lundi, 23 novembre 2009

Clima: la riscossa degli scettici

Gli hacker svelano scambi sospetti di mail: gli scienziati stanno gonfiando i dati
FRANCESCA PACI
CORRISPONDENTE DA LONDRA
C'era una volta l'ambientalista scettico Bjørn Lomborg che solitario come un eretico marciava contromano sull'autostrada del lanciatissimo movimento verde. Undici anni dopo il celebre j'accuse pubblicato su Politken, l'irriverente professore danese non è più solo: a sostenere la sua tesi ci sono ora opinionisti, geografi, economisti. Non conta che il 95% della comunità scientifica abbia spedito al vertice di Copenhagen previsioni da fine del mondo, secondo il Times un inglese su due è convinto che il surriscaldamento del pianeta non dipenda affatto dall'uomo.

Immaginate il polverone sollevato dalla notizia che illustri studiosi americani e britannici «aggiusterebbero» i dati sul cambiamento climatico per smontare le argomentazioni degli avversari. Quando ieri il sito internet econegazionista The Air Vent ha iniziato a diffondere le email rubate da anonimi hacker nel server dell'università East Anglia i dietrologi si sono scatenati. Come non pensare al complotto ambientalista se nel 1999 il climatologo Phil Jones scriveva d'aver usato un «trucco» per «nascondere il calo» della temperatura? E il ricercatore che definisce «idioti» gli scettici e allega un fotomontaggio con i più noti tra loro aggrappati a un iceberg? Il matematico canadese Stephen McIntyre, che da anni contesta le stime della Nasa sul blog Climateaudit.org, si è riconosciuto nella caricatura e brinda alla rivincita: «Una rivelazione mozzafiato».

Lungi dal compattarsi di fronte alla temibile vendetta della Terra sfruttata, i suoi abitanti si sfidano senza esclusione di colpi. Se i sostenitori del partito lomborghiano sventolano le email, il cui furto è stato confermato dall'università East Anglia, gli altri fanno quadrato in difesa della categoria. «Quando gli scienziati usano la parola “trucco” intendono una buona trovata per risolvere un problema» spiega Michael Mann, direttore dell'Earth System Science Centre dell'università di Pennsylvania. Come si fanno a giudicare decenni di calcoli da una conversazione informale? Eppure questa dialettica non conosce sintesi.

Il principale motivo del contendere è l'acqua, sorgente di vita ma anche di tsunami. Secondo il Potsdam Institute for Climate Impact Research, che ha analizzato gli ultimi 120 anni, tra il 1961 e il 2003 il livello del mare è cresciuto di 1,8 mm l'anno, il 50% oltre ogni stima: di questo passo entro il 2100 la temperatura salirà di 4° e il mare di 1,2 metri. Balle, replica l'oceanografo americano Carl Wunsch e smonta l'attendibilità di qualsiasi misurazione che pretenda di risalire indietro oltre 20 anni.

L'imprecisione degli strumenti di calcolo è la migliore freccia nell'arco degli scettici. Il capo del Met Office britannico John Mitchell ammette per esempio che le nuvole, potenziali alleate dell'homo ecologico per la loro capacità di assorbire calore, sono imprevedibili, «il tallone d'Achille di qualsiasi modello». Come pianificare il futuro? Perché apocalittici e integrati concordano sul surriscaldamento del pianeta, ma dissentono sui numeri. Così mentre il besteller Superfreakonomics denuncia l'antieconomicità d'investire l'1,5% del prodotto interno lordo del Regno Unito per ridurre del 2% le emissioni nocive, lo scienziato indiano Rajendra Pachauri, premio Nobel per la pace 2007 insieme ad Al Gore, incalza i Paesi industrializzati perché il 2015 potrebbe segnare il punto di non ritorno. Il problema è che il 2015 è domani.
OPINIONI London crossing FRANCESCA PACI. La Stampa

Il pm Spataro attacca Alfano

Ancora critiche da un procuratore ai progetti di riforma della giustizia del Pdl e al processo breve. A proseguire nella polemica e nelle critiche, dopo l'Anm e il pm palermitano Ingroia, il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, secondo il quale il ministro della giustizia Angelino Alfano, dicendo che solo l'1% dei processi subirà uno stop a causa del provvedimento sul processo breve, è "incorso in un pericoloso boomerang". "Proprio le parole del ministro rendono la dimensione del paradosso - ha detto Spataro intervenendo al programma di Lucia Annunziata 'In mezz'orà -. Non si è accorto di essere incorso in un pericoloso boomerang". "Questo disegno di legge, viene presentato come un provvedimento a tutela del cittadino contro la durata dei processi, e questo mi sembra un brand messo in campo con tecnica aziendale - ha detto -: verranno bloccati molti o pochi processi?". "Il ministro viene in Parlamento dicendo che solo l'1% dei processi sarà soggetto a questo abbattimento - ha ragionato Spataro -. Allora dov'é il problema? Vuole dire che il 99% dei processi funziona egregiamente. Vuol dire che il 99% dei cittadini non si lamenta? Nell'1% forse c'é qualcuno che ha interesse a bloccare il processo".

Allarme terrorismo Secondo Spataro, poi, non vi è "alcun elemento" che possa autorizzare l'affermazione che esistono collegamenti tra il terrorismo di matrice islamica e il terrorismo 'storico' interno. Spataro rispondendo alle domande di Lucia Annunziata ha spiegato che "noi continuiamo a lavorare, le forze di polizia sono preparatissime ma guai, però, a generare allarmi che sono esagerati". "Credo sia interesse di tutti evitare la propagazione di allarmi che generano insicurezza e che possono anche indurre i cittadini a sacrifici della loro libertà personale e dei loro diritti. Questo non è corretto". Lei così smentisce il ministro Maroni? Ha chiesto l'Annunziata. "Ho sentito direttamente un'intervista in cui il ministro Maroni ha precisato il suo pensiero - ha risposto Spataro -: ha detto che non c'é prova di questo ma è giusto lavorarci. In questi termini sono d'accordo. Se invece qualcuno, o lui stesso in passato, avesse detto che questi collegamenti esistono, non sarei per nulla d'accordo".

"No" alla proposta di Casini Meglio fare una legge 'ad personam' che sia chiara per tutelare il premier, come suggerisce il leader dell'Udc Pierferdinando Casini, oppure il cosiddetto 'processo breve'? "Non ho dubbi, non sarebbe bene fare né l'uno né l'altro. Posso anche comprendere che l'onorevole Casini sia mosso da un idealismo politico, ma questo non è compatibile con il principio dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge". Questa è stata la risposta di Spataro alla domanda che gli è stata posta dalla Annunziata. "La Corte costituzione l'ha già detto - ha osservato il magistrato -: noi non abbiamo bisogno di escamotage. Il problema, in questi anni in Italia, è quello che anche il presidente Napolitano ha evidenziato in più di un intervento: basta con le riforme dettate da esigenze contingenti e dalla necessità di poche persone". "Io sono abbastanza convinto che, col passare del tempo, i rapporti tra magistratura e politica sono migliorati - ha aggiunto - e mi riferisco non a ciò che è visibile, ma a ciò che è sottotraccia: vedo che il presidente della Camera, ma non solo lui, rende dichiarazioni che sono apprezzabili, rendendo onore anche al ruolo della magistratura". "Ora, - ha concluso Spataro - i rapporti tra magistratura e politica sono migliorati ma questo non appare perché c'é un gruppo di politici che, dopo il Lodo Alfano, bocciato dalla Corte costituzionale, con tutto quello che ne è scaturito a carico della Corte e del Capo dello Stato, mette sul tappeto immediatamente un'idea del processo breve che breve non sarà e che non serve a nulla".

