è l'ennesima prova di una evidente politicizzazione di settori della nostra magistratura, che avrà un unico effetto: quello di far ulteriormente scendere la fiducia degli italiani nell'imparzialità della nostra giustizia&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Gasparri: azione eversiva delle toghe&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&quot;Spataro, dopo le performance di Ingroia - afferma Maurizio Gasparri - rende ancora più intensa la campagna televisiva a base di menzogne della sinistra giudiziaria. Spataro dopo aver allestito processi a chi ha contrastato il terrorismo fondamentalista, si dedica ad attacchi politici a Berlusconi e mente sapendo di mentire sull'attività del Parlamento. Che gente come Spataro e Ingroia indossino la toga per coprire i propri disegni politici - prosegue il presidente dei senatori del Pdl - è motivo di inquietudine. Siamo di fronte a un'azione eversiva contro la legalità democratica, dove gli Abu Omar e gli Spatuzza diventano i campioni di una strategia tesa a occupare le istituzioni. La volontà popolare non sarà cancellata da queste manovre che violano ogni principio costituzionale&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Bondi: la sinistra tace, altra anomalia&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&quot;Non c'é un solo Paese nel mondo, neppure quelli più lontani dalla democrazia, in cui un magistrato può dire pubblicamente quello che ha detto oggi Spataro. Ma la seconda anomalia del nostro Paese riguarda il fatto che la sinistra non ritiene, di fronte a questa gravissima vicenda, di esprimere la propria preoccupazione e la propria condanna&quot;. Lo afferma Sandro Bondi, ministro della Cultura e coordinatore del Pdl.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Cicchitto: circo mediatico-giudiziario&lt;/strong&gt; &quot;Dopo Ingroia a 'Annozero' ora Spataro a 'In mezz'orà. Tutti i conti tornano, sia dal punto di vista televisivo sia da quello giudiziario. E' in pieno svolgimento l'offensiva del circo mediatico-giudiziario&quot;. Così Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, commenta l'intervento del procuratore aggiunto di Milano. Spataro, attacca Cicchitto, &quot;é intervenuto su tutte le cose giudiziariamente e politicamente più significative, ha attaccato due ministri della Repubblica (il ministro della giustizia Alfano e il ministro dell'Interno Maroni) e ha contestato l'apposizione del segreto di Stato. C'é ancora qualcuno che ha la faccia tosta di parlare di attentato alla libertà di stampa da parte del governo quando i principali talk-show della televisione pubblica sono usati per dare parola non solo ai politici, ma anche a quel ridotto nucleo di magistrati che sono i protagonisti di questa offensiva contro gli equilibri politici stabiliti dagli elettori. E' una conferma - conclude il dirigente del Pdl - dell'esistenza di una grande anomalia italiana contro la quale è indispensabile battersi a tutti i livelli, nel Parlamento e nel Paese&quot; Il Giornale&lt;/p&gt;
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<title>Interview à John McCain</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Interview</category>
<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 08:11:05 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;infos&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #999999;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;sign&quot;&gt;Propos recueillis à Halifax (Canada) par Laure Mandeville&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;!-- &lt;div class=&quot;clear&quot;&gt;.&lt;/div&gt; --&gt;&lt;/div&gt; &lt;!-- infos --&gt; &lt;div class=&quot;photo&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/medias/2009/11/23/0f081fe8-d7f1-11de-b298-73a087e740ff.jpg&quot; alt=&quot;Selon John McCain, l'indécision d'Obama sur l'Afghanistan «adresse à nos alliés et à nos adversaires le message que nous hésitons».&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;br /&gt; &lt;span class=&quot;leg&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #666666;&quot;&gt;Selon John McCain, l'indécision d'Obama sur l'Afghanistan «adresse à nos alliés et à nos adversaires le message que nous hésitons».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;span class=&quot;credit&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #999999;&quot;&gt;Crédits photo : Georges Merillon&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt; &lt;!-- photo --&gt; &lt;h2&gt;INTERVIEW EXCLUSIVE - Son ancien rival porte un jugement sans concession sur le bilan du président américain, après presque un an de pouvoir. Sur l'Afghanistan, l'Iran, le Proche-Orient, la Russie ou la Chine&amp;nbsp;: «Peut mieux faire». «Vu l'émergence de la Chine et de l'Inde, l'Union européenne et les États-Unis vont devoir se rapprocher encore»&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;En marge du premier &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.gmfus.org/halifax/francais/index.html&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;Forum sur la sécurité internationale d'Halifax&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, conférence organisée par le Canada et le German Marshall Fund, le sénateur républicain &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.lefigaro.fr/elections-americaines-2008/2008/03/22/01017-20080322ARTFIG00010-john-mccain-le-rebelle-qui-reve-de-la-maison-blanche.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;John McCain&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, 73 ans, ancien rival de Barack Obama pour la présidence, a accordé une interview au Figaro et à trois autres quotidiens européens (Suddeutsche Zeitung, Tagesspiegel et Gazeta Wyborcza).&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;LE FIGARO. - Alors que la décision du président Obama sur l'Afghanistan est maintenant une question de jours, beaucoup d'analystes comparent sa situation à celle du président Johnson au moment de l'engagement au Vietnam. Cette comparaison vous paraît-elle pertinente, à vous qui avez combattu au Vietnam ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;John McCAIN.&lt;/strong&gt; - Les comparaisons entre les guerres sont rarement pertinentes, et elles dépendent de votre interprétation de la guerre. Mais les faits sont têtus. Quand les Nord-Vietnamiens ont envahi le Sud-Vietnam et qu'ils ont obtenu une aide massive de la Russie et de la Chine, il n'y avait plus de soldats américains au Vietnam. Nous avions terminé le retrait de nos forces. Vous n'apprendrez jamais ça à travers la description faite par la gauche américaine de la guerre du Vietnam. Dans les premiers temps de la campagne au Vietnam, on a mis en œuvre la tactique de Westmoreland consistant à «trouver et détruire l'ennemi», qui a échoué. Puis le général Abrahams est arrivé, il a lancé la vietnamisation, puis a retiré les troupes américaines. Prenons l'Irak : là aussi, la tactique inefficace de Westmoreland a été mise en œuvre par le général Casey et le secrétaire à la Défense Rumsfeld. Puis, le président Bush a eu le courage d'appeler le général Petraeus et le surge (envoi de renforts) a eu lieu. La vietnamisation avait marché, le surge a marché. Le surge peut marcher et marchera en Afghanistan si on y met les ressources suffisantes et si l'on convainc l'ennemi qu'on terminera notre mission avant de donner une date de départ. On gagne une guerre en brisant la volonté de l'ennemi. Et ce n'est pas en annonçant qu'on va partir qu'on y parvient !&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Vous avez critiqué le président pour la lenteur de sa décision. Pourquoi ne pas lui laisser le temps de la réflexion ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le président a le droit de prendre son temps. Mais il y a deux problèmes. Le premier, c'est qu'une stratégie a été annoncée en mars. On a dit au peuple américain qu'on allait s'engager dans une stratégie de contre-insurrection. Puis, avec ce report de la décision - qui n'est pas vraiment de sa faute -, la population est sur le gril. Une attente aggravée par des fuites constantes dans la presse et des débats qui percent de l'intérieur de l'Administration. On a même eu la publication d'une dépêche de notre ambassadeur à Kaboul mettant en cause l'envoi de renforts ! Cette situation adresse à nos alliés et à nos adversaires le message que nous hésitons. Même nos militaires en sont ébranlés. Pendant la cérémonie qui a suivi &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.lefigaro.fr/international/2009/11/05/01003-20091105ARTFIG00693-fusillade-sur-une-base-militaire-au-texas-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;la tragédie de Fort Hood&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, des sergents sont venus me voir et m'ont dit : «Sénateur McCain, nos hommes meurent. Allons nous y aller ou partir ?» On n'est pas dans un exercice statique et académique. La situation est bien réelle et elle se détériore, selon nos généraux. Cette détérioration signifie que les pertes augmentent, et que nous devons donc, soit inverser ce mouvement, soit partir. Reporter pendant des mois la décision est quelque chose que je préférerais que le président ne fasse pas. Mais bientôt, ce retard ne sera plus qu'un détail de l'histoire, puisque l'on dit que le président va annoncer sa décision après Thanksgiving (jeudi prochain, NDLR).&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Que pensez-vous de la politique russe de la nouvelle Administration ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Je trouve parfois amusant que nous nous accrochions à des fragments de phrases du président Medvedev pour nous persuader qu'il y a une percée majeure dans nos discussions. Nous savons très bien qui gouverne la Russie. Et nous savons qu'il (Vladimir Poutine, NDLR) est sur une ligne dure. Nous savons qu'il continue d'y avoir des violations des droits de l'homme, que des avocats meurent en prison et que des activistes sont abattus dans la rue.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Y a-t-il une forme de naïveté dans la politique étrangère d'Obama sur la Russie ou sur l'Iran ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Je ne suis pas sûr de pouvoir la qualifier de naïve. Mais je peux dire qu'elle n'a pas de succès pour l'instant. Beaucoup d'entre nous avaient prédit qu'il n'y aurait pas de sérieuse contre-offre des Iraniens sur le nucléaire. On leur a en réalité donné un forum global pour exposer leurs vues radicales. De la même manière, je n'ai jamais pensé que les remarques de Medvedev à New York sur d'éventuelles sanctions contre l'Iran avaient une vraie substance. Beaucoup d'entre nous continuent de dénoncer l'attitude autocratique de M. Poutine et s'inquiètent de ses ambitions dans son «étranger proche», notamment en Ukraine et en Géorgie. Je ne crois pas qu'une nouvelle guerre froide va commencer. Mais je prévois une Russie plus affirmée dans la région et une répression grandissante des droits de l'homme.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Pensez-vous que l'Europe sous-estime l'agressivité de la Russie ? Faut-il être plus dur avec Moscou ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La question n'est pas d'être dur. Mais de défendre les droits de l'homme comme nous l'avons toujours fait. Il faut négocier avec les Russes. Nous avons des négociations en cours sur les accords Start de désarmement. Mais la défense des droits de l'homme reste fondamentale alors que nous célébrons le 20e anniversaire de la chute du Mur. Pourquoi ce mur est-il tombé ? L'une des raisons, c'est que Reagan a dit : «Abattez ce mur M. Gorbatchev.» Les Russes sont sur le chemin de l'autocratie. Nous en parlons à voix haute. Cela ne veut pas dire que nous déclarons la guerre. Ronald Reagan n'a pas déclaré la guerre à la Russie.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Mais il y a eu la guerre en Géorgie et un échec de l'Occident et de l'Otan à l'empêcher.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Avec tout le respect que je dois au président Sarkozy, il s'est rendu sur place, a négocié un accord pour un cessez-le-feu et l'a présenté comme un grand succès. Pourtant, les Russes ne respectent toujours pas cet accord. Ce genre de négociation de crise exige plus qu'une simple séance photo. Les Russes occupent toujours des territoires en violation du cessez-le-feu et s'y livrent à des provocations. Ils ont reconnu l'Abkhazie et l'Ossétie du Sud comme des pays indépendants, en violation du droit international.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;S'il n'y avait pas eu ce cessez-le-feu, les Russes auraient pu prendre Tbilissi…&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Peut-être. Mais alors, pourquoi ne pas dire la vérité : on a permis d'avoir un accord qui a empêché ce scénario, mais les Russes ne respectent pas l'accord qu'ils ont accepté ! Le président Sarkozy ne peut se contenter de dire que le problème est réglé.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Préféreriez-vous une position plus dure sur les droits de l'homme de l'Administration Obama vis-à-vis de la Chine ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Oui. Ce président est le premier à ne pas avoir rencontré le dalaï-lama. La secrétaire d'État, Hillary Clinton, avant sa première visite en Chine, a dit qu'elle n'allait pas parler des droits de l'homme. La manière dont a été orchestrée &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.lefigaro.fr/international/2009/11/17/01003-20091117ARTFIG00316-obama-appelle-la-chine-au-dialogue-avec-le-dalai-lama-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;la visite en Chine du président Obama&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; est quelque chose que je n'aurais jamais accepté. Je n'ai jamais tenu de conférence de presse où je ne prenais pas de questions… J'ai vu nombre de visites de présidents américains, je n'en avais jamais vu une où l'on se contente de parler des progrès entre les deux pays, sans ramener le moindre accord concret.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Vous critiquez beaucoup la politique étrangère d'Obama. Quels en sont les aspects positifs ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le président Obama est une personnalité extrêmement charismatique. Il est très intelligent et enthousiasmant. Il a lancé un message au monde pour dire que nous voulions coopérer et il a été reçu très chaleureusement partout. J'apprécie son talent. Mais je sais aussi que si vous dites aux Israéliens &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.lefigaro.fr/international/2009/06/01/01003-20090601ARTFIG00185-israel-accuse-obama-de-penchants-propalestiniens-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;qu'il faut geler les colonies&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, que ces derniers refusent, que les pays arabes disent qu'ils ne viendront pas aux négociations, et qu'alors vous dites aux Israéliens qu'ils n'ont pas besoin de geler les colonies, il y a problème… Je n'aurais jamais dit aux Israéliens qu'ils devaient geler la colonisation à moins d'être sûr de pouvoir garder cette ligne. Comprenez-moi. Je veux soutenir le président des États-Unis. S'il prend la bonne décision sur l'Afghanistan, je serai là pour le soutenir. Mais j'essaie de dire respectueusement ce qui me semble être la bonne voie pour le pays.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le Parti républicain fait face à un dilemme déchirant : consolider sa base conservatrice au risque de rester minoritaire, ou s'élargir vers le centre ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nous avons perdu deux élections de suite. Des défaites lourdes. Après de tels échecs, il y a toujours une période de débat. C'est sain. Ce qui attire l'attention de nombreux républicains, c'est le résultat &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.lefigaro.fr/international/2009/11/04/01003-20091104ARTFIG00075-un-an-apres-son-election-l-aura-d-obama-se-ternit-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;des élections de Virginie et du New Jersey&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. Des candidats républicains qui avaient des lettres de créance conservatrices se sont concentrés sur les problèmes concrets de leurs États : les emplois ! Aucun des deux n'a fait de commentaire sur l'avortement. Ils ont compris qu'il fallait parler emplois, prêts aux PME, aides. Ils ont gagné.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il y a longtemps eu une tradition de travail bipartisan au Congrès des États-Unis. Mais, vu la férocité des attaques qui fusent, ce temps paraît bien révolu.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Je le regrette sincèrement. Mais ce qui se passe en Amérique, c'est l'émergence d'un mouvement indépendant qui n'est satisfait par aucun des deux camps. Cette frustration s'est exprimée pendant les dernières élections. Les électeurs indépendants du New Jersey qui avaient voté Obama n'ont pas voulu du candidat démocrate un an plus tard. S'affirme aujourd'hui un mouvement de colère, qui n'a pas décidé où il veut aller. Ce réservoir de votes indépendants fait que nous ne savons pas ce qui va se passer. En Arizona, mon État, le taux de chômage est de 17 % ! Un enfant sur cinq a faim aujourd'hui en Arizona. Le climat politique en est complètement changé.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le président Obama a-t-il surestimé le mandat donné par la population pour réformer le pays, sur la santé, le climat, l'énergie ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Depuis que le président a été élu, la question numéro un n'est pas seulement l'économie, mais les dépenses. Le déficit budgétaire inquiète. Voilà pourquoi les gens sont soucieux quand il propose &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.lefigaro.fr/international/2009/11/09/01003-20091109ARTFIG00481-vers-une-couverture-medicale-pour-tous-aux-etats-unis-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;une réforme de la santé&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; qui va coûter plus de mille milliards de dollars. Depuis son arrivée, il y a une implication excessive de l'État. Personne n'aurait pu imaginer que l'État fédéral deviendrait propriétaire de General Motors et de Chrysler. On a aussi un niveau de colère que je n'avais jamais vu jusqu'ici, entre Main Street (le pays réel) et Wall Street. Wall Street fait des profits obscènes, tandis que Main Street ferme ses petites entreprises par milliers. La colère est réelle.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Si le président passe sa réforme de la santé comme prévu, peut-il mettre sur le tapis la législation sur le climat en 2010, au vu de cette colère ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le président fera la seule chose qu'il puisse faire. Quand vous avez un chômage qui atteint 10 % et des économistes qui prévoient au moins une année avec la même tendance, vous devez vous en préoccuper en priorité. L'Amérique est très préoccupée par le changement climatique, mais elle est profondément perturbée par le chômage.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Une Chine en pleine ascension, une Amérique en déclin… Vous êtes d'accord ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La Chine s'achemine vers un statut de superpuissance. La question est de savoir si cette accession sera pacifique et mutuellement bénéfique ou si elle débouchera sur une confrontation. Je vois deux visages de la Chine. Une Chine qui s'implique positivement sur la scène internationale. Et une autre Chine, qui a toujours une attitude particulière vis-à-vis de Taïwan et continue de réprimer les droits de l'homme. Laquelle émergera, ce n'est pas clair. Mais les Chinois sont des gens pratiques. À mon avis, ils agiront pacifiquement parce que c'est leur intérêt économique. L'émergence de conflits en Asie ne serait pas une bonne chose pour une Chine qui doit nourrir une population de 1,3 milliard d'hommes.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Et le déclin de l'Amérique ?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;J'ai déjà entendu ça bien des fois, sous Carter par exemple… Mais je pense que notre pays a une grande capacité de résilience. Nous sortirons plus forts de cette crise. Mais je sais aussi que, vu l'émergence de la Chine et de l'Inde, l'Union européenne et les États-Unis vont devoir se rapprocher plus encore. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Giustizia disastro: 9 milioni di processi da smaltire</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/23/giustizia-disastro-9-milioni-di-processi-da-smaltire.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
