dimanche, 08 novembre 2009
Il mondo ha bisogno di una Chiesa povera e libera
Brescia - Occorre pregare e lavorare "perché nasca un mondo fraterno in cui ognuno non viva per sé ma per gli altri": lo ha detto papa Benedetto XVI rivolgendo un saluto fuori programma alla piccola folla raccolta fuori dalla chiesa parrocchiale di Botticino Sera (Brescia) conclusa una breve visita alle spoglie di Sant'Arcangelo Tadini. Il pontefice ha così voluto anticipare alcuni temi che potrebbero costituire alcune delle chiavi di questa visita pastorale, quelli della carità e della solidarietà. Il Papa ha ringraziato i fedeli che lo attendevano nonostante la pioggia fuori dalla chiesa, per l' "accoglienza calorosa", segno - ha detto - di una "chiesa viva". A loro ha rivolto infine un saluto, una benedizione e l'augurio di buona domenica.
Preghiera a Piazza della Loggia Benedetto XVI durante il suo percorso in papamobile tra la parrocchia di Botticino Sera e il Duomo di Brescia si è fermato in Piazza della Loggia, davanti alla Stele che ricorda le otto vittime della strage del 28 maggio 1974. Una bomba fu fatta esplodere durante una manifestazione antifascista ed è tuttora in corso un processo che vede imputati alcuni militanti di Ordine Nuovo. Il Papa non è sceso dalla papamobile ma l'ha fatta fermare davanti alla targa, si è alzato in piedi, si è raccolto in preghiera ed ha fatto il gesto della benedizione.
Una chiesa "povera e libera", "così dev'essere la comunità ecclesiale, per riuscire a parlare all'umanità contemporanea" ed essere vicina alle sfide di oggi: crisi economica, immigrazione, educazione dei giovani. Lo ha detto papa Benedetto XVI nell'omelia della messa celebrata nel Duomo di Brescia, culmine di una sua visita pastorale nella diocesi. Parole riprese dal testamento spirituale di Paolo VI, al quale Ratzinger renderà omaggio qui e nella sua città natale, di cui ha sottolineato l'attualità. "L'incontro e il dialogo della Chiesa con l'umanità di questo nostro tempo stavano particolarmente a cuore di Giovanni Battista Montini in tutte le stagioni della sua vita". E dedicò tutte le sue energie - ha ricordato Ratzinger "al servizio di una Chiesa il più possibile conforme al suo signore Gesù Cristo, così che, incontrando lei, l'uomo contemporaneo possa incontrare Lui, perché di lui ha assoluto bisogno".
La "questione della Chiesa", del suo "disegno di salvezza" e del suo "rapporto col mondo", che tanto stava a cuore a Paolo VI, è anche oggi "assolutamente centrale" Citando parole dell'enciclica montiniana Ecclesiam suam, papa Ratzinger ha indicato tre concetti, "coscienza, rinnovamento, dialogo", che, a suo giudizio dovrebbero ispirare le relazioni tra Chiesa e "mondo moderno". La Chiesa dovrebbe, cioé, approfondire la "coscienza di se stessa", poi rinnovarsi guardando a Cristo, infine, coniugare la coscienza teologica con la vita vissuta. il che presuppone - ha detto - "una robusta vita interiore". Un rapporto, quello tra chiesa e mondo, che "gli sviluppi della secolarizzazione e della globalizzazione" hanno reso - ha sottolineato il papa - "ancora più radicale, nel confronto con l'oblio di Dio, da una parte, e con le religioni non cristiane dall'altra".
Anche il Papa ha bisogno di essere aiutato con la preghiera" anche se "tanti si aspettano" da lui "gesti clamorosi, interventi energici e decisivi": è uno dei tanti passaggi di Paolo VI citati da Benedetto XVI. La citazione è presa da un discorso del 1968 al Seminario lombardo, "mentre le difficoltà del post-concilio - ha ricordato Ratzinger - si sommavano con i fermenti del mondo giovanile". "Il Papa - disse allora Paolo VI, ripreso oggi da Benedetto XVI - non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesù cristo, a cui preme la sua Chiesa più che non a chiunque altro. Sarà lui a sedare la tempesta". "Non si tratta tuttavia di un'attesa sterile o inerte - aggiungeva - bensì di attesa vigile nella preghiera. E' questa la condizione che Gesù ha scelto per noi", e "anche il Papa ha bisogno di essere aiutato con la preghiera".
L'importanza del celibato dei sacerdoti è stata sottolineata da Benedetto XVI che si è rivolto anche ai preti e ai seminaristi. Sul tema, particolarmente attuale nell'attesa dell' annunciata Costituzione apostolica per gli anglicani che potrebbe ammettere in qualche forma anche se con molti limiti il matrimonio per i sacerdoti, Paolo VI aveva scritto un'enciclica, che Benedetto XVI ripropone in questo Anno sacerdotale. "Preso da Cristo Gesù fino all'abbandono di tutto se stesso a lui - questo il passaggio dell'enciclica citato oggi da Benedetto XVI - il sacerdote si configura più perfettamente a Cristo anche nell'amore col quale l'eterno sacerdote ha amato la Chiesa suo corpo, offrendo tutto se stesso per lei...La verginità consacrata dei sacri ministri - ha aggiunto sempre citando Paolo VI - manifesta infatti l'amore verginale di Cristo per la Chiesa e la verginale e soprannaturale fecondità di questo connubio". Il Giornale
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In Italia sono gli eredi del Pci a non aver mai fatto cadere il Muro
Non so come andrà a finire la ventilata nomina di Massimo D'Alema a ministro degli Affari esteri europeo. Non mi interessa neppure, in questa sede, pronunciarmi in merito ad essa. C'è un aspetto di questa vicenda, però, che introduce il tema di questa relazione. Tra gli ostacoli che si frappongono alla nomina, vi sarebbero le perplessità per il passato comunista di D'Alema.
Per gli italiani si tratta di un fatto inconcepibile. E' possibile ancora avere remore per chi ha alle spalle un passato fascista, ma non è stato mai sanzionata l'appartenenza al comunismo. Ciò, si dirà, dipende dalla particolare vicenda storica dell'Italia. Si tratta di una risposta non certo priva di una dose di verità ma debole e provinciale, che non tiene conto di cosa sia stato il Novecento e cosa siano stati i totalitarismi che lo hanno caratterizzato.
Io penso che la ragione vera della incapacità di comprendere quelle remore (e comprendere non significa per forza condividerle) è che, per l'appunto, in Italia non si siano mai fatti i conti fino in fondo con il comunismo anche perché quello italiano è stato considerato “diverso”, dotato di eccezionali quarti di nobiltà. Di seguito proverò a esporre sei ragioni storiche per le quali tutto ciò è avvenuto, senza per questo illudermi di essere esauriente e di passarle in rassegna tutte.
Prima ragione: le origini del partito
La prima si riferisce al momento di fondazione del partito, il 1921, venti mesi prima dell'avvento del fascismo. Il Pcd’i, per questo, è stato poco più di una setta con una scarsa presenza parlamentare, passato quasi senza soluzione di continuità dallo stato embrionale alla clandestinità. Ciò ha comportato due conseguenze: una di natura interna e l'altra, invece, legata all'incidenza che il partito ha avuto sulla storia nazionale.
Il Pcd’i, così come tutti gli altri partiti comunisti europei, nei suoi primi anni di vita è stato attraversato da lotte fratricide di incredibile violenza. Per averne un'idea basterà andarsi a rileggere il carteggio tra Togliatti e Gramsci. E non è peregrina l'idea che quel conflitto abbia inciso in maniera decisiva sulle sorti anche biografiche di colui il quale ha offerto il contributo intellettuale più importante alla storia del comunismo italiano: Antonio Gramsci.
Ma quei conflitti si svolsero nel corso del regime fascista, al riparo dai riflettori e dalle platee che il sistema democratico garantisce, assai spesso attraverso corrispondenze asimmetriche tra Mosca e le patrie galere italiane. Il fascismo, in qualche modo, è stato il cuscinetto che ha attutito la comprensione esterna della portata di quei conflitti, della loro violenza, della visione profondamente illiberale dei rapporti umani di cui erano la conseguenza.
Un documento emblematico, in tal senso, è rappresentato dai ricordi da Umberto Terracini, che pure al confino era stato espulso dal partito perché accusato di deviazionismo. Non aveva condiviso né la linea del social-fascismo né il patto tra l'Urss e la Germania nazista che aveva rappresentato il prologo della II guerra mondiale . In quell’espulsione, che Terracini condivise con Camilla Ravera, magna pars ebbe Togliatti, il quale, all'indomani della guerra, tornato Terracini dal confino, lo ricevette a Botteghe Oscure riconsegnandogli l'onore e un posto nel partito. Quel che ha dell'incredibile è che poté farlo senza una sola parola di spiegazione, come se, assieme al fascismo, anche i conflitti tra comunisti fossero finiti tra parentesi. In nessun altro grande partito comunista d'Europa ciò sarebbe stato possibile.