Capezzone: una tribuna politica "Con la collaborazione di Lucia Annunziata, si è svolta su Rai 3 una sorta di 'tribuna politica' del procuratore Spataro. Ma è accettabile che un procuratore, senza contraddittorio, si permetta di dire ciò che Parlamento e Governo possono o non possono fare, di dare pagelle preventive a questo o a quel disegno di legge, di bocciare o promuovere una riforma?": così Daniele Capezzone, portavoce del Popolo della Libertà. "Il caso di oggi, dopo la recente performance santoriana del procuratore Ingroia - aggiunge - è l'ennesima prova di una evidente politicizzazione di settori della nostra magistratura, che avrà un unico effetto: quello di far ulteriormente scendere la fiducia degli italiani nell'imparzialità della nostra giustizia".

Gasparri: azione eversiva delle toghe "Spataro, dopo le performance di Ingroia - afferma Maurizio Gasparri - rende ancora più intensa la campagna televisiva a base di menzogne della sinistra giudiziaria. Spataro dopo aver allestito processi a chi ha contrastato il terrorismo fondamentalista, si dedica ad attacchi politici a Berlusconi e mente sapendo di mentire sull'attività del Parlamento. Che gente come Spataro e Ingroia indossino la toga per coprire i propri disegni politici - prosegue il presidente dei senatori del Pdl - è motivo di inquietudine. Siamo di fronte a un'azione eversiva contro la legalità democratica, dove gli Abu Omar e gli Spatuzza diventano i campioni di una strategia tesa a occupare le istituzioni. La volontà popolare non sarà cancellata da queste manovre che violano ogni principio costituzionale".

Bondi: la sinistra tace, altra anomalia "Non c'é un solo Paese nel mondo, neppure quelli più lontani dalla democrazia, in cui un magistrato può dire pubblicamente quello che ha detto oggi Spataro. Ma la seconda anomalia del nostro Paese riguarda il fatto che la sinistra non ritiene, di fronte a questa gravissima vicenda, di esprimere la propria preoccupazione e la propria condanna". Lo afferma Sandro Bondi, ministro della Cultura e coordinatore del Pdl.

Cicchitto: circo mediatico-giudiziario "Dopo Ingroia a 'Annozero' ora Spataro a 'In mezz'orà. Tutti i conti tornano, sia dal punto di vista televisivo sia da quello giudiziario. E' in pieno svolgimento l'offensiva del circo mediatico-giudiziario". Così Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, commenta l'intervento del procuratore aggiunto di Milano. Spataro, attacca Cicchitto, "é intervenuto su tutte le cose giudiziariamente e politicamente più significative, ha attaccato due ministri della Repubblica (il ministro della giustizia Alfano e il ministro dell'Interno Maroni) e ha contestato l'apposizione del segreto di Stato. C'é ancora qualcuno che ha la faccia tosta di parlare di attentato alla libertà di stampa da parte del governo quando i principali talk-show della televisione pubblica sono usati per dare parola non solo ai politici, ma anche a quel ridotto nucleo di magistrati che sono i protagonisti di questa offensiva contro gli equilibri politici stabiliti dagli elettori. E' una conferma - conclude il dirigente del Pdl - dell'esistenza di una grande anomalia italiana contro la quale è indispensabile battersi a tutti i livelli, nel Parlamento e nel Paese" Il Giornale

Interview à John McCain

Propos recueillis à Halifax (Canada) par Laure Mandeville 
Selon John McCain, l'indécision d'Obama sur l'Afghanistan «adresse à nos alliés et à nos adversaires le message que nous hésitons».
Selon John McCain, l'indécision d'Obama sur l'Afghanistan «adresse à nos alliés et à nos adversaires le message que nous hésitons». Crédits photo : Georges Merillon

INTERVIEW EXCLUSIVE - Son ancien rival porte un jugement sans concession sur le bilan du président américain, après presque un an de pouvoir. Sur l'Afghanistan, l'Iran, le Proche-Orient, la Russie ou la Chine : «Peut mieux faire». «Vu l'émergence de la Chine et de l'Inde, l'Union européenne et les États-Unis vont devoir se rapprocher encore»

En marge du premier Forum sur la sécurité internationale d'Halifax, conférence organisée par le Canada et le German Marshall Fund, le sénateur républicain John McCain, 73 ans, ancien rival de Barack Obama pour la présidence, a accordé une interview au Figaro et à trois autres quotidiens européens (Suddeutsche Zeitung, Tagesspiegel et Gazeta Wyborcza).

LE FIGARO. - Alors que la décision du président Obama sur l'Afghanistan est maintenant une question de jours, beaucoup d'analystes comparent sa situation à celle du président Johnson au moment de l'engagement au Vietnam. Cette comparaison vous paraît-elle pertinente, à vous qui avez combattu au Vietnam ?

John McCAIN. - Les comparaisons entre les guerres sont rarement pertinentes, et elles dépendent de votre interprétation de la guerre. Mais les faits sont têtus. Quand les Nord-Vietnamiens ont envahi le Sud-Vietnam et qu'ils ont obtenu une aide massive de la Russie et de la Chine, il n'y avait plus de soldats américains au Vietnam. Nous avions terminé le retrait de nos forces. Vous n'apprendrez jamais ça à travers la description faite par la gauche américaine de la guerre du Vietnam. Dans les premiers temps de la campagne au Vietnam, on a mis en œuvre la tactique de Westmoreland consistant à «trouver et détruire l'ennemi», qui a échoué. Puis le général Abrahams est arrivé, il a lancé la vietnamisation, puis a retiré les troupes américaines. Prenons l'Irak : là aussi, la tactique inefficace de Westmoreland a été mise en œuvre par le général Casey et le secrétaire à la Défense Rumsfeld. Puis, le président Bush a eu le courage d'appeler le général Petraeus et le surge (envoi de renforts) a eu lieu. La vietnamisation avait marché, le surge a marché. Le surge peut marcher et marchera en Afghanistan si on y met les ressources suffisantes et si l'on convainc l'ennemi qu'on terminera notre mission avant de donner une date de départ. On gagne une guerre en brisant la volonté de l'ennemi. Et ce n'est pas en annonçant qu'on va partir qu'on y parvient !

Vous avez critiqué le président pour la lenteur de sa décision. Pourquoi ne pas lui laisser le temps de la réflexion ?

Le président a le droit de prendre son temps. Mais il y a deux problèmes. Le premier, c'est qu'une stratégie a été annoncée en mars. On a dit au peuple américain qu'on allait s'engager dans une stratégie de contre-insurrection. Puis, avec ce report de la décision - qui n'est pas vraiment de sa faute -, la population est sur le gril. Une attente aggravée par des fuites constantes dans la presse et des débats qui percent de l'intérieur de l'Administration. On a même eu la publication d'une dépêche de notre ambassadeur à Kaboul mettant en cause l'envoi de renforts ! Cette situation adresse à nos alliés et à nos adversaires le message que nous hésitons. Même nos militaires en sont ébranlés. Pendant la cérémonie qui a suivi la tragédie de Fort Hood, des sergents sont venus me voir et m'ont dit : «Sénateur McCain, nos hommes meurent. Allons nous y aller ou partir ?» On n'est pas dans un exercice statique et académique. La situation est bien réelle et elle se détériore, selon nos généraux. Cette détérioration signifie que les pertes augmentent, et que nous devons donc, soit inverser ce mouvement, soit partir. Reporter pendant des mois la décision est quelque chose que je préférerais que le président ne fasse pas. Mais bientôt, ce retard ne sera plus qu'un détail de l'histoire, puisque l'on dit que le président va annoncer sa décision après Thanksgiving (jeudi prochain, NDLR).