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<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 08:05:30 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;catenaccio&quot; style=&quot;padding-bottom: 12px; padding-top: 12px;&quot;&gt;L’Italia è peggio di Angola, Gabon e Guinea. A Roma ci sono più avvocati che nell’intera Francia&lt;br /&gt;&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;sezione&quot;&gt;MICHELE AINIS&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;&lt;strong&gt;Quanti sono i processi pendenti?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; Stando alla cifra comunicata dal ministro Alfano nell’ultima relazione al Parlamento sullo stato della giustizia (gennaio 2009), quasi 9 milioni. Più precisamente, 5.425.000 processi civili e 3.262.000 penali. A propria volta il rapporto Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia), che s’estende a una cinquantina di Paesi anche extraeuropei, ci aiuta a fare qualche paragone. Nel 2006 in Italia le cause civili pendenti nelle corti di prima istanza erano 3,68 milioni, molto più di quelle non ancora decise in Francia (1,16 milioni), Germania (544 mila) e Spagna (781 mila) messe assieme. Ancora peggiore la situazione per quanto riguarda le cause penali pendenti nei tribunali di primo grado. In Italia erano più del doppio (1,2 milioni) rispetto al dato complessivo di Germania (287 mila), Spagna (205 mila) e Inghilterra (70 mila). Ma in generale solo la Francia, fra tutti i Paesi presi in considerazione dal Rapporto, supera il milione di cause pendenti (1.165.192). Quanto ai reati più gravi (come omicidio, rapimento, criminalità organizzata, traffico di stupefacenti), in Italia i procedimenti giacenti alla fine del 2006 erano 1.204.151 nel primo grado, mentre in Inghilterra 70.610, in Germania 287.223 e in Spagna 205.898.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Quanto durano i procedimenti?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Facciamo parlare nuovamente Alfano: 960 giorni per il primo grado e 1509 giorni per il giudizio di appello nel civile; 426 giorni per il primo grado e 730 per il grado di appello nel penale. Questo significa - come aggiunge il rapporto Doing Business 2009 - che per recuperare un credito originato da una disputa commerciale in Italia servono 1210 giorni, contro 331 giorni in Francia, 394 in Germania e 515 in Spagna. Significa altresì che un processo per sfratto dura in media 630 giorni (in Canada 43), mentre un contenzioso per incassare assegni a vuoto si conclude dopo 645 giorni (in Olanda dopo 39). Dipende però dal domicilio, dato che ogni processo può durare il triplo per chi risiede nel Mezzogiorno (rapporto di CittadinanzAttiva, novembre 2009).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Quanti rinvii, quante prescrizioni?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; I primi colpiscono ogni giorno 7 processi su 10, ossia il 76,1% dei procedimenti penali fissati per il dibattimento ordinario (Eurispes 2008). Quanto alle prescrizioni, nel 2007 hanno raggiunto la cifra record di 209.779 declaratorie, che nel distretto di Napoli significa un reato estinto ogni 13 minuti. Qualche giorno fa (19 novembre) il ministro Alfano ha diffuso un dato un po’ più basso: vanno in prescrizione 170 mila processi l’anno. In ogni caso è un’amnistia di massa, ma solo per chi ha quattrini da elargire agli avvocati; e senza neppure la necessità di scomodare il Parlamento, com’è accaduto per l’indulto nel 2006. Altrove niente indulti, niente prescrizioni. E così - per citare un solo esempio - il primo presidente della Corte di Cassazione francese, Vincent Lamanda, nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario (7 gennaio 2009), ha raccontato che loro impiegano 15 mesi per chiudere un processo civile, appena 4 mesi per un processo penale. Più in generale, in Francia le corti d’appello - sempre in materia civile - arrivano a sentenza in 12 mesi, in 7 mesi i Tribunaux de grand instance e in 5 mesi gli altri tribunali.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Troppi gradi di giudizio?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; Ne abbiamo tre, e questo chiama in causa innanzitutto il ruolo della Cassazione, che in Italia deposita 30 mila sentenze all’anno, contro le 75 dell’Inghilterra. È evidente che abolire il ricorso in Cassazione - come ha proposto l’anno scorso Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense - taglierebbe i tempi di un terzo. Ma neanche l’appello è un passaggio obbligato dappertutto. Negli Usa soltanto i condannati a morte hanno una revisione automatica del giudizio. Gli altri possono chiederlo a condizione che la condanna sia sproporzionata o che nel processo di merito vi siano state gravi e numerose violazioni costituzionali, e l’ottengono solo se rientrano in quel numero decisamente piccolo di casi in cui una corte d’appello prende in considerazione la richiesta di certiorari. A sua volta l’appello non consiste nel rinnovo del dibattimento, bensì nella revisione formale del verbale. Tocca al condannato dimostrare che il verdetto di primo grado merita di venire rovesciato. Ma nel 2004, su 45 milioni e 200 mila procedimenti giudiziari, i casi in appello erano 273 mila.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Quanto costa la giustizia?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; Secondo il rapporto Cepej, spendiamo per il nostro sistema giudiziario 4,08 miliardi di euro, contro i 3,35 della Francia e i 2,98 della Spagna. Spendono più di noi, in valore assoluto, Germania (8,73 miliardi) e Gran Bretagna (6,07 miliardi). In queste cifre, però, vengono anche inclusi i fondi per il patrocinio legale gratuito, dove siamo i più micragnosi: appena 86,5 milioni l’anno. La Germania spende oltre 6 volte di più, la Francia circa il quadruplo e la Spagna il doppio. Per non parlare della Gran Bretagna, che destina all’assistenza legale più della metà del proprio budget (3,35 miliardi su 6,07). Tolte le somme per il patrocinio gratuito, soltanto la Germania si rivela quindi più generosa dell’Italia. Quanto alle componenti della spesa, in Italia i salari coprono quasi il 70% dell’intero budget, molto più che in Francia (meno del 50%) e Germania (meno del 60%). C’è poi da aggiungere il costo della «malagiustizia»: in base alla legge Pinto, gli indennizzi pagati dallo Stato per risarcire i cittadini danneggiati dall’eccessiva durata dei processi ammontavano a 1.266.355 euro nel 2002, 10.730.000 nel 2005, 24.999.847 nel 2008 (e la proiezione per il 2009 è di 34 milioni di euro). Fra le dolenti note, anche gli investimenti per l’informatizzazione: secondo la classificazione del Cepej, i tribunali italiani si piazzano ancora a un livello «moderato» di informatizzazione, quelli francesi a un «alto» livello, mentre quelli tedeschi, britannici e spagnoli a un livello «molto alto».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Quanto costa ogni processo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; Nel 2008 il ministro Alfano ha comunicato un dato stratosferico: 670 mila euro (Osservatorio sulla legalità e sui diritti). Ma anche il rapporto Doing Business 2009 della Banca mondiale ci piazza in prima fila: in Italia il costo processuale è il più alto d’Europa, ossia il 29,9% del valore della causa (e il 21,8% solo di parcelle agli avvocati), quando in Germania s’attesta al 14,4%, in Austria al 18%, in Francia al 17,4%, in Finlandia al 10,4% appena. E meno male che il nostro ordinamento non prevede la condanna a morte: negli Usa il «Miami Herald» ha calcolato che ogni detenuto in attesa d’esecuzione capitale costa 3,2 milioni di dollari.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Quanto lavorano i giudici?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; Secondo il ministro Brunetta (settembre 2009), non più di quattro ore al giorno. Da qui la proposta di mettere i tornelli nei palazzi di giustizia, che ha scatenato un putiferio. In realtà ogni magistrato, come del resto ogni docente, svolge buona parte del lavoro fuori dall’ufficio, studiando e scrivendo a casa propria. C’è da aggiungere però che il Csm autorizza circa 2 mila incarichi extragiudiziari l’anno (dal novembre 2007 al maggio 2008 ne hanno beneficiato 1044 magistrati, per un totale di 11 mila ore di lavoro svolte fuori dalle aule giudiziarie, come ha calcolato Lagattolla sul Giornale). E c’è da aggiungere altresì che la produttività del lavoro giudiziario (come documenta un saggio di Stefano Livadiotti) crolla di anno in anno: i fascicoli chiusi «pro capite» dai giudici italiani sono passati da 654 nel 2001 a 533 nel 2006. In ogni modo, per i rinvii causati dall’assenza del giudice titolare dell’udienza la maglia nera spetta al Sud, dove i rinvii arrivano al 29,1%; viceversa nel Nord Ovest la percentuale è del 3,8% (Eurispes 2008). Quanto agli organici, in Italia disponiamo di 11 giudici ogni 100 mila abitanti, contro gli 11,9 della Francia e i 10,1 della Spagna (CittadinanzAttiva 2009). Più o meno nella media; i verbi difettivi colpiscono cancellieri e impiegati, perché nel 2003 ce n’erano 45 mila, nel 2009 sono diventati 42 mila, e hanno tutti intorno ai cinquant’anni. Infine lo stipendio medio dei giudici italiani è più basso dei loro colleghi europei a inizio carriera, più alto alla fine della corsa: rispettivamente 37.454 euro, contro 35.777 dei francesi, 38.829 dei tedeschi, 45.230 degli spagnoli; e 122.278 euro, contro 105.317 dei francesi, 86.478 dei tedeschi, 115.498 degli spagnoli (Cepej 2008).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Quanti sono gli avvocati?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; 236 mila, con la conseguenza che Roma conta più avvocati dell’intera Francia. E poi su Roma marcia l’esercito dei cassazionisti, che in tutta Italia sono 37.902 (dato 2006), mentre in Francia non raggiungono il migliaio. Più in particolare, la Spagna dà lavoro a 155 mila avvocati, il Regno Unito a 140 mila, la Germania a 147 mila, la Francia a 48 mila, la Svezia soltanto a 4503 avvocati (Eurostat 2008). Che in Italia il loro abnorme numero sia causa o effetto della gran mole di processi che ci portiamo sul groppone, lasciamolo al giudizio dei lettori. Ma non c’è dubbio che la lobby degli avvocati sia ben presente in Parlamento. Nel 2001 soltanto Forza Italia ne fece eleggere 44; alle elezioni del 2008 la categoria è arrivata in vetta nella graduatoria delle professioni (sono il 14% alla Camera e il 14,3 % al Senato).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Troppo garantismo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; Intanto, troppi uffici giudiziari; sicché per esempio i giudici di pace sono sparsi in 846 sedi. Stando al rapporto Cepej, l’Italia dispone di 1292 tribunali, più che in Inghilterra (595), Spagna (703), Francia (773) e Germania (1136). Mentre il rapporto di CittadinanzAttiva osserva che il 56% degli uffici giudiziari hanno non più di 20 magistrati, e una sessantina si trovano in posti dove c’è già un tribunale. Per tagliare la testa al toro potremmo imitare gli Usa, dove le 13.500 Lower Courts gestiscono 90 milioni di casi l’anno, senza giudici professionali (spesso neppure diplomati), senza avvocati, senza un verbale delle udienze. Trattano i reati minori e le piccole cause civili, e se la sbrigano in pochi minuti. Da un eccesso all’altro.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Abbiamo troppe leggi?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;È il fardello più pesante che ci portiamo addosso, dal momento che il troppo diritto rovescia i torti e le ragioni, alimenta il contenzioso, e in conclusione intasa i tribunali. Abbiamo in circolo 50 mila leggi, ma il ministro Calderoli sta per ridurle a 11 mila. Ottimo risultato, purché in futuro i nostri governanti smettano d’usare la penna d’oca del burocrate, che rende ogni legge incomprensibile ai comuni mortali. Purché una buona volta chiudano il rubinetto del diritto, dato che dal maggio 1948 all’aprile 2009 il Parlamento ha licenziato 15.627 leggi (Sole 24 Ore, 27 aprile 2009). E purché infine lascino alle riforme il tempo d’assestarsi, senza scalzarle in un minuto attraverso l’ennesima riforma della legge di riforma. Due soli esempi: dopo la legge n. 69 del 2009 che ha sfoltito i riti civili, quest’ultima disciplina si affianca a quella del 2006, e intanto perdura il trascinamento delle vecchie norme procedurali antecedenti al 2006. Mentre la depenalizzazione del rifiuto di sottoporsi ai test su droga e alcol per chi guida, scattata ad agosto 2007, è stata abolita dopo 9 mesi, nel maggio 2008. La Stampa&lt;/div&gt; &lt;div&gt;&lt;script src=&quot;/common/inctmpl/ppn_banner.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &lt;div id=&quot;fwnetblocco&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Casini: il PdL accetti la proposta del minilodo</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/casini-il-pdl-accetti-la-proposta-del-minilodo.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Stampa</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 18:17:35 +0100</pubDate>
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&lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Roma&lt;/strong&gt; -&amp;nbsp;Pier Ferdinando Casini lancia un appello alla maggioranza affinché accetti la sua proposta su una legge ponte sul legittimo impedimento, una specie di 'mini lodo', ed eviti di 'sfasciare' la giustizia con il ddl sul processo breve. &quot;Propongo di impedire lo sfascio della giustizia italiana e dico alla maggioranza: fermatevi sul processo breve perché sfasciate la giustizia in Italia&quot;, ha detto il leader dell'Udc a margine degli Stati generali del Partito del Lazio. &quot;Sempre rivolto alla maggioranza, l'ex presidente della Camera ha aggiunto: &quot;assumetevi la responsabilità in Parlamento di spiegare al paese che il problema è Berlusconi. La legge sul legittimo impedimento è molto più onesta, leale e trasparente ed evita lo sfascio del sistema giudiziario italiano&quot; che ci sarebbe con il processo breve che fra le altre cose &quot;annega le vittime dei reati&quot;. Ma non è incoerente con il vostro 'no' alle legge ad personam? Gli chiedono i giornalisti. &quot;E' l'assunzione di responsabilità davanti al paese e l'obiettivo principale è evitare lo sfascio della giustizia. Io sono d'accordo con l'Anm - è la risposta di Casini a proposito del processo breve - questo provvedimento è inemendabile&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Bocchino: sì, ma con il processo breve&lt;/strong&gt; &quot;La proposta di Casini di normare il legittimo impedimento è interessante, ma va considerata in aggiunta ai provvedimenti già proposti dalla maggioranza, compreso il processo breve. Se non si considera tale proposta come complementare rischia di apparire un tentativo dilatorio o teso a dividere la maggioranza&quot;: così Italo Bocchino, vicepresidente vicario del Gruppo Pdl alla Camera.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Gasparri: no a scelte al ribasso&lt;/strong&gt; &quot;Nell'agenda politica le questioni vanno tenute distinte. Le riforme istituzionali sono necessarie da decenni e su esse va cercato il confronto delle parti, considerando presidenzialismo, federalismo, meno parlamentari e giustizia come temi ineludibili. Scelte al ribasso non ci vedono disponibili&quot;: così il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. &quot;Ci sono poi le leggi ordinarie per una giustizia più rapida, il processo penale e altri temi che vanno discussi senza esitazioni. C'é poi, e lo diciamo con chiarezza, la battaglia di libertà contro le persecuzioni giudiziarie ai danni di Berlusconi. La democrazia - sottolinea - va difesa da vietcong alla Ingroia. Lo facciamo alla luce del sole convinti che siano in corso manovre, quelle sì, degne di processi e condanne&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Martedì via all'esame del processo breve&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&quot;Martedì pomeriggio avrà inizio nella commissione Giustizia del Senato la discussione sul ddl sulla 'ragionevole durata del processo': il relatore del provvedimento è il senatore Giuseppe Valentino e con la sua relazione si incardinerà l'iter del ddl&quot;, ha detto Gasparri. &quot;Mi auguro che entro l'anno - ha aggiunto Gasparri - il Senato si possa esprimere&quot;. Gasparri ha poi spiegato che sarà Filippo Berselli, presidente della commissione Giustizia del Senato, &quot;a decidere i successivi tempi della discussione che per ora non sono stabiliti a parte quelli relativi all'incardinamento del provvedimento&quot;. Gasparri ha sottolineato che il ddl &quot;non può essere definito sul 'processo breve', in quanto fissa in circa nove anni, compresi i due anni di indagini, il tempo entro il quale un procedimento deve essere concluso: questo lasso di tempo non può certo essere definito breve, per questo è meglio parlare di 'ragionevole durata del processo' &quot;. Per quanto riguarda l'atteggiamento dell'opposizione, il capogruppo del Pdl al Senato ha rilevato che &quot;per ora continua ad essere di tipo contrario e negativo&quot;. &quot;Ricordo solo che su questa vicenda ci sono proposte della sinistra che sono molto più generose della nostra, noi dal ddl abbiamo escluso i reati di allarme sociale&quot;. Il Giornale&lt;/p&gt;
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<title>Inglesi bianchi, poveri e violenti</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
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<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 18:14:25 +0100</pubDate>
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&lt;p&gt;&lt;strong&gt;SIMONA TOBIA&lt;/strong&gt; - da Bristol&lt;/p&gt; &lt;p&gt;“&lt;strong&gt;Hate on the doorstep&lt;/strong&gt;“, odio sulla soglia di casa: così s’intitola l’ultima puntata del pluripremiato programma della Bbc, &lt;em&gt;&lt;a target=&quot;blank&quot; href=&quot;http://news.bbc.co.uk/panorama/hi/default.stm&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000000;&quot;&gt;Panorama&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;, che mostra oltre 50 aggressioni sia verbali sia fisiche ai danni di due giornalisti in incognito.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;span id=&quot;more-7194&quot;&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Quell’odio era anche sulla soglia di casa di chi scrive.&lt;/strong&gt; Il documentario è girato a 5 minuti di distanza, in un’area di Bristol chiamata Southmead, dove i due giornalisti di origine asiatica hanno vissuto per otto settimane fingendosi un’ordinaria coppia di immigrati pachistani e registrando con telecamera nascosta tutti gli attacchi subiti, per lo più a sfondo razziale.&lt;/p&gt; &lt;!-- see gallery_shortcode() in wp-includes/media.php --&gt; &lt;div class=&quot;gallery&quot;&gt; &lt;dl&gt; &lt;dt class=&quot;gallery-icon&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://blog.panorama.it/mondo/2009/11/20/inglesi-bianchi-poveri-e-violenti/razzismouk/&quot; title=&quot;Razzismo in Gran Bretagna &quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/dt&gt; &lt;dd class=&quot;gallery-caption&quot;&gt;&lt;br style=&quot;clear: both;&quot; /&gt; Dopo un paio di giorni la polizia ha arrestato i responsabili degli attacchi più violenti, con il “sospetto” di aggressione a sfondo razziale: &lt;strong&gt;Sean Ganderton&lt;/strong&gt;, 22 anni, e &lt;strong&gt;Sonny Clark&lt;/strong&gt;, 11. Southmead non è l’unico quartiere “svantaggiato” della città e Bristol è solo uno dei tanti centri inglesi in cui questi problemi sono sempre più accentuati.&lt;/dd&gt; &lt;/dl&gt; &lt;/div&gt; &lt;p&gt;Escludendo &lt;strong&gt;Londra&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;è Birmingham, che conta poco meno di 1 milione di abitanti, il centro con il più alto numero di reati contro la persona&lt;/strong&gt; (21.767) e di molestie (4.584). Segue &lt;strong&gt;Leeds&lt;/strong&gt;, 715 mila abitanti, con 12.478 crimini contro persone e 2.179 molestie. E poi &lt;strong&gt;Manchester&lt;/strong&gt;, dove il conto dei crimini veri e propri scende a 12.428, ma le molestie sono 3.214.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Dati ancor più impressionanti se considerati in rapporto al numero di abitanti: &lt;strong&gt;393 mila (dati dell’Ons, l’ufficio nazionale delle statistiche)&lt;/strong&gt;. Questi sono solo i numeri dei casi denunciati alle autorità. E non è una coincidenza che il fenomeno riguardi &lt;strong&gt;le città con il più alto tasso di disoccupazione&lt;/strong&gt;. Il primo e unico rapporto specifico sui crimini classificati come “hate crime” (crimini di odio, che comprendono quelli a sfondo razziale e religioso, nonché le violenze domestiche e quelle ai danni di disabili e omosessuali) è stato pubblicato dal C&lt;a target=&quot;blank&quot; href=&quot;http://www.cps.gov.uk/&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000000;&quot;&gt;rown prosecution service&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; a dicembre 2008.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;I dati sono impressionanti: nei tre anni precedenti vi sono state &lt;strong&gt;200 mila condanne per crimini aggravati dalla componente di odio&lt;/strong&gt;, con un aumento del 9 per cento. I colpevoli erano in maggioranza uomini: nell’81 per cento dei casi bianchi e nel 78 per cento dei casi “white British”, bianchi britannici. &lt;strong&gt;Vi sono stati 170 mila imputati perseguiti per violenza domestica&lt;/strong&gt; (per il 94 per cento uomini) e 33 mila perseguiti per crimini aggravati dalla componente razziale o religiosa (per l’85 per cento uomini e per il 76 per cento “white British”).&lt;/p&gt; &lt;p&gt;I dati sono chiari: &lt;strong&gt;l’incidenza di molestie e crimini contro la persona s’impenna nelle comunità povere&lt;/strong&gt;, spesso in quelle abitate da bianchi di origine britannica, e dove impera la disoccupazione che in questi mesi ha toccato livelli record per la crisi economica. Il 21 ottobre la &lt;strong&gt;&lt;a target=&quot;blank&quot; href=&quot;http://www.jrf.org.uk/&quot;&gt;&lt;br /&gt; &lt;span style=&quot;color: #000000;&quot;&gt;Joseph Rowntree foundation&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; (Jrf) ha pubblicato un rapporto, stilato dalla giornalista &lt;strong&gt;Karen Day&lt;/strong&gt;, che per la prima vol ta ha misurato l’impatto reale della crisi sui quartieri più poveri.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il rapporto mostra come queste aree siano la prova di quanti miglioramenti si possano raggiungere quando i servizi sociali funzionano, ma anche di quanto devastante sia il malfunzionamento o la totale assenza di supporti. Con la recessione, parecchi comuni hanno tagliato le spese dei servizi sociali.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Contemporaneamente il tasso di disoccupazione giovanile ha subito un’impennata; in comunità che già erano povere l’impatto è stato devastante. In tutte le aree disagiate visitate da Karen Day il tasso di disoccupazione giovanile è molto alto ed è sempre associato al crimine, al consumo di droga e all’abuso di alcol. &lt;strong&gt;La fascia d’età tra 16 e 24 anni è quella più a repentaglio.&lt;/strong&gt; “C’è una chiara connessione” ha confermato l’autrice a &lt;em&gt;Panorama&lt;/em&gt; “tra interruzione degli studi, mancanza di qualificazione, disoccupazione e comportamenti antisociali”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La recessione dei colletti bianchi sta pesando duramente su aree che erano già svantaggiate, con il risultato di far aumentare esponenzialmente il numero di coloro che sono risucchiati nella cosiddetta “poverty trap”, la trappola della povertà da cui pare poi impossibile uscire. &lt;strong&gt;La disoccupazione aumenta tra i lavoratori manuali non o poco qualificati&lt;/strong&gt;, che diventano anche l’epicentro della criminalità giovanile.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il dato che maggiormente fornisce la misura del peso della recessione è il numero di persone che vivono con sussidi di disoccupazione. In crescita da 19 mesi consecutivi, ha raggiunto un totale di 1,626 milioni a settembre 2009. Il numero è più che raddoppiato da prima della crisi quando, a febbraio 2008, vi fu il livello più basso di richieste di sussidi: 789 mila. Chi vive di assistenza sa che sarà molto difficile trovare un lavoro che renda più del sussidio di disoccupazione. Karen Day afferma che “il sussidio è un’entrata fissa, rappresenta una sicurezza e molti non se la sentono di rinunciarvi “.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Mentre Ruth Stark, assistente sociale e rappresentante della British association of social workers, sostiene che “in questi quartieri disagiati non c’è niente da fare e i trasporti diretti in centro hanno per molti costi proibitivi. &lt;strong&gt;Così i giovani restano intrappolati nel ciclo della povertà e prendono la strada del crimine&lt;/strong&gt;“. L’immagine del Regno Unito multietnico e multiculturale è reale, ma riguarda le zone centrali e più ricche di città come Bristol e Birmingham. Nei quartieri disagiati, dai quali spesso non si esce neppure per andare a fare la spesa, la popolazione è per la maggior parte bianca.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Un esempio? La zona di Barkerend a Bradford, una delle città analizzate da Day, abitata per il 90 per cento da bianchi e dove il 9 per cento della popolazione vive di sussidi. È qui che si sviluppano molte delle tensioni razziali presenti nel paese, le stesse che alimentano l’ascesa del &lt;strong&gt;&lt;a target=&quot;blank&quot; href=&quot;http://bnp.org.uk/&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000000;&quot;&gt;British national party&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; (Bnp), il partito di estrema destra che propone nel suo programma politico di far ritornare tutti gli immigrati a casa loro in Africa o in Asia, per restituire il paese ai “white British”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Questo partito ha ottenuto due seggi al Parlamento europeo e poco importa se il milione di persone che lo ha votato forse non è del tutto d’accordo con il leader &lt;strong&gt;Nick Griffin&lt;/strong&gt;. &lt;strong&gt;Mark Wickham-Jones&lt;/strong&gt;, professore di scienze politiche all’Università di Bristol, è convinto che “sia il razzismo, diffuso soprattutto in certi strati sociali, alla base della crescita del Bnp, e non il contrario.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;È vero però che il Bnp e gli altri partiti politici fomentano idee vagamente razziste, al grido di “&lt;strong&gt;lavori inglesi per lavoratori inglesi&lt;/strong&gt;”, perché è un modo per ottenere voti facendo leva sulle paure della gente”. Wickham-Jones conosce la realtà di Southmead e sostiene che “la mancanza di aspirazioni e il fatto che non ci sia nulla di meglio da fare sfocia in comportamenti antisociali in comunità dove il razzismo è tra i problemi alimentati dall’impoverimento e dalla crisi, ma anche dal fallimento dei partiti maggiori nel fornire una guida per lo sviluppo di una società multiculturale”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Così può capitare che una sera passando da una delle strade di Southmead riprese nel documentario della Bbc un ragazzotto incappucciato nella sua felpa grigia tiri contro la tua macchina una bottiglia. O, se sei meno fortunato, che mentre cammini per strada da solo, tre o quattro ragazzi si divertano a tirarti qualche pugno o calcio senz’altra ragione apparente che il gusto di farlo. Panorama&lt;/p&gt;
