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<title>Xavier</title>
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<subtitle>Le blog de la liberté</subtitle>
<updated>2009-11-22T11:50:27+01:00</updated>
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<name>Xavier</name>
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<title>I processi a Berlusconi</title>
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<summary> Se avesse detto che non ritiene opportune le elezioni anticipate, Silvio...</summary>
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&lt;p&gt;Se avesse detto che non ritiene opportune le elezioni anticipate, Silvio Berlusconi sarebbe risultato credibile, se non proprio convincente. Se dice, invece, di “non averci mai pensato”, chiede troppo. Molteplici segnali depongono in senso diverso. Diciamo che, se non altro, l’argomento è stato soppesato, e non è detto non siano ancora in corso opportune valutazioni. Ammettiamo, però, con un certo sforzo, che questa sia l’ultima parola, conclusiva di un ragionare e chiacchierare politico che s’era fatto forte. In questo caso, che succede ai processi in cui è imputato? Già, perché le elezioni erano considerate (da altri, non da noi, che ne scrivemmo in un contesto tutto politico) anche un antidoto ai procedimenti in corso. Come è noto, non esiste più alcuno scudo a difesa del presidente del Consiglio. Non gli potrà capitare, come capita a Jacques Chirac in Francia, di essere processato, per faccende di tangenti e assunzioni, solo dopo la fine dell’incarico istituzionale. Non solo i processi riprendono, ma in uno di essi, quello che coinvolge l’avvocato inglese David Mills, si è giunti alla singolare e curiosa situazione in cui il presunto corrotto è già stato processato in due gradi di giudizio, e ritenuto colpevole di un reato che è, per sua natura, a concorso necessario, vale a dire che presuppone un corruttore, sicché Berlusconi, il presunto corruttore, si trova alla prima casella del gioco dell’oca processuale, ma con fatti che sarebbero già stati dimostrati in un processo in cui né lui né i suoi legali hanno potuto mettere becco. E, per non farci mancare nulla, in estrosità togata, si potrebbe condannare il corruttore con una specie di sbrigativo copia incolla della condanna altrui, nel mentre, magari, la cassazione manda assolto il primo condannato, smentendo il presupposto accusatorio. Possibile che le cose vadano in questo modo? A parte il caso specifico, e l’appena formulata ipotesi fantasiosa, non credo. S’intrecciano, tanto per cambiare, considerazioni giuridiche e azione politica. La conclusione dei processi a Berlusconi è assai meno prossima di quel che taluni credono, perché prendendo in parola la Corte Costituzionale è vero che è caduto il lodo Alfano, ma è rimasto in piedi l’articolo 486, comma 5, del codice di procedura penale, che disciplina il “legittimo impedimento” dell’imputato a presenziare all’udienza e, pertanto, il suo doveroso rinvio. La Consulta c’è tornata diverse volte, in modo chiaro. Nella sentenza 451, del 2005, si legge che tale impedimento, per un parlamentare, è valido non solo quando ci sono delle votazioni, ma per ogni altro lavoro legislativo o ispettivo, e che, pertanto, le udienze si dovrebbero mettere in programma per quando il Parlamento è chiuso (peccato che i giudici vadano in vacanza contemporaneamente!). Nella sentenza 263, del 2003, la Corte insiste nell’affermare che “il giudice non può, al di fuori di un ragionevole bilanciamento fra le due esigenze, entrambe di valore costituzionale, della speditezza del processo e della integrità funzionale del Parlamento, far prevalere solo la prima, ignorando totalmente la seconda”. Così anche l’anno successivo, con la sentenza 284. Berlusconi, oltre tutto, non è solo parlamentare, ma anche presidente del Consiglio, ed un collegio di difensori che operasse più in aula che sui giornali potrebbe agevolmente, ma cortesemente e rispettosamente, impedire il procedere dei lavori. Questo, per essere realisti e non raccontare bubbole. Tutto ciò, senza alcun bisogno delle stramberie contenute nel “processo breve”, che, come scrivemmo subito, se dura sempre sei anni non è breve manco per niente, e se il primo stadio, contando dalla richiesta di rinvio a giudizio, deve concludersi entro due anni è come dire che possiamo buttare tutti i corrispondenti fascicoli pendenti nei tribunali d’Italia. Si aggiungano le altre considerazioni, qui già svolte.  Il legittimo impedimento, però, è una tecnica processuale, che non soddisfa esigenze politiche. La Corte Costituzionale lo aveva detto, fra le righe, già la prima volta, all’epoca del lodo Maccanico-Schifani, e lo ha gridato la seconda: se volete adottare uno scudo, dovete farlo con legge costituzionale. Quindi, mentre gli avvocati fanno gli avvocati, i politici facciano i politici e mettano in moto la macchina legislativa. Per le leggi costituzionali non è velocissima, ma questo non è un buon motivo per perdere tempo, anzi, il contrario. A quel punto ci sarebbe un testo sul quale misurare la volontà e la coerenza di ciascuno, compresi quelli che, in questi giorni, hanno detto: piuttosto che il pastrocchio del processo breve, fate una legge costituzionale per lo scudo. Eccola, si risponderebbe loro. Chissà che, a quel punto, non si riescano a trovare le condizioni per tornare a governare il Paese, oppure, e non lo escludo affatto, non ci sia una concreta ed immediata occasione per far saltare il tavolo e considerare insostenibile la perdita di tempo.&lt;br /&gt; da www.davidegiacalone.it&lt;/p&gt; &lt;!-- JOM COMMENT START --&gt; &lt;p&gt;&lt;script type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &amp;nbsp;Giustizia Giusta&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<name>Xavier</name>
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<title>Se il matrimonio sopravvive da secoli, vuol dire che qualcosa di buono ci sarà</title>
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<updated>2009-11-22T11:47:34+01:00</updated>
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<summary> Ha ancora qualcosa da dirci un libro sul matrimonio scritto nel 1929? Ebbene...</summary>
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&lt;p&gt;Ha ancora qualcosa da dirci un libro sul matrimonio scritto nel 1929? Ebbene sì: ha ottant’anni e non li dimostra affatto &quot;Matrimonio e morale&quot; di Bertrand Russell. Non sembra affatto che sia trascorso tutto questo tempo da allora. Forse perché appare vincente (anche se ci sarebbe parecchio da discutere) la logica che sottende il libro: il matrimonio è un’istituzione vecchia di secoli; se esiste ancora, vuol dire che ci sarà pur qualcosa di buono. Per Russell nel matrimonio non è affatto impossibile essere felici: affermazione davvero importante per uno che, come lui, alla felicità, e alla possibilità di raggiungerla nella vita terrena, ci credeva. Per esserlo (felici) è necessario che siano rispettate alcune condizioni. Marito e moglie devono avere una sfera di interessi comuni e una intimità fisica, mentale, spirituale, che li leghi. Devono dare spazio alla compagnia reciproca. Ma devono anche stare nel mondo del lavoro, delle relazioni, degli affetti, delle idee. Devono sentirsi legati da un patto che tuttavia è possibile revocare quando le condizioni che rendono possibile la felicità non sussistono più. Russell, cioè, concepisce il matrimonio come un contratto che è possibile sciogliere.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ma perché il geniale filosofo della matematica, l’acuto interprete di Leibniz, il filosofo della politica che ha scritto almeno un piccolo capolavoro (Power), si dedica, e non negli ultimi anni della sua vita (quando ripete e ripete in ogni salsa le sue tesi), a scrivere su un tema così lontano da quelli seriosi delle discipline che ha attraversato (ricordiamo, oltre a quelle citate, la filosofia della mente, la filosofia morale, la storia della filosofia, la letteratura, la pedagogia, il genere autobiografico e biografico)? La risposta sta tutta nel modo in cui Russell concepisce l’impegno intellettuale: da quel modo discende che la trattazione più rigorosa di un tema non esclude affatto (anzi) il mettere il naso nella vita comune degli esseri umani, nelle questioni dalle quali dipende la loro felicità o infelicità. Tali&amp;nbsp; questioni possono essere l’impostazione etica della propria vita (ed ecco la filosofia morale), il sistema economico-sociale (ed ecco la critica sociale e le proposte di riforma), il regime politico nel quale si vive (ed ecco le opere politiche), la guerra che c’è nel mondo e che incombe (ed ecco il pacifismo per il quale Russell è stato famoso). E possono essere questioni piccole, leggere, dello stesso peso di un sospiro. In questo caso andranno affrontate con strumenti che siano alla loro altezza: il saggio, l’apologo, lo scherzo. Ma anche in questi casi, tutti praticati dall’autore, il fondo è serio, serissimo. Di che si tratta, infatti? Della felicità, che è la cosa più importante alla quale possiamo dedicarci: nei libri e nella vita. E’ così che Russell scrive &quot;La ricerca della felicità&quot; e questo &quot;Matrimonio e morale&quot;. Ma si potrebbe ricordare anche &quot;Elogio dell’ozio&quot; e molti altri.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nel suo libro giovanile più importante, &quot;Roads to Freedom&quot;, Russell dedica spazio alle vie per la libertà esistenti nella sua epoca: l’anarchismo, il socialismo, il sindacalismo. Pur assegnando a ognuna una parte di verità, sceglie la terza come percorso attraverso il quale l’umanità potrà essere più libera senza subire gli effetti negativi del capitalismo, del socialismo, dell’anarchismo. Si tratta dell’autogoverno delle industrie da parte dei lavoratori in forma cooperativa, non nazionalizzata e decentrata (come una parte del sindacalismo inglese aveva sperimentato tra fine Otto e inizio Novecento), secondo un modello di democrazia industriale teorizzato dai Webb che in Inghilterra aveva una lunga tradizione. Eppure, anche in quel contesto di teorie politiche e sociali, Russell non dimentica il tema della felicità. E’ buono, a suo parere, quell’ordinamento sociale che lascia agli uomini e alle donne la possibilità di raggiungere la felicità su questa terra. Anzi: non che lascia, che sollecita, spinge con forza, incita alla ricerca della felicità, a vivere bene. E’ migliore quella forma di governo che permette a uomini e donne di raggiungere la felicità nel modo più adatto a ognuno. Non è una felicità uguale per tutti, dunque, né una felicità imposta dall’esterno, ma per ognuno la possibilità di trovare la sua propria vita felice.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&quot;Roads to Freedom&quot; si conclude, in modo inaspettato per chi non abbia familiarità con stile e temi dell'autore, con una esaltazione delle capacità creative dell'uomo. Leggiamo: “Un sistema sociale dovrebbe essere giudicato in base alle conseguenze che provoca al di là dell’economia e della politica (..). E se mai il socialismo sarà attuato, esso risulterà benefico solo se verrà dato valore ai beni non economici, e se a questi si aspirerà. Il mondo che dobbiamo costruire è un mondo in cui lo spirito creativo è vivo, in cui la vita è un’avventura piena di gioia e di speranza, basata piuttosto sull’impulso a costruire che non sul desiderio di conservare ciò che si possiede o di acquisire ciò che gli altri possiedono. Dev’essere un mondo in cui l’affetto abbia pieno corso, in cui l’amore sia liberato dall’istinto di dominio, in cui la crudeltà e l’invidia siano state dissolte dalla felicità e dallo svilupo degli istinti, scevro di repressioni, che costituiscono la vita e la riempiono di gioie intellettuali. Un mondo simile è possibile: esso attende solo gli uomini che vogliano crearlo. Nel frattempo il mondo nel quale viviamo ha altri scopi. Ma scomparirà, bruciato dal fuoco delle sue passioni roventi; e dalle sue ceneri sorgerà un mondo nuovo, più giovane, pieno di viva speranza, con la luce del mattino nello sguardo.”&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Questo tratto, già presente nelle opere precedenti, è un elemento che per sempre farà parte della visione del mondo dell'autore, del suo taglio particolare che consiste nel guardare alla riforma della produzione e delle istituzioni in modo non disgiunto dalla liberazione delle potenzialità creative insite in ogni essere umano, anzi che considera la prima solo come premessa necessaria alla seconda, che rimane lo scopo autentico da raggiungere. In questo taglio si può rintracciare forse anche la sua impronta peculiare.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nel mondo che Russell immagina non ci sarà lo spettro della povertà, ma non ci sarà neppure l’ambizione economica come molla unica del comportamento, l’avidità sarà sostituita dallo sviluppo libero delle qualità più alte, generose e intelletualmente valide dell’attività umana. L’arte si svilupperà solo se lo Stato non si metterà a voler stabilire che cosa è arte e quali sono le attitudini di ognuno. Ma se lo Stato non controllerà l’arte, probabilmente si avrà uno sviluppo straordinario. Le due parti che decidono della felicità degli uomini sono il lavoro e i rapporti umani. Ed ecco che, sistemata la prima parte con un po’ di equità e gioia creativa per tutti, Russell si volge alla seconda parte deprecando il modo in cui la merce entra in tutti i rapporti umani, ad esempio in quelli matrimoniali. Matrimonio e morale è già qui. In questo volume afferma: “nella relazione di un uomo e di una donna che si amano con passione, con fantasia e con tenerezza risiede un valore inestimabile: non comprenderlo è una grande sventura per ogni essere umano. Credo importantissimo che un sistema sociale sia tale da permettere questa gioia, anche se essa è una parte della vita e non il suo scopo principale.” In una affermazione come questa – ripetuta anche nelle opere politiche più impegnate - c’è tutto Russell. L’idea di politica che ha in mente per tutta la sua (lunga) attività è infatti un po’ diversa da quella dei teorici continentali della politica, anche se la felicità talvolta è evocata anche da questi: per Russell non è valida alcuna riforma della società se non si pone al centro lo spirito dell’uomo. Sarà buona solo quella riforma che tirerà fuori gli istinti di simpatia fra gli uomini, la creatività in tutte le sue forme, mettendo a tacere gli istinti alla lotta (che pure esistono, e possono essere ben utilizzati in campi specifici).&lt;/p&gt; &lt;p&gt;E quanto, esattamente, al matrimonio? Una serie di consigli da uomo passato attraverso un certo numero di matrimoni e di incontri, curioso dell’altro sesso, rispettoso delle istituzioni ma anticonvenzionale, tanto saggio quanto spregiudicato. Critica il cristianesimo quando è bigotto, si dichiara per la conoscenza del sesso fra i giovani, non condanna l’istituzione matrimoniale ma la desidera non costrittiva. Se ne esce con l’idea che nei suoi matrimoni abbia fatto di tutto per non annoiarsi e non annoiare. Che non è poco. Michela Nacci. L'Occidentale&lt;/p&gt; &lt;p&gt;B. RUSSELL, Matrimonio e morale, trad. it. Milano, TEA, 2009.&lt;/p&gt;
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<name>Xavier</name>
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<title>Palando del Cavaliere, la sinistra dimentica tutti i principi in cui ha creduto</title>
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<updated>2009-11-22T11:43:02+01:00</updated>
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<summary> Due squadre scendono in campo per disputare una partita decisiva per la loro...</summary>
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&lt;p&gt;Due squadre scendono in campo per disputare una partita decisiva per la loro promozione o retrocessione. Lo stadio è stracolmo di tifosi e l’atmosfera è tesa e satura di violenza. I giocatori, incoraggiati ed eccitati dalle grida che si levano dalle tribune, si comportano come tori inferociti. Non si risparmiano sgambetti e colpi bassi che attivano le rumorose proteste del pubblico solo quando a farne le spese sono i suoi beniamini. L’arbitro e i guardalinee spesso fingono, in genere, di non vedere e quando segnalano una scorrettezza e prendono un provvedimento sono subissati dai fischi e dalle minacce di fan scatenati e accecati dall’odio.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Che la partita si concluda a mazzate, con invasione dell’arena e intervento delle forze di pubblica sicurezza non stupisce nessuno. Stupisce, invece, che qualcuno se la prenda con le “regole del gioco” e che possa pensare seriamente che, nel caso in questione, non hanno funzionato e che, pertanto, siano da rivedere – modificando, nel caso, le norme relative al calcio di rigore, al fallo laterale, al fuori gioco etc. Certo se quelle norme (quelle o altre più o meno modificate) fossero state rispettate, la competizione sarebbe stata leale, il vincitore avrebbe avuto il premio meritato e il vinto l’onore delle armi. Ma tutto è andato storto: e perché? Perché i regolamenti non sono stati rispettati o perché non c’erano le condizioni oggettive perché lo fossero? Insomma, la colpa è dello jus calcistico o dei giocatori, dell’arbitro,degli spettatori? Sono domande che i critici della democrazia – reazionari o progressisti – ben raramente si pongono. E si comprende quando si tratta di giuristi per i quali contano solo le ‘sovrastrutture’ sicché le figure costituzionali finiscono per avere più consistenza di ciò che “si passa sotto”, nella feccia di Romolo. Ci si rassegna meno quando si ha a che fare con i sociologi e gli scienziati della politica che dovrebbero sapere come l’abito’ – i ‘principi fondamentali’ – non faccia il monaco ma tutt’al più gli renda l’esistenza più facile e più regolare.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Un esempio da manuale degli equivoci concettuali che si annidano nella critica della democrazia svolta da chi dovrebbe avere una certa dimestichezza con il ‘realismo politico’ è l’articolo di Alessandro Pizzorno, Il mito abusato del popolo sovrano, pubblicato il 14 maggio 2003 su ‘Repubblica’. L’autore, noto e apprezzato politologo, è uomo di sinistra ma, nella sua (legittima) polemica nei confronti dell’offensiva del premier Berlusconi contro il potere giudiziario, si lascia andare a valutazioni diverse se non opposte a quelle espresse, storicamente, dalla sua ‘pars politica’. Nell’articolo, si contrappone, sostanzialmente, la concezione liberale anglosassone a quella democratica francese ed eurocontinentale e si eleva la prima a vera e unica garante di ogni autentico progresso civile. Le anime di Alexis de Tocqueville e di Edouard de Laboulaye, dall’aldilà, se esiste, saranno esultate di gioia, leggendo nel quotidiano in cui si danno convegno gli esponenti più prestigiosi della cultura post-azionista e post-comunista un riconoscimento così inaspettato. Nell’ideologia costituzionale francese, secondo Pizzorno, la democrazia s’identifica con la sovranità del popolo che la “esercita attraverso i suoi rappresentanti eletti. Il potere legislativo è quindi la vera, in un certo senso l’unica, espressione della volontà del popolo” Ne consegue che “i giudici sono solo funzionari che il popolo non ha eletto. Il potere giudiziario è quindi un potere per modo di dire. Vero che può dar ordini alla polizia. Vero che nelle sue decisioni, quando sono definitive, nessun altro potere può metterci bocca. Vero anche che le sentenze sono emesse in nome del popolo, non differentemente dalle leggi, che in nome del popolo sono promulgate. Ma i giudici, le leggi debbono limitarsi ad applicarle. Sono la ‘bocca della legge’, “la bouche de la loi”, come si usa dire nella Francia dell’800”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le democrazie non anglosassoni, in parole povere, sono caratterizzate dal primato – se non dall’imperialismo – del legislativo e poiché il legislativo è eletto da maggioranze che possono chiedere e ottenere tutto quello che vogliono, il risultato è la ‘tirannide del numero’, qualcosa che fa rimpiangere i vecchi dispotismi del passato. Quando lo si leggeva nei testi ottocenteschi, tale discorso faceva pensare inequivocabilmente a tematiche conservatrici, a correnti di pensiero politico e a dottrine giuridiche che vedevano, ad esempio, nella proibizione del lavoro dei minori una violazione dei diritti di libertà e di proprietà del padrone delle ferriere nonché la riprova di come i partiti popolari se ne infischiassero delle leggi. Allora il liberalismo (conservatore) si alleava col diritto per contrastare la democrazia, oggi la sinistra si rivolge al diritto per difendersi dal populismo dei partiti di centro-destra (che, stando alla sociologia politica Giovanna Zincone, sono democratici ma non sono liberali). Cambiano i tempi, cambiano le opinioni e le prospettive ma sarebbe non poco strano che, di questo passo, il republicanism franco-giacobino finisse per venir collocato in un’area politico-culturale che ha sempre guardato in cagnesco.