samedi, 28 novembre 2009

Più truppe in Afghanistan: Obama ha detto (quasi) sì

La decisione di Obama sull’Afghanistan che fa seguito alle richieste del generale McChrystal sembra ormai imminente: 30.000 soldati americani e 10.000 degli altri alleati della NATO. È una decisione importante. Il presidente americano deve tenere assieme diversi e contraddittori fattori.

La caduta verticale di consenso tra l’opinione pubblica rispetto all’impegno bellico; l’aumento delle vittime militari; la corruzione (l’Afghanistan è al secondo posto nella classifica mondiale; a tal proposito, si veda anche questa intervista al consigliere del generale Petraeus, Michael Kilcullen), e la scarsa rappresentatività del governo Karzai; il numero altissimo delle diserzioni tra l’esercito afghano (un soldato su quattro se ne va prima che sia finita la ferma regolare) e la mancanza di professionalità della polizia; la difficile situazione nelle aree tribali e nel Waziristan nel nord del Pakistan, dove un esercito impreparato, addestrato per affrontare il nemico indiano, si trova a combattere un nemico irregolare come i talebani con cui, per altro, ha sempre tenuto, e al di là delle apparenze tutt’ora tiene, rapporti ambigui se non stretti. Il risultato è che i talebani hanno cambiato tattica e affrontato le scarse forze pakistane, poco meno di 20.000 uomini combattenti, con altrettanti guerriglieri (quando il rapporto in una azione di contro insorgenza è di per lo meno di 4:1) che intensificano gli attacchi, mentre il Pakistan è sempre più preoccupato che questo impegno militare contro il nuovo nemico possa essere utilizzato dal suo storico rivale indiano. L’ultimo problema, se non il peggiore poco ci manca, è che, in questo caos, Al Qaida sta riallacciando rapporti con i talebani proprio ai confini tra i due paesi rafforzando militarmente il fronte nazionalista pashtun. Da notare il modo d’azione “leninista” dell’organizzazione islamica che cerca di collegare motivi locali o nazionali di malcontento, che non trovano soddisfazione, a obiettivi rivoluzionari, in questo caso jihadisti.

Situazione difficile, ma una cosa è chiara: dall’Afghanistan gli Stati Uniti, gli alleati, la NATO, non si possono ritirare; non possiamo andarcene. Ma è anche chiaro che rimanere è possibile solo se vengono ridefiniti gli obiettivi politico-militari e se viene adottata una strategia conseguente. E allora diventa d’importanza cruciale stabilire cosa s’intende per “vittoria”.

Innanzitutto, anche se Obama optasse, come consigliato dal suo ministro della Difesa, Robert Gates, per un impegno leggero, basato su aviazione e azioni di commandos e truppe speciali in funzione anti Al Qaida, sul suolo afghano rimarrebbero decine di migliaia di soldati. C’è la base aerea di Bagram vicino Kabul dove ne sono stanziati circa 20.000, “il pernio di ogni azione in Asia centrale” come ha dichiarato l’ammiraglio William Fallon, ex capo dello US Central Command; poi vi è la base di Kandhar con 20.000 uomini e  molte altre ancora.

Ora, domande e risposte sulla crisi afghana a favore della richiesta di McCrystal.

1) “Perché appoggiare il corrotto e debole Karzai eletto tramite votazioni fraudolente?”

Era così anche in Iraq; il premier Maliki prima del surge era visto da tutti, dico tutti, gli osservatori come incapace e strumento degli iraniani. Quando è passato il pericolo stragista di Al Qaida e il governo centrale si è potuto rafforzare, la situazione è migliorata (Los Angeles Times) e Maliki è diventato adesso un autorevole primo ministro.

2) “L’Afghanistan è un paese essenzialmente tribale e quindi non può funzionare una strategia di contro insorgenza”.

Max Boot su Commentary afferma che, comunque sia, nel corso dei secoli si è costituita un’identità nazionale afghana; semmai, aggiungo io, il problema è che il paese è da quasi trenta anni coinvolto in guerre che hanno pesantemente intaccato forme di vita civili complesse.

3) “Al Qaida è il vero nemico, perché impegnarsi contro i Talebani?”

“Al Qaida non esiste in un vacuum come la Spectre di James Bond”, questa è la metafora usata dai coniugi Kagan su Weekly Standard. L’obiettivo di al Qaida è duplice: instaurare il califfato mondiale a partire da santuari locali. Al Qaida fornisce know how forniture militari e ideologia alle formazioni locali autonome che a loro volta ricambiano ospitandoli.

4) “Perché non è possibile sconfiggere i talebani con una guerra di contro-insorgenza leggera con droni e quant’altro?”

Per due motivi. Il primo è stato detto sopra: i talebani controllano ampie zone del territorio dove i seguaci di Bin Laden stanno già intrattenendo buoni rapporti; il secondo è che comunque gli americani hanno abbastanza truppe per essere responsabili di quello che succede, ma non abbastanza per uscire vittoriosi dalla situazione. E’ quasi impossibile che azioni di anti-terrorismo funzionino contro movimenti sovversivi con un supporto popolare.

5) “Il pubblico americano è stanco della guerra”.

E’ vero, ma è anche vero che la retorica obamiana è insopportabile: non si può parlare di pace, chiedere scusa a mezzo mondo e poi fare la guerra. Obama dovrebbe andare davanti all’opinione pubblica e dire come stanno le cose veramente in quella zona del mondo.

6) “Il nucleare Pakistan è più importante dell’Afghanistan?”.

I problemi relativi ai due paesi non possono essere separati, a unirli in un comune destino ci ha pensato la geografia e la storia. I pashtun, i talebani stanno a cavallo dei due e ogni zona è un eventuale santuario per l’uno o l’altro a seconda dei casi.

7) “La maggioranza degli afghani vede le truppe alleate come occupanti”.

Non è vero, la maggioranza della popolazione, specialmente delle città, vuole che gli americani restino e finiscano il lavoro. Hanno conosciuto i talebani, sanno cosa significhi vivere nel terrore, quello che vogliono è essere protetti di più.

8) “L’Afghanistan è la tomba degli imperi”.

Le analogie storiche sono una bufala. Ogni situazione, ogni crisi, ogni guerra costituisce un caso unico. Non c’è mai “un altro Vietnam” o “un’altra Monaco”. I confronti servono per capire situazioni nuove improvvise, a dare il colpo d’occhio, ma  non possono essere usate per trovare soluzioni, perché si perde la caratteristica della novità di ogni evento: il suo essere unico. Che cosa hanno in comune l’Iraq con il Vietnam? Il deserto? Il comunismo? E qual è il comune denominatore tra i sovietici e gli americani? Per non parlare dei metodi di guerra; i russi impiegavano per reprimere l’opposizione una strategia basata sul genocidio, mentre la NATO impiega una opportuna strategia di anti-insorgenza che cerca con tutte le cautele possibili di evitare vittime civili. Forse potrà non bastare, ma se l’Occidente verrà sconfitto non è certo perché dall’Afghanistan ogni esercito straniero precedentemente si è dovuto ritirare.

http://leonardotirabassi.blogspot.com. L'Occidentale

"L'uovo di giornata" dell'Occidentale

Le parole non solo hanno un senso. Sono qualcosa di più: sono importanti, come diceva Nanni Moretti nel film "Palombella Rossa" già evocato qualche tempo addietro dagli amici di Farefuturo. Purché non vi si giochi, usandole un giorno per chiedere una cosa e il giorno dopo - ottenuto il risultato e constatato che non è tanto conveniente - affermare l'esatto contrario.

Il perché è presto detto. In un corsivo sul giornale online della Fondazione di Gianfranco Fini, Filippo Rossi si chiede oggi se dietro l'effigie del "popolo" e della "libertà" non si celi piuttosto il tentativo di instaurare nel PdL un regime di "centralismo democratico", dove il contributo di chi "cerca di descrivere, pensare, sognare una destra altra rispetto a una vulgata" sia destinato a essere relegato "nelle stanze dei bottoni di una struttura che così diventa, oggettivamente, monolitica, burocratica, chiusa". La prova di tutto questo starebbe nella citazione, da parte di Gaetano Quagliariello, dell'anglosassone Ewart Gladstone, il quale ebbe a dire che "tra la propria coscienza e il proprio partito, un gentiluomo sceglie sempre il partito". Qui sta il punto, dicono a Farefuturo: "C'è invece chi è convinto che un uomo, prima di tutto, prima di ogni altra cosa, debba scegliere la propria coscienza".

Ma se le parole hanno un senso, cerchiamo di capirci. Perché scegliere di appartenere a un popolo, prendervi parte, vuol dire anche rimettere consapevolmente parte della propria libertà per amore nei confronti della comunità. Nella fattispecie, per amore del partito al quale volontariamente si è deciso di aderire, mossi dalla coscienza che è (o almeno dovrebbe essere) un rimando a principi previi e non un alibi soggettivo o una lavanderia personale attraverso la quale mondare e ammantare di senso superiore qualsiasi desiderio e qualsiasi sogno.

Quanto al resto, ci era parso di capire che la richiesta di un popolo che fosse anche partito, e che in quanto tale riunisse i suoi organi statutari e discutesse le varie istanze, fosse provenuta proprio dall'area politico-culturale che a Farefuturo fa riferimento. A meno di non dover pensare che il dibattito e il pluralismo interno tanto cari alla "destra altra" debbano arrestarsi alla fase del confronto, cancellando con un tratto di penna il passaggio successivo: quello in cui, come in ogni democrazia che si rispetti, si vota, ci si conta, si determinano maggioranze e minoranze, e in base a questo si fissa una linea. Perché il buon Gladstone, nella metafora che tanto disturba Filippo Rossi, intendeva racchiudere lo spirito che anima i partiti anglosassoni: massima libertà all'interno, ampia libertà di confronto e discussione, ma poi di fronte al proprio popolo ci si presenta con un volto solo e un messaggio chiaro. In caso contrario, il rischio è l'anarchia.

Non vorremmo insomma che gli amici di Farefuturo, dopo aver fatto le barricate per dar vita a un partito in cui si discute, una volta raggiunto il risultato abbiamo cambiato idea per il solo fatto d'aver constatato di essere in minoranza. Se è così, basta dirlo. L'importante è non giocare con le parole.
L'Occidentale 

jeudi, 26 novembre 2009

L'uovo di giornata dell'Occidentale

Oramai sembra questione di giorni. Tutto lascerebbe presagire che la prossima offensiva giudiziaria contro il premier si giocherà sul terreno di Cosa Nostra, che l’ennesimo attacco al Cav. verrà dal partito dei pentiti della prima e dell’ultima ora, preannunciato dal grido d’assalto della solita stampa di sinistra. Ma non solo.