Que pensez-vous de la politique russe de la nouvelle Administration ?

Je trouve parfois amusant que nous nous accrochions à des fragments de phrases du président Medvedev pour nous persuader qu'il y a une percée majeure dans nos discussions. Nous savons très bien qui gouverne la Russie. Et nous savons qu'il (Vladimir Poutine, NDLR) est sur une ligne dure. Nous savons qu'il continue d'y avoir des violations des droits de l'homme, que des avocats meurent en prison et que des activistes sont abattus dans la rue.

Y a-t-il une forme de naïveté dans la politique étrangère d'Obama sur la Russie ou sur l'Iran ?

Je ne suis pas sûr de pouvoir la qualifier de naïve. Mais je peux dire qu'elle n'a pas de succès pour l'instant. Beaucoup d'entre nous avaient prédit qu'il n'y aurait pas de sérieuse contre-offre des Iraniens sur le nucléaire. On leur a en réalité donné un forum global pour exposer leurs vues radicales. De la même manière, je n'ai jamais pensé que les remarques de Medvedev à New York sur d'éventuelles sanctions contre l'Iran avaient une vraie substance. Beaucoup d'entre nous continuent de dénoncer l'attitude autocratique de M. Poutine et s'inquiètent de ses ambitions dans son «étranger proche», notamment en Ukraine et en Géorgie. Je ne crois pas qu'une nouvelle guerre froide va commencer. Mais je prévois une Russie plus affirmée dans la région et une répression grandissante des droits de l'homme.

Pensez-vous que l'Europe sous-estime l'agressivité de la Russie ? Faut-il être plus dur avec Moscou ?

La question n'est pas d'être dur. Mais de défendre les droits de l'homme comme nous l'avons toujours fait. Il faut négocier avec les Russes. Nous avons des négociations en cours sur les accords Start de désarmement. Mais la défense des droits de l'homme reste fondamentale alors que nous célébrons le 20e anniversaire de la chute du Mur. Pourquoi ce mur est-il tombé ? L'une des raisons, c'est que Reagan a dit : «Abattez ce mur M. Gorbatchev.» Les Russes sont sur le chemin de l'autocratie. Nous en parlons à voix haute. Cela ne veut pas dire que nous déclarons la guerre. Ronald Reagan n'a pas déclaré la guerre à la Russie.

Mais il y a eu la guerre en Géorgie et un échec de l'Occident et de l'Otan à l'empêcher.

Avec tout le respect que je dois au président Sarkozy, il s'est rendu sur place, a négocié un accord pour un cessez-le-feu et l'a présenté comme un grand succès. Pourtant, les Russes ne respectent toujours pas cet accord. Ce genre de négociation de crise exige plus qu'une simple séance photo. Les Russes occupent toujours des territoires en violation du cessez-le-feu et s'y livrent à des provocations. Ils ont reconnu l'Abkhazie et l'Ossétie du Sud comme des pays indépendants, en violation du droit international.

S'il n'y avait pas eu ce cessez-le-feu, les Russes auraient pu prendre Tbilissi…

Peut-être. Mais alors, pourquoi ne pas dire la vérité : on a permis d'avoir un accord qui a empêché ce scénario, mais les Russes ne respectent pas l'accord qu'ils ont accepté ! Le président Sarkozy ne peut se contenter de dire que le problème est réglé.

Préféreriez-vous une position plus dure sur les droits de l'homme de l'Administration Obama vis-à-vis de la Chine ?

Oui. Ce président est le premier à ne pas avoir rencontré le dalaï-lama. La secrétaire d'État, Hillary Clinton, avant sa première visite en Chine, a dit qu'elle n'allait pas parler des droits de l'homme. La manière dont a été orchestrée la visite en Chine du président Obama est quelque chose que je n'aurais jamais accepté. Je n'ai jamais tenu de conférence de presse où je ne prenais pas de questions… J'ai vu nombre de visites de présidents américains, je n'en avais jamais vu une où l'on se contente de parler des progrès entre les deux pays, sans ramener le moindre accord concret.

Vous critiquez beaucoup la politique étrangère d'Obama. Quels en sont les aspects positifs ?

Le président Obama est une personnalité extrêmement charismatique. Il est très intelligent et enthousiasmant. Il a lancé un message au monde pour dire que nous voulions coopérer et il a été reçu très chaleureusement partout. J'apprécie son talent. Mais je sais aussi que si vous dites aux Israéliens qu'il faut geler les colonies, que ces derniers refusent, que les pays arabes disent qu'ils ne viendront pas aux négociations, et qu'alors vous dites aux Israéliens qu'ils n'ont pas besoin de geler les colonies, il y a problème… Je n'aurais jamais dit aux Israéliens qu'ils devaient geler la colonisation à moins d'être sûr de pouvoir garder cette ligne. Comprenez-moi. Je veux soutenir le président des États-Unis. S'il prend la bonne décision sur l'Afghanistan, je serai là pour le soutenir. Mais j'essaie de dire respectueusement ce qui me semble être la bonne voie pour le pays.

Le Parti républicain fait face à un dilemme déchirant : consolider sa base conservatrice au risque de rester minoritaire, ou s'élargir vers le centre ?

Nous avons perdu deux élections de suite. Des défaites lourdes. Après de tels échecs, il y a toujours une période de débat. C'est sain. Ce qui attire l'attention de nombreux républicains, c'est le résultat des élections de Virginie et du New Jersey. Des candidats républicains qui avaient des lettres de créance conservatrices se sont concentrés sur les problèmes concrets de leurs États : les emplois ! Aucun des deux n'a fait de commentaire sur l'avortement. Ils ont compris qu'il fallait parler emplois, prêts aux PME, aides. Ils ont gagné.

Il y a longtemps eu une tradition de travail bipartisan au Congrès des États-Unis. Mais, vu la férocité des attaques qui fusent, ce temps paraît bien révolu.

Je le regrette sincèrement. Mais ce qui se passe en Amérique, c'est l'émergence d'un mouvement indépendant qui n'est satisfait par aucun des deux camps. Cette frustration s'est exprimée pendant les dernières élections. Les électeurs indépendants du New Jersey qui avaient voté Obama n'ont pas voulu du candidat démocrate un an plus tard. S'affirme aujourd'hui un mouvement de colère, qui n'a pas décidé où il veut aller. Ce réservoir de votes indépendants fait que nous ne savons pas ce qui va se passer. En Arizona, mon État, le taux de chômage est de 17 % ! Un enfant sur cinq a faim aujourd'hui en Arizona. Le climat politique en est complètement changé.

Le président Obama a-t-il surestimé le mandat donné par la population pour réformer le pays, sur la santé, le climat, l'énergie ?

Depuis que le président a été élu, la question numéro un n'est pas seulement l'économie, mais les dépenses. Le déficit budgétaire inquiète. Voilà pourquoi les gens sont soucieux quand il propose une réforme de la santé qui va coûter plus de mille milliards de dollars. Depuis son arrivée, il y a une implication excessive de l'État. Personne n'aurait pu imaginer que l'État fédéral deviendrait propriétaire de General Motors et de Chrysler. On a aussi un niveau de colère que je n'avais jamais vu jusqu'ici, entre Main Street (le pays réel) et Wall Street. Wall Street fait des profits obscènes, tandis que Main Street ferme ses petites entreprises par milliers. La colère est réelle.