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Pizzorno condanna senza mezzi termini ‘il mito abusato’che mette nelle mani del popolo (e dei suoi ‘rappresentanti eletti’) un potere illimitato e chiede che tale potere venga limitato non più dalle “leggi fondamentali del Regno” - come pur chiedevano i teorici dell’assolutismo alla Jean Bodin – ma dalle Carte Costituzionali e, in Italia, da quella espressa dalla Resistenza e dall’antifascismo che fonde, com’è noto, istanze liberali, socialiste e cristiano – solidaristiche. Nessun dubbio è consentito sulla sicurezza e sull’affidabilità di quei limiti e, per quanto riguarda i nostri vicini d’oltralpe, non viene neppure il sospetto che, trattandosi di una delle società civili più progredite dell’Occidente, qualcosa deve aver funzionato piuttosto bene, nonostante la progenie di Robespierre a sinistra e quella di Pétain a destra. Fin qui ci troviamo, comunque, in compagnia dei classici greci e latini: la democrazia ‘montagnarda’ è l’onnipotenza del demos che governa nel suo esclusivo interesse, calpestando i diritti delle altre classi (quindi elevato livello di imposizione fiscale, obbligo di assicurare tetto, lavoro e pane a tutti, istruzione e sanità gratuite etc.).&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Sennonché Pizzorno, a questo punto cambia registro. La democrazia solo in apparenza è il “governo del popolo”, come aveva già visto acutamente il grande Gaetano Mosca. “Il mito della sovranità popolare – per il padre nobile dell’elitismo liberaldemocratico-- non era altro che il frutto ipocrita della classe politica democratica, la quale voleva governare il popolo facendogli credere che fosse lui il padrone” e oscurando la realtà che mostrava, invece, “quanto fosse debole e ininfluente a partecipazione popolare in democrazia”. Senza i vincoli del diritto, si è liberi di fare ciò che si vuole ma a farlo non sono “i più” – come accadde per qualche mese a Parigi in seguito alle barricate del febbraio 1848 – ma gli imbroglioni che pretendono di esserne i rappresentanti.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il discorso, però, non finisce neppure qui giacché viene introdotta un’altra accezione di democrazia, quella che affida alla libera scelta degli elettori il compito di designare i futuri timonieri dello Stato. E su questo piano la povera democrazia, messa sul banco degli imputati, non sembra avere più scampo: è stata lei che ha portato Mussolini e Hitler al governo (Stalin, Lenin, Mao invece non ne hanno avuto bisogno): “grazie alla volontà popolare” è stato “possibile sopprimere la democrazia”. Le “dispute storiografiche” al riguardo sono irrilevanti: “solo conta il fatto che attraverso le istituzioni nelle quali essa si esprime proceduralmente, la volontà popolare volle quei governi e quei governi hanno soppresso la democrazia”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La colpa, insomma, ce l’hanno le procedure, che affidano al popolo il reclutamento della ruling class, così come, nella metafora calcistica impiegata sopra, la partita è degenerata per via dei regolamenti! Per la verità, è difficile capire quale altro ‘regolamento’, nei casi italiano e tedesco, avrebbe potuto evitare la catastrofe: si doveva impedire ai cittadini di recarsi alle urne, perché prevenuti ed ‘eterodiretti’? Il re doveva assumere i pieni poteri, come avvenne, senza risultati apprezzabili, in qualche paese balcanico? La classe operaia avrebbe dovuto instaurare la”dittatura del proletariato” come rivoluzione preventiva al fine di evitare “il colpo di Stato della borghesia” (per usare, ovviamente, trite categorie storiografiche)? Si doveva puntare a una riforma del sistema elettorale che scoraggiasse le coalizioni con i partiti estremisti di destra? E in quali termini e con quali criteri?&lt;/p&gt; &lt;p&gt;In realtà ad affossare la democrazia non sono state le urne e i ludi cartacei ma il mancato accordo, all’interno della costellazione dei poteri dominanti – agrari, imprenditori, chiese, università, partiti, sindacati, organizzazioni varie di categorie etc. –, sui “valori”, posti a fondamento della convivenza civile, e sui confini entro cui contenere il processo legislativo. Non sono state le regole del gioco, il principio di maggioranza, a far sì che la partita “finisse a schifìo “ma gli arbitri (i magistrati) che non hanno fatto il loro dovere, punendo i trasgressori del codice sportivo, e il pubblico sulle tribune che ha sostenuto e incoraggiato l’illegalità. E come poteva accadere diversamente quando una parte considerevole della società civile applaudiva i camion delle squadre nere che spaccavano la testa ai ‘rossi’ e un’altra parte giustificava sputi ed aggressioni agli ufficiali che avevano il coraggio di mostrarsi, dopo la “inutile strage” bellica? Se in Italia e in Germania le campagne elettorali che portarono rispettivamente il duce e il Fuehrer al potere si fossero svolte in un clima di legalità, di ordine e di rispetto degli avversari, probabilmente gli esiti sarebbero stati molto diversi. Ma come si può pensare all’impiego della violenza--richiesta appunto dalla pacificazione coatta degli avversari – da parte delle autorità costituite e legittime (magistrati, questori, prefetti, ministri), in mancanza di una “costituzione materiale” ovvero di un tacito e granitico “accordo sociale di fondo” in virtù del quale, ad es., un poliziotto che, per legittima difesa, uccida un rivoltoso non finisce sotto inchiesta?&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La volontà popolare che porta al governo i capi autoritari o totalitari non è la democrazia che sopprime se stessa: è la ‘maggioranza’ che, ritenendo a torto o a ragione, di doversi difendere da quanti minacciano il suo mondo, i suoi valori, i suoi beni, chiude la partita, consegnando il paese a un dittatore in grado di reprimerne velleità e conati. (E’ la ragione che induce Tocqueville ad appoggiare, con convinzione, Eugène Cavaignac, il generale repubblicano, che pone fine, con le cannonate e le baionette, alla nuova ‘guerra servile’ scatenata dai democratici sociali, dai neo-giacobini e dai neo-babuvisti nel giugno 1848)&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Forse è superfluo far rilevare che le due concezioni ‘degenerate’ della democrazia – il potere di far tutto in nome del popolo, infischiandosi dei diritti individuali e il potere di conferire, attraverso le votazioni, le più alte cariche dello Stato a chi si vuole, anche a personaggi abietti – non stanno necessariamente in rapporto. Un dittatore, legittimato dall’elezione popolare, può con mezzi violentissimi –e inaccettabili per la nostra sensibilità morale – restringere decisamente l’ambito delle ‘competenze della politica’, ridando spazio, ad es., alle libere imprese (è quanto è avvenuto in Cile, in seguito al colpo di Stato di Augusto Pinochet, con risultati non sottovalutabili sotto il profilo economico); e, per converso, un’osservanza scrupolosa della ‘separazione dei poteri’ potrebbe sottrarre spazio all’esecutivo e al legislativo per conferirlo a un ‘giudiziario’ al quale nessuno potrebbe impedire di applicare alla lettera il principio costituzionale che riconosce la proprietà privata solo “per la sua funzione sociale” e, coerentemente, di espropriare tutte quelle di cui è impossibile dimostrare tale funzione.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Pizzorno dispone di una ricetta contro i mali della democrazia e gli effetti indesiderati della sovranità popolare e la ravvisa nel “bel saggio(raccolto nel volume Lo stato moderno in Europa, Ed. Laterza 2002)” in cui “il costituzionalista Maurizio Fioravanti dimostra che, con l’adozione, dopo la seconda guerra mondiale, delle costituzioni rigide come norma superiore alla stessa legge dello Stato, e con la corrispondente introduzione del controllo di costituzionalità delle leggi da parte delle Corte Costituzionale, è avvenuto il distacco dello Stato democratico dal principio della sovranità politica”. Poiché “la volontà popolare lasciata senza freni, in troppi paesi” è fallita, il rimedio consisterebbe nell’”inserire contrappesi nel gioco degli equilibri della classe che governa”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Sembra di capire che se, nella Germania di Weimar e nell’Italia degli anni venti, ci fosse stata una “costituzione rigida” non avremmo avuto né il nazismo, né il fascismo. In realtà, non avremmo avuto l’investitura quasi indolore di Hitler e di Mussolini ma sicuramente non ci saremmo risparmiata una guerra civile come quella che infuriò sanguinosa nella Spagna repubblicana, finendo non in una dittatura totalitaria ma in una dittatura autoritaria (e non ideocratica) contrassegnata, però, da un’erogazione di violenza di gran lunga superiore a quella dispiegata dalle camicie nere.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;I liberali dell’Ottocento volevano limitare con i lacci del ‘garantismo’i movimenti del Gulliver popolare: quei lacci erano le eredità del passato – in Francia “la libertà è antica” diceva Madame de Stael – non le ali per librarsi nei cieli delle ‘magnifiche sorti e progressive’. Per loro il legislativo era il potere addetto all’innovazione e poiché l’innovazione avrebbe potuto far danni – spingersi, per così dire, troppo in là – al contropotere giudiziario doveva essere affidata la funzione delicata di predisporre un complesso sistema di “freni”. Per cambiare bisogna essere tutti (o almeno una manifesta maggioranza) d’accordo e per questo va consultata la volontà popolare: per porre argini al cambiamento, al contrario, c’è bisogno di ‘leggi fondamentali – consegnate o no a un testo costituzionale – custodite e interpretate da un ceto professionale competente e ‘conservatore’. Se i mutamenti sostanziali introdotti nello ‘spirito delle leggi’ non nascessero da un ampio dibattito pubblico bensì da un’imposizione ‘dottrinaria’ dei giudici, sarebbe davvero retorica e demagogica, in un’ottica liberale classica, la domanda “ma questi giudici chi li ha eletti?”.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Criticare l’operato di un governo è legittimo e doveroso ma diventa rischioso quando la critica si trasforma in un tentativo, più o meno larvato, di delegittimazione. E il rischio sta nel mettere in campo armi che si convertono in un vero e proprio boomerang per chi ne fa uso: i principi hanno una loro logica che, a differenza delle leggi italiane che nello spiritoso bon mot di Gaetano Salvemini si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici, non si arresta a comando. Dino Cofrancesco. L'Occidentale&lt;/p&gt;
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<title>Abdullah: se voglio Kabul esplode</title>
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<summary>  Non collaborerò con il presidente anche se credo ancora nella politica...</summary>
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&lt;div class=&quot;catenaccio&quot; style=&quot;padding-bottom: 12px; padding-top: 12px;&quot;&gt;Non collaborerò con il presidente anche se credo ancora nella politica&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;sezione&quot;&gt;MATTEO SMOLIZZA&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;KABUL&lt;br /&gt; Abdullah Abdullah siede nella grande sala della casa di Kabul dove vive ed è nato 49 anni fa. Appassionato di poesia persiana, ha una grande collezione di francobolli iniziata da bambino. Sulle pareti sono appese antiche calligrafie.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Dottor Abdullah, dopo aver denunciato i brogli e imposto il ballottaggio, l’Onu ha approvato l’elezione di Karzai che ha subito chiesto una sua partecipazione ad un «governo di unità nazionale». Che cosa farà?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «I motivi per cui l’Onu ha riconosciuto la posizione di Karzai sono chiari: riguardano la stabilità del Paese. Penso che in questo momento non avesse altra scelta. Il momento giusto per intervenire era il 22 maggio, quando Karzai, secondo la Costituzione afghana, aveva terminato il proprio mandato. Bisognava stabilire un governo provvisorio sotto la supervisione Onu e impegnarsi per elezioni corrette. La comunità internazionale, però, ha temuto di non riuscire a fronteggiare l’insurrezione talebana attraverso un governo a guida straniera. Oggi il governo è ancora più debole. La ratifica internazionale è solo uno dei necessari punti di legittimazione. I più importanti sono il credito presso la popolazione e le performance reali».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Collaborerà con Karzai?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «No. L’ho incontrato un mese fa e abbiamo parlato per due ore e mezza: continuiamo a stare su due binari differenti. Mi era stato chiesto di partecipare alla festa successiva alla cerimonia di insediamento del presidente e ovviamente ho rifiutato. Il mio posto è all’opposizione».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Nelle scorse settimane ha incontrato gli ambasciatori dei principali Paesi impegnati in Afghanistan, tra cui l’Italia: qual è ora il suo obiettivo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Credo sia chiaro che sono impegnato in modo costruttivo per migliorare la situazione e non agisco per interesse personale. Perciò non ho chiamato la gente in piazza per dimostrare contro Karzai: mi sarebbe bastata una sola parola, una singola chiamata pubblica in televisione per rovesciare la situazione. Le dimostrazioni di piazza sono un efficace strumento democratico, ma non ho agito a causa della fragilità della situazione. Di chi avrei fatto il gioco? Se oggi l’Afghanistan perde l’appoggio internazionale, ha perso tutto, perché le strutture dello stato non sono in grado di mantenersi da sole».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;La Comunità internazionale ha richiamato Kabul su due punti fondamentali: la corruzione, e soprattutto la mancanza di un progetto per sollevare i poveri dalla miseria che spinge molti disperati nelle file dei taleban.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; «Più del 60% della popolazione vive nelle campagne e spesso arriva appena a sopravvivere. Inoltre, Herat è una cosa, Mazar-e-Sharif un’altra. All’interno di una stessa provincia, i centri urbani, le campagne e le montagne sono cose diverse. Un piano di sviluppo efficiente è innanzitutto l’apertura a strategie pensate localmente e adeguate ai diversi contesti. Il governo deve avere solo un ruolo di coordinamento».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Con la caduta dei taleban c’è stata una nuova esplosione del mercato dell’oppio.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «La situazione è molto complicata. Innanzitutto, c’è una grande differenza tra i contadini e i politici, o gli amici dei politici. Non si può chiedere ai contadini di bruciare i propri campi di papaveri, senza garantirgli reddito con un’altra coltivazione. Invece ci vuole tolleranza zero con i funzionari di alto livello e i mercanti di narcotici. Questo però è possibile solo se il governo è legittimato da un vasto consenso popolare, se le istituzioni locali sono valide e quindi c’è un effettivo controllo del territorio e delle microeconomie».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Il Pakistan ha tentato una cooperazione con i talebani lasciando loro alcune aree di autogoverno dove vige la Sharia. Karzai sembra perseguire questa strada, invitando i taleban a far parte del processo di pace. Secondo lei è possibile?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; «Questa strategia in Pakistan ha fallito. I taleban devono essere sfidati sul campo dei risultati. Loro operano in mezzo alla gente, alla stessa gente con cui siamo in contatto noi: se perdiamo la gente comune, abbiamo perso la guerra. Quattro anni fa, qui non c’erano taleban, ora sono intorno a Kabul. Oggi sono la parte vincente. Il governo, più che proporsi l’obiettivo di raggiungere i taleban, dovrebbe cercare di raggiungere la gente».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Oltre alla Coalizione, quali forze straniere stanno influenzando il futuro dell’Afghanistan?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Iran e Pakistan e subito dopo India, Russia e Cina, ed è naturale perché queste potenze si trovano ai nostri confini».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;I diritti di sfruttamento dei grandi giacimenti di rame a Sud di Kabul, la seconda riserva mondiale di questo metallo, sono in mano alla Cina, ma l’area è protetta da 1500 poliziotti afghani, a carico delle potenze occidentali. Le sembra normale?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; «Lascio che siano i Paesi occidentali a decidere le ragioni e gli obiettivi del loro intervento (sorride), ma è ovvio che l’impegno di ogni Paese ha origine in un vantaggio che pensa di trarre per esempio in termini di sicurezza globale, di stabilità dell’area o anche di business diretto. Il fatto che ci siano Paesi che sanno trarre un beneficio maggiore dalla situazione non è un problema per noi, fino a che è previsto un vantaggio anche per il popolo afghano».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Il presidente Obama prima di decidere un aumento delle truppe ha chiesto una «exit strategy» e Karzai ha detto che il Paese sarà responsabile della propria sicurezza entro cinque anni.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; «Gli afghani stanno prendendosi progressivamente la responsabilità della sicurezza del Paese, e questo naturalmente alleggerisce le spalle ai Paesi alleati. Ora, però, di sicuro non siamo autosufficienti. La speranza è che il tempo che ancora ci accorderete per aiutarci sia sufficiente a costruire qualcosa che duri».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Lei è stato uno dei più diretti collaboratori di Massud ed ha combattuto contro i russi e al tempo della guerra civile tra i Mujaheddin. Che cosa le è rimasto di quella esperienza?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Mi sono unito a Massud nel 1985 come medico; presto sono diventato suo segretario e poi suo consigliere. La vita di Massud è divisa in due periodi, la resistenza contro i sovietici e la resistenza contro Al Qaeda, cioè contro i taleban. In questa missione oggi sono coinvolti da 40 a 60 Paesi. Ed è coinvolta la mia vita, quella di mia moglie ed il nostro futuro, i nostri quattro figli, del più piccolo dei quali ora si sentono le grida, perché è ora di cena. Massud credeva alla pace e alla possibilità di creare una società più giusta, ma non aveva paura di fare la guerra e rischiare la vita per una giusta causa. Lui ha combattuto ed è morto perché l’Afghanistan potesse essere uno stato islamico moderato libero e indipendente. Dopo 25 anni al potere, non aveva alcun possesso personale: l’unico lascito è stato il giardino dei suoi genitori nel Panjshir. La sua eredità spirituale invece è stata enorme. Era un ottimo amico. Queste sono le cose che mi ha insegnato e che oggi cerco di realizzare». La Stampa&lt;/div&gt; &lt;div&gt;&lt;script src=&quot;/common/inctmpl/ppn_banner.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &lt;div id=&quot;fwnetblocco&quot;&gt; &lt;div class=&quot;fwnetStileIntestazione&quot; id=&quot;fwnetintestazione&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;/div&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Hamas ferma il lancio di razzi su Israele</title>
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<summary>  Accordo tra le brigate al Qassam che  però «continueranno a difendersi»...</summary>
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&lt;div class=&quot;catenaccio&quot; style=&quot;padding-bottom: 12px; padding-top: 12px;&quot;&gt;Accordo tra le brigate al Qassam che&lt;br /&gt; però «continueranno a difendersi»&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;GAZA&lt;br /&gt; Le Brigate Ezzedine al Qassam, braccio armato del movimento radicale palestinese Hamas, hanno annunciato oggi un accordo con le altre fazioni della Striscia di Gaza per una sospensione del lancio di razzi contro Israele. «L’accordo per fermare i razzi, tra (le brigate) al Qassam e i rami armati delle altre fazioni della resistenza, non è un segno di debolezza, ma è destinato a mantenere il fronte interno e l’interesse nazionale supremo del popolo palestinese», ha dichiarato il gruppo armato in un comunicato.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Le Brigate hanno comunque confermato l’intenzione di neutralizzare qualsiasi eventuale aggressione da parte dello Stato ebraico. «Le brigate al Qassam non resteranno fermi di fronte all’escalation sionista e si difenderanno da qualsiasi loro forza», hanno spiegato. Il comunicato del movimento palestinese è stato pubblicato all’indomani del lancio di razzi contro il sud di Israele, a cui lo stato ebraico ha risposto con un’incursione aerea che aveva per obiettivo due laboratori per la fabbricazione di armi e un tunnel per il contrabbando nella Striscia di Gaza. La Stampa&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt; &lt;div&gt;&lt;script src=&quot;/common/inctmpl/ppn_banner.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &lt;div id=&quot;fwnetblocco&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Per sedurre la politica</title>