I segnali inquietanti arrivano dagli uffici giudiziari di Palermo, Caltanissetta, Firenze, che indagano sui rapporti tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, sulle stragi del ’92 e del ’93. Ma arrivano anche, forti e chiari, dalla lettura dei giornali di questi giorni. Basta scorrere le pagine dell’Unità e del Fatto, infarcite di ricostruzioni di storie di mafia, collusi e pentiti, per averne la certezza. E se non bastasse, a confermarlo oggi è anche il Giornale del presidente del Consiglio, che racconta a tutta pagina come dalla Sicilia sia in arrivo un avviso di garanzia a Berlusconi per concorso esterno in associazione mafiosa, avviso che, tra l’altro, darebbe luogo all’immediata confisca dell'intero patrimonio del premier.

Il sospetto di Feltri nasce da una preoccupazione a dir poco fondata, visti i precedenti: il valore che la magistratura intende dare alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, braccio destro dei boss mafiosi Filippo e Giuseppe Graviano, che chiamano in causa il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, amico di Berlusconi e al vertice di Publitalia. La preoccupazione del Giornale è che i magistrati possano attaccarsi al solo «sospetto» di rapporti tra Dell'Utri e Cosa Nostra per coinvolgere anche il premier con l'accusa di «concorso esterno» in associazione mafiosa.

Secondo molti segnali, insomma, gli antiberluscones d’annata stanno preparando l’offensiva da giorni, nel caso in cui una legge regolarmente votata del parlamento, come quella sul processo breve, riesca a salvare il premier dal linciaggio giudiziario cui è sottoposto da anni. Peccato, che tra quelli che storcono il naso rischiano di annoverarsi anche alcuni nomi emergenti del centrodestra, primo tra tutti quel Fabio Granata testa d’ariete dei deputati finiani che da qualche tempo non solo sembra parlare per bocca e per conto del Presidente della Camera, ma pare sia entrato perfettamente  nel ruolo di difensore unico della legalità e della vera giustizia nella militarizzata compagine governativa. 

Per vederlo, basta riprendere le sue dichiarazioni più recenti. Granata ha iniziato gridando per giorni alle dimissioni di Nicola Cosentino. Ha proseguito - inneggiato persino da Di Pietro - indirizzando i suoi strali sul processo breve. L’ultima offensiva l’ha lanciata in un’intervista alla Stampa, in cui dice che “c’è una grande voglia di delegittimare la lotta alla mafia. Liberare l’Italia dalle mafie dovrebbe rappresentare il primo punto all’ordine del giorno dell’azione di qualsiasi governo. La politica deve essere coerente e al di sopra di ogni sospetto perché la sua forza più grande resta l’esempio”.

Forse Granata ignora, o finge di ignorare, i numeri che raccontano l’azione di questo esecutivo nella lotta alla mafia e alla criminalità organizzata.  Nell’intervista non dice, per esempio, che nei primi diciassette mesi del Governo Berlusconi si registra (rispetto a quanto fatto da Prodi) un incremento del 91% dei latitanti arrestati (complessivamente 270), che raggiunge il 119% (35) relativamente alla cattura di ricercati inseriti nell’elenco dei cento latitanti più pericolosi, e il 62% (13) tra i boss nel gotha dei trenta meno raccomandabili. O che sul fronte del valore complessivo dei beni sequestrati e confiscati si parla addirittura di primati. Non dice che forse per la prima volta, e in maniera incontestabile, si sta sgretolando il mito per cui solo la sinistra è capace di condurre una politica forte e decisa contro la mafia. E’ proprio questo il punto: è a dir poco sorprendente che uno come Granata, che si colloca - almeno per ora - nel Pdl non solo non  comprenda l’importanza di questo passaggio,  ma anzi dia una mano a rinvigorire il mito di sempre secondo cui solo la sinistra sa occuparsi di antimafia.

Forse, a questo punto,  sarebbe necessario che Granata fosse coerente fino in fondo. Se ritiene che Cosentino si debba dimettere, solo sulla base di un’indagine e quindi non di un processo o di una sentenza, allora dovrebbe avere il coraggio di chiedere la stessa cosa per Berlusconi.  E il finiano di ferro Granata dovrebbe anche spiegare come mai per tanti anni in Sicilia è stato assessore nella giunta Cuffaro – per cui proprio oggi la procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio con l'accusa di concorso in associazione mafiosa – senza avere gli stessi sintomi di nausea che sembra accusare oggi.  Infine, dovrebbe spiegare perché nella sua terra è uno dei fondatori del Pdl Sicilia di Miccichè da sempre vicino a quel Dell’Utri, che oggi Granata difende, domani chissà.

Ci chiediamo: non ha un che di discutibile l’atteggiamento di un uomo politico che in Sicilia fa una cosa e a Roma ne dice un’altra? Al di là della sostanza, è questione di coerenza.  La stessa coerenza che Granata chiede alla politica. L'Occidentale

416bis: non trasformiamo l'emergenza giudiziaria in emergenza democratica

Il Senato ha bocciato le mozioni dei gruppi di opposizione che chiedevano le dimissioni del sottosegretario e la Giunta per le autorizzazioni della Camera ha respinto la richiesta di arresto formulata dal GIP di Napoli a carico del sottosegretario Cosentino imputato di concorso esterno in associazione camorristica. L’esito era forse scontato (le Camere hanno concesso l’autorizzazione all’arresto di parlamentari solo in rarissimi e gravissimi casi) anche se le intemperanze di alcuni esponenti di spicco del PdL avevano fatto sorgere qualche dubbio, trasformando questa vicenda nell’ennesimo capitolo del braccio di ferro che il Presidente Fini ha deciso di fare con Silvio Berlusconi.

Ma la vicenda Cosentino, l’ultimo episodio dell’endemico scontro fra giustizialismo politico, giudiziario e giornalistico e civiltà democratica, stato di diritto e istituzioni liberali, può essere utile per sviluppare una riflessione su alcune gravi criticità del nostro sistema giudiziario. Il punto da cui partire è lo stesso capo di imputazione: concorso esterno in associazione mafiosa. Ci rendiamo conto che le nostre sono considerazioni “inattuali”, ma non possiamo dimenticarci del fatto che, a voler essere rigorosi,  è la stessa esistenza dei c.d. reati associativi ad apparire discutibile. In uno stato di diritto sono perseguiti coloro che commettono delitti. E coloro che partecipano alla commissione del fatto sono concorrenti nel reato. Il reato associativo è di per sé una “scorciatoia probatoria” utilizzata per perseguire, senza essere riusciti a raggiungere la piena prova dei fatti, coloro che si ritiene abbiano partecipato alla commissioni di uno o più reati. A ragionare in termini astratti e rigorosi la dannosità e la pericolosità sociale (che giustifica la sanzione penale) deriva dai fatti di reato e non dall’esistenza di legami associativi. Ma siccome siamo in questa e di questa terra (e di questo Paese) ci rendiamo conto delle esigenze di alzare il livello del contrasto al crimine e quindi dell’opportunità di prevedere meccanismi che anticipino la tutela e rendano più efficace la repressione del crimine (soprattutto di quello organizzato). Ma questa consapevolezza non può e non deve far dimenticare come il reato associativo sia in quanto tale istituto delicato che deve essere maneggiato con grande attenzione, perché si può facilmente prestare ad abusi e distorsioni (si pensi solo alle associazioni politiche).

E non dobbiamo nemmeno dimenticare che la delicatezza dell’istituto è ancora maggiore nel caso dell’associazione a delinquere di stampo mafioso. L’art. 416 bis, sin da quando fu introdotto nel 1982, è assurto a simbolo dell’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità ed è quindi diventato intoccabile. Ma anche accettando la necessità di una norma speciale per le associazioni mafiose, non possiamo far finta di niente e credere che tale norma sia del tutto coerente ed in linea con i principi dello stato di diritto. Basta dargli una fugace lettura: “L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.” Più che una norma penale, rispondete ai fondamentali principi di tipicità e tassatività, siamo di fronte ad una descrizione sociologica del fenomeno mafioso. E quindi buon senso vorrebbe che quella cautela da utilizzare nei confronti del reato associativo venisse raddoppiata quando il reato in discussione è quello di cui all’articolo 416 bis del codice penale.

Ma i problemi sollevati dal caso Cosentino sono anche più gravi. Il sottosegretario è infatti imputato di “concorso esterno” in associazione mafiosa. Ora se incerta è la condotta tipica del reato associativo, se quasi indefinibile è quella dell’associazione mafiosa, del tutto evanescente è poi quella del concorrente dall’esterno in reato associativo (che infatti era ritenuta figura insussistente da un orientamento ormai lontano della Cassazione). Ed infatti se le forme di partecipazione ad un’associazione a delinquere sono del tutto indeterminate e se la stessa tipicità dell’associazione mafiosa è assai incerta, ebbene delle due l’una se io collaboro, aiuto o partecipo alle attività dell’associazione ne faccio parte altrimenti ne sono estraneo. Cosa differenzi l’associato dal concorrente dall’esterno all’associazione è oggetto di fede più che di ragione.

E da ultimo vi è un altro profilo della vicenda che non può essere sottaciuto e che è ormai diventato un elemento strutturale del nostro sistema giudiziario. L’intero impianto accusatorio nei confronti di Cosentino è costruito su dichiarazioni di camorristi pentiti, senza riscontri di carattere oggettivo. Il tema dell’uso dei pentiti è vecchio e risale alla stagione del terrorismo. Ma se non può essere negato che il fenomeno dei pentiti abbia contribuito alla sconfitta del terrorismo, non si può sottacere come oggi il fenomeno abbia mutato di segno. Se il pentimento di un criminale politico che agiva sulla base di ragioni  ideologiche poteva a certe condizioni essere ritenuto attendibile, è chiaro che nel caso dei criminali comuni la decisione di collaborare con la giustizia è presumibilmente il frutto di un cinico calcolo di convenienza. Il pentito comune decide come e quando pentirsi, cosa e quanto dire sulla base dei vantaggi (giudiziari, criminali, personali) che spera di ricavare. E per quei vantaggi sarà sempre disponibile a dire ciò che i suoi interlocutori magistrati si attendono che lui dica.

