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        <title>Xavier</title>
        <description>libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta. (Dante - Purgatorio I,71-72)</description>
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                <title>Nessuna meraviglia</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Wed, 19 Nov 2008 07:51:21 +0100</pubDate>
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                    Sicurezza, Famiglia Cristiana attacca: &quot;Misure indegne per uno stato di diritto&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; ROMA - &quot;Indegno di uno Stato di diritto&quot;. Questo il giudizio sul cosiddetto &quot;pacchetto sicurezza&quot; proposto dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, espresso dall'editoriale politico di Famiglia Cristiana, firmato da Beppe Dal Colle, in edicola questa settimana. Per il settimanale cattolico, le misure previste - ronde, permessi a punti, schedatura dei senza fissa dimora eccetera - hanno due caratteristiche comuni: &quot;L'inutilità ai fini a cui sono rivolte&quot; e &quot;l'estrema difficoltà a metterle in pratica da parte di uno Stato la cui giustizia e la cui burocrazia già faticano a tenere il passo delle normali incombenze&quot;. &lt;br /&gt;Secondo il settimanale, i provvedimenti &quot;scontano le conseguenze di un'esagerata descrizione della realtà, come ha dimostrato il caso suscitato dalla decisione, presa nel giugno scorso da Maroni, sul rilevamento delle impronte digitali ai bambini rom&quot;. Famiglia Cristiana rileva come &quot;i nomadi di origine rom e sinti&quot; fossero &quot;molti meno di quelli denunciati&quot;, e che la loro schedatura - soprattutto dei bambini - &quot;è stata effettuata con metodi diversi e più tradizionali, d'intesa con la Croce Rossa; anche se questa pratica più civile e più umana, decisa d'accordo con il sindaco Alemanno, è costata la destituzione al prefetto di Roma, Carlo Mosca&quot;. &lt;br /&gt;Quanto poi alla schedatura dei senza fissa dimora, Del Colle ricorda che &quot;qualcuno lo ha già fatto, ma con spirito diverso da quello del pacchetto sicurezza&quot;. Il riferimento è a Lia Varesio, che nel 1980 fondò a Torino la Bartolomeo&amp;C, un'associazione di volontari che tutte le notti uscivano nelle strade alla ricerca di clochard che dormivano sulle panchine o sotto i portici delle stazioni. &lt;br /&gt;&quot;Per loro - scrive Del Colle - Lia aveva attuato, in accordo con il Comune, 'la reiscrizione anagrafica' in modo tale che potessero riacquistare un'identità, visto che molti di loro erano stati davvero 'cancellati'&quot;. Quest'opera, aggiunge il settimanale, &quot;continua in una cultura opposta a quella della paura, del rifiuto del 'diverso' e del ricorso all'autodifesa&quot;, in cui &quot;le ronde rischiano di essere il simbolo d'un comportamento che uno Stato di diritto non può e non deve permettersi&quot;. (Repubblica on line del 18.11.08).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa è l'opinione di Famiglia Cristiana che da tempo si è spostata su posizioni di sinistra e di forte critica a quello che fa il governo. Quindi nessuna meraviglia che adesso abbia scritto così. E' la naturale evoluzione delle sue precedenti prese di posizione. Sarebbe stato strano che non lo avesse fatto.&lt;br /&gt;
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                <title>Sergio Zavoli</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Tue, 18 Nov 2008 18:07:59 +0100</pubDate>
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                    Rai, accordo Pd-Pdl: Zavoli candidato per la Vigilanza. (Corriere on line).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si c'est vrai, c'est une bonne nouvelle.
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                <title>Battaglia a Rwindi</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Tue, 18 Nov 2008 17:58:41 +0100</pubDate>
                <description>
                    Battaglia a Rwindi tra le forze governative congolesi e i ribelli guidati da Laurent Nkunda che avanzano su Goma. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nessuno rispetta la tregua nel Nord Kivu. &lt;br /&gt;Nel Nord Kivu i ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) guidati da Laurent Nkunda hanno ripreso la loro avanzata verso il capoluogo Goma, nonostante il cessate il fuoco formalmente accettato due giorni fa dallo stesso Nkunda in un incontro con l'inviato dell'Onu Olusegun Obasanjo, l'ex presidente nigeriano. Lo riferiscono testimonianze concordi citate dalle agenzie di stampa internazionali, precisando che i soldati governativi di Kinshasa hanno abbandonato la loro postazione a Rwindi, 130 chilometri a nord di Goma, dopo scontri con i ribelli del Cndp nei quali è stato fatto uso anche di armi pesanti. &lt;br /&gt;Sempre secondo tali testimonianze, negli scontri non sono intervenuti i caschi blu della Monuc, la missione dell'Onu nella Repubblica Democratica del Congo, che ha una propria base proprio a Rwindi. &lt;br /&gt;La battaglia di ieri ha dunque fatto guadagnare altro territorio ai ribelli nel Nord Kivu, provocando una nuova ondata di profughi in direzione di Goma, dove nelle ultime tre settimane si sono affollate un quarto di milione di persone in condizioni drammatiche. &quot;Tutti hanno sparato per ore. I caschi blu non hanno fatto nulla. Che razza di cessate il fuoco è questo?&quot;, ha detto uno sfollato. &lt;br /&gt;Secondo la Monuc sono stati i ribelli a violare la tregua, ma i miliziani di Nkunda accusano i governativi di quelle che definiscono provocazioni continue. &lt;br /&gt;Da parte sua, Obasanjo prosegue nel suo tentativo di mediazione, ma per il momento la situazione non si sblocca. Nkunda pretende negoziati diretti con il presidente congolese Joseph Kabila, ma il Governo di Kinshasa è disposto solo a una nuova conferenza con tutti i gruppi della regione. &lt;br /&gt;In ogni caso, Kabila sembra intenzionato a rispondere anche sul piano militare. Proprio ieri è stata annunciata la nomina un nuovo capo di stato maggiore interarmi. &quot;Vista la necessità e l'urgenza, è stato nominato capo di stato maggiore il generale Didier Etumba Longomba&quot; è scritto in un'ordinanza presidenziale letta ieri alla televisione di Stato. Didier Etumba Longomba sostituisce il generale Dieudonnè Kayembe. &lt;br /&gt;La vicenda minaccia di superare la già spaventosa dimensione locale e di incendiare nuovamente l'intera regione africana dei Grandi Laghi. La Comunità di sviluppo dell'Africa australe (Sadc) si è detta disposta a inviare proprie truppe d'interposizione, ma sulla neutralità dei Paesi confinanti con la Repubblica Democratica del Congo la gran parte degli osservatori nutre forti dubbi. Tra l'altro, secondo testimonianze concordi, in Nord Kivu sono già presenti sia truppe rwandesi che affiancano i ribelli di Nkunda, sia forze angolane e zimbabwesi alleate del Governo di Kinshasa. &lt;br /&gt;Al tempo stesso, da più parti si sollecita un intervento del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Nei giorni scorsi, anche il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon aveva chiesto al Consiglio di sicurezza di rafforzare con altri tremila caschi blu la Monuc, la quale con i suoi 17.000 effettivi è già la maggiore missione militare mai messa in campo dalle Nazioni unite. &lt;br /&gt;Al Consiglio dell'Onu per i Diritti umani è stato invece rivolto ieri un appello da una quarantina di organizzazioni non governative (Ong) che hanno denunciato il pericolo di una catastrofe umanitaria nell'est della Repubblica Democratica del Congo. &lt;br /&gt;In una lettera inviata al presidente di turno del Consiglio per i Diritti umani, l'ambasciatore nigeriano Martin Ihoeghian Uhomoibi, le ong hanno sollecitato la convocazione immediata di una sessione speciale dell'organismo. In particolare, le ong hanno chiesto al Consiglio di nominare un inviato speciale che riferisca sulla situazione dei diritti umani e raccomandi misure concrete per affrontarla. &quot;Le ostilità nell'est della Repubblica Democratica del Congo hanno già provocato un devastante numero di morti. Dev'essere fatto tutto il possibile per impedire un ulteriore peggioramento di una situazione già drammatica. Il Consiglio dell'Onu per i Diritti umani non deve voltare le spalle alle vittime&quot; si legge nella lettera delle ong. &lt;br /&gt;Il Consiglio si riunisce in sessione speciale se 16 dei suoi membri lo richiedono al presidente e al segretariato. Dopo la formalizzazione della richiesta, la sessione speciale dev'essere convocata al più presto, in linea di principio non prima di due giorni e non dopo cinque giorni lavorativi. (L'Osservatore Romano del 19.11.08). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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                <guid isPermaLink="true">http://xavier.blogspirit.com/archive/2008/11/18/la-cgil-di-treviso-e-gli-immigrati.html</guid>
                <title>La Cgil di Treviso e gli immigrati</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Tue, 18 Nov 2008 11:16:51 +0100</pubDate>
                <description>
                    La Cgil della Marca chiede di sospendere i flussi d'immigrati. &quot;Basta nuovi ingressi di stranieri, finché non saranno ricollocati quelli lasciati a casa in questi mesi dalle aziende&quot;. Esattamente quello che dice il ministro dell'Interno Roberto Maroni. La richiesta di Paolino Barbiero, segretario della Cgil di Treviso, accende un caso. Spiazza i sindacati e i partiti, prende in contropiede gli industriali e guadagna ovviamente gli applausi della Lega, che nella Marca governa quasi ovunque. &lt;br /&gt;L'idea della Cgil di Treviso sarà formalizzata giovedì al &quot;tavolo&quot; sui problemi del lavoro convocato dalla Provincia. &quot;Noi non chiederemo - precisa Barbiero - di bloccare totalmente i flussi d'ingresso. Partendo però dalla considerazione che nella nostra provincia sono ormai migliaia gli immigrati rimasti senza lavoro e molti di loro ora rischiano di venire espulsi o di rimanere sul territorio in condizione di clandestini, abbiamo chiesto alle autorità d'intervenire sul governo per sospendere i nuovi arrivi, finché non saranno riassorbiti i disoccupati stranieri. Oltre, ovviamente a quelli italiani&quot;. &lt;br /&gt;La &quot;molla&quot; dell'iniziativa di Barbiero, insomma, è la paura delle ricadute sociali della recessione alle porte. Ma c'è anche, nella stessa Cgil veneta, un altro modo di guardare alla questione-immigrati. Il segretario regionale Emilio Viafora ha inviato al Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, una lettera ispirata dalla preoccupazione che le spinte xenofobe limitino i diritti degli stranieri. Viafora chiede al presule di &quot;farsi promotore di una carta di principi, per sconfiggere fondamentalismi di ogni genere ed affermare la cultura della tolleranza&quot;. È la proposta di un'alleanza sindacato-Chiesa con l'obiettivo di &quot;sconfiggere quell'immagine intollerante che il Veneto proietta di sé&quot;. Viafora non ritiene tuttavia in contraddizione la sua lettera con la richiesta di Barbiero. Anzi, la appoggia. &lt;br /&gt;In provincia di Treviso vive una percentuale di stranieri doppia rispetto alla media nazionale. Nella Marca abitano oltre centomila immigrati, di cui 85 mila regolari. In occasione del &quot;clic day&quot; del dicembre 2007 furono presentate 13mila domande d'ingresso, rispetto ad una quota fissata di appena 3mila: di questi via libera teorici, finora a causa della lentezza delle procedure amministrative ne sono stati concessi solo mille. È questo il quadro che ha convinto la Cgil trevigiana a lanciare la sua idea: &quot;Stop a nuovi ingressi. Prima regolarizziamo quei 13mila che vivono da clandestini nella nostra provincia. Poi fermiamoci. Se la Lega è d'accordo con me - dice Barbiero - ben venga, significa che si sono convertiti alla linea della Cgil&quot;. &lt;br /&gt;Il segretario della Cgil di Treviso si riferisce alla richiesta di maxi sanatoria, ma la proposta di chiudere le frontiere di qui in avanti trova appoggi imbarazzanti. Il primo a dare ragione al segretario Cgil è il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, anch'egli trevigiano: &quot;Ha ragione Barbiero. Finché non riusciremo a trovare un'alternativa di lavoro ai disoccupati italiani e stranieri, blocchiamo i nuovi ingressi&quot;. Applausi anche dal sindaco leghista di Treviso Gian Paolo Gobbo: &quot;La posizione di Barbiero è giusta. Non possiamo essere noi a farci carico di un problema internazionale&quot;. Sia Gobbo sia il vice e &quot;maestro&quot; Giancarlo Gentilini sono comunque d'accordo con il blocco di due anni degli ingressi proposto dal ministro Maroni. &lt;br /&gt;La mossa di Barbiero non è però piaciuta a Cisl e Uil. Che non ne contestano la sostanza, ma che non sia stata concordata. Infine, Unindustria: &quot;Sì, la domanda di manodopera straniera è calata, ma il problema non è il blocco dei flussi, bensì la riforma del meccanismo degli ingressi, troppo macchinoso&quot;. (Repubblica on line del 18.11.08).&lt;br /&gt;