Seconda ragione: i comunisti e la guerra
La storia, a volte, propone dei paradossi. Tra questi vi è anche la circostanza per la quale una debolezza in un determinato momento storico può, in prospettiva, tramutarsi in ragione di forza. E' quanto è accaduto al Pcd’i al momento dell'abbandono della linea dei fronti popolari e, ancor più, al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Per comprendere fino in fondo il paradosso, può tornare utile una essenziale comparazione con il caso francese. Negli anni Trenta e nei prima anni Quaranta il Pcf, a differenza del Pcd’i, era un partito di massa, radicato nella società francese, forte, protagonista dello scontro politico in una grande democrazia, e che nella stagione dei fronti aveva conosciuto persino l'esperienza di governo.
Questa realtà lo portò, come si è già implicitamente detto, a non poter usufruire di nessuno sconto allorquando, al cambiamento di linea deciso a Mosca, si aprì la stagione della polemica intera. Le purghe, le espulsioni, gli scontri fratricidi si svolsero al cospetto di tutto il Paese e lasciarono una traccia profonda non solo nella vita del partito ma anche presso quella che oggi si definisce la pubblica opinione.
Andò ancor peggio al Pcf al momento nel quale Stalin decise di allearsi con Hitler, siglando il patto Molotov-Ribbentrov. Quel patto metteva l'esercito tedesco nella condizione di invadere la Francia, cosa che fece dividendola in due e sottoponendone una parte a un regime di occupazione, mentre nell’altra si formava un governo amico presieduto dal maresciallo Petain.
I militanti del Pcf, dunque, vennero a trovarsi nella drammatica situazione di dover scegliere tra la loro fedeltà internazionale e la loro condizione di cittadini francesi. Questa lacerante contraddizione si sarebbe iscritta nel dna del partito, al punto che la resistenza si inaugurò sotto l'egida di un generale di destra e nel nome della nazione anziché, come in Italia, nel nome dell'ideologia.
E il collaborazionismo dei comunisti con l'invasore consentì che, all’indomani della guerra, nella polemica politica essi fossero definiti senza scandalo "separatisti". Nemmeno il debito di sangue pagato nel corso della resistenza li avrebbe riconciliati del tutto con la nazione. La contraddizione tra fedeltà internazionale e fedeltà nazionale, d’altro canto, si sarebbe rinnovata al momento dell'occupazione tedesca da parte della Francia e ancor più quando scoppiò la guerra di Indocina.
Nulla di tutto ciò è accaduto, invece, al comunismo italiano. Innanzi tutto la sua debolezza, al momento dello scoppio della guerra - un'avanguardia, per lo più emigrata all'estero, con una rete clandestina in gran parte sgominata dalla polizia del regime -, lo mise al riparo dal dramma storico vissuto dai confratelli francesi.
Proseguendo nel paradosso, va inoltre considerato come il patto Molotov-Ribbentrop in Italia - per la particolare situazione geopolitica del Paese e ancor più per il regime vigente - poteva essere interpretato addirittura come momento di conciliazione tra la contingente vicenda nazionale e l’esperienza del socialismo internazionale. Così lo interpretarono eminenti esponenti del regime ma, quel che è più significativo, così lo vissero quei comunisti che avevano aderito al regime fascista, il più famoso dei quali rispondeva al nome di Nicola Bombacci. Sul loro giornale "La Verità" (traduzione dal russo di “Pravda”) inneggiarono all’avvenimento evidenziando come esso chiarisse definitivamente che in Italia la rivoluzione nazionale era la sola rivoluzione socialista possibile. Ma anche negli scritti diaristici di Giorgio Amendola si può rintracciare questa medesima tentazione.
Fuoruscendo poi dal paradosso, va notato come furono anche la debolezza del partito nel corso del fascismo e il particolare contesto geopolitico dell’Italia che consentirono al Pci, nel '43, di assumere la guida della resistenza senza scontare il peccato originale del quale, invece, si erano macchiati i comunisti francesi.
Terza ragione: il mito dell'italianità del Pci
Questo retroterra è fondamentale anche per spiegare la persistenza di un ulteriore mito storico che ha alimentato la leggenda della "italianità" del Partito comunista e, dunque, della sua diversità nello scenario del comunismo europeo. Questo mito ha un evento di fondazione, che è la cosiddetta “svolta di Salerno”. Oggi, grazie all'apertura degli archivi sovietici, è noto che quella scelta fu dettata da Stalin a Togliatti prima della sua partenza per l'Italia, e che essa rientrava a pieno nel realismo stalinista governato dalla categoria del "contemperamento delle forze".
Oggi si sa anche che Togliatti falsificò la data del suo viaggio di ritorno in Italia per accreditare la vulgata che la decisione di operare una tregua con la monarchia in vista della liberazione del territorio nazionale fu scelta autonoma della dirigenza italiana, dettata dall'aver voluto rendere autonomi e prevalenti gli interessi nazionali rispetto agli interessi dell'Internazionale comunista.
Quel mito, però, ha resistito molto a lungo. Ancora dopo la caduta del Muro vi erano fior di storici pronti a giurare sull’autonomia della scelta di Togliatti. E questo è potuto accadere anche perché il Pci non si è trovato di fronte ai conflitti tra la dimensione nazionale e la dimensione internazionale che hanno caratterizzato il dopoguerra di altri Paesi, come si è visto analizzando il caso francese.
Qualcosa che riguarda l’Italia e che propone lo stesso dirompente conflitto tra interesse nazionale e fedeltà internazionale provocato in Francia dalla guerra di Indocina o dall’occupazione della Germania è la questione di Trieste: non a caso, uno dei pochi terreni seri sui quali rischiò di incrinarsi il rapporto tra i comunisti e Nenni. Ma durò poco, perché la rottura tra Tito e Stalin nel 1948 portò addirittura i comunisti a ribaltare l'accusa di anti-italianità sulle forze di governo e, precipuamente, sul povero De Gasperi.
Un mito così resistente, per essere sostenuto, oltre a un evento di fondazione ha bisogno anche di una sua ideologia di riferimento. A questo si provvide attraverso un recupero del pensiero di Gramsci, opportunamente depurato dei suoi tratti più revisionistici, quelli che gli erano valsi l’accusa di cripto-trockismo. L'operazione di innesto di questo pensiero su una fedeltà terzinternazionalista mai posta in discussione, andava incontro a due evidenti falsificazioni: da un canto si sosteneva la naturale e scontata complementarietà tra sistemi di idee che, nella realtà delle cose, si erano invece scontrati in modo drammatico. E questa operazione fu agevolata dall'utilizzo cinico del martirio, al quale il rivoluzionario sardo era andato incontro scampando a una più che probabile espulsione dal partito. Dall'altro canto, si accreditava il gramscismo come rottura compatibile della ideologia stalinista in senso democratico quando non addirittura, in tempi recenti, persino liberale, omettendo il fatto che, per quanto in alcuni tratti in contrasto con lo stalinismo, non per questo il pensiero di Gramsci ha una cifra meno organicista e totalitaria. Per certi versi manca in quel pensiero quella “laicità” che allo stalinismo è assicurata dalla considerazione realistica della politica di potenza e dei rapporti di forza.
Inutile aggiungere, infine, come tutto ciò sia stato possibile anche grazie agli intellettuali che nel frattempo si erano trasformati in chierici della rivoluzione.
Quarta ragione: la debolezza del socialismo italiano
Altro motivo che ha contribuito a evitare che l'Italia facesse i conti con il comunismo è stata la debolezza politica del socialismo italiano. Debolezza numerica ma, soprattutto, debolezza ideale.
Dal punto di vista dei numeri, c'è da notare come nel '48, al momento del grande referendum tra libertà e asservimento al comunismo, Togliatti perse la partita principale, ma vinse la partita a sinistra. Il Pci uscì da quelle elezioni egemone nel suo campo. Dopo aver aggiogato il socialismo italiano al fronte popolare, con la sola eccezione di Saragat e dei suoi, ne assorbì gran parte della forza all'interno delle urne.
A questa egemonia numerica corrisponde, d'altra parte, anche una egemonia politico-culturale. Mentre in altri Paesi erano, in alcuni casi, i primi ministri socialisti a cacciare i comunisti dal governo e la scissione del sindacato giungeva a sancire la divisione del movimento dei lavoratori, in Italia Nenni assicurò l'asservimento a Mosca, annullando così di fatto una delle principali fonti della polemica anti-comunista, tanto più credibile perché proveniente da sinistra.
E non bastò nemmeno la svolta al momento della crisi ungherese a sanare del tutto la situazione. Basterà a tal riguardo ricordare le ombre della stagione demartiniana, ben condensate nella formula degli «equilibri più avanzati» per la quale il centrosinistra era unicamente immaginato come tappa di avvicinamento a una reintroduzione del Pci nell'area di governo.