Si le président passe sa réforme de la santé comme prévu, peut-il mettre sur le tapis la législation sur le climat en 2010, au vu de cette colère ?

Le président fera la seule chose qu'il puisse faire. Quand vous avez un chômage qui atteint 10 % et des économistes qui prévoient au moins une année avec la même tendance, vous devez vous en préoccuper en priorité. L'Amérique est très préoccupée par le changement climatique, mais elle est profondément perturbée par le chômage.

Une Chine en pleine ascension, une Amérique en déclin… Vous êtes d'accord ?

La Chine s'achemine vers un statut de superpuissance. La question est de savoir si cette accession sera pacifique et mutuellement bénéfique ou si elle débouchera sur une confrontation. Je vois deux visages de la Chine. Une Chine qui s'implique positivement sur la scène internationale. Et une autre Chine, qui a toujours une attitude particulière vis-à-vis de Taïwan et continue de réprimer les droits de l'homme. Laquelle émergera, ce n'est pas clair. Mais les Chinois sont des gens pratiques. À mon avis, ils agiront pacifiquement parce que c'est leur intérêt économique. L'émergence de conflits en Asie ne serait pas une bonne chose pour une Chine qui doit nourrir une population de 1,3 milliard d'hommes.

Et le déclin de l'Amérique ?

J'ai déjà entendu ça bien des fois, sous Carter par exemple… Mais je pense que notre pays a une grande capacité de résilience. Nous sortirons plus forts de cette crise. Mais je sais aussi que, vu l'émergence de la Chine et de l'Inde, l'Union européenne et les États-Unis vont devoir se rapprocher plus encore. Le Figaro

Giustizia disastro: 9 milioni di processi da smaltire

L’Italia è peggio di Angola, Gabon e Guinea. A Roma ci sono più avvocati che nell’intera Francia
MICHELE AINIS
Quanti sono i processi pendenti?
Stando alla cifra comunicata dal ministro Alfano nell’ultima relazione al Parlamento sullo stato della giustizia (gennaio 2009), quasi 9 milioni. Più precisamente, 5.425.000 processi civili e 3.262.000 penali. A propria volta il rapporto Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia), che s’estende a una cinquantina di Paesi anche extraeuropei, ci aiuta a fare qualche paragone. Nel 2006 in Italia le cause civili pendenti nelle corti di prima istanza erano 3,68 milioni, molto più di quelle non ancora decise in Francia (1,16 milioni), Germania (544 mila) e Spagna (781 mila) messe assieme. Ancora peggiore la situazione per quanto riguarda le cause penali pendenti nei tribunali di primo grado. In Italia erano più del doppio (1,2 milioni) rispetto al dato complessivo di Germania (287 mila), Spagna (205 mila) e Inghilterra (70 mila). Ma in generale solo la Francia, fra tutti i Paesi presi in considerazione dal Rapporto, supera il milione di cause pendenti (1.165.192). Quanto ai reati più gravi (come omicidio, rapimento, criminalità organizzata, traffico di stupefacenti), in Italia i procedimenti giacenti alla fine del 2006 erano 1.204.151 nel primo grado, mentre in Inghilterra 70.610, in Germania 287.223 e in Spagna 205.898.

Quanto durano i procedimenti?
Facciamo parlare nuovamente Alfano: 960 giorni per il primo grado e 1509 giorni per il giudizio di appello nel civile; 426 giorni per il primo grado e 730 per il grado di appello nel penale. Questo significa - come aggiunge il rapporto Doing Business 2009 - che per recuperare un credito originato da una disputa commerciale in Italia servono 1210 giorni, contro 331 giorni in Francia, 394 in Germania e 515 in Spagna. Significa altresì che un processo per sfratto dura in media 630 giorni (in Canada 43), mentre un contenzioso per incassare assegni a vuoto si conclude dopo 645 giorni (in Olanda dopo 39). Dipende però dal domicilio, dato che ogni processo può durare il triplo per chi risiede nel Mezzogiorno (rapporto di CittadinanzAttiva, novembre 2009).

Quanti rinvii, quante prescrizioni?
I primi colpiscono ogni giorno 7 processi su 10, ossia il 76,1% dei procedimenti penali fissati per il dibattimento ordinario (Eurispes 2008). Quanto alle prescrizioni, nel 2007 hanno raggiunto la cifra record di 209.779 declaratorie, che nel distretto di Napoli significa un reato estinto ogni 13 minuti. Qualche giorno fa (19 novembre) il ministro Alfano ha diffuso un dato un po’ più basso: vanno in prescrizione 170 mila processi l’anno. In ogni caso è un’amnistia di massa, ma solo per chi ha quattrini da elargire agli avvocati; e senza neppure la necessità di scomodare il Parlamento, com’è accaduto per l’indulto nel 2006. Altrove niente indulti, niente prescrizioni. E così - per citare un solo esempio - il primo presidente della Corte di Cassazione francese, Vincent Lamanda, nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario (7 gennaio 2009), ha raccontato che loro impiegano 15 mesi per chiudere un processo civile, appena 4 mesi per un processo penale. Più in generale, in Francia le corti d’appello - sempre in materia civile - arrivano a sentenza in 12 mesi, in 7 mesi i Tribunaux de grand instance e in 5 mesi gli altri tribunali.

Troppi gradi di giudizio?
Ne abbiamo tre, e questo chiama in causa innanzitutto il ruolo della Cassazione, che in Italia deposita 30 mila sentenze all’anno, contro le 75 dell’Inghilterra. È evidente che abolire il ricorso in Cassazione - come ha proposto l’anno scorso Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense - taglierebbe i tempi di un terzo. Ma neanche l’appello è un passaggio obbligato dappertutto. Negli Usa soltanto i condannati a morte hanno una revisione automatica del giudizio. Gli altri possono chiederlo a condizione che la condanna sia sproporzionata o che nel processo di merito vi siano state gravi e numerose violazioni costituzionali, e l’ottengono solo se rientrano in quel numero decisamente piccolo di casi in cui una corte d’appello prende in considerazione la richiesta di certiorari. A sua volta l’appello non consiste nel rinnovo del dibattimento, bensì nella revisione formale del verbale. Tocca al condannato dimostrare che il verdetto di primo grado merita di venire rovesciato. Ma nel 2004, su 45 milioni e 200 mila procedimenti giudiziari, i casi in appello erano 273 mila.

Quanto costa la giustizia?
Secondo il rapporto Cepej, spendiamo per il nostro sistema giudiziario 4,08 miliardi di euro, contro i 3,35 della Francia e i 2,98 della Spagna. Spendono più di noi, in valore assoluto, Germania (8,73 miliardi) e Gran Bretagna (6,07 miliardi). In queste cifre, però, vengono anche inclusi i fondi per il patrocinio legale gratuito, dove siamo i più micragnosi: appena 86,5 milioni l’anno. La Germania spende oltre 6 volte di più, la Francia circa il quadruplo e la Spagna il doppio. Per non parlare della Gran Bretagna, che destina all’assistenza legale più della metà del proprio budget (3,35 miliardi su 6,07). Tolte le somme per il patrocinio gratuito, soltanto la Germania si rivela quindi più generosa dell’Italia. Quanto alle componenti della spesa, in Italia i salari coprono quasi il 70% dell’intero budget, molto più che in Francia (meno del 50%) e Germania (meno del 60%). C’è poi da aggiungere il costo della «malagiustizia»: in base alla legge Pinto, gli indennizzi pagati dallo Stato per risarcire i cittadini danneggiati dall’eccessiva durata dei processi ammontavano a 1.266.355 euro nel 2002, 10.730.000 nel 2005, 24.999.847 nel 2008 (e la proiezione per il 2009 è di 34 milioni di euro). Fra le dolenti note, anche gli investimenti per l’informatizzazione: secondo la classificazione del Cepej, i tribunali italiani si piazzano ancora a un livello «moderato» di informatizzazione, quelli francesi a un «alto» livello, mentre quelli tedeschi, britannici e spagnoli a un livello «molto alto».