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                <title>Pannella</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Tue, 18 Nov 2008 08:23:41 +0100</pubDate>
                <description>
                    Brano di un'intervista di Marco Pannella al Giornale e pubblicata oggi.&lt;br /&gt; «Non sto insultando gratuitamente il Partito democratico: quando dico che sta mettendo in atto un comportamento tecnicamente eversivo, per sovvertire il risultato di un’elezione regolare, sono pronto a dimostrarlo anche in giudizio». Marco Pannella spiega di aver consultato anche i suoi avvocati, e che le pressioni del Pd (con il quale i radicali sono alleati, e del cui gruppo fanno parte i parlamentari pannelliani) per far dimettere il neo-eletto presidente della Vigilanza, Riccardo Villari, «configurano un reato punibile fino ai cinque anni», quello di attentato al funzionamento di organi costituzionali. E per impedire questo «comportamento delittuoso contro la virtù repubblicana» Pannella è pronto ad usare anche «le armi della non violenza» e ad attuare da oggi (previo parere dei suoi medici) «uno sciopero totale della fame e della sete» per «aiutare i garanti della legalità», a cominciare dal presidente della Repubblica. &lt;br /&gt;Che c’entra Giorgio Napolitano, onorevole Pannella?&lt;br /&gt;«Se per caso Villari si dovesse dimettere, come il suo partito lo invita a fare, si ritornerebbe alla situazione di caos precedente, e verrebbe lesa anche l’immagine del capo dello Stato, che un mese fa aveva parlato di “inderogabile obbligo costituzionale” cui il Parlamento doveva adempiere, sia sull’elezione del membro mancante della Consulta e sia sulla costituzione della commissione di Vigilanza». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non mi capita spesso, ma stavolta condivido le posizioni del leader radicale.&lt;br /&gt;
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                            </item>
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                <title>Les Démocrates chrétiens du Congo</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Mon, 17 Nov 2008 17:54:16 +0100</pubDate>
                <description>
                    Déclaration politique de la convention des démocrates chrétiens, en rapport avec la situation de guerre prévalant dans le pays.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nous, membres de la Convention des démocrates Chrétiens, «C.D.C. » en sigle, réunis au siège les 05, 06, Il et 13 novembre 2008, avons fait un tour d’horizon de la situation générale du Pays, spécialement de l’insécurité au Nord, au Nord-Est et à l’Est de la République, publions la déclaration suivante: &lt;br /&gt;1. condamnons fermement le recours et l’usage des armes comme moyen d’accéder au pouvoir et exigeons du CNDP de s’en tenir aux seules voies constitutionnelles et légales en vue d’exposer et de défendre sa cause; &lt;br /&gt;2. fustigeons dans le chef des dirigeants et acteurs politiques congolais le non respect de la parole donnée et du gouvernement de la République, la passivité voire la complicité dans le traitement des dossiers liés à la souveraineté du pays et à l’intégrité du territoire national; &lt;br /&gt;3. condamnons la légèreté avec laquelle le Programme Amani a été géré; &lt;br /&gt;4. dénonçons avec force la destruction délibérée de l’armée nationale notamment par &lt;br /&gt;• la nomination et l’affectation des officiers supérieurs et généraux sans profil requis aux dépens des officiers formés et compétents; &lt;br /&gt;• le détournement des deniers publics destinés à l’équipement, l’entretien et la solde des troupes ainsi que l’enrichissement sans cause et scandaleux de certains officiers supérieurs et généraux; &lt;br /&gt;• l’impunité qui caractérise la gestion de l’armée, au regard des défaites répétées et des abandons d’armements ainsi que de la multiplication des actes d’assassinat, de viol, de pillage et de vandalisme au détriment de la population congolaise; &lt;br /&gt;5. condamnons l’attitude ambiguë de la communauté internationale qui, après avoir facilité et organisé l’arrivée des réfugiés rwandais en 1994 sur le sol congolais, au nom de l’humanisme, laisse à la seule RDC la responsabilité de gérer ce lourd fardeau consécutif au génocide rwandais et affiche, à travers la Monuc, un comportement indigne: pédophilie, commerce des matières précieuses, vente d’armes et munitions, collusion avec les forces négatives et/ou autres groupes armés congolais. De ce qui précède, recommandons: &lt;br /&gt;1. Au Chef de l’État, de : &lt;br /&gt;• respecter son serment constitutionnel de maintenir l’indépendance et l’intégrité du territoire national, de sauvegarder l’unité nationale; &lt;br /&gt;• privilégier, sans exclusive, le dialogue avec toutes les couches de la population et de ne ménager aucun effort pour ramener au bercail tous les Congolais égarés; &lt;br /&gt;• doter le pays d’une vraie armée républicaine, au service de la Nation, conformément aux prescrits des articles 187, 188, 189 et 190 de la Constitution; &lt;br /&gt;2. Au Parlement, de : &lt;br /&gt;• se saisir désormais de toute question mettant en péril la vie et l’avenir de la Nation et de diligenter une commission parlementaire d’enquête chargée de faire l’état des lieux de nos forces armées (effectifs, finances, niveau de formation, gestion de la guerre, etc.) ; &lt;br /&gt;3. Au Gouvernement, de : &lt;br /&gt;• restaurer l’autorité de l’État sur l’ensemble du territoire national et de réaffirmer que l’intégrité du territoire et la souveraineté du pays ne sont pas négociables; &lt;br /&gt;• mettre en place une diplomatie efficace et préventive afin de redorer le blason terni de la République démocratique du Congo; &lt;br /&gt;• établir une relation de confiance avec le Président de la République pour créer une vraie armée nationale et républicaine; &lt;br /&gt;• diligenter rapidement une enquête afin d’établir les responsabilités sur le détournement généralisé de la solde des militaires et de traduire les coupables devant les juridictions compétentes ainsi que de sanctionner sévèrement les violeurs, pillards et autres fuyards; mettre hors d’état de nuire tous les groupes armés armés étrangers: FDLR, ADF/NALU, LRA; &lt;br /&gt;• renvoyer sans conditions dans leurs pays d’origine les éleveurs nomades Mbororo; &lt;br /&gt;• prévoir des ressources conséquentes pour dédommager les populations victimes de pillage des FARDC et des groupes armés dans le Nord-Kivu et dans la province Orientale; &lt;br /&gt;4. Au CNDP, de : &lt;br /&gt;• respecter la Constitution et les lois de la République démocratique du Congo; &lt;br /&gt;• privilégier les voies de droit pour faire entendre sa voix et défendre sa cause et, dans le cadre de l’égalité de traitement garantie par la Constitution, de savoir que les Tutsi congolais identifiés jouissent d’autant de droits que les autres ethnies congolaises, bénéficient de l’égale protection et sont astreints aux mêmes devoirs et obligations (Art. 12,62 à 66) ; &lt;br /&gt;5. Au peuple congolais, de : demeurer uni, solidaire et vigilant pour défendre à tout prix le principe fondateur de la Charte de l’Union africaine, relatif à l’intangibilité des frontières héritées de la colonisation; &lt;br /&gt;6. A la communauté internationale, de : &lt;br /&gt;• cesser de faire porter l’opprobre et la responsabilité du génocide rwandais au peuple congolais; &lt;br /&gt;• intervenir efficacement dans l’opération de désarmement et de rapatriement des groupes armés étrangers dans leurs pays respectifs; &lt;br /&gt;• instruire la Monuc à s’en tenir à sa mission et à assurer la protection de la population civile. &lt;br /&gt;Pour la CDC: Florentin Mokonda Bonza &lt;br /&gt;(Agenzia Fides del 17.11.08).&lt;br /&gt;
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                <title>Quello che si doveva dimettere</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Mon, 17 Nov 2008 17:36:01 +0100</pubDate>
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                    «Ho però preso atto - ha spiegato Villari - di un passo avanti del mio partito e del segretario perché c'è la volontà di lavorare per superare la candidatura di Leoluca Orlando e questa è una condizione per superare l'impasse istituzionale che si è creata». Ma, aggiunge il senatore, «finché non si trova l'accordo io ho il dovere istituzionale di restare al mio posto e vado avanti fino al momento in cui sarà garantito il funzionamento della commissione di Vigilanza». E ha ribadito quanto aveva detto ai giornalisti prima di vedere Veltroni e cioè: «Penso di non essere il problema, ma la soluzione». &lt;br /&gt;Il nodo della discussione con il leader del Pd, fa intendere Villari, è stato proprio sui tempi delle dimissioni: «Abbiamo ragionato sull'opportunità di dimissioni subito ma io ritengo di avere un dovere istituzionale e vado avanti. Sono stato rappresentato come uno che doveva riflettere ma io non ho nulla da riflettere». E così, aggiunge Villari, «parlerò presto con il segretario generale del Parlamento per capire gli adempimenti da assolvere perché la Vigilanza è lì per funzionare». (Corriere on line del 17.11.08).&lt;br /&gt;
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                <title>I padri democristiani</title>
                <link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2008/11/17/i-padri-democristiani.html</link>
                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Mon, 17 Nov 2008 11:40:21 +0100</pubDate>
                <description>
                    Se, come dice Repubblica, Villari intende comportarsi come i &quot;padri democristiani&quot;, allora le sue dimissioni non sono imminenti. Garantito. Perché tra i vecchi democristiani c'era una regola: non ti devi mai dimettere da niente perché qualcuno potrebbe anche accettare le tue dimissioni.