Bisognerà attendere Craxi e gli anni Ottanta perché questa debolezza originaria del socialismo italiano fosse definitivamente sanata. Ed è da qui che discende, innanzi tutto, l'odio nei confronti del leader socialista che non è estraneo alla terribile sorte che gli venne riservata prima con l'esilio e poi con il rifiuto di poter tornare in patria a curarsi.
Quinta ragione: la vittoria del partito.
L'elenco dei motivi fin qui citati si espone a una contestazione. Si potrebbe dire: quasi tutto ciò vale fino al '53 e alla morte di Stalin, periodo nel quale è ormai difficile dubitare anche per i più tetragoni, che vi sia stato un collegamento fra il Pci e Mosca. Ma da allora in poi, privati dell’approdo alla rivoluzione internazionale, per i comunisti italiani sarebbe iniziata una nuova storia.
L'obiezione va presa in considerazione. Ma, d'altro canto, non si può omettere che proprio nel '53, pochi mesi dopo la morte del dittatore georgiano, il Pci conseguiva la sua più importante vittoria sul sistema politico italiano. L'essere riusciti a far fallire la legge elettorale voluta da De Gasperi, con la quale si sarebbe inserito un esplicito per quanto limitato collegamento tra la sovranità popolare e l'esecutivo, metteva fine alla stagione degasperiana e stabilizzava la centralità del partito di integrazione sociale nell'equilibrio tra i poteri.
Si fissava in questo momento un'anomalia italiana destinata a durare fino agli anni Ottanta. Mentre lo sviluppo sociale indotto dai processi di crescita economica nel resto d'Europa concedeva autonomia a settori sempre più ampi della società e favoriva la revisione degli assetti istituzionali (vedi la nascita della Quinta Repubblica in Francia), in Italia si fissava la centralità del modello di partito del Pci, e questo diveniva il fulcro per provare ad imporre uno sviluppo organicistico al sistema politico e, in fondo, allo sviluppo stesso della società italiana.
E’ proprio nel ‘53, insomma, che si pongono le premesse istituzionali per quella che, con termine polemico, è stata definita "partitocrazia", e che può essere intesa come una formula concisa che indica un regime retto da una regola consociativa. Lo sbocco più maturo di questa formula va rintracciato nel compromesso storico prima e poi nella cosiddetta stagione della solidarietà nazionale.
Sesta ragione: l’occultamento della radice anti-sistema del Pci
Queste strategie fondate sulla persistente centralità del partito, tendevano ad annullare - o quantomeno deprimere -, la conflittualità propria dei sistemi liberal-democratici. Esse però, piegando il parlamentarismo a scopi impropri, hanno avuto l’effetto di occultare la persistente natura anti-liberale e anti-occidentale del comunismo italiano. Ma quella persistenza è attestata, assai più che dalle affermazioni esplicite di Berlinguer sulla "terza via" e dalle teorizzazioni dell'eurocomunismo come un sistema che mirasse a superare la società capitalistica e l'economia di mercato, dalla sconfitta stessa di quel tentativo.
Fallita infatti la strategia del compromesso storico a causa del contesto internazionale e ancor più della sua incompatibilità con gli equilibri interni di una moderna democrazia capitalistica, il Pci non intraprende la via di un revisionismo di stampo socialdemocratico. Ritrova, piuttosto, la purezza della sua radice anti-sistemica che aveva edulcorato e dissimulato all'interno di strategie più complesse, tutte tendenti però alla presa del potere attraverso il noto percorso delle "casematte".
Infatti, la nuova svolta di Salerno voluta da Berlinguer al momento del terremoto in Irpinia, è una fuga verso l'alternativa morale. Da qui il rilancio del mito della diversità, l'antisocialismo esasperato, il definitivo sdoganamento della giustizia come arma di lotta politica.
E da qui deriva anche il successivo tentativo di occultare sotto le macerie di una presunta crisi morale di regime - in realtà la ragione prima del collasso va ricercata nella persistente volontà di controllare una società civile non più disposta a farsi sottomettere dai partiti - la portata storica della caduta del Muro.
In Italia non solo abbiamo assistito alle mobilitazioni di massa per festeggiare lo storico avvenimento da parte di coloro i quali, nella realtà dei fatti, quel muro lo avevano ricevuto in testa, ma abbiamo anche compreso poco di quanto quest’evento abbia pesato sugli sviluppi del nostro sistema politico perché ad esso si è cronologicamente sovrapposto quella crisi sviluppatasi a partire dal '92 che va sotto il nome di Tangentopoli. Sicché, ancor oggi, molti ritengono che l’Italia sia cambiata grazie a Tangentopoli e non già per la fine del comunismo.
In quest’equivoco, d’altra parte, risiede la ragione principale per la quale i comunisti veramente pensavano di poter arrivare al potere in Italia e gestire gli effetti della loro sconfitta storica. Sarebbe stato non solo un paradosso ma un destino beffardo, che avrebbe definitivamente avvalorato il mito della diversità del comunismo italiano.
Ribadiamolo, dunque, in conclusione: il comunismo italiano è stato diverso per contingenze storiche e geopolitiche, nonché per l’abilità politica dei suoi dirigenti e di uno in particolare. Ma non per questo è stato meno illiberale e anti-occidentale.
Il non aver voluto fare i conti fino in fondo con questa semplice verità è alla base dei tanti problemi che dal '92 in poi affliggono la nostra democrazia: il non aver accettato la vittoria di Berlusconi e nemmeno la sua presenza in politica. Il non aver chiuso i conti definitivamente con la pretesa di vincere in nome di una superiore moralità, magari attestata da un tribunale. Il non saper prendere distacco da minoranze giacobine che incarnano una volontà di sovvertimento rivoluzionario da perseguire attraverso le sentenze, moderni strumenti della rivoluzione.
Così si è allungato, ed è divenuto più difficile, il percorso dell'Italia verso la conquista di una democrazia compiuta. Mentre per altri Paesi l'esser stato comunista è, se non una colpa, quantomeno una responsabilità storica, in Italia gli eredi di quella grande e terribile storia sembrano annaspare tra un democraticismo che occhieggia all’America senza riuscire a cogliere la sostanza di quel grande Paese e una opzione socialdemocratica fuori tempo. Getano Quagliarello. L'Occidentale
19:07 Publié dans Saggi | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
I leader dell'Occidente non capirono quel crollo
Il Muro era venuto su in una notte, nel 1961, come un fungo sinistro e inatteso dopo una pioggia autunnale, voluto da Nikita Kruscev - il Segretario Generale del Pcus della destalinizzazione, che tante ingenue aspettative avrebbe generato in Unione Sovietica e nel mondo libero - e da Walter Ulbricht, il leader della Sed, il partito comunista della Ddr. Sarebbe crollato con gioioso fragore nella notte del 9 novembre 1989, quasi accidentalmente, quando migliaia di berlinesi dell'Est si sarebbero trovati, increduli, ad attraversarlo, prima, e ad abbatterlo, poi, perché avevano riposto (con maggior successo) le loro prudenti speranze in un altro Segretario del Pcus, l'ultimo: Michail Gorbaciov.
Con il crollo del Muro, simbolicamente, finiva anche la Guerra Fredda, che per oltre 40 anni aveva plasmato l'ordine del pianeta, di fatto unificandolo nel nome di quella divisione. Di lì a poco, Patto di Varsavia, Comecon e la stessa Urss sarebbero scomparsi, lasciando dietro di sé ben pochi rimpianti. Il mondo si sarebbe ritrovato non più diviso in due, noi e loro, e neppure unificato: bensì frammentato, politicamente e culturalmente, proprio mentre la globalizzazione cercava di scrivere il suo epilogo alla «fine della storia».
Privato del condominio competitivo realizzato da Urss e Usa, il mondo riscopriva una pluralismo fin troppo ricco per le strutture internazionali concepite o adattate durante la Guerra Fredda, e l'apparente trionfo occidentale dischiudeva invece una stagione di progressiva deoccidentalizzazione. La rinnovata politicizzazione, anche brutale, delle questioni identitarie e religiose rappresentava, nonostante tutto, la prima spinta nella direzione di un pluralismo culturale, di una multiculturalità, completamente assente dal tessuto delle istituzioni e della prassi politica internazionale.
Nel ventesimo anniversario della caduta del Muro, alcuni libri, in qualche modo complementari nell'offrire chiavi di lettura non necessariamente concordi, ci aiutano a ripercorrere i mesi che portarono al tonfo: 1989. La fine del Novecento, di Enzo Bettiza, 1989. L'anno che cambiò il mondo, di Michael Meyer e Giù la cortina. Il 1989 e il crollo del comunismo sovietico, di György Dalos.