Quanto costa ogni processo?
Nel 2008 il ministro Alfano ha comunicato un dato stratosferico: 670 mila euro (Osservatorio sulla legalità e sui diritti). Ma anche il rapporto Doing Business 2009 della Banca mondiale ci piazza in prima fila: in Italia il costo processuale è il più alto d’Europa, ossia il 29,9% del valore della causa (e il 21,8% solo di parcelle agli avvocati), quando in Germania s’attesta al 14,4%, in Austria al 18%, in Francia al 17,4%, in Finlandia al 10,4% appena. E meno male che il nostro ordinamento non prevede la condanna a morte: negli Usa il «Miami Herald» ha calcolato che ogni detenuto in attesa d’esecuzione capitale costa 3,2 milioni di dollari.

Quanto lavorano i giudici?
Secondo il ministro Brunetta (settembre 2009), non più di quattro ore al giorno. Da qui la proposta di mettere i tornelli nei palazzi di giustizia, che ha scatenato un putiferio. In realtà ogni magistrato, come del resto ogni docente, svolge buona parte del lavoro fuori dall’ufficio, studiando e scrivendo a casa propria. C’è da aggiungere però che il Csm autorizza circa 2 mila incarichi extragiudiziari l’anno (dal novembre 2007 al maggio 2008 ne hanno beneficiato 1044 magistrati, per un totale di 11 mila ore di lavoro svolte fuori dalle aule giudiziarie, come ha calcolato Lagattolla sul Giornale). E c’è da aggiungere altresì che la produttività del lavoro giudiziario (come documenta un saggio di Stefano Livadiotti) crolla di anno in anno: i fascicoli chiusi «pro capite» dai giudici italiani sono passati da 654 nel 2001 a 533 nel 2006. In ogni modo, per i rinvii causati dall’assenza del giudice titolare dell’udienza la maglia nera spetta al Sud, dove i rinvii arrivano al 29,1%; viceversa nel Nord Ovest la percentuale è del 3,8% (Eurispes 2008). Quanto agli organici, in Italia disponiamo di 11 giudici ogni 100 mila abitanti, contro gli 11,9 della Francia e i 10,1 della Spagna (CittadinanzAttiva 2009). Più o meno nella media; i verbi difettivi colpiscono cancellieri e impiegati, perché nel 2003 ce n’erano 45 mila, nel 2009 sono diventati 42 mila, e hanno tutti intorno ai cinquant’anni. Infine lo stipendio medio dei giudici italiani è più basso dei loro colleghi europei a inizio carriera, più alto alla fine della corsa: rispettivamente 37.454 euro, contro 35.777 dei francesi, 38.829 dei tedeschi, 45.230 degli spagnoli; e 122.278 euro, contro 105.317 dei francesi, 86.478 dei tedeschi, 115.498 degli spagnoli (Cepej 2008).

Quanti sono gli avvocati?
236 mila, con la conseguenza che Roma conta più avvocati dell’intera Francia. E poi su Roma marcia l’esercito dei cassazionisti, che in tutta Italia sono 37.902 (dato 2006), mentre in Francia non raggiungono il migliaio. Più in particolare, la Spagna dà lavoro a 155 mila avvocati, il Regno Unito a 140 mila, la Germania a 147 mila, la Francia a 48 mila, la Svezia soltanto a 4503 avvocati (Eurostat 2008). Che in Italia il loro abnorme numero sia causa o effetto della gran mole di processi che ci portiamo sul groppone, lasciamolo al giudizio dei lettori. Ma non c’è dubbio che la lobby degli avvocati sia ben presente in Parlamento. Nel 2001 soltanto Forza Italia ne fece eleggere 44; alle elezioni del 2008 la categoria è arrivata in vetta nella graduatoria delle professioni (sono il 14% alla Camera e il 14,3 % al Senato).

Troppo garantismo?
Intanto, troppi uffici giudiziari; sicché per esempio i giudici di pace sono sparsi in 846 sedi. Stando al rapporto Cepej, l’Italia dispone di 1292 tribunali, più che in Inghilterra (595), Spagna (703), Francia (773) e Germania (1136). Mentre il rapporto di CittadinanzAttiva osserva che il 56% degli uffici giudiziari hanno non più di 20 magistrati, e una sessantina si trovano in posti dove c’è già un tribunale. Per tagliare la testa al toro potremmo imitare gli Usa, dove le 13.500 Lower Courts gestiscono 90 milioni di casi l’anno, senza giudici professionali (spesso neppure diplomati), senza avvocati, senza un verbale delle udienze. Trattano i reati minori e le piccole cause civili, e se la sbrigano in pochi minuti. Da un eccesso all’altro.

Abbiamo troppe leggi?
È il fardello più pesante che ci portiamo addosso, dal momento che il troppo diritto rovescia i torti e le ragioni, alimenta il contenzioso, e in conclusione intasa i tribunali. Abbiamo in circolo 50 mila leggi, ma il ministro Calderoli sta per ridurle a 11 mila. Ottimo risultato, purché in futuro i nostri governanti smettano d’usare la penna d’oca del burocrate, che rende ogni legge incomprensibile ai comuni mortali. Purché una buona volta chiudano il rubinetto del diritto, dato che dal maggio 1948 all’aprile 2009 il Parlamento ha licenziato 15.627 leggi (Sole 24 Ore, 27 aprile 2009). E purché infine lascino alle riforme il tempo d’assestarsi, senza scalzarle in un minuto attraverso l’ennesima riforma della legge di riforma. Due soli esempi: dopo la legge n. 69 del 2009 che ha sfoltito i riti civili, quest’ultima disciplina si affianca a quella del 2006, e intanto perdura il trascinamento delle vecchie norme procedurali antecedenti al 2006. Mentre la depenalizzazione del rifiuto di sottoporsi ai test su droga e alcol per chi guida, scattata ad agosto 2007, è stata abolita dopo 9 mesi, nel maggio 2008. La Stampa

dimanche, 22 novembre 2009

Casini: il PdL accetti la proposta del minilodo

Roma - Pier Ferdinando Casini lancia un appello alla maggioranza affinché accetti la sua proposta su una legge ponte sul legittimo impedimento, una specie di 'mini lodo', ed eviti di 'sfasciare' la giustizia con il ddl sul processo breve. "Propongo di impedire lo sfascio della giustizia italiana e dico alla maggioranza: fermatevi sul processo breve perché sfasciate la giustizia in Italia", ha detto il leader dell'Udc a margine degli Stati generali del Partito del Lazio. "Sempre rivolto alla maggioranza, l'ex presidente della Camera ha aggiunto: "assumetevi la responsabilità in Parlamento di spiegare al paese che il problema è Berlusconi. La legge sul legittimo impedimento è molto più onesta, leale e trasparente ed evita lo sfascio del sistema giudiziario italiano" che ci sarebbe con il processo breve che fra le altre cose "annega le vittime dei reati". Ma non è incoerente con il vostro 'no' alle legge ad personam? Gli chiedono i giornalisti. "E' l'assunzione di responsabilità davanti al paese e l'obiettivo principale è evitare lo sfascio della giustizia. Io sono d'accordo con l'Anm - è la risposta di Casini a proposito del processo breve - questo provvedimento è inemendabile".