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                <title>Verso una tregua?</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Mon, 17 Nov 2008 07:08:00 +0100</pubDate>
                <description>
                    Congo, il capo dei ribelli pronto ai negoziati di pace.&lt;br /&gt;Il presidente Joseph Kabila forse deciso a tagliare il legame con le milizie estremiste Hutu, preludio per una vera distensione.&lt;br /&gt;dall'inviato DANIELE MASTROGIACOMO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; GOMA - Forti venti di pace tornano a soffiare sul Nord del Kivu. Il generale Laurent Nkunda, capo dei ribelli congolesi, ha accettato la proposta dell'emissario delle Nazioni unite, l'ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, di proclamare una tregua duratura e avviare delle trattative con il presidente del Repubblica democratica del Congo, Joseph Kabila. Il leader del Cndp (Congresso nazionale per la difesa del popolo) ha aderito anche alla proposta di aprire da subito un corridoio umanitario per consentire l'invio di soccorsi e di aiuti umanitari al milione e mezzo di profughi sparpagliati nel territorio a causa del conflitto. &lt;br /&gt;Si tratta del primo, importante accordo tre settimane dopo l'inizio delle ostilità. Il lavoro svolto nelle ultime ore dall'emissario Onu spedito nelle regione dal segretario generale Ban ki Moon ha ottenuto risultati che solo stamani apparivano impossibili. Dopo aver incontrato venerdì scorso il presidente ruandese Paul Kagame, Obasanjo è volato a Kinshasa e si è intrattenuto a colloquio per oltre un'ora con il presidente della Rdc Jospeh Kabila. Ha insistito sulla necessità di avviare subito dei negoziati diretti con Nkunda anche per alleviare la sofferenza della popolazione, stremata dai continui scontri e dalle violenze subite durante il ritiro delle truppe regolari congolesi. Il presidente Kabila ha accettato l'idea di un negoziato diretto ed è rimasto in attesa della risposta del generale Laurent Nkunda. &lt;br /&gt;Sostenuto dal clima positivo, l'emissario dell'Onu ha preso un elicottero ed è volato direttamente a Jomba, una cittadina a 80 chilometri a nord di Goma, dove il capo dei ribelli ha installato il suo quartiere generale. Per l'occasione, Nkunda ha smesso la divisa e ha accolto il suo ospite vestito da civile: un completo grigio chiaro su camicia bianca e una cravatta rossa. L'incontro è stato caloroso e cordiale. I due si sono abbracciati, sono sfilati davanti ad una doppia fila di soldati vestiti in alta uniforme. C'è stato il saluto del picchetto, una breve fanfara e alla fine, mano nella mano, Nkunda e Obasanjo si sono avviati verso una chiesa della cittadina dove hanno parlato per circa un'ora e mezza. &lt;br /&gt;La visita dell'emissario Onu era stata preceduta da un violentissimo scambio di artiglieria pesante tra i soldati ribelli schierati attorno a Kanyabayonga, un centro strategico a 180 chilometri a nord ovest di Goma, e le truppe delle Fardc decise a difenderlo. La battaglia, la prima ingaggiata con bombardamenti, colpi di mortaio e di artiglieria dal 28 ottobre scorso, aveva fatto temere un naufragio della mediazione delle Nazioni unite. Ma si è trattato, più che altro, di un segnale lanciato dall'esercito congolese per recuperare terreno e avviare da una posizione di forza un eventuale negoziato. Dopo la sconfitta di tre settimane fa, le Fardc (le truppe regolari congolesi) vivono un momento di grande difficoltà. Disorganizzati, indisciplinati, mal pagati, senza una solida guida centrale, i soldati congolesi hanno subìto il contraccolpo di Nkunda. Spesso hanno agito d'impulso, attaccando quando non dovevano e ritirandosi, sempre prima del tempo, con una fuga che si trasformava in un saccheggio. &lt;br /&gt;Lo Stato maggiore delle Fardc ha preso i primi provvedimenti: ieri mattina ha annunciato l'arresto di venti soldati ritenuti colpevoli delle razzie dei giorni scorsi e il recupero della refurtiva. I responsabili compariranno davanti alla Corte militare operativa di Goma. E' un gesto importante. Rientra nell'ottica di &quot;normalità istituzionale&quot; più volte sollecitata dal nuovo emissario dell'Onu. La base per l'avvio del nuovo negoziato è stata costruita anche dalla serie di colloqui che Kigali e Kinshasa hanno tenuto durante tutta la settimana. Si sono delineati i nodi non ancora sciolti e che impediscono l'applicazione dell'accordo del gennaio scorso. Tra questi, forse il più spinoso: la presenza nel Nord del Kivu delle milizie di estremisti hutu protagonisti del genocidio in Ruanda nel 1994. Kigali e Khinshasa hanno deciso di inviare sul terreno una squadra mista delle due rispettive intelligence. Joseph Kabila, di fatto, ha deciso di mollare gli interhamwe, le milizie estremiste Hutu. E' il preludio di una scelta che può davvero aprire le porte alla pace. (La Repubblica on line del 16.11.08).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se è così, è sicuramente una buona notizia.&lt;br /&gt;
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                <title>Trofeistica</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Sun, 16 Nov 2008 11:48:25 +0100</pubDate>
                <description>
                    Istruzione: la carica delle 180mila materie E si scopre che c’è pure il corso di Trofeistica di Matthias Pfaender&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fisiologia del fitness; Alimentazione del fitness; Biochimica generale applicata al fitness; Benessere psicofisico. Il percorso è segnato, l’arrivo lontano e ambito: corone di alloro, spumante in bicchieri di plastica e una pergamena che attesta una laurea in «Scienze e tecnologie del fitness». Ma per conseguire il fatidico pezzo di carta, per fregiarsi del titolo di dottore, l’unica via è affrontare e superare, uno dopo l’altro, tutti gli esami del piano di studi. Un percorso, nel caso del corso di laurea attivo all’università di Camerino, di ben 15 tappe, spalmate nell’arco di tre anni di libri, tesine e step. Quindici gli esami per laurearsi in fitness, ma diciannove gli insegnamenti disponibili. Questo perché, come recita la presentazione del piano di studi, «la Laurea in Scienze e Tecnologie del Fitness si consegue dopo il superamento di 15 esami e l’acquisizione di 180 crediti formativi universitari (Cfu) ripartiti su diverse attività formative curriculari e a scelta dello studente». Quindi al secondo anno gli studenti devono decidere se frequentare Alimenti e prodotti dietetici o Integratori alimentari del fitness, e al terzo Prodotti cosmetici nel fitness o Prodotti salutistici di origine vegetale.&lt;br /&gt;Il gigantismo di cui ha sofferto l’università italiana dal 2000 a oggi si declina in molti modi: nell’aumento del numero delle università, delle sedi distaccate, del personale tecnico amministrativo, dei professori e del peso dei loro stipendi, dei corsi di laurea e dei dipartimenti. Ma tutto questo asfittico ed enorme processo di autoriproduzione può essere condensato in una cifra: 180mila. Abbondanti. È il numero degli insegnamenti attivi oggi negli atenei. Oltre 180mila corsi che richiedono professori, aule, fotocopie, tesine, orari, tecnici e personale amministrativo. Sono l’effetto diretto dell’aumento dei corsi di laurea, passati da 2.444 a 5.073 (ma l’anno scorso erano 5.412), creati per dare una sistemazione ai 26.004 professori assunti dal 2000 al 2006 (anche se i posti banditi erano solo 13.232), andati a insegnare nelle 66 università, aumentate dalla fine degli anni Novanta di 25 unità.&lt;br /&gt;Gli effetti del gigantismo sono oggi sotto gli occhi di tutti: bilanci schiacciati dalle buste paga del personale (il 37% degli atenei impiega oltre il 90% del fondo statale, limite fissato per legge), conti in rosso, pochi centri virtuosi che cercano disperatamente di sganciarsi dal gruppo degli spreconi. Ma nella gara interuniversitaria per creare didattica sufficiente per tutti i nuovi corsi, capita anche che a qualche senato accademico scappi la mano, e produca insegnamenti, quando non bizzarri, almeno troppo specialistici. Come quello di Trofeistica (lo studio scientifico dei trofei di caccia) attivato nel corso di laurea di Scienze faunistiche presso l’università di Firenze; o l’insegnamento di Tecniche della nonviolenza, scoglio per gli iscritti a Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace; o il corso di Lettura del paesaggio, fondamentale per ottenere la laurea in Scienze e tecniche del fiore e del verde. Ma l’universo delle facoltà italiche è cresciuto troppo in fretta anche per l’inventiva dei rettori. Infatti il grosso dei 180mila insegnamenti disseminati oggi da Palermo a Bolzano è costituito da «doppioni». Ovvero insegnamenti classici, da sempre trattati in campo accademico, oggi però traslati non sempre secondo logica come riempitivi nei nuovi corsi. Psicologia generale: scienza degna di studi accademici fin dall’inizio del secolo scorso. Ma perché darla da studiare a chi frequenta il corso di filosofia delle forme? Lingua greca dell’età bizantina: che cosa ci fa un corso simile fuori dalle aule di filologia o linguistica? Perché oggi si trova nel piano di studi degli iscritti a Cooperazione internazionale, tutela dei diritti umani e dei beni etno-culturali nel Mediterraneo?&lt;br /&gt;Matematica e Statistica: qui parliamo delle scienze con la S maiuscola, dei pilastri millenari del sapere. Ottimo. Che ci fanno nel piano di studi dello strepitoso corso di laurea in Tecniche di allevamento del cane di razza? (Il Giornale on line del 16.11.08).&lt;br /&gt;
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                <title>Il card. Tettamanzi alle suore di Lecco</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Sat, 15 Nov 2008 17:42:00 +0100</pubDate>
                <description>
                    L'arcivescovo di Milano: profonda tristezza. &quot;Conclusione irragionevole e violenta&quot;. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;L'arcivescovo di Milano ha scritto alle suore di Lecco che si prendono cura di Eleana Englaro.  Una lettera che ci sembra interessante condividere con voi, perché con toni lontani da ogni accento polemico porpone spunti di riflessione su questo caso drammatico. Eccovi il testo:  &lt;br /&gt;&quot;Carissime Suore Misericordine, mentre in questi giorni si moltiplicano le notizie, le decisioni e le prese di posizione sulla vicenda di Eluana Englaro, ho pensato spesso a voi, ai vostri sentimenti, alla vostra trepidazione, al vostro servizio quotidiano e soprattutto alle vostre preghiere. Lo sanno tutti che per voi Eluana non è un “caso”, ma una persona, una giovane donna che, con la collaborazione del personale sanitario della vostra Clinica “Beato Luigi Talamoni”, accudite da anni senza clamori, con competenza e gratuito amore. Una donna ferita nel corpo e nella mente, una donna il cui stato di coscienza resta per noi un mistero, ma che è e rimane nella pienezza della sua inviolabile dignità di persona. Avete accolto Eluana nella vostra casa ed è entrata nella vostra vita, ricevendo e donando amore. La notizia della recente sentenza della Corte di Cassazione ha riempito di profonda tristezza il mio animo di uomo, di credente e di pastore della Chiesa di Milano. Sino all’ultimo momento ho sperato e pregato che fosse rispettata la vita e la dignità personale di questa giovane donna. Anche ora che la drammatica vicenda della sua esistenza terrena sembra irrimediabilmente consegnata ad una conclusione irragionevole e violenta, rivolgo – sperando contro ogni speranza - la mia supplica a Dio, Signore della vita. A lui chiedo che, secondo i disegni della sua misericordia onnipotente, non lasci mancare un’estrema opportunità di ripensamento a quanti si stanno assumendo la gravissima responsabilità di procurarle la morte, privando dell’acqua e del nutrimento questa Sua amata creatura. La vita umana rimane sempre, in qualunque condizione fisica e morale, il bene fondamentale, prezioso e indisponibile che Dio consegna a ciascuno di noi e del quale noi tutti siamo custodi e servitori responsabili, non padroni. A questa vocazione al servizio e alla cura della vita, soprattutto se debole e fragile, si è ispirata la vostra opera di misericordia a Lecco nella clinica “Beato Luigi Talamoni”. Qui è stata accolta e abita anche Eluana, alla quale avete offerto con gioia e umiltà non solo tutto ciò di cui il suo corpo ha necessità fisiologica, ma ancor più il calore di una presenza quotidiana, affettuosa e discreta, nel rispetto dei sentimenti dei genitori e anche delle loro intenzioni da voi non condivise. Di tutto questo vi sono grato, insieme all’intera Chiesa ambrosiana, che ha seguito e segue con attenta trepidazione la sorte di questa giovane donna e ha pregato e prega per lei in questo momento. Vedo in voi, carissime suore, la sintesi viva ed esemplare di ciò che la Chiesa di Cristo è chiamata anzitutto a compiere - con il suo amore quotidiano concreto e nascosto - a favore di chi è più debole e più solo. In realtà sono molti gli uomini e le donne di buona volontà che - nelle nostre comunità e non solo – vivono questa carità autenticamente cristiana nei confronti di chi soffre. Sono convinto che questo esempio di dedizione e di amore resta - al di là delle facili e continue dichiarazioni di principio - un segno preciso e chiaro nel nostro contesto sociale e culturale, così spesso confuso e condizionato da orientamenti non rispettosi, anzi ostili, alla vita umana. Auguro che il vostro impegno a servizio dei sofferenti sia sostenuto e consolato da una speranza certa: il Signore da sempre abbraccia e immerge nella sua luce di verità e di salvezza la vita di Eluana e delle tante persone che si trovano in condizioni simili. Una luce che le tenebre dell’ingiustizia e della presunzione umana non possono oscurare né sopraffare. Una luce che continua a splendere e ad offrirsi a tutti, anche a coloro che ancora non la accolgono. Mentre vi benedico di cuore, sorelle carissime, e imploro ogni grazia necessaria alla vostra missione di carità e misericordia, confermo a ciascuna di voi la mia vicinanza ed il sostegno paterno alla vostra meritoria opera in favore dei malati e dei sofferenti che richiedono particolari attenzioni e cure. E alla vostra continua preghiera per Eluana, unisco la mia e quella di tante persone che vivono con grande amarezza questi momenti così tragici, ma che non hanno perso la speranza nel Signore della vita&quot;.  