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<summary>  Da Berlusconi a Bossi, in politica  cresce il ricorso alla &quot;parolaccia&quot;...</summary>
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&lt;div class=&quot;catenaccio&quot; style=&quot;padding-bottom: 12px; padding-top: 12px;&quot;&gt;Da Berlusconi a Bossi, in politica&lt;br /&gt; cresce il ricorso alla &quot;parolaccia&quot;&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;sezione&quot;&gt;JACOPO IACOBONI&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;ROMA&lt;br /&gt; Quando Gava disse «cazzarola» ruppe il grigiore democristiano. Quando Marco Pannella nell’85 inventò «Radio Parolaccia» fu una rivoluzione. Invece quando Marcello Lippi di recente ha detto «sono inc… coi tifosi», nessuno s’è davvero stupito. Certo, che il presidente della Camera usi l’epiteto colorito fa un po’ più effetto. Ma non per la parolaccia; per il modo sottile in cui ormai la si usa.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Perché è appunto l’Italia tutta, non solo la politica, che sta assistendo a un’interessante mutazione genetica, la parolaccia che non vuole insultare ma creare complicità tra chi parla e chi ascolta, la frase popolana, il trivio che diventa, letteralmente, quadrivio. Naturalmente ricordiamo tutti Renato Brunetta che si scaglia contro le «elite di m…»; e certo non deve aver fatto piacere al professor Miglio quando l’amico Umberto Bossi lo definì «una scoreggia nello spazio». Ma Berlusconi che solo poche settimane fa evoca lo «sputtanamento» del Paese a causa dei media ostili, più che insultare, a modo suo stilizza; fa, tecnicamente, proseliti. E bisogna cogliere la distinzione, altrimenti si soccombe.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nella società dello spettacolo (delle parole) non diciamo più «f…» solo per berciare contro un omosessuale, ma a volte per fargli vedere che gli siamo amici; non diamo dello «s…» al Nemico famoso, ma ai tanti oscuri nemici di chi ci sta davanti; e se stampiamo le parolacce anche sui manifesti elettorali (lo slogan del Psi boselliano all’ultima tornata era «siamo incazzati») è perché pensiamo, spesso sbagliando, che non diano più fastidio a nessuno.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Non è così, ovviamente. Ma la politica è disposta a correre il rischio: la parolaccia per se-durre. Portare a sé. Sono cose che Fini, che ha studiato pedagogia e linguistica, conosce, e non maneggia da oggi. Quando, nell’ultima campagna elettorale, parlando a una composta assemblea della Confesercenti il Cavaliere disse «be’, ho troppa stima dell’intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare a sinistra, facendo i propri disinteressi», l’allora capo di An fu il primo a corrergli in soccorso, «ha usato un’espressione gergale utilizzata da sette italiani su dieci, non facciamone un caso; è un po’ come dire fesso». Espressione gergale, insomma; non parolaccia. E lo stesso Silvio a caldo s’era come scusato per il «linguaggio rozzo, ma efficace». Magari persino quando Francesco Storace, richiesto di dire qualcosa di destra, se ne uscì pronto con «a’ froci», più che attaccare i diversi (da lui), voleva galvanizzare i suoi. Poi però smentì.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; E insomma, (s)fatta l’Italia stiamo (ri)facendo gli italiani. Esistono ancora, per esempio nel Piemonte che fece l’unità, gentili signore che ancora oggi quando gli scappa la parola «casino» mettono istintivamente la mano davanti alla bocca e si scusano; ecco, sicuramente rimpiangeremo Gozzano, ma l’Italia politica volente o nolente ha più a che fare con Celentano. Che infatti ha vissuto uno dei più grandi momenti della sua audience recente quando, dopo quella battuta di Berlusconi nel 2008, a lungo ipnotizzò il dibattito pubblico sul fondamentale quesito: lo show del Molleggiato avrebbe avuto per titolo «125 milioni di c...e» oppure «125 milioni di ca...te»?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Dobbiamo rassegnarci (qualcuno però ne gode) a una parolaccia pseudo ironica, talvolta autoironica. Meno spontanea, forse artata. Sempre Silvio ha fatto sapere «sono vecchio, ma non rinc…». Signore dei salotti evocano serenamente le «palle di velluto» (Daniela Santanché sostenne che in An ce ne sono troppe). Moderati come Rutelli promettono di ascoltare gli elettori «anche a costo di qualche vaffa» (per non dire del Vaffa-day che diventa brand nazionale). Un conto è Moravia che nel ’71 scrive un intero libro per dialogare “Io e lui”, il suo organo genitale, altra cosa le parolacce tristi alla X-Factor, o ancora l’Università (quella di Norwich, Inghilterra, ci ha fatto uno studio) che decreta: le parolacce rinforzano lo spirito di squadra e aiutano a scaricare lo stress. Bachtin, il più grande critico russo, scrisse che le parolacce «ci liberano dalla serietà sentenziosa e cupa dei moralisti e dei bigotti». Un classico, ma in veste nuova. Nel ’76 la Bonino si presentò alla Camera in jeans e zoccoloni. Il ministro dc Adolfo Sarti la incrociò e le fece «sai che ti dico, Bonino? Oggi ti trovo piuttosto belloccia». E Emma: «Sai che ti dico, ministro? Oggi ti trovo proprio str...». La Stampa&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt; &lt;div&gt;&lt;script src=&quot;http://www.blogspirit.com/common/inctmpl/ppn_banner.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; //&lt;![CDATA[ &lt;!--   // --&gt; //]]&gt; &lt;/script&gt;&lt;/div&gt;
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<title>Facebook au coeur d'une bataille pour des allocations maladie</title>
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<updated>2009-11-22T11:25:07+01:00</updated>
<published>2009-11-22T11:25:07+01:00</published>
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<summary> Une Québécoise en congé maladie pour dépression affirme que son assurance...</summary>
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&lt;h2&gt;Une Québécoise en congé maladie pour dépression affirme que son assurance lui a suspendu ses droits, arguant que des photos d'elle sur Facebook la montraient heureuse.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Les inspecteurs des assurances ont un nouveau terrain d'enquête. Au Québec, une jeune femme de 29 ans en congé maladie de longue durée pour profonde dépression affirme que son assurance lui a supprimé ses allocations après avoir consulté plusieurs de ses photos mises en ligne sur Facebook. Nathalie Blanchard, qui avait dû quitter il y a un an et demi son emploi chez IBM, y apparaissait sur une plage ensoleillée, assistant à un spectacle de Chippendales ou fêtant son anniversaire. «On m'a dit que je suis en mesure de travailler, à cause de Facebook», a-t-elle déclaré &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.cbc.ca/canada/montreal/story/2009/11/19/quebec-facebook-sick-leave-benefits.html&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;sur le site de la télévision publique CBC&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nathalie Blanchard précise qu'elle avait tenue son assurance informée de ce voyage, recommandé par son médecin, et se dit choquée de ces pratiques. «A ce moment-là, j'étais heureuse, mais avant ou après, le problème était le même», a-t-elle confié. Dans un communiqué adressé à la chaîne CBC, la compagnie d'assurance Manulife a reconnu qu'elle pouvait tenir compte des éléments mis en ligne sur Facebook pour s'informer sur ses clients. Mais qu'elle «ne prenait pas la décision de refuser ou d'interrompre le versement d'allocation en se fondant uniquement sur les informations publiées» sur de tels sites.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;Profil verrouillé&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Pour tirer l'affaire au clair et obtenir une restitution des allocations, l'avocat de la jeune femme a demandé un nouvel examen médical de la jeune femme. Plusieurs milliers de dollars sont en jeu, indique le site la CBC. Une question reste toutefois sans réponse. Nathalie Blanchard se demande ainsi comment les photos de ses vacances ou de son anniversaire sont parvenues jusqu'à son assureur, alors que son profil sur Facebook est selon elle verrouillé et que seules les personnes de son choix peuvent dès lors voir ses messages. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Brunetta a Tremonti: basta veti, ci ha commissariato</title>
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<updated>2009-11-22T11:24:32+01:00</updated>
<published>2009-11-22T11:24:32+01:00</published>
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<summary>  «Anche per Berlusconi è un problema È arrivato il tempo di cambiare passo»...</summary>
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&lt;div class=&quot;catenaccio&quot; style=&quot;padding-bottom: 12px; padding-top: 12px;&quot;&gt;«Anche per Berlusconi è un problema È arrivato il tempo di cambiare passo»&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;articologirata&quot;&gt;ROMA&lt;br /&gt; Attacco frontale al ministro dell’Economia Giulio Tremonti dal ministro-compagno di partito Renato Brunetta. «Il ministro Tremonti - accusa Brunetta sul &lt;em&gt;Corriere della Sera&lt;/em&gt; - esercita un potere di veto sulle iniziative di tutti i ministri: un blocco cieco, indistinto e conservatore. Tutti la pensano come me: tutti soffrono per il potere di veto di Tremonti». Anche se, «forse un pò meno vale per i ministri della Lega i quali, per ragioni non filosofiche ma opportunistiche, sono trattati un pò meglio, anche se non benissimo».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; «Tremonti - si lamenta ancora Brunetta - ha di fatto commissariato l’intero governo, sia pure a fin di bene. Per far fronte alla crisi, il &quot;rigore conservatore&quot; del ministro dell’Economia ha funzionato. Ma ora bisogna cambiare passo». E, assicura, Brunetta anche il Presidente del Consiglio «percepisce questo come un problema».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Quanto alle prospettive del governo, però, Brunetta sembra alludere più a un rimpasto o comunque ad una soluzione del &quot;caso Tremonti&quot;, piuttosto che al ricorso ad elezioni anticipate. «Sarebbero la sola soluzione se a veniremeno -argomenta- fosse la maggioranza, ma io non ci credo. Il Paese vuole il contrario: il cambiamento. Le elezioni, al contrario, sarebbero un ulteriore blocco rispetto al cambio di passo, allo sviluppo, al cambiamneto». Detto questo, il ministro assicura di non voler sostituire lui Tremonti al ministero dell’Economia. «Non ne faccio una questione personale nè ho ambizioni personali». E inoltre, «sto molto bene dove sto: combatto una battaglia epocale per la modernizzazione dello Stato». La Stampa&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;/div&gt; &lt;div&gt;&lt;script src=&quot;/common/inctmpl/ppn_banner.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &lt;div id=&quot;fwnetblocco&quot;&gt; &lt;div class=&quot;fwnetStileIntestazione&quot; id=&quot;fwnetintestazione&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;/div&gt; &lt;/div&gt;
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<title>350 000 dollars por un gant de Jackson</title>
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<updated>2009-11-22T11:16:16+01:00</updated>
<published>2009-11-22T11:16:16+01:00</published>
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<summary>  Un gant de cuir beige orné de strass, porté par   Michael Jackson   en 1983...</summary>
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&lt;h2&gt;Un gant de cuir beige orné de strass, porté par &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/culture/michaeljackson.php&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #003872;&quot;&gt;Michael Jackson&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; en 1983 lorsqu'il réalisa pour la première fois son célèbre pas de danse du &quot;Moonwalk&quot;, a été adjugé 350.000 dollars (235.000 euros), hier à New York, lors d'une vente aux enchères frénétique d'objets de la défunte pop star.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Parmi les 350 lots du catalogue de cette vente d'objets ayant appartenus à des vedettes, samedi au &quot;Hard Rock Café&quot; de Times Square, les 70 provenant du &quot;roi de la pop&quot;, décédé en juin dernier d'une surdose de médicaments à l'âge de 50 ans, se sont adjugés jusqu'à dix fois leur prix estimé. Les acheteurs enchérissaient par téléphone ou internet depuis l'Australie, Dubaï, la France, Hong Kong et le Japon.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Mis à prix 10.000 dollars ce gant de golf pour main gauche &quot;made in Korea&quot; et acheté 30 dollars par Michael Jackson, est de suite monté à 120.000 puis à 220.000 pour atteindre 350.000 dollars (420.000 dollars avec la commission, sans compter les taxes).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Le chanteur l'avait utilisé pour sa première démonstration du &quot;Moonwalk&quot;, sa célèbre chorégraphie exécutée à reculons, en interprétant la chanson &quot;Billie Jean&quot;. &quot;Personne ne l'avait vu exécuter ce pas, il l'avait imaginé deux jours plus tôt dans sa cuisine&quot;, a indiqué Darren Julien, le commissaire-priseur de la vente.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;1.600 dollars pour une photo&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Un blouson noir avec de multiples fermetures Eclair et boucles signé dans le dos, qu'il portait pour son &quot;Bad World Tour&quot; en 1987-1989, a été vendu 225.000 dollarset un simple (chapeau) feutre a atteint 22.000 dollars. Parmi les objets hétéroclites vendus figuraient également une paire de chaussettes ornées de strass, des portraits de Charlie Chaplin exécutés par Jackson à l'âge de 9 ans, une Mercedes de 1985, des lettres manuscrites et une taie d'oreiller dédicacée provenant d'un hôtel où Michael Jackson avait séjourné à Disneyland-Paris.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Tous ces objets ont été vendus trois à dix fois leur prix estimé y compris une simple photo avec un autographe adjugée 1.600 dollars alors qu'elle était estimée entre 200 et 400 dollars. Les recettes de cette vente consacrée aux &quot;icônes de la musique&quot; seront reversées en partie à MusiCares, une association d'aide aux musiciens en difficulté. Le Figaro&lt;br /&gt;&lt;/h2&gt; &lt;!--            &lt;span class=&quot;sign&quot;&gt;Source : AFP&lt;/span&gt; --&gt;
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<name>Xavier</name>
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<title>Camus au Panthéon: ses enfants réticents</title>
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<updated>2009-11-22T11:13:14+01:00</updated>
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<summary> Catherine Camus ne sait pas si elle s'opposera au transfert de la dépouille...</summary>
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&lt;h2&gt;Catherine Camus ne sait pas si elle s'opposera au transfert de la dépouille de son père au Panthéon, souhaité par Nicolas Sarkozy. Selon &lt;i&gt;lemonde.fr&lt;/i&gt;, Jean Camus craindrait lui une «récupération» politique.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Nicolas Sarkozy avait expliqué jeudi avoir besoin de l'accord de la famille d'Albert Camus &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/culture/2009/11/21/03004-20091121ARTFIG00061-l-honneur-fait-a-camus-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;pour transférer les cendres de l'écrivain au Panthéon&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. La chose n'est pas encore acquise semble-t-il. La fille d'Albert Camus, interrogé sur le sujet samedi, a ainsi déclaré ne pas savoir si elle s'opposera au transfert de la dépouille son père au Panthéon.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;«La question n'est pas simple», a-t-elle expliqué sur &lt;i&gt;France Inter&lt;/i&gt;. Reconnaissant que l'auteur de «L'Etranger» n'aimait pas les honneurs, elle a dans le même temps observé qu'il pourrait s'agir d'un «beau symbole» dans la mesure où l'écrivain avait «essayé de parler pour tous ceux qui n'avaient pas la parole». «C'est une question qui me dépasse, je me sens très petite. J'admire ceux qui ont une idée très arrêtée, moi j'ai que des doutes», «je suis vraiment dépassée par ça», a confié Catherine Camus, qui gère l'héritage de son père. «Je pense à tous ceux qui sont de la même origine que mon père, c'est-à-dire très pauvre, et à ma grand-mère qui était femme de ménage et peut-être que c'est aussi un hommage qui lui est rendu à elle, et que de ce point de vue là, c'est peut-être aussi un symbole pour tous ceux pour qui la vie est très dure», a-t-elle dit.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Quant à savoir si son père aurait aimé cette idée-là, Catherine Camus a observé qu'«il était claustrophobe». «Il n'aimait pas» les grands honneurs, «c'est vrai, c'est pour ça que la question n'est pas simple», a-t-elle dit.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;«Un contresens»&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Interrogée sur des accusations de récupération visant le président de la République, Catherine Camus a précisé qu'elle ne «se situe pas sur un plan politique». «De toute façon, moi, je ne me souviens pas qui a fait rentrer Zola, Malraux, je ne pense pas que le problème se situe là mais si certains le pensent, ils ont peut-être raison, j'en sais rien».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.lemonde.fr/politique/article/2009/11/21/le-fils-d-albert-camus-refuse-le-transfert-de-son-pere-au-pantheon_1270456_823448.html#xtor=RSS-3208&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;Selon le monde.fr&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, qui cite samedi l'entourage du fils d'Albert Camus, Jean Camus, frère jumeau de Catherine, ce dernier estimerait pour sa part qu'un transfert de son père au Panthéon serait «un contresens» et s'opposerait à une telle décision. Il craindrait, écrit le journal sur son site Internet, une «récupération» de son père par le chef de l'Etat. «Pour le convaincre d'accepter la 'panthéonisation' de son père», Catherine Pégard, conseillère de Nicolas Sarkozy, aurait rencontré Jean Camus le 12 novembre puis vendredi 20 novembre à Paris. Elle aurait transmis une invitation du président de la République. Toujours selon &lt;i&gt;Le Monde&lt;/i&gt;, l'accord de Catherine Camus pour une panthéonisation ne poserait pas de problème. À la question de savoir si le seul Jean Camus peut s'y opposer, Catherine Camus dit ne pas savoir.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nicolas Sarkozy a estimé jeudi que «ce serait un symbole extraordinaire» de faire entrer Albert Camus, auteur entre autres de «La Peste», des «Justes» ou de «L'homme révolté», au Panthéon, un demi-siècle après la mort accidentelle du prix Nobel de littérature, le 4 janvier 1960. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<name>Xavier</name>
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<title>Emploi de sans-papier: Darcos menace les entreprises</title>
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<updated>2009-11-22T11:09:57+01:00</updated>
<published>2009-11-22T11:09:57+01:00</published>
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<summary> Les préfets pourront décréter la «fermeture administrative» des entreprises...</summary>