Bocchino: sì, ma con il processo breve "La proposta di Casini di normare il legittimo impedimento è interessante, ma va considerata in aggiunta ai provvedimenti già proposti dalla maggioranza, compreso il processo breve. Se non si considera tale proposta come complementare rischia di apparire un tentativo dilatorio o teso a dividere la maggioranza": così Italo Bocchino, vicepresidente vicario del Gruppo Pdl alla Camera. 

Gasparri: no a scelte al ribasso "Nell'agenda politica le questioni vanno tenute distinte. Le riforme istituzionali sono necessarie da decenni e su esse va cercato il confronto delle parti, considerando presidenzialismo, federalismo, meno parlamentari e giustizia come temi ineludibili. Scelte al ribasso non ci vedono disponibili": così il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. "Ci sono poi le leggi ordinarie per una giustizia più rapida, il processo penale e altri temi che vanno discussi senza esitazioni. C'é poi, e lo diciamo con chiarezza, la battaglia di libertà contro le persecuzioni giudiziarie ai danni di Berlusconi. La democrazia - sottolinea - va difesa da vietcong alla Ingroia. Lo facciamo alla luce del sole convinti che siano in corso manovre, quelle sì, degne di processi e condanne".

Martedì via all'esame del processo breve "Martedì pomeriggio avrà inizio nella commissione Giustizia del Senato la discussione sul ddl sulla 'ragionevole durata del processo': il relatore del provvedimento è il senatore Giuseppe Valentino e con la sua relazione si incardinerà l'iter del ddl", ha detto Gasparri. "Mi auguro che entro l'anno - ha aggiunto Gasparri - il Senato si possa esprimere". Gasparri ha poi spiegato che sarà Filippo Berselli, presidente della commissione Giustizia del Senato, "a decidere i successivi tempi della discussione che per ora non sono stabiliti a parte quelli relativi all'incardinamento del provvedimento". Gasparri ha sottolineato che il ddl "non può essere definito sul 'processo breve', in quanto fissa in circa nove anni, compresi i due anni di indagini, il tempo entro il quale un procedimento deve essere concluso: questo lasso di tempo non può certo essere definito breve, per questo è meglio parlare di 'ragionevole durata del processo' ". Per quanto riguarda l'atteggiamento dell'opposizione, il capogruppo del Pdl al Senato ha rilevato che "per ora continua ad essere di tipo contrario e negativo". "Ricordo solo che su questa vicenda ci sono proposte della sinistra che sono molto più generose della nostra, noi dal ddl abbiamo escluso i reati di allarme sociale". Il Giornale

Inglesi bianchi, poveri e violenti

SIMONA TOBIA - da Bristol

Hate on the doorstep“, odio sulla soglia di casa: così s’intitola l’ultima puntata del pluripremiato programma della Bbc, Panorama, che mostra oltre 50 aggressioni sia verbali sia fisiche ai danni di due giornalisti in incognito.

Quell’odio era anche sulla soglia di casa di chi scrive. Il documentario è girato a 5 minuti di distanza, in un’area di Bristol chiamata Southmead, dove i due giornalisti di origine asiatica hanno vissuto per otto settimane fingendosi un’ordinaria coppia di immigrati pachistani e registrando con telecamera nascosta tutti gli attacchi subiti, per lo più a sfondo razziale.

Escludendo Londra, è Birmingham, che conta poco meno di 1 milione di abitanti, il centro con il più alto numero di reati contro la persona (21.767) e di molestie (4.584). Segue Leeds, 715 mila abitanti, con 12.478 crimini contro persone e 2.179 molestie. E poi Manchester, dove il conto dei crimini veri e propri scende a 12.428, ma le molestie sono 3.214.

Dati ancor più impressionanti se considerati in rapporto al numero di abitanti: 393 mila (dati dell’Ons, l’ufficio nazionale delle statistiche). Questi sono solo i numeri dei casi denunciati alle autorità. E non è una coincidenza che il fenomeno riguardi le città con il più alto tasso di disoccupazione. Il primo e unico rapporto specifico sui crimini classificati come “hate crime” (crimini di odio, che comprendono quelli a sfondo razziale e religioso, nonché le violenze domestiche e quelle ai danni di disabili e omosessuali) è stato pubblicato dal Crown prosecution service a dicembre 2008.

I dati sono impressionanti: nei tre anni precedenti vi sono state 200 mila condanne per crimini aggravati dalla componente di odio, con un aumento del 9 per cento. I colpevoli erano in maggioranza uomini: nell’81 per cento dei casi bianchi e nel 78 per cento dei casi “white British”, bianchi britannici. Vi sono stati 170 mila imputati perseguiti per violenza domestica (per il 94 per cento uomini) e 33 mila perseguiti per crimini aggravati dalla componente razziale o religiosa (per l’85 per cento uomini e per il 76 per cento “white British”).

I dati sono chiari: l’incidenza di molestie e crimini contro la persona s’impenna nelle comunità povere, spesso in quelle abitate da bianchi di origine britannica, e dove impera la disoccupazione che in questi mesi ha toccato livelli record per la crisi economica. Il 21 ottobre la
Joseph Rowntree foundation
(Jrf) ha pubblicato un rapporto, stilato dalla giornalista Karen Day, che per la prima vol ta ha misurato l’impatto reale della crisi sui quartieri più poveri.

Il rapporto mostra come queste aree siano la prova di quanti miglioramenti si possano raggiungere quando i servizi sociali funzionano, ma anche di quanto devastante sia il malfunzionamento o la totale assenza di supporti. Con la recessione, parecchi comuni hanno tagliato le spese dei servizi sociali.

Contemporaneamente il tasso di disoccupazione giovanile ha subito un’impennata; in comunità che già erano povere l’impatto è stato devastante. In tutte le aree disagiate visitate da Karen Day il tasso di disoccupazione giovanile è molto alto ed è sempre associato al crimine, al consumo di droga e all’abuso di alcol. La fascia d’età tra 16 e 24 anni è quella più a repentaglio. “C’è una chiara connessione” ha confermato l’autrice a Panorama “tra interruzione degli studi, mancanza di qualificazione, disoccupazione e comportamenti antisociali”.

La recessione dei colletti bianchi sta pesando duramente su aree che erano già svantaggiate, con il risultato di far aumentare esponenzialmente il numero di coloro che sono risucchiati nella cosiddetta “poverty trap”, la trappola della povertà da cui pare poi impossibile uscire. La disoccupazione aumenta tra i lavoratori manuali non o poco qualificati, che diventano anche l’epicentro della criminalità giovanile.

Il dato che maggiormente fornisce la misura del peso della recessione è il numero di persone che vivono con sussidi di disoccupazione. In crescita da 19 mesi consecutivi, ha raggiunto un totale di 1,626 milioni a settembre 2009. Il numero è più che raddoppiato da prima della crisi quando, a febbraio 2008, vi fu il livello più basso di richieste di sussidi: 789 mila. Chi vive di assistenza sa che sarà molto difficile trovare un lavoro che renda più del sussidio di disoccupazione. Karen Day afferma che “il sussidio è un’entrata fissa, rappresenta una sicurezza e molti non se la sentono di rinunciarvi “.