Con grato affetto + Dionigi card. Tettamanzi, arciv. Milano, 14 novembre 2008&lt;br /&gt;(Agenzia Fides 15.11.08)&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;
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                <title>Padre e figlio</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Sat, 15 Nov 2008 11:55:21 +0100</pubDate>
                <description>
                    Bella intervistina di Nino Luca riportata dal Corriere on line del 15.11.08.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Succede a Messina nell'Università già sotto inchiesta. &lt;br /&gt;Un posto da ricercatore, un solo candidato: il figlio del professore.&lt;br /&gt;Il padre: «I figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una &quot;forma mentis&quot; che si crea in famiglia»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Non lo so, non so come è andata. Non so neanche se è ancora impegnato con gli esami». &lt;br /&gt;Ma come professore non si è ancora sentito con suo figlio in questa giornata importante?&lt;br /&gt;«No. Non si usa fare da noi». La storia è sempre la stessa. Un posto da ricercatore, un solo candidato. Ma desta qualche sorpresa che si ripeta proprio oggi che nel Paese non si parla d'altro: la riforma Gelmini, i tagli all''università, i baroni e il nepotismo. Addirittura a Messina il Magnifico Rettore, Franco Tomasello, andra a giudizio a marzo con l'accusa di concussione, abuso d'ufficio in concorso, tentata truffa e maltrattamenti e con lui altre 23 persone tra docenti, ricercatori e funzionari. Eppure proprio a Messina cosa accade? Accade che venerdì c'è un concorso a un posto da ricercatore alla Facoltà di Economia. E in quanti si presentano? In cinque? In due? No. Si presenta un solo candidato. E chi è questo candidato? &lt;br /&gt;È Ludovico Nicòtina, figlio del professore Giuseppe Nicòtina, ordinario di Diritto Processuale Civile presso la Facoltà di Economia del medesimo ateneo fino a maggio del 2008. &lt;br /&gt;I candidati per la verità erano tre, ma gli altri due concorrenti dopo che avevano fatto domanda hanno preferito non presentarsi all’esame. Strano. Avevano il 33 per cento periodico di vincere un concorso e ad un passo dall'obiettivo rinunciano. Quindi campo libero per l’unico candidato al posto di ricercatore. Via libera per il dottor Ludovico Nicòtina, che è risultato essere vincitore. E nel pomeriggio il padre professore non ne è ancora informato nonostante qualcuno giuri d'averlo visto in aula con il figlio. Forse un caso di forte somiglianza.&lt;br /&gt;Professore ma lei insegna a Messina?&lt;br /&gt;«No, io sono in pensione e prima insegnavo a Trapani non a Messina. Voi scrivete stupidaggini». &lt;br /&gt;Ma è suo figlio il ragazzo del concorso?&lt;br /&gt;«Non lo so. Si vada ad informare all'Università. Che cosa vuole sapere insomma? Il concorso è nazionale. Vale per tutta Italia. Se si è presentato solo mio figlio è perché gli altri non avevano i requisiti». &lt;br /&gt;Ma suo figlio ha i requisiti? È avvocato vero? Ed è anche esperto in economia?&lt;br /&gt;«Embè? È una cosa veramente strana. In Italia siamo messi malisssimo ma lui ha le pubblicazioni con particolare riguardo a quelle monografiche e a quelle pubblicate da riviste internazionali». &lt;br /&gt;Lei non si è mai interessato a questo concorso?&lt;br /&gt;«Non è neanche la mia disciplina. Ma i figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una «forma mentis» che si crea nell'ambito familiare tipico di noi professori». &lt;br /&gt;Quindi lei è in pensione? &lt;br /&gt;«Si, ma sono utilizzato ancora. Ma solo in due commissioni per la conferma in ruolo per gli esami di dottore commercialista. Ho chiesto al ministero di esentarmi ma ci utilizzano fino in fondo, fino a quando non moriamo». &lt;br /&gt;Ma lei dunque a Messina non ha mai insegnato?&lt;br /&gt;«Io ho insegnato nella facoltà di economia». &lt;br /&gt;Quindi nella facoltà dove suo figlio fa il concorso. Ma rispetto a quando insegnava lei, il preside è cambiato? &lt;br /&gt;«No. Non è cambiato».&lt;br /&gt;Quindi alcuni professori conoscono il candidato come il figlio del prof...&lt;br /&gt;«Beh, qualcuno dei più anziani può essere». &lt;br /&gt;Ma quando è andato in pensione?&lt;br /&gt;«Lo scorso anno». &lt;br /&gt;Ma fino a quando esattamente ha insegnato?&lt;br /&gt;«Fino all'anno scorso». &lt;br /&gt;Ma in un anno ci sono dodici mesi professore...&lt;br /&gt;«E che sarà... dunque... maggio dello scorso anno. Credo». &lt;br /&gt;Maggio 2008 o 2007? &lt;br /&gt;«Si 2008. Insegnavo diritto processuale. Ma ora chiudo, non l'annoio più. Sono cose troppo tecniche». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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                <guid isPermaLink="true">http://xavier.blogspirit.com/archive/2008/11/14/sessantamila-sfollati.html</guid>
                <title>Sessantamila sfollati</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Sat, 15 Nov 2008 09:52:23 +0100</pubDate>
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                    Ecco quello che scrive Daniele Mastrogiacomo, inviato di Repubblica nel Congo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;GOMA - Sessantamila sfollati del nord del Kivu verranno trasferiti nella prossime ore in un nuovo campo profughi. E' l'ultima emergenza operativa che l'Unhcr, l'organizzazione per i rifugiati delle Nazioni unite, si trova ad affrontare in queste ore di intesa attività diplomatica e militare per contenere la guerra nell'est del Congo. &lt;br /&gt;Un fiume umano, moltissimi a piedi, altri in bicicletta, carrretti, moto, monopattini, e solo i più anziani a bordo di camion, lascerà la grande pianura dove sorge il campo di Kibati, 20 chilometri a nord di Goma, e si sposterà verso un nuovo accampamento, quello di Muguna, 15 chilometri più a ovest. E' un esodo imponente. Dopo aver tentato inutilmente di allungare la cosiddetta &quot;terra di nessuno&quot; che divide il fronte dei ribelli dai soldati dell'esercito congolese, la Moduc si è rassegnata e ha suggerito alle Nazioni unite di trasferire questo enorme campo di rifugiati per motivi di sicurezza. &lt;br /&gt;La tensione a Goma resta alta, anche se per il quarto giorno consecutivo non ci sono stati scontri tra le forze in campo e non si segnalano sparatorie. La tregua, fragile, regge. Ma esiste il rischio di iniziative unilaterali. Provocherebbero nuove fughe, ondate di panico. Verrebbero travolte decine di migliaia di uomini, donne, vecchi, bambini accampati alla meglio su una radura larga un paio di chilometri. Goma, comunque, non sarà presa dai ribelli del Cnlp. E' stato il generale Laurent Nkunda a stabilirlo dopo accese discussioni con il suo Stato maggiore. &lt;br /&gt;Secondo fonti militari, che abbiamo raccolto stamane in città, nei giorni scorsi ci sarebbe stato un confronto piuttosto acceso tra il leader dei ribelli congolesi e il suo braccio destro, Bosco Ntaganda, capo di Stato maggiore di questo esercito che può contare su seimila soldati perfettamente armati. Già dirigente del Fpr, il Fronte patriottico ruandese ai tempi della prima guerra che travolse e costrinse alla fuga il feroce dittatore dell'allora Zaire Mobutu Sese Seko, poi confluito nelle fila dell'Unione dei ribelli congolesi, infine passato con il Cnlp, il colonnello Bosco Ntaganda, 35 anni, noto come &quot;Terminator&quot;, colpito da un ordine del Tribunale penale internazionale per aver arruolato ragazzini di 15 anni tra le fila della guerriglia, sabato scorso aveva dato ordine ai suoi uomini di attaccare Goma. &lt;br /&gt;Ma il generale Laurent Nkunda lo ha fermato. I rischi di una strage erano altissimi. Non tanto per gli scontri con la Moduc, autorizzata ad aprire il fuoco e a difendere la città ad ogni costo. Ma per le reazioni incontrollate dei soldati congolesi. Più volte, in altri distretti e villaggi dove hanno dovuto ripiegare, gli uomini delle Fardc si sono abbandonati a saccheggi e razzie, provocando nuove fughe della popolazione verso i campi rifugiati quasi al collasso. Terminator ha minacciato di dimettersi. &lt;br /&gt;Ma l'autorevolezza e la notorietà internazionale ottenute da Nkunda lo hanno fatto desistere e la conquista della città è stata sventata. Il capo dei ribelli ha mosso le sue truppe più a nord, verso la città di Kanyabayonga, 175 chilometri da Goma. Si tratta di un centro strategico nella mappa del Nord-Kivu. Qui confluiscono tutte le strade che si diramano poi verso l'Uganda. Prendere Kanyabayonga significa tagliare fuori i rifornimenti di armi, munizioni e uomini che possono arrivare da ovest e soprattutto chiudere il cerchio di un territorio che il Cnlp, di fatto, si è conquistato. &lt;br /&gt;Il generale Nkunda già guarda al futuro. Parla di &quot;amministrazione parallela&quot; instaurata nelle sue terre, ha nominato cinque ministri, ha invitato la popolazione a rientrare nelle case abbandonate sotto la furia dei combattimenti. Cosa che migliaia di persone stanno facendo, con lunghe file di profughi che da sud si dirigono verso la città di Rotshuru e il villaggio di Witwanja. Più che a Goma, i ribelli congolesi ora puntano a Kanyabayonga. &lt;br /&gt;La Moduc, con seimila uomini sparpagliati sul terreno, afferma di aver rafforzato le sue posizioni nella cittadina e sembra decisa a resistere. Dopo l'ingresso ufficiale nel conflitto dell'Angola, che ha spedito alcune brigate di soldati, si ha notizia di militari ruandesi che avrebbero varcato il confine con il Congo e si sarebbero infiltrati nel nord del Kivu. Ma si tratta di voci. Nulla di più. Voci inquietanti. Kigali, naturalmente, nega. Continua a sostenere che il conflitto della regione confinante è un problema interno al Congo. In queste ore è impegnata in un'offensiva politico-diplomatica con la Germania: dopo l'arresto del capo del protocollo del presidente ruandese, Rose Kabuje, ha espulso l'ambasciatore di Berlino a Kigali e ha richiamato il suo in patria. Kabuje potrebbe essere presto estradata in Francia che ha emesso nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale per concorso nel genocidio del 1994. Una mossa che accenderà nuovi focolai di tensione, mentre Kigali è invasa da cortei che protestano sotto la sede diplomatica tedesca. (Repubblica on line del 14.11.08).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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                <title>La Questura</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Fri, 14 Nov 2008 18:48:00 +0100</pubDate>
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                    I manifestanti dell'Onda: siamo 200 mila. La Questura romana: no, 30 mila.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uffa, ma perché la Questura non  è mai d'accordo? 