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<title>Un militaire tué a l'arme blanche près de Reims</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/un-militaire-tue-a-l-arme-blanche-pres-de-reims.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Presse</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 18:10:06 +0100</pubDate>
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&lt;h2&gt;Ãgé de moins de 20 ans, il aurait reçu une dizaine de coups de couteau lors d'une altercation avec un de ses camarades. Ce dernier a d'abord pris la fuite avant de se rendre.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Un militaire âgé de moins de 20 ans a été tué à l'arme blanche, vraisemblablement par un de ses camarades du 501e régiment de chars de combat de Mourmelon (Marne), avec qui il se trouvait en manoeuvres dimanche matin dans la région de Reims. L'auteur présumé des coups de couteau, qui avait fui dans un premier temps, s'est rendu de plein gré au commissariat de police de Reims où il a été placé en garde à vue, a-t-on appris auprès du parquet de Reims. Le jeune soldat, qui serait mineur, selon la gendarmerie, devait être transféré et entendu par la section de recherche de la gendarmerie de Reims.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Une altercation entre les deux militaires semble être à l'origine du drame, qui s'est produit dimanche vers 6h30 sur un terrain militaire du fort de Montbré (Marne), à une dizaine de kilomètres au sud de Reims. Les deux militaires «bivouaquaient avec plusieurs autres de leurs camarades», selon le procureur de Reims, Fabrice Belargent, qui s'est exprimé sur le journal régional de &lt;i&gt;France 3&lt;/i&gt;. «Leurs camarades qui dormaient ont été réveillés parce qu'ils ont entendu des cris. Lorsqu'ils sont sortis de leur tente, ils ont constaté qu'un de leur camarade était blessé et ils ont vu dans le même temps un autre militaire qui prenait la fuite», sans son arme de dotation (donnée par l'armée à des jeunes engagés, ndlr), a ajouté le procureur.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;Des militaires en formation&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le militaire décédé aurait reçu une dizaine de coups de couteau, selon une source judiciaire, qui indique que les deux militaires avaient été incorporés au régiment début novembre. L'arme blanche utilisée ne faisait pas partie des équipements de dotation donnés à ces jeunes engagés, selon le lieutenant Laetitia Poulet, officier de communication du régiment.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Lors du drame, la victime et son agresseur présumé étaient de faction, chargés de surveiller le campement, a indiqué le lieutenant Poulet. Trente personnes faisaient partie du campement, dont vingt engagés volontaires et dix personnes pour les encadrer, selon le lieutenant Poulet, qui indique que ces manoeuvres, «une première initiation au terrain», avaient débuté vendredi soir et devaient s'achever lundi matin. Les deux jeunes militaires étaient «dans la toute première partie de la formation du soldat», selon le colonel Jean-Luc Cotard, chargé de communication pour la région nord-est, qui a qualifié cet événement de «dramatique».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le 501e régiment de chars de combat de Mourmelon est équipé de chars Leclerc et son numéro figure historiquement au sein de la 2e division blindée, a précisé le colonel Cotard.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;D'importants moyens de gendarmerie avaient été déployés initialement pour rechercher le militaire en fuite, avant qu'il ne se rende. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt; &lt;!-- google_ad_section_end() --&gt;&lt;!-- Template : Outils.php --&gt; &lt;p&gt;&lt;script src=&quot;/scripts/tooltip/tooltip.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt;&lt;/p&gt;
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<title>Aubry défend l'adoption par les couples homosexuels</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/aubry-defend-l-adoption-par-les-couples-homosexuels.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Presse</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 18:07:25 +0100</pubDate>
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&lt;h2&gt;Devant les jeunes socialistes réunis en congrès à Grenoble, la première secrétaire du PS a accusé Nicolas Sarkozy de faire «honte à la France en voulant opposer identité nationale et immigration».&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;La première secrétaire du PS, Martine Aubry, a défendu dimanche &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2009/11/21/01016-20091121ARTFIG00069-les-homosexuels-bousculent-les-regles-de-l-adoption-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;l'adoption par les couples homosexuels&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, devant des centaines de militants rassemblés pour le 9e congrès du Mouvement des jeunes socialistes (MJS). «Nous voulons qu'on puisse aimer qui on veut... Nous sommes pour le mariage et l'adoption» par les homosexuels, a déclaré Aubry à Grenoble. «L'Etat ne doit pas nous dire avec qui nous marier» et «qui on doit aimer», a-t-elle ajouté, alors que début novembre, &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2009/11/10/01016-20091110ARTFIG00482-feu-vert-a-l-adoption-pour-un-couple-d-homosexuelles-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;un tribunal de Besançon a autorisé l'adoption d'un enfant par un couple d'homosexuelles&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Elle a également évoqué les mariages mixtes. «Je n'oserai pas citer» le ministre de l'Immigration «Eric Besson &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2009/11/18/01011-20091118FILWWW00506-besson-lutter-contre-les-mariages-gris.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;qui a parlé des mariages gris&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; pour que la honte l'atteigne définitivement», a-t-elle déclaré. Par «mariages gris», Eric Besson a récemment désigné des mariages qui seraient conclus entre un étranger et un Français de bonne foi, abusé par un étranger ayant pour but d'obtenir titre de séjour ou nationalité française.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Aubry a également vertement critiqué Nicolas Sarkozy au sujet du &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/politique/2009/11/13/01002-20091113ARTFIG00008-sarkozy-la-gauche-a-peur-de-l-identite-nationale-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;débat sur l'identité nationale&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;: «Nicolas Sarkozy fait honte à la France en voulant opposer identité nationale et immigration. Et il a tort de penser que cette fois-ci les Français le suivront», a dit Aubry, se disant «fière d'être basque et française». Nicolas Sarkozy a qualifié début novembre de «nécessaire» et «noble» le débat controversé sur l'identité nationale lancé par Eric Besson.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;«Régularisation large des sans-papiers»&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Martine Aubry a également déclaré que le PS devait «défendre une régularisation large des sans-papiers», sur critères, un sujet qui sera abordé mardi au bureau national du PS. «Les Français ont compris que ces milliers de sans papiers qui sont aujourd'hui exploités dans les entreprises et qui font grève doivent avoir leurs papiers», a-t-elle ajouté. Dimanche, le ministre du Travail Xavier Darcos a annoncé son souhait de &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/politique/2009/11/22/01002-20091122ARTFIG00019-emploi-de-sans-papiers-darcos-menace-les-entreprises-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;donner aux préfets la possibilité de prononcer la «fermeture administrative» des entreprises employant des travailleurs sans papiers&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. Aubry a également appelé les militants du MJS à faire avancer la lutte contre les discriminations, en reconnaissant que son parti avait été «mauvais là-dessus».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Au sujet de &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/politique/2009/11/19/01002-20091119ARTFIG00003-le-divorce-royal-peillon-sert-les-interets-de-martine-aubry-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;la querelle entre Vincent Peillon et Ségolène Royal&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, qui «agace» nombre de jeunes militants, Martine Aubry a balayé la question dès le début de son discours. «Je ne suis pas là, même s'il y en a que ça intéresse, pour parler des petites phrases. Je suis là pour porter toute la gauche au sommet. C'est la seule chose qui intéresse les Français, tout le reste est dérisoire», a-t-elle souligné. «Je ne suis pas là pour savoir comment Rama Yade est habillée au gouvernement et si elle s'est engueulée avec Rachida Dati, savoir si untel a un problème d'ego ou un petit problème de relation», a-t-elle ajouté devant la presse.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Par ailleurs, Martine Aubry a justifié l'absence du PS au Forum Copenhague organisé la veille par Daniel Cohn-Bendit et son parti Europe-Ecologie, auquel participait François Bayrou, évoquant des vues divergentes sur le développement durable. «Daniel Cohn-Bendit a organisé un débat sur Copenhague où je remarque qu'on n'a pas beaucoup parlé de Copenhague. Je le regrette, mais tant mieux, il s'est réconcilié avec François Bayrou», a-t-elle ironisé. Elle avait auparavant appelé au rassemblement de la gauche.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Enfin, les jeunes socialistes ont élu leur nouvelle présidente, Laurianne Deniaud, 27 ans, qui succède à Antoine Détourné, pour un mandat de deux ans. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Après le déclarations de Bergé, Pécresse défend le Téléthon</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/apres-le-declarations-de-berge-pecresse-defend-le-telethon.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Presse</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 18:01:00 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;entete&quot;&gt; &lt;p&gt;La ministre de la Recherche a souligné dimanche le rôle &quot;absolument crucial&quot; des associations qui &quot;permettent, grâce aux appels aux dons qu'elles font, de nourrir la recherche française&quot;, après les accusations de Pierre Bergé.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La ministre de la Recherche, Valérie Pécresse, a défendu dimanche le rôle &quot;absolument crucial&quot; des associations qui &quot;permettent, grâce aux appels aux dons qu'elles font, de nourrir la recherche française&quot;, après les accusations de Pierre Bergé contre le Téléthon&lt;/p&gt; &lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;contenu-article&quot;&gt; &lt;p&gt;L'homme d'affaires, à la tête du Sidaction, s'en était vivement pris samedi au Téléthon, qui selon lui &quot;&lt;em&gt;parasite la générosité des Français d'une manière populiste&lt;/em&gt;&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&quot;&lt;em&gt;Les organisateurs du Téléthon ont trop d'argent, ils achètent des immeubles&lt;/em&gt;&quot;, avait-il affirmé. Une accusation démentie par la présidente de l'Association française contre les myopathies (AFM), Laurence Tiennot-Herment, selon laquelle &quot;&lt;em&gt;L'AFM ne fait évidemment aucun placement financier dans l'immobilier&lt;/em&gt;&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Interrogée dimanche sur Radio J, Valérie Pécresse a souligné que &quot;&lt;em&gt;les associations permettent, grâce aux appels aux dons qu'elles font, de nourrir la recherche française, et donc le rôle de ces associations est absolument crucial&lt;/em&gt;&quot;.&lt;/p&gt; &lt;div class=&quot;encadre-img-400-left&quot;&gt;&quot;&lt;em&gt;L'AFM a créé le Téléthon, ça a été un coup de génie, parce que personne ne s'intéressait aux maladies orphelines&lt;/em&gt;&quot; a observé la ministre de l'Enseignement supérieur et de la Recherche, Valérie Pécresse.&lt;/div&gt; &lt;p&gt;&quot;&lt;em&gt;L'AFM a créé le Téléthon, ça a été un coup de génie, parce que personne ne s'intéressait aux maladies orphelines&lt;/em&gt;&quot;, a-t-elle ajouté.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La ministre a dit entendre &quot;&lt;em&gt;dans le cri de Pierre Bergé, le cri des associations qui se mobilisent sur le sida. J'entends un problème de santé publique très grave, qui est qu'aujourd'hui on s'intéresse moins à la question du sida parce qu'on la croit résolue&lt;/em&gt;&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&quot;&lt;em&gt;La recherche sur le sida continue de progresser, il y a des espoirs fantastiques, peut-être un jour un vaccin, et on ne peut pas couper les ailes à cette recherche, elle est absolument fondamentale&lt;/em&gt;&quot;, a-t-elle fait valoir.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&quot;&lt;em&gt;Les budgets du sida, je l'ai dit à Pierre Bergé, ils seront au rendez-vous&lt;/em&gt;&quot;, a promis Mme Pécresse. L'Express&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Quatre complices présumés de Treiber devant le juge</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/quatre-complices-presumes-de-treiber-devant-le-juge.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Presse</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 17:56:07 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;entete&quot;&gt; &lt;p&gt;Trois hommes et une femme devaient être présentés à une juge d'instruction d'Auxerre dimanche après-midi pour avoir aidé Jean-Pierre Treiber pendant sa cavale, puis être mis en examen pour &quot;recel de malfaiteurs&quot;, un délit passible de trois ans de prison.&lt;/p&gt; &lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;contenu-article&quot;&gt; &lt;div class=&quot;encadre-img-400-left&quot;&gt;Des gendarmes attendent devant une entrée du palais de justice, dans la nuit du 20 au 21 Novembre 2009 au Palais de Justice d'Auxerre, ou le RAID a amené Jean-Pierre Treiber après son arrestation qui met fin à une cavale débutée le 8 Septembre.&lt;/div&gt; &lt;p&gt;&quot;&lt;em&gt;L'enquête a permis de déterminer qu'on avait les principaux complices&lt;/em&gt;&quot;, a indiqué à l'AFP François Pérain, procureur de la République d'Auxerre, même s'il n'exclut pas un rebondissement d'ici leur défèrement.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Trois couples d'une cinquantaine d'années, vivant dans trois villages de Seine-et-Marne, avaient été interpellés vendredi après l'arrestation de Jean-Pierre Treiber dans un appartement de Melun, puis placés en garde à vue et transférés à la Direction centrale de la police judiciaire (DCPJ), à Nanterre.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Deux femmes avaient été libérées samedi en fin de journée, faute de charges. Seule &quot;&lt;em&gt;l'aide matérielle&lt;/em&gt;&quot; à un détenu en cavale est un délit, rappelle le parquet, telle qu'un don de nourriture, d'argent, de vêtements, ou la fourniture d'un logement.&lt;/p&gt; &lt;div class=&quot;encadre-img-400-left&quot;&gt;Parmi les quatre personnes restantes, le seul qui connaissait Treiber avant son incarcération, en novembre 2004, est l'un de ses anciens collègues ayant travaillé avec lui sur un domaine forestier de l'Essonne. Avec sa compagne, retraitée de 60 ans, il a fourni un premier hébergement au fugitif.&lt;/div&gt; &lt;p&gt;&quot;&lt;em&gt;Ils partageaient leur repas&lt;/em&gt;&quot;, a expliqué M. Pérain.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Cet homme de 57 ans, ouvrier agricole, a mis le principal suspect de l'assassinat de Géraldine Giraud et Katia Lherbier en contact avec deux de ses connaissances. Le premier, un chômeur de 53 ans, a &quot;&lt;em&gt;assuré à une reprise le ravitaillement de M. Treiber en confiture et en fromage&lt;/em&gt;&quot;, selon le magistrat.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le dernier homme, seul du groupe à être connu des services de police &quot;&lt;em&gt;pour une affaire de proxénétisme en 1985&lt;/em&gt;&quot;, a fourni à Treiber son deuxième hébergement, le studio dans lequel il a été arrêté. Il se présente comme &quot;&lt;em&gt;un mandataire pour la reprise d'entreprises en difficulté&lt;/em&gt;&quot;, a précisé le procureur.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Si elles sont mises en examen pour &quot;&lt;em&gt;recel de malfaiteurs&lt;/em&gt;&quot;, ces quatre personnes encourent trois ans d'emprisonnement et 45.000 euros d'amende. N'étant pas de la famille de Treiber, elles ne bénéficient pas de la disposition légale qui exonère les proches aidant un détenu en cavale.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Toutefois, souligne Jean-Félix Luciani, avocat pénaliste à Lyon, &quot;&lt;em&gt;les juges sont souvent mal à l'aise pour sanctionner l'hospitalité, et les sanctions réelles vont beaucoup dépendre de la personnalité de ces personnes, de leur intention, et de l'étendue de leur aide&lt;/em&gt;&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Selon lui, le tribunal correctionnel pourrait être plus indulgent &quot;&lt;em&gt;si ces gens ont sincèrement cru qu'ils aidaient un innocent, ou s'ils sont connus pour leur générosité&lt;/em&gt;&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Jean-Pierre Treiber, mis en examen pour évasion vendredi à Auxerre, puis placé en détention à Fleury-Mérogis, à 140 kilomètres de là, devrait pour sa part passer la journée de dimanche en prison. La date de sa deuxième audition devant la juge d'instruction n'est pas encore connue, selon le parquet. L'Express&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Comunione negata al nipote di Jfk, sostiene l'aborto</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
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<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 17:49:00 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;catenaccio&quot; style=&quot;padding-bottom: 12px; padding-top: 12px;&quot;&gt;Patrick Kennedy: secondo il vescovo non sono un buon cattolico praticante per via delle mie posizioni&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;WASHINGTON&lt;br /&gt; Il vescovo cattolico di Rhode Island, Thomas Tobin, ha negato a Patrick Kennedy, uno dei figli del senatore Ted Kennedy, il sacramento della comunione in quanto l’esponente del partito Democratico pur essendo di fede cattolica è favorevole all’aborto. Lo ha dichiarato lo stesso Kennedy in un’intervista pubblicata oggi sul sito del quotidiano del Rhode Island The Providence Journal. «Questa decisione - scrive il quotidiano - inasprisce in modo significativo un contenzioso in corso da tempo tra il vescovo Tobin, un ultraconservatore, e Parick Kennedy, uno dei figli della più famosa famiglia cattolica degli Stati Uniti».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Stando a quanto riporta il quotidiano, Patrick Kennedy ha detto che Tobin gli ha negato il suo diritto di cattolico praticante a ricevere la comunione. «Il vescovo mi ha ordinato di non prendere la comunione e mi ha detto di aver ordinato a tutti i sacerdoti della sua diocesi di attenersi a questa indicazione» ha detto nell’intervista Patrick Kennedy, 42 anni, terzo figlio del senatore scomparso il 25 agosto scorso. L’intervista, precisa il giornale, è stata rilasciata venerdì scorso e pubblicata oggi. Secondo Patrick Kennedy, che è deputato alla Camera in rappresentanza del primo distretto del Rhode Island, il divieto a fare la comunione deriva dalla sua posizione favorevole all’aborto.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; «Il vescovo Tobin mi ha spiegato che non sono un buon praticante a causa delle posizioni che ho assunto come rappresentante pubblico», in particolare per quanto riguarda la difesa dei diritti di coloro che sono favorevoli all’ interruzione di gravidanza. Kennedy non ha rivelato quando e dove il vescovo Tobin gli abbia negato la comunione, nè ha precisato se, come fedele, abbia successivamente rispettato o meno l’ordine ricevuto. Il quotidiano riferisce anche che l’ufficio del vescovo, interpellato al riguardo, ha manifestato dubbi circa le affermazioni di Kennedy. «Il vescovo Tobin non ha mai affrontato con i pastori della diocesi argomenti riguardanti la Santa Comunione di pubblici rappresentanti» ha detto al quotidiano il portavoce del vescovo, Mciahel K. Guilfoyle. La Stampa&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Non mi pare affatto strano che un vescovo neghi la Comunione a chi sostiene l'aborto. Anzi mi pare del tutto giusto.&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;