La verità è che la legislazione penale degli ultimi trent’anni è stata costruita sulla base di emergenze. A volte ha funzionato bene, a volte molto meno. Ma ha indiscutibilmente recato danni gravi e profondi alla coerenza ed all’equilibrio complessivo del sistema. Ormai viviamo in una situazione paradossale. Una situazione nella quale uno degli uomini politici più potenti della storia della repubblica (per sette volte Presidente del Consiglio) viene processato per associazione mafiosa e viene assolto. Per essere poi nominato senatore a vita e venerato quasi come fosse la Madonna. Un Paese nel quale da mesi si rincorrono voci secondo le quali per l’attuale Presidente del Consiglio, l’uomo che in tre occasioni è riuscito a vincere le elezioni conquistando la fiducia degli elettori, sarebbe imminente l’imputazione di essere niente di meno che il mandante delle stragi mafiose del ’92 (forse, dopo l’omicidio di Aldo Moro, il crimine più odioso dell’intera storia italiana). Il fatto è l’emergenza giudiziaria nella quale viviamo ormai da anni ha finito per causare una vera e propria emergenza democratica. Che se non si interviene tempestivamente ed in modo efficace l’Italia rischia di precipitare in una sorta di guerra civile e le istituzioni – tutte, anche quelle giudiziarie – rischiano di implodere. Il che, al di là di tutto il resto, sarebbe il migliore regalo che possiamo fare alla mafia (ed al clan dei Casalesi). Antonio Mambrino. L'Occidentale

Tutto è pronto per l'offensiva al Cav. ma sul pentitismo sta calando il sipario

Il canovaccio è stato scritto con calma. Con precisione è stata studiata la tempistica. I protagonisti studiano da qualche anno e hanno avuto tutto il tempo per mandare a memoria le battute. Dopo quindici anni di indagini, il gip di Napoli si è deciso a chiedere l'arresto di Nicola Cosentino, fino a qualche giorno fa candidato più che certo alla Regione Campania. I fatti che lo inchioderebbero sono stati raccontati da pentiti di camorra. Il più loquace di essi è un cocainomane, riferiscono, con qualche problema psichico. Teatro delle malefatte di Cosentino è l'area tormentata che gravita attorno a Casal di Principe, nel casertano. Terra di camorra, dove le probabilità di morire con piombo in corpo sono più alte che in qualsiasi altra zona d'Italia.

Palermo, Napoli, Firenze, Milano: cioè il processo d'appello a Marcello Dell'Utri, come apripista alla preda grossa Berlusconi; le inchieste di camorra contro Casentino, a Napoli; le indagini sulle stragi del '93 a Firenze; il processo per corruzione in atti giudiziari nel capoluogo ambrosiano. Tutti sanno che è solo questione di tempo, al punto che è venuta meno perfino l'attesa, perché da queste Procure, come un sol uomo, altrettanti gip si facciano avanti per pronunciare il nome fatidico di Silvio Berlusconi.

Non deve sorprendere, perciò, che un Paese intero ostenti un disinteresse tanto smaccato per cronache tanto annunciate e prive ormai della benché minima suspence. Nessuno si è sorpreso quando da Palermo è giunta la notizia che nella memoria della Direzione investigativa antimafia al processo d'appello contro Dell'Utri è stato allegata una deposizione del pentito di mafia Gaspare Spatuzza che chiama in causa il presidente del Senato Renato Schifani. Colpevole, nel racconto di Spatuzza, di aver incontrato il boss Filippo Graviano e l'imprenditore Pippo Cosenza, in odore di mafia ma mai condannato. Per fare o decidere che cosa? Qui la memoria di Gaspare Spatuzza vacilla. Dopo diciannove anni ha trattenuto soltanto qualche nome. Nulla di più.

Spatuzza, le cui rivelazioni su Berlusconi e sulla genesi criminale di Forza Italia erano attese con l'ansia spasmodica di un romanzo di Tolkien, rischia di essere il necroforo di una lunga stagione giudiziaria scandita dal "pentitismo". Nato come filone di indagine da esplorare per disarticolare le organizzazioni del grande crimine, il "pentitismo" è subito entrato nella logica di una "gestione dinamica", per dirla con le parole di Giancarlo Caselli, uno dei più grandi registi del filone. Caselli costruì i processi a Giulio Andreotti, finiti come si sa. Quella stagione ha dato risultati su almeno due fronti: scarsi o irrilevanti nella lotta contro la mafia, devastanti nella manipolazione della vita politica.

L'attesa per il capitolo finale, quando Spatuzza o un suo sodale faranno il nome di Silvio Berlusconi, è a un livello piuttosto basso. La fucileria della stampa "anti" dovrà dannarsi l'anima per tenere desta l'attenzione dell'opinione pubblica se vuole evitare che la notizia decisiva venga salutata da un'alzata di spalle.

Comunque vada, sul pentitismo, dinamica o statica che sia stata la sua gestione, sta per calare il sipario. Lo sfruttamento intenso sul piano della lotta politica ne ha minato ogni credibilità. Luciano Violante, ideatore e architetto ineffabile di questa stagione, l'ha archiviata prima per primo. Con un libro, qualche intervista mirata e soprattutto con un rapido viaggio a Palermo per dire ai magistrati che lui, di un'intesa fra Stato e mafia non aveva mai sentito parlare.

Gaspare Spatuzza rischia perciò di arrivare fuori tempo massimo. Gli altri attori stanno smontando le tende. Ma stavolta il circo non avrà più altre piazze ansiose di ospitarlo. E forse a Silvio Berlusconi neanche servirà di presentarsi in televisione per convincere gli italiani della sua innocenza. Potrebbero essersi convinti già grazie a Gaspare Spatuzza. Dolasilla. L'Occidentale

 

Ingerenza della Chiesa? (italiano -français - english)

La "Dichiarazione di Manhattan": il manifesto che scuote l'America

L'hanno sottoscritta leader cattolici, protestanti, ortodossi, uniti nel difendere la vita e la famiglia. Con la Casa Bianca nel mirino. In Europa l'avrebbero bollata come una "ingerenza" politica della Chiesa

 


ROMA, 25 novembre 2009 – Al di qua dell'Atlantico la notizia è passata quasi inosservata: quella di un forte appello pubblico a difesa della vita, del matrimonio, della libertà religiosa e dell'obiezione di coscienza, lanciato congiuntamente – cosa rara – da esponenti di primissimo piano della Chiesa cattolica, delle Chiese ortodosse, della Comunione anglicana e delle comunità evangeliche degli Stati Uniti.

Tra i leader religiosi che hanno presentato al pubblico l'appello, venerdì 20 novembre al National Press Club di Washington (vedi foto), c'erano l'arcivescovo di Philadelphia, cardinale Justin Rigali, l'arcivescovo di Washington, Donald W. Wuerl, e il vescovo di Denver, Charles J. Chaput.

E tra i 152 primi sottoscrittori dell'appello ci sono altri 11 arcivescovi e vescovi cattolici degli Stati Uniti: il cardinale Adam Maida, di Detroit, Timothy Dolan, di New York, John J. Myers, di Newark, John Nienstedt, di Saint Paul and Minneapolis,  Joseph F. Naumann, di Kansas City,  Joseph E. Kurtz, di Louisville, Thomas J. Olmsted, di Phoenix, Michael J. Sheridan, di Colorado Springs, Salvatore J. Cordileone,  di Oakland,  Richard J. Malone, di Portland, David A. Zubik, di Pittsburgh.

L'appello, di 4.700 parole, ha per titolo: "Manhattan Declaration: A Call of Christian Conscience [Dichiarazione di Manhattan. Un appello della coscienza cristiana]" e ha preso nome dalla penisola di New York in cui ne fu discussa e decisa la pubblicazione, lo scorso settembre.

La redazione finale del testo fu affidata al cattolico Robert P. George, professore di diritto alla Princeton University, e agli evangelici Chuck Colson e Timothy George, quest'ultimo professore della Beeson Divinity School, nella Samford University di Birmingham in Alabama.

Tra gli altri firmatari figurano il metropolita Jonah Paffhausen, primate della Chiesa ortodossa in America, l'arciprete Chad Hatfield, del seminario teologico ortodosso di San Vladimiro, il reverendo William Owens, presidente della Coalition of African-American Pastors, e due personaggi di spicco della Comunione anglicana: Robert Wm. Duncan, primate della Anglican Church in North America, e Peter J. Akinola, primate della Anglican Church in Nigeria.

Tra i cattolici, vescovi a parte, hanno sottoscritto l'appello il gesuita Joseph D. Fessio, discepolo di Joseph Ratzinger e fondatore dell'editrice Ignatius Press, William Donohue, presidente della Catholic League, Jody Bottum, direttore della rivista "First Things", George Weigel, membro dell'Ethics and Public Policy Center.

La "Dichiarazione di Manhattan" non cade nel vuoto, ma in un momento critico per la società e la politica americane: proprio mentre l'amministrazione di Barack Obama è impegnatissima a far passare un piano di riforma dell'assistenza sanitaria negli Stati Uniti.

Difendendo la vita umana fin dal concepimento e il diritto all'obiezione di coscienza, l'appello contesta due punti messi in pericolo dal progetto di riforma attualmente in discussione al Senato.

Al Congresso il pericolo è stato sventato anche grazie a una pressante azione di lobbying condotta alla piena luce del sole dall'episcopato cattolico. Dopo che il voto finale aveva garantito sia il diritto all'obiezione di coscienza sia il blocco di qualsiasi finanziamento pubblico all'aborto, la conferenza episcopale aveva rivendicato questo risultato come un "successo". Ma ora al Senato la battaglia è ricominciata da capo, su un testo di partenza che di nuovo la Chiesa giudica inaccettabile. La conferenza episcopale ha già indirizzato ai senatori una lettera con indicate le modifiche che vorrebbe fossero apportate a tutti i punti controversi.

Ma ora in più c'è l'ecumenica "Dichiarazione di Manhattan", il cui ultimo capitolo, intitolato "Leggi ingiuste", termina con questo annuncio solenne:

"Non ci faremo ridurre al silenzio o all'acquiescenza o alla violazione delle nostre coscienze da qualsiasi potere sulla terra, sia esso culturale o politico, indipendentemente dalle conseguenze su noi stessi".

E subito dopo:

"Noi daremo a Cesare ciò che è di Cesare, in tutto e con generosità. Ma in nessuna circostanza noi daremo a Cesare ciò che è di Dio".

In un passaggio iniziale, l'appello dice anche questo:

"Mentre l'opinione pubblica si muove in direzione pro-life, forze potenti e determinate lavorano per promuovere l'aborto, la ricerca distruttiva degli embrioni, il suicidio assistito e l'eutanasia".

Ed è vero. Stando alle più recenti indagini, l'opinione pubblica negli Stati Uniti sta virando sensibilmente verso una maggiore difesa della vita del concepito.