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&lt;h2&gt;Les préfets pourront décréter la «fermeture administrative» des entreprises ayant recours au travail illégal.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Les préfets seront bientôt dotés d'un nouveau pouvoir. Le ministre du Travail souhaite qu'ils puissent dorénavant prononcer la «fermeture administrative» des entreprises employant des travailleurs sans papiers. «Les employeurs d'étrangers en situation irrégulière seront dans le collimateur des inspecteurs du travail» et «nous allons renforcer les contrôles et recourir à des sanctions qui touchent au porte-monnaie et à l'image de l'entreprise afin d'avoir un effet dissuasif», annonce Xavier Darcos dans un entretien au &lt;i&gt;Parisien-Aujourd'hui en France&lt;/i&gt; ce dimanche.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le ministre affirme qu'il va fixer jeudi prochain «des objectifs précis de progression, notamment en matière de contrôles». L'Etat y trouve là un intérêt financier. D'après Xavier Darcos, le coût du travail illégal «est estimé à 4 % du PIB, soit 60 milliards d'euros, l'équivalent du budget de l'Education nationale». L'an dernier, ses services ont effectué 28.000 contrôles. «Sur les 9.000 procès-verbaux dressés, 12,9% concernent l'emploi d'étrangers sans titre de travail». Si l'on effectue une règle de trois, cela donne 1.161 PV dressés l'année dernière pour l'emploi de sans-papiers.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le «nouveau plan d'action» pour 2010 et 2011 ciblera les entreprises dont «l'activité est construite autour du travail illégal ou de l'emploi de travailleurs étrangers sans titre de travail», a dit le ministre, sans plus de précision. Xavier Darcos promet aussi de sévir contre les entreprises passant des contrats avec &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2009/07/12/01016-20090712ARTFIG00152-des-sans-papiers-exploites-par-un-sous-traitant-de-la-sncf-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;des sous-traitants ayant eux-mêmes recours au travail illégal&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. «Le projet de loi de financement de la Sécurité sociale pour 2010 prévoit une extension de la suppression des exonérations de charges sociales aux donneurs d'ordre complices de sous-traitants qui n'ont pas déclaré leur activité ou qui ont eu recours à du travail dissimulé», a-t-il rappelé.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Concernant les salariés, «en cas de perte de leur emploi du fait de son caractère irrégulier, les indemnités dues seront néanmoins versées», a ajouté le ministre. Depuis le 12 octobre, plus de 5.000 travailleurs sans-papiers à travers toute la France et principalement en région parisienne se sont mis en grève pour réclamer la régularisation de leur situation, selon la CGT. Les organisations syndicales engagées dans ce mouvement doivent rencontrer Xavier Darcos le 26 novembre. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt; &lt;!-- google_ad_section_end() --&gt;&lt;!-- Template : Outils.php --&gt; &lt;p&gt;&lt;script src=&quot;/scripts/tooltip/tooltip.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt;&lt;/p&gt;
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<title>La mémoire refoulée de la Roumanie</title>
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<updated>2009-11-22T11:06:19+01:00</updated>
<published>2009-11-22T11:06:19+01:00</published>
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<summary>   Par Arielle Thedrel - Envoyée spéciale à Bucarest     .  --&gt;          Les...</summary>
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&lt;div class=&quot;infos&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #999999;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;sign&quot;&gt;Par Arielle Thedrel - Envoyée spéciale à Bucarest&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;!-- &lt;div class=&quot;clear&quot;&gt;.&lt;/div&gt; --&gt;&lt;/div&gt; &lt;!-- infos --&gt; &lt;div class=&quot;photo&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/medias/2009/11/13/cea552b4-cfd9-11de-8694-eef099f7892b.jpg&quot; alt=&quot;Les locaux du Conseil national pourles études des archives de la Securitateà Bucarest recèlent une vingtainede kilomètres de dossiers de l'ancienne police politique.&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;br /&gt; &lt;span class=&quot;leg&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #666666;&quot;&gt;Les locaux du Conseil national pourles études des archives de la Securitate à Bucarest recèlent une vingtainede kilomètres de dossiers de l'ancienne police politique.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;span class=&quot;credit&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #999999;&quot;&gt;Crédits photo : ASSOCIATED PRESS&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt; &lt;!-- photo --&gt; &lt;h2&gt;Il y a vingt ans, les époux Ceausescu étaient fusillés au terme d'une parodie de procès qui reste le péché originel d'une Roumanie postcommuniste avare de souvenirs.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Même s'il ne l'avoue pas, Dan Voinea sait qu'il est devenu, le 25&amp;nbsp;décembre 1989, une marionnette de l'histoire. Il avait alors 39&amp;nbsp;ans. Il était juge d'instruction. Ce jour-là, le général Stanculescu, ministre de la Défense du Front du salut national, l'instance politique qui venait de se substituer au Parti communiste roumain, lui avait téléphoné pour lui demander de monter précipitamment un dossier contre Nicolae et Elena Ceausescu, détenus dans une caserne de la ville de Tirgoviste. Faute de temps, les charges étaient succinctes. Le procès s'était ouvert en catimini. Il y avait dans la salle deux avocats de la défense requis d'office, deux juges, un greffier, «deux représentants du peuple» et un militaire qui filmait la scène. «Moi, raconte Dan Voinea, je m'attendais à un vrai procès, mais des gens haut placés exigeaient la tête des Ceausescu. Personne ne m'avait dit qu'ils seraient aussitôt fusillés.»&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le procès dura une heure. «Il s'est achevé à 15&amp;nbsp;heures, précise Dan Voinea. J'avais requis la peine de mort. Les Ceausescu ont refusé de faire appel. On les a conduits dans la cour de la caserne. Trois soldats attendaient. Ils ont immédiatement exécuté la sentence.»&lt;/p&gt; &lt;p&gt;L'ancien procureur militaire confie que «sur le moment», il s'est senti «soulagé». Mais aujourd'hui il est «mécontent» parce que la mort expiatoire des Ceausescu, des tyrans qu'il haïssait, «n'a servi à rien». La nomenklatura «a confisqué la révolution». Sous des habits neufs, les anciens communistes détiennent toujours le pouvoir, politique ou économique. D'ailleurs, ironise Voinea, «s'il n'avait pas été fusillé en 1989, Ceausescu serait sans doute devenu sénateur».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;En décembre&amp;nbsp;1989, Ladislau-Antoniu Csendes avait 25 ans. Ce musicologue préside aujourd'hui le Conseil national pour les études des archives de la Securitate (CNSAS). Il estime que cet organisme détient actuellement 90&amp;nbsp;% des dossiers compilés par l'ancienne police politique communiste, soit une vingtaine de kilomètres linéaires. Il concède que cette estimation est «un peu optimiste».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;La culture de l'impunité&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le CNSAS a été créé en 1999, mais, faute de volonté politique, il n'a pu véritablement fonctionner qu'à partir de 2005, après l'arrivée au pouvoir du président Traian Basescu. «Jusqu'en 2004, confirme Csendes, le CNSAS ne possédait que un kilomètre d'archives.»&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La Securitate était un État dans l'État. Elle employait des centaines de milliers d'informateurs et avait instauré des règles absurdes destinées à convaincre la société roumaine qu'elle vivait sous son contrôle total et permanent. Par exemple, se rappelle Csendes, «dans le bloc où j'habitais, il était interdit de chanter entre 14 et 17&amp;nbsp;heures sous peine de sanctions».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La Securitate inspirait une peur telle que l'autocensure suffisait à briser toute velléité de contestation. Il n'y a pas eu d'opposition organisée en Roumanie. Seulement des dissidents, peu nombreux et très isolés. Ils étaient généralement condamnés à l'exil ou à la résidence surveillée. Ces opposants-là - car beaucoup d'autres ont surgi alors que le régime communiste agonisait - ne font plus parler d'eux.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Au début des années 1990, les archives de la Securitate ont été réparties entre sa métastase rebaptisée SRI, le Service d'information extérieur (SIE), et le ministère de la Justice. Il a fallu beaucoup de temps pour que ces trois institutions lâchent une partie, une toute petite partie sans doute, de leurs diaboliques secrets.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Marius Oprea, un ancien archéologue qui fouille maintenant les poubelles du communisme, se dit convaincu que beaucoup de dossiers ont disparu. Il se refuse à croire que la Securitate, cette tentaculaire machine bureaucratique encore plus paranoïaque que ne l'était la Stasi, ait fait «moins bien» que son homologue est-allemande. «Les archives de la Stasi représentaient 160&amp;nbsp;km linéaires et nous savons qu'au moment de la chute du mur de Berlin, ses agents ont eu le temps d'en détruire 20&amp;nbsp;km en deux mois. Alors, vous imaginez ce que l'on a pu faire ici en dix ans&amp;nbsp;!»&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Marius Oprea dirige l'Institut pour l'investigation des crimes du communisme. Créée en 2005, cette fondation, explique-t-il, «est une agence publique traitée comme une ONG». C'est-à-dire qu'elle reçoit très peu de subventions et qu'il est parfois difficile d'assurer les salaires de ses trente employés. Preuves à l'appui, la fondation a intenté des procès contre 400&amp;nbsp;anciens officiers de la police politique communiste. «Mais ils n'ont même pas été auditionnés par la justice, raconte Oprea. On nous a fait savoir qu'il y avait prescription.» La Roumanie n'a jamais eu de traditions démocratiques, la culture de l'impunité peine donc à y être bousculée, reconnaît Laura Stefan. Laura est juriste. Elle est membre d'une ONG spécialisée dans la lutte anticorruption. En Roumanie, la corruption est un fléau que même les pressions de l'Union européenne ont du mal à endiguer. Parce que, explique la jeune femme, «les élites politiques ont toujours tendance à penser qu'elles peuvent faire n'importe quoi et notamment confondre les deniers publics avec leur argent personnel».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le sociologue Silviu Matei appartient à la même génération que Laura. Il est âgé de 33&amp;nbsp;ans et constate que le vingtième anniversaire de la chute du communisme suscite assez peu d'intérêt en Roumanie. «Il nous reste encore à faire un énorme travail de mémoire et je ne crois pas que nous y soyons prêts. Au début du XXe&amp;nbsp;siècle, un Français a déclaré que la Roumanie se situait aux portes de l'Orient où tout est pris à la légère. La remarque me semble toujours d'actualité.»&lt;/p&gt; &lt;p&gt;C'est aussi l'avis de Cristian Mungiu, Palme d'or à Cannes l'an dernier pour son film Quatre mois, trois semaines et deux jours, première partie d'une trilogie intitulée Souvenirs de l'âge d'or. Une chronique de la vie quotidienne sous le communisme dans les années&amp;nbsp;1980. Les deux autres épisodes de cette saga sortiront dans quelques jours à Paris après avoir connu un relatif succès à Bucarest.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;Révolution en trompe-l'œil&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;En 1989, Cristian Mungiu était journaliste dans une revue universitaire, à Iasi. «La liberté, se souvient-il en riant, consistait à s'abstenir de publier en une la photo de Ceausescu.» Mungiu a écrit et réalisé ces trois films parce qu'il a constaté que vingt ans après, «le communisme en Roumanie est devenu une abstraction. Personne ne se sent responsable de ce qui s'est passé. Chacun préfère croire que le seul coupable, c'est Ceausescu. Et il est mort».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La révolution de 1989, ajoute le cinéaste, «est un secret de famille». Tout le monde au fond sait ce qui s'est vraiment passé, mais personne n'en parle. Comme si les Roumains avaient honte de leurs médiocres compromissions sous le communisme et de leur «révolution» en trompe-l'œil, la seule en Europe de l'Est entachée de sang (700 morts), de manipulations sordides (le charnier de Timisoara ou les pseudo-terroristes tirant sur des manifestants à Bucarest) et d'une parodie de procès qui restera le péché originel de la Roumanie postcommuniste. À l'hôtel Crown Plaza, devant les dinosaures et quelques jeunes loups du Parti social-démocrate, l'une des formations politiques nées sur les décombres du Parti communiste, l'ancien président Ion Iliescu semble désormais le seul à entretenir sans com­plexe le mythe d'un mouvement populaire spontané. En 1989, cet ancien ministre communiste accusé de «déviance intellectualiste» par Ceausescu succéda au Génie des Carpates. Il dirigea la Roumanie jusqu'en 1996 puis de 2000 à 2004. Non, répète-t-il inlassablement aux journalistes, il n'y a eu ni complot ni coup d'État. Et s'il a donné l'ordre de «liquider Ceausescu», c'est pour «mettre fin aux manœuvres de diversion d'un groupe de professionnels déterminés à mettre en difficulté le nouveau pouvoir».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;Sous les huées et les quolibets&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Iliescu, qui est âgé de 79 ans, parle toujours comme un idéologue marxiste impénitent. En juin&amp;nbsp;1990, il fit appel aux mineurs de la vallée du Jiu pour mater les étudiants qui manifestaient sur la place de l'Université. Ces «minériades» firent une soixantaine de morts. Un procès a tenté de déterminer le rôle exact joué par Iliescu dans ces événements. L'ancien président a été blanchi.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Comme le général Nicolae Plesita, mort il y a quelques semaines dans un hôpital bucarestois à l'âge de 80&amp;nbsp;ans des suites d'une série d'affections chroniques et inhumé avec tous les honneurs. Entre 1980 et 1984, Plesita dirigeait le département des renseignements extérieurs de la Securitate. Il avait fait l'objet de plusieurs enquêtes judiciaires pour l'attentat à la bombe commis par Ilitch Ramirez Sanchez, alias Carlos, à Munich en 1981. L'attentat, qui visait le siège de Radio Free Europe, avait été commandité par la Securitate. En mars dernier, le général Plesita avait été innocenté. Comme tous les anciens «sécuristes», il percevait une pension dix fois plus élevée que celles de ses victimes.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Une commission d'historiens dirigée par Vladimir Tismaneanu a demandé au président Basescu de revoir à la baisse les retraites des anciens officiers de la police politique communiste. Le président roumain est un ancien capitaine de la marine marchande. Au début des années&amp;nbsp;1980, il dirigeait l'Agence de la navigation roumaine à Anvers, le genre de poste que, à l'époque, seuls des gens considérés comme «sûrs» pouvaient occuper. En 2006, devenu président, Basescu avait condamné publiquement les crimes du communisme. Une première en Roumanie. La cérémonie s'était déroulée au Parlement sous les huées de l'extrême droite et les quolibets de députés de l'opposition.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Traian Basescu n'a pas donné suite à la requête de l'historien Vladimir Tismaneanu. Comme si, pour lui aussi, il était préférable que le communisme reste «une abstraction». Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<name>Xavier</name>
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<title>Les Roumains aux urnes pour sortir de la crise</title>
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<updated>2009-11-22T11:02:13+01:00</updated>
<published>2009-11-22T11:02:13+01:00</published>
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<summary> Le vainqueur de la présidentielle devra en finir avec les querelles qui...</summary>
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&lt;h2&gt;Le vainqueur de la présidentielle devra en finir avec les querelles qui empêchent toute réforme.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Quel que soit le vainqueur, il héritera d'un cadeau empoisonné&amp;nbsp;: une instabilité politique qui menace de devenir chronique, doublée d'une récession qui a contraint Bucarest à appeler au secours le FMI. Les Roumains votent dimanche pour désigner leur nouveau président. Douze candidats sont en lice, mais tout devrait se jouer entre le président sortant, &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/international/2007/05/21/01003-20070521ARTFIG90371-basescule_pays_doit_reussir_son_integration_a_l_ue.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;Traian Basescu&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, un ancien capitaine de la marine marchande âgé de 58 ans, et le chef de file du Parti social-démocrate (PSD) Mircea Geoana, 51 ans, qui fut ambassadeur à Washington avant de diriger la diplomatie roumaine de 2000 à 2004.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Outre la présidentielle, les Roumains sont invités à se prononcer par référendum sur un Parlement unicaméral et une réduction du nombre d'élus, qui passerait de&amp;nbsp;471 à&amp;nbsp;300 au maximum. L'initiative de cette consultation revient à Traian Basescu. Elle est très contestée par l'opposition, majoritaire au Parlement. Elle nécessite aussi un taux de participation de plus de 50&amp;nbsp;%, ce qui est loin d'être gagné au vu des sondages. La campagne s'est caractérisée par une rafale de coups bas, une surenchère populiste et une absence totale de projet politique.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le futur président devra nommer un premier ministre en mesure de rassembler une majorité. Début octobre, la coalition entre le PSD et le Parti libéral-démocrate (PLD) de Basescu a éclaté. La crise n'a surpris personne, tant cette alliance bricolée il y a un an s'apparentait au mariage de la carpe et du lapin. Basescu a désigné deux premiers ministres. À l'approche du scrutin, aucun n'a évidemment réussi à obtenir l'aval du Parlement.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il faut dire que, &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/international/2007/05/21/01003-20070521ARTFIG90372-la_crise_roumaine_traine_en_longeur.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;depuis trois ans&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, le président sortant est en guerre ouverte avec le parlement, qui a même tenté, au printemps 2007, &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/international/2007/05/19/01003-20070519ARTWWW90223-les_roumains_refusent_la_destitution_du_president.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;de le destituer&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. Impulsif, grande gueule et provocateur, Traian Basescu est un homme qui dérange. Il s'est posé en champion de la lutte anticorruption et, s'il n'a pas réussi à démanteler les puissants réseaux d'influence qui continuent de tirer les ficelles de la vie politique roumaine, il a du moins ébranlé un sentiment d'impunité chevillé au corps de la classe politique.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;Climat de tension&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Mais cet ancien marin qui se complaît dans les rapports de force en fait trop. La conjoncture économique ne s'y prête pas. Le climat de tension qu'il contribue à entretenir irrite les bailleurs internationaux, qui ont suspendu le versement de leur aide (20&amp;nbsp;milliards d'euros) à une stabilisation politique et un budget d'austérité. Après plusieurs années de surchauffe, la Roumanie est entrée en récession. Avec une chute du PIB d'environ 8&amp;nbsp;%, elle est l'un des pays d'Europe de l'Est les plus affectés par la crise. En moins d'un an, le taux de chômage a doublé et, depuis trois mois, grèves et manifestations se multiplient pour dénoncer les restrictions et l'impéritie des élites dirigeantes. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<name>Xavier</name>
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<title>Recessione finita oppure no?</title>
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<updated>2009-11-22T10:59:28+01:00</updated>
<published>2009-11-22T10:59:28+01:00</published>
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<summary> Il presidente degli Usa Barack Obama, alla fine, ha ammesso quello che...</summary>