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<title>Sacconi: un patto d'integrazione con diritti e doveri</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Stampa</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 17:42:34 +0100</pubDate>
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&lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Roma&lt;/strong&gt; -&amp;nbsp;Dopo &quot;avere dato risposte solide sul versante della sicurezza ora dobbiamo intensificare l'altra faccia della medaglia, quella dell'integrazione attraverso un patto che preveda diritti e doveri&quot;. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, rilancia sul tema che continua ad alimentare polemiche fra centrodestra e centrosinistra e all'interno dell'alleanza di governo, oltre che tra Fini, Pdl e Lega.Saccioni propone una sorta di &quot;cittadinanza a punti&quot;, un percorso certo e condiviso.&lt;br /&gt; Intervenendo ad un convegno sulla &quot;Caritas in veritate&quot; organizzato dal Forum delle associazioni di ispirazione cattolica del mondo del lavoro. Sacconi ha rilevato che &quot;alla base del patto ci deve essere uno scambio: da una parte lo stato garantisce parità di accesso al lavoro, alla conoscenza e alle prestazioni sociali, dall'altra l'immigrato garantisce l'osservanza delle regole, il rispetto dell'identità nazionale, la conoscenza della lingua&quot;. Si andrebbe dunque verso ad un concetto di &quot;crediti: quando c'é una violazione si perdono crediti e diritti. Insomma si può anche definire in un certo modo 'patente a punti'', ha detto Sacconi facendo propria l'espressione giornalistica con la quale viene sintetizzato questo piano per l'integrazione degli immigrati.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Il ministro&lt;/strong&gt; ha messo in evidenza - sempre parlando all'incontro organizzato da Mcl, Confartigianato, Confcooperative, Cdo, Cisl e Acli - che &quot;cosa diversa è la cittadinanza visto che una persona può restare nel nostro Paese senza avere interesse a diventare cittadino italiano, ad appartenere alla nostra comunità perché, per esempio, può avere un progetto di vita che prevede il rientro nel Paese d'origine&quot;. Per la cittadinanza, dice Sacconi, &quot;é necessario un percorso graduale, non solo quantitativo e burocratico, in termini di anni di permanenza, ma anche qualitativo che dia prova di volere appartenere alla nostra comunità nazionale&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Bonanni&lt;/strong&gt; Riportare i permessi di soggiorno a 12 mesi e dare il diritto di voto agli immigrati che pagano le tasse e versano i contributi. Sono le richiesta della Cisl, secondo quanto riferito dal segretario generale Raffaele Bonanni. &quot;Siamo molto preoccupati e chiediamo che il permesso di soggiorno venga riportato a 12 mesi. Portarlo a 6 mesi è stata una trappola per espellere molte persone, visto che gli immigrati, appena perdono il lavoro, non hanno tempo per trovarne un altro&quot;. Commentando le proposte del presidente della Camera Gianfranco Fini sull'immigrazione, Bonanni ha detto: &quot;sono le nostre proposte da anni: chi nasce in Italia non può che essere italiano e chi paga le tasse e versa i contributi deve essere un cittadino con pari diritti e doveri, fino anche a quello a votare. L'Italia in questo senso - ha sottolineato il leader della Cisl - non rispetta la convenzione di Strasburgo&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;&lt;strong&gt;Casini: bene la proposta di Sacconi&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Pier Ferdinando Casini accoglie con favore la proposta del ministro del Welfare Maurizio Sacconi di una cittadinanza a punti. &quot;Guai a marginalizzare chi viene in Italia e guai alla cultura dell'egoismo rappresentata dalla Lega&quot;, ha detto il leader dell'Udc . Per Casini l'idea che i cittadini stranieri residenti in Italia da un determinato numero di anni possano votare per le amministrative è ragionevole così come &quot;non è sbagliata&quot; la proposta di Sacconi di una cittadinanza &quot;a punti&quot;. &quot;E' giusto - ha concluso Casini - che l'extracomunitario maturi come noi il senso di appartenenza alla comunità nazionale&quot;. La Stampa&lt;/p&gt;
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<title>Il card. Bertone ai politici: deponete le armi</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/il-card-bertone-ai-politici-deponete-le-armi.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Stampa</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 17:39:40 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;catenaccio&quot; style=&quot;padding-bottom: 12px; padding-top: 12px;&quot;&gt;Il segretario di Stato torna a parlare&lt;br /&gt; ad opposizione e maggioranza con&lt;br /&gt; la speranza che si possa instaurare&lt;br /&gt; un clima più unitario e costruttivo&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;ASSISI&lt;br /&gt; Il segretario di Stato Vaticano, cardinal Tarcisio Bertone, ha oggi rilanciato, da Assisi, l’appello al «deponete le armi» che la Cei aveva rivolto a maggioranza e opposizione nelle settimane scorse. «Lo sottoscrivo pienamente - ha risposto ad una domanda dei giornalisti -. E mi sembra che qualche segnale ci sia».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; «Bisognerebbe - ha aggiunto in una battuta - che riprendessimo le teoria dell’insiemistica che ci insegnavano a scuola». Poi, parlando seriamente ha osservato che «la ricostruzione di un tessuto della convivenza pacifica, della solidarietà, della comunità» è «un problema che riguarda tutti, anche i media». «Perchè uniti - ha detto - possiamo affrontare i gravi problemi socio-politici sul tappeto».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Poi seguendo l’appello lanciato in favore dei lavoratori e delle famiglie in difficoltà dal vescovo di Assisi Domenico Sorrentino ha espresso «una grande solidarietà difficoltà» con l'impegno di portare al Santo Padre queste informazioni, questo grido». «È chiaro che il Papa non ha la bacchetta magica - ha aggiunto Bertone - però lo porto per la sua preghiera, per il suo cuore e per gli appelli che lancia per tutto il mondo e anche per l’Italia, ad esempio, nel post-Angelus, che trovano risonanza e a volte anche determinazione e volontà di risuluzione».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Bertone ha paragonato la crisi della Merloni, richiamata da Sorrentino e di cui si è detto a conoscenza, a «quanto sta avvenendo in questo momento nella mia provincia di Torino, proprio attorno al mio paese, all’ex stabilimento dell’Olivetti». «Cerchiamo di stimolare - ha detto il cardinale - sia gli imprenditori per quello che possono dare, sia le autorità politiche a prendere in considerazione anche una riconversione delle produzioni». La Stampa&lt;/div&gt; &lt;div&gt;&lt;script src=&quot;/common/inctmpl/ppn_banner.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &lt;div id=&quot;fwnetblocco&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;/div&gt;
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<title>I processi a Berlusconi</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/i-processi-a-berlusconi.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Blog</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:50:27 +0100</pubDate>
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&lt;p&gt;Se avesse detto che non ritiene opportune le elezioni anticipate, Silvio Berlusconi sarebbe risultato credibile, se non proprio convincente. Se dice, invece, di “non averci mai pensato”, chiede troppo. Molteplici segnali depongono in senso diverso. Diciamo che, se non altro, l’argomento è stato soppesato, e non è detto non siano ancora in corso opportune valutazioni. Ammettiamo, però, con un certo sforzo, che questa sia l’ultima parola, conclusiva di un ragionare e chiacchierare politico che s’era fatto forte. In questo caso, che succede ai processi in cui è imputato? Già, perché le elezioni erano considerate (da altri, non da noi, che ne scrivemmo in un contesto tutto politico) anche un antidoto ai procedimenti in corso. Come è noto, non esiste più alcuno scudo a difesa del presidente del Consiglio. Non gli potrà capitare, come capita a Jacques Chirac in Francia, di essere processato, per faccende di tangenti e assunzioni, solo dopo la fine dell’incarico istituzionale. Non solo i processi riprendono, ma in uno di essi, quello che coinvolge l’avvocato inglese David Mills, si è giunti alla singolare e curiosa situazione in cui il presunto corrotto è già stato processato in due gradi di giudizio, e ritenuto colpevole di un reato che è, per sua natura, a concorso necessario, vale a dire che presuppone un corruttore, sicché Berlusconi, il presunto corruttore, si trova alla prima casella del gioco dell’oca processuale, ma con fatti che sarebbero già stati dimostrati in un processo in cui né lui né i suoi legali hanno potuto mettere becco. E, per non farci mancare nulla, in estrosità togata, si potrebbe condannare il corruttore con una specie di sbrigativo copia incolla della condanna altrui, nel mentre, magari, la cassazione manda assolto il primo condannato, smentendo il presupposto accusatorio. Possibile che le cose vadano in questo modo? A parte il caso specifico, e l’appena formulata ipotesi fantasiosa, non credo. S’intrecciano, tanto per cambiare, considerazioni giuridiche e azione politica. La conclusione dei processi a Berlusconi è assai meno prossima di quel che taluni credono, perché prendendo in parola la Corte Costituzionale è vero che è caduto il lodo Alfano, ma è rimasto in piedi l’articolo 486, comma 5, del codice di procedura penale, che disciplina il “legittimo impedimento” dell’imputato a presenziare all’udienza e, pertanto, il suo doveroso rinvio. La Consulta c’è tornata diverse volte, in modo chiaro. Nella sentenza 451, del 2005, si legge che tale impedimento, per un parlamentare, è valido non solo quando ci sono delle votazioni, ma per ogni altro lavoro legislativo o ispettivo, e che, pertanto, le udienze si dovrebbero mettere in programma per quando il Parlamento è chiuso (peccato che i giudici vadano in vacanza contemporaneamente!). Nella sentenza 263, del 2003, la Corte insiste nell’affermare che “il giudice non può, al di fuori di un ragionevole bilanciamento fra le due esigenze, entrambe di valore costituzionale, della speditezza del processo e della integrità funzionale del Parlamento, far prevalere solo la prima, ignorando totalmente la seconda”. Così anche l’anno successivo, con la sentenza 284. Berlusconi, oltre tutto, non è solo parlamentare, ma anche presidente del Consiglio, ed un collegio di difensori che operasse più in aula che sui giornali potrebbe agevolmente, ma cortesemente e rispettosamente, impedire il procedere dei lavori. Questo, per essere realisti e non raccontare bubbole. Tutto ciò, senza alcun bisogno delle stramberie contenute nel “processo breve”, che, come scrivemmo subito, se dura sempre sei anni non è breve manco per niente, e se il primo stadio, contando dalla richiesta di rinvio a giudizio, deve concludersi entro due anni è come dire che possiamo buttare tutti i corrispondenti fascicoli pendenti nei tribunali d’Italia. Si aggiungano le altre considerazioni, qui già svolte.  Il legittimo impedimento, però, è una tecnica processuale, che non soddisfa esigenze politiche. La Corte Costituzionale lo aveva detto, fra le righe, già la prima volta, all’epoca del lodo Maccanico-Schifani, e lo ha gridato la seconda: se volete adottare uno scudo, dovete farlo con legge costituzionale. Quindi, mentre gli avvocati fanno gli avvocati, i politici facciano i politici e mettano in moto la macchina legislativa. Per le leggi costituzionali non è velocissima, ma questo non è un buon motivo per perdere tempo, anzi, il contrario. A quel punto ci sarebbe un testo sul quale misurare la volontà e la coerenza di ciascuno, compresi quelli che, in questi giorni, hanno detto: piuttosto che il pastrocchio del processo breve, fate una legge costituzionale per lo scudo. Eccola, si risponderebbe loro. Chissà che, a quel punto, non si riescano a trovare le condizioni per tornare a governare il Paese, oppure, e non lo escludo affatto, non ci sia una concreta ed immediata occasione per far saltare il tavolo e considerare insostenibile la perdita di tempo.&lt;br /&gt; da www.davidegiacalone.it&lt;/p&gt; &lt;!-- JOM COMMENT START --&gt; &lt;p&gt;&lt;script type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &amp;nbsp;Giustizia Giusta&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<title>Se il matrimonio sopravvive da secoli, vuol dire che qualcosa di buono ci sarà</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/se-il-matrimonio-sopravvive-da-secoli-vuol-dire-che-qualcosa.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Blog</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:47:34 +0100</pubDate>
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&lt;p&gt;Ha ancora qualcosa da dirci un libro sul matrimonio scritto nel 1929? Ebbene sì: ha ottant’anni e non li dimostra affatto &quot;Matrimonio e morale&quot; di Bertrand Russell. Non sembra affatto che sia trascorso tutto questo tempo da allora. Forse perché appare vincente (anche se ci sarebbe parecchio da discutere) la logica che sottende il libro: il matrimonio è un’istituzione vecchia di secoli; se esiste ancora, vuol dire che ci sarà pur qualcosa di buono. Per Russell nel matrimonio non è affatto impossibile essere felici: affermazione davvero importante per uno che, come lui, alla felicità, e alla possibilità di raggiungerla nella vita terrena, ci credeva. Per esserlo (felici) è necessario che siano rispettate alcune condizioni. Marito e moglie devono avere una sfera di interessi comuni e una intimità fisica, mentale, spirituale, che li leghi. Devono dare spazio alla compagnia reciproca. Ma devono anche stare nel mondo del lavoro, delle relazioni, degli affetti, delle idee. Devono sentirsi legati da un patto che tuttavia è possibile revocare quando le condizioni che rendono possibile la felicità non sussistono più. Russell, cioè, concepisce il matrimonio come un contratto che è possibile sciogliere.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ma perché il geniale filosofo della matematica, l’acuto interprete di Leibniz, il filosofo della politica che ha scritto almeno un piccolo capolavoro (Power), si dedica, e non negli ultimi anni della sua vita (quando ripete e ripete in ogni salsa le sue tesi), a scrivere su un tema così lontano da quelli seriosi delle discipline che ha attraversato (ricordiamo, oltre a quelle citate, la filosofia della mente, la filosofia morale, la storia della filosofia, la letteratura, la pedagogia, il genere autobiografico e biografico)? La risposta sta tutta nel modo in cui Russell concepisce l’impegno intellettuale: da quel modo discende che la trattazione più rigorosa di un tema non esclude affatto (anzi) il mettere il naso nella vita comune degli esseri umani, nelle questioni dalle quali dipende la loro felicità o infelicità. Tali&amp;nbsp; questioni possono essere l’impostazione etica della propria vita (ed ecco la filosofia morale), il sistema economico-sociale (ed ecco la critica sociale e le proposte di riforma), il regime politico nel quale si vive (ed ecco le opere politiche), la guerra che c’è nel mondo e che incombe (ed ecco il pacifismo per il quale Russell è stato famoso). E possono essere questioni piccole, leggere, dello stesso peso di un sospiro. In questo caso andranno affrontate con strumenti che siano alla loro altezza: il saggio, l’apologo, lo scherzo. Ma anche in questi casi, tutti praticati dall’autore, il fondo è serio, serissimo. Di che si tratta, infatti? Della felicità, che è la cosa più importante alla quale possiamo dedicarci: nei libri e nella vita. E’ così che Russell scrive &quot;La ricerca della felicità&quot; e questo &quot;Matrimonio e morale&quot;. Ma si potrebbe ricordare anche &quot;Elogio dell’ozio&quot; e molti altri.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nel suo libro giovanile più importante, &quot;Roads to Freedom&quot;, Russell dedica spazio alle vie per la libertà esistenti nella sua epoca: l’anarchismo, il socialismo, il sindacalismo. Pur assegnando a ognuna una parte di verità, sceglie la terza come percorso attraverso il quale l’umanità potrà essere più libera senza subire gli effetti negativi del capitalismo, del socialismo, dell’anarchismo. Si tratta dell’autogoverno delle industrie da parte dei lavoratori in forma cooperativa, non nazionalizzata e decentrata (come una parte del sindacalismo inglese aveva sperimentato tra fine Otto e inizio Novecento), secondo un modello di democrazia industriale teorizzato dai Webb che in Inghilterra aveva una lunga tradizione. Eppure, anche in quel contesto di teorie politiche e sociali, Russell non dimentica il tema della felicità. E’ buono, a suo parere, quell’ordinamento sociale che lascia agli uomini e alle donne la possibilità di raggiungere la felicità su questa terra. Anzi: non che lascia, che sollecita, spinge con forza, incita alla ricerca della felicità, a vivere bene. E’ migliore quella forma di governo che permette a uomini e donne di raggiungere la felicità nel modo più adatto a ognuno. Non è una felicità uguale per tutti, dunque, né una felicità imposta dall’esterno, ma per ognuno la possibilità di trovare la sua propria vita felice.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&quot;Roads to Freedom&quot; si conclude, in modo inaspettato per chi non abbia familiarità con stile e temi dell'autore, con una esaltazione delle capacità creative dell'uomo. Leggiamo: “Un sistema sociale dovrebbe essere giudicato in base alle conseguenze che provoca al di là dell’economia e della politica (..). E se mai il socialismo sarà attuato, esso risulterà benefico solo se verrà dato valore ai beni non economici, e se a questi si aspirerà. Il mondo che dobbiamo costruire è un mondo in cui lo spirito creativo è vivo, in cui la vita è un’avventura piena di gioia e di speranza, basata piuttosto sull’impulso a costruire che non sul desiderio di conservare ciò che si possiede o di acquisire ciò che gli altri possiedono. Dev’essere un mondo in cui l’affetto abbia pieno corso, in cui l’amore sia liberato dall’istinto di dominio, in cui la crudeltà e l’invidia siano state dissolte dalla felicità e dallo svilupo degli istinti, scevro di repressioni, che costituiscono la vita e la riempiono di gioie intellettuali. Un mondo simile è possibile: esso attende solo gli uomini che vogliano crearlo. Nel frattempo il mondo nel quale viviamo ha altri scopi. Ma scomparirà, bruciato dal fuoco delle sue passioni roventi; e dalle sue ceneri sorgerà un mondo nuovo, più giovane, pieno di viva speranza, con la luce del mattino nello sguardo.”&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Questo tratto, già presente nelle opere precedenti, è un elemento che per sempre farà parte della visione del mondo dell'autore, del suo taglio particolare che consiste nel guardare alla riforma della produzione e delle istituzioni in modo non disgiunto dalla liberazione delle potenzialità creative insite in ogni essere umano, anzi che considera la prima solo come premessa necessaria alla seconda, che rimane lo scopo autentico da raggiungere. In questo taglio si può rintracciare forse anche la sua impronta peculiare.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nel mondo che Russell immagina non ci sarà lo spettro della povertà, ma non ci sarà neppure l’ambizione economica come molla unica del comportamento, l’avidità sarà sostituita dallo sviluppo libero delle qualità più alte, generose e intelletualmente valide dell’attività umana. L’arte si svilupperà solo se lo Stato non si metterà a voler stabilire che cosa è arte e quali sono le attitudini di ognuno. Ma se lo Stato non controllerà l’arte, probabilmente si avrà uno sviluppo straordinario. Le due parti che decidono della felicità degli uomini sono il lavoro e i rapporti umani. Ed ecco che, sistemata la prima parte con un po’ di equità e gioia creativa per tutti, Russell si volge alla seconda parte deprecando il modo in cui la merce entra in tutti i rapporti umani, ad esempio in quelli matrimoniali. Matrimonio e morale è già qui. In questo volume afferma: “nella relazione di un uomo e di una donna che si amano con passione, con fantasia e con tenerezza risiede un valore inestimabile: non comprenderlo è una grande sventura per ogni essere umano. Credo importantissimo che un sistema sociale sia tale da permettere questa gioia, anche se essa è una parte della vita e non il suo scopo principale.” In una affermazione come questa – ripetuta anche nelle opere politiche più impegnate - c’è tutto Russell. L’idea di politica che ha in mente per tutta la sua (lunga) attività è infatti un po’ diversa da quella dei teorici continentali della politica, anche se la felicità talvolta è evocata anche da questi: per Russell non è valida alcuna riforma della società se non si pone al centro lo spirito dell’uomo. Sarà buona solo quella riforma che tirerà fuori gli istinti di simpatia fra gli uomini, la creatività in tutte le sue forme, mettendo a tacere gli istinti alla lotta (che pure esistono, e possono essere ben utilizzati in campi specifici).&lt;/p&gt; &lt;p&gt;E quanto, esattamente, al matrimonio? Una serie di consigli da uomo passato attraverso un certo numero di matrimoni e di incontri, curioso dell’altro sesso, rispettoso delle istituzioni ma anticonvenzionale, tanto saggio quanto spregiudicato. Critica il cristianesimo quando è bigotto, si dichiara per la conoscenza del sesso fra i giovani, non condanna l’istituzione matrimoniale ma la desidera non costrittiva. Se ne esce con l’idea che nei suoi matrimoni abbia fatto di tutto per non annoiarsi e non annoiare. Che non è poco. Michela Nacci. L'Occidentale&lt;/p&gt; &lt;p&gt;B. RUSSELL, Matrimonio e morale, trad. it. Milano, TEA, 2009.&lt;/p&gt;