Dal 1995 al 2008 tutte le ricerche avevano registrato una prevalenza dei pro-choice rispetto ai pro-life, con distacco anche netto: i primi al 49 per cento, i secondi al 42.
Oggi, invece, le posizioni si sono rovesciate. I pro-choice sono calati al 46 per cento e i pro-life sono saliti al 47 per cento, sopravanzandoli.

I leader religiosi che incalzano Obama sui terreni minati dell'aborto, del matrimonio tra omosessuali, dell'eutanasia, sanno quindi di avere con sé un'ampia e crescente parte della società americana.

Il lancio della "Dichiarazione di Manhattan" ha avuto una forte eco nei media degli Stati Uniti, senza che qualcuno protestasse contro questa "ingerenza" politica delle Chiese.

Ma gli Stati Uniti sono fatti così. Lì c'è da sempre una rigorosa separazione tra le religioni e lo Stato. I concordati non ci sono e nemmeno sono concepibili. Ma proprio per questo si riconosce alle Chiese la piena libertà di parlare e di agire in campo pubblico.

In Europa il paesaggio è molto diverso. Qui la "laicità" è pensata e applicata in conflitto, latente od esplicito, con le Chiese.

È anche questo, forse, un motivo del silenzio che in Europa, in Italia, a Roma, ha coperto la "Dichiarazione di Manhattan". È ritenuta un fenomeno tipicamente americano, estraneo ai canoni di giudizio europei.

Un'analoga diversità di approccio riguarda la comunione eucaristica data o negata ai politici cattolici pro aborto. Negli Stati Uniti la controversia è vivacissima, mentre al di qua dell'Atlantico no. Questa diversa sensibilità divide anche la gerarchia della Chiesa cattolica: in Europa e a Roma la questione è praticamente ignorata, lasciata alla coscienza dei singoli.

Va notato però che su questo punto qualcosa sta cambiando, anche nel Vecchio Continente. E non solo perché c'è un papa come Benedetto XVI che dichiaratamente preferisce il modello americano di rapporto tra le Chiese e lo Stato.

Un segnale è venuto pochi giorni fa dalla Spagna, dove la Chiesa cattolica è alle prese con un governo ideologicamente ostile, quello di José Luis Rodríguez Zapatero, e dove si prepara una legge che liberalizza l'aborto più di quanto già sia.

Secondo quanto ha riferito anche "L'Osservatore Romano", il segretario generale della conferenza episcopale spagnola, il vescovo Juan Antonio Martínez Camino, non ha esitato ad avvisare i politici cattolici che, se voteranno sì alla legge, non potranno essere ammessi alla comunione eucaristica, perchè si collocheranno in una situazione oggettiva di “peccato pubblico”.

Non solo. Monsignor Martínez Camino ha aggiunto che chi sostiene che è moralmente legittimo uccidere un nascituro si mette in contraddizione con la fede cattolica e pertanto rischia di cadere nell’eresia e nella scomunica “latae sententiae”, cioè automatica.

È la prima volta che in Europa, da parte di un dirigente di una conferenza episcopale, si odono parole così "americane".

Ma torniamo alla "Dichiarazione di Manhattan". Il suo testo integrale, con la lista dei 152 primi sottoscrittori, è in questa pagina web:

> Manhattan Declaration: A Call of Christian Conscience

Mentre qui di seguito, tradotto, c'è il testo abbreviato, diffuso assieme al testo integrale della "Dichiarazione":


Manhattan Declaration Executive Summary

20 novembre 2009



I cristiani, quando hanno dato vita ai più alti ideali della loro fede, hanno difeso il debole e il vulnerabile e hanno lavorato instancabilmente per proteggere e rafforzare le istituzioni vitali della società civile, a cominciare dalla famiglia.

Noi siamo cristiani ortodossi, cattolici ed evangelici che si sono uniti nell'ora presente per riaffermare le verità fondamentali della giustizia e del bene comune, e per lanciare un appello ai nostri concittadini, credenti e non credenti, affinché si uniscano a noi nel difenderli. Queste verità sono (1) la sacralità della vita umana, (2) la dignità del matrimonio come unione coniugale tra marito e moglie, e (3) i diritti di coscienza e di libertà religiosa. In quanto queste verità sono fondative della dignità umana e del benessere della società, esse sono inviolabili e innegoziabili. Poiché esse sono sempre più sotto attacco da parte di forze potenti nella nostra cultura, noi ci sentiamo in dovere oggi di parlare a voce alta in loro difesa e di impegnare noi stessi a onorarle pienamente, non importa quali pressioni siano esercitate su di noi e sulle nostre istituzioni affinché le abbandoniano o le pieghiamo a compromessi. Noi prendiamo questo impegno non come partigiani di un gruppo politico ma come seguaci di Gesù Cristo, il Signore crocifisso e risorto, che è la Via, la Verità e la Vita.

Vita umana

Le vite dei nascituri, dei disabili e dei vecchi sono sempre più minacciate. Mentre l'opinione pubblica si muove in direzione pro-life, forze potenti e determinate lavorano per promuovere l'aborto, la ricerca distruttiva degli embrioni, il suicidio assistito e l'eutanasia. Nonostante la protezione del debole e del vulnerabile sia il dovere primo di un governo, il potere di governo è oggi spesso guadagnato alla causa della promozione di quella che Giovanni Paolo II ha chiamato "la cultura della morte". Noi ci impegniamo a lavorare incessantemente per l'eguale protezione di ogni essere umano innocente ad ogni stadio del suo sviluppo e in qualsiasi condizione. Noi rifiuteremo di consentire a noi stessi e alle nostre istituzioni di essere implicati nel cancellare una vita umana e sosterremo in tutti i modi possibili coloro che, in coscienza, faranno la stessa cosa.

Matrimonio

L'istituto del matrimonio, già ferito da promiscuità, infedeltà e divorzio, corre il rischio di essere ridefinito e quindi sovvertito. Il matrimonio è l'istituto originario e più importante per sostenere la salute, l'educazione e il benessere di tutti. Dove il matrimonio è eroso, le patologie sociali aumentano. La spinta a ridefinire il matrimonio è un sintomo, piuttosto che la causa, di un'erosione della cultura del matrimonio. Essa riflette una perdita di comprensione del significato del matrimonio così come è incorporato sia nella nostra legge civile, sia nelle nostre tradizioni religiose. È decisivo che tale spinta trovi resistenza, poiché cedere ad essa vorrebbe dire abbandonare la possibilità di ridar vita a una giusta concezione del matrimonio e, con essa, alla speranza di ricostruire una corretta cultura del matrimonio. Questo bloccherebbe la strada alla credenza falsa e distruttiva che il matrimonio coincida con un'avventura sentimentale e altre soddisfazioni per persone adulte, e non, per sua natura intrinseca, con quell'unico carattere e valore di atti e relazione il cui significato è dato dalla sua capacità di generare, promuovere e proteggere la vita. Il matrimonio non è una "costruzione sociale" ma è piuttosto una realtà oggettiva – l'unione pattizia tra un marito e una moglie – che è dovere della legge riconoscere, onorare e proteggere.

Libertà religiosa

Libertà di religione e diritti della coscienza sono gravemente in pericolo. La minaccia a questi principi fondamentali di giustizia è evidente negli sforzi di indebolire o eliminare l'obiezione di coscienza per gli operatori e gli istituti sanitari, e nelle disposizioni antidiscriminazione che sono usate come armi per forzare le istituzioni religiose, gli enti di assistenza, le imprese economiche e i fornitori di servizi sia ad accettare (e anche a facilitare) attività e rapporti da essi giudicati immorali, oppure di essere messi fuori. Gli attacchi alla libertà religiosa sono pesanti minacce non solo a persone singole, ma anche a istituzioni della società civile che comprendono famiglie, enti di assistenza e comunità religiose. La salvaguardia di queste istituzioni provvede un indispensabile riparo da prepotenti poteri di governo ed è essenziale affinché fiorisca ogni altra istituzione su cui la società si appoggia, incluso lo stesso governo.

Leggi ingiuste

Come cristiani, crediamo nella legge e rispettiamo l'autorità dei governanti terreni. Riteniamo che sia uno speciale privilegio vivere in una società democratica dove le esigenze morali della legge su di noi sono anche più forti in virtù dei diritti di tutti i cittadini di partecipare al processo politico. Ma anche in un regime democratico le leggi possono essere ingiuste. E fin dalle origini la nostra fede ha insegnato che la disobbedienza civile è richiesta di fronte a leggi gravemente ingiuste o a leggi che pretendano che noi facciamo ciò che è ingiusto oppure immorale. Simili leggi mancano del potere di obbligare in coscienza poiché esse non possono rivendicare nessuna autorità oltre a quella della mera volontà umana.

Pertanto, si sappia che non acconsentiremo a nessun editto che obblighi noi o le istituzioni che guidiamo a compiere o a consentire aborti, ricerche distruttive dell'embrione, suicidi assistiti, eutanasie o qualsiasi altro atto che violi i principi della profonda, intrinseca ed eguale dignità di ogni membro della famiglia umana.

Inoltre, si sappia che non ci faremo ridurre al silenzio o all'acquiescenza o alla violazione delle nostre coscienze da qualsiasi potere sulla terra, sia esso culturale o politico, indipendentemente dalle conseguenze su noi stessi.

Noi daremo a Cesare ciò che è di Cesare, in tutto e con generosità. Ma in nessuna circostanza noi daremo a Cesare ciò che è di Dio.Di Sandro Magister 

 

 

La "Déclaration de Manhattan": le manifeste qui secoue l'Amérique

Elle a été signée par des leaders catholiques, protestants, orthodoxes, unis pour défendre la vie et la famille. Avec la Maison-Blanche ans dans le collimateur. En Europe elle aurait été qualifiée d'"ingérence" politique de l’Eglise

ROME, le 25 novembre 2009 – De ce côté-ci de l'Atlantique, l’information est passée presque inaperçue: un vigoureux appel public pour défendre la vie, le mariage, la liberté religieuse et l'objection de conscience, lancé conjointement – c’est rare – par des personnalités de tout premier plan de l’Eglise catholique, des Eglises orthodoxes, de la Communion anglicane et des communautés évangéliques des Etats-Unis.

Parmi les leaders religieux qui ont présenté l'appel au public, vendredi 20 novembre au National Press Club de Washington (photo), il y avait le cardinal Justin Rigali, archevêque de Philadelphie, Donald W. Wuerl, archevêque de Washington, et Charles J. Chaput, évêque de Denver.