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&lt;p&gt;Il presidente degli Usa Barack Obama, alla fine, ha ammesso quello che diversi economisti, spesso fuori dall'ufficialità, dicono da tempo: &lt;a href=&quot;http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/11/fannire-freddie-crisi-mercati-casa.shtml?uuid=9c3282cc-d414-11de-8622-294ebcd1e7d1&amp;amp;DocRulesView=Libero&quot; class=&quot;tab_art&quot;&gt;esiste il rischio di una ricaduta in recessione.&lt;/a&gt; O se si vuole, in maniera più &lt;span id=&quot;U2401126226381A4C&quot; style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;politically corret&lt;/span&gt;: la ripresa potrebbe assumere le sembianze di una«W».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; A ben vedere nessuno ha la sfera di cristallo e nessuno, nel territorio inesplorato dell'attuale congiuntura, può dire cosa accadrà da qui a pochi mesi. Certo, probabilmente non vedremo la Borsa tornare nella &quot;Fossa delle Marianne&quot; del 9 marzo scorso (almeno si spera). Ma se la rimonta indosserà un abito a forma di «L», «W» oppure di saxofono (sì, gira anche questa nuova figura per delineare il possibile andamento del Pil) sarà sempre questione di maggiore o minore probabilità di uno scenario rispetto all'altro.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Diamo i numeri...&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; Nel terzo trimestre 2009, la prima lettura del Pil Usa ha indicato una crescita annualizzata del 3,5 per cento. Un bel balzo rispetto al calo del 6,4% tra gennaio e marzo. Non pochi hanno sentenziato: «Basta con i catastrofismi! Il peggio è alle spalle, siamo fuori dalla crisi». Ok, certo. Ma come dimenticare che il governo di Washington ha profuso a piene mani incentivi e sostegno all'economia? «La ripresa - ribattono molti esperti -è dopata. Bisogna attendere quando il sostegno &quot;pubblico&quot; verrà meno». Il passaggio di testimone tra la politica espansiva dell'amministrazione di Obama e la spesa di Mr e Mrs Smith è fondamentale: dovesse fallire sarebbero guai. Allora &lt;b&gt;senza alcuna pretesa di esaustività,&lt;/b&gt; per cercare di capire ciò che può essere, alcune variabili, come riporta la stessa CnnMoney, offrono spunti interessanti. Indicatori legati all'economia Usa, ma che valgono anche per altri mercati.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;La disoccupazione&lt;/b&gt; preoccupa&lt;br /&gt; Il tasso di disoccupazione, in ottobre, è salito al 10,2%, il massimo negli ultimi 26 anni. Un dato che preoccupa la Casa Bianca. È banale ricordare che più le persone perdono impiego e busta paga, più la propensione al consumo diminuisce. Cioè, la domanda aggregata si sgonfia. Non solo: la mancanza di uno stipendio (che è anche una &quot;tragedia&quot; dell'esistenza, non solo economica) impedisce di pagare le rate dei muti, facendo lievitare le insolvenze. Come dimostrano i numeri: il tasso di morosità dei prestititi sulle multiproprietà di Fannie Mae alla fine di settembre è salito allo 0,62%, contro lo 0,16% del 2008; mentre oltre il 14% dei titolari di mutui per l'acquisto di una casa risulta o insolvente o in ritardo di più di tre mesi sui pagamenti. Insomma, la situazione non è rosea. Bisogna ricordare, peraltro, che gli economisti guardano anche ai &quot;payroll&quot;, cioè all'andamento delle buste paga. In ottobre ne sono andate perse più di 190mila, un valore maggiore della media di mensile negativa che ha caratterizzato la recessione del 2001. Se il trend continua... sono dolori.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Le vendite al dettaglio: si spera nel Natale&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; Negli Stati Uniti le vendite al dettaglio hanno mostrato, negli ultimi mesi, alcuni segnali di ripresa: escludendo le auto (che hanno beneficiato di forti incentivi per le vendite), sono salite in cinque sugli ultimi sei mesi. La &lt;span id=&quot;U240112622638147&quot; style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;National retail foundation&lt;/span&gt;, peraltro, stima che lo shopping nell'importantissimo periodo natalizio sarà in flessione dell'1% rispetto allo stesso periodo del 2008. Un andamento migliore delle aspettative allontanerebbe, di molto, i timori di stallo dell'economia. Sarà così? Difficile rispondere: la disoccupazione, cui si aggiunge la stretta sul credito, gioca un ruolo fondamentale. Alcuni economisti, anche in Italia, sottolineano che il problema negli Usa è stato proprio quello di un boom della domanda dopata dal debito. «È ora - sostengono - che gli americani siano meno cicale e diventino più formiche». Si tratta di una bella tentazione teorica. Tuttavia, il consumer spending vale circa il 70% dell'attività economica nazionale. &lt;b&gt;David Wyss&lt;/b&gt;, capo economista di S&amp;amp;P's ricorda alla CnnMoney : «Se i consumatori, a Natale, (e già durante il &lt;span id=&quot;U2401126226381JjB&quot; style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Thanksginving, &lt;span id=&quot;U2401126226381JtE&quot; style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;ndr&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;) avranno paura di fronte alle vetrine, potremmo ricadere in recessione». Si potrà obiettare: ma la spinta deve arrivare dall'Europa e dai paesi (ex) emergenti, Cina in testa. Considerazione plausibile ma, è il commento di molti, ipotizzare una ripartenza senza Stati Uniti è utopia.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;b&gt;Il mondo dell'auto: quale futuro dopo gli incentivi?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt; Poche industrie sono state colpite dalla crisi più di quella dell'auto. Negli Stati Uniti due delle sorelle di Detroit, General Motors e Chrysler, sono state accompagnate sotto la &quot;tutela&quot; del concordato (Chapter 11) per evitarne il fallimento. Negli ultimi mesi le vendite si sono riprese. &lt;a href=&quot;http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/11/general_motor-conti-trimestrali.shtml?uuid=5da93c68-d2bf-11de-8f9f-35464fef2c65&amp;amp;DocRulesView=Libero&quot; class=&quot;tab_art&quot;&gt;General Motors è riuscita a raggiungere 28 miliardi di dollari di ricavi&lt;/a&gt;, all'incirca 4,9 miliardi in più rispetto a quanto realizzato dalla &quot;Old GM&quot; tra aprile e giugno. E, nonostante abbia iscritto a bilancio una perdita di 1,15 miliardi, la società automobilistica si è detta pronta ad accelerare i rimborsi dei prestiti ricevuti da Washington, dal sindacato dei lavoratori e dal governo canadese. Tuttavia la stessa GM, nelle sue previsioni, non fa voli pindarici: nel quarto trimestre prevede una &quot;moderazione&quot; dell'industria dell'auto, con un tasso stagionale annualizzato di vendite di auto «che dovrebbe scendere a 56,4 milioni di veicoli». Anche negli Stati Uniti si avrà una discesa dei volumi: stimate circa 10,7 milioni di unità. Insomma, la debolezza della domanda nel settore è prevista: fondamentale è monitorare il suo andamento senza il paracadute delle sovvenzioni statali (negli Usa come in Europa). Vittorio Carlini. Il Sole 24 Ore&lt;/p&gt;
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<title>Da Di Pietro a D'Avanzo: gli anti investigatori</title>
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<updated>2009-11-22T10:54:41+01:00</updated>
<published>2009-11-22T10:54:41+01:00</published>
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<summary>  Roma«Superficiale parlare di omicidio» per la morte del transessuale...</summary>
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&lt;div class=&quot;testo_articolo_dimensione&quot;&gt;Roma«Superficiale parlare di omicidio» per la morte del transessuale Brenda. Così parlò Antonio Di Pietro, lo Sherlock Holmes che guida il trattore. Avete presente quella vignetta dove un uomo giace con un pugnale nella schiena e il poliziotto dall’aria fessa dice: «È stato sicuramente un suicidio»? Nel caso della morte di Brenda non c’è proprio niente da ridere, ma a leggere alcune dichiarazioni di certi protagonisti dello scenario della politica e dell’informazione pare proprio di ritrovarsi in quella vignetta.&lt;br /&gt; L’altra notte Wendell Mendes Paes, trans brasiliano che si prostituisce con il nome di Brenda ed è uno dei protagonisti del torbido scandalo Marrazzo, viene trovato morto. Una storiaccia di sesso, potere e ricatti che lambisce il mondo politico della Capitale come una lingua infuocata che rischia di mandare parecchia gente «che conta» a gambe all’aria. Da quando il caso è esploso Brenda non vive più tranquillo. La sua immagine è su tutti i giornali e appare continuamente in tv. È stato proprio Piero Marrazzo a fare il suo nome. Una decina di giorni fa viene aggredito e gli portano via il cellulare. L’altra notte viene ritrovato nel suo appartamento privo di vita dai vigili del fuoco chiamati dai vicini per un incendio: niente segni di violenza sul corpo. Intorno la classica scena della vittima braccata e in cerca di una impossibile via d’uscita: pillole, whisky e valigie pronte per la fuga.&lt;br /&gt; La Procura di Roma che segue l’inchiesta apre un fascicolo con l’ipotesi di «omicidio volontario». Ma ecco che spuntano i controinvestigatori, in testa il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. Il Poirot di Montenero di Bisaccia che di solito è pronto a vedere il peggio, questa volta appare insolitamente prudente.&lt;br /&gt; «Da ex pm e investigatore mi permetto di dissentire da chi, in queste ore, con molta superficialità e tempestività, ha già dato per certo che il transessuale Brenda sia stata uccisa», attacca Di Pietro, che come prima cosa stronca i suoi ex colleghi che stanno lavorando ad un caso delicatissimo. «Già si sta scatenando la rincorsa per individuare il presunto omicida ed il movente», aggiunge Di Pietro. Rincorsa? Non si chiamavano indagini? O gli investigatori dovrebbero fare finta di niente?&lt;br /&gt; «Ma siamo certi che si tratti di omicidio e non di una tragicissima e personalissima storia di alcol, farmaci e droga che aveva inzuppato il transessuale Brenda, fino a portarla ad una morte provocata da essa stessa? - si chiede Di Pietro, avvalorando la tesi dell’incidente - Faccio questo appello alla cautela perché non vorrei che, ancora una volta, ricerchiamo colpevoli anche quando questi non ci sono. In questo senso anche l’affermazione di quel pm che si sarebbe lasciato sfuggire che si tratterebbe di un omicidio, o non è mai stata resa effettivamente, o è stata anch’essa intempestiva».&lt;br /&gt; Sarà soltanto una coincidenza ma ieri anche un segugio sempre a caccia di colpevoli come il giornalista Giuseppe D’Avanzo su Repubblica sembrava voler avvalorare la tesi del tragico incidente, svilendo la figura dei magistrati che si occupano dell’inchiesta, definendo la Procura di Roma «pasticciona» e criticando la scelta di aprire un’inchiesta «per omicidio volontario». Una scelta, insinua il giornalista, fatta perché con quella imputazione sarà consentita una «invasività investigativa» altrimenti non permessa. Magistrati pasticcioni per Repubblica e superficiali e intempestivi per Di Pietro. Ma non erano anche loro i paladini dell’indipendenza della magistratura che deve fare il suo lavoro senza essere sottoposta a pressioni indebite?&lt;br /&gt; Aspirante controinvestigatore, infine, pure l’ex pm Luigi De Magistris, oggi nell’Idv con Di Pietro, che confessa: «Se fossi stato ancora magistrato mi avrebbe fatto piacere indagare». Il Giornale&lt;/div&gt;
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<title>Ecco il prossimo scoop: il premier mafioso</title>
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<updated>2009-11-22T10:52:36+01:00</updated>
<published>2009-11-22T10:52:36+01:00</published>
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<summary> Il tam tam cresce ora dopo ora e preannuncia una nuova offensiva contro...</summary>
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&lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Il tam tam cresce ora dopo ora e preannuncia una nuova offensiva contro Silvio Berlusconi. Un copione già visto in altre occasioni. Partono i giornali amici delle procure politicamente schierate con articoli che introducono scenari loschi e sospetti. Ogni giorno spunta un nuovo tassello che infrange, senza l’indignata protesta dell’associazione nazionale magistrati o del Capo dello Stato, il segreto istruttorio. In un crescendo di veleni, allusioni e ipotesi suggestive, la morsa si stringe secondo copione. Ci siamo. A giorni scoppierà un nuovo presunto scandalo. Ve lo anticipiamo. Silvio Berlusconi è mafioso e responsabile delle stragi avvenute agli inizi degli anni Novanta. Non è uno scherzo. O meglio, è uno scherzo che i soliti noti stanno cercando di trasformare in una accusa giudiziar-politica.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Basta leggere in questigiorni la Repubblica di Giuseppe D’Avanzo e il Fatto di Marco Travaglio, i due portavoce ufficiali dei pm ammazza Silvio, spacciatori di fango, quelli che scambiano verbali per sentenze, assoluzioni per condanne, banditi e assassini per fonti attendibili e certe. Ieri è stato un fuoco di fila. Travaglio e soci stanno sparando ad alzo zero contro Renato Schifani guarda caso dopo che il presidente del Senato ha posto il famoso ultimatum alla maggioranza, «o si sta insieme a difendere il premier o si va a votare». Una colpa gravissima, un intralcio al progetto di isolare il Cavaliere dai suoi e di consegnarlo quindi alle patrie galere. Ed ecco allora una serie di articoli su una storia di quindici anni fa, quando Schifani, che di professione fa l’avvocato, difese dei signori siciliani per una causa su un palazzo. In seguito l’avvocato divenne presidente del Senato, i proprietari del palazzo mafiosi. Da quell’epoca non si sono più visti né sentiti, ma tanto basta per far dire ai Travagli che Schifani è certamente mafioso.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Lo sostengono loro e fanno sottoscrivere la condanna a illustri giuristi super partes: il regista Francis Ford Coppola, l’attrice Franca Rame, il comico Daniele Luttazzi, il regista Mario Monicelli, il filosofo Gianni Vattimo. Il tribunale del popolo fatto di nani e ballerine ha deciso che Schifani è mafioso. Non c’è una accusa, non una carta o una inchiesta. Ma uomini di spettacolo e comici sono certi. È così e basta. Questo però è soltanto l’antipasto.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Il piatto forte, che anticipa e introduce il nuovo attacco a Berlusconi è affidato, sempre sulla gazzetta di Travaglio, a Luigi De Magistris. Lui magistrato lo è stato fino a pochi giorni fa, sia pure occupasse da mesi una poltrona politica, quella di parlamentare europeo, guarda la coincidenza, per l’Italia dei Valori di Di Pietro. Si è dimesso dalla toga non per coerenza e rispetto della giustizia (altrimenti lo avrebbe fatto il giorno della candidatura) ma per evitare un procedimento disciplinare con accuse molto gravi e imbarazzanti rispetto alla sua condotta di pm (ovviamente di questo non c’è stata traccia significativa sulla stampa). In un lunghissimo articolo De Magistris racconta ieri come in base a segnali che arrivano da alcuni pentiti che ora dicono che forse potrebbero ricordare confidenze sentite quindici anni fa da non si sa bene chi, è certo che Berlusconi e soci sono dietro le stragi di mafia degli anni Novanta. Caspita, questo non è un comico o un regista, è un fresco ex magistrato che le cose le capisce, che distingue i teoremi dai fatti, la politica dalla giustizia. O no? No.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Ieri il Gip di Catanzaro ha depositato le motivazioni per cui ha deciso di buttare nel cesso la mega inchiesta che De Magistris fece contro mezza classe politica italiana, quella denominata Why Not che ipotizzava una cupola catto-pluto-massonica-giudaica che aveva preso il posto dello Stato. Il nostro magistrato eroe mandò avvisi di garanzia anche all’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, all’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, al capo di Cl Antonio Saladino. Milioni di euro spesi in indagini e intercettazioni, ore e ore di lavoro sottratte alla giustizia ordinaria, quella che si dovrebbe occupare dei reati veri a danno di cittadini in carne e ossa. Bene, il Gup ha archiviato tutto sostenendo che quello di De Magistris era solo «un teorema fondato su accuse generiche». Non è la prima volta che le indagini di De Magistris finiscono in niente. Ma lui, tenace, insiste a prospettare scenari accusatori assurdi, non più da un Palazzo di Giustizia ma dalle colonne dei giornali. Non si arrende neppure di fronte all’evidenza e al buon senso. Ma evidentemente ha informazioni di prima mano da ex colleghi che la pensano come lui.&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;xtesto_notizie&quot;&gt;Ad abbattere Berlusconi ci hanno provato con le escort e hanno fatto un buco nell’acqua sia giudiziario che politico. Poi hanno brigato per impedire l’approvazione del Lodo Alfano e lasciare il premier in balia dei pm alla De Magistris. Ora, alla vigilia dell’approvazione della legge sui processi brevi, ci riprovano con la mafia. Per l’accusa di rapina a mano armata e sequestro di persona stanno studiando ma non sono ancora pronti. Alessandro Sallusti. Il Giornale&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<title>Intervista a Fabrizio Cicchitto</title>
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<updated>2009-11-21T20:51:49+01:00</updated>
<published>2009-11-21T20:51:49+01:00</published>
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<summary> Stop. L’autunno a casa Pdl è stato sfibrante. Tante, chiacchiere, molte...</summary>
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&lt;p&gt;Stop. L’autunno a casa Pdl è stato sfibrante. Tante, chiacchiere, molte parole, qualcuna a muso duro, e poi telefonate, strette di mano, un paio di riunioni clandestine. Che fa Fini? Cosa risponde Berlusconi? Turbolenze. Questo venerdì di novembre, invece, è andato quasi piatto. Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, è contento che questa settimana di lavoro sia finita. È sera ed è un buon momento per ragionare su questo mal di pancia di cui soffre il partito. Roba di stagione. Forse.&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Il Pdl ha scoperto le correnti?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Come in tutti i partiti ci sono persone con idee diverse. La democrazia funziona così. Il dibattito è utile e fa bene al governo. Il problema è il metodo. Non puoi fare azioni politiche che non rispettano il pensiero della maggioranza. Senza avvertire nessuno. Altrimenti... ».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Altrimenti?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Il partito diventa un albergo spagnolo».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; E cos’è un albergo spagnolo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Un albergo dove la gente entra e esce. Passa, ci sta poche ore e poi se ne va».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Qualcuno dice invece che siete una caserma.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «E sbaglia. Tra l’albergo a ore e la caserma c’è la sana dialettica di partito, dove c’è un confronto. Si può avere unanimità o si può determinare una maggioranza e una minoranza, ma la minoranza non fa azioni politiche ignorando quello che pensano tutti gli altri».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Mi scusi, ma se uno pensa che la legge sul testamento biologico va migliorata deve stare zitto?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Non ci siamo capiti. In primo luogo il biotestamento è un caso etico e c’è libertà di coscienza. Secondo: nessuno deve stare zitto, ma su certe questioni non è corretto presentare leggi che il partito non condivide. Se poi lo fa con parlamentari dell’opposizione... ».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Fa più o meno quello che ha fatto Flavia Perina, direttore del «Secolo»?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Esatto. Il voto amministrativo agli immigrati è una fuga in avanti. Il minimo è avvertire il partito».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; La Perina lo ha fatto?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «No».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Non le piace questa legge firmata con Veltroni?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Non piace a me. Non piace a gran parte della maggioranza. Non piace ai nostri elettori. È un problema serio. Andrebbe discusso con calma e pone vari problemi».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Tipo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Mette in moto meccanismi difficili poi da controllare. Finirà che avremo in giro liste islamiche, magari fondamentaliste. È qualcosa su cui riflettere con calma. E invece per qualcuno è tutto semplice».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Dubbi anche sulla cittadinanza dopo cinque anni?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Stesso discorso. Ci vuole cautela. Sono favorevole alla cittadinanza di qualità. Mi piace l’idea che chi diventa italiano deve condividere lingua, valori, sentimenti della nostra terra. Ma poi chi lo fa l’esame? Chi sceglie le commissioni? In che modo? Parliamone. E poi c’è il problema dei tempi: non è che in cinque anni può avvenire un’assimilazione culturale, tranne che per qualche genio».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Fini magari sta solo cercando di costruire un’identità finiana all’interno del Pdl. Guarda al futuro.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Non lo so. Non faccio il processo alle intenzioni di Fini».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Esiste una corrente finiana?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «Fini ha come retroterra la storia politica di An. Berlusconi è il leader carismatico del centrodestra. Ciò che non mi convince sono le posizioni politico-culturali di questo gruppo ideologico, di intellettuali innamorati della parola bipartisan, che si sta raccogliendo intorno al Secolo d’Italia. Sono convinti che dopo la caduta del muro tutti i gatti sono bigi. Non ci sono più differenze».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Invece?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Ha ragione un uomo intelligente, di sinistra, come Giovanni Pellegrino, che in un suo saggio ha spiegato come la vecchia ideologia comunista sia stata sostituita dal giustizialismo. Quelli del Secolo pensano invece che il passato sia una tabula rasa e quindi stiamo tutti nella stessa frittata, questo vale quello. È la filosofia dell’inciucio. Non si sono resi conto che dall’altra parte c’è un network mediatico, culturale, giudiziario che punta a ribaltare, senza esclusione di colpi, il verdetto elettorale. Non si può dialogare con gli antidemocratici».&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; Il giudice Antonio Ingroia ha invitato Berlusconi a dimettersi.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; «E lo ha fatto in diretta tv. È il tipico esempio di quella cultura di cui parlavo. Un magistrato che fa politica. Ingroia appartiene a quel ristretto numero di magistrati che ritengono che il loro impegno nella giurisdizione e l’azione politica sono le due facce della stessa medaglia. Va da Santoro, partecipa ai convegni dell’Italia dei valori e applaude alle orazioni senza contraddittorio di Travaglio. Non credo ai complotti, ma questo doppio ruolo, del resto svolto alla luce del sole, è molto inquietante. Dove finisce la toga e dove incomincia il militante politico? D’altra parte da Samarcanda a Anno Zero c’è piena continuità». Vittorio Macioce. Il Giornale&lt;/p&gt;