La tesi principale di Meyer è che, contrariamente a convinzioni ancora largamente diffuse negli Stati Uniti, il crollo del Muro dipese essenzialmente dalle scelte di Gorbaciov e dalla deliberata volontà di Nemeth (il premier riformista ungherese) di provocare la frana dell'intero sistema comunista allo scopo di ricongiungere l'Ungheria alla famiglia delle democrazie europee. Meyer ha buon gioco nel mostrare come le leadership occidentali - George Bush, François Mitterrand e Margaret Thatcher - stentarono parecchio a comprendere che cosa stesse succedendo e quali opportunità si stessero dischiudendo loro per porre fine alla stagione dell'equilibrio del terrore.
La ricostruzione delle vicende che portarono la leadership ungherese ad aprire il primo varco nella cortina di ferro, nell'estate del 1989, consentendo a migliaia di Ossie di «votare con i piedi», è avvincente come la trama di un giallo, così come è vivida la descrizione delle ore frenetiche che precedettero la fine del Muro.
Quello che appare meno convincente è la sottovalutazione delle forze profonde che portarono alla fine della Guerra Fredda e dell'Urss (si ripensi alla lezione di John Lewis Gaddis). Non c'è dubbio che senza Gorbaciov e Nemeth le cose sarebbero potute andare diversamente. Ma forse occorrerebbe chiedersi come mai proprio questi uomini politici si ritrovarono in quelle posizioni di leadership in quel momento storico e perché arrivarono a maturare certe decisioni.
E qui le risposte appaiono un po' più articolate e sistemiche (avrebbe detto Kenenth Waltz) di quelle fondate sull'analisi del comportamento e delle personalità dei singoli decision-makers. Ancora meno comprensibile, persino all'interno della logica seguita da Meyer, è poi la totale assenza, in tutto il racconto, della figura di Giovanni Paolo II. Significativamente, proprio Enzo Bettiza riconosce come, tra tanti leader che non coglievano esattamente il senso epocale degli avvenimenti in atto, anche perché troppo attenti alla stabilità e troppo preoccupati dal cambiamento, il papa polacco fu «il solo veggente». La definizione del 1989 come di «un sommovimento storico avvertibile, ma imprevedibile» nella sua dinamica temporale esprime con sintesi felice ciò che nelle pagine di Meyer resta un po' troppo sullo sfondo.
Così come nell'argomentare di Bettiza si staglia nitidamente il lucido tentativo di Gorbaciov, destinato peraltro all'insuccesso, di scaricare i satelliti e le loro «élite coloniali» pur di salvare l'impero interno. Altrettanto efficace, proprio in questo anniversario, è la sottolineatura che il crollo pacifico del Muro è solo una delle immagini della fine della Guerra Fredda. Le altre sono quelle delle lunghe guerre balcaniche e del massacro di piazza Tienanmen.
Il libro di Dalos, infine, offre una preziosa analisi in chiave comparata delle diverse modalità con cui il blocco sovietico si sgretolò in un tempo sorprendentemente breve, e ci rammenta che, pur quando inscritte in un medesimo «destino», le vicende storiche non sono mai riconducibili ad un unico cliché. La Stampa
19:03 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Harald Jeger, l'homme qui a ouvert le Mur le 9 novembre 1989
Une brève tempête de neige vient de balayer le Brandebourg. Puis un froid glacial s’est abattu sur la nuit. Harald Jäger attend sans bouger dans un abribus à la sortie d’une forêt, dans le noir, sans la moindre tentative de se réchauffer. Avant de s’engouffrer dans notre voiture. « Vous n’êtes pas congelé ? », s’enquiert-on. «J’ai l’habitude, ça va », marmonne l’ancien officier de la Stasi, la police secrète d’ex-RDA, qui a fait le planton pendant 25 ans et par tous les temps au point de passage de la Bornholmerstrasse entre Berlin Est et l’Ouest. Avant de décider de désobéir aux ordres en devenant le premier à ordonner l’ouverture de la barrière le 9 novembre 1989.
Ce mercredi soir, à cinq jours du vingtième anniversaire de la chute du mur de Berlin, nous l’accompagnons à une lecture du livre racontant son histoire « Der Mann der die Mauer öffnete » (l’Homme qui a ouvert le mur) écrit par le journaliste allemand, Gerhard Haase-Hindenberg. Nous sommes dans une petite ville d’ex-RDA. Le public, qui a vécu sous le joug de cette dictature pendant quarante ans, est d’autant plus intrigué par cet officier, qui a osé désobéir aux ordres (lire le récit de la soirée dans Le Figaro de ce samedi). « C’était à la fois la pire et la plus belle soirée de ma vie , confie Jäger. Le pire, parce que j’ai compris que c’était la fin du monde tel que je l’avais connu. Le plus beau, parce que les gens ont partagé leur joie avec nous. Ils nous ont embrassé. Ils nous faisaient des cadeaux et nous offraient du sekt » (le mousseux allemand).
Harald Jäger attendra le 16 janvier avant d’aller faire un tour à l’Ouest. L’envie d’y aller ne lui manquait pas. Mais les ordres le lui interdisait. Il avait déjà désobéi le 9 novembre et ça lui suffisait. Le 16 janvier après son service, Jäger retire son uniforme et traverse la Bösebrucke, le pont qui relie le point de passage de la Bornholmerstrasse à Berlin Ouest. « J’ai commencé par aller chercher mes 100 Deutschemarks de pécule de bienvenue offert par la RFA, se souvient-il. Puis je me suis offert une saucisse. Le goût n’était pas tellement différent de celles qu’on avait l’habitude de manger en RDA. Ensuite je suis allé boire une bière dans un bistrot avant de rentrer chez moi ». Sous le choc pendant des mois, alors que son monde continuait de disparaître sous ses yeux, l’officier de la Stasi ne retournera à Berlin Ouest que fin mars. Il découvrira alors le KaDeWe, le temple de la consommation à l’Ouest. Il comprend qu’une vie de frustrations l’attend, son maigre salaire ne lui permettant pas d’accéder à la consommation. Aujourd’hui retraité, il touche une pension de 800 Euros par mois. Et habite un petit cabanon jouxtant le jardinet qui lui avait été attribué par le régime communiste.
Mais il affirme ne pas cultiver le moindre sentiment de nostalgie pour la RDA. «Après la chute du mur, j'ai ressenti un immense vide, dit-il. Et cela pendant des années. J'étais un communiste convaincu. Mais le régime avait mal tourné et je ne regrette rien. Quand on a connu le système de la RDA de l'intérieur aussi bien que moi on souhaite une seule chose lorsqu'il a enfin disparu: ne plus jamais le voir ressurgir. Les champs de mines, les mitrailleuses automatiques installées à la frontière… C’était terrible. Ma femme me fatigue. Elle n’arrête pas de se plaindre, de dire qu’à l’époque communiste on avait des avantages sociaux et que tout le monde avait un emploi. Ça me fiche en rogne. Officiellement, il n’y avait pas de chômage mais en réalité le régime payait un tas de personnes à ne rien faire, ou pour faire un travail inutile comme le mien. Moi et m’a femme nous n’apportions rien à la société. Nous lui coûtions de l’argent ».
Pur produit de la Stasi, élevé dans une famille communiste, Jäger a obéi aveuglément aux ordres pendant près de trente ans. Sans se poser la moindre question. « Nous étions conditionné. Avec du recul, ça paraît incroyable », reconnaît-il. En mai 1989, lorsque les élections municipales sont truquées, il n’y voit que du feu. Et les premières manifestations du lundi à Leipzig le laissent indifférent. Il ne doute toujours pas. « Quand les gens réclamaient la liberté de voyager, je pensais qu’ils voulaient juste passer à l’Ouest pour s’enrichir dans le système capitaliste et je trouvais leur attitude choquante », se rappelle-t-il.
Tout bascule fin septembre. Lorsque les trains ramenant en RFA des Allemands de l’Est ayant tenté de fuir la RDA par l’ambassade ouest-allemande de Prague en traversant le territoire est-allemand, Jäger est hors de lui. « Moi, j’étais chargé de garder la frontière et tout d’un coup le régime avait accepté de laisser ces gens partir, dit-il. J’ai réalisé que nous cherchions à coller toutes sortes de crimes sur le dos des gens qui tentaient de s’évader, pour pouvoir les jeter en prison. Tout cela dans l’unique but de monnayer leur rachat par la RFA. Le régime était corrompu, dans un état de faillite morale et financière avancé. Ceux qui étaient à la Stasi le savaient mieux que tout le monde. Il suffisait d’ouvrir les yeux ».