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<title>Palando del Cavaliere, la sinistra dimentica tutti i principi in cui ha creduto</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Blog</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:43:02 +0100</pubDate>
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&lt;p&gt;Due squadre scendono in campo per disputare una partita decisiva per la loro promozione o retrocessione. Lo stadio è stracolmo di tifosi e l’atmosfera è tesa e satura di violenza. I giocatori, incoraggiati ed eccitati dalle grida che si levano dalle tribune, si comportano come tori inferociti. Non si risparmiano sgambetti e colpi bassi che attivano le rumorose proteste del pubblico solo quando a farne le spese sono i suoi beniamini. L’arbitro e i guardalinee spesso fingono, in genere, di non vedere e quando segnalano una scorrettezza e prendono un provvedimento sono subissati dai fischi e dalle minacce di fan scatenati e accecati dall’odio.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Che la partita si concluda a mazzate, con invasione dell’arena e intervento delle forze di pubblica sicurezza non stupisce nessuno. Stupisce, invece, che qualcuno se la prenda con le “regole del gioco” e che possa pensare seriamente che, nel caso in questione, non hanno funzionato e che, pertanto, siano da rivedere – modificando, nel caso, le norme relative al calcio di rigore, al fallo laterale, al fuori gioco etc. Certo se quelle norme (quelle o altre più o meno modificate) fossero state rispettate, la competizione sarebbe stata leale, il vincitore avrebbe avuto il premio meritato e il vinto l’onore delle armi. Ma tutto è andato storto: e perché? Perché i regolamenti non sono stati rispettati o perché non c’erano le condizioni oggettive perché lo fossero? Insomma, la colpa è dello jus calcistico o dei giocatori, dell’arbitro,degli spettatori? Sono domande che i critici della democrazia – reazionari o progressisti – ben raramente si pongono. E si comprende quando si tratta di giuristi per i quali contano solo le ‘sovrastrutture’ sicché le figure costituzionali finiscono per avere più consistenza di ciò che “si passa sotto”, nella feccia di Romolo. Ci si rassegna meno quando si ha a che fare con i sociologi e gli scienziati della politica che dovrebbero sapere come l’abito’ – i ‘principi fondamentali’ – non faccia il monaco ma tutt’al più gli renda l’esistenza più facile e più regolare.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Un esempio da manuale degli equivoci concettuali che si annidano nella critica della democrazia svolta da chi dovrebbe avere una certa dimestichezza con il ‘realismo politico’ è l’articolo di Alessandro Pizzorno, Il mito abusato del popolo sovrano, pubblicato il 14 maggio 2003 su ‘Repubblica’. L’autore, noto e apprezzato politologo, è uomo di sinistra ma, nella sua (legittima) polemica nei confronti dell’offensiva del premier Berlusconi contro il potere giudiziario, si lascia andare a valutazioni diverse se non opposte a quelle espresse, storicamente, dalla sua ‘pars politica’. Nell’articolo, si contrappone, sostanzialmente, la concezione liberale anglosassone a quella democratica francese ed eurocontinentale e si eleva la prima a vera e unica garante di ogni autentico progresso civile. Le anime di Alexis de Tocqueville e di Edouard de Laboulaye, dall’aldilà, se esiste, saranno esultate di gioia, leggendo nel quotidiano in cui si danno convegno gli esponenti più prestigiosi della cultura post-azionista e post-comunista un riconoscimento così inaspettato. Nell’ideologia costituzionale francese, secondo Pizzorno, la democrazia s’identifica con la sovranità del popolo che la “esercita attraverso i suoi rappresentanti eletti. Il potere legislativo è quindi la vera, in un certo senso l’unica, espressione della volontà del popolo” Ne consegue che “i giudici sono solo funzionari che il popolo non ha eletto. Il potere giudiziario è quindi un potere per modo di dire. Vero che può dar ordini alla polizia. Vero che nelle sue decisioni, quando sono definitive, nessun altro potere può metterci bocca. Vero anche che le sentenze sono emesse in nome del popolo, non differentemente dalle leggi, che in nome del popolo sono promulgate. Ma i giudici, le leggi debbono limitarsi ad applicarle. Sono la ‘bocca della legge’, “la bouche de la loi”, come si usa dire nella Francia dell’800”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le democrazie non anglosassoni, in parole povere, sono caratterizzate dal primato – se non dall’imperialismo – del legislativo e poiché il legislativo è eletto da maggioranze che possono chiedere e ottenere tutto quello che vogliono, il risultato è la ‘tirannide del numero’, qualcosa che fa rimpiangere i vecchi dispotismi del passato. Quando lo si leggeva nei testi ottocenteschi, tale discorso faceva pensare inequivocabilmente a tematiche conservatrici, a correnti di pensiero politico e a dottrine giuridiche che vedevano, ad esempio, nella proibizione del lavoro dei minori una violazione dei diritti di libertà e di proprietà del padrone delle ferriere nonché la riprova di come i partiti popolari se ne infischiassero delle leggi. Allora il liberalismo (conservatore) si alleava col diritto per contrastare la democrazia, oggi la sinistra si rivolge al diritto per difendersi dal populismo dei partiti di centro-destra (che, stando alla sociologia politica Giovanna Zincone, sono democratici ma non sono liberali). Cambiano i tempi, cambiano le opinioni e le prospettive ma sarebbe non poco strano che, di questo passo, il republicanism franco-giacobino finisse per venir collocato in un’area politico-culturale che ha sempre guardato in cagnesco.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Pizzorno condanna senza mezzi termini ‘il mito abusato’che mette nelle mani del popolo (e dei suoi ‘rappresentanti eletti’) un potere illimitato e chiede che tale potere venga limitato non più dalle “leggi fondamentali del Regno” - come pur chiedevano i teorici dell’assolutismo alla Jean Bodin – ma dalle Carte Costituzionali e, in Italia, da quella espressa dalla Resistenza e dall’antifascismo che fonde, com’è noto, istanze liberali, socialiste e cristiano – solidaristiche. Nessun dubbio è consentito sulla sicurezza e sull’affidabilità di quei limiti e, per quanto riguarda i nostri vicini d’oltralpe, non viene neppure il sospetto che, trattandosi di una delle società civili più progredite dell’Occidente, qualcosa deve aver funzionato piuttosto bene, nonostante la progenie di Robespierre a sinistra e quella di Pétain a destra. Fin qui ci troviamo, comunque, in compagnia dei classici greci e latini: la democrazia ‘montagnarda’ è l’onnipotenza del demos che governa nel suo esclusivo interesse, calpestando i diritti delle altre classi (quindi elevato livello di imposizione fiscale, obbligo di assicurare tetto, lavoro e pane a tutti, istruzione e sanità gratuite etc.).&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Sennonché Pizzorno, a questo punto cambia registro. La democrazia solo in apparenza è il “governo del popolo”, come aveva già visto acutamente il grande Gaetano Mosca. “Il mito della sovranità popolare – per il padre nobile dell’elitismo liberaldemocratico-- non era altro che il frutto ipocrita della classe politica democratica, la quale voleva governare il popolo facendogli credere che fosse lui il padrone” e oscurando la realtà che mostrava, invece, “quanto fosse debole e ininfluente a partecipazione popolare in democrazia”. Senza i vincoli del diritto, si è liberi di fare ciò che si vuole ma a farlo non sono “i più” – come accadde per qualche mese a Parigi in seguito alle barricate del febbraio 1848 – ma gli imbroglioni che pretendono di esserne i rappresentanti.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il discorso, però, non finisce neppure qui giacché viene introdotta un’altra accezione di democrazia, quella che affida alla libera scelta degli elettori il compito di designare i futuri timonieri dello Stato. E su questo piano la povera democrazia, messa sul banco degli imputati, non sembra avere più scampo: è stata lei che ha portato Mussolini e Hitler al governo (Stalin, Lenin, Mao invece non ne hanno avuto bisogno): “grazie alla volontà popolare” è stato “possibile sopprimere la democrazia”. Le “dispute storiografiche” al riguardo sono irrilevanti: “solo conta il fatto che attraverso le istituzioni nelle quali essa si esprime proceduralmente, la volontà popolare volle quei governi e quei governi hanno soppresso la democrazia”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La colpa, insomma, ce l’hanno le procedure, che affidano al popolo il reclutamento della ruling class, così come, nella metafora calcistica impiegata sopra, la partita è degenerata per via dei regolamenti! Per la verità, è difficile capire quale altro ‘regolamento’, nei casi italiano e tedesco, avrebbe potuto evitare la catastrofe: si doveva impedire ai cittadini di recarsi alle urne, perché prevenuti ed ‘eterodiretti’? Il re doveva assumere i pieni poteri, come avvenne, senza risultati apprezzabili, in qualche paese balcanico? La classe operaia avrebbe dovuto instaurare la”dittatura del proletariato” come rivoluzione preventiva al fine di evitare “il colpo di Stato della borghesia” (per usare, ovviamente, trite categorie storiografiche)? Si doveva puntare a una riforma del sistema elettorale che scoraggiasse le coalizioni con i partiti estremisti di destra? E in quali termini e con quali criteri?&lt;/p&gt; &lt;p&gt;In realtà ad affossare la democrazia non sono state le urne e i ludi cartacei ma il mancato accordo, all’interno della costellazione dei poteri dominanti – agrari, imprenditori, chiese, università, partiti, sindacati, organizzazioni varie di categorie etc. –, sui “valori”, posti a fondamento della convivenza civile, e sui confini entro cui contenere il processo legislativo. Non sono state le regole del gioco, il principio di maggioranza, a far sì che la partita “finisse a schifìo “ma gli arbitri (i magistrati) che non hanno fatto il loro dovere, punendo i trasgressori del codice sportivo, e il pubblico sulle tribune che ha sostenuto e incoraggiato l’illegalità. E come poteva accadere diversamente quando una parte considerevole della società civile applaudiva i camion delle squadre nere che spaccavano la testa ai ‘rossi’ e un’altra parte giustificava sputi ed aggressioni agli ufficiali che avevano il coraggio di mostrarsi, dopo la “inutile strage” bellica? Se in Italia e in Germania le campagne elettorali che portarono rispettivamente il duce e il Fuehrer al potere si fossero svolte in un clima di legalità, di ordine e di rispetto degli avversari, probabilmente gli esiti sarebbero stati molto diversi. Ma come si può pensare all’impiego della violenza--richiesta appunto dalla pacificazione coatta degli avversari – da parte delle autorità costituite e legittime (magistrati, questori, prefetti, ministri), in mancanza di una “costituzione materiale” ovvero di un tacito e granitico “accordo sociale di fondo” in virtù del quale, ad es., un poliziotto che, per legittima difesa, uccida un rivoltoso non finisce sotto inchiesta?&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La volontà popolare che porta al governo i capi autoritari o totalitari non è la democrazia che sopprime se stessa: è la ‘maggioranza’ che, ritenendo a torto o a ragione, di doversi difendere da quanti minacciano il suo mondo, i suoi valori, i suoi beni, chiude la partita, consegnando il paese a un dittatore in grado di reprimerne velleità e conati. (E’ la ragione che induce Tocqueville ad appoggiare, con convinzione, Eugène Cavaignac, il generale repubblicano, che pone fine, con le cannonate e le baionette, alla nuova ‘guerra servile’ scatenata dai democratici sociali, dai neo-giacobini e dai neo-babuvisti nel giugno 1848)&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Forse è superfluo far rilevare che le due concezioni ‘degenerate’ della democrazia – il potere di far tutto in nome del popolo, infischiandosi dei diritti individuali e il potere di conferire, attraverso le votazioni, le più alte cariche dello Stato a chi si vuole, anche a personaggi abietti – non stanno necessariamente in rapporto. Un dittatore, legittimato dall’elezione popolare, può con mezzi violentissimi –e inaccettabili per la nostra sensibilità morale – restringere decisamente l’ambito delle ‘competenze della politica’, ridando spazio, ad es., alle libere imprese (è quanto è avvenuto in Cile, in seguito al colpo di Stato di Augusto Pinochet, con risultati non sottovalutabili sotto il profilo economico); e, per converso, un’osservanza scrupolosa della ‘separazione dei poteri’ potrebbe sottrarre spazio all’esecutivo e al legislativo per conferirlo a un ‘giudiziario’ al quale nessuno potrebbe impedire di applicare alla lettera il principio costituzionale che riconosce la proprietà privata solo “per la sua funzione sociale” e, coerentemente, di espropriare tutte quelle di cui è impossibile dimostrare tale funzione.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Pizzorno dispone di una ricetta contro i mali della democrazia e gli effetti indesiderati della sovranità popolare e la ravvisa nel “bel saggio(raccolto nel volume Lo stato moderno in Europa, Ed. Laterza 2002)” in cui “il costituzionalista Maurizio Fioravanti dimostra che, con l’adozione, dopo la seconda guerra mondiale, delle costituzioni rigide come norma superiore alla stessa legge dello Stato, e con la corrispondente introduzione del controllo di costituzionalità delle leggi da parte delle Corte Costituzionale, è avvenuto il distacco dello Stato democratico dal principio della sovranità politica”. Poiché “la volontà popolare lasciata senza freni, in troppi paesi” è fallita, il rimedio consisterebbe nell’”inserire contrappesi nel gioco degli equilibri della classe che governa”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Sembra di capire che se, nella Germania di Weimar e nell’Italia degli anni venti, ci fosse stata una “costituzione rigida” non avremmo avuto né il nazismo, né il fascismo. In realtà, non avremmo avuto l’investitura quasi indolore di Hitler e di Mussolini ma sicuramente non ci saremmo risparmiata una guerra civile come quella che infuriò sanguinosa nella Spagna repubblicana, finendo non in una dittatura totalitaria ma in una dittatura autoritaria (e non ideocratica) contrassegnata, però, da un’erogazione di violenza di gran lunga superiore a quella dispiegata dalle camicie nere.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;I liberali dell’Ottocento volevano limitare con i lacci del ‘garantismo’i movimenti del Gulliver popolare: quei lacci erano le eredità del passato – in Francia “la libertà è antica” diceva Madame de Stael – non le ali per librarsi nei cieli delle ‘magnifiche sorti e progressive’. Per loro il legislativo era il potere addetto all’innovazione e poiché l’innovazione avrebbe potuto far danni – spingersi, per così dire, troppo in là – al contropotere giudiziario doveva essere affidata la funzione delicata di predisporre un complesso sistema di “freni”. Per cambiare bisogna essere tutti (o almeno una manifesta maggioranza) d’accordo e per questo va consultata la volontà popolare: per porre argini al cambiamento, al contrario, c’è bisogno di ‘leggi fondamentali – consegnate o no a un testo costituzionale – custodite e interpretate da un ceto professionale competente e ‘conservatore’. Se i mutamenti sostanziali introdotti nello ‘spirito delle leggi’ non nascessero da un ampio dibattito pubblico bensì da un’imposizione ‘dottrinaria’ dei giudici, sarebbe davvero retorica e demagogica, in un’ottica liberale classica, la domanda “ma questi giudici chi li ha eletti?”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Criticare l’operato di un governo è legittimo e doveroso ma diventa rischioso quando la critica si trasforma in un tentativo, più o meno larvato, di delegittimazione. E il rischio sta nel mettere in campo armi che si convertono in un vero e proprio boomerang per chi ne fa uso: i principi hanno una loro logica che, a differenza delle leggi italiane che nello spiritoso bon mot di Gaetano Salvemini si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici, non si arresta a comando. Dino Cofrancesco. L'Occidentale&lt;/p&gt;
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<title>Abdullah: se voglio Kabul esplode</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Stampa</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:39:22 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;catenaccio&quot; style=&quot;padding-bottom: 12px; padding-top: 12px;&quot;&gt;Non collaborerò con il presidente anche se credo ancora nella politica&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;sezione&quot;&gt;MATTEO SMOLIZZA&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;KABUL&lt;br /&gt; Abdullah Abdullah siede nella grande sala della casa di Kabul dove vive ed è nato 49 anni fa. Appassionato di poesia persiana, ha una grande collezione di francobolli iniziata da bambino. Sulle pareti sono appese antiche calligrafie.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Dottor Abdullah, dopo aver denunciato i brogli e imposto il ballottaggio, l’Onu ha approvato l’elezione di Karzai che ha subito chiesto una sua partecipazione ad un «governo di unità nazionale». Che cosa farà?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «I motivi per cui l’Onu ha riconosciuto la posizione di Karzai sono chiari: riguardano la stabilità del Paese. Penso che in questo momento non avesse altra scelta. Il momento giusto per intervenire era il 22 maggio, quando Karzai, secondo la Costituzione afghana, aveva terminato il proprio mandato. Bisognava stabilire un governo provvisorio sotto la supervisione Onu e impegnarsi per elezioni corrette. La comunità internazionale, però, ha temuto di non riuscire a fronteggiare l’insurrezione talebana attraverso un governo a guida straniera. Oggi il governo è ancora più debole. La ratifica internazionale è solo uno dei necessari punti di legittimazione. I più importanti sono il credito presso la popolazione e le performance reali».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Collaborerà con Karzai?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «No. L’ho incontrato un mese fa e abbiamo parlato per due ore e mezza: continuiamo a stare su due binari differenti. Mi era stato chiesto di partecipare alla festa successiva alla cerimonia di insediamento del presidente e ovviamente ho rifiutato. Il mio posto è all’opposizione».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Nelle scorse settimane ha incontrato gli ambasciatori dei principali Paesi impegnati in Afghanistan, tra cui l’Italia: qual è ora il suo obiettivo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Credo sia chiaro che sono impegnato in modo costruttivo per migliorare la situazione e non agisco per interesse personale. Perciò non ho chiamato la gente in piazza per dimostrare contro Karzai: mi sarebbe bastata una sola parola, una singola chiamata pubblica in televisione per rovesciare la situazione. Le dimostrazioni di piazza sono un efficace strumento democratico, ma non ho agito a causa della fragilità della situazione. Di chi avrei fatto il gioco? Se oggi l’Afghanistan perde l’appoggio internazionale, ha perso tutto, perché le strutture dello stato non sono in grado di mantenersi da sole».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;La Comunità internazionale ha richiamato Kabul su due punti fondamentali: la corruzione, e soprattutto la mancanza di un progetto per sollevare i poveri dalla miseria che spinge molti disperati nelle file dei taleban.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; «Più del 60% della popolazione vive nelle campagne e spesso arriva appena a sopravvivere. Inoltre, Herat è una cosa, Mazar-e-Sharif un’altra. All’interno di una stessa provincia, i centri urbani, le campagne e le montagne sono cose diverse. Un piano di sviluppo efficiente è innanzitutto l’apertura a strategie pensate localmente e adeguate ai diversi contesti. Il governo deve avere solo un ruolo di coordinamento».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Con la caduta dei taleban c’è stata una nuova esplosione del mercato dell’oppio.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «La situazione è molto complicata. Innanzitutto, c’è una grande differenza tra i contadini e i politici, o gli amici dei politici. Non si può chiedere ai contadini di bruciare i propri campi di papaveri, senza garantirgli reddito con un’altra coltivazione. Invece ci vuole tolleranza zero con i funzionari di alto livello e i mercanti di narcotici. Questo però è possibile solo se il governo è legittimato da un vasto consenso popolare, se le istituzioni locali sono valide e quindi c’è un effettivo controllo del territorio e delle microeconomie».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Il Pakistan ha tentato una cooperazione con i talebani lasciando loro alcune aree di autogoverno dove vige la Sharia. Karzai sembra perseguire questa strada, invitando i taleban a far parte del processo di pace. Secondo lei è possibile?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; «Questa strategia in Pakistan ha fallito. I taleban devono essere sfidati sul campo dei risultati. Loro operano in mezzo alla gente, alla stessa gente con cui siamo in contatto noi: se perdiamo la gente comune, abbiamo perso la guerra. Quattro anni fa, qui non c’erano taleban, ora sono intorno a Kabul. Oggi sono la parte vincente. Il governo, più che proporsi l’obiettivo di raggiungere i taleban, dovrebbe cercare di raggiungere la gente».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Oltre alla Coalizione, quali forze straniere stanno influenzando il futuro dell’Afghanistan?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Iran e Pakistan e subito dopo India, Russia e Cina, ed è naturale perché queste potenze si trovano ai nostri confini».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;I diritti di sfruttamento dei grandi giacimenti di rame a Sud di Kabul, la seconda riserva mondiale di questo metallo, sono in mano alla Cina, ma l’area è protetta da 1500 poliziotti afghani, a carico delle potenze occidentali. Le sembra normale?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; «Lascio che siano i Paesi occidentali a decidere le ragioni e gli obiettivi del loro intervento (sorride), ma è ovvio che l’impegno di ogni Paese ha origine in un vantaggio che pensa di trarre per esempio in termini di sicurezza globale, di stabilità dell’area o anche di business diretto. Il fatto che ci siano Paesi che sanno trarre un beneficio maggiore dalla situazione non è un problema per noi, fino a che è previsto un vantaggio anche per il popolo afghano».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Il presidente Obama prima di decidere un aumento delle truppe ha chiesto una «exit strategy» e Karzai ha detto che il Paese sarà responsabile della propria sicurezza entro cinque anni.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; «Gli afghani stanno prendendosi progressivamente la responsabilità della sicurezza del Paese, e questo naturalmente alleggerisce le spalle ai Paesi alleati. Ora, però, di sicuro non siamo autosufficienti. La speranza è che il tempo che ancora ci accorderete per aiutarci sia sufficiente a costruire qualcosa che duri».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Lei è stato uno dei più diretti collaboratori di Massud ed ha combattuto contro i russi e al tempo della guerra civile tra i Mujaheddin. Che cosa le è rimasto di quella esperienza?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Mi sono unito a Massud nel 1985 come medico; presto sono diventato suo segretario e poi suo consigliere. La vita di Massud è divisa in due periodi, la resistenza contro i sovietici e la resistenza contro Al Qaeda, cioè contro i taleban. In questa missione oggi sono coinvolti da 40 a 60 Paesi. Ed è coinvolta la mia vita, quella di mia moglie ed il nostro futuro, i nostri quattro figli, del più piccolo dei quali ora si sentono le grida, perché è ora di cena. Massud credeva alla pace e alla possibilità di creare una società più giusta, ma non aveva paura di fare la guerra e rischiare la vita per una giusta causa. Lui ha combattuto ed è morto perché l’Afghanistan potesse essere uno stato islamico moderato libero e indipendente. Dopo 25 anni al potere, non aveva alcun possesso personale: l’unico lascito è stato il giardino dei suoi genitori nel Panjshir. La sua eredità spirituale invece è stata enorme. Era un ottimo amico. Queste sono le cose che mi ha insegnato e che oggi cerco di realizzare». La Stampa&lt;/div&gt; &lt;div&gt;&lt;script src=&quot;/common/inctmpl/ppn_banner.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &lt;div id=&quot;fwnetblocco&quot;&gt; &lt;div class=&quot;fwnetStileIntestazione&quot; id=&quot;fwnetintestazione&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;/div&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Hamas ferma il lancio di razzi su Israele</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