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<title>10 anni per un processo</title>
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<updated>2009-11-21T20:42:21+01:00</updated>
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<summary> Il fenomeno esisteva già tre secoli e mezzo fa, e da allora la giustizia ha...</summary>
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&lt;p&gt;Il fenomeno esisteva già tre secoli e mezzo fa, e da allora la giustizia ha continuato a perdere pezzi. Così, se nel 1742 un giurista come Ludovico Muratori definiva ”stomachevole eccesso” il ritardo cronico dei tribunali italiani, ieri Cittadinanza Attiva ha ribadito, casomai ce ne fosse bisogno, che ormai la casistica degli italiani che raccontano le loro disavventure nelle aule e nelle cancellerie giudiziarie è diventata talmente inquietante da rappresentare uno scandalo nazionale. I dati sono noti da tempo perché vengono diffusi in convegni e dibattiti giuridici. E talvolta chi li maneggia sembra assuefatto agli allarmi catastrofici e rischia di sottovalutarne la reale portata distruttiva per la vita dei cittadini comuni.&lt;br /&gt; Forse è per questo, per riavvicinare gli studiosi alla vita reale, che ieri Cittadinanza Attiva ha diffuso un rapporto condito dalle testimonianze dirette di chi è precipitato nelle tante trappole nascoste che sono diventate le aule di giustizia d’Italia. Ecco il racconto del ragazzo che perse il padre nel 1980, lasciando 6 eredi che non si misero d’accordo sull’eredità. Dopo 19 anni, cioè in questi mesi, è arrivata una sentenza che stabilisce una cosa che poteva essere dichiarata da subito: che i beni vadano all’asta. Ed ecco la moglie tradita, che cominciò la causa di separazione giudiziale nel ’92. L’ultima udienza celebrata? Nel 2008, in Cassazione. Che non ha ancora deciso niente, incurante del fatto che magari la donna avrebbe potuto rifarsi una vita, magari con un nuovo marito. E ancora, c’è la storia della signora che nel ’99 si prese l’epatite virale in ospedale a causa - disse una relazione - dell’incuria degli infermieri. Che furono citati in giudizio nel 2001. Il processo è ancora in primo grado: addirittura deve essere depositata la perizia del consulente del tribunale. Il morale della signora? Impossibile saperlo: quella malattia l’ha stroncata nel 2006.&lt;br /&gt; Alla fine diventa quasi imbarazzante ridurre tutto ad una questione di statistiche. Che però servono a radiografare la situazione vergognosa delle nostre aule di giustizia. Per esempio in Austria i processi durano 34 mesi, contro i 116 (cioè quasi 10 anni), che ci vogliono in Italia; da noi un processo-tipo, ad esempio per una pronuncia di divorzio, arriva dopo 634 giorni, contro i 477 della Francia, i 321 della Germania, i 227 della Spagna e i 25 dell’Olanda. Per non parlare dei procedimenti più comuni, quelli relativi ai decreti ingiuntivi che si fanno per ottenere soldi dovuti: da noi ci vogliono 1.400 giorni; in Francia ne bastano 75, 83 in Danimarca, 169 in Spagna e 175 in Germania.&lt;br /&gt; Solo una questione di soldi? Non sembra, almeno a sentire quello che disse il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, nella sua relazione annuale datata 2008: «Svezia, Germania e Olanda svolgono processi civili in meno di metà del tempo necessario in Italia e hanno risorse pubbliche assai prossime a quelle italiane: 44 euro per abitante in Svezia, 53 in Germania, 41 in Olanda e 46 in Italia». Massimo Martinelli per il Messaggero. Giustizia Giusta&lt;/p&gt; &lt;!-- JOM COMMENT START --&gt; &lt;p&gt;&lt;script type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt;&lt;/p&gt;
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<title>La corsa dei bradipi</title>
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<summary> A proposito di lunghezza dei processi. La scorsa settimana, a Catania, sono...</summary>
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&lt;p&gt;A proposito di lunghezza dei processi. La scorsa settimana, a Catania, sono stati descritti – nel corso di una conferenza stampa che si è svolta nello studio dell’avvocato Giuseppe Lipera, loro difensore di fiducia – i casi di tre persone (nessuna delle quali si chiama Silvio!) che sono state vittime della lentezza della giustizia italiana: Guglielmo Teri, Antonio Mobilia e Angelo Cannitelli. Tre nomi “qualunque” (non ce ne vogliano i diretti interessati) che corrispondono ad altrettanti casi indecenti.&lt;br /&gt; Teri è un ex cancelliere di tribunale che nel 1997 venne accusato, in concorso con altri, di turbativa d’asta ed estorsioni: venne assolto nel 2008, ben undici anni dopo.&lt;br /&gt; Mobilia, invece, è un sottoufficiale della Guardia di Finanza che nel 1991 fu accusato di favoreggiamento personale e violazione del segreto d’ufficio. Fu assolto nel 2003 per l’insussistenza dei fatti contestatigli: “appena” dodici anni, non è male.&lt;br /&gt; Cannitelli, infine, era direttore di banca quando fu accusato (sempre nel 1993) di truffa e associazione a delinquere e per questo venne più di una volta arrestato e scarcerato. E’ stato assolto con formula piena nel 2005.&lt;br /&gt; Tre casi, questi sopra accennati, che da soli riuscirebbero a dimostrare (qualora ce ne fosse ancora bisogno) anche ai più restii come, nel caso del tempo medio del processo, in Italia non siamo messi proprio bene: sembra di assistere ad una corsa tra bradipi. Con l’aggravante che tutti si rendono conto che la corsa è più che lenta, mentre qualcuno la continua a spacciare per una sfida tra levrieri.&lt;br /&gt; &amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; (g.p.) Giustizia Giusta&lt;/p&gt; &lt;!-- JOM COMMENT START --&gt; &lt;p&gt;&lt;script type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt;&lt;/p&gt;
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<title>I vescovi Usa si fanno sentire</title>
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<updated>2009-11-21T18:22:04+01:00</updated>
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<summary> Sulla riforma sanitaria i vescovi  degli Stati Uniti scrivono al Senato...</summary>
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&lt;h2&gt;Sulla riforma sanitaria i vescovi&lt;br /&gt; degli Stati Uniti scrivono al Senato&lt;/h2&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;blockquote&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Washington, 21. La Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha sollecitato il Senato a introdurre cambiamenti sostanziali al progetto di riforma sanitaria al fine di mantenere in vigore quanto disposto dalla legge federale riguardo al finanziamento dell'aborto e alla protezione del diritto all'obiezione di coscienza. I presuli ribadiscono la necessità di assicurare l'accesso all'assistenza sanitaria agli immigrati e di fare in modo che vi si possa accedere a costi affrontabili.&lt;br /&gt; I vescovi hanno definito il progetto di riforma presentato in Senato - diverso dal progetto già approvato alla &lt;i&gt;House of Representatives&lt;/i&gt; - un'&quot;enorme delusione&quot; poiché creerebbe una nuova e inaccettabile politica federale che consentirebbe di finanziare l'aborto e di introdurre la sua copertura assicurativa, oltre a non tutelare il diritto all'obiezione di coscienza&lt;br /&gt; Le preoccupazioni dei vescovi sono state affidate a una lettera inviata ai senatori a firma del cardinale Daniel N. DiNardo, della commissione episcopale per le attività pro vita, e dei vescovi William Murphy e John Wester, presidenti rispettivamente delle commissioni Pace, Giustizia e sviluppo umano e Migrazioni. La lettera - accompagnata da una documentazione sull'emendamento Stupak che ha accolto le osservazioni dei presuli, già approvato dalla &lt;i&gt;House of Representatives&lt;/i&gt; - sollecita i senatori a migliorare il progetto di riforma nelle aree chiave dei costi, dell'immigrazione, del finanziamento federale, della copertura dell'aborto e dell'obiezione di coscienza. Secondo i vescovi, il progetto &quot;non conferma l'impegno preso dal presidente Obama&quot; riguardo alla riforma del sistema sanitario. I presuli, inoltre, hanno fatto riferimento al costo suppletivo cui gli assicurati sono costretti a far fronte al fine di pagare gli aborti praticati da altri. Disposizioni, queste, che consentirebbero al segretario dell'Health and Human Service di imporre la copertura illimitata dell'aborto su tutto il territorio nazionale. Non solo. Se fosse approvato, il progetto non consentirebbe alle strutture religiose di offrire ai loro impiegati una copertura assicurativa conforme ai propri principi. &quot;I vescovi cattolici - si scrive nella lettera - hanno chiesto per decenni una riforma sanitaria accessibile a tutti, specialmente per i poveri e gli emarginati. Il progetto del Senato introduce grandi progressi nell'assistenza alla popolazione. Ciò nonostante, se approvato, lascerebbe 24 milioni di persone fuori dalla copertura assicurativa sanitaria. Questo non è accettabile&quot;. Per tale motivo i vescovi incoraggiano a espandere la possibilità di accedere ai servizi &lt;i&gt;Medicaid&lt;/i&gt; per quanti finora ne sono esclusi in base ai livelli di reddito stabiliti dalla legge. Inoltre sollecitano la fine del divieto quinquennale che impedisce agli immigrati regolari di accedere a benefici derivanti da programmi sanitari e del divieto da parte degli irregolari di stipulare assicurazioni sanitarie pagandole con il proprio denaro. &quot;Fornire un'assistenza sanitaria accessibile - ricordano i vescovi - che rifletta questi fondamentali principi, è un bene comune, un imperativo morale e un'urgente priorità nazionale&quot;. L'Osservatore Romano&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<title>50 mila bambini sfruttati in miniera</title>
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<updated>2009-11-21T18:18:38+01:00</updated>
<published>2009-11-21T18:18:38+01:00</published>
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<summary>       Cinquantamila bambini  sfruttati nelle miniere congolesi        &amp;nbsp;...</summary>
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&lt;center&gt;&lt;a name=&quot;14&quot;&gt;&lt;/a&gt; &lt;h2&gt;&lt;a name=&quot;14&quot;&gt;&lt;b&gt;Cinquantamila bambini&lt;br /&gt; sfruttati nelle miniere congolesi&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;/h2&gt; &lt;br /&gt;&lt;/center&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;blockquote&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Kinshasa, 22. Nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo viene sfruttato il lavoro di almeno cinquantamila minorenni. Il dato è stato diffuso dall'Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia, in occasione del xx anniversario, ieri, della Convenzione dell'Onu per i diritti dei bambini. L'ufficio dell'Unicef a Kinshasa ha precisato che 22.000 bambini impiegati in miniera sono stati censiti nella provincia sudorientale del Katanga e altri 22.000 nella provincia centromeridionale del Kasai, mentre ottomila sono stati censiti quest'anno nella zona della capitale Kinshasa.&lt;br /&gt; Quella del lavoro minorile non è neppure la peggiore delle violazioni dei diritti dell'infanzia registrate nella Repubblica Democratica del Congo, come del resto praticamente in tutto il mondo. In condizioni di particolare disagio, per esempio, si trovano i bambini sfollati, che costituiscono gran parte dei milioni di persone in movimento sul territorio congolese, ai quali vengono spesso negati diritti fondamentali come quelli all'istruzione e alla salute. Ancora più gravi sono altre violazioni segnalate dall'Unicef, come le violenze contro le bambine commesse sia dalle milizie ribelli che dalle forze regolari e l'arruolamento di minori da parte di gruppi armati, soprattutto nelle province nordorientali del Paese.&lt;br /&gt; In proposito, proprio nelle ultime ore c'è stato il rilascio di 22 tra ragazzi e bambini rapiti negli ultimi mesi dai ribelli nordugandesi del Lra, riparati nella provincia Orientale congolese dopo aver perso nel 2005 le sue tradizionali basi in Sud Sudan. Dodici miliziani del Lra si sono consegnati alle forze congolesi a Lukuku, nei pressi del centro minerario di Durba, liberando i minori rapiti, 11 maschi e 11 bambine. I militari hanno affiato i minori, tutti traumatizzati e alcuni in non buone condizioni di salute, ai missionari comboniani che gestiscono un centro di assistenza per minori a Watsa, non lontano da Lukuku. L'Osservatore Romano&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;/blockquote&gt;
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<title>Les homosexuels bousculent les règles de l'adoption</title>
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<updated>2009-11-21T18:16:13+01:00</updated>
<published>2009-11-21T18:16:13+01:00</published>
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<summary>   Agnès Leclair             Selon un sondage, 57&amp;nbsp;% des Français...</summary>
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&lt;div class=&quot;infos&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #999999;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;sign&quot;&gt;Agnès Leclair&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt; &lt;!-- infos --&gt; &lt;div class=&quot;photo&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/medias/2009/11/21/56553dae-d611-11de-a711-29f6ff6e4185.jpg&quot; alt=&quot;Selon un sondage, 57&amp;nbsp;% des Français seraient favorables à l'adoption par des couples homosexuels (ici, deux Néerlandais se préparent à accueillir leur premier enfant).&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;br /&gt; &lt;span class=&quot;leg&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #666666;&quot;&gt;Selon un sondage, 57&amp;nbsp;% des Français seraient favorables à l'adoption par des couples homosexuels (ici, deux Néerlandais se préparent à accueillir leur premier enfant).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;span class=&quot;credit&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #999999;&quot;&gt;Crédits photo : ASSOCIATED PRESS&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt; &lt;!-- photo --&gt; &lt;h2&gt;Depuis que la justice a autorisé une homosexuelle à adopter un enfant, le climat se tend entre les défenseurs de la famille et les associations de gays et de lesbiennes.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;La récente décision du tribunal de Besançon &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2009/11/10/01016-20091110ARTFIG00482-feu-vert-a-l-adoption-pour-un-couple-d-homosexuelles-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;d'accorder à une enseignante homosexuelle, vivant en couple, le droit d'accueillir un enfant&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; a mis à jour des zones de flou dans notre système d'adoption. Pourquoi les agréments pour deux sont-ils réservés aux seuls mariés&amp;nbsp;? Pourquoi les couples liés par un pacs ou vivant en concubinage doivent-ils faire une demande en célibataire&amp;nbsp;? Les homosexuels ont-ils réellement le droit d'adopter&amp;nbsp;? De quoi nourrir le débat entre les associations familiales, les politiques de tous bords et les défenseurs des droits des homosexuels.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Plus d'une semaine après ce petit séisme et bien que le gouvernement ait clairement dit qu'il n'y aurait pas de projet pour réformer l'adoption en faveur des couples homosexuels, les idées fusent. Hervé Mariton envisage de déposer en 2010 une proposition de loi pour remettre au clair le système d'attribution des agréments. «Je ne pense pas que l'adoption devrait être ouverte aux célibataires», avance le député UMP. Cette modification de la loi de 1966 fermerait les portes de l'adoption aux homosexuels, aux couples pacsés et aux concubins, qui ne peuvent aujourd'hui recueillir un enfant qu'en tant qu'individus et non à deux. Le débat sur l'homoparentalité souhaité par Nadine Morano en 2012 pourrait donc prendre un peu d'avance. «De toute façon, la question de l'homoparentalité se posera l'année prochaine avec la révision des lois bioéthiques et l'examen de l'ouverture de l'assistance médicale à la procréation (AMP) aux personnes seules, relève le député. Je ne vois pas pourquoi l'adoption par les célibataires serait autorisée puisque aujourd'hui l'aide médicale à la procréation est réservée aux couples.» Hervé Mariton partage par ailleurs une conception classique de la famille -&amp;nbsp;un père, une mère et des enfants&amp;nbsp;- avec nombre d'associations religieuses et familiales. «Pour l'enfant, la différence irréductible des sexes de ses parents est la base et le modèle qui lui permet de construire son identité et de se situer à sa juste place parmi d'autres» , a notamment écrit la Conférence des évêques de France. Gérard Bailly, le sénateur UMP du Jura, vient pour sa part de demander à l'État et au conseil général du Jura de faire appel de la décision du tribunal administratif de Besançon. De leur côté, les associations de défense des droits des homosexuels soulignent que la Cour européenne des droits de l'homme a jugé en 2008 que les autorités françaises ne pouvaient, sous peine de discrimination, refuser l'agrément administratif préalable à la procédure d'adoption à un célibataire vivant en couple avec une personne du même sexe. Selon Caroline Mécary, avocate de l'enseignante homosexuelle, cet arrêt a été décisif.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;Un appel des maires&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Les associations homosexuelles jouent d'ailleurs la carte de l'Europe, et espèrent que nos voisins ayant légiféré en faveur de l'adoption par les couples de personnes du même sexe inspirent les autorités françaises. Leur demande est notamment appuyée par le député PS Patrick Bloche et Hélène Mandroux, maire PS de Montpellier, qui a lancé un appel des maires «pour l'ouverture du mariage aux couples du même sexe». Autre argument avancé par l'Interassociative lesbienne, gaie, bi et trans&amp;nbsp;: 57&amp;nbsp;% des Français seraient favorables à l'adoption par des couples homosexuels selon un récent sondage BVA. Cette semaine, le médiateur de la République a rejoint le débat, déplorant «l'incohérence de la situation actuelle, qui permet d'accueillir la demande d'une personne célibataire dissimulant son orientation sexuelle et refuse celle du demandeur qui en fait état». Jean-Paul Delevoye préconise aussi de compléter le dispositif de l'agrément afin que tout refus ou retrait soit motivé «par l'intérêt supérieur de l'enfant clairement et objectivement formulé». Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;
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<title>Bergé: Le Téléthon parasite la générosité des Français</title>
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<updated>2009-11-21T18:12:19+01:00</updated>
<published>2009-11-21T18:12:19+01:00</published>
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<summary> Réagissant à ces propos tenus par l'homme d'affaires à Parlons Net, une...</summary>