A partir du mois d’octobre, lorsque des centaines de milliers d’Allemands de l’Est descendent dans les rues pour réclamer la liberté de voyager, Jäger prend conscience qu’ils ont de vrais motivations politiques. « J’ai compris que les gens étaient brimés, qu’ils voulaient la liberté à tout prix. Erich Honecker (patron de la RDA à l’époque) disait qu’il ne verserait pas une seule larme pour tous ces jeunes qui voulaient s’enfuir, parce qu’ils étaient corrompus. Moi, j’étais triste. Je voyais ceux qui devaient assurer l’avenir de notre pays chercher à fuir par tous les moyens. J’avais peur que nous recevions des ordres de tirer sur la foule. Je craignais que tout dégénère, qu’il y ait une guerre civile ».
Le 9 novembre 1989 au soir lorsque les masses se pressent devant le point de passage qu’il commande, Jäger tient jusqu’au dernier moment. Puis se sentant abandonné par sa hiérarchie, il ouvre la barrière de la Bornholmerstrasse. « Je savais que si j’attendais cinq minutes de plus, il y aurait un bain de sang, assure Jäger. Tous les doutes que j’avais refoulés me sont revenus en pleine figure et j’ai tout lâché ». Dans l’assistance, une dame âgée s’avance vers lui à la fin de sa lecture. « Mes trois enfants étaient à la Bornholmerstrasse ce soir là, lui dit elle émue. Je dois vous remercier en dépit de toutes les saloperies que la Stasi nous a fait vivre, parce que vous avez agi humainement ce soir là. Vous êtes un héros ». Jäger s’insurge : « non madame. Les héros ce sont les milliers de gens qui ont eu le courage de se battre pour notre liberté. Ils ne savaient pas si nous allions leur tirer dessus ou les jeter en prison. C’est eux qu’il faut remercier ».
Contrairement à la plupart de ses compatriotes, Harald Jäger n’avait jamais rêvé de voyager à l’Ouest. Eux avaient le droit de voyager librement une fois l’âge de la retraite atteint. Pas lui. En tant qu’ancien de la Stasi, il n’y aurait jamais eu droit. En vingt ans, il a quitté l’Allemagne deux fois : pour aller au Danemark, puis à la pêche en Norvège. Faute de moyens, il ne rêve pas de folles échappées. Ce qui ne l’empêche pas de profiter de chaque instant. « Je voudrais avoir vingt ans de moins, pour avoir la vitalité de tout recommencer, dit-il. Mais je me réjouis pour mes deux filles et mon fils qui habitent à Prenzlauer Berg (le fief du mouvement démocratique à Berlin Est). Le régime communiste avait laissé à l’abandon ce quartier. Tout a été rénové. C’est devenu superbe. La réunification a ressuscité notre pays. Dieu seul sait dans quel abominable état de délabrement nous aurions été plongés si l’ancien système n’avait pas disparu ». Le Figaro
18:27 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Le jour où Angela Merkel a franchi le Mur
La première chancelière venue de l'Est raconte la dernière journée de la RDA.
Le 9 novembre 1989 au soir, Angela Merkel n'est pas de celles qui forceront l'ouverture des barrières pour gagner la liberté. Comme elle l'a expliqué, jeudi, à un petit groupe de journalistes étrangers, la physicienne prudente, qui deviendra seize ans plus tard la première chancelière issue d'ex-RDA, n'a pas encore l'étoffe des meneurs. Mais elle ne tardera pas à s'engouffrer par la brèche ouverte dans le mur de Berlin avec des milliers d'anonymes, ivres de joie, par le point de passage de la Bornholmerstrasse, le premier à avoir cédé à la liesse populaire.
Il est 16 h 30, lorsque la chercheuse en physique quantique, âgée de 35 ans, rentre de son travail à l'académie des sciences de Berlin-Est. Dès qu'elle arrive dans son appartement de Prenzlauer Berg, l'un des fiefs des artistes et des militants du mouvement démocratique, Angela Merkel allume la télévision. «Nous vivions des journées exaltantes, raconte-t-elle. J'ai assisté en direct à la conférence de presse de Günther Schabowski.» Le porte-parole du comité central du SED, le parti unique de la RDA communiste, annonce l'ouverture des frontières avec «effet immédiat».
La chancelière avoue que sur le moment elle est comme des centaines de milliers de ses concitoyens : «Je ne savais pas trop ce que ça voulait dire.» «J'ai tout de suite téléphoné à ma mère, poursuit Merkel. Nous nous étions toujours promis d'aller prendre un repas au Kempinsky (une célèbre brasserie de Berlin-Ouest) le jour où les frontières s'ouvriraient». Mais Angela Merkel ne renonce pas pour autant à son rituel du jeudi. Elle se rend dans un sauna avec une amie, avant d'aller boire une bière dans un bistrot.
En rentrant à pied chez elle vers 23 h 30, Merkel fait un crochet par le check point de la Bornholmerstrasse. «Je suis tombée dans une gigantesque file, une marée humaine», explique-t-elle, installée dans la salle du Conseil des ministres de la chancellerie, qui offre une vue imprenable sur le Reichstag, la porte de Brandebourg, Berlin réunifié. En quelques minutes, Merkel se retrouve de l'autre côté du Bösebrücke, le pont qui mène vers Berlin-Ouest. «J'avais sympathisé avec une dizaine de personnes. Nous sommes allés à Moabit (un quartier de l'Ouest) où des gens nous ont offert des bières. Puis je suis rentrée en me disant que le Mur serait encore ouvert le lendemain.»
Merkel ne reverra jamais ses acolytes avec lesquels elle est passée à l'Ouest la première fois. Elle y retournera dès le lendemain avec sa sœur, pour découvrir le KaDeWe, le temple de la consommation ouest-allemand, qui faisait tant rêver les Ossies, les Allemands de l'Est. Puis fascinée, elle y retournera tous les jours. «Je n'étais pas une activiste antirégime, concède la chancelière, fille d'un pasteur. Mais depuis l'enfance j'avais une vision très critique du système». Née à Hambourg, en RFA, elle n'ose pas encore croire à la réunification.
Un immense bonheur
Vingt ans plus tard, de nombreux Ossies sont encore nostalgiques. Et le débat sur la RDA reste d'actualité : faut-il condamner en bloc l'Allemagne communiste en tant que dictature ? «La RDA était un État de non-droit, qui n'avait aucun fondement légal, juge Merkel. Il n'y avait pas de liberté d'opinion, pas d'élections libres. C'était la dictature du prolétariat. Pourtant tout n'était pas noir ou blanc.J'ai été heureuse. Et je ne veux pas jeter ces trente-cinq ans aux oubliettes.»
La chancelière estime que la réunification a été une «très grande chance» et «un immense bonheur», «même si tout n'est pas idéal». «En RDA, nous avons connu le poids du nazisme, puis le communisme, explique Merkel. On ne peut pas faire disparaître ça d'un coup. Pour beaucoup de gens, il n'était pas possible de réapprendre autre chose en une nuit. Une génération entière a sacrifié son avenir. Le monde s'est ouvert et les gens de l'Est ne savaient pas ce qu'était le parmesan, alors qu'en Occident on savait tout de l'Italie. C'était une sensation étrange. Ces gens ne sont pas contre la réunification. Mais ils gardent un sentiment de tristesse».
La chancelière estime que sa jeunesse en RDA a fortement influencé sa façon de gouverner. Son style en est imprégné. «J'ai été choquée, lorsque Otto Schilly (un baron du SPD) s'est moqué en disant que nous venions tous à l'Ouest pour chercher des bananes. On trouve encore cette arrogance à l'Ouest aujourd'hui. Lorsque j'ai essuyé des échecs, j'ai souvent pensé que c'était parce que je venais de l'Est. Mais je n'ai jamais voulu me complaire dans ce sentiment.» L'enfance en RDA serait aussi à l'origine de sa légendaire discrétion : «On recevait des paquets de l'Ouest. Mais en RDA, il n'existait que cinq sortes de gants. Si vous en aviez d'autres, on savait d'où ils venaient. Vous vous faisiez tout de suite remarquer et c'était mauvais.» Le Figaro
18:23 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
A Berlin Rostropovitch a joué pour l'histoire
À l'annonce de la chute du Mur, le célèbre violoncelliste est aussitôt parti pour l'Allemagne, improvisant sur place un concert. Sa fille raconte.