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<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:36:22 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;catenaccio&quot; style=&quot;padding-bottom: 12px; padding-top: 12px;&quot;&gt;Accordo tra le brigate al Qassam che&lt;br /&gt; però «continueranno a difendersi»&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;GAZA&lt;br /&gt; Le Brigate Ezzedine al Qassam, braccio armato del movimento radicale palestinese Hamas, hanno annunciato oggi un accordo con le altre fazioni della Striscia di Gaza per una sospensione del lancio di razzi contro Israele. «L’accordo per fermare i razzi, tra (le brigate) al Qassam e i rami armati delle altre fazioni della resistenza, non è un segno di debolezza, ma è destinato a mantenere il fronte interno e l’interesse nazionale supremo del popolo palestinese», ha dichiarato il gruppo armato in un comunicato.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Le Brigate hanno comunque confermato l’intenzione di neutralizzare qualsiasi eventuale aggressione da parte dello Stato ebraico. «Le brigate al Qassam non resteranno fermi di fronte all’escalation sionista e si difenderanno da qualsiasi loro forza», hanno spiegato. Il comunicato del movimento palestinese è stato pubblicato all’indomani del lancio di razzi contro il sud di Israele, a cui lo stato ebraico ha risposto con un’incursione aerea che aveva per obiettivo due laboratori per la fabbricazione di armi e un tunnel per il contrabbando nella Striscia di Gaza. La Stampa&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt; &lt;div&gt;&lt;script src=&quot;/common/inctmpl/ppn_banner.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &lt;div id=&quot;fwnetblocco&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Per sedurre la politica</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
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<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:30:00 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;catenaccio&quot; style=&quot;padding-bottom: 12px; padding-top: 12px;&quot;&gt;Da Berlusconi a Bossi, in politica&lt;br /&gt; cresce il ricorso alla &quot;parolaccia&quot;&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;sezione&quot;&gt;JACOPO IACOBONI&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;ROMA&lt;br /&gt; Quando Gava disse «cazzarola» ruppe il grigiore democristiano. Quando Marco Pannella nell’85 inventò «Radio Parolaccia» fu una rivoluzione. Invece quando Marcello Lippi di recente ha detto «sono inc… coi tifosi», nessuno s’è davvero stupito. Certo, che il presidente della Camera usi l’epiteto colorito fa un po’ più effetto. Ma non per la parolaccia; per il modo sottile in cui ormai la si usa.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Perché è appunto l’Italia tutta, non solo la politica, che sta assistendo a un’interessante mutazione genetica, la parolaccia che non vuole insultare ma creare complicità tra chi parla e chi ascolta, la frase popolana, il trivio che diventa, letteralmente, quadrivio. Naturalmente ricordiamo tutti Renato Brunetta che si scaglia contro le «elite di m…»; e certo non deve aver fatto piacere al professor Miglio quando l’amico Umberto Bossi lo definì «una scoreggia nello spazio». Ma Berlusconi che solo poche settimane fa evoca lo «sputtanamento» del Paese a causa dei media ostili, più che insultare, a modo suo stilizza; fa, tecnicamente, proseliti. E bisogna cogliere la distinzione, altrimenti si soccombe.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nella società dello spettacolo (delle parole) non diciamo più «f…» solo per berciare contro un omosessuale, ma a volte per fargli vedere che gli siamo amici; non diamo dello «s…» al Nemico famoso, ma ai tanti oscuri nemici di chi ci sta davanti; e se stampiamo le parolacce anche sui manifesti elettorali (lo slogan del Psi boselliano all’ultima tornata era «siamo incazzati») è perché pensiamo, spesso sbagliando, che non diano più fastidio a nessuno.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Non è così, ovviamente. Ma la politica è disposta a correre il rischio: la parolaccia per se-durre. Portare a sé. Sono cose che Fini, che ha studiato pedagogia e linguistica, conosce, e non maneggia da oggi. Quando, nell’ultima campagna elettorale, parlando a una composta assemblea della Confesercenti il Cavaliere disse «be’, ho troppa stima dell’intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare a sinistra, facendo i propri disinteressi», l’allora capo di An fu il primo a corrergli in soccorso, «ha usato un’espressione gergale utilizzata da sette italiani su dieci, non facciamone un caso; è un po’ come dire fesso». Espressione gergale, insomma; non parolaccia. E lo stesso Silvio a caldo s’era come scusato per il «linguaggio rozzo, ma efficace». Magari persino quando Francesco Storace, richiesto di dire qualcosa di destra, se ne uscì pronto con «a’ froci», più che attaccare i diversi (da lui), voleva galvanizzare i suoi. Poi però smentì.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; E insomma, (s)fatta l’Italia stiamo (ri)facendo gli italiani. Esistono ancora, per esempio nel Piemonte che fece l’unità, gentili signore che ancora oggi quando gli scappa la parola «casino» mettono istintivamente la mano davanti alla bocca e si scusano; ecco, sicuramente rimpiangeremo Gozzano, ma l’Italia politica volente o nolente ha più a che fare con Celentano. Che infatti ha vissuto uno dei più grandi momenti della sua audience recente quando, dopo quella battuta di Berlusconi nel 2008, a lungo ipnotizzò il dibattito pubblico sul fondamentale quesito: lo show del Molleggiato avrebbe avuto per titolo «125 milioni di c...e» oppure «125 milioni di ca...te»?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Dobbiamo rassegnarci (qualcuno però ne gode) a una parolaccia pseudo ironica, talvolta autoironica. Meno spontanea, forse artata. Sempre Silvio ha fatto sapere «sono vecchio, ma non rinc…». Signore dei salotti evocano serenamente le «palle di velluto» (Daniela Santanché sostenne che in An ce ne sono troppe). Moderati come Rutelli promettono di ascoltare gli elettori «anche a costo di qualche vaffa» (per non dire del Vaffa-day che diventa brand nazionale). Un conto è Moravia che nel ’71 scrive un intero libro per dialogare “Io e lui”, il suo organo genitale, altra cosa le parolacce tristi alla X-Factor, o ancora l’Università (quella di Norwich, Inghilterra, ci ha fatto uno studio) che decreta: le parolacce rinforzano lo spirito di squadra e aiutano a scaricare lo stress. Bachtin, il più grande critico russo, scrisse che le parolacce «ci liberano dalla serietà sentenziosa e cupa dei moralisti e dei bigotti». Un classico, ma in veste nuova. Nel ’76 la Bonino si presentò alla Camera in jeans e zoccoloni. Il ministro dc Adolfo Sarti la incrociò e le fece «sai che ti dico, Bonino? Oggi ti trovo piuttosto belloccia». E Emma: «Sai che ti dico, ministro? Oggi ti trovo proprio str...». La Stampa&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt; &lt;div&gt;&lt;script src=&quot;http://www.blogspirit.com/common/inctmpl/ppn_banner.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; //&lt;![CDATA[ &lt;!--   // --&gt; //]]&gt; &lt;/script&gt;&lt;/div&gt;
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<title>Facebook au coeur d'une bataille pour des allocations maladie</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/facebook-au-coeur-d-un-conflit-pour-des-allocations-maladie.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Presse</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:25:07 +0100</pubDate>
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&lt;h2&gt;Une Québécoise en congé maladie pour dépression affirme que son assurance lui a suspendu ses droits, arguant que des photos d'elle sur Facebook la montraient heureuse.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Les inspecteurs des assurances ont un nouveau terrain d'enquête. Au Québec, une jeune femme de 29 ans en congé maladie de longue durée pour profonde dépression affirme que son assurance lui a supprimé ses allocations après avoir consulté plusieurs de ses photos mises en ligne sur Facebook. Nathalie Blanchard, qui avait dû quitter il y a un an et demi son emploi chez IBM, y apparaissait sur une plage ensoleillée, assistant à un spectacle de Chippendales ou fêtant son anniversaire. «On m'a dit que je suis en mesure de travailler, à cause de Facebook», a-t-elle déclaré &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.cbc.ca/canada/montreal/story/2009/11/19/quebec-facebook-sick-leave-benefits.html&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;sur le site de la télévision publique CBC&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nathalie Blanchard précise qu'elle avait tenue son assurance informée de ce voyage, recommandé par son médecin, et se dit choquée de ces pratiques. «A ce moment-là, j'étais heureuse, mais avant ou après, le problème était le même», a-t-elle confié. Dans un communiqué adressé à la chaîne CBC, la compagnie d'assurance Manulife a reconnu qu'elle pouvait tenir compte des éléments mis en ligne sur Facebook pour s'informer sur ses clients. Mais qu'elle «ne prenait pas la décision de refuser ou d'interrompre le versement d'allocation en se fondant uniquement sur les informations publiées» sur de tels sites.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;Profil verrouillé&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Pour tirer l'affaire au clair et obtenir une restitution des allocations, l'avocat de la jeune femme a demandé un nouvel examen médical de la jeune femme. Plusieurs milliers de dollars sont en jeu, indique le site la CBC. Une question reste toutefois sans réponse. Nathalie Blanchard se demande ainsi comment les photos de ses vacances ou de son anniversaire sont parvenues jusqu'à son assureur, alors que son profil sur Facebook est selon elle verrouillé et que seules les personnes de son choix peuvent dès lors voir ses messages. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Brunetta a Tremonti: basta veti, ci ha commissariato</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/brunetta-a-tremonti-basta-veti-ci-ha-commissariato.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Stampa</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:24:32 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;catenaccio&quot; style=&quot;padding-bottom: 12px; padding-top: 12px;&quot;&gt;«Anche per Berlusconi è un problema È arrivato il tempo di cambiare passo»&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;ROMA&lt;br /&gt; Attacco frontale al ministro dell’Economia Giulio Tremonti dal ministro-compagno di partito Renato Brunetta. «Il ministro Tremonti - accusa Brunetta sul &lt;em&gt;Corriere della Sera&lt;/em&gt; - esercita un potere di veto sulle iniziative di tutti i ministri: un blocco cieco, indistinto e conservatore. Tutti la pensano come me: tutti soffrono per il potere di veto di Tremonti». Anche se, «forse un pò meno vale per i ministri della Lega i quali, per ragioni non filosofiche ma opportunistiche, sono trattati un pò meglio, anche se non benissimo».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; «Tremonti - si lamenta ancora Brunetta - ha di fatto commissariato l’intero governo, sia pure a fin di bene. Per far fronte alla crisi, il &quot;rigore conservatore&quot; del ministro dell’Economia ha funzionato. Ma ora bisogna cambiare passo». E, assicura, Brunetta anche il Presidente del Consiglio «percepisce questo come un problema».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Quanto alle prospettive del governo, però, Brunetta sembra alludere più a un rimpasto o comunque ad una soluzione del &quot;caso Tremonti&quot;, piuttosto che al ricorso ad elezioni anticipate. «Sarebbero la sola soluzione se a veniremeno -argomenta- fosse la maggioranza, ma io non ci credo. Il Paese vuole il contrario: il cambiamento. Le elezioni, al contrario, sarebbero un ulteriore blocco rispetto al cambio di passo, allo sviluppo, al cambiamneto». Detto questo, il ministro assicura di non voler sostituire lui Tremonti al ministero dell’Economia. «Non ne faccio una questione personale nè ho ambizioni personali». E inoltre, «sto molto bene dove sto: combatto una battaglia epocale per la modernizzazione dello Stato». La Stampa&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt; &lt;div&gt;&lt;script src=&quot;/common/inctmpl/ppn_banner.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &lt;div id=&quot;fwnetblocco&quot;&gt; &lt;div class=&quot;fwnetStileIntestazione&quot; id=&quot;fwnetintestazione&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;/div&gt; &lt;/div&gt;
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<title>350 000 dollars por un gant de Jackson</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/350-000-dollars-por-un-gant-de-jackson.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Presse</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:16:16 +0100</pubDate>
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&lt;h2&gt;Un gant de cuir beige orné de strass, porté par &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/culture/michaeljackson.php&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #003872;&quot;&gt;Michael Jackson&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; en 1983 lorsqu'il réalisa pour la première fois son célèbre pas de danse du &quot;Moonwalk&quot;, a été adjugé 350.000 dollars (235.000 euros), hier à New York, lors d'une vente aux enchères frénétique d'objets de la défunte pop star.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Parmi les 350 lots du catalogue de cette vente d'objets ayant appartenus à des vedettes, samedi au &quot;Hard Rock Café&quot; de Times Square, les 70 provenant du &quot;roi de la pop&quot;, décédé en juin dernier d'une surdose de médicaments à l'âge de 50 ans, se sont adjugés jusqu'à dix fois leur prix estimé. Les acheteurs enchérissaient par téléphone ou internet depuis l'Australie, Dubaï, la France, Hong Kong et le Japon.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Mis à prix 10.000 dollars ce gant de golf pour main gauche &quot;made in Korea&quot; et acheté 30 dollars par Michael Jackson, est de suite monté à 120.000 puis à 220.000 pour atteindre 350.000 dollars (420.000 dollars avec la commission, sans compter les taxes).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Le chanteur l'avait utilisé pour sa première démonstration du &quot;Moonwalk&quot;, sa célèbre chorégraphie exécutée à reculons, en interprétant la chanson &quot;Billie Jean&quot;. &quot;Personne ne l'avait vu exécuter ce pas, il l'avait imaginé deux jours plus tôt dans sa cuisine&quot;, a indiqué Darren Julien, le commissaire-priseur de la vente.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;1.600 dollars pour une photo&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Un blouson noir avec de multiples fermetures Eclair et boucles signé dans le dos, qu'il portait pour son &quot;Bad World Tour&quot; en 1987-1989, a été vendu 225.000 dollarset un simple (chapeau) feutre a atteint 22.000 dollars. Parmi les objets hétéroclites vendus figuraient également une paire de chaussettes ornées de strass, des portraits de Charlie Chaplin exécutés par Jackson à l'âge de 9 ans, une Mercedes de 1985, des lettres manuscrites et une taie d'oreiller dédicacée provenant d'un hôtel où Michael Jackson avait séjourné à Disneyland-Paris.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Tous ces objets ont été vendus trois à dix fois leur prix estimé y compris une simple photo avec un autographe adjugée 1.600 dollars alors qu'elle était estimée entre 200 et 400 dollars. Les recettes de cette vente consacrée aux &quot;icônes de la musique&quot; seront reversées en partie à MusiCares, une association d'aide aux musiciens en difficulté. Le Figaro&lt;br /&gt;&lt;/h2&gt; &lt;!--            &lt;span class=&quot;sign&quot;&gt;Source : AFP&lt;/span&gt; --&gt;
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<title>Camus au Panthéon: ses enfants réticents</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/camus-au-pantheon-ses-enfants-reticents.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Presse</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:13:14 +0100</pubDate>
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&lt;h2&gt;Catherine Camus ne sait pas si elle s'opposera au transfert de la dépouille de son père au Panthéon, souhaité par Nicolas Sarkozy. Selon &lt;i&gt;lemonde.fr&lt;/i&gt;, Jean Camus craindrait lui une «récupération» politique.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Nicolas Sarkozy avait expliqué jeudi avoir besoin de l'accord de la famille d'Albert Camus &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/culture/2009/11/21/03004-20091121ARTFIG00061-l-honneur-fait-a-camus-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;pour transférer les cendres de l'écrivain au Panthéon&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. La chose n'est pas encore acquise semble-t-il. La fille d'Albert Camus, interrogé sur le sujet samedi, a ainsi déclaré ne pas savoir si elle s'opposera au transfert de la dépouille son père au Panthéon.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;«La question n'est pas simple», a-t-elle expliqué sur &lt;i&gt;France Inter&lt;/i&gt;. Reconnaissant que l'auteur de «L'Etranger» n'aimait pas les honneurs, elle a dans le même temps observé qu'il pourrait s'agir d'un «beau symbole» dans la mesure où l'écrivain avait «essayé de parler pour tous ceux qui n'avaient pas la parole». «C'est une question qui me dépasse, je me sens très petite. J'admire ceux qui ont une idée très arrêtée, moi j'ai que des doutes», «je suis vraiment dépassée par ça», a confié Catherine Camus, qui gère l'héritage de son père. «Je pense à tous ceux qui sont de la même origine que mon père, c'est-à-dire très pauvre, et à ma grand-mère qui était femme de ménage et peut-être que c'est aussi un hommage qui lui est rendu à elle, et que de ce point de vue là, c'est peut-être aussi un symbole pour tous ceux pour qui la vie est très dure», a-t-elle dit.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Quant à savoir si son père aurait aimé cette idée-là, Catherine Camus a observé qu'«il était claustrophobe». «Il n'aimait pas» les grands honneurs, «c'est vrai, c'est pour ça que la question n'est pas simple», a-t-elle dit.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;«Un contresens»&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Interrogée sur des accusations de récupération visant le président de la République, Catherine Camus a précisé qu'elle ne «se situe pas sur un plan politique». «De toute façon, moi, je ne me souviens pas qui a fait rentrer Zola, Malraux, je ne pense pas que le problème se situe là mais si certains le pensent, ils ont peut-être raison, j'en sais rien».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.lemonde.fr/politique/article/2009/11/21/le-fils-d-albert-camus-refuse-le-transfert-de-son-pere-au-pantheon_1270456_823448.html#xtor=RSS-3208&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;Selon le monde.fr&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, qui cite samedi l'entourage du fils d'Albert Camus, Jean Camus, frère jumeau de Catherine, ce dernier estimerait pour sa part qu'un transfert de son père au Panthéon serait «un contresens» et s'opposerait à une telle décision. Il craindrait, écrit le journal sur son site Internet, une «récupération» de son père par le chef de l'Etat. «Pour le convaincre d'accepter la 'panthéonisation' de son père», Catherine Pégard, conseillère de Nicolas Sarkozy, aurait rencontré Jean Camus le 12 novembre puis vendredi 20 novembre à Paris. Elle aurait transmis une invitation du président de la République. Toujours selon &lt;i&gt;Le Monde&lt;/i&gt;, l'accord de Catherine Camus pour une panthéonisation ne poserait pas de problème. À la question de savoir si le seul Jean Camus peut s'y opposer, Catherine Camus dit ne pas savoir.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nicolas Sarkozy a estimé jeudi que «ce serait un symbole extraordinaire» de faire entrer Albert Camus, auteur entre autres de «La Peste», des «Justes» ou de «L'homme révolté», au Panthéon, un demi-siècle après la mort accidentelle du prix Nobel de littérature, le 4 janvier 1960. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Emploi de sans-papier: Darcos menace les entreprises</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/emploi-de-sans-papier-darcos-menace-les-entreprises.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Presse</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:09:57 +0100</pubDate>