Mentre Ruth Stark, assistente sociale e rappresentante della British association of social workers, sostiene che “in questi quartieri disagiati non c’è niente da fare e i trasporti diretti in centro hanno per molti costi proibitivi. Così i giovani restano intrappolati nel ciclo della povertà e prendono la strada del crimine“. L’immagine del Regno Unito multietnico e multiculturale è reale, ma riguarda le zone centrali e più ricche di città come Bristol e Birmingham. Nei quartieri disagiati, dai quali spesso non si esce neppure per andare a fare la spesa, la popolazione è per la maggior parte bianca.

Un esempio? La zona di Barkerend a Bradford, una delle città analizzate da Day, abitata per il 90 per cento da bianchi e dove il 9 per cento della popolazione vive di sussidi. È qui che si sviluppano molte delle tensioni razziali presenti nel paese, le stesse che alimentano l’ascesa del British national party (Bnp), il partito di estrema destra che propone nel suo programma politico di far ritornare tutti gli immigrati a casa loro in Africa o in Asia, per restituire il paese ai “white British”.

Questo partito ha ottenuto due seggi al Parlamento europeo e poco importa se il milione di persone che lo ha votato forse non è del tutto d’accordo con il leader Nick Griffin. Mark Wickham-Jones, professore di scienze politiche all’Università di Bristol, è convinto che “sia il razzismo, diffuso soprattutto in certi strati sociali, alla base della crescita del Bnp, e non il contrario.

È vero però che il Bnp e gli altri partiti politici fomentano idee vagamente razziste, al grido di “lavori inglesi per lavoratori inglesi”, perché è un modo per ottenere voti facendo leva sulle paure della gente”. Wickham-Jones conosce la realtà di Southmead e sostiene che “la mancanza di aspirazioni e il fatto che non ci sia nulla di meglio da fare sfocia in comportamenti antisociali in comunità dove il razzismo è tra i problemi alimentati dall’impoverimento e dalla crisi, ma anche dal fallimento dei partiti maggiori nel fornire una guida per lo sviluppo di una società multiculturale”.

Così può capitare che una sera passando da una delle strade di Southmead riprese nel documentario della Bbc un ragazzotto incappucciato nella sua felpa grigia tiri contro la tua macchina una bottiglia. O, se sei meno fortunato, che mentre cammini per strada da solo, tre o quattro ragazzi si divertano a tirarti qualche pugno o calcio senz’altra ragione apparente che il gusto di farlo. Panorama

Un militaire tué a l'arme blanche près de Reims

Ãgé de moins de 20 ans, il aurait reçu une dizaine de coups de couteau lors d'une altercation avec un de ses camarades. Ce dernier a d'abord pris la fuite avant de se rendre.

Un militaire âgé de moins de 20 ans a été tué à l'arme blanche, vraisemblablement par un de ses camarades du 501e régiment de chars de combat de Mourmelon (Marne), avec qui il se trouvait en manoeuvres dimanche matin dans la région de Reims. L'auteur présumé des coups de couteau, qui avait fui dans un premier temps, s'est rendu de plein gré au commissariat de police de Reims où il a été placé en garde à vue, a-t-on appris auprès du parquet de Reims. Le jeune soldat, qui serait mineur, selon la gendarmerie, devait être transféré et entendu par la section de recherche de la gendarmerie de Reims.

Une altercation entre les deux militaires semble être à l'origine du drame, qui s'est produit dimanche vers 6h30 sur un terrain militaire du fort de Montbré (Marne), à une dizaine de kilomètres au sud de Reims. Les deux militaires «bivouaquaient avec plusieurs autres de leurs camarades», selon le procureur de Reims, Fabrice Belargent, qui s'est exprimé sur le journal régional de France 3. «Leurs camarades qui dormaient ont été réveillés parce qu'ils ont entendu des cris. Lorsqu'ils sont sortis de leur tente, ils ont constaté qu'un de leur camarade était blessé et ils ont vu dans le même temps un autre militaire qui prenait la fuite», sans son arme de dotation (donnée par l'armée à des jeunes engagés, ndlr), a ajouté le procureur.

 

Des militaires en formation

 

Le militaire décédé aurait reçu une dizaine de coups de couteau, selon une source judiciaire, qui indique que les deux militaires avaient été incorporés au régiment début novembre. L'arme blanche utilisée ne faisait pas partie des équipements de dotation donnés à ces jeunes engagés, selon le lieutenant Laetitia Poulet, officier de communication du régiment.

Lors du drame, la victime et son agresseur présumé étaient de faction, chargés de surveiller le campement, a indiqué le lieutenant Poulet. Trente personnes faisaient partie du campement, dont vingt engagés volontaires et dix personnes pour les encadrer, selon le lieutenant Poulet, qui indique que ces manoeuvres, «une première initiation au terrain», avaient débuté vendredi soir et devaient s'achever lundi matin. Les deux jeunes militaires étaient «dans la toute première partie de la formation du soldat», selon le colonel Jean-Luc Cotard, chargé de communication pour la région nord-est, qui a qualifié cet événement de «dramatique».

Le 501e régiment de chars de combat de Mourmelon est équipé de chars Leclerc et son numéro figure historiquement au sein de la 2e division blindée, a précisé le colonel Cotard.

D'importants moyens de gendarmerie avaient été déployés initialement pour rechercher le militaire en fuite, avant qu'il ne se rende. Le Figaro

Aubry défend l'adoption par les couples homosexuels

Devant les jeunes socialistes réunis en congrès à Grenoble, la première secrétaire du PS a accusé Nicolas Sarkozy de faire «honte à la France en voulant opposer identité nationale et immigration».

La première secrétaire du PS, Martine Aubry, a défendu dimanche l'adoption par les couples homosexuels, devant des centaines de militants rassemblés pour le 9e congrès du Mouvement des jeunes socialistes (MJS). «Nous voulons qu'on puisse aimer qui on veut... Nous sommes pour le mariage et l'adoption» par les homosexuels, a déclaré Aubry à Grenoble. «L'Etat ne doit pas nous dire avec qui nous marier» et «qui on doit aimer», a-t-elle ajouté, alors que début novembre, un tribunal de Besançon a autorisé l'adoption d'un enfant par un couple d'homosexuelles.

Elle a également évoqué les mariages mixtes. «Je n'oserai pas citer» le ministre de l'Immigration «Eric Besson qui a parlé des mariages gris pour que la honte l'atteigne définitivement», a-t-elle déclaré. Par «mariages gris», Eric Besson a récemment désigné des mariages qui seraient conclus entre un étranger et un Français de bonne foi, abusé par un étranger ayant pour but d'obtenir titre de séjour ou nationalité française.

Aubry a également vertement critiqué Nicolas Sarkozy au sujet du débat sur l'identité nationale: «Nicolas Sarkozy fait honte à la France en voulant opposer identité nationale et immigration. Et il a tort de penser que cette fois-ci les Français le suivront», a dit Aubry, se disant «fière d'être basque et française». Nicolas Sarkozy a qualifié début novembre de «nécessaire» et «noble» le débat controversé sur l'identité nationale lancé par Eric Besson.