La photo a fait le tour du monde. Pour une fois, elle n'était pas posée, encore moins préparée. Le 9 novembre 1989, Mstislav Rostropovitch, dit Slava, violoncelliste de génie, musicien universel, citoyen du monde, était bien tranquille dans son appartement de l'avenue Georges-Mandel, dans le XVIe arrondissement de Paris. Lorsqu'il entendit à la radio qu'il se passait quelque chose du côté du mur de Berlin, son sang ne fit qu'un tour. Il avait toujours agi ainsi, tant dans sa carrière musicale - il est décédé en 2007 - que dans sa vie personnelle et son parcours politique : en toute spontanéité, impulsif, sans prévoir. Au petit matin du 11, il appelle son vieil ami le capitaine d'industrie Antoine Riboud, président de Danone, qui avait tant soutenu les initiatives du violoncelliste, notamment au Festival d'Évian qu'ils avaient créé : qu'il fasse, lui dit-il, préparer son avion privé. Riboud lui signale qu'il a tout de même besoin de connaître la destination, ne serait-ce que pour demander l'autorisation d'atterrir. Slava lui répond : «Nous partons pour Berlin.» Et voici deux hommes et un violoncelle envolés pour ce qui n'était pas encore redevenu la capitale allemande. Une fois arrivés, ils montent dans un taxi, mais pour aller où ? Le mur de Berlin est très étendu ! Ils optent pour Check Point Charlie, le point de passage symbolique de l'Est à l'Ouest. Rostropovitch et Riboud descendent de voiture, le musicien sort son violoncelle de l'étui et se rend compte qu'il a oublié un détail : il n'a pas de chaise. Riboud ne se laisse pas perturber par si peu : il entre dans une guérite de gardiens et emprunte le siège de l'un d'eux, récalcitrant au début, puis dubitatif, et enfin résigné. Rostro s'assoit devant le Mur et se met à jouer Bach, que cet homme profondément spirituel avait toujours associé à Dieu.
Ce geste fut très mal compris. On parla de coup de pub, d'exploitation de l'actualité à des fins de communication. C'était mal connaître Slava. Selon sa fille Elena, ce jour-là, il ne joua pas pour le monde, mais pour soi : «C'était son testament personnel, c'était comme si c'était sa propre fête : il avait été obligé de vivre constamment tiraillé entre deux patries, l'URSS et le reste du monde, et le Mur symbolisait à lui seul cette séparation entre deux univers. Il n'avait jamais pensé le voir tomber.» Lui-même se plaisait à répéter que c'était comme si le mur de Berlin séparait «les deux parties de son cerveau». Lorsqu'il commença à jouer, il n'y avait presque personne. Puis les voisins et les passants formèrent un attroupement, photographes amateurs et journalistes se joignant à eux, sans toujours savoir qui ils photographiaient.
Il fut toujours un rebelle
Le musicien, né en 1927, avait été rattrapé par la politique bien des années auparavant. Pur produit de l'éducation musicale soviétique d'excellence, il avait commencé le piano à 4 ans et donné son premier concert public à 8 ; commencé le violoncelle à 10 ans et donné son premier concert à 13. Entré au Conservatoire de Moscou à 17 ans, il passa directement de deuxième en cinquième année. Ami de Prokofiev et Chostakovitch, dont il créa les œuvres qu'ils écrivirent pour lui (il avait 22 ans lorsque Prokofiev lui dédia sa Symphonie concertante), il fut toujours un rebelle. Comme le rapporte Claude Samuel, fondateur du Concours Rostropovitch dont la finale a lieu cet après-midi Salle Pleyel, il ne se coula jamais dans le moule. Ainsi, en 1970, la ministre de la Culture d'URSS réunit les présidents de jury du Concours Tchaïkovski pour leur donner ses instructions : il fallait impérativement qu'un candidat russe l'emporte. «Pourquoi ?», demande Rostropovitch. «Mais parce que c'est le centenaire de Lénine, voyons !», répond la ministre. «Alors pourquoi ne pas décaler le concours d'un an ?», répondit Slava avec un sourire impertinent. Il était coutumier du fait : alors que le Concours Rostropovitch a lieu tous les quatre ans, il demanda à Claude Samuel d'avancer celui de 1998 à 1997 pour qu'il coïncide avec son soixante-dixième anniversaire. Ce qui fut fait. «Comment lui dire non ?», dit Samuel.
Les choses se gâtèrent au début des années 1970, lorsque Rostropovitch prit publiquement la défense de Soljenitsyne. Passé à l'Ouest pour des «vacances» (il refusera toujours de parler d'exil), il apprit par la télévision qu'il était déchu de la nationalité soviétique en 1978. Pratiquant, outre le violoncelle et le piano, la direction d'orchestre depuis des années, il prit alors la direction de l'Orchestre symphonique national de Washington. Et c'est avec son orchestre américain qu'il retourna à Moscou en 1990, année de sa réhabilitation par Gorbatchev. Demeuré apatride, il refusa la nationalité russe que l'on proposait de lui restituer, puis prit parti pour Poutine, s'impliquant à nouveau dans la vie musicale russe. Il était bien retourné une fois en Union soviétique après sa déchéance. Grâce à un visa obtenu par le sénateur Ted Kennedy auprès de Leonid Brejnev, mais il avait alors été hébergé à l'ambassade des États-Unis, autre pied de nez savoureux de cet homme épris de symboles. Un homme d'une énergie vitale ravageuse. Sa fille Elena, qui l'accompagna souvent en tournée, concède volontiers qu'au bout de quinze jours, c'est elle qui était épuisée tant il enchaînait concerts, voyages et fêtes bien arrosées sans dormir. Un idéaliste aux idées politiques parfois simplistes, mais à la conscience aiguë du caractère sacré de l'art : ces «Suites pour violoncelle de Bach» qu'il joua devant le Mur, il attendit d'avoir 65 ans pour les enregistrer, comme s'il était intimidé par ce monument où la musique tutoie le divin. Il demanda à Claude Samuel, alors directeur de la musique de Radio France, de lui fournir des ingénieurs du son «maison» pour réaliser un enregistrement privé à la basilique de Vézelay : il tenait à les rémunérer lui-même, afin d'être seul dépositaire des bandes et de pouvoir les détruire s'il n'en était pas satisfait. Le Figaro
18:23 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Sur Facebook Sarkozy raconte son 9 novembre 1989
Le chef de l'Etat a utilisé dimanche le site de socialisation pour partager ses souvenirs de la chute du Mur. Ce jour-là, celui qui était alors secrétaire général adjoint du RPR se trouvait à Berlin aux côtés d'Alain Juppé et François Fillon.
A la veille du vingtième anniversaire de la chute du mur de Berlin, Nicolas Sarkozy s'est offert dimanche une nouvelle sortie sur le site de socialisation Facebook. Après y avoir dit dernièrement sa «fierté» à l'égard de son fils Jean, invité les internautes à «découvrir le nouveau site Internet de Carla» ou partagé ses lectures - «Pierre et Jean» de Maupassant et «Le Lièvre de Patagonie» de Lanzmann -, le chef de l'Etat raconte cette fois comment, le 9 novembre 1989, il s'est retrouvé à Berlin, y allant lui aussi de ses «coups de pioche», photo à l'appui.
«Le 9 novembre au matin, nous nous intéressons aux informations qui arrivent de Berlin, et semblent annoncer du changement dans la capitale divisée de l'Allemagne. Nous décidons de quitter Paris avec Alain Juppé pour participer à l'événement qui se profile», se souvient celui qui, à 34 ans, était alors secrétaire général adjoint du RPR.
«Arrivés à Berlin ouest, nous filons vers la porte de Brandebourg où une foule enthousiaste s'est déjà amassée à l'annonce de l'ouverture probable du mur», poursuit-il. «Là, par le plus grand des hasards, nous croisons un jeune élu français que nous connaissions, à l'époque spécialiste des questions de défense : François Fillon», raconte le chef de l'Etat à propos de celui qui deviendra 18 ans plus tard son premier ministre.
«Le début d'une période de grande liberté en Europe»
«Nous filons ensuite vers Checkpoint Charlie pour passer du côté est de la ville, et enfin confronter ce mur dans lequel nous avons pu donner quelques coups de pioche, se souvient Nicolas Sarkozy. Autour de nous, des familles se rassemblaient pour abattre le béton. Certaines venaient nous parler pour nous expliquer leurs sentiments, leurs ambitions nouvelles, et partager leurs émotions après des décennies de séparation. La nuit s'est poursuivie dans l'enthousiasme général.»
«Les retrouvailles du peuple allemand sonnaient la fin de la guerre froide et le début d'une période de grande liberté en Europe», affirme-t-il encore, avant de conclure : «C'est cette liberté que nous défendons toujours avec l'Europe, et que nous fêtons 20 ans après». Le Figaro
18:13 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Pd, l'assemblea incorona Bersani
Pierluigi Bersani riceve l’incoronazione dall’Assemblea costituente a segretario del Pd, e definisce ruoli e linee del suo partito. La frattura con la "cosa" rutelliana si consuma, con una perdita di "pezzi" indefinita, considerata dolorosa, ma non traumatica dai vertici democratici, che hanno visto anche la fuoriuscita di Massimo Calearo, l’imprenditore veneto veltroniano doc, che avrebbe dovuto ricucire il distacco con il nord produttivo. Francesco Rutelli aspetta, annuncia che non sarà il leader del soggetto nascente, e conta le adesioni, per ora in arrivo soprattutto dall’Italia dei valori. L’ex segretario dl sa che tanto malumore si annida tra gli ex popolari del Pd.