Et parmi les 152 premiers signataires de l'appel, il y a 11 autres archevêques et évêques catholiques des Etats-Unis : le cardinal Adam Maida, de Detroit, Timothy Dolan, de New York, John J. Myers, de Newark, John Nienstedt, de Saint-Paul et Minneapolis, Joseph F. Naumann, de Kansas City, Joseph E. Kurtz, de Louisville, Thomas J. Olmsted, de Phoenix, Michael J. Sheridan, de Colorado Springs, Salvatore J. Cordileone, d’Oakland, Richard J. Malone, de Portland, David A. Zubik, de Pittsburgh.

L'appel, un texte de 4 700 mots, est intitulé : "Manhattan Declaration : A Call of Christian Conscience [Déclaration de Manhattan. Un appel de la conscience chrétienne]" et tire son nom du quartier de New-York où en fut discutée et décidée la publication, en septembre dernier.

La rédaction finale du texte a été confiée au catholique Robert P. George, professeur de droit à la Princeton University, et aux évangéliques Chuck Colson et Timothy George, ce dernier étant professeur à la Beeson Divinity School de la Samford University à Birmingham, en Alabama.

Parmi les autres signataires figurent le métropolite Jonah Paffhausen, primat de l’Eglise orthodoxe en Amérique, l'archiprêtre Chad Hatfield, du séminaire théologique orthodoxe Saint-Wladimir, le révérend William Owens, président de la Coalition of African-American Pastors, et deux éminentes personnalités de la Communion anglicane : Robert Wm. Duncan, primat de l’Anglican Church in North America, et Peter J. Akinola, primat de l’Anglican Church in Nigeria.

Parmi les catholiques, en dehors des évêques, les signataires de l’appel sont le jésuite Joseph D. Fessio, disciple de Joseph Ratzinger et fondateur de la maison d’édition Ignatius Press, William Donohue, président de la Catholic League, Jody Bottum, directeur de la revue "First Things", George Weigel, membre de l'Ethics and Public Policy Center.

La "Déclaration de Manhattan" ne tombe pas dans le vide, elle survient à un moment critique pour la société et la vie politique américaines : celui où le gouvernement de Barack Obama est très occupé à faire passer un plan de réforme de l'assurance-maladie aux Etats-Unis.

En défendant la vie humaine dès la conception et le droit à l'objection de conscience, l'appel conteste deux points mis en danger par le projet de réforme actuellement en discussion au Sénat.

Au Congrès, une vive action de lobbying menée au grand jour par l'épiscopat catholique a contribué à éventer le danger. Le vote final ayant garanti à la fois le droit à l'objection de conscience et le blocage de tout financement public en faveur de l'avortement, la conférence des évêques a présenté ce résultat comme un "succès". Mais maintenant, au Sénat, la bataille repart de zéro, sur un texte initial que l’Eglise juge à nouveau inacceptable. La conférence des évêques a déjà adressé aux sénateurs une lettre indiquant les modifications qu’elle souhaite voir apporter à tous les points litigieux.

Mais maintenant, il y a, en plus, l'œcuménique "Déclaration de Manhattan", dont le dernier chapitre, intitulé "Lois injustes", s’achève sur cette annonce solennelle :

"Nous ne nous laisserons pas contraindre au silence, à l'acquiescement, à la violation de nos consciences par quelque pouvoir que ce soit, culturel ou politique, quelles que puissent être les conséquences pour nous".

Et tout de suite après :

"Nous rendrons à César ce qui est à César, pleinement et sans rechigner. Mais en aucun cas nous ne rendrons à César ce qui est à Dieu".

Dans un passage au début du texte, l'appel dit aussi :

Alors que l'opinion publique prend une direction pro-life, des forces puissantes et déterminées agissent en faveur de l'avortement, de la recherche destructrice d’embryons, du suicide assisté et de l'euthanasie.

Et c’est vrai. D’après les plus récentes enquêtes, l'opinion publique américaine est en train de virer sensiblement vers une plus grande défense de la vie de l’enfant conçu.

De 1995 à 2008, toutes les études ont montré que les pro-choice étaient plus nombreux que les pro-life, avec un écart net entre les deux groupes : 49% pour le premier, 42% pour le second.

Mais aujourd’hui les positions sont inversées. Les pro-choice, descendus à 46%, sont dépassés par les pro-life, qui sont montés à 47%.

Les leaders religieux qui harcèlent Obama sur les terrains minés de l'avortement, du mariage entre homosexuels, de l'euthanasie, savent donc qu’une partie large et croissante de la société américaine est avec eux.

Le lancement de la "Déclaration de Manhattan" a eu un fort écho dans les médias américains, sans que personne n’ait protesté contre cette "ingérence" politique des Eglises.

Mais les Etats-Unis sont ainsi faits. Il y a depuis toujours une rigoureuse séparation entre les religions et l’Etat. Il n’existe pas de concordats et ils ne sont même pas concevables. Mais c’est justement pour cela que la liberté de parler et d’agir dans le domaine public est reconnue aux Eglises.

En Europe le paysage est très différent. Ici la "laïcité" est pensée et appliquée en conflit, latent ou explicite, avec les Eglises.

C’est peut-être un des motifs du silence qui en Europe, en Italie, à Rome, a accueilli la "Déclaration de Manhattan", vue comme un phénomène typiquement américain, étranger aux critères européens de jugement.

Même différence de vision quant au refus de donner la communion eucharistique aux hommes et femmes politiques catholiques favorables à l’avortement. La controverse est très vive aux Etats-Unis, pas de ce côté-ci de l'Atlantique. Cette différence de sensibilité divise aussi la hiérarchie de l’Eglise catholique : en Europe et à Rome la question ne se pose pratiquement pas, elle est laissée à la conscience de chacun.

Il faut cependant noter que, sur ce point, quelque chose est en train de changer, même en Europe. Et pas seulement parce qu’il y a un pape comme Benoît XVI qui affirme sa préférence pour le modèle américain de relations entre les Eglises et l’Etat.

Il y a quelques jours, un signal est venu d’Espagne, où l’Eglise catholique est aux prises avec un gouvernement hostile idéologiquement, celui de José Luis Rodríguez Zapatero, et où une loi libéralisant encore davantage l'avortement est en cours d’élaboration.

Selon des informations reprises par "L'Osservatore Romano", l’évêque Juan Antonio Martínez Camino, secrétaire général de la conférence des évêques d’Espagne, n’a pas hésité à avertir les hommes et femmes politiques catholiques que, s’ils votent cette loi, ils ne pourront être admis à la communion eucharistique, car ils se seront mis en situation objective de “péché public”.

Ce n’est pas tout. Mgr Martínez Camino a ajouté que ceux qui disent qu’il est moralement légitime de tuer un enfant à naître se mettent en contradiction avec la foi catholique et risquent donc de tomber dans l’hérésie et d’être excommuniés “latae sententiae”, c’est-à-dire automatiquement.

C’est la première fois qu’en Europe un dirigeant de conférence d’évêques tient des propos aussi "américains".

Mais revenons à la "Déclaration de Manhattan". Son texte intégral, avec la liste des 152 premiers signataires, se trouve sur la page web :

> Manhattan Declaration: A Call of Christian Conscience

Et voici ci-dessous la traduction du texte abrégé qui a été diffusé avec le texte intégral de la "Déclaration":


Manhattan Declaration Executive Summary

Le 20 novembre 2009



Les chrétiens, quand ils ont vécu conformément aux idéaux les plus élevés de leur foi, ont défendu les faibles et les vulnérables et travaillé inlassablement pour protéger et renforcer les institutions vitales de la société civile, à commencer par la famille.

Nous sommes des chrétiens orthodoxes, catholiques et évangéliques, unis en ce moment pour réaffirmer les vérités fondamentales de la justice et du bien commun et lancer un appel à nos concitoyens, croyants ou non, pour qu’ils s’unissent à nous afin de les défendre. Ces vérités sont (1) le caractère sacré de la vie humaine, (2) la dignité du mariage comme union conjugale entre mari et femme, et (3) les droits de la conscience et de la liberté religieuse. Ces vérités, dans la mesure où elles fondent la dignité de l’homme et le bien-être de la société, sont inviolables et non négociables. Comme elles sont de plus en plus attaquées par des forces puissantes dans notre culture, nous sommes obligés, aujourd’hui, de parler fort pour les défendre et de nous engager à les honorer pleinement, quelles que soient les pressions exercées sur nous et sur nos institutions pour qu’elles soient abandonnées ou fassent l’objet de compromis. Nous prenons cet engagement non comme partisans d’un groupe politique mais comme disciples de Jésus-Christ, le Seigneur crucifié et ressuscité, qui est la Voie, la Vérité et la Vie.

Vie humaine

La vie des enfants à naître, des handicapés et des personnes âgées est de plus en plus menacée. Alors que l'opinion publique prend une direction pro-life, des forces puissantes et déterminées agissent en faveur de l'avortement, de la recherche destructrice d’embryons, du suicide assisté et de l'euthanasie. Bien que la protection des faibles et des personnes vulnérables soit le premier devoir d’un gouvernement, aujourd’hui le pouvoir du gouvernement est souvent appelé à faire la promotion de ce que Jean-Paul II appelait "la culture de mort". Nous nous engageons à travailler sans cesse pour une égale protection de tout être humain innocent, à tous les stades de son développement et dans toutes les situations. Nous refuserons notre implication ou celle de nos institutions dans la destruction de vies humaines et nous soutiendrons de toutes les façons possibles ceux qui, en conscience, feront de même.

Mariage

L'institution du mariage, déjà attaquée par la promiscuité, l’infidélité et le divorce, risque d’être redéfinie et donc subvertie. Le mariage est l'institution originelle et la plus importante pour assurer la santé, l'éducation et le bien-être de tous. Là où le mariage se dégrade, les pathologies sociales se développent. La tendance à redéfinir le mariage est un symptôme, plus que la cause, d’une érosion de la culture du mariage. Elle reflète une perte de compréhension du sens du mariage tel qu’il est incorporé dans notre droit civil et dans nos traditions religieuses. Or il est essentiel de résister à cette tendance, car y céder serait renoncer à la possibilité de recréer une juste conception du mariage et, par là, à l’espoir de reconstruire une saine culture du mariage. Cette résistance bloquerait l’idée fausse et destructrice que ce qui est important, dans le mariage, c’est le romanesque et autres satisfactions pour adultes et non pas, intrinsèquement, le caractère unique et la valeur d’actes et de relations dont le sens est donné par la capacité à créer, promouvoir et protéger la vie. Le mariage n’est pas une "construction sociale", c’est plutôt une réalité objective – l'union scellée par un accord entre un mari et une femme – que la loi a le devoir de reconnaître, d’honorer et de protéger.