 

«Régularisation large des sans-papiers»

 

Martine Aubry a également déclaré que le PS devait «défendre une régularisation large des sans-papiers», sur critères, un sujet qui sera abordé mardi au bureau national du PS. «Les Français ont compris que ces milliers de sans papiers qui sont aujourd'hui exploités dans les entreprises et qui font grève doivent avoir leurs papiers», a-t-elle ajouté. Dimanche, le ministre du Travail Xavier Darcos a annoncé son souhait de donner aux préfets la possibilité de prononcer la «fermeture administrative» des entreprises employant des travailleurs sans papiers. Aubry a également appelé les militants du MJS à faire avancer la lutte contre les discriminations, en reconnaissant que son parti avait été «mauvais là-dessus».

Au sujet de la querelle entre Vincent Peillon et Ségolène Royal, qui «agace» nombre de jeunes militants, Martine Aubry a balayé la question dès le début de son discours. «Je ne suis pas là, même s'il y en a que ça intéresse, pour parler des petites phrases. Je suis là pour porter toute la gauche au sommet. C'est la seule chose qui intéresse les Français, tout le reste est dérisoire», a-t-elle souligné. «Je ne suis pas là pour savoir comment Rama Yade est habillée au gouvernement et si elle s'est engueulée avec Rachida Dati, savoir si untel a un problème d'ego ou un petit problème de relation», a-t-elle ajouté devant la presse.

Par ailleurs, Martine Aubry a justifié l'absence du PS au Forum Copenhague organisé la veille par Daniel Cohn-Bendit et son parti Europe-Ecologie, auquel participait François Bayrou, évoquant des vues divergentes sur le développement durable. «Daniel Cohn-Bendit a organisé un débat sur Copenhague où je remarque qu'on n'a pas beaucoup parlé de Copenhague. Je le regrette, mais tant mieux, il s'est réconcilié avec François Bayrou», a-t-elle ironisé. Elle avait auparavant appelé au rassemblement de la gauche.

Enfin, les jeunes socialistes ont élu leur nouvelle présidente, Laurianne Deniaud, 27 ans, qui succède à Antoine Détourné, pour un mandat de deux ans. Le Figaro

Après le déclarations de Bergé, Pécresse défend le Téléthon

La ministre de la Recherche a souligné dimanche le rôle "absolument crucial" des associations qui "permettent, grâce aux appels aux dons qu'elles font, de nourrir la recherche française", après les accusations de Pierre Bergé.

La ministre de la Recherche, Valérie Pécresse, a défendu dimanche le rôle "absolument crucial" des associations qui "permettent, grâce aux appels aux dons qu'elles font, de nourrir la recherche française", après les accusations de Pierre Bergé contre le Téléthon

L'homme d'affaires, à la tête du Sidaction, s'en était vivement pris samedi au Téléthon, qui selon lui "parasite la générosité des Français d'une manière populiste".

"Les organisateurs du Téléthon ont trop d'argent, ils achètent des immeubles", avait-il affirmé. Une accusation démentie par la présidente de l'Association française contre les myopathies (AFM), Laurence Tiennot-Herment, selon laquelle "L'AFM ne fait évidemment aucun placement financier dans l'immobilier".

Interrogée dimanche sur Radio J, Valérie Pécresse a souligné que "les associations permettent, grâce aux appels aux dons qu'elles font, de nourrir la recherche française, et donc le rôle de ces associations est absolument crucial".

"L'AFM a créé le Téléthon, ça a été un coup de génie, parce que personne ne s'intéressait aux maladies orphelines" a observé la ministre de l'Enseignement supérieur et de la Recherche, Valérie Pécresse.

"L'AFM a créé le Téléthon, ça a été un coup de génie, parce que personne ne s'intéressait aux maladies orphelines", a-t-elle ajouté.

La ministre a dit entendre "dans le cri de Pierre Bergé, le cri des associations qui se mobilisent sur le sida. J'entends un problème de santé publique très grave, qui est qu'aujourd'hui on s'intéresse moins à la question du sida parce qu'on la croit résolue".

"La recherche sur le sida continue de progresser, il y a des espoirs fantastiques, peut-être un jour un vaccin, et on ne peut pas couper les ailes à cette recherche, elle est absolument fondamentale", a-t-elle fait valoir.

"Les budgets du sida, je l'ai dit à Pierre Bergé, ils seront au rendez-vous", a promis Mme Pécresse. L'Express

Quatre complices présumés de Treiber devant le juge

Trois hommes et une femme devaient être présentés à une juge d'instruction d'Auxerre dimanche après-midi pour avoir aidé Jean-Pierre Treiber pendant sa cavale, puis être mis en examen pour "recel de malfaiteurs", un délit passible de trois ans de prison.

Des gendarmes attendent devant une entrée du palais de justice, dans la nuit du 20 au 21 Novembre 2009 au Palais de Justice d'Auxerre, ou le RAID a amené Jean-Pierre Treiber après son arrestation qui met fin à une cavale débutée le 8 Septembre.

"L'enquête a permis de déterminer qu'on avait les principaux complices", a indiqué à l'AFP François Pérain, procureur de la République d'Auxerre, même s'il n'exclut pas un rebondissement d'ici leur défèrement.

Trois couples d'une cinquantaine d'années, vivant dans trois villages de Seine-et-Marne, avaient été interpellés vendredi après l'arrestation de Jean-Pierre Treiber dans un appartement de Melun, puis placés en garde à vue et transférés à la Direction centrale de la police judiciaire (DCPJ), à Nanterre.

Deux femmes avaient été libérées samedi en fin de journée, faute de charges. Seule "l'aide matérielle" à un détenu en cavale est un délit, rappelle le parquet, telle qu'un don de nourriture, d'argent, de vêtements, ou la fourniture d'un logement.

Parmi les quatre personnes restantes, le seul qui connaissait Treiber avant son incarcération, en novembre 2004, est l'un de ses anciens collègues ayant travaillé avec lui sur un domaine forestier de l'Essonne. Avec sa compagne, retraitée de 60 ans, il a fourni un premier hébergement au fugitif.

"Ils partageaient leur repas", a expliqué M. Pérain.

Cet homme de 57 ans, ouvrier agricole, a mis le principal suspect de l'assassinat de Géraldine Giraud et Katia Lherbier en contact avec deux de ses connaissances. Le premier, un chômeur de 53 ans, a "assuré à une reprise le ravitaillement de M. Treiber en confiture et en fromage", selon le magistrat.

Le dernier homme, seul du groupe à être connu des services de police "pour une affaire de proxénétisme en 1985", a fourni à Treiber son deuxième hébergement, le studio dans lequel il a été arrêté. Il se présente comme "un mandataire pour la reprise d'entreprises en difficulté", a précisé le procureur.

Si elles sont mises en examen pour "recel de malfaiteurs", ces quatre personnes encourent trois ans d'emprisonnement et 45.000 euros d'amende. N'étant pas de la famille de Treiber, elles ne bénéficient pas de la disposition légale qui exonère les proches aidant un détenu en cavale.

Toutefois, souligne Jean-Félix Luciani, avocat pénaliste à Lyon, "les juges sont souvent mal à l'aise pour sanctionner l'hospitalité, et les sanctions réelles vont beaucoup dépendre de la personnalité de ces personnes, de leur intention, et de l'étendue de leur aide".

Selon lui, le tribunal correctionnel pourrait être plus indulgent "si ces gens ont sincèrement cru qu'ils aidaient un innocent, ou s'ils sont connus pour leur générosité".

Jean-Pierre Treiber, mis en examen pour évasion vendredi à Auxerre, puis placé en détention à Fleury-Mérogis, à 140 kilomètres de là, devrait pour sa part passer la journée de dimanche en prison. La date de sa deuxième audition devant la juge d'instruction n'est pas encore connue, selon le parquet. L'Express

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