Ma Bersani mostra a tutti il suo «bambino nuovo», il «partito davvero alternativo», come lo ha definito durante l'assemblea, che si rifiuta di «condannarsi ad essere piccolo», apre alle altre forze d'opposizione, che rimane critico con il governo per le misure adottate contro la crisi («che non è alle nostre spalle» e si pone come priorità l'attenzione al lavoro.
Quel partito che oggi vede la luce nell’assemblea costituente, sempre alla Nuova fiera di Roma, e la cui forma segnerà una discontinuità con il passato. Non un partito fluido, ma piuttosto ben strutturato. Con un suo presidente, Rosy Bindi (che non lascerà la vicepresidenza della Camera), un vice segretario, Enrico Letta (ma guai a definirlo ticket, parola che a Bersani fa venire l’orticaria), un nuovo tesoriere, Antonio Misiani (al posto del veltroniano Mauro Agostini), e con i rappresentanti delle due mozioni sconfitte bene in vista. Quasi certa l’elezione di Dario Franceschini capogruppo, sebbene in un secondo momento. Nessun ruolo, invece, per Ignazio Marino, che siederà nella Direzione, ma che ha rifiutato nuovi incarichi. Ieri sia Franceschini che Marino hanno messo a punto le rispettive truppe da piazzare nell’organismo dirigente di 120 rappresentanti.
L’intenzione del segretario è di raggiungere una pace interna, per evitare la riedizione dei conflitti dell’era-Veltroni. E ieri Bersani ha anticipato a Massimo D’Alema le linee del mandato, assicurando all’ex premier ds l’impegno del partito per la nomina a ministro degli esteri dell’Ue. D’Alema darà una mano per le inevitabili mediazioni interne. Specie con quegli ex popolari, in cerca di spazi (Beppe Fioroni in cerca di un ruolo chiave), per non sentirsi schiacciati dagli ex ds, ma anche incuriositi dai progetti rutelliani. Prova a frenarli Franco Marini: «Bersani ha un passo da montanaro, io che sono un alpino lo apprezzo moltissimo».
Oggi, insomma, vengono al pettine gli umori e la voglia di andare avanti, con il segretario che ha vinto le primarie tra gli iscritti e tra gli elettori, deciso a non lasciarsi scoraggiare dalle perdite delle ultime ore. Per un Calearo in partenza, un Colaninno pronto a collaborare. Chi invece non si volta indietro è il presidente del Copasir: «Francesco Rutelli vuole dare un contributo a un nuovo partito, che dia un nuovo senso alle parole centro, governo, istituzione e bene comune, oltre le secche del bipolarismo», conferma Lorenzo Dellai. Avvenire
11:12 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Adultero lapidato, la sua amante lo sarà dopo il parto
Secondo i gruppi Al Shabab, che controllano tutto
il meridione del Paese, l'uomo avrebbe confessato
davanti a un tribunale islamico
ROMA - Un uomo di 33 anni, colpevole di adulterio, è stato giustiziato tramite lapidazione davanti a una folla di trecento persone nella città di Merka, in Somalia. La sua amante, incinta, subirà la stessa sorte, ma solo dopo aver dato alla luce il bambino. Un rappresentante del gruppo islamico Al Shabab, che ha il controllo di gran parte del meridione del Paese, ha spiegato che l’uomo ha confessato la sua colpa davanti a una corte islamica.
L'ANNO SCORSO LAPIDATA UNA TREDICENNE - «Gridava e il sangue schizzava fuori dalla testa durante il lancio delle pietre; dopo sette minuti ha smesso di muoversi», ha testimoniato uno dei presenti alla Bbc. Nel mese scorso altri due uomini sono stati uccisi a colpi di pietre nella stessa città dopo essere risultati colpevoli di spionaggio. Nella città meridionale di Kismayo lo scorso anno un ragazzina di 13 anni è stata massacrata a colpi di pietre per adulterio. Secondo i gruppi di difesa dei diritti umani la ragazzina venne violentata. Corriere
11:09 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Magistrato tra farsa e tragedia
Il magistrato Alberto Marcheselli imparò da un’impiegata della cancelleria, «un donnino proveniente da una zona imprecisata dell’Italia centrale», come funziona la giustizia nel nostro Paese. Quel giorno, nel concedere a un detenuto un permesso particolarmente delicato, Marcheselli aveva confidato alla signora M.: «Il pubblico ministero è molto severo, secondo me impugnerà il provvedimento». Lei lo squadrò con occhi scintillanti di malizia: «Vuole che impedisca al Pm d’impugnare?». Trasse dal cassetto della scrivania una spanna di fogli e la schiaffò dentro il fascicolo. «Così non impugna di sicuro», concluse ammiccante, ben conoscendo la repulsione delle toghe per tutto ciò che costa fatica, a cominciare dalla lettura. Il magistrato, sbalordito, fece togliere quei 500 fogli che non c’entravano nulla, vecchie pratiche, certificati penali irrilevanti, persino volantini sindacali. Il fascicolo tornò smilzo. E il Pm, ovviamente, impugnò.
Sul fronte della cellulosa, il dottor Marcheselli era reduce da un battesimo del fuoco, avvenuto nel suo primo giorno da uditore. Mario Canepa, presidente del tribunale di sorveglianza di Genova, un maestro di vita che riuniva Alec Guinness, Achille Campanile e Omero in un’unica persona, gli aveva sillabato con solennità: «Alberto, attenzione, perché sto per impartirti la prima lezione fondamentale del nostro percorso». E mentre Marcheselli, lesto come uno studentello afferrava penna e foglietto infilati nel codice penale per prendere appunti, Canepa tirò fuori un rotolino bianco dalla tasca dei pantaloni: «Porta sempre con te della carta igienica, perché negli uffici giudiziari non c’è mai!».
Per quasi 13 anni Alberto Marcheselli è stato un cittadino esemplare di quello che definisce «un mondo di carta». Nell’ottobre 2008 ha deciso di scappare ed è tornato nel mondo di carne. Adesso insegna diritto tributario all’Università di Torino. Ma basta leggere Magistrati dietro le sbarre, il libro che ha scritto per Melampo Editore, uscito tre giorni fa con un sottotitolo esplicativo ed insieme critico, Farsa e tragedia nella giustizia penale italiana, per capire che del mondo di carta è rimasto in qualche modo prigioniero. Sindrome di Stoccolma, si direbbe. «Sindrome del fratello maggiore», corregge lui. «Fin dai tempi di scuola, ho sempre esercitato l’innata propensione a occuparmi degli altri. Tutti venivano a chiedermi consigli, ero bravissimo a mettere pace. Forse avrei dovuto diventare medico. O prete. Non mi sono mai riconosciuto nel profilo di giudice che mi uscì in un test psicologico fatto da ragazzo: “Hai una cattiva opinione degli altri”».
Che sarebbe finito male glielo predisse un insigne giurista, il professor Giovanni Marongiu, socio di Victor Uckmar: «Lei ha la mentalità del giudice. È troppo curioso, mette il naso ovunque». Il giovanotto, appena ventisettenne, era stato assunto nello studio legale Uckmar di Milano come avvocato tributarista. «Guadagnavo soldi a barcate, però mi rendevo conto che non avrei mai avuto il tempo per spenderli». Fu Marongiu a consigliargli il concorso in magistratura: «Male che vada, qui la riprendiamo subito». Marcheselli, 44 anni, genovese, marito di un’avvocata civilista e padre di due figli, ha vissuto dietro le sbarre non metaforicamente. Non volendo finire pretore a Olbia, optò per l’unico posto disponibile al Nord: magistrato di sorveglianza, prima a Torino e poi ad Alessandria. «Un collega di Como mi aveva avvisato: “È un gorgo. Ci finisci dentro e non ne esci più”. Il carcere diventa la tua seconda casa. Un’esperienza di una ricchezza e di un dolore terrificanti. Tutti i giudici dovrebbero fare i magistrati di sorveglianza per un paio d’anni. Capirebbero un sacco di cose della giustizia e di se stessi, diventerebbero persone completamente diverse».
Perché?
«Ti hanno insegnato il diritto come una struttura logica, perfetta. Scrivi le tue belle sentenze tirando le conclusioni con geometria cristallina. Vivi in un mondo di carta, appunto. E all’improvviso scopri che in un solo giorno devi prendere 60 decisioni che cambieranno per sempre le vite di altrettante persone».
Quali decisioni?
«Finire in galera o uscirne. Incontrare le persone care. Rivedere sul luogo del delitto chi ha ucciso tuo figlio. Morire tra le braccia dei tuoi genitori o dietro le sbarre. Avere o non avere uno sconto di pena di mesi o di anni. Andare in ospedale per sottoporsi alla chemioterapia. Il magistrato può avere la scorza più dura del mondo, ma ognuna di queste decisioni si deposita sul fondo del suo stomaco e non c’è verso di digerirla».
I magistrati di sorveglianza non sono quelli che scarcerano gli stupratori albanesi?