Liberté religieuse

La liberté religieuse et les droits de la conscience sont en grand danger. Ces principes fondamentaux de justice sont menacés de manière évidente par les efforts faits pour affaiblir ou éliminer l'objection de conscience du personnel et des institutions de santé, ainsi que par les dispositions anti-discrimination qui sont utilisées comme armes pour obliger les institutions religieuses, organismes caritatifs, entreprises et prestataires de services à accepter (et même à faciliter) des activités et des rapports qu’ils jugent immoraux, sous peine de perdre leur activité. Les attaques contre la liberté religieuse menacent gravement non seulement des individus, mais aussi des institutions de la société civile, notamment des familles, des organismes caritatifs et des communautés religieuses. Le bon état de ces institutions constitue une indispensable protection contre les excès gouvernementaux et il est indispensable au bon fonctionnement de toutes les institutions, gouvernement compris, sur lesquelles s’appuie la société.

Lois injustes

En tant que chrétiens, nous croyons aux lois et nous respectons l'autorité des gouvernants terrestres. Nous considérons comme un privilège spécial de vivre dans une société démocratique où le poids moral de la loi sur nous est encore plus fort à cause du droit de tous les citoyens à participer au processus politique. Mais, même dans un régime démocratique, les lois peuvent être injustes. Et dès les origines notre foi nous a enseigné que la désobéissance civile est un devoir face à des lois gravement injustes ou à des lois qui impliquent que nous fassions ce qui est injuste ou immoral. De telles lois n’ont pas le pouvoir de contraindre en conscience parce qu’elles ne peuvent revendiquer d’autre autorité que celle de la simple volonté humaine.

Nous proclamons donc que nous ne nous soumettrons à aucun texte qui nous forcerait, nous ou les institutions que nous dirigeons, à accomplir ou à faciliter des avortements, des recherches destructrices d’embryons, des suicides assistés, des euthanasies ou tout autre acte violant les principes de la profonde, intrinsèque et égale dignité de tout membre de la famille humaine.

De plus nous proclamons que nous ne nous laisserons pas contraindre au silence, à l'acquiescement, à la violation de notre conscience par quelque pouvoir que ce soit, culturel ou politique, quelles que puissent être les conséquences pour nous.

Nous rendrons à César ce qui est à César, pleinement et sans rechigner. Mais en aucun cas nous ne rendrons à César ce qui est à Dieu. Par Sandro Magister

 

 

The "Manhattan Declaration": The Manifesto That's Shaking America

It's been endorsed by Catholic, Protestant, and Orthodox leaders, united in defending life and the family. With the White House in the crosshairs. In Europe, they would've branded it political "interference" by the Church


ROMA, November 25, 2009 – On the other side of the Atlantic, the news passed almost without notice: the news about a strong public appeal in defense of life, of marriage, of religious freedom and objection of conscience, launched jointly – a rarity – by top-level representatives of the Catholic Church, the Orthodox Churches, the Anglican Communion, and the Evangelical communities of the United States.

Among the religious leaders who presented the appeal to the public on Friday, November 20, at the National Press Club in Washington (in the photo), were the archbishop of Philadelphia, Cardinal Justin Rigali, the archbishop of Washington, Donald W. Wuerl, and the bishop of Denver, Charles J. Chaput.

And among the 52 first signatories of the appeal were 11 other Catholic archbishops and bishops of the United States: Cardinal Adam Maida of Detroit, Timothy Dolan of New York, John J. Myers of Newark, John Nienstedt of Saint Paul and Minneapolis, Joseph F. Naumann of Kansas City, Joseph E. Kurtz of Louisville, Thomas J. Olmsted of Phoenix, Michael J. Sheridan of Colorado Springs, Salvatore J. Cordileone of Oakland, Richard J. Malone of Portland, and David A. Zubik of Pittsburgh.

The 4700-word appeal is entitled "Manhattan Declaration: A Call of Christian Conscience," and takes its name from the area of New York in which its publication was discussed and decided last September.

The final drafting of the text was entrusted to Robert P. George, a Catholic professor of law at Princeton University, and to Evangelical Protestants Chuck Colson and Timothy George, the latter a professor at the Beeson Divinity School at Samford University in Birmingham, Alabama.

The other signers include Metropolitan Jonah Paffhausen, primate of the Orthodox Church in America, archpriest Chad Hatfield of the Orthodox seminary of Saint Vladimir, Reverend William Owens, president of the Coalition  of African-American Pastors, and two leading figures of the Anglican Communion: Robert Wm. Duncan, primate of the Anglican Church in North America, and Peter J. Akinola, primate of the Anglican Church in Nigeria.

Apart from the bishops, the other Catholics who signed the appeal include Jesuit Fr. Joseph D. Fessio, a disciple of Joseph Ratzinger and founder of the publisher Ignatius Press, William Donohue, president of the Catholic League, Jody Bottum, editor of the magazine "First Things," and George Weigel, a senior fellow of the Ethics and Public Policy Center.

The "Manhattan Declaration" has not emerged in a vacuum, but at a critical moment for American society and politics: precisely while the administration of Barack Obama is pushing hard for passage of a health care reform plan in the United States.

Defending life from the moment of conception and the right to objections of conscience, the appeal contests two of the points endangered by the reform project currently under discussion in the Senate.

In Congress, the danger was averted thanks in part to aggressive lobbying conducted openly by the Catholic episcopate. After the final vote had guaranteed both the right to objections of conscience and the blocking of any public financing for abortion, the bishops' conference hailed this result as a "success." But now the battle has started all over again in the Senate, on a working document that the Church again considers unacceptable. The bishops' conference has already sent the senators a letter indicating the changes it would like to see made to all of the points in dispute.

But now there is also the ecumenical "Manhattan Declaration," the last chapter of which, entitled "Unjust Laws," ends with this solemn statement:

"We will not be intimidated into silence or acquiescence or the violation of our consciences by any power on earth, be it cultural or political, regardless of the consequences to ourselves."

And immediately afterward:

"We will fully and ungrudgingly render to Caesar what is Caesar's. But under no circumstances will we render to Caesar what is God's."

In an initial passage, the appeal also says this:

"While public opinion has moved in a pro-life direction, powerful and determined forces are working to expand abortion, embryo-destructive research, assisted suicide, and euthanasia."

And it is true. According to the most recent surveys, public opinion in the United States is shifting noticeably toward greater defense of the life of the unborn child.

From 1995 to 2008, all of the research had shown that more people were pro-choice than pro-life, with a significant margin between them: the former at 49 percent, the latter at 42.

Now, instead, the positions have been reversed. The  pro-choice have fallen to 46 percent, and the pro-life have risen to 47 percent, overtaking them.

The religious leaders who are pressuring Obama on the minefield of abortion, of homosexual marriage, of euthanasia, therefore know that they have with them a large and growing segment of American society.

The issuing of the "Manhattan Declaration" has received extensive coverage in the media in the United States, without anyone protesting against this political "interference" by the Churches.

But that's just the way it is in the United States. There has always been a rigorous separation between religion and the state there. There are no concordats, and they're not even conceivable. But this is exactly why the Churches are seen as having the freedom to speak and act in the public sphere.

In Europe, the landscape is very different. Here "secularism" is understood and applied in conflict, either latent or explicit, with the Churches.

This may be another reason for the silence that in Europe, in Italy, in Rome, greeted the "Manhattan Declaration." It is held to be a typically American phenomenon, foreign to the European way of thinking.

A similar difference in approach concerns the denial of Eucharistic communion for pro-abortion Catholic politicians. In the United States, this controversy is extremely heated, while on the other side of the Atlantic it isn't. This difference in sensibilities also divides the hierarchy of the Catholic Church: in Europe and in Rome the question is practically ignored, left to the individual conscience.

But it most be noted out that something is changing on this point, even on the Old Continent. And not only because there is a pope like Benedict XVI, who has stated that he prefers the American model of relations between Church and state.

A sign of this came a few days ago from Spain, where the Catholic Church is grappling with an ideologically hostile government, that of José Luis Rodríguez Zapatero, which is preparing a law that would liberalize abortion even more than it is now.

According to reports from sources including "L'Osservatore Romano," the secretary general of the Spanish bishops' conference, Bishop Juan Antonio Martínez Camino, did not hesitate to advise Catholic politicians that, if they vote in favor of the law, they will not be admitted to Eucharistic communion, because they will have placed themselves in an objective situation of "public sin."

Not only that. Bishop Martínez Camino added that those who maintain that it is morally legitimate to kill an unborn child put themselves in contradiction with the Catholic Church, and thus risk falling into heresy and into "latae sententiae,' or automatic, excommunication.

It is the first time that words so "American" have been heard from the leadership of a bishops' conference in Europe.

But let's get back to the "Manhattan Declaration." The complete text, with a list of the first 152 signers, is on this web page:

> Manhattan Declaration: A Call of Christian Conscience

The following is the abbreviated text, released together with the complete text of the "Declaration":

 
Manhattan Declaration Executive Summary

November 20, 2009


 
Christians, when they have lived up to the highest ideals of their faith, have defended the weak and vulnerable and worked tirelessly to protect and strengthen vital institutions of civil society, beginning with the family.

We are Orthodox, Catholic, and evangelical Christians who have united at this hour to reaffirm fundamental truths about justice and the common good, and to call upon our fellow citizens, believers and non-believers alike, to join us in defending them. These truths are (1) the sanctity of human life, (2) the dignity of marriage as the conjugal union of husband and wife, and (3) the rights of conscience and religious liberty. Inasmuch as these truths are foundational to human dignity and the well-being of society, they are inviolable and non-negotiable. Because they are increasingly under assault from powerful forces in our culture, we are compelled today to speak out forcefully in their defense, and to commit ourselves to honoring them fully no matter what pressures are brought upon us and our institutions to abandon or compromise them. We make this commitment not as partisans of any political group but as followers of Jesus Christ, the crucified and risen Lord, who is the Way, the Truth, and the Life.
 
Human Life

The lives of the unborn, the disabled, and the elderly are ever more threatened. While public opinion has moved in a pro-life direction, powerful and determined forces are working to expand abortion, embryo-destructive research, assisted suicide, and euthanasia. Although the protection of the weak and vulnerable is the first obligation of government, the power of government is today often enlisted in the cause of promoting what Pope John Paul II called "the culture of death." We pledge to work unceasingly for the equal protection of every innocent human being at every stage of development and in every condition. We will refuse to permit ourselves or our institutions to be implicated in the taking of human life and we will support in every possible way those who, in conscience, take the same stand.
 