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                <title>Caso Villari</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Fri, 14 Nov 2008 17:35:00 +0100</pubDate>
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                    Ma c'è anche chi, come Enzo Carra che prima smentisce di essere uno di quelli che avrebbe votato Villari, poi però spiega: &quot;Certamente non deve dimettersi perche' glielo chiede il Pd, altrimenti si tornerebbe alla peggiore partitocrazia''. (Repubblica on line del 14.11.08).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Interessante questa dichiarazione di Carra. Si vede che nel Pd non tutti la pensano come Veltroni o come Rosy Bindi che vuole che si dimettano, addirittura, tutti i commissari d'opposizione della Vigilanza. E poi c'è Di Pietro che ha fatto flop e non riesce a digerirlo.&lt;br /&gt;
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                <title>Il Vescovo di Goma</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Fri, 14 Nov 2008 17:15:12 +0100</pubDate>
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                    “Danni indescrivibili e non sempre conosciuti”: la testimonianza del Vescovo di Goma, il capoluogo del nord Kivu assediato dai ribelli&lt;br /&gt;Goma (Agenzia Fides)- Sembra esservi una tregua nei combattimenti nel nord Kivu (est della Repubblica Democratica del Congo) tra l'esercito congolese e i ribelli di Laurent Nkunda. Questi ultimi si sono attestati a pochi da Kanyabayonga, a 100 km da Goma, il capoluogo della provincia. Kanyabayonga è considerata una località strategica perché lì convergono la maggior parte delle strade principali del Nord Kivu.&lt;br /&gt;Nel frattempo la MONUC (Missione delle Nazioni Unite nel Congo) ha annunciato di aver rafforzato il proprio dispositivo militare a Goma e in altre località della provincia per separare i contendenti e proteggere la popolazione dei campi per rifugiati.&lt;br /&gt;Il Vescovo di Goma, Sua Eccellenza Mons. Faustin Ngabu, ha inviato all'Agenzia Fides un messaggio nel quale si descrive la grave situazione umanitaria creatasi da agosto, quando si sono riaperte le ostilità. Il Vescovo ricorda i terribili momenti vissuti il 29 ottobre, quando i ribelli erano alle porte di Goma: “la città era invivibile, con spari e colpi di cannone da tutte la parti”.&lt;br /&gt;“Le conseguenze di questa situazione sono difficili da valutare, tanto i danni sono indescrivibili e non sempre conosciuti, che si tratti di danni materiali, umani e psicologici” scrive Mons. Ngabu.&lt;br /&gt;Il Vescovo di Goma elenca le situazioni più gravi che vive la città: numero crescente delle persone che dipendono dagli aiuti per mangiare; difficoltà di approvvigionamento con conseguente scarsità e aumento dei prezzi dei beni di prima necessità; chiusura degli ambulatori a causa di uno sciopero del personale sanitario e farmacie depredate con conseguente mancanza di cure e di medicinali. Nonostante queste difficoltà, il Vescovo ringrazia le numerose famiglie che continuano ad accogliere gli sfollati. Il Vescovo afferma che la Caritas diocesana ha aumentato gli sforzi per aiutare la popolazione.&lt;br /&gt;Mons. Ngabu condanna con forza la violenza nei confronti delle donne che “manifesta una cultura vergognosa che purtroppo si insinua sempre di più nella nostra società. Da dove viene questa infausta abitudine di violentare le nostre sorelle, le nostre madri?”.&lt;br /&gt;Invocando una soluzione pacifica, fondata sulla verità e sulla buona volontà di tutti, Mons. Ngabu conclude ringraziando Papa Benedetto XVI che “ha manifestato la sua vicinanza spirituale a tutti gli uomini e le donne della nostra regione che si trovano in una difficile situazione”. (L.M.) (Agenzia Fides 14/11/2008).
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                <title>Nell'Est del Congo...</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Fri, 14 Nov 2008 17:11:12 +0100</pubDate>
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                    “Nell'est del Congo sta avvenendo un genocidio silenzioso sotto gli occhi di tutti” denunciano i Vescovi congolesi che lanciano un drammatico appello alla comunità internazionale&lt;br /&gt;Kinshasa (Agenzia Fides)- I Vescovi del Comitato Permanente della Conferenza Episcopale congolese (CENCO) lanciano un “grido di dolore e di protesta”, dichiarandosi “sconvolti e afflitti per l'umana tragedia nell'est e nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo”.&lt;br /&gt;In un messaggio inviato all'Agenzia Fides, intitolato “La Repubblica Democratica del Congo piange i suoi figli, è inconsolabile”, i membri del Comitato Permanente della CENCO affermano che nell'est del Paese sta avvenendo un “genocidio silenzioso sotto gli occhi di tutti”. “I grandi massacri gratuiti della popolazione, lo sterminio mirato dei giovani, gli stupri sistematici perpetrati come arma di guerra: una crudeltà di un'eccezionale violenza si sta scatenando di nuovo contro le popolazioni locali che chiedono solo di potere vivere in modo dignitoso sulla propria terra. Chi ha interesse a questo dramma?”.&lt;br /&gt;I Vescovi criticano sia i Caschi Blu dell'ONU (“il fatto più deplorevole è che le violenze avvengono sotto l'occhio impassibile di coloro che hanno ricevuto il mandato di mantenere la pace e di proteggere la popolazione civile”) sia il governo centrale (“i nostri governanti si mostrano impotenti di fronte alla gravità della situazione, dando l'impressione di non essere all'altezza della sfide della pace, della difesa della popolazione e dell'integrità del territorio nazionale”) e ancora una volta sottolineano il fatto che “le risorse naturali della RDC alimentano la bramosia di alcune potenze. In effetti, tutti i conflitti si svolgono nei corridoi economici e attorno ai giacimenti minerari”.&lt;br /&gt;Nel messaggio si ribadisce inoltre “l'esistenza di un piano di balcanizzazione che noi non smettiamo di denunciare, condotto attraverso degli intermediari. Si ha l'impressione dell'esistenza di grandi complicità che rimangono senza nome. Chiediamo al popolo congolese di non cedere mai a qualsiasi velleità di balcanizzazione del territorio nazionale. Raccomandiamo di non approvare mai la messa in discussione delle frontiere internazionali del Paese, stabilite e riconosciute dalla Conferenza di Berlino e dagli accordi successivi”. La Conferenza di Berlino (1884-85) portò alla spartizione dell'Africa tra le Potenze europee del tempo e al disegno delle frontiere tra le diverse colonie, i cui tracciati sono stati riconosciuti come linee di frontiera intangibili dei nuovi Stati indipendenti dall'allora Organizzazione per l'Unità Africana (divenuta poi l'attuale Unione Africana), nel 1963. &lt;br /&gt;Per far cessare il conflitto, i Vescovi fanno appello alla comunità nazionale e internazionale per aumentare l'aiuto umanitario alle popolazioni dei campi profughi; invitano la popolazione congolese ad “uno sussulto nazionale per vivere come fratelli e sorelle nella solidarietà e coesione nazionale; chiedono al governo congolese “di esercitare le funzioni del potere per proteggere la popolazione e le frontiere” e fanno appello alla comunità internazionale perché “si impegni con sincerità per far rispettare il diritto internazionale”. (L.M.) (Agenzia Fides 14/11/2008).
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                <guid isPermaLink="true">http://xavier.blogspirit.com/archive/2008/11/13/r-d-congo-tutte-le-chiese-invocano-la-pace.html</guid>
                <title>R.D.Congo Tutte le chiese invocano la pace</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Thu, 13 Nov 2008 19:05:38 +0100</pubDate>
                <description>
                    Una delegazione dei capi religiosi delle Chiese del Burundi, del Rwanda e della Repubblica Democratica  del Congo si è incontrata  nei  giorni scorsi con i presidenti  del  Rwanda  e della Repubblica Democratica del Congo per portare  loro  un forte messaggio a favore della pace e della riconciliazione. &lt;br /&gt;La delegazione ecumenica costituita da cinque persone si è riunita nella capitale congolese, Kinshasa, dove doveva  incontrare  il  presidente Joseph Kabila prima di recarsi nelle prossime settimane a Kigali per incontrare il presidente del Rwanda, Paul Kagame. &lt;br /&gt;L'obiettivo è quello di trasmettere loro un messaggio di pace, ha detto il reverendo Andrè Karamaga, responsabile del programma del Consiglio ecumenico delle Chiese per l'Africa e segretario generale eletto della Conferenza delle Chiese di tutta l'Africa (Aacc). &lt;br /&gt;L'iniziativa è stata presa durante l'incontro dei capi religiosi delle Chiese della regione dei Grandi Laghi convocata dall'Aacc a Nairobi il 22 ottobre scorso. In quell'occasione una dozzina di leader delle Chiese del Burundi, del Rwanda e della Repubblica Democratica del Congo, guidati dall'arcivescovo anglicano del Burundi, Bernard Ntahoturi, hanno deciso che i capi di Stato e il leader dei ribelli, Laurent Nkunda, dovessero ascoltare un messaggio forte e chiaro:  &quot;La gente è stanca e vuole che si ponga fine alla guerra al più presto&quot;  e  &quot;il  dialogo costa sicuramente molto meno del confronto armato&quot;. &lt;br /&gt;Intanto, le Chiese della Repubblica Democratica del Congo stanno lavorando alacremente per alleviare le sofferenze della popolazione coinvolta nel conflitto armato. (L'Osservatore Romano del 14.11.08).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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                <title>Au Vietnam l'Eglise est le refuge des petites gens</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Thu, 13 Nov 2008 18:26:51 +0100</pubDate>
                <description>
                    Ce n'est pas encore la situation de rupture de la Pologne des années 1980, mais au Vietnam, l'Église catholique s'est imposée depuis quelques mois comme la seule force capable de s'élever contre le régime de Hanoï, et de le faire plier.&lt;br /&gt;En plein centre de la capitale, à deux cents mètres de la cathédrale, dans le quartier touristique, les terrains occupés à l'époque de la colonisation française par la délégation apostolique, devaient être destinés à accueillir une boîte de nuit, puis un supermarché. Ainsi en avait décidé le Parti communiste qui testait évidemment la capacité de résistance de l'Église sur ce dossier. Il en a été pour ses frais : des milliers de fidèles, des jours durant, sont venus occuper les lieux, en un sit-in pacifique et silencieux.&lt;br /&gt;Au Vietnam, depuis la révolution, c'était du jamais-vu. Le 19 septembre dernier, le Parti cédait : il faisait boucler le quartier par des policiers armés de fusils et de matraques, il envoyait des bulldozers raser les murs de clôture de cet endroit si symbolique pour les catholiques. Le surlendemain, dix mille croyants, accompagnés de l'ensemble des élèves du grand séminaire, se rassemblaient sur les lieux, entonnant la «prière pour la paix» de saint François d'Assise. Et, finalement, chacun sauvait la face, puisque l'endroit était finalement transformé… en jardin public.&lt;br /&gt;Les six millions de catholiques du pays (ils constituent 7 % des 85 millions d'habitants) sont très unis derrière le cardinal de Hô Chi-Minh-Ville, Jean-Baptiste Pham Minh Manh, les 26 évêques et l'archevêque de Hanoï, Mgr Ngô Quang Kiet.&lt;br /&gt;En face, les communistes sont divisés en deux camps : les vieux conservateurs, alignés sur le Parti communiste chinois. Et les plus jeunes, favorables à un appui plus affirmé sur les États-Unis, afin d'éviter au Vietnam de tomber dans les griffes du tigre chinois, l'ennemi séculaire et détesté. Comme le souligne un jeune journaliste de Hanoï, «les Américains sont nos ennemis d'il y a trente ans, les Français ceux d'il y a soixante ans, et les Chinois le sont en permanence depuis quatre mille ans».&lt;br /&gt;Aujourd'hui, 350 000 catholiques fréquentent assidûment les églises à Hanoï, et 550 000 autres à Haiphong. «Dans le passé, nous n'avions pas la possibilité d'évangéliser les païens, explique Mgr Joseph Nguyen Chi Linh, évêque de Than Hoa ; désormais nos séminaires sont absolument pleins. Notre Église est l'unique communauté au sein du peuple qui ose élever la voix. Seuls les catholiques osent manifester publiquement !»&lt;br /&gt;Ce renversement du rapport de forces entre les idéologues du PC et les croyants a bien sûr accompagné le décollage économique du Vietnam, devenu le «petit dragon» de la région. Le pays est maintenant inondé de capitaux venant du Japon, de la Corée, de Taïwan, de Singapour et - c'est nouveau - de Dubaï et d'Arabie saoudite. «Il y a pour 40 milliards de projets immobiliers en cours au Vietnam, dont la construction d'un nouveau Dubaï», explique un diplomate européen. «Le Vietnam est devenu la lessiveuse des capitaux louches de la planète», ajoute un économiste, à Hanoï.