samedi, 07 novembre 2009

IdV lacerata da liti, addii e ritorni

Cristiano, figlio di Di Pietro, riprende la tessera.
L'arrivo di Grillini. E il 4 dicembre a Modena
nuova assemblea dei «delusi» dall'ex pm

ROMA — «Ci sono problemi politici e problemi personali: sui primi possiamo lavorare, degli altri per ovvi motivi non ci occupiamo», va ripetendo da giorni Antonio Di Pietro a chi gli chiede conto della tempesta che sta infradiciando l'Idv. Il problema è che le questioni politiche e quelle personali nell'Idv si intrecciano ed è difficile districarle.

IL FIGLIO DI DI PIETRO - Come l'annuncio di ieri che Cristiano Di Pietro, consigliere provinciale a Campobasso che si era sospeso un anno fa perché coinvolto in un'inchiesta sugli appalti a Napoli (con tanto di intercettazioni telefoniche pubblicate), e ora, come annunciano nell'Idv regionale, «uscito pulito dalla vicenda», ha ripreso la tessera del partito di papà, portandosi dietro altri quattro amministratori locali tra cui Mimì De Angelis, candidato alla segreteria regionale del Pd sconfitto solo due settimane fa.

ASTORRE - Nella stessa regione, il Molise, si susseguono gli incontri dell'ex uomo forte del partito, il senatore Bruno Astorre, dimessosi un anno fa da coordinatore regionale e ora in procinto di seguire le orme di Pino Pisicchio che è transitato al gruppo misto in attesa di confluire al centro: «De Magistris è troppo a sinistra per me, devo capire se i miei sostenitori vogliono seguirmi o pensano che io debba continuare a lottare nel partito. Io voglio un partito riformista non oltranzista: ho portato l'Idv in Molise quasi al 30 per cento», conclude Astorre prendendosi anche meriti forse non suoi, visto che a Campobasso e Isernia l'uomo forte del partito si chiama comunque Antonio Di Pietro.

DE MAGISTRIS - Già, De Magistris. Perché se è vero che i cosiddetti autoconvocati - che si sono riuniti a Bologna domenica scorsa, si rivedranno oggi a Matera e si sono dati appuntamento a Modena il 4 dicembre sotto l'etichetta «Parole civili» - sono per ora una categoria indistinta di contestatori e di delusi, se troveranno in Luigi De Magistris l'uomo che esprime il loro dissenso potranno avere ancora qualche fortuna anche nel partito e non solo in piazza. «Non siamo traditori, ma vogliamo il dialogo tra la base e il vertice del partito», spiega uno dei leader Domenico Morace, ex coordinatore di Bologna, commissariato da Silvana Mura quattro mesi fa.

LA MANIFESTAZIONE - Alla manifestazione del 4 dicembre ha invitato sia Di Pietro, che fanno sapere i suoi non pensa proprio di partecipare, sia De Magistris, che per ora non si pronuncia. Ma basta dare uno sguardo alla pagina internet di dialogo con i suoi sostenitori per capire la pressione dei militanti e dei simpatizzanti, imbufaliti ormai non più solo contro Berlusconi. Ieri i due ex magistrati, insieme a Napoli, hanno ripetuto il giochetto dei fratelli siamesi: «Se Luigi fosse il presidente del partito, sarei d'accordo con lui», ha detto retoricamente Di Pietro ricevendo in cambio le lodi per la sua linea dal neo-europarlamentare idv. Ma sembra sempre più evidente che De Magistris abbia cominciato a lavorare al rinnovamento del partito proprio al Sud, finendo per farne il banco di prova del suo peso nell'Idv e del suo successo di consensi nel vasto modo ex-girotondino. Non è un caso che ieri sia stato lui a organizzare, insieme all'europarlamentare Sonia Alfano, proprio a Napoli il convegno su «questione morale e istituzioni», invitando Salvatore Borsellino e il leader di Rifondazione Paolo Ferrero. In Calabria ha lanciato la candidatura dell'imprenditore Filippo Callipo come alternativa a quella del governatore Agazio Loiero, sfidando gli altri partiti del centrosinistra a cambiare cavallo. Di Pietro ha risposto con l'ex pm Clementina Forleo in Puglia per dare un segnale di «discontinuità» rispetto alla giunta Vendola, finita nella rete della giustizia per lo scandalo Tarantini.

I DIPARTIMENTI - Il fronte interno non è l'unico che Di Pietro deve contenere e monitorare. Anche ieri ha ripetuto che bisogna «fare pulizia» dentro e fuori dal partito, soprattutto in Campania. Per trasformare l'Idv da un marchio ad un vero e proprio soggetto politico ha annunciato l'introduzione dei dipartimenti, che si occuperanno dei diversi temi politici. E poi c'è il fronte esterno. Ha un bel dire che «la lista annunciata da Beppe Grillo non è di disturbo ma di stimolo», c'è da dubitare che gli auguri di «buon successo» siano sinceri, visto che si tratta di un altro concorrente per le prossime amministrative in Campania. Di Pietro sente il peso della sfida. Dopo l'incidente dell'ultimo comizio a Napoli quando era apparso lo striscione «Fuori i collusi dal partito», ha confidato i suoi sospetti: «Improvvisamente sono arrivati in due con lo striscione seguiti dalla telecamera di Mediaset e dall'inviato del Giornale, sono rimasti pochi minuti, hanno riavvolto tutto e sono spariti». Difficile dire se è vero, verosimile o soltanto un'illusione dell'ex pm.