Marriage

The institution of marriage, already wounded by promiscuity, infidelity and divorce, is at risk of being redefined and thus subverted. Marriage is the original and most important institution for sustaining the health, education, and welfare of all. Where marriage erodes, social pathologies rise. The impulse to redefine marriage is a symptom, rather than the cause, of the erosion of the marriage culture. It reflects a loss of understanding of the meaning of marriage as embodied in our civil law as well as our religious traditions. Yet it is critical that the impulse be resisted, for yielding to it would mean abandoning the possibility of restoring a sound understanding of marriage and, with it, the hope of rebuilding a healthy marriage culture. It would lock into place the false and destructive belief that marriage is all about romance and other adult satisfactions, and not, in any intrinsic way, about the unique character and value of acts and relationships whose meaning is shaped by their aptness for the generation, promotion and protection of life. Marriage is not a "social construction," but is rather an objective reality – the covenantal union of husband and wife – that it is the duty of the law to recognize, honor, and protect.
 
Religious Liberty

Freedom of religion and the rights of conscience are gravely jeopardized. The threat to these fundamental principles of justice is evident in efforts to weaken or eliminate conscience protections for healthcare institutions and professionals, and in anti-discrimination statutes that are used as weapons to force religious institutions, charities, businesses, and service providers either to accept (and even facilitate) activities and relationships they judge to be immoral, or go out of business. Attacks on religious liberty are dire threats not only to individuals, but also to the institutions of civil society including families, charities, and religious communities. The health and well-being of such institutions provide an indispensable buffer against the overweening power of government and is essential to the flourishing of every other institution – including government itself – on which society depends.
 
Unjust Laws

As Christians, we believe in law and we respect the authority of earthly rulers. We count it as a special privilege to live in a democratic society where the moral claims of the law on us are even stronger in virtue of the rights of all citizens to participate in the political process. Yet even in a democratic regime, laws can be unjust. And from the beginning, our faith has taught that civil disobedience is required in the face of gravely unjust laws or laws that purport to require us to do what is unjust or otherwise immoral. Such laws lack the power to bind in conscience because they can claim no authority beyond that of sheer human will.

Therefore, let it be known that we will not comply with any edict that compels us or the institutions we lead to participate in or facilitate abortions, embryo-destructive research, assisted suicide, euthanasia, or any other act that violates the principle of the profound, inherent, and equal dignity of every member of the human family.

Further, let it be known that we will not bend to any rule forcing us to bless immoral sexual partnerships, treat them as marriages or the equivalent, or refrain from proclaiming the truth, as we know it, about morality, marriage, and the family.
 
Further, let it be known that we will not be intimidated into silence or acquiescence or the violation of our consciences by any power on earth, be it cultural or political, regardless of the consequences to ourselves.

We will fully and ungrudgingly render to Caesar what is Caesar's. But under no circumstances will we render to Caesar what is God's. By Sandro Magister
 

mercredi, 25 novembre 2009

In Europa i giudici non sono sacerdoti della verità, ma persone comuni

Perché un film come “Presunto innocente”, un famoso thriller giuridico del 1990, o un serial come “Engrenages” del 2005, distribuito poi dalla BBC e da Sky come “Spiral”, non potrebbe mai essere prodotto in Italia? Basta qualche accenno al contenuto.

In “Presunto innocente”, tratto dal romanzo di Scott Turow, il vice procuratore Rusty Sabich (Harrison Ford) si salva dall’accusa di avere violentato, torturato e assassinato la collega Catherine Polhemus (Greta Scacchi) con la quale aveva avuto una storia extraconiugale, perché cade la prova principale dell’accusa. Catherine Polhemus si era fatta legare le tube, come dimostra il difensore, e non aveva alcuna ragione di usare il diaframma con spermicida ritrovato sul cadavere. L’avvocato può facilmente concludere che qualcuno in procura voleva incastrare Sabich: chi ha ucciso la Polhemus ha manipolato la scena del crimine per farlo apparire un classico omicidio sessuale, uno dei reati di cui il vice procuratore si era occupato. Il giudice afro Larren Lyttle dichiara chiuso il caso per presunta innocenza, ma anche senza la scoperta del suo legale, Sabich si sarebbe salvato. Un collega gli consegna appena scarcerato un’altra prova che lo avrebbe inchiodato: un bicchiere con le sue impronte vicino al cadavere, fatto abilmente sparire. “Non si meritava altro, hai fatto bene”, gli dice consegnandogli il bicchiere, convinto della sua colpevolezza.

In ogni modo, il difensore rassicura il vice procuratore che non sarebbe mai stato condannato dal giudice Larren Lyttle, perché aveva scoperto che in passato aveva preso tangenti, il suo corriere era Catherine Polhemus, e anche il pubblico ministero era implicato nella corruzione. “Presunto Innocente” non è soltanto un thriller giuridico che tiene col fiato sospeso – alla fine il vice procuratore scoprirà che l’assassino è sua moglie ed è stata lei a portare in casa della vittima le prove per accusarlo e vendicarsi del tradimento –, ma anche un affresco disincantato di cosa può accadere in una procura. In “Presunto Innocente”, tutti, dalla vittima all’imputato, sono magistrati, colleghi, si vedono ogni giorno, sono amici, finiscono a letto insieme, ma sono anche rivali pronti a pugnalarsi alle spalle, a prendere tangenti, a ricattarsi. Non è però un quadro demonizzante; il giudice Larren Lyttle, quando i colleghi erano venuti a conoscenza delle tangenti, era in crisi perché stava divorziando e aveva offerto le sue dimissioni. Il capo della procura, però, le aveva respinte e, per il difensore di Sabich aveva fatto bene, perché Lyttle si era dimostrato un giudice onesto in seguito.

Il film mostra come il magistrato non sia “la bocca della verità”, come si crede da noi dopo “mani pulite”, responsabile della sacralizzazione dei giudici, ma una persona come tutte le altre, che come tutti può avere passioni, interessi, conflitti, e anche sbagliare. Nella tradizione anglosassone proprio perché si è coscienti che il giudice è dotato di un enorme potere discrezionale nell’applicare le leggi e di applicarle a ogni caso secondo la propria interpretazione, si è attenti a mettere in rilievo attraverso il cinema e la letteratura come il giudice non sia una specie di sacerdote della verità, ma un individuo, come tutti gli altri. Per questo un film come “Presunto Innocente” è stato un grande successo negli Stati Uniti, mentre in Italia è stato considerato “squadrismo mediatico” un servizio del Tg5 dove il giudice Raimondo Mesiano era in attesa del barbiere e dove si è ironizzato sui suoi calzini turchesi. Per l’americano medio non sarebbe irrilevante nella sentenza che ha condannato la Fininvest a risarcire 750 miliardi a Carlo De Benedetti, il fatto che il giudice Mesiano sia appassionato di studi filosofici marxiani, perché in America, diversamente da quanto accade da noi, si dà per scontato che anche i giudici votano e se, possono, azzoppano volentieri i leader politici avversari. Per questo, nella tradizione anglosassone il reclutamento dei giudici avviene con metodo politico-democratico e non con quello burocratico-funzionariale come nell’Europa continentale.

Quanto l’enorme potere dei magistrati, che hanno l’autorità di decidere di privare della libertà una persona senza alcun controllo della loro attività, sia sentito anche in Francia lo dimostra il serial “Engrenages” prodotto da Canal plus nel 2005, diffuso dalla BBC nel 2006 col titolo “Spiral” e recentemente in Italia da Sky. “Engrenages” significa “ingranaggio” o “spirale”. La serie descrive la vita di un palazzo di giustizia, il suo funzionamento, la lotta al crimine, ma anche gli intrighi, le invidie, le ambizioni dei magistrati, che si rivolgono ai media o ai politici per fare carriera, per eliminare un collega, per desiderio di visibilità. I protagonisti del palazzo di giustizia di “Engrenages” sono: un giovane pubblico ministero, Pierre Clement ( Grégory Fitoussi), onesto e intelligente, ma incapace di dividere la vita professionale da quella privata; un giudice istruttore, una figura molto potente, quasi intoccabile nel sistema giudiziario francese, adesso messa in discussione da Sarkozy, che nel serial è François Roban ( Philippe Duclos), freddo, competente e scrupoloso; il capitano di polizia Laure Berthaud ( Caroline Proust), una bella poliziotta dalla sberla facile. Sul palazzo aleggia l’ambiziosa avvocatessa Joséphine Karlsson ( Audrey Fluerot), capace di tutto per soldi.

Il palazzo di giustizia si trova ad affrontare una serie di crimini atroci legati a una rete di prostituzione, droga, affari e politica. Tutto comincia con il corpo di una ragazza ritrovato nudo in una discarica, col viso completamente sfigurato. Il trattamento riservato in Francia alle prostitute rumene, quando sgarrano. Il giovane pubblico ministero Clement, ossessionato da quel volto sfigurato perché troppo bello, come intuisce subito, è fortunato, perché riesce a identificare la donna, fa pubblicare la foto sui giornali e un taxista corre a portare l’agenda lasciata dalla giovane nella sua auto. Il caso potrebbe essere risolto velocemente e tutta la rete criminale smantellata, evitando altri omicidi se Clement non parlasse dell’agenda a un amico d’infanzia, un uomo d’affari senza scrupoli, che farà sottrarre la preziosa agenda da un complice per consegnarla al potente boss da cui dipende. L’errore di Clement, incapace di distinguere tra vita privata e professionale, impedirà di arrestare il principale responsabile e provocherà una scia di sangue.

Clement è un magistrato onesto e intelligente, ma forse il test psicologico attitudinale, che una nuova legge francese del governo Sarkozy prevede per chi entra in magistratura, avrebbe potuto evidenziare questo aspetto negativo del suo carattere. I sindacati dei magistrati francesi hanno protestato, ma un giudice ha un potere enorme e, come dimostra il successo di “Engrenages” in Francia, i francesi vogliono avere la garanzia che i magistrati che li indagano e li giudicano siano qualificati a farlo e, soprattutto, non siano intoccabili, quando sbagliano. Tutto questo da noi susciterebbe la sollevazione dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, appelli indignati contro l’attentato alla Costituzione, articoli di Repubblica contro la nuova dittatura italiana. Per questo, da noi, nessun regista e nessun produttore farà mai un film come “Presunto Innocente” o una serie come “Engrenages”, perché sarebbe messo all’Indice dalla peggiore Inquisizione che l’Italia abbia mai avuto. Daniela Coli. L'Occidentale

 

L'America sempre più sola tornerà ad essere una potenza unilateralista

Simili a comete che si schiantano l’una contro l’altra da due punti opposti dello spazio, la scorsa settimana due fenomeni diversi accaduti in differenti luoghi del mondo sono diventati di dominio pubblico. Se presi separati, probabilmente non avrebbero avuto un’importanza cosmica. Insieme, però, possono dimostrarsi degli interessanti precursori di avvenimenti futuri.