&lt;br /&gt;Dans le quartier Hoan Kiem, autour de la cathédrale construite par les Français, le terrain se négocie 20 000 dollars par mètre carré, trois fois les prix du centre de Bangkok.&lt;br /&gt;Naturellement, dans ce système où une administration de type soviétique s'accommode fort bien d'un protocapitalisme à la Dickens, l'Église a demandé à retrouver ses propriétés confisquées. Il y en a des milliers dans le pays.&lt;br /&gt;À Huê, l'ancienne capitale impériale, le petit séminaire est devenu l'hôtel de luxe de la ville. Une église de Hanoï est transformée en entrepôt. À Dalat, la chapelle de l'université est surmontée d'une étoile rouge. Le carmel de Hanoï s'est métamorphosé en hôpital. Un établissement de sœurs, à Hô Chi-Minh-Ville, est maintenant une discothèque ; le noviciat de Hué, un supermarché. Chaque parcelle de terrain vaut de l'or. «Les vieux chrétiens soutiennent l'Église dans cette bataille, car la restitution des propriétés de l'Église créerait un précédent, le Parti communiste serait obligé de rendre des myriades de biens à leurs anciens propriétaires», explique un diplomate anglo-saxon.&lt;br /&gt;Le Parti ne cède donc rien, mais il n'en est pas pour autant en position de force. Car l'économie mijote, elle sent le brûlé, elle menace d'imploser. Certes, dans les rues de Hanoï, les nouveaux bourgeois étalent leurs richesses, ils paradent en Porsche Cayenne ; les marques de luxe se disputent les galeries des hôtels cinq étoiles ; et la ville, sous les pelleteuses des promoteurs, perd de son charme ancien. Mais, sur ce marécage d'un pays mal géré, dont les comptes publics restent opaques, l'inflation explose à 27 % par an, les cabanes des miséreux sur les rives du fleuve Rouge poussent comme la mauvaise herbe,… et le curé de la cathédrale baptise 9 000 enfants par an, tant l'Église attire des jeunes couples, tant elle est devenue populaire.&lt;br /&gt;Le salaire d'un ingénieur est de 100 euros par mois, celui d'un ministre de 250 euros et, comme le remarque Hoang, un jeune cadre brillant, «ça ne met pas à l'abri de la tentation, car il faut au moins 300 euros mensuels pour faire vivre sa famille». Le Vietnam vit donc une schizophrénie, entre la réalité des ministres qui roulent en berline et se font construire des palais, et une réalité d'un pouvoir n'ayant plus la moindre autorité morale. De petites scènes dans les rues le racontent : voyez ce motocycliste sifflé par un policier et qui poursuit en riant son chemin, alors que le policier s'épuise à vouloir le rattraper, sous les quolibets de la foule.&lt;br /&gt;Dans ce paysage d'après-communisme sans lois ni droits, l'Église distribue aux pauvres, elle tance les puissants, elle fait figure de refuge. Le delta du Mékong est le théâtre le plus spectaculaire de ce renouveau de la foi : de petites villes y bâtissent d'immenses cathédrales. À Hanoï, il suffit que l'archevêque place la statue de la Vierge Marie derrière une grille pour que des foules viennent s'y presser.&lt;br /&gt;La cause est entendue : l'Église défend les droits des petites gens ; le Parti, les privilèges des corrompus. Tous les évêques rencontrés se signalent par une liberté de ton absolue vis-à-vis du pouvoir, comme si ce dernier avait perdu de sa capacité de nuisance.&lt;br /&gt;Ce Parti est, dans tous les cas, entré dans l'une de ses dernières convulsions, puisque les communistes vietnamiens conservateurs sont obligés aujourd'hui de s'appuyer sur leurs camarades chinois pour l'emporter sur le clan des réformistes. Le premier ministre, qui avait rencontré le pape Benoît XVI à Rome l'an dernier, est affaibli par ces réactionnaires. Triste fin pour un PC longtemps couvert de gloire, mais qui, pour tenir face au pays, a besoin de se faire protéger par la Chine, l'ennemi de quatre mille ans. (Da Le Figaro on line del 13.11.08).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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                <title>Il calo</title>
                <link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2008/11/13/il-calo.html</link>
                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Thu, 13 Nov 2008 11:34:00 +0100</pubDate>
                <description>
                    La Repubblica ha fatto fare un sondaggio di opinioni sulla fiducia degli italiani nel governo. Dando i risultati, titola nella sua edizione on line: Governo in netto calo. La luna di miele è finita.&lt;br /&gt;Sono andato a vedere le cifre ed ed ecco il risultato. Ho preso la rilevazione (sempre di Repubblica) del giorno 8 maggio 2008 e quella del giorno 12 novembre 2008. Le elenco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;08.05.08/12.11.08&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pdl      46/50&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Idv     46/46&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pd      38/33&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lega   31/32&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Udc     22/25&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io questo tracollo e questa fine della fiducia (o della luna di miele) del governo non li vedo. Forse Repubblica dovrebbe cambiare gli occhiali.
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                            </item>
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                <title>Colera nel Nord-Kivu</title>
                <link>http://xavier.blogspirit.com/archive/2008/11/13/colera-nel-nord-kivu.html</link>
                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Thu, 13 Nov 2008 07:56:24 +0100</pubDate>
                <description>
                    Dall'Osservatore Romano del 13.11.08.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il colera è adesso il nemico dei profughi nel Nord Kivu. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Kinshasa, 12. Nel protrarsi della grave crisi riesplosa nel Nord Kivu, la regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, uno degli aspetti più inquietanti è il rischio di diffusione delle epidemie. L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha lanciato ieri da Ginevra un allarme in merito, sostenendo che dall'inizio del mese - cioè da quando si sono intensificati i combattimenti e gli spostamenti di popolazioni in fuga - sono stati segnalati almeno mille casi di colera. Nell'esprimere preoccupazione, un portavoce dell'Oms ha specificato che la malattia è endemica nel Paese, ma ha parlato di tendenza in aumento e di concreto pericolo di un'esplosione incontrollata dei contagi. Da parte sua, l'Unicef ha annunciato l'arrivo nella regione dei primi quattro dei sei aerei carichi di aiuti per limitare la diffusione del colera, in particolare pastiglie per purificare l'acqua. &lt;br /&gt;Sulla questione sono state fornite ieri notizie anche dall'organizzazione umanitaria Medici senza frontiere (Msf), una di quelle ancora operanti nel Nord Kivu. L'italiana Raffaella Gentilini, uno dei medici dell'organizzazione che stanno operando sul posto, ha detto ieri all'agenzia di stampa italiana Adnkronos che a Kibati, la città a nord del capoluogo Goma dove si sono concentrati migliaia di profughi, ieri sono stati registrati solo 8 nuovi casi di colera rispetto ai 48 trattati fra venerdì e domenica. Sempre secondo la dottoressa Gentilini, altri 11 casi sono stati accertati nel Centro per il trattamento di Goma e un altro caso nell'ospedale generale della città. L'esponente di Msf ha spiegato che gli operatori stanno lavorando nei centri di salute di Kiwanja e nella città di Rutshuru e anche nell'ospedale di Rutshuru. &quot;Non siamo di fronte ad un'epidemia, ma si ripetono casi in tutto il territorio&quot;, ha detto Gentilini, confermando che il movimento massiccio della popolazione facilita il propagarsi delle malattia e che l'obiettivo di Msf è tenere la situazione sotto controllo attraverso un monitoraggio quotidiano. Sia a Goma sia a Kibati c'è un buon approvvigionamento di acqua. Gentilini ha aggiunto che tra i due centri di Msf a Goma e a Kibati, distanti una quindicina di chilometri, c'è un flusso continuo di persone. Le due località sono tra quelle dove sta per il momento riuscendo a esercitare un certo controllo la Monuc, la missione dell'Onu nella Repubblica Democratica del Congo, che ha fatto convergere in Nord Kivu negli ultimi giorni quanti più possibile dei propri 17.000 caschi blu. &lt;br /&gt;Nel frattempo, anche quest'oggi sono stati segnalati combattimenti, sia pure meno intensi che nei giorni scorsi, in diverse aree del Nord Kivu, comprese quelle più meridionali a ridosso del Sud Kivu. Ieri, il portavoce della Monuc nella capitale congolese Kinshasa, il colonnello Jean-Paul Dietrich, aveva riferito di combattimenti anche nelle zone più settentrionali, intorno alle città di Kaina e di Kirumba, a conferma che l'intero Nord Kivu è in pratica teatro del conflitto. Lo stesso Dietrich, inoltre, aveva accusato soldati dell'esercito regolare congolese di aver compiuto saccheggi ed estorsioni ai danni della popolazione nella regione di Kanyabayonga, 75 chilometri a nord di Goma. &lt;br /&gt;Non è chiaro se nelle ultime ore a impegnare in combattimento i ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) siano state le forze governative o altre milizie, come quelle Mai Mai o quelle dei ribelli hutu rwandesi riparati oltre confine dopo il genocidio dei tutsi in Rwanda del 1994.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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                <title>Dio non è cattolico secondo il cardinal Martini</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Wed, 12 Nov 2008 18:14:59 +0100</pubDate>
                <description>
                    Ecco la newsletter del 12.11.08 di Sandro Magister noto vaticanista dell'Espresso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Carlo Maria Martini pubblica un libro &quot;sul rischio della fede&quot; e invita a diffidare delle definizioni dottrinali, perché Dio &quot;è al di là&quot;. Ma così il rischio è che svaniscano gli articoli del Credo, obietta il professor Pietro De Marco. E spiega perché. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Osservazioni sulle &quot;conversazioni notturne&quot; di Carlo Maria Martini e Georg Sporschill di Pietro De Marco. &lt;br /&gt;La forma di questo libro, una ben costruita intervista scandita in capitoli introdotti da brevi testi, spesso domande, di &quot;giovani&quot;, ne fa un testimone importante della mente del cardinale Carlo Maria Martini. E di quanti lo seguono dentro e fuori i confini ecclesiali. &lt;br /&gt;Del libro sottolineerò quello che non mi sento di approvare e specialmente quella che mi appare l'intima contraddizione, una contraddizione che segna forse l’intera vicenda pubblica del gesuita, già arcivescovo di Milano. Ma rendo omaggio, anche filiale, alla personalità grande che si rivela, ancora una volta, in queste pagine, scritte assieme a Georg Sporschill, anch’egli un religioso della Compagnia di Gesù. &lt;br /&gt;Parto dalla risposta del cardinale alla domanda: &quot;come dovrebbe essere oggi l’educazione religiosa?