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&lt;h2&gt;Réagissant à ces propos tenus par l'homme d'affaires à Parlons Net, une émission diffusée sur &lt;i&gt;France Info&lt;/i&gt; en partenariat avec &lt;i&gt;lefigaro.fr&lt;/i&gt;, la présidente de l'Association française contre les myopathies se dit «profondément choquée».&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;À 79 ans, Pierre Bergé assume le fait de ne pas avoir sa langue dans sa poche. Et quand l'ancien compagnon d'Yves Saint Laurent est invité à une émission qui traite de politique, il n'hésite pas à devancer les questions sur son soutien financier à Ségolène Royal et sur &lt;a target=&quot;_self&quot; href=&quot;http://www.lefigaro.fr/politique/2009/11/19/01002-20091119ARTFIG00003-le-divorce-royal-peillon-sert-les-interets-de-martine-aubry-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;la querelle de Dijon&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; entre l'ex-candidate PS et Vincent Peillon. Même s'il «ne faut pas en faire une histoire», Bergé, qui précise qu'il n'est «pas socialiste, mais un homme de gauche», affiche la couleur : il est «séduit» par Vincent Peillon et continuera de le soutenir. En revanche, il tacle volontiers Benoît Hamon, «porte-parole battu aux élections, ce qui est assez rare». Quant à Royal, il estime qu'elle serait «la meilleure candidate du PS», si la présidentielle avait lieu demain. Mais se montre moins catégorique sur la perspective de 2012.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;div&gt;&lt;embed /&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Autre sujet, &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/culture/2009/11/09/03004-20091109ARTFIG00616-collection-st-laurent-berge-dernier-acte-au-theatre-marigny-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;la seconde partie de la vente des objets&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; qu'il avait accumulés avec Yves Saint Laurent dans leurs maisons communes. L'occasion pour lui de revenir sur sa vie au côté du couturier, mais aussi d'évoquer la destination des sommes récoltées, qui iront à la lutte contre le sida. Pierre Bergé en profite pour dire tout le mal qu'il pense du Téléthon, qui «parasite la générosité des Français, la capte d'une manière populiste, en exhibant le malheur des enfants myopathes». Une maladie dont Pierre Bergé souffre, révèle-t-il. «Soyons clair, je n'accuse personne de détourner de l'argent (...), mais j'accuse que 100 millions pour le Téléthon ne sert à rien», a-t-il ajouté. «Les organisateurs du Téléthon ont trop d'argent, ils achètent des immeubles», a-t-il dit.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La présidente de l'Association française contre les myopathies (AFM), organisatrice du Téléthon, Laurence Tiennot-Herment, a démenti samedi tout placement financier dans l'immobilier ajoutant que Pierre Bergé «est coutumier de telles attaques particulièrement virulentes contre notre association». «Par contre, a-t-elle précisé sur &lt;i&gt;France Info&lt;/i&gt;, nous engageons des moyens financiers parfois dans de la construction et dans du bâtiment», a-t-elle précisé, ajoutant que c'était «forcément toujours en lien avec nos missions sociales, guérir et aider». Elle a cité comme exemple la construction de trois appartements près d'Angers qui sont des «lieux de répit pour les familles», ou la construction d'un bâtiment dédié à la fabrication de médicaments de thérapie génique pour les maladies rares.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Dans la dernière partie de l'émission, les questions des internautes. Pierre Bergé, militant historique de la cause homosexuelle, en a profité pour livrer un plaidoyer en faveur de l'homoparentalité. Quant à l'affaire Polanski, l'homme d'affaires a estimé que le cinéaste «doit répondre à la justice» car «elle est la même pour tous». Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt; &lt;/div&gt;
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<name>Xavier</name>
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<title>Besson: l'immigration n'est pas un besoin démografique</title>
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<summary> Selon le ministre de l'Immigration, la France a «intérêt au brassage et à...</summary>
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&lt;h2&gt;Selon le ministre de l'Immigration, la France a «intérêt au brassage et à l'ouverture», mais pas pour une raison quantitative. D'après lui, les élites de gauche «nient les réalités».&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Eric Besson est «un grand blessé du 21 avril». Dans un entretien au &lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://www.lejdd.fr/Politique/Actualite/Besson-Les-elites-de-gauche-nient-les-realites-152018/&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;&lt;i&gt;Journal du Dimanche&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; , le ministre de l'Immigration en appelle à «ne pas éluder certains problèmes», comme l'a fait selon lui la gauche lorsqu'elle était au pouvoir. «Si on contourne la réalité, on arrive au 21 avril 2002 : quelqu'un de grande qualité comme Lionel Jospin battu à la présidentielle», analyse-t-il.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Sur cette base, Eric Besson explique qu'il faut s'en tenir à une immigration légale. Selon lui, «la France est ouverte et généreuse» : elle a intérêt «au brassage et à l'ouverture» et fait valoir le «droit au regroupement familial». En revanche, il n'y aurait aucune «raison quantitative d'encourager l'immigration». «Ceux qui font profession de défendre les sans papiers devraient s'intéresser aussi aux étrangers en situation régulière, touchés à hauteur de 26% par le chômage, en butte parfois à des discriminations», conseille-t-il.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;«Il y a un vrai problème avec certaines élites de gauche»&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Précisant son propos, le ministre de l'Immigration égratigne dans cet entretien «une partie de l'intelligentsia française, [chez qui] la négation des réalités semble être une constante». «Il y a un vrai &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/politique/2009/11/13/01002-20091113ARTFIG00014-identite-nationale-le-ps-denonce-un-debat-piege-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;problème chez certaines élites de gauche&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. Quand Bernard-Henri Lévy proclame, pour faire l'Europe, il faut faire taire Eric Besson, je suis navré... Tant de culture pour arriver là ? Et Vincent Peillon, ce philosophe, qui &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/politique/2009/11/18/01002-20091118ARTFIG00069-royal-et-peillon-jouent-l-escalade-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;prône pour Ségolène Royal&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; la psychiatrie lourde ? Il y a dans l'intelligentsia éclairée des rémanences bolchéviques», affirme-t-il encore.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Expliquant ne pas avoir de complexe et se demander «sans cesse si ce [qu'il fait] est juste et républicain», Eric Besson revient par ailleurs &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2009/11/18/01011-20091118FILWWW00506-besson-lutter-contre-les-mariages-gris.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;ses propos concernant les «mariages gris»&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. Il assure «défendre les mariages mixtes [qui] contribuent au métissage de la société française», mais combattre «les escroqueries à la naturalisation». «Les victimes de cette fraude sont d'abord des femmes étrangères, ou françaises d'origine étrangère, maghrébines ou africaines. Cela devrait émouvoir quelques consciences», lance le ministre de l'Immigration, qui se réjouit que &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/politique/2009/11/02/01002-20091102ARTFIG00288-identite-nationale-eric-besson-va-mobiliser-l-ump-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;le débat sur l'identité nationale&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; «passionne» les Français.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Appelé à commenter les célébrations en France après la qualification de l'Algérie pour le Mondial, Eric Besson estime à ce sujet que «si des jeunes Français se sentent Algériens, cela confirme qu'il faut mettre au clair notre identité nationale. Nous devons amener ces jeunes à se revendiquer Français pleinement, dans un parfait équilibre de droits et de devoirs», conclut-il. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt; &lt;!-- google_ad_section_end() --&gt;&lt;!-- Template : Outils.php --&gt; &lt;p&gt;&lt;script src=&quot;/scripts/tooltip/tooltip.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt;&lt;/p&gt;
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<name>Xavier</name>
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<title>Fillon ne veut pas que la garde a vue se banalise</title>
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<summary> Alors que le nombre de gardes à vue continue d'augmenter, le premier...</summary>
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&lt;h2&gt;Alors que le nombre de gardes à vue continue d'augmenter, le premier ministre souhaite en «repenser» les conditions pour qu'elles ne deviennent pas «un élément de routine» aux mains des enquêteurs.&lt;/h2&gt; &lt;div class=&quot;texte&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.lefigaro.fr/icones/coeur-.gif&quot; border=&quot;0&quot; /&gt; &lt;p&gt;Le placement en garde à vue &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2009/11/20/01016-20091120ARTFIG00025-polemique-apres-le-placement-en-garde-a-vue-d-une-avocate-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;d'une avocate à Meaux&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, vivement critiqué cette semaine, a laissé quelques traces. Inaugurant samedi une maison d'arrêt dans la Sarthe, le premier ministre a jugé «nécessaire et évident» de repenser les conditions d'utilisation et l'utilité même des gardes à vue en France, afin qu'elles ne soient jamais envisagées comme «un élément de routine» par les enquêteurs. D'après François Fillon, «ces pouvoirs exceptionnels ne doivent pas tomber dans la banalité», mais demeurer au contraire «des actes graves pour ceux qui les décident parce qu'ils sont graves pour ceux qui les subissent».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Le premier ministre a ainsi très clairement fustigé ces situations qu'il juge «exceptionnelles mais choquantes» de «gardes à vue non indispensables, de détentions provisoires trop longues, de jugements qui interviennent trop tardivement». Alors que le nombre de gardes à vue ne cesse d'augmenter (+50% en sept ans), les critiques s'intensifient à l'encontre de la procédure et des abus qu'elle peut susciter. Cette semaine, le bâtonnier de l'Ordre des avocats de Paris Christian Charrière-Bournazel a &lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2009/11/16/01016-20091116ARTFIG00313-l-offensive-des-avocats-pour-reformer-la-garde-a-vue-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;dénoncé les conditions de la garde à vue pratiquée en France&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, les jugeant contraires au droit européen.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;«Face à des auteurs de crimes et de délits graves, je n'ai pas d'états d'âme à recourir à l'emprisonnement et la répression mais j'ai des exigences qui au nom du respect des droits de l'Homme et de la défense des libertés publiques doivent s'imposer à tous», a résumé François Fillon. Le rapport Léger, sur lequel s'appuie le gouvernement pour sa réforme en cours de la procédure pénale, a préconisé en septembre d'ouvrir un peu plus cette procédure aux avocats en les autorisant notamment à avoir accès aux procès-verbaux d'audition dès la douzième heure de la mesure, ce qui n'est actuellement pas le cas.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;h3&gt;Le «dogme» de la cellule individuelle&lt;/h3&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Attendu sur le sujet à l'occasion de l'inauguration de cette prison de la Sarthe, où il était accompagné de sa ministre de la Justice Michèle Alliot-Marie, François Fillon s'est en revanche montré bien plus réservé sur le principe de l&lt;a href=&quot;http://www.lefigaro.fr/politique/2009/10/13/01002-20091013ARTFIG00611-prisons-le-principe-d-un-detenu-par-cellule-consacre-.php&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3165b0;&quot;&gt;'encellulement individuel, récemment consacré par la loi&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. «Quand on sait que dans d'autres pays d'Europe on construit des cellules pour six ou sept, les cellules aménagées que j'ai vues à l'instant sont un véritable progrès par rapport à ce que l'on connaît actuellement», a-t-il déclaré, appelant à ne pas «faire de l'encellulement individuel un dogme absolu».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Alors que le gouvernement a cependant promis de «tout mettre en œuvre» pour que soit atteint cet objectif en 2014, grâce à l'achèvement du programme de construction en cours, les associations d'aides aux prisonniers et les syndicats pénitentiaires continuent de pointer le déficit de places dont souffre le système carcéral français. Au 1er novembre on recensait dans les quelque 200 prisons françaises 62.073 détenus pour 54.285 places, soit un taux moyen de surpopulation de 114%. La maison d'arrêt du Mans-Les Croisettes inaugurée par François Fillon, qui compte 400 places, ouvrira ses portes en janvier. Elle remplacera la prison du Mans, construite au XVIIIe siècle. Le Figaro&lt;/p&gt; &lt;/div&gt; &lt;!-- google_ad_section_end() --&gt;&lt;!-- Template : Outils.php --&gt; &lt;p&gt;&lt;script src=&quot;/scripts/tooltip/tooltip.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt;&lt;/p&gt; &lt;form action=&quot;/mailami/mailami.php&quot; name=&quot;mailamifo&quot; method=&quot;get&quot; id=&quot;mailamifo&quot;&gt;&lt;/form&gt; &lt;p&gt;&lt;/p&gt;
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<name>Xavier</name>
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<title>La tassazione famigliare</title>
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<updated>2009-11-21T18:12:42+01:00</updated>
<published>2009-11-21T18:00:00+01:00</published>
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<summary>  Sono diversi i sistemi di tassazione studiati per rendere più equo il...</summary>
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&lt;p&gt;&lt;span editcontrolheight=&quot;120&quot; id=&quot;_ctl0_MasterContent_Contenuto&quot;&gt;Sono diversi i sistemi di tassazione studiati per rendere più equo il prelievo fiscale sulle famiglie. E sono due le modalità principali attraverso le quali è possibile concedere uno sgravio fiscale: le detrazioni e le deduzioni. Ecco tutto quello che c'è da sapere&amp;nbsp;sulla tassazione familiare.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003388;&quot;&gt;Detrazione fiscale.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; La detrazione è una somma che si sottrae dall’imposta lorda. Può essere in cifra fissa o decrescente al crescere del reddito, come attualmente la detrazione per i familiari a carico. Il procedimento, dunque, prevede di sommare i redditi, calcolare l’imposta lorda attraverso le diverse aliquote, sottrarre la detrazione e arrivare all’imposta netta da pagare.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003388;&quot;&gt;Deduzione fiscale.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; La deduzione fiscale è invece una somma che si sottrae a monte dal reddito, determinando così la base imponibile netta sulla quale viene poi calcolata l’imposta a seconda delle varie aliquote. Il vantaggio della deduzione è che, diminuendo la base imponibile rispetto alla somma iniziale dei redditi ha influenza su tutte le imposte, comprese ad esempio le varie addizionali locali all’Irpef.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003388;&quot;&gt;Quoziente familiare.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; Si attribuisce un peso diverso a ciascun componente della famiglia (ad esempio, a ciascuno dei coniugi un peso pari a 1; per ogni figlio un peso pari a 0,5 e così via) e si sommano tutti i pesi così da determinare il coefficiente familiare. Il reddito familiare viene diviso per tale coefficiente, così da ottenere il reddito medio pro-capite in base al quale determinare le aliquote applicabili secondo i vari scaglioni di reddito. Si calcola dunque l’imposta pro-capite che viene poi moltiplicata per il coefficiente familiare al fine di stabilire l’imposta effettivamente dovuta dalla famiglia. Si possono prevedere, poi, dei pesi particolari per favorire o correggere alcune situazioni, come ad esempio un coefficiente più alto per i figli disabili o per le donne che lavorano.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003388;&quot;&gt;Basic income family (Bif).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; Con il Bif la tassazione è calcolata sul reddito disponibile deducendo le spese per il mantenimento delle persone a carico. Si tratta delle sole spese &quot;necessarie&quot; per la crescita dei figli, un valore costante per tutte le categorie di contribuenti, al di là del reddito specifico e delle scelte che ogni famiglia può fare per quanto riguarda l’educazione, il tenore e la qualità della vita dei figli. In base ad alcuni calcoli, l’ipotesi del puro costo di mantenimento per ogni persona a carico è di circa 7mila euro all’anno. A questa quota dovrebbe quindi essere prevista una deduzione dal reddito di ogni famiglia. Avvenire&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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<title>Champions nella bufera: almeno 200 partite truccate</title>
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<updated>2009-11-21T17:58:03+01:00</updated>
<published>2009-11-21T17:57:00+01:00</published>
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<summary>  Il calcio europeo nella bufera. La magistratura tedesca indaga su un giro...</summary>
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&lt;p&gt;&lt;span editcontrolheight=&quot;120&quot; id=&quot;_ctl0_MasterContent_Contenuto&quot;&gt;Il calcio europeo nella bufera. La magistratura tedesca indaga su un giro di partite truccate che coinvolge i campionati nazionali di nove Paesi e le principali competizioni continentali del pallone. La polizia ha già effettuato 50 perquisizioni in Germania, Gran Bretagna, Svizzera ed Austria, arrestando 17 persone, 15 in Germania e due in Svizzera, e sequestrando oltre un milione di euro in contanti.&lt;br /&gt; Almeno 200 le partite finite nel mirino degli inquirenti, tra le quali ci sono tre incontri di Champions League e 12 di Europa League, la ex Coppa Uefa, un match di qualificazione agli Europei under 21 e quattro della seconda divisione tedesca.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Sotto indagine risultano centinaia di persone sospettate di aver truccato le partite e di aver incassato soldi dalle scommesse piazzate in Europa e Asia. Due fra le persone arrestate sono volti noti alla polizia tedesca. Si tratta di Ante e Milan Sapina, due fratelli croati che risiedono a Berlino, già al centro dello scandalo che aveva travolto il mondo del calcio in Germania nel 2004, quando un arbitro, Robert Hoyzer, era stato condannato a due anni e cinque mesi di carcere, dopo aver ammesso di aver ricevuto almeno 70 mila euro ed un televisore al plasma offerti dalla mafia croata per condizionare le partite.&lt;br /&gt; Ma l’inchiesta è destinata ad allargarsi. I magistrati ritengono che il giro abbia coinvolto giocatori, allenatori, arbitri e ufficiali di gara, ai quali sono state offerte mazzette. La Uefa ha fatto subito sapere che chiederà «le sanzioni più dure ai tribunali competenti per ogni individuo, club o dirigente implicato in questo malcostume sia esso sotto la giurisdizione statale o sportiva».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; L’organizzazione presieduta da Michel Platini ha poi spiegato:«La Uefa ha partecipato attivamente alle indagini e ha fornito informazioni dettagliate provenienti dal proprio Sistema di rilevamento scommesse illegali. Tale sistema tiene sotto controllo tutte le partite delle competizioni Uefa e dei campionati nazionali europei di prima e seconda divisione con flussi di scommesse anomali. Le autorità tedesche hanno richiesto e ricevuto informazioni su diverse partite».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; In ogni caso la federcalcio europea ha tenuto a precisare che il numero di partite che coinvolge tornei europei, come l’Europa League e la Champions League «riguarda esclusivamente turni preliminari» e comunque sono incontri che la Uefa aveva già inserito in una lista di 40 gare «sospette». Il segretario generale Uefa Gianni Infantino ha ringraziato le autorità tedesche per «l’azione intrapresa e per la buona collaborazione», assicurando tolleranza zero per gli sviluppi del caso. Per il responsabile dei servizi disciplinari dell’Uefa Peter Limacher, non ci sono dubbi: «Questo è il peggior scandalo che abbia mai coinvolto il calcio europeo». Avvenire&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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<title>Nuova Europa: solite logiche</title>
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<updated>2009-11-21T17:55:06+01:00</updated>
<published>2009-11-21T17:55:06+01:00</published>
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<summary>   Tra pochi giorni prenderà ufficialmente avvio l’Unione Europea così come...</summary>