Il presidente americano Barack Obama ha incontrato in Cina il suo omologo Hu Jintao e il premier cinese Wen Jiabao. Il primo incontro ha ottenuto maggiore eco internazionale ma il secondo è stato molto più interessante. Secondo l’agenzia giornalistica cinese Xinhua, Wen ha detto a Obama che “Pechino non è d’accordo con la proposta di creare ‘Un gruppo di due’ perché la Cina è ancora un Paese in via di sviluppo e  dobbiamo tenere sempre presente questo fatto”. Nonostante sia felicissimo di continuare a mantenere relazioni economiche con gli Stati Uniti, Pechino “vuole avere una politica estera indipendente di pace e non si allineerà con nessun Paese o blocco di Paesi”.

Tradotto in altre parole: la Cina non coopererà nell’imposizione di sanzioni all’Iran; non ostacolerà il programma nucleare missilistico della Corea del Nord e non darà una mano per aiutare a risolvere i problemi in Afghanistan, in Medio Oriente o dovunque sia. In breve, Pechino ha deciso che non diventerà un partner strategico nella politica estera degli Stati Uniti.

Praticamente allo stesso tempo, i leader europei si trovavano rinchiusi nei soliti salotti di potere per discutere su chi doveva ottenere la carica di “Presidente” dell’Unione Europea e chi doveva diventare il nuovo “Alto Rappresentante” o Ministro degli Affari Esteri dell’Europa. Questi scambi di vedute rappresentavano il culmine di un decennio di diplomazia, dibattiti e referendum nazionali, tutto ciò con l’obiettivo di creare una politica estera europea più unita e per assegnare all’Europa un unico numero di telefono al quale Obama potrà chiamare quando ha voglia di fare due chiacchiere.

Ecco il risultato: il presidente dell’Europa sarà il primo ministro belga Herman Van Rompuy, un politico che – al di fuori dal suo Paese – è uno sconosciuto. Il ministro degli Affari Esteri europeo sarà invece la britannica Catherine Ashton, una burocrate ignota persino nel suo proprio Paese. Candidati con maggiore esperienza e influenza – come l’ex premier inglese Tony Blair e il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt – sono stati esclusi, a quanto pare, per la paura che questi leader di alto livello avrebbero avuto più esperienza e influenza rispetto ai poteri che in realtà verranno attribuiti alle due nuove cariche. Il quotidiano tedesco “Der Spiegel” annunciava la notizia con il titolo “L’Europa sceglie i signori nessuno”.

Tradotto in altre parole: l’Europa avrà pure un nuovo numero di telefono, ma quando Obama chiamerà, la persona all’altra parte del telefono continuerà ad essere incapace di prendere decisioni. L’“Europa” non sarà un’entità unica capace di coordinare una politica comune nei confronti dell’Iran, della Corea del Nord, dell’Afghanistan, del Medio Oriente o di qualsiasi altro posto possa sorgere nei prossimi mesi. In altre parole, l’Europa non può diventare un partner strategico nella politica estera americana.

E, quindi, restiamo in una situazione curiosa: gli Stati Uniti non vogliono più essere l’unica superpotenza. Il presidente americano non vuole più essere il leader di una superpotenza rimasta da sola. Nessun altro vuole che l’America sia l’unica superpotenza e, di fatto, gli Stati Uniti non possono neanche permettersi di essere l’unica superpotenza. Per di più, gli Usa non hanno un chiaro partner con cui condividere i suoi superpoteri e se l’America dovesse smettere di essere una superpotenza, niente né nessuno riuscirebbe a prendere il suo posto.

Tutto ciò non sarebbe la fine del mondo – pochi problemi non riuscirebbero a essere risolti con un lungo periodo di disinteresse benevolo – e forse non durerebbe neanche per sempre. L’Europa, considerata come un’entità unica, è comunque la maggiore economia mondiale. La Cina – qualsiasi cosa possa diventare in futuro – continua ad essere l’economia con la crescita mondiale più veloce. Prima o poi, la semplice necessità di difendere i propri interessi economici potrebbe persuadere o una o entrambe ad iniziare a prendere più sul serio il mondo che le circonda.

Questo significa, però, che l’amministrazione Obama ha un problema. Siccome è stato eletto promettendo di lavorare con gli alleati, presto potrebbe scoprire che non ci sono alleati con cui lavorare. L’Europa è ancora la nostra migliore speranza perché gli europei condividono molti dei nostri valori. Ma predisporre sanzioni con un’Europa divisa – e non prendiamo in considerazione il caso di un’operazione militare – continuerà ad essere la più grande seccatura per gli Usa. Nel frattempo, la Cina sta conquistando ampi interessi all’estero – facendo affari in Africa, nel Sud America e in Asia – e ha un’enorme esercito da piazzare. Ma Pechino sembra non essere interessata a condividere una campagna internazionale contro il terrorismo, la proliferazione nucleare o qualsiasi altra cosa.

Sembra chiaro, dunque, che questioni come le operazioni militari globali e la sicurezza internazionale rimarranno nelle mani degli Stati Uniti, gli piaccia o meno l’idea. A metà della sua presidenza, George W. Bush scoprì che doveva rinunciare all’unilateralismo e riprendere la diplomazia. Ora uno si domanda: in quale momento della sua presidenza Obama scoprirà che deve abbandonare la diplomazia per adottare una politica unilaterale? Anne Applebaum. L'Occidentale

Tratto da Washington Post

Traduzione di Fabrizia B. Maggi


 

Abu Mazen ha capito quanto poco valgono le promesse di Obama

Durissimo, inusitato attacco frontale di Abu Mazen a Barack Obama: “Il presidente americano non sta facendo niente in questo momento per riavviare i colloqui di pace in Medio Oriente. I palestinesi stanno aspettando che gli Usa premano su Israele affinché rispetti le leggi internazionali e che
inducano Israele a bloccare gli insediamenti di coloni e ad accettare di ritornare ai confini del 1967”.

Non vi sono precedenti di una critica così sferzante e addirittura irrisoria di parte palestinese ad un presidente americano, per di più affidata ad un giornale di grande autorevolezza come l’argentino Clarin, alla vigilia di un viaggio dello stesso presidente dell’Anp in America Latina. Una critica, va detto, assolutamente meritata che fotografa una incredibile inerzia – sottolineata anche dal Washington Post, dal New York Times e da altri media che hanno fortemente appoggiato Obama– del presidente americano. Parole che segnalano la delusione più completa del mondo arabo nei confronti di un presidente americano che si era pomposamente presentato al mondo come l’unico in grado di risollevare l’autorevolezza degli Usa in un mondo arabo profondamente deluso da Gorge W. Bush. 

Abu Mazen, con questa mossa, esprime addirittura lo sconcerto di chi aveva salutato con gioia la coraggiosa posizione con cui Obama si era gettato nell’agone mediorientale. Ricevendo infatti Benjamin Nethanyau alla Casa Bianca lo scorso 12 maggio, il nuovo presidente Usa aveva fatto una mossa decisa, criticabile, ma assolutamente chiara e aveva espresso un diktat a Israele: immediata fine della politica di insediamenti. Quando però Nethanyau ha fatto orecchie da mercante, ha respinto il diktat di Obama, ha continuato la politica di insediamenti, Obama… non ha fatto assolutamente niente.

Peggio ancora, ha inviato Hillary Clinton a Gerusalemme, a Ramallah e nelle capitali arabe a sostenere che in fondo era sufficiente che Israele contenesse – anziché annullare– i suoi progetti per nuovi insediamenti nei Territori. Poi, il silenzio. La posizione ondivagante e attendista di Obama, peraltro, si mostra per quello che è in un momento assolutamente critico per la pace, perché Abu Mazen non riesce a domare la ribellione di Hamas e a venire a patti col governo di Gaza, è stato costretto – facendo una pessima figura– a sconvocare le elezioni politiche e presidenziali che aveva da poco convocato per il prossimo 10 gennaio ed ha addirittura dichiarato al Consiglio direttivo dell’Olp di non avere nessuna intenzione di ripresentarsi al voto. Il tutto, mentre la crisi sul nucleare iraniano aumenta di intensità e mentre è sempre più chiaro che l’intransigenza di Hamas è strettamente voluta da Teheran, tanto che lo stesso Abu Mazen ha dichiarato che “l’Iran finanzia Hamas e controlla in pieno  il suo  processo decisionale”.

Sferzato in maniera addirittura crudele dal leader palestinese –l’accusa di “non fare nulla”, rivolta al capo dell’unica superpotenza è ancora peggiore di quella di commettere errori- Obama tace. Ed è un silenzio inquietante. Carlo Panella. L'Occidentale

mardi, 24 novembre 2009

Il processo a New York all'11 settembre rischia di essere uno show

L’America si prepara a processare lo stragista Khaled Sheik Mohammed e la “banda di Amburgo” in un tribunale federale di New York. Obama ha prospettato la pena di morte ma d'altra parte è lo stesso KSM a chiederla: "Voglio essere giustiziato. Il mio sarà il primo Jihad giudiziario contro gli Usa".

L’attorney general Holder ha detto che con questa sentenza “l’America non potrà sbagliare”, ma c’è preoccupazione perché Obama potrebbe aver commesso un errore. Il processo pubblico finirà sotto i riflettori della stampa globale e i boia dell’11 Settembre hanno fatto sapere tramite i loro avvocati (a Guantanamo i terroristi s’incontrano, discutono, scelgono la linea comune da tenere in aula, e naturalmente hanno chi li difende) che sono pronti a spiegare perché fu organizzato quell’attacco. La solita manfrina della vendetta per "le colpe" dell'America.

Una propaganda pericolosa, destinata ad alimentare l’antiamericanismo nel mondo arabo e musulmano. E' bene chiedersi come reagiranno i musulmani alle parole dei terroristi? Giustificando gli attacchi? Se gli imputati finiranno sulla sedia elettrica questo cambierà la percezione su quello che hanno fatto e su cosa rappresenta il terrorismo internazionale?

Per quanto la Casa Bianca abbia mostrato risolutezza e sia pronta a far scontare ai condannati la pena secondo le leggi americane, quelle stesse leggi sono fallibili come ogni sistema umano; potrebbero verificarsi delle incongruenze, degli sbagli, e ci ritroveremmo con qualcuno degli imputati magari condannato a un numero di anni insufficiente di carcere, e magari, un giorno, di nuovo in libertà. In America, nonostante Guantanamo e la pena di morte, ci sono la presunzione di innocenza e tribunali degni di uno stato democratico. Forme di debolezza occidentale che KSM sa come sfruttare. L'Occidentale   

 

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