&quot; (p.19). Che equivale a: come educare qualcuno a essere un &quot;buon cristiano&quot;? Il cardinale aveva poco prima detto: un buon cristiano si distingue &quot;perché crede in Dio, ha fiducia, conosce Cristo, impara a conoscerlo sempre meglio e lo ascolta&quot;. &lt;br /&gt;Nello stile del libro, che sembra risolvere tutto nella dimensione quotidiana, nella verità dei &quot;mondi vitali&quot;, Martini inizia con l'evocare scene familiari e &quot;semplici usanze&quot;. Tra queste ultime fa impressione vedere indicati anche il Natale e la Pasqua. Ci tornerò su. L'educazione religiosa proposta dal cardinale è di &quot;ascoltare le domande e le scoperte dei giovani e accettarle&quot;, per arrivare al suo fondamento, la Bibbia: &quot;Non pensare in modo biblico ci rende limitati, ci impone dei paraocchi, non consentendoci di cogliere l’ampiezza della visione di Dio&quot; (p.20). &lt;br /&gt;Va certamente apprezzato tale fiducioso e ragionato primato dato alla Scrittura, in anni in cui c'è chi propone nel cristianesimo una “religione della ragione&quot;, ovvero una ricerca di Dio che elimina la Bibbia quale coacervo di falsità. Ma quando il cardinale va a spiegare in che cosa si esprime la &quot;ampiezza della visione di Dio&quot; dischiusa dalla Scrittura, la indica in Gesù che si meraviglia della fede dei pagani e accoglie in cielo il ladrone, o in Dio che protegge Caino che ha ucciso il fratello. &quot;Nella Bibbia Dio ama gli stranieri, aiuta i deboli&quot;, prosegue il cardinale. E con ciò slitta nel troppo detto, nel sermone, che prosegue nella risposta alla domanda successiva: &quot;Dobbiamo imparare a vivere la vastità dell’essere cattolico. E dobbiamo imparare a conoscere gli altri. [...] Per proteggere questa immensità non conosco modo migliore che continuare sempre a leggere la Bibbia. [...] Se ascoltiamo Gesù e guardiamo i poveri, gli oppressi, i malati, [...] Dio ci conduce fuori, nell’immensità. Ci insegna a pensare in modo aperto&quot;. Si coglie qui un compendio di pensiero che merita un commento. &lt;br /&gt;Intanto, se la fede/fiducia in Dio e la conoscenza/ascolto di Cristo sono l’essenza della condizione cristiana, questa bella formula non può essere usata come già per sé sufficiente. Il solo rimando a un leggere/pensare biblico e ad una &quot;apertura&quot; di cuore resta del tutto indeterminato. L'unica, minima determinatezza nelle parole del cardinale è quella che procede dalla “apertura agli altri” alla Scrittura, per ritrovare in questa quella medesima apertura. Una simile circolarità, per quanto importante, è veramente poco rispetto all’immensità del tesoro scritturistico. Che ne è della conoscenza delle cose divine? Del timore e dell'amor di Dio? Della economia trinitaria? Se la Rivelazione ci trasforma è perché essa implica “infinitamente” di più che un pensare &quot;in modo aperto&quot; alla maniera dei moderni; un &quot;aperto&quot; che si oppone a ciò che Sporschill liquida come &quot;mentalità ristretta&quot;. &lt;br /&gt;Questo orizzonte, che tanto piace all’intelligencija laica e cattolica, spiega anche la riduzione che Martini fa delle grandi festività dell’anno liturgico a &quot;semplici usanze&quot;. Riduzione forse involontaria, eppure rivelatrice. Quando mai nel pensoso e spesso profondo ragionare del cardinale si intravvedono la &quot;lex orandi&quot; e la pienezza del mistero liturgico? A lui sfugge il legame tra l’immensità del &quot;pensare in modo biblico&quot; e l’immensità del culto cristiano che davvero ci apre a una liturgia cosmica, anche se non siamo né diventiamo per questo degli &quot;spiriti aperti&quot; alla maniera moderna. Non è questione da poco né recente. I cattolici e ancor più gli ortodossi sono in questo su sponde opposte rispetto alle comunità protestanti, alle quali non è bastato, per far fronte alla modernità, il frequentare la Scrittura e &quot;pensare in modo biblico&quot;. &lt;br /&gt;Il &quot;vivere la vastità dell’essere cattolico&quot; non si compie neppure nel guardare &quot;i poveri, gli oppressi, i malati&quot;. Quello che il cardinale chiama il &quot;rischio&quot; della Chiesa di porsi come un assoluto non mi pare evocato in maniera pertinente. L’assolutezza della incarnazione del Logos nel cosmo e nella storia non è un &quot;rischio&quot; ma è il fondamento di quella &quot;vastità&quot;, è ciò che davvero ci fa &quot;aperti&quot;. &lt;br /&gt;Senza sottovalutare i &quot;mondi vitali&quot; che il cardinale predilige, è nell’assolutezza che si radicano da sempre universalità e responsabilità cristiane. Solo qualche pensatore laico insiste ancora, specialmente in Italia, sull'equazione tra &quot;pretesa di verità&quot; e &quot;chiusura&quot; intellettuale e morale. Mi preoccupa il passaggio in cui Martini dice: &quot;Gli uomini si allontanano dai [...] dieci comandamenti e si costruiscono una propria religione; questo rischio esiste anche per noi. Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno, è ovvio, ma non dobbiamo confonderli con Dio&quot;. Mi preoccupa perché è rischiosissima l’idea che una religione positiva sia in sé allontanamento da un fondamento indeterminato che la precede e le è superiore. Anche dal punto di vista della scienza delle religioni non sussiste per sé un religioso indeterminato, comune e primario. Solo le religioni sono religione. &lt;br /&gt;Trovo infelice anche la formula del &quot;Dio cattolico&quot;, quasi che le teologie su Dio della &quot;Catholica Ecclesia&quot; rappresentino un’indebita appropriazione e perdita del divino, invece che l’amorosa e gelosa sollecitudine spirituale e gerarchica per quanto è rivelato in Cristo. Certamente Dio è al di là delle nostre definizioni; ma non è &quot;per la vita&quot;, cioè per motivi di praticità, che noi stabiliamo delle &quot;definizioni&quot;; infatti è molto più pratico non definire, come preferiscono tanti moderni e postmoderni. La mirabile teologia trinitaria dei concili e le &quot;summae&quot; teologiche sono più e altro che contingenze. Sono monumenti di lode al Dio di Gesù Cristo eretti dalla ragione cristiana. Forse è difficile per l’esegeta moderno, anche cattolico e della generazione di Martini, capirlo. &lt;br /&gt;Tutto il percorso di queste conversazioni notturne nasconde molti passaggi rischiosi. Forse l’antica perizia da rocciatore di Martini li predilige, li cerca. Per restare nel capitolo primo, a p. 18 il cardinale dice: &quot;Gesù si è battuto in nome di Dio perché viviamo secondo giustizia&quot;. E a p. 24: &quot;Gesù ha osato intervenire e mostrare che l’amore di Dio deve cambiare il mondo e i suoi conflitti. Per questo ha rischiato la vita, sacrificandola infine sulla croce. La sua abnegazione, però, la vediamo già in precedenza. [...] Credo che questo sia il suo amore, che sento nella comunione, nella preghiera, con i miei amici, nella mia missione&quot;. Non ho alcun timore di impopolarità nel dire che questa cristologia di taglio liberazionista sarà anche pastoralmente utile con alcuni giovani aperti al progresso, ma mi appare seriamente lacunosa. È inutile che io ricordi a un grande conoscitore dei testi del Nuovo Testamento quanto sia criticamente infondato, oltre che profondamente riduttivo del significato della Rivelazione, affermare che Gesù &quot;si è battuto in nome di Dio&quot; come uno dei tanti ribelli religiosi, ed è morto sulla croce per cambiare il mondo secondo le contingenti istanze del mondo (pace e giustizia secondo chi e per chi?). Ammettiamo che la lettura che Martini fa di Gesù implichi un antagonismo più spirituale e meno “politico”; non vi scorgo, comunque, quasi niente della tradizione trinitaria e cristologica. Tradizione che innerva invece profondamente il &quot;Gesù di Nazaret&quot; di Joseph Ratzinger, sul quale il padre Sporschill ironizza (“il buon Gesù di Ratzinger”) con scarsa intelligenza. &lt;br /&gt;Inappropriati sul terreno ecclesiologico sono, poi, diversi passaggi del capitolo quinto dedicato all'enciclica di Paolo VI &quot;Humanae vitae&quot;, che hanno naturalmente fatto scalpore. Anche il sincero dispiacere che il cardinale mostra per quella che egli considera una disavventura nel pontificato di papa Montini finisce con una coda polemica. Il papa pubblicò l’enciclica &quot;con un solitario senso del dovere e mosso da profonda convinzione personale&quot;, dice Martini, marcandone fortemente il volontario isolamento. Ma ci si domanda: di chi Paolo VI poteva fidarsi, fuori di Roma, nel 1968? Di episcopati travolti dalle crisi del postconcilio? O di teologi trasformati in intelligencija ribelle? Appare poco accorto anche lasciar scrivere provocatoriamente a padre Sporschill: &quot;Supponiamo che Benedetto XVI si scusi e ritiri l’enciclica Humanae Vitae&quot;. Sbaglia Martini a coprire con la sua autorità la propensione di correnti ecclesiali a &quot;chiedere scusa&quot;, naturalmente non dei propri errori ma di quelli della gerarchia: uno sport irresponsabile e senza discernimento. &lt;br /&gt;Anche la metafora dei quarant’anni trascorsi dopo la &quot;Humanae Vitae&quot;, da intendere come i quarant’anni di Israele nel deserto (p. 93), è ambigua. Chi avrebbe guidato chi, in questa traversata costellata di infedeltà? Pensa il cardinale Martini, come si pensa negli sparsi focolai della contestazione, che sia il popolo di Dio a guidare alla Terra Promessa una gerarchia resistente al richiamo dello Spirito? O riconosce che è avvenuto il contrario: la profonda conferma della insostituibilità della Chiesa &quot;madre e maestra&quot;? Il coraggio di Paolo VI, fondato nella sua coscienza del ruolo di Pietro, fu enorme e, nella lunga durata della sollecitudine della Chiesa per l’uomo, salutare, come possiamo valutare oggi, dopo decenni di disorientamento e presunzione modernizzante. &lt;br /&gt;Insomma, anche apprezzando in queste pagine tante osservazioni misurate e di grande delicatezza pastorale, trovo nel cardinale una troppo debole consapevolezza di ciò che è in gioco nell'attuale passaggio di civiltà. Prevale in lui l’ascolto delle opinioni, delle preoccupazioni e delle proteste, interne ed esterne alla Chiesa, e una programmatica sintonia con esse, tipica dell'intellettuale. Valga la considerazione, davvero eccessiva, che riserva alle tesi del filosofo tedesco Herbert Schnädelbach in un saggio del 2000 sulle &quot;colpe del cristianesimo&quot;. &lt;br /&gt;Trovo rivelatrice anche la risposta di Martini alla domanda se ha mai avuto paura di prendere decisioni sbagliate (p. 64): &quot;Per paura delle decisioni ci si può lasciar sfuggire la vita. Chi ha deciso qualcosa in modo troppo avventato o incauto sarà aiutato da Dio a correggersi. [...] Non mi spaventano tanto le defezioni dalla Chiesa. Mi angustiano, invece, le persone che non pensano. [...] Vorrei individui pensanti. [...] Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti. Chi riflette sarà guidato nel suo cammino. Ho fiducia in questo&quot;. &lt;br /&gt;Intravedo in queste formule un metodo talvolta adottato da uomini di Chiesa e in particolare dalla Compagnia di Gesù: attrarre le persone che pensano, non importa se credenti; non smarrirsi per le passate o presenti defezioni dall’istituzione; avere fiducia nella guida e nella correzione di Dio in questo genere di impresa. Questo coraggio spesso appare efficace, anche se non sappiamo cosa ne scaturirà di più profondo e decisivo per la formazione alla fede e per la Chiesa stessa. Ma c'è qualcosa di essenziale che sfugge. Chi giudica delle &quot;persone pensanti&quot;? E pensanti che cosa? Cosa intende esattamente il cardinale, se andiamo oltre le generali e generose formule educative ed entriamo nel cuore dell’istruzione cristiana? &lt;br /&gt;È evidente che quella espressa dal cardinale è stata anche la scommessa di parte della Chiesa nella lunga crisi di uomini e di fede del postconcilio. È evidente anche l’ottimismo che regge una simile pedagogia della provvidenziale realizzazione di sé nella libertà. Così, però, si è sottovalutata e alla fine favorita la falcidie degli uomini dell’istituzione, del clero. Non era difficile, in anni ancora vicini a noi, sentir dire dai pastoralisti che la mancanza di clero è un falso problema ed è anzi una chance per il rinnovamento della trasmissione della fede e per la sua purificazione, naturalmente in senso &quot;non clericale&quot;. &lt;br /&gt;L’ottimismo che accompagna la conversazione notturna del cardinale Martini non può essere, dunque, proposto semplicemente alla futura sperimentazione. Ha già segnato pratiche del passato. E i risultati di questo ottimismo sono sotto il giudizio di tutti. Si può sospettare che, dietro il fascino delle formule e il consenso di tanti amici non credenti, tale ottimismo abbia alimentato quell’intima contraddizione di cui il cardinale appare portatore: da un lato una visibilità cristiana dotata di un profilo “aperto”, dall’altro un messaggio reticente quanto a completezza della confessione di fede. Nel suo modello pedagogico, tra frequentazione della Bibbia e confidenza con gli articoli del Credo lo squilibrio è vistoso: uno squilibrio in cui la Tradizione e il Credo vivono in sordina come fosse superfluo menzionarli. &lt;br /&gt;Una contraddizione simile segna paradossalmente anche le pagine di Carlo Maria Martini sugli esercizi spirituali di sant’Ignazio. Essi sono per il cardinale &quot;esercizi pratici e semplici che mantengono vivo l’amore. È un po’ come nella vita familiare [...]. Anche l’amore per Gesù e l’intimità con Dio vivono di una condotta quotidiana. Non riesco ad immaginare la mia vita senza l’acquasanta ecc.&quot;. Accolgo queste formule delicate, e alla base di esse la distinzione tra gli esercizi &quot;nella loro forma completa, solo per pochi&quot;, e i &quot;numerosi esercizi facili&quot; per tutti (p. 88). Però perché riservare ai semplici la prima settimana, dedicata (dico per semplicità) all’esame di coscienza, e non farli accedere almeno alla seconda? Nel testo italiano del 1555, che traduce la cosiddetta &quot;vulgata&quot;, si legge: &quot;La seconda settimana è contemplare il regno di Iesù Christo per similitudine de uno re terreno il quale chiama li suoi soldati alla guerra&quot;. L’autografo di Ignazio è più secco: &quot;El llamamiento del rey temporal ayuda a contemplar la vida del rey eternal&quot;, ma non muta la sostanza. La regalità di Cristo e la sua chiamata sono forse irrilevanti per il &quot;buon cristiano&quot; e per la sua vita di fede? &lt;br /&gt;Evidentemente per il cardinale Martini non è essenziale, anzi è imbarazzante &quot;considerare Christum vocantem omnes suos sub vexillum suum&quot;, salvo forse in una versione tutta spirituale. Ma credo che anche parte della Chiesa abbia troppo offuscato i propri &quot;vexilla&quot; e si sia autolimitata al domestico, sia familiare sia comunitario. Ne hanno sofferto i suoi necessari profili universali e pubblici. Ne ha sofferto la sua stessa dedizione e chiamata alla Verità; poiché se a una famiglia possono bastare la consuetudine privata del Pater Noster e la lettura dei Vangeli o dei Salmi, questo non basta alla fede e alla missione. Né può bastare, penso, alla Compagnia di Gesù, ai suoi uomini, alla sua ragione di vita. &lt;br /&gt;È stato necessario che fosse la cattedra di Pietro a fare attiva e autorevole memoria di tutto questo, negli ultimi decenni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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                <title>L'Ue non invierà truppe</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