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&lt;h2&gt;Les préfets pourront décréter la «fermeture administrative» des entreprises ayant recours au travail illégal.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Les préfets seront bientôt dotés d'un nouveau pouvoir. Le ministre du Travail souhaite qu'ils puissent dorénavant prononcer la «fermeture administrative» des entreprises employant des travailleurs sans papiers. «Les employeurs d'étrangers en situation irrégulière seront dans le collimateur des inspecteurs du travail» et «nous allons renforcer les contrôles et recourir à des sanctions qui touchent au porte-monnaie et à l'image de l'entreprise afin d'avoir un effet dissuasif», annonce Xavier Darcos dans un entretien au &lt;i&gt;Parisien-Aujourd'hui en France&lt;/i&gt; ce dimanche.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le ministre affirme qu'il va fixer jeudi prochain «des objectifs précis de progression, notamment en matière de contrôles». L'Etat y trouve là un intérêt financier. D'après Xavier Darcos, le coût du travail illégal «est estimé à 4 % du PIB, soit 60 milliards d'euros, l'équivalent du budget de l'Education nationale». L'an dernier, ses services ont effectué 28.000 contrôles. «Sur les 9.000 procès-verbaux dressés, 12,9% concernent l'emploi d'étrangers sans titre de travail». Si l'on effectue une règle de trois, cela donne 1.161 PV dressés l'année dernière pour l'emploi de sans-papiers.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le «nouveau plan d'action» pour 2010 et 2011 ciblera les entreprises dont «l'activité est construite autour du travail illégal ou de l'emploi de travailleurs étrangers sans titre de travail», a dit le ministre, sans plus de précision. Xavier Darcos promet aussi de sévir contre les entreprises passant des contrats avec &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2009/07/12/01016-20090712ARTFIG00152-des-sans-papiers-exploites-par-un-sous-traitant-de-la-sncf-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;des sous-traitants ayant eux-mêmes recours au travail illégal&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. «Le projet de loi de financement de la Sécurité sociale pour 2010 prévoit une extension de la suppression des exonérations de charges sociales aux donneurs d'ordre complices de sous-traitants qui n'ont pas déclaré leur activité ou qui ont eu recours à du travail dissimulé», a-t-il rappelé.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Concernant les salariés, «en cas de perte de leur emploi du fait de son caractère irrégulier, les indemnités dues seront néanmoins versées», a ajouté le ministre. Depuis le 12 octobre, plus de 5.000 travailleurs sans-papiers à travers toute la France et principalement en région parisienne se sont mis en grève pour réclamer la régularisation de leur situation, selon la CGT. Les organisations syndicales engagées dans ce mouvement doivent rencontrer Xavier Darcos le 26 novembre. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt; &lt;!-- google_ad_section_end() --&gt;&lt;!-- Template : Outils.php --&gt; &lt;p&gt;&lt;script src=&quot;/scripts/tooltip/tooltip.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt;&lt;/p&gt;
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<title>La mémoire refoulée de la Roumanie</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/la-memoire-refoulee-de-la-roumanie.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Presse</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:06:19 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;infos&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #999999;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;sign&quot;&gt;Par Arielle Thedrel - Envoyée spéciale à Bucarest&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;!-- &lt;div class=&quot;clear&quot;&gt;.&lt;/div&gt; --&gt;&lt;/div&gt; &lt;!-- infos --&gt; &lt;div class=&quot;photo&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/medias/2009/11/13/cea552b4-cfd9-11de-8694-eef099f7892b.jpg&quot; alt=&quot;Les locaux du Conseil national pourles études des archives de la Securitateà Bucarest recèlent une vingtainede kilomètres de dossiers de l'ancienne police politique.&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;br /&gt; &lt;span class=&quot;leg&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #666666;&quot;&gt;Les locaux du Conseil national pourles études des archives de la Securitate à Bucarest recèlent une vingtainede kilomètres de dossiers de l'ancienne police politique.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;span class=&quot;credit&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #999999;&quot;&gt;Crédits photo : ASSOCIATED PRESS&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt; &lt;!-- photo --&gt; &lt;h2&gt;Il y a vingt ans, les époux Ceausescu étaient fusillés au terme d'une parodie de procès qui reste le péché originel d'une Roumanie postcommuniste avare de souvenirs.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Même s'il ne l'avoue pas, Dan Voinea sait qu'il est devenu, le 25&amp;nbsp;décembre 1989, une marionnette de l'histoire. Il avait alors 39&amp;nbsp;ans. Il était juge d'instruction. Ce jour-là, le général Stanculescu, ministre de la Défense du Front du salut national, l'instance politique qui venait de se substituer au Parti communiste roumain, lui avait téléphoné pour lui demander de monter précipitamment un dossier contre Nicolae et Elena Ceausescu, détenus dans une caserne de la ville de Tirgoviste. Faute de temps, les charges étaient succinctes. Le procès s'était ouvert en catimini. Il y avait dans la salle deux avocats de la défense requis d'office, deux juges, un greffier, «deux représentants du peuple» et un militaire qui filmait la scène. «Moi, raconte Dan Voinea, je m'attendais à un vrai procès, mais des gens haut placés exigeaient la tête des Ceausescu. Personne ne m'avait dit qu'ils seraient aussitôt fusillés.»&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le procès dura une heure. «Il s'est achevé à 15&amp;nbsp;heures, précise Dan Voinea. J'avais requis la peine de mort. Les Ceausescu ont refusé de faire appel. On les a conduits dans la cour de la caserne. Trois soldats attendaient. Ils ont immédiatement exécuté la sentence.»&lt;/p&gt; &lt;p&gt;L'ancien procureur militaire confie que «sur le moment», il s'est senti «soulagé». Mais aujourd'hui il est «mécontent» parce que la mort expiatoire des Ceausescu, des tyrans qu'il haïssait, «n'a servi à rien». La nomenklatura «a confisqué la révolution». Sous des habits neufs, les anciens communistes détiennent toujours le pouvoir, politique ou économique. D'ailleurs, ironise Voinea, «s'il n'avait pas été fusillé en 1989, Ceausescu serait sans doute devenu sénateur».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;En décembre&amp;nbsp;1989, Ladislau-Antoniu Csendes avait 25 ans. Ce musicologue préside aujourd'hui le Conseil national pour les études des archives de la Securitate (CNSAS). Il estime que cet organisme détient actuellement 90&amp;nbsp;% des dossiers compilés par l'ancienne police politique communiste, soit une vingtaine de kilomètres linéaires. Il concède que cette estimation est «un peu optimiste».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;La culture de l'impunité&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le CNSAS a été créé en 1999, mais, faute de volonté politique, il n'a pu véritablement fonctionner qu'à partir de 2005, après l'arrivée au pouvoir du président Traian Basescu. «Jusqu'en 2004, confirme Csendes, le CNSAS ne possédait que un kilomètre d'archives.»&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La Securitate était un État dans l'État. Elle employait des centaines de milliers d'informateurs et avait instauré des règles absurdes destinées à convaincre la société roumaine qu'elle vivait sous son contrôle total et permanent. Par exemple, se rappelle Csendes, «dans le bloc où j'habitais, il était interdit de chanter entre 14 et 17&amp;nbsp;heures sous peine de sanctions».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La Securitate inspirait une peur telle que l'autocensure suffisait à briser toute velléité de contestation. Il n'y a pas eu d'opposition organisée en Roumanie. Seulement des dissidents, peu nombreux et très isolés. Ils étaient généralement condamnés à l'exil ou à la résidence surveillée. Ces opposants-là - car beaucoup d'autres ont surgi alors que le régime communiste agonisait - ne font plus parler d'eux.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Au début des années 1990, les archives de la Securitate ont été réparties entre sa métastase rebaptisée SRI, le Service d'information extérieur (SIE), et le ministère de la Justice. Il a fallu beaucoup de temps pour que ces trois institutions lâchent une partie, une toute petite partie sans doute, de leurs diaboliques secrets.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Marius Oprea, un ancien archéologue qui fouille maintenant les poubelles du communisme, se dit convaincu que beaucoup de dossiers ont disparu. Il se refuse à croire que la Securitate, cette tentaculaire machine bureaucratique encore plus paranoïaque que ne l'était la Stasi, ait fait «moins bien» que son homologue est-allemande. «Les archives de la Stasi représentaient 160&amp;nbsp;km linéaires et nous savons qu'au moment de la chute du mur de Berlin, ses agents ont eu le temps d'en détruire 20&amp;nbsp;km en deux mois. Alors, vous imaginez ce que l'on a pu faire ici en dix ans&amp;nbsp;!»&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Marius Oprea dirige l'Institut pour l'investigation des crimes du communisme. Créée en 2005, cette fondation, explique-t-il, «est une agence publique traitée comme une ONG». C'est-à-dire qu'elle reçoit très peu de subventions et qu'il est parfois difficile d'assurer les salaires de ses trente employés. Preuves à l'appui, la fondation a intenté des procès contre 400&amp;nbsp;anciens officiers de la police politique communiste. «Mais ils n'ont même pas été auditionnés par la justice, raconte Oprea. On nous a fait savoir qu'il y avait prescription.» La Roumanie n'a jamais eu de traditions démocratiques, la culture de l'impunité peine donc à y être bousculée, reconnaît Laura Stefan. Laura est juriste. Elle est membre d'une ONG spécialisée dans la lutte anticorruption. En Roumanie, la corruption est un fléau que même les pressions de l'Union européenne ont du mal à endiguer. Parce que, explique la jeune femme, «les élites politiques ont toujours tendance à penser qu'elles peuvent faire n'importe quoi et notamment confondre les deniers publics avec leur argent personnel».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le sociologue Silviu Matei appartient à la même génération que Laura. Il est âgé de 33&amp;nbsp;ans et constate que le vingtième anniversaire de la chute du communisme suscite assez peu d'intérêt en Roumanie. «Il nous reste encore à faire un énorme travail de mémoire et je ne crois pas que nous y soyons prêts. Au début du XXe&amp;nbsp;siècle, un Français a déclaré que la Roumanie se situait aux portes de l'Orient où tout est pris à la légère. La remarque me semble toujours d'actualité.»&lt;/p&gt; &lt;p&gt;C'est aussi l'avis de Cristian Mungiu, Palme d'or à Cannes l'an dernier pour son film Quatre mois, trois semaines et deux jours, première partie d'une trilogie intitulée Souvenirs de l'âge d'or. Une chronique de la vie quotidienne sous le communisme dans les années&amp;nbsp;1980. Les deux autres épisodes de cette saga sortiront dans quelques jours à Paris après avoir connu un relatif succès à Bucarest.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;Révolution en trompe-l'œil&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;En 1989, Cristian Mungiu était journaliste dans une revue universitaire, à Iasi. «La liberté, se souvient-il en riant, consistait à s'abstenir de publier en une la photo de Ceausescu.» Mungiu a écrit et réalisé ces trois films parce qu'il a constaté que vingt ans après, «le communisme en Roumanie est devenu une abstraction. Personne ne se sent responsable de ce qui s'est passé. Chacun préfère croire que le seul coupable, c'est Ceausescu. Et il est mort».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La révolution de 1989, ajoute le cinéaste, «est un secret de famille». Tout le monde au fond sait ce qui s'est vraiment passé, mais personne n'en parle. Comme si les Roumains avaient honte de leurs médiocres compromissions sous le communisme et de leur «révolution» en trompe-l'œil, la seule en Europe de l'Est entachée de sang (700 morts), de manipulations sordides (le charnier de Timisoara ou les pseudo-terroristes tirant sur des manifestants à Bucarest) et d'une parodie de procès qui restera le péché originel de la Roumanie postcommuniste. À l'hôtel Crown Plaza, devant les dinosaures et quelques jeunes loups du Parti social-démocrate, l'une des formations politiques nées sur les décombres du Parti communiste, l'ancien président Ion Iliescu semble désormais le seul à entretenir sans com­plexe le mythe d'un mouvement populaire spontané. En 1989, cet ancien ministre communiste accusé de «déviance intellectualiste» par Ceausescu succéda au Génie des Carpates. Il dirigea la Roumanie jusqu'en 1996 puis de 2000 à 2004. Non, répète-t-il inlassablement aux journalistes, il n'y a eu ni complot ni coup d'État. Et s'il a donné l'ordre de «liquider Ceausescu», c'est pour «mettre fin aux manœuvres de diversion d'un groupe de professionnels déterminés à mettre en difficulté le nouveau pouvoir».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;Sous les huées et les quolibets&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Iliescu, qui est âgé de 79 ans, parle toujours comme un idéologue marxiste impénitent. En juin&amp;nbsp;1990, il fit appel aux mineurs de la vallée du Jiu pour mater les étudiants qui manifestaient sur la place de l'Université. Ces «minériades» firent une soixantaine de morts. Un procès a tenté de déterminer le rôle exact joué par Iliescu dans ces événements. L'ancien président a été blanchi.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Comme le général Nicolae Plesita, mort il y a quelques semaines dans un hôpital bucarestois à l'âge de 80&amp;nbsp;ans des suites d'une série d'affections chroniques et inhumé avec tous les honneurs. Entre 1980 et 1984, Plesita dirigeait le département des renseignements extérieurs de la Securitate. Il avait fait l'objet de plusieurs enquêtes judiciaires pour l'attentat à la bombe commis par Ilitch Ramirez Sanchez, alias Carlos, à Munich en 1981. L'attentat, qui visait le siège de Radio Free Europe, avait été commandité par la Securitate. En mars dernier, le général Plesita avait été innocenté. Comme tous les anciens «sécuristes», il percevait une pension dix fois plus élevée que celles de ses victimes.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Une commission d'historiens dirigée par Vladimir Tismaneanu a demandé au président Basescu de revoir à la baisse les retraites des anciens officiers de la police politique communiste. Le président roumain est un ancien capitaine de la marine marchande. Au début des années&amp;nbsp;1980, il dirigeait l'Agence de la navigation roumaine à Anvers, le genre de poste que, à l'époque, seuls des gens considérés comme «sûrs» pouvaient occuper. En 2006, devenu président, Basescu avait condamné publiquement les crimes du communisme. Une première en Roumanie. La cérémonie s'était déroulée au Parlement sous les huées de l'extrême droite et les quolibets de députés de l'opposition.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Traian Basescu n'a pas donné suite à la requête de l'historien Vladimir Tismaneanu. Comme si, pour lui aussi, il était préférable que le communisme reste «une abstraction». Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Les Roumains aux urnes pour sortir de la crise</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/les-roumains-aux-urnes-pour-sortir-de-la-crise.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Presse</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:02:13 +0100</pubDate>
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&lt;h2&gt;Le vainqueur de la présidentielle devra en finir avec les querelles qui empêchent toute réforme.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Quel que soit le vainqueur, il héritera d'un cadeau empoisonné&amp;nbsp;: une instabilité politique qui menace de devenir chronique, doublée d'une récession qui a contraint Bucarest à appeler au secours le FMI. Les Roumains votent dimanche pour désigner leur nouveau président. Douze candidats sont en lice, mais tout devrait se jouer entre le président sortant, &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/international/2007/05/21/01003-20070521ARTFIG90371-basescule_pays_doit_reussir_son_integration_a_l_ue.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;Traian Basescu&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, un ancien capitaine de la marine marchande âgé de 58 ans, et le chef de file du Parti social-démocrate (PSD) Mircea Geoana, 51 ans, qui fut ambassadeur à Washington avant de diriger la diplomatie roumaine de 2000 à 2004.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Outre la présidentielle, les Roumains sont invités à se prononcer par référendum sur un Parlement unicaméral et une réduction du nombre d'élus, qui passerait de&amp;nbsp;471 à&amp;nbsp;300 au maximum. L'initiative de cette consultation revient à Traian Basescu. Elle est très contestée par l'opposition, majoritaire au Parlement. Elle nécessite aussi un taux de participation de plus de 50&amp;nbsp;%, ce qui est loin d'être gagné au vu des sondages. La campagne s'est caractérisée par une rafale de coups bas, une surenchère populiste et une absence totale de projet politique.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le futur président devra nommer un premier ministre en mesure de rassembler une majorité. Début octobre, la coalition entre le PSD et le Parti libéral-démocrate (PLD) de Basescu a éclaté. La crise n'a surpris personne, tant cette alliance bricolée il y a un an s'apparentait au mariage de la carpe et du lapin. Basescu a désigné deux premiers ministres. À l'approche du scrutin, aucun n'a évidemment réussi à obtenir l'aval du Parlement.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il faut dire que, &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/international/2007/05/21/01003-20070521ARTFIG90372-la_crise_roumaine_traine_en_longeur.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;depuis trois ans&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, le président sortant est en guerre ouverte avec le parlement, qui a même tenté, au printemps 2007, &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/international/2007/05/19/01003-20070519ARTWWW90223-les_roumains_refusent_la_destitution_du_president.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;de le destituer&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. Impulsif, grande gueule et provocateur, Traian Basescu est un homme qui dérange. Il s'est posé en champion de la lutte anticorruption et, s'il n'a pas réussi à démanteler les puissants réseaux d'influence qui continuent de tirer les ficelles de la vie politique roumaine, il a du moins ébranlé un sentiment d'impunité chevillé au corps de la classe politique.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;Climat de tension&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Mais cet ancien marin qui se complaît dans les rapports de force en fait trop. La conjoncture économique ne s'y prête pas. Le climat de tension qu'il contribue à entretenir irrite les bailleurs internationaux, qui ont suspendu le versement de leur aide (20&amp;nbsp;milliards d'euros) à une stabilisation politique et un budget d'austérité. Après plusieurs années de surchauffe, la Roumanie est entrée en récession. Avec une chute du PIB d'environ 8&amp;nbsp;%, elle est l'un des pays d'Europe de l'Est les plus affectés par la crise. En moins d'un an, le taux de chômage a doublé et, depuis trois mois, grèves et manifestations se multiplient pour dénoncer les restrictions et l'impéritie des élites dirigeantes. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Recessione finita oppure no?</title>
<link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2009/11/22/recessione-finita-oppure-no.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Stampa</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 10:59:28 +0100</pubDate>