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&lt;div class=&quot;articoliTesto&quot;&gt;&lt;span editcontrolheight=&quot;120&quot; id=&quot;_ctl0_MasterContent_Contenuto&quot;&gt;Tra pochi giorni prenderà ufficialmente avvio l’Unione Europea così come il tormentato Trattato di Lisbona l’ha concepita: un sodalizio politico, economico e sociale di ventisette nazioni e mezzo miliardo di persone, che giovedì sera a Bruxelles si sono anche date un presidente stabile e un alto commissario agli Affari Esteri, due figure cioè che rappresenteranno l’Europa nei consessi mondiali, in quel G3 che si verrà a costituire insieme ad America e Cina, in tutte le occasioni – d’emergenza e non – in cui il Vecchio Continente dovrà parlare con una sola voce. E la voce prescelta sarà – com’è noto – quella della baronessa britannica Catherine Ashton, vicepresidente della Commissione e di fatto ministro degli Esteri della Ue per cinque anni. A guidare l’Unione sarà invece il belga Herman Van Rompuy.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Inutile nascondersi dietro un dito: questa Nuova Europa non nasce con il carisma di George Washington o Thomas Jefferson e le due figure designate – che attendiamo alla prova dei fatti e sulle quali non è lecito ironizzare anzitempo – non sono che l’esito obbligato di una catena di compromessi. È bene dunque rielencare le condizioni in cui questa scelta è maturata traendone, per quel che è possibile, delle prime conclusioni.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; La regia occulta del vertice dei capi di Stato e di governo è stata di Angela Merkel. Probabilmente i due nomi presentati dalla presidenza svedese la cancelliera li aveva già in tasca prima della cena. Tutti i maneggi, le ipotesi, le candidature di sbarramento, le girandole di nomi giungevano alle orecchie di noi giornalisti con lo stesso ritardo fisico con cui ci arriva la luce delle stelle: in realtà erano ipotesi già tramontate. Il fatto certo è che né alla Francia né alla Germania piaceva la candidatura di Tony Blair alla presidenza stabile: troppo vistoso, troppo carismatico, in una parola troppo ingombrante. Agli inglesi però si doveva concedere qualcosa in cambio di un via libera sulle nomine dei commissari che contano.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; E allora ecco spuntare la candidatura della signora Ashton, premiata anche perché donna e perché inglese. In questo labirinto sotterraneo (ma inevitabile negli affari europei, e non soltanto in quelli) è tramontata la candidatura di Massimo D’Alema, inizialmente sostenuto dall’Internazionale socialista e successivamente da buona parte del Pse, ma poi sacrificato dai suoi stessi compagni per accontentare Londra. Bene ha fatto il governo italiano a sostenerlo lealmente e risibili paiono le giustificazioni del capogruppo socialista Schulz circa un disimpegno dell’Italia, che viceversa ha fatto tutto il possibile per sostenere l’ex premier ds, arrendendosi solo di fronte all’evidenza di una scelta irrevocabile.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; E come non notare che dietro a due nomine di profilo non smagliante si intravede senza fatica quell’asse franco-tedesco che interseca i suoi interessi con Londra e che sovente si accusa – non senza buone ragioni, come si vede – di far la parte del leone in Europa? Certamente, con le scelte di Bruxelles la latitudine della Ue si sposta fatalmente più a nord. Ma il fatto meno incoraggiante è che siano prevalsi, come sempre, gli egoismi nazionali. Quasi a voler sancire fin dall’inizio che in questa Europa sono in molti a credere poco. Per il sessantaduenne fiammingo Van Rompuy – del quale si dice per la verità un gran bene come negoziatore e come intellettuale integerrimo e schivo – e per la baronessa Ashton la strada comincia decisamente in salita. Ma fu così anche per George Washington, a dire il vero.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;dataFirma&quot;&gt;&lt;span id=&quot;_ctl0_MasterContent_Autore&quot;&gt;Giorgio Ferrari. Avvenire&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
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<name>Xavier</name>
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<title>Sindone firmata: polemiche</title>
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<updated>2009-11-21T17:51:48+01:00</updated>
<published>2009-11-21T17:51:48+01:00</published>
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<summary>   «In base ai confronti svolti, oggi sono convinta che le tracce di...</summary>
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&lt;div class=&quot;articoliTesto&quot;&gt;&lt;span editcontrolheight=&quot;120&quot; id=&quot;_ctl0_MasterContent_Contenuto&quot;&gt;«In base ai confronti svolti, oggi sono convinta che le tracce di scrittura identificate sul lino della Sindone possano appartenere ad un testo derivato direttamente o indirettamente dai documenti originati fatti produrre per la sepoltura di &lt;em&gt;Yeshua ben Yosef Nazarani&lt;/em&gt;, più noto come Gesù di Nazareth detto il Cristo». È questo il sasso lanciato nello stagno della scienza della Sindone, il celebre (e discusso) sudario di Cristo conservato a Torino, da una storica di recente balzata agli onori delle cronache per i suoi saggi medievalistici. Già il volume &lt;em&gt;I Templari e la sindone di Cristo&lt;/em&gt; (Il Mulino), uscito a inizio anno, di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003388;&quot;&gt;Barbara Frale&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, funzionaria dell’Archivio Segreto Vaticano, aveva diviso gli esperti. Ora, con &lt;em&gt;La Sindone di Gesù nazareno&lt;/em&gt; (Il Mulino, pp. 254, euro 28), la Frale - nata a Viterbo nel 1970 - lancia un’altra ipotesi suggestiva: che sul lino custodito all’ombra della Mole si annidino alcune scritte multilingue vergate da un funzionario addetto alla sepoltura dei condannati a morte nella Gerusalemme del I secolo. Qui Barbara Frale interpreta un’iscrizione compatibile con la tradizione che vede nel sudario il telo che avvolse il corpo di Gesù di Nazareth, che nella primavera prossima verrà di nuovo mostrato in pubblico: a Torino si recherà pellegrino anche Benedetto XVI.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; La Frale ha interpretato la seguente scritta: «Gesù Nazareno deposto sul far della sera, a morte, perché trovato» colpevole. Il tutto scritto con termini di tre idiomi: latino, greco ed ebraico. E al profluvio di critiche che si preannunciano, la giovane addetta dell’Archivio vaticano risponde così nelle conclusioni del suo volume, anticipato ieri da &lt;em&gt;Repubblica&lt;/em&gt;: «L’ipotesi che le scritte siano state messe da un falsario per avvalorare l’autenticità della Sindone è da scartare: infatti questo truffatore avrebbe dovuto inventare un sistema complicato per lasciare sul telo certe tracce che sarebbero divenute visibili ai posteri solo tanti secoli dopo, con l’invenzione della fotografia; inoltre qualunque falsario avrebbe usato le diciture del &lt;em&gt;titulus crucis&lt;/em&gt;, quelle descritte dall’evangelista: non certo quelle strane parole che con i Vangeli non c’entrano proprio nulla».&amp;nbsp;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; E la discussione si infiamma. «Sono molto stupito». Monsignor &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003388;&quot;&gt;Giuseppe Ghiberti&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, vicepresidente del Comitato per l’ostensione della Sindone, non nasconde la sua perplessità, sebbene metta le mani avanti: «Prima di tutto bisogna leggere l’opera. Sono stato di fronte alla Sindone ore e ore e mai ho avuto sentore di nulla del genere. E nemmeno l’hanno avuto professori competenti in elaborazione di immagini». Circa il carattere multilinguistico della ricostruzione, Ghiberti afferma: «L’unico precedente che può dare peso a questa ipotesi è il titolo della croce di Gesù, che era in più lingue». Ma alla domanda se ritenga realistica la tesi della studiosa laziale, Ghiberti risponde con un eloquente sospiro. E riprende: «Quando non si conoscono bene gli argomenti altrui, si preferisce sospendere il giudizio. Ma tutto questo non mi convince».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; «Non voglio essere ironico né polemico», esordisce &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003388;&quot;&gt;Luciano Canfora&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, docente di Filologia greca e latina all’università di Bari. «Ma secondo me Barbara Frale si è avventurata in qualcosa di molto insidioso». Per lo studioso barese «la ricchezza di particolari nascosti nelle fibre di lino fa pensare a una vera falsificazione». Canfora qualifica come errata l’ipotesi della Frale in base a due elementi: la ricchezza di dettagli e il poliglottismo della scritta decifrata. «Si presenta tutto ciò come una gigantesca novità, ma così non è. La prima, forte perplessità è la presenza di tre lingue nella scritta ritrovata. La Frale spiega tale riscontro con il pluriculturalismo della Gerusalemme del tempo. Ma un conto è l’ambiente culturale di una città - annota Canfora -, altra cosa un documento che racchiude tre lingue. È come se oggi un taxista di origine indiana a Londra, per scrivere una ricevuta, utilizzasse tre idiomi diversi».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Canfora sottolinea un altro particolare per spiegare la sua disapprovazione: «Tutto si basa sull’idea che al collo del condannato vi sia il verbale del giudizio di Caifa su Gesù». L’affermazione che si trattasse di uno scritto fatto da un becchino trova l’antichista pugliese nettamente scettico: «Non è ovvio che esistesse una figura del genere. Non abbiamo ancora una trattazione sistematica sulla figura di funzionari addetti alla sepoltura dei condannati a morte nella Giudea del I secolo: vi sono testimonianze contraddittorie al riguardo». Canfora stabilisce un parallelo tra il papiro di Artemidoro e la Sindone, o meglio tra la contestata autenticità della seconda e la dimostrata falsità del primo: «I numerosi dettagli, che vogliono avvalorare l’autenticità, indicano invece che questi elementi scritturistici sono aggiunte tardive. Com’è stato constatato dalla polizia scientifica per il papiro di Artemidoro». Canfora riconosce che Barbara Frale non propone una tesi: «Lei dice: io ho trovato questo. Ma ha riscontrato cose tutt’altro che univoche!».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; A Canfora replica &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003388;&quot;&gt;Franco Cardini&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, medievalista e docente all’università di Firenze: «Primo: dobbiamo difendere Barbara Frale dai sindonologi che si scagliano con durezza contro quanti sostengono ipotesi troppo forti. La sua non è ancora una tesi ma un’ipotesi, ragionevole e affascinante, basata su indizi. Si tratta di una pista interessante. Ritengo che gli indizi che lei individua siano troppo coerenti per poterli considerare frutto del caso. Si è limitata a riempire dei vuoti di documentazione come solitamente si fa nella ricerca storica. La sua è un’interpretazione con forti basi storiche, niente a che fare con la fantastoria di Dan Brown». Insomma, per lo storico fiorentino siamo davanti a «un lavoro serio, da prendere in considerazione, in cui ci sono osservazioni geniali».&amp;nbsp;È poi singolare che Cardini giudichi in maniera opposta il particolare del plurilinguismo rinvenuto dalla Frale sul lino di Torino, cosa che Canfora bolla come «artefatto»: «Se si trattasse di un documento di ambiente caratterizzato da un forte monolinguismo, capirei l’obiezione. Ma la Gerusalemme del I secolo era un luogo di straordinario incrocio linguistico: il latino era la lingua ufficiale ma il greco rappresentava il &quot;basic english&quot; del tempo. Poi c’erano il caldeo, l’ebraico, e altre lingue che poggiavano su una grande tradizione grafica». Cardini guarda all’oggi per suffragare la plausibilità dell’interpretazione plurilinguistica della Frale: «I ragazzini arabi dei suk della Gerusalemme attuale, quando scrivono, passano tranquillamente dalla grafia araba a quella latina dell’inglese. Il plurilinguismo della scritta della Sindone non mi sorprende affatto».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Invece &lt;em&gt;Bruno Barberis&lt;/em&gt;, direttore del Centro internazionale di Sindonologia di Torino, non concorda con la Frale: «Premetto che devo leggere il libro per un giudizio completo. Comunque, già nell’opera precedente, questa studiosa faceva un accenno a tali ipotesi. Il nodo è che queste scritte sono tutt’altro che confermate. Non è mai stato fatto un rilievo fotografico che dia risposte definitive se sulla Sindone ci siano delle scritte. Del resto in molti vi hanno rinvenuto tantissime parole: sembra più un’enciclopedia che un sudario!». Barberis afferma che è prioritario «stabilire se queste scritte esistono. Che poi si giunga a conclusioni del genere della Frale, mi sembra fantascienza e fantastoria. Sono inoltre estremamente critico su queste ipotesi perché possono essere strumentalizzate dagli avversari della Sindone».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt; &lt;div class=&quot;dataFirma&quot;&gt;&lt;span id=&quot;_ctl0_MasterContent_Autore&quot;&gt;Lorenzo Fazzini. Avvenire&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
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<title>Istat: italiani vecchi e malati</title>
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<updated>2009-11-21T17:43:00+01:00</updated>
<published>2009-11-21T17:43:00+01:00</published>
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<summary> Uno su 5 ha più di 65 anni e il 38% ha una patologia cronica. La popolazione...</summary>
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&lt;h2&gt;Uno su 5 ha più di 65 anni e il 38% ha una patologia cronica. La popolazione cresce grazie agli immigrati&lt;/h2&gt; &lt;p&gt;MILANO - L'Italia è un Paese sempre più vecchio, che conta un esercito di malati cronici. Nelle famiglie regna l'insoddisfazione per la propria condizione economica (il 41,3% ritiene «scarse» le proprie risorse economiche, percentuale che cresce al Sud). Sale, e questa è una buona notizia, la porzione di popolazione scolarizzata e aumenta la quota di chi legge almeno un libro. La popolazione in generale aumenta, ma solo grazie all’apporto degli immigrati, che neutralizzano l’effetto negativo del saldo naturale. È questa la fotografia del nostro Paese contenuta nella nuova edizione dell'Annuario Statistico dell'Istat.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;b&gt;IL PC, INTERNET E LA LETTURA -&lt;/b&gt; Quanto a usi, consumi e costumi, va detto in primis che computer e internet la fanno da padrone. L'Istat sottolinea che in particolare l'uso del pc è cresciuto in modo rilevante dal 2007 ad oggi, mentre per la Rete l'incremento è stato costante. E se diminuisce ma persiste ancora il divario territoriale e quello di genere, con gli uomini che ancora «navigano» più delle donne, spunta il primato delle bambine, quelle tra i 6 e i 10 anni, sui loro coetanei maschi. Meno diffusa tra gli italiani è l'abitudine alla lettura di giornali e libri: nel 2009 legge un quotidiano almeno una volta a settimana il 56,2% delle persone di 6 anni e più mentre il 45,1% dedica parte del proprio tempo libero alla lettura di libri. Tuttavia, rispetto all'anno precedente crescono i lettori, dal 44% al 45,1%, soprattutto quelli «forti»: la percentuale di chi ha letto 12 libri e più passa dal 13,2% al 15,2%. I giovani tra gli 11 e i 14 anni rappresentano la quota più alta di lettori: sono infatti il 64,7% quelli che dichiarano di leggere libri nel tempo libero.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;b&gt;POPOLAZIONE ED ETÀ&lt;/b&gt; - A fine 2008 i residenti in Italia sono 60.045.068, circa 426mila in più rispetto al 2007, a fronte di un saldo attivo del movimento migratorio di 434.245 unità. Un italiano su cinque ha più di 65 anni.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;I «grandi vecchi» (dagli ottanta anni in su) rappresentano il 5,6% della popolazione italiana. A fine 2008 l'indice di vecchiaia (rapporto tra la popolazione con più di 65 anni e quella con meno di 15) registra un ulteriore incremento, raggiungendo un valore pari al 143,1%. Nella graduatoria internazionale (dati 2007), la Germania, con un indice pari a 146,4, è il paese maggiormente investito dal fenomeno dell'invecchiamento, seguita dall'Italia. Bulgaria e Grecia sono gli altri paesi dell'Unione europea in cui la popolazione ha una struttura per età particolarmente anziana.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;b&gt;RESIDENTI -&lt;/b&gt; I residenti a fine 2008 sono 60.045.068, circa 426.000 in più rispetto all'anno precedente. Questo incremento si deve al saldo attivo del movimento migratorio (+434.245 unità) che neutralizza l'effetto negativo del saldo naturale (-8.467 unità).&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;b&gt;FECONDITÀ -&lt;/b&gt; Prosegue il trend crescente osservato dopo il 1995, anno in cui, con 1,19 figli per donna, la fecondità ha toccato il punto minimo. E la fecondità delle donne, si legge nell'Annuario, si attesta nel 2008 a 1,41 figli per donna (da 1,37 nel 2007). All'interno dell'Unione Europea a 27 Paesi (dati 2007), l'Italia si colloca nella parte bassa della graduatoria, affiancata da Germania e Malta, comunque sopra Polonia (1,31), Romania (1,30) e Siovacchia (1,25).&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;b&gt;SEMPRE PIÙ MALATI CRONICI -&lt;/b&gt; Secondo un dato relativo al 2009 poi, il 38,8% dei residenti in Italia dichiara di essere affetto da almeno una delle principali patologie croniche, ma tale percentuale sale all'86,9% per gli ultrasettantacinquenni. Le malattie croniche più diffuse sono: artrosi-artrite (17,8%), ipertensione (15,8%), malattie allergiche (10,2%), osteoporosi (7,3%), bronchite cronica e asma bronchiale (6,2%), diabete (4,8%).&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;b&gt;MATRIMONI -&lt;/b&gt; I matrimoni segnano nel 2008 una battuta d'arresto dopo la ripresa osservata l'anno precedente, passando da 250.360 a 249.242. Il tasso di nuzialità è invece stabile al 4,2 per mille. Pur in calo da diversi anni in termini relativi (dal 75,3% del 2000 al 62,8%), il matrimonio religioso resta la scelta più diffusa per le coppie che decidono di fare il «grande passo». È soprattutto nelle regioni meridionali a prevalere un modello di tipo tradizionale, la percentuale dei matrimoni celebrati con rito religioso è del 77,3% contro il 51,1% del Nord e il 56,2% del Centro.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;WEB E COMPUTER - Un capitolo a parte l'Istat lo dedica a &lt;a href=&quot;http://vitadigitale.corriere.it/2009/11/bimbe_internaute.html&quot;&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #565656;&quot;&gt;web e computer&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;: nel 2009, notano i ricercatori, in Italia dichiara di usare il pc il 47,5% della popolazione e il 44,4% usa internet. Un incremento niente male rispetto al 2008 quando usava il pc il 44,9% della popolazione e internet il 40,2%. E aumenta anche, fa notare l'Istat, il numero di persone che usa internet tutti i giorni. L'uso del pc coinvolge soprattutto i giovani e raggiunge il livello massimo tra i 15 ed i 19 anni (86,0%). Dai 20 anni in su comincia a diminuire fino a raggiungere i valori più bassi tra gli anziani (9,9% per la fascia d'età 65-74 anni e il 2,4% tra i 75 anni e più) e un trend analogo vale per l'uso di internet. Rimangono, in linea con gli anni precedenti, le differenze di genere sia nell'uso del pc sia per internet. In particolare, usa il computer il 52,8% degli uomini contro il 42,5% delle donne, mentre usa Internet il 49,8% degli uomini contro il 39,4% delle donne. Va detto però che le differenze di genere sono «contenute o inesistenti» fino a 34 anni e si accentuano a partire dai 35. Fra i 6 ed i 10 anni è diverso: usano il pc il 58,8% delle bimbe contro il 55,2% dei maschi e internet il 32,1% delle bimbe contro il 29,1% dei maschi. E se i maschietti sembrano vincere sulla frequenza, con un 8,5% che usa il pc tutti i giorni contro il 7,6% delle femminucce, queste prevalgono sull'uso quotidiano di internet (3,8% delle bambine contro il 2,9% dei maschi). Corriere&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;div class=&quot;right&quot; id=&quot;rectangle right&quot;&gt;&lt;!-- OAS AD '180x150'begin --&gt; &lt;script type=&quot;text/javascript&quot;&gt; &lt;/script&gt; &lt;!-- OAS AD '180x150' end --&gt;&lt;/div&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;!-- google_ad_section_end --&gt; &lt;p class=&quot;footnotes&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;table align=&quot;right&quot; width=&quot;1&quot; class=&quot;foto-h-right&quot;&gt; &lt;tbody&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;/tbody&gt; &lt;/table&gt; &lt;table align=&quot;right&quot; width=&quot;1&quot; class=&quot;foto-h-right&quot;&gt; &lt;tbody&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;/tbody&gt; &lt;/table&gt; &lt;table align=&quot;left&quot; width=&quot;1&quot; class=&quot;foto-h-left&quot;&gt; &lt;tbody&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;tr&gt; &lt;td&gt;&amp;nbsp;&lt;/td&gt; &lt;/tr&gt; &lt;/tbody&gt; &lt;/table&gt;
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