                                                <category>opinioni</category>
                                                <pubDate>Tue, 11 Nov 2008 23:03:38 +0100</pubDate>
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                    Tra i profughi si diffondono le epidemie. L'Unione europea frena sull'ipotesi di inviare truppe in Nord Kivu.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Kinshasa, 11. Non si profila ancora una soluzione della crisi esplosa nella provincia orientale congolese del Nord Kivu, dove dalla fine di agosto sono ripresi i combattimenti tra l'esercito governativo e i miliziani del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), guidati dall'ex generale Laurent Nkunda. L'Unione europea, la cui presidenza di turno francese aveva ipotizzato la settimana scorsa l'invio di truppe, ha frenato su tale prospettiva. I ministri degli Esteri riuniti ieri a Bruxelles hanno escluso invii di soldati, chiedendo però un rafforzamento dei poteri della Monuc, la missione dispiegata dall'Onu nella Repubblica Democratica del Congo. &lt;br /&gt;Nel Nord Kivu, intanto, le conseguenze del conflitto sui civili si fanno sempre più pesanti. Secondo gli ultimi dati forniti dall'alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr), gli scontri degli ultimi due mesi e mezzo hanno provocato almeno 253.000 nuovi profughi, che si aggiungono agli oltre 800.000 dei mesi precedenti. L'Onu ha denunciato crimini di guerra da parte di tutte le milizie belligeranti e, in particolare, sistematiche violenze contro le donne. Ancora questa mattina, il portavoce della Monuc, il tenente colonnello Jean-Paul Dietrich, ha parlato di saccheggi e abusi compiuti ieri dalle truppe governative contro la popolazione civile nell'area di Kanyabatonga, 175 chilometri a nord del capoluogo Goma. Sempre Dietrich ha aggiunto che gli scontri nell'area stanno continuando anche oggi. Ad accrescere le inquietudini internazionali contribuisce l'espansione delle aree investite dai combattimenti, che ora coinvolgono anche le zone meridionali della provincia, quelle a ridosso del Sud Kivu. &lt;br /&gt;Intanto, si confermano purtroppo le notizie di casi di colera sempre più diffusi tra i profughi provocati dal conflitto. L'organizzazione umanitaria Medici senza frontiere (Msf) ha detto ieri di averne già registrati un'ottantina tra le migliaia di persone ammassate alle porte del capoluogo Goma. Secondo Msf, il numero dei contagi appare in aumento. &lt;br /&gt;Sul piano internazionale, come detto, il confronto si sta concentrando in questo momento sulle diverse ipotesi di intervento militare. Pur essendo, con i suoi diciassettemila caschi blu, la più numerosa forza mai messa in campo dalle Nazioni Unite, la Monuc non appare in grado di proteggere i civili. Un rafforzamento della Monuc, con l'invio di altri tremila caschi blu, è stato chiesto anche dal Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon al consiglio di sicurezza, che potrebbe pronunciarsi in merito oggi. &lt;br /&gt;Due giorni fa, disponibilità a inviare truppe era stata espressa dai Paesi della Comunità di sviluppo dell'Africa australe (Sadc). L'annuncio della Sadc, giunto dopo una riunione d'urgenza tenuta domenica a Johannesburg, precisa che tali truppe avrebbero mandato di intervenire contro ogni gruppo che commettesse violenze. Non si tratterebbe, cioè di un intervento a sostegno delle truppe regolari congolesi impegnate da settimane contro le milizie di Nkunda. &lt;br /&gt;Si parla invece con sempre maggiore insistenza di un intervento di questo tipo da parte di truppe angolane. Proprio in margine alla riunione a Johannesburg, il ministro degli esteri congolese Alexis Thambwe Mwamba aveva parlato di &quot;posizione dell'Angola senza equivoci a sostegno del Congo&quot;, pur smentendo che contingenti angolani siano già presenti in Nord Kivu. &lt;br /&gt;Come noto, l'Angola è già intervenuta a sostegno del Governo di Kinshasa durante la cosiddetta seconda guerra congolese del 1998-2003, che vide impegnate, oltre alle fazioni locali, le truppe di altri sei Stati africani, al punto da essere definita la prima guerra mondiale africana. Tra le forze schierate contro l'attuale Governo di Kinshasa c'erano quelle del Rwanda, accusato anche oggi di sostenere e di rifornire - e secondo Kinshasa anche di affiancare con proprie truppe - le milizie di Nkunda. Questi, da parte sua, accusa il Governo di Kinshasa di connivenza con le Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr), i ribelli hutu rwandesi riparati oltre confine dopo il genocidio dei tutsi in Rwanda del 1994. &lt;br /&gt;In ogni caso, a giudizio concorde di tutti gli osservatori, senza un'effettiva soluzione politica resterebbe comunque aleatoria la possibilità di riportare la pace nelle tormentate regioni alla frontiera orientale congolese. La crisi è di nuovo divampata in Nord Kivu, al confine con il Rwanda, ma la situazione è di estrema incertezza e di costante pericolo anche nel Sud Kivu al confine con il Burundi, nell'Ituri al confine con l'Uganda e nell'estremo nord-est della provincia Orientale, al confine con il Sud Sudan. &lt;br /&gt;Le speranze di una soluzione politica a livello regionale, purtroppo, non si sono concretate neppure nella riunione tenuta venerdì scorso a Nairobi e alla quale ha partecipato lo stesso Ban Ki-moon. A Nairobi non è stato infatti raggiunto l'obiettivo cruciale di arginare una crisi &quot;che rischia di far esplodere tutta l'area dei Grandi Laghi&quot;, come ha detto Ban Ki-moon. In particolare, non c'è stato l'auspicato disgelo tra il Governo congolese e quello rwandese. Alla riunione hanno partecipato tanto il presidente congolese Joseph Kabila quanto quello rwandese Paul Kagame, ma entrambi sono rimasti sulle proprie posizioni. (L'Osservatore Romano del 12.11.08).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho detto, e ripeto, che l'Ue è un gigante economico ed un nano politico-militare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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                <title>L'arcivescovo Maroy Rusengo</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Tue, 11 Nov 2008 18:34:26 +0100</pubDate>
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                    CONGO RD - Mentre continua l'emergenza umanitaria nel nord Kivu, l'Arcivescovo di Bukavu chiede alle grandi potenze di far cessare le loro interferenze che alimentano la tensione in Congo&lt;br /&gt;Kinshasa (Agenzia Fides)- Sembra reggere la fragile tregua proclamata unilateralmente dal leader ribelle Laurent Nkunda nel nord Kivu, nell'est della Repubblica Democratica del Congo, ma la situazione umanitaria rimane molto grave. L'Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau ha inviato all'Agenzia Fides l'appello lanciato da Suor Giovanna Gallicani, collaboratrice presso il Progetto AIFO per l'infanzia a Goma, dove i profughi che hanno abbandonato i loro villaggi, quasi sempre dati alle fiamme, si riversano come un fiume su Goma che non riesce più a coprire le esigenze della popolazione. Si parla di 2 milioni di persone, che si ritrovano accampate in luoghi di accoglienza improvvisati dove manca tutto: cibo, acqua e medicine. Suor Giovanna afferma: “Abbiamo passato due giorni terribili, nei quali l'armata nazionale ha fatto saccheggi, esecuzioni e violazioni di ogni genere. Rimane l'incertezza, la paura... preghiamo perché la guerra finisca! Gli sfollati di guerra hanno invaso la città e fin'ora in pochi si occupano di loro... speriamo nei prossimi giorni”. &lt;br /&gt;Dal 2004 l'AIFO lavora con i Frati della Carità del Centro di Salute Mentale di Goma, che ogni anno accoglie, cura e protegge 750 bambini da 0 a 14 anni. Si tratta di fanciulli con problemi neuropsichiatrici e comportamentali legati ai traumi di guerra. A seguito della drammatica situazione umanitaria il numero dei bambini che affluiscono al Centro si è triplicato nelle ultime settimane e a causa della chiusura delle frontiere con il vicino Rwanda i Padri sono rimasti senza medicine, con gravi conseguenze anche sulla situazione dei bambini già in cura. La Congregazione delle Piccole Figlie della vicina Parrocchia di Ndosho, di cui Sr. Giovanna fa parte, collabora con il Centro e sta portando assistenza a tutte le persone che si sono accampate attorno, nella speranza di ricevere aiuto. Purtroppo però manca tutto e gli approvvigionamenti sono difficili.&lt;br /&gt;Sul piano politico, dopo il Vertice di Nairobi della scorsa settimana, che ha prodotto solo un appello per porre fine alle ostilità, il Vertice della Comunità degli Stati dell'Africa Australe (SADC) tenutosi a Johannesburg (Sudafrica) ha affermato la disponibilità dei membri della SADC di inviare proprie truppe nella regione congolese per ristabilire la pace. &lt;br /&gt;La scorsa settimana il neo Premier congolese Adolphe Muzito si è recato nel nord e sud Kivu per confortare la popolazione e affermare l'impegno del governo di Kinshasa. Sua Eccellenza Mons. François-Xavier Maroy Rusengo, Arcivescovo di Bukavu (capoluogo del sud Kivu) ha scritto una lettera aperta al Premier congolese nella quale afferma che il “dramma congolese ha delle implicazioni economiche e politiche a livello internazionale, nazionale e locale”. Quelle internazionali, ricorda l'Arcivescovo vanno ben oltre il contesto africano, al punto che Mons. Rusengo si chiede se non è possibile organizzare un Vertice “tra gli USA, l'Unione Europea e alcuni Paesi asiatici per armonizzare i loro interesse geostrategici, economici e persino fondiari che alimentano le tensioni mortali della nostra regione in generale e del Congo in particolare”. (L.M.) (Agenzia Fides 11/11/2008)
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                <title>Reciprocità con gli islamici</title>
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                <author>noreply@ (Xavier)</author>
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                                                <pubDate>Tue, 11 Nov 2008 18:04:14 +0100</pubDate>
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                    Oggi Mario Giordano, direttore del Giornale, parlando del rapimento delle due suore in Kenia (e, probabilmemente, portate in Somalia da centinaia di armati islamici) scrive:&lt;br /&gt;&quot;E allora oggi, di fronte a questo nuovo episodio di violenza, non possiamo fare a meno di chiederci se, oltre al giusto tema del dialogo e del rispetto, non sia il caso di mettere sul tavolo con forza il tema della reciprocità. Perché, mentre tutti continuano a darci lezioni, dicendo che dobbiamo favorire in ogni modo l’integrazione degli islamici in Occidente, regalando spazi e magari anche soldi per le moschee, l’integrazione che altrove viene offerta ai cattolici nei Paesi islamici è quella del sangue e del terrore. E sarà davvero duro da accettare il prossimo minareto sotto casa pensando che in molti Paesi musulmani si rischia la vita perfino portando una croce nascosta sotto il vestito. O anche solo cercando di regalare un sorriso ai bambini malati&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come si può dargli torto?&lt;br /&gt;
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