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&lt;p&gt;Il presidente degli Usa Barack Obama, alla fine, ha ammesso quello che diversi economisti, spesso fuori dall'ufficialità, dicono da tempo: &lt;a href=&quot;http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/11/fannire-freddie-crisi-mercati-casa.shtml?uuid=9c3282cc-d414-11de-8622-294ebcd1e7d1&amp;amp;DocRulesView=Libero&quot; class=&quot;tab_art&quot;&gt;esiste il rischio di una ricaduta in recessione.&lt;/a&gt; O se si vuole, in maniera più &lt;span id=&quot;U2401126226381A4C&quot; style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;politically corret&lt;/span&gt;: la ripresa potrebbe assumere le sembianze di una«W».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; A ben vedere nessuno ha la sfera di cristallo e nessuno, nel territorio inesplorato dell'attuale congiuntura, può dire cosa accadrà da qui a pochi mesi. Certo, probabilmente non vedremo la Borsa tornare nella &quot;Fossa delle Marianne&quot; del 9 marzo scorso (almeno si spera). Ma se la rimonta indosserà un abito a forma di «L», «W» oppure di saxofono (sì, gira anche questa nuova figura per delineare il possibile andamento del Pil) sarà sempre questione di maggiore o minore probabilità di uno scenario rispetto all'altro.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Diamo i numeri...&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; Nel terzo trimestre 2009, la prima lettura del Pil Usa ha indicato una crescita annualizzata del 3,5 per cento. Un bel balzo rispetto al calo del 6,4% tra gennaio e marzo. Non pochi hanno sentenziato: «Basta con i catastrofismi! Il peggio è alle spalle, siamo fuori dalla crisi». Ok, certo. Ma come dimenticare che il governo di Washington ha profuso a piene mani incentivi e sostegno all'economia? «La ripresa - ribattono molti esperti -è dopata. Bisogna attendere quando il sostegno &quot;pubblico&quot; verrà meno». Il passaggio di testimone tra la politica espansiva dell'amministrazione di Obama e la spesa di Mr e Mrs Smith è fondamentale: dovesse fallire sarebbero guai. Allora &lt;b&gt;senza alcuna pretesa di esaustività,&lt;/b&gt; per cercare di capire ciò che può essere, alcune variabili, come riporta la stessa CnnMoney, offrono spunti interessanti. Indicatori legati all'economia Usa, ma che valgono anche per altri mercati.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;La disoccupazione&lt;/b&gt; preoccupa&lt;br /&gt; Il tasso di disoccupazione, in ottobre, è salito al 10,2%, il massimo negli ultimi 26 anni. Un dato che preoccupa la Casa Bianca. È banale ricordare che più le persone perdono impiego e busta paga, più la propensione al consumo diminuisce. Cioè, la domanda aggregata si sgonfia. Non solo: la mancanza di uno stipendio (che è anche una &quot;tragedia&quot; dell'esistenza, non solo economica) impedisce di pagare le rate dei muti, facendo lievitare le insolvenze. Come dimostrano i numeri: il tasso di morosità dei prestititi sulle multiproprietà di Fannie Mae alla fine di settembre è salito allo 0,62%, contro lo 0,16% del 2008; mentre oltre il 14% dei titolari di mutui per l'acquisto di una casa risulta o insolvente o in ritardo di più di tre mesi sui pagamenti. Insomma, la situazione non è rosea. Bisogna ricordare, peraltro, che gli economisti guardano anche ai &quot;payroll&quot;, cioè all'andamento delle buste paga. In ottobre ne sono andate perse più di 190mila, un valore maggiore della media di mensile negativa che ha caratterizzato la recessione del 2001. Se il trend continua... sono dolori.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Le vendite al dettaglio: si spera nel Natale&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; Negli Stati Uniti le vendite al dettaglio hanno mostrato, negli ultimi mesi, alcuni segnali di ripresa: escludendo le auto (che hanno beneficiato di forti incentivi per le vendite), sono salite in cinque sugli ultimi sei mesi. La &lt;span id=&quot;U240112622638147&quot; style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;National retail foundation&lt;/span&gt;, peraltro, stima che lo shopping nell'importantissimo periodo natalizio sarà in flessione dell'1% rispetto allo stesso periodo del 2008. Un andamento migliore delle aspettative allontanerebbe, di molto, i timori di stallo dell'economia. Sarà così? Difficile rispondere: la disoccupazione, cui si aggiunge la stretta sul credito, gioca un ruolo fondamentale. Alcuni economisti, anche in Italia, sottolineano che il problema negli Usa è stato proprio quello di un boom della domanda dopata dal debito. «È ora - sostengono - che gli americani siano meno cicale e diventino più formiche». Si tratta di una bella tentazione teorica. Tuttavia, il consumer spending vale circa il 70% dell'attività economica nazionale. &lt;b&gt;David Wyss&lt;/b&gt;, capo economista di S&amp;amp;P's ricorda alla CnnMoney : «Se i consumatori, a Natale, (e già durante il &lt;span id=&quot;U2401126226381JjB&quot; style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Thanksginving, &lt;span id=&quot;U2401126226381JtE&quot; style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;ndr&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;) avranno paura di fronte alle vetrine, potremmo ricadere in recessione». Si potrà obiettare: ma la spinta deve arrivare dall'Europa e dai paesi (ex) emergenti, Cina in testa. Considerazione plausibile ma, è il commento di molti, ipotizzare una ripartenza senza Stati Uniti è utopia.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Il mondo dell'auto: quale futuro dopo gli incentivi?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; Poche industrie sono state colpite dalla crisi più di quella dell'auto. Negli Stati Uniti due delle sorelle di Detroit, General Motors e Chrysler, sono state accompagnate sotto la &quot;tutela&quot; del concordato (Chapter 11) per evitarne il fallimento. Negli ultimi mesi le vendite si sono riprese. &lt;a href=&quot;http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/11/general_motor-conti-trimestrali.shtml?uuid=5da93c68-d2bf-11de-8f9f-35464fef2c65&amp;amp;DocRulesView=Libero&quot; class=&quot;tab_art&quot;&gt;General Motors è riuscita a raggiungere 28 miliardi di dollari di ricavi&lt;/a&gt;, all'incirca 4,9 miliardi in più rispetto a quanto realizzato dalla &quot;Old GM&quot; tra aprile e giugno. E, nonostante abbia iscritto a bilancio una perdita di 1,15 miliardi, la società automobilistica si è detta pronta ad accelerare i rimborsi dei prestiti ricevuti da Washington, dal sindacato dei lavoratori e dal governo canadese. Tuttavia la stessa GM, nelle sue previsioni, non fa voli pindarici: nel quarto trimestre prevede una &quot;moderazione&quot; dell'industria dell'auto, con un tasso stagionale annualizzato di vendite di auto «che dovrebbe scendere a 56,4 milioni di veicoli». Anche negli Stati Uniti si avrà una discesa dei volumi: stimate circa 10,7 milioni di unità. Insomma, la debolezza della domanda nel settore è prevista: fondamentale è monitorare il suo andamento senza il paracadute delle sovvenzioni statali (negli Usa come in Europa). Vittorio Carlini. Il Sole 24 Ore&lt;/p&gt;
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<title>Da Di Pietro a D'Avanzo: gli anti investigatori</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
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<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 10:54:41 +0100</pubDate>
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&lt;div class=&quot;testo_articolo_dimensione&quot;&gt;Roma«Superficiale parlare di omicidio» per la morte del transessuale Brenda. Così parlò Antonio Di Pietro, lo Sherlock Holmes che guida il trattore. Avete presente quella vignetta dove un uomo giace con un pugnale nella schiena e il poliziotto dall’aria fessa dice: «È stato sicuramente un suicidio»? Nel caso della morte di Brenda non c’è proprio niente da ridere, ma a leggere alcune dichiarazioni di certi protagonisti dello scenario della politica e dell’informazione pare proprio di ritrovarsi in quella vignetta.&lt;br /&gt; L’altra notte Wendell Mendes Paes, trans brasiliano che si prostituisce con il nome di Brenda ed è uno dei protagonisti del torbido scandalo Marrazzo, viene trovato morto. Una storiaccia di sesso, potere e ricatti che lambisce il mondo politico della Capitale come una lingua infuocata che rischia di mandare parecchia gente «che conta» a gambe all’aria. Da quando il caso è esploso Brenda non vive più tranquillo. La sua immagine è su tutti i giornali e appare continuamente in tv. È stato proprio Piero Marrazzo a fare il suo nome. Una decina di giorni fa viene aggredito e gli portano via il cellulare. L’altra notte viene ritrovato nel suo appartamento privo di vita dai vigili del fuoco chiamati dai vicini per un incendio: niente segni di violenza sul corpo. Intorno la classica scena della vittima braccata e in cerca di una impossibile via d’uscita: pillole, whisky e valigie pronte per la fuga.&lt;br /&gt; La Procura di Roma che segue l’inchiesta apre un fascicolo con l’ipotesi di «omicidio volontario». Ma ecco che spuntano i controinvestigatori, in testa il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. Il Poirot di Montenero di Bisaccia che di solito è pronto a vedere il peggio, questa volta appare insolitamente prudente.&lt;br /&gt; «Da ex pm e investigatore mi permetto di dissentire da chi, in queste ore, con molta superficialità e tempestività, ha già dato per certo che il transessuale Brenda sia stata uccisa», attacca Di Pietro, che come prima cosa stronca i suoi ex colleghi che stanno lavorando ad un caso delicatissimo. «Già si sta scatenando la rincorsa per individuare il presunto omicida ed il movente», aggiunge Di Pietro. Rincorsa? Non si chiamavano indagini? O gli investigatori dovrebbero fare finta di niente?&lt;br /&gt; «Ma siamo certi che si tratti di omicidio e non di una tragicissima e personalissima storia di alcol, farmaci e droga che aveva inzuppato il transessuale Brenda, fino a portarla ad una morte provocata da essa stessa? - si chiede Di Pietro, avvalorando la tesi dell’incidente - Faccio questo appello alla cautela perché non vorrei che, ancora una volta, ricerchiamo colpevoli anche quando questi non ci sono. In questo senso anche l’affermazione di quel pm che si sarebbe lasciato sfuggire che si tratterebbe di un omicidio, o non è mai stata resa effettivamente, o è stata anch’essa intempestiva».&lt;br /&gt; Sarà soltanto una coincidenza ma ieri anche un segugio sempre a caccia di colpevoli come il giornalista Giuseppe D’Avanzo su Repubblica sembrava voler avvalorare la tesi del tragico incidente, svilendo la figura dei magistrati che si occupano dell’inchiesta, definendo la Procura di Roma «pasticciona» e criticando la scelta di aprire un’inchiesta «per omicidio volontario». Una scelta, insinua il giornalista, fatta perché con quella imputazione sarà consentita una «invasività investigativa» altrimenti non permessa. Magistrati pasticcioni per Repubblica e superficiali e intempestivi per Di Pietro. Ma non erano anche loro i paladini dell’indipendenza della magistratura che deve fare il suo lavoro senza essere sottoposta a pressioni indebite?&lt;br /&gt; Aspirante controinvestigatore, infine, pure l’ex pm Luigi De Magistris, oggi nell’Idv con Di Pietro, che confessa: «Se fossi stato ancora magistrato mi avrebbe fatto piacere indagare». Il Giornale&lt;/div&gt;
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<title>Ecco il prossimo scoop: il premier mafioso</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Stampa</category>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 10:52:36 +0100</pubDate>
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&lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Il tam tam cresce ora dopo ora e preannuncia una nuova offensiva contro Silvio Berlusconi. Un copione già visto in altre occasioni. Partono i giornali amici delle procure politicamente schierate con articoli che introducono scenari loschi e sospetti. Ogni giorno spunta un nuovo tassello che infrange, senza l’indignata protesta dell’associazione nazionale magistrati o del Capo dello Stato, il segreto istruttorio. In un crescendo di veleni, allusioni e ipotesi suggestive, la morsa si stringe secondo copione. Ci siamo. A giorni scoppierà un nuovo presunto scandalo. Ve lo anticipiamo. Silvio Berlusconi è mafioso e responsabile delle stragi avvenute agli inizi degli anni Novanta. Non è uno scherzo. O meglio, è uno scherzo che i soliti noti stanno cercando di trasformare in una accusa giudiziar-politica.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Basta leggere in questigiorni la Repubblica di Giuseppe D’Avanzo e il Fatto di Marco Travaglio, i due portavoce ufficiali dei pm ammazza Silvio, spacciatori di fango, quelli che scambiano verbali per sentenze, assoluzioni per condanne, banditi e assassini per fonti attendibili e certe. Ieri è stato un fuoco di fila. Travaglio e soci stanno sparando ad alzo zero contro Renato Schifani guarda caso dopo che il presidente del Senato ha posto il famoso ultimatum alla maggioranza, «o si sta insieme a difendere il premier o si va a votare». Una colpa gravissima, un intralcio al progetto di isolare il Cavaliere dai suoi e di consegnarlo quindi alle patrie galere. Ed ecco allora una serie di articoli su una storia di quindici anni fa, quando Schifani, che di professione fa l’avvocato, difese dei signori siciliani per una causa su un palazzo. In seguito l’avvocato divenne presidente del Senato, i proprietari del palazzo mafiosi. Da quell’epoca non si sono più visti né sentiti, ma tanto basta per far dire ai Travagli che Schifani è certamente mafioso.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Lo sostengono loro e fanno sottoscrivere la condanna a illustri giuristi super partes: il regista Francis Ford Coppola, l’attrice Franca Rame, il comico Daniele Luttazzi, il regista Mario Monicelli, il filosofo Gianni Vattimo. Il tribunale del popolo fatto di nani e ballerine ha deciso che Schifani è mafioso. Non c’è una accusa, non una carta o una inchiesta. Ma uomini di spettacolo e comici sono certi. È così e basta. Questo però è soltanto l’antipasto.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Il piatto forte, che anticipa e introduce il nuovo attacco a Berlusconi è affidato, sempre sulla gazzetta di Travaglio, a Luigi De Magistris. Lui magistrato lo è stato fino a pochi giorni fa, sia pure occupasse da mesi una poltrona politica, quella di parlamentare europeo, guarda la coincidenza, per l’Italia dei Valori di Di Pietro. Si è dimesso dalla toga non per coerenza e rispetto della giustizia (altrimenti lo avrebbe fatto il giorno della candidatura) ma per evitare un procedimento disciplinare con accuse molto gravi e imbarazzanti rispetto alla sua condotta di pm (ovviamente di questo non c’è stata traccia significativa sulla stampa). In un lunghissimo articolo De Magistris racconta ieri come in base a segnali che arrivano da alcuni pentiti che ora dicono che forse potrebbero ricordare confidenze sentite quindici anni fa da non si sa bene chi, è certo che Berlusconi e soci sono dietro le stragi di mafia degli anni Novanta. Caspita, questo non è un comico o un regista, è un fresco ex magistrato che le cose le capisce, che distingue i teoremi dai fatti, la politica dalla giustizia. O no? No.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Ieri il Gip di Catanzaro ha depositato le motivazioni per cui ha deciso di buttare nel cesso la mega inchiesta che De Magistris fece contro mezza classe politica italiana, quella denominata Why Not che ipotizzava una cupola catto-pluto-massonica-giudaica che aveva preso il posto dello Stato. Il nostro magistrato eroe mandò avvisi di garanzia anche all’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, all’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, al capo di Cl Antonio Saladino. Milioni di euro spesi in indagini e intercettazioni, ore e ore di lavoro sottratte alla giustizia ordinaria, quella che si dovrebbe occupare dei reati veri a danno di cittadini in carne e ossa. Bene, il Gup ha archiviato tutto sostenendo che quello di De Magistris era solo «un teorema fondato su accuse generiche». Non è la prima volta che le indagini di De Magistris finiscono in niente. Ma lui, tenace, insiste a prospettare scenari accusatori assurdi, non più da un Palazzo di Giustizia ma dalle colonne dei giornali. Non si arrende neppure di fronte all’evidenza e al buon senso. Ma evidentemente ha informazioni di prima mano da ex colleghi che la pensano come lui.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Ad abbattere Berlusconi ci hanno provato con le escort e hanno fatto un buco nell’acqua sia giudiziario che politico. Poi hanno brigato per impedire l’approvazione del Lodo Alfano e lasciare il premier in balia dei pm alla De Magistris. Ora, alla vigilia dell’approvazione della legge sui processi brevi, ci riprovano con la mafia. Per l’accusa di rapina a mano armata e sequestro di persona stanno studiando ma non sono ancora pronti. Alessandro Sallusti. Il Giornale&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<title>Intervista a Fabrizio Cicchitto</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Xavier)</author>
<category>Stampa</category>
<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 20:51:49 +0100</pubDate>
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&lt;p&gt;Stop. L’autunno a casa Pdl è stato sfibrante. Tante, chiacchiere, molte parole, qualcuna a muso duro, e poi telefonate, strette di mano, un paio di riunioni clandestine. Che fa Fini? Cosa risponde Berlusconi? Turbolenze. Questo venerdì di novembre, invece, è andato quasi piatto. Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, è contento che questa settimana di lavoro sia finita. È sera ed è un buon momento per ragionare su questo mal di pancia di cui soffre il partito. Roba di stagione. Forse.&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Il Pdl ha scoperto le correnti?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Come in tutti i partiti ci sono persone con idee diverse. La democrazia funziona così. Il dibattito è utile e fa bene al governo. Il problema è il metodo. Non puoi fare azioni politiche che non rispettano il pensiero della maggioranza. Senza avvertire nessuno. Altrimenti... ».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Altrimenti?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Il partito diventa un albergo spagnolo».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; E cos’è un albergo spagnolo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Un albergo dove la gente entra e esce. Passa, ci sta poche ore e poi se ne va».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Qualcuno dice invece che siete una caserma.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «E sbaglia. Tra l’albergo a ore e la caserma c’è la sana dialettica di partito, dove c’è un confronto. Si può avere unanimità o si può determinare una maggioranza e una minoranza, ma la minoranza non fa azioni politiche ignorando quello che pensano tutti gli altri».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Mi scusi, ma se uno pensa che la legge sul testamento biologico va migliorata deve stare zitto?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Non ci siamo capiti. In primo luogo il biotestamento è un caso etico e c’è libertà di coscienza. Secondo: nessuno deve stare zitto, ma su certe questioni non è corretto presentare leggi che il partito non condivide. Se poi lo fa con parlamentari dell’opposizione... ».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Fa più o meno quello che ha fatto Flavia Perina, direttore del «Secolo»?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Esatto. Il voto amministrativo agli immigrati è una fuga in avanti. Il minimo è avvertire il partito».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; La Perina lo ha fatto?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «No».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Non le piace questa legge firmata con Veltroni?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Non piace a me. Non piace a gran parte della maggioranza. Non piace ai nostri elettori. È un problema serio. Andrebbe discusso con calma e pone vari problemi».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Tipo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Mette in moto meccanismi difficili poi da controllare. Finirà che avremo in giro liste islamiche, magari fondamentaliste. È qualcosa su cui riflettere con calma. E invece per qualcuno è tutto semplice».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Dubbi anche sulla cittadinanza dopo cinque anni?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Stesso discorso. Ci vuole cautela. Sono favorevole alla cittadinanza di qualità. Mi piace l’idea che chi diventa italiano deve condividere lingua, valori, sentimenti della nostra terra. Ma poi chi lo fa l’esame? Chi sceglie le commissioni? In che modo? Parliamone. E poi c’è il problema dei tempi: non è che in cinque anni può avvenire un’assimilazione culturale, tranne che per qualche genio».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Fini magari sta solo cercando di costruire un’identità finiana all’interno del Pdl. Guarda al futuro.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Non lo so. Non faccio il processo alle intenzioni di Fini».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Esiste una corrente finiana?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Fini ha come retroterra la storia politica di An. Berlusconi è il leader carismatico del centrodestra. Ciò che non mi convince sono le posizioni politico-culturali di questo gruppo ideologico, di intellettuali innamorati della parola bipartisan, che si sta raccogliendo intorno al Secolo d’Italia. Sono convinti che dopo la caduta del muro tutti i gatti sono bigi. Non ci sono più differenze».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Invece?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Ha ragione un uomo intelligente, di sinistra, come Giovanni Pellegrino, che in un suo saggio ha spiegato come la vecchia ideologia comunista sia stata sostituita dal giustizialismo. Quelli del Secolo pensano invece che il passato sia una tabula rasa e quindi stiamo tutti nella stessa frittata, questo vale quello. È la filosofia dell’inciucio. Non si sono resi conto che dall’altra parte c’è un network mediatico, culturale, giudiziario che punta a ribaltare, senza esclusione di colpi, il verdetto elettorale. Non si può dialogare con gli antidemocratici».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Il giudice Antonio Ingroia ha invitato Berlusconi a dimettersi.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «E lo ha fatto in diretta tv. È il tipico esempio di quella cultura di cui parlavo. Un magistrato che fa politica. Ingroia appartiene a quel ristretto numero di magistrati che ritengono che il loro impegno nella giurisdizione e l’azione politica sono le due facce della stessa medaglia. Va da Santoro, partecipa ai convegni dell’Italia dei valori e applaude alle orazioni senza contraddittorio di Travaglio. Non credo ai complotti, ma questo doppio ruolo, del resto svolto alla luce del sole, è molto inquietante. Dove finisce la toga e dove incomincia il militante politico? D’altra parte da Samarcanda a Anno Zero c’è piena continuità». Vittorio Macioce. Il Giornale&lt;/p&gt;
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