«Anche. Sono quelli da picchiare, 150 invisibili che saltano fuori solo quando un detenuto semilibero combina qualcosa di grave. Il giudice penale condanna. Il magistrato di sorveglianza stabilisce se sconterai la pena dentro o fuori: agli arresti domiciliari, oppure ai servizi sociali, oppure in un posto di lavoro con obbligo di tornare in cella la notte. Molti cittadini non sanno che tutte le condanne fino a 3 anni, fino a 6 per i tossicomani, sono sospese per legge, comprese quelle passate in giudicato, e che la decisione finale spetta al tribunale di sorveglianza».
Spesso una decisione presa a capocchia.
«È una decisione pericolosissima. Nelle prigioni non c’è più posto, per cui lo Stato fa il gioco del cerino: prima mette in mano il fiammifero al Pm che indaga, poi al giudice penale che condanna, infine al magistrato di sorveglianza, che lo passa alla società. Consideri che ci sono in circolazione 30.000 condannati definitivi. Venendo da me, lei ne ha incontrati per strada senza saperlo almeno tre. Se dentro la stazione centrale di Milano io urlassi “la carta precettiva”, quella che i beneficiari della semilibertà hanno l’obbligo di esibire in qualsiasi momento, si alzerebbero una trentina di braccia».
Non fu lei a liberare il brigatista rosso Cristoforo Piancone, tre condanne all’ergastolo per sei omicidi, mai pentito né dissociato, che una volta fuori tentò di uccidere due poliziotti?
«Sì, fui io. Era stato recluso per 26 anni. A giudizio unanime di criminologi, educatori e personale del carcere, aveva tenuto costantemente una buona condotta. Quattro anni c’impiegai a concedergli la semilibertà. E altri quattro ne passarono prima del fattaccio. Ma la mia scelta era ineccepibile, è scritto negli atti parlamentari». Come mai ha smesso di fare il magistrato di sorveglianza?
«Mi sono sentito come uno che sta sulla spiaggia e spera di svuotare il mare col secchiello».
Poteva restare in magistratura.
«A far che? Il giudice penale che scrive sull’acqua? O il giudice civile che si occupa di futili litigi? Impossibile, dopo che hai visto la gente morire».
Ma, scusi, non era uno dei responsabili della sua formazione a ripeterle di continuo che fare il giudice serve soprattutto a guadagnarsi da vivere?
«Era un Gip. Lo diceva in senso buono. Non ci voleva invasati. Tentava di farci capire che il giudice non è un santo, non può cambiare il mondo».
Prudenza, diligenza e perizia sono le tre norme di comportamento richieste a qualsiasi medico nell’esercizio della professione. Se non le rispetta, egli è perseguibile penalmente, perché ha nelle sue mani la vita delle persone. Perché i giudici, da cui dipendono molte vite, non sono chiamati a rispettare queste tre regole?
«Non è possibile giudicare senza serenità d’animo. E non c’è serenità d’animo senza una certa dose di irresponsabilità. Di questo paradosso s’era già accorto Giovenale: “Quis custodiet custodes?”, chi controllerà i controllori? È un passaggio inevitabile in ogni gruppo sociale: di qualcuno occorre fidarsi. Un medico che ha paura diventa scrupolosissimo, ti ordina un sacco di analisi. Un giudice che ha paura potrebbe non condannare mai».
Le è capitato di vedere un giudice in galera?
«Sì, uno. Per corruzione. Un giudice fallimentare che aveva accettato una bicicletta e uno stereo».
E suoi colleghi che pagano per aver sbagliato?
«Mi pare che il Consiglio superiore della magistratura abbia rimosso dall’ordine giudiziario l’ex procuratore di Tortona, Aldo Cuva, per le irregolarità nell’inchiesta sui sassi lanciati dal cavalcavia. Però sono d’accordo con lo spirito della domanda: succede raramente. E invece le sanzioni contro i giudici che sbagliano vanno applicate con rigore».
Com’è possibile che i magistrati abbiano impedito di varare la riforma della giustizia a tutti i ministri succedutisi fino a oggi?
«Va’ a saperlo. Fossi il ministro, riformerei avvocatura, magistratura, codici, uffici, tutto. Così eviterei le opposizioni preventive a questo o quel provvedimento. Che poi, a ben vedere, il problema della giustizia penale non è di leggi: è di cultura. Lei ha mai letto una sentenza? I giudici non parlano alle vittime e ai colpevoli. No, i loro tecnicismi sono rivolti ad avvocati, Pm, Corti d’appello. Uno scandalo. Hanno deriso il ministro Roberto Castelli perché fece scrivere nelle aule di tribunale che “la giustizia è amministrata in nome del popolo”. Invece si trattava di un principio sacrosanto. Se il popolo non capisce le sentenze, che giustizia è?».
I magistrati non dovrebbero limitarsi ad applicare le leggi approvate dal Parlamento su mandato degli elettori, anziché discuterle?
«Certo. E se non sono convinti, mandarle alla Corte costituzionale. La legge si applica. Non si polemizza con la legge».
Dalla sua esperienza, quanti magistrati orientati a sinistra, al centro e a destra ha conosciuto?
«Il magistrato è per sua natura un conservatore. So di stupirla, ma ne ho conosciuti più di destra che di sinistra. Ciò nonostante non ho mai visto nessuno fare scelte influenzato dalle proprie simpatie politiche». Il giudice che dovrà processarla entra in aula con La Repubblica, o Il Giornale, o L’Unità sotto braccio. Lei si fida?
«Sì. Però capisco che il cittadino abbia dei dubbi. Appartengo alla scuola di pensiero secondo cui non basta che il giudice sia imparziale: deve anche apparire tale».
Come s’è creato l’arretrato spaventoso degli uffici giudiziari?
«Troppi avvocati. Le liti nascono per ragioni di bottega. E per essere remunerative devono anche durare anni. Io stabilirei che l’entità dell’onorario sia inversamente proporzionale alla durata del processo. Non è possibile che nella sola città di Roma vi siano più avvocati che in tutta la Francia».
Il personale giudiziario non ha colpe?
«Certo che ne ha. Si va dall’autista che durante un’agitazione mi disse: “Dottore, scioperare io? Ma io allo Stato ci faccio più danno se lavoro che se sciopero!”, fino al cancelliere che afferra un foglio e gira di stanza in stanza come se dovesse consegnarlo, fermandosi a chiacchierare con tutti i colleghi. Ma sono incappato anche in carabinieri che, sulla scena del delitto, avevano misurato la distanza di un cadavere dalla porta di casa al cortile con un rilevatore satellitare quando avrebbero potuto usare il metro da sarta. Il sogno di un’ospitata a Porta a porta spesso uccide il buon senso».
Che cosa pensa degli inquirenti che vanno in televisione?
«Non dovrebbero andarci mai. La giustizia seria è invisibile».
Allora perché andò a Porta a porta?
«Me lo ordinò il presidente del tribunale di sorveglianza. Un detenuto in semilibertà aveva sparato a un poliziotto. Mi limitai a dare risposte tecniche. A parte quella alla prima domanda: “Ma i magistrati di sorveglianza sono tutti matti?”. Replicai: potrebbe sembrare, eppure non è così. Quanto a follie, comunque, la Tv non è da meno».
Cioè?
«Sbarcato a Fiumicino, trovai ad attendermi una Bmw di rappresentanza con un conducente che pareva un istruttore di body building. Si stupì che fossi solo. E mi rivelò che, siccome la Rai non dava il gettone di presenza però metteva a disposizione dell’ospite un autista per l’intera giornata, la prassi era presentarsi o con tutto il nucleo familiare o con un’amichetta. Mi resi conto d’averlo profondamente deluso. Sfruttando il pass della Rai e nonostante le mie deboli proteste, l’autista, aiutato dai vigili urbani, costrinse i turisti a sfollare perché potessi vedere la Fontana di Trevi da dietro i vetri fumé. Me ne vergogno ancor oggi».
Che cos’ha imparato nei 13 anni passati a fare il magistrato di sorveglianza?
«Che sei pagato anche per prenderti gli sputi. Sono sempre rimasto zitto, persino quando un recluso si suicidò il giorno stesso in cui gli avevo parlato per la prima volta in cella e la moglie mi accusò d’averglielo ucciso. Poi seppi dal direttore del carcere che quella sera la donna aveva telefonato al marito per annunciargli che lo piantava. Si chiamava Matteo Gualano. I nomi dei detenuti me li ricordo tutti, purtroppo. Aveva portato via a una ragazza i soldi appena prelevati dal bancomat, dicendole: “Scusami, ma ne ho più bisogno di te”. Prima che s’impiccasse, lo videro lanciare un pacchetto di sigarette verso i compagni della cella accanto: “Queste dividetele fra tutti”. L’ultima cosa che fece fu pensare agli altri».
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it
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