GLI ARRIVI - Come è difficile pensare che Di Pietro si possa consolare con i nuovi arrivi. Dall'area ex ds, via partito socialista, arriva il presidente onorario dell'Arcigay Franco Grillini: «Inseguo uno spazio politico per i diritti civili, da un pezzo riflettevo sull'Idv, perché non potevo stare nel partito in cui c'è la Binetti». Più d'uno sospetta che l'ex deputato dei ds voglia trovare una casa per ricandidarsi alle prossime politiche: «Da deputato ho fatto bene, ma non chiedo niente», si difende lui per ora.

Gianna Fregonara. Corriere 

E i cattolici del Pd?

L'uscita di Rutelli dal Partito democratico ha provocato una serie di opinioni sulle conseguenze che si possono avere. Non tanto all'interno del partito dove le risposte a Rutelli, anche da parte di chi gli era più vicino, sono state fin troppo sobrie e prevalentemente contrarie, quanto nelle analisi uscite sulla stampa e provenienti da posizioni diverse. Ancora una volta è stato il progetto del partito democratico ad essere variamente giudicato. Si è parlato del fallimento della auspicata fusione fra culture politiche diverse e, però, di un «partito mai nato»; di un partito che si modella, anche per la vittoria di Bersani, come l'ennesima riposizione dei DS: chi non viene da quella esperienza, che risale, in definitiva, al P.C.I., è solo un «indipendente», un indipendente di sinistra. Ancora, con Bersani si torna al centrosinistra con il famoso trattino; non c'è un partito nuovo ma una sorta di confederazione fra una «sinistra» (il vecchio DS) e un «centro» (la vecchia Margherita). Francesco Rutelli - si continua - ha inteso e interpretato tutto questo e, con la uscita dal Partito, si accinge, secondo alcuni, a far da ponte fra il PD e l'UDC (ma perché uscire da un partito con la prospettiva di una alleanza con il partito che si è lasciato?); secondo altri e, secondo lo stesso Rutelli, Egli si adopererebbe per la formazione di un quadro politico - culturale nuovo, a sostegno di una politica moderna e innovativa che rovesci i tavoli esistenti.

Tutte queste analisi e previsioni sono centrate sulla tenuta, nel PD, dei popolari e dei cattolici democratici, stretti, da un lato, dal «grande centro» e dalle sue suggestioni e, dall'altro, da una leadership che finirà per essere «fatalmente» socialdemocratica. Il «disagio» di cui parla Rutelli potrebbe allora allargarsi ponendo fine, irrimediabilmente, al partito democratico. A me non paiono corrette né queste analisi, né queste previsioni. Non voglio qui ricordare le buone ragioni della straordinaria ambizione dell'Ulivo e del PD e, cioè, che forze diverse del riformismo italiano, a fronte delle nuove sfide democratiche, potessero confluire in un partito nuovo, efficace strumento per la conservazione e l'avanzamento della democrazia nel mondo che cambia.

Qui e ora c'è, però, un fatto che spazza via tutti gli argomenti e le analisi che si sono ricordate: oltre tre milioni di cittadini, senza il clamore incalzante della competizione elettorale nazionale, che spinge al voto, anche in maniera ossessiva, hanno liberamente espresso la preferenza per il Segretario di un partito che ritengono importante e affidabile. Una cosa straordinaria, accompagnata, per di più, dal fatto che, nelle primarie, il voto sui tre candidati non è stato il voto «diessino» (Bersani) o il voto dei cattolici democratici e dei popolari (Franceschini) o il voto della c.d. «società civile» (Marino). È stato un voto democratico, per così dire laico. I tre candidati hanno avuto tutti il voto indifferenziato della platea elettorale. Ciò dimostra che gli elettori vivono, senza incertezze, l'esperienza di un partito nuovo, non di una coalizione o confederazione di vecchie formazioni politiche. Bersani, nelle sue prime dichiarazioni, ha giustamente esaltato questa realtà che esprime l'incontestata conferma del PD come partito nuovo nello scenario politico italiano, secondo il disegno e la intuizione dei suoi fondatori. E si accinge - il nuovo Segretario - a dare forma, organizzazione e contenuto a questa realtà, secondo la volontà popolare degli elettori.

In questa impresa Egli è aiutato dall'esemplare comportamento dei suoi rivali, i quali, riconoscendo pienamente la logica e lo spirito delle primarie, hanno assicurato la loro collaborazione. Se questo, oggi, è il partito: un veicolo nuovo di produzione politica, ancorato a una indiscutibile realtà popolare, dove le cose da inventare sono molto di più di quelle da gestire, sorprende e amareggia l'uscita di Rutelli. Amareggia e sorprende soprattutto perché Egli, come si è visto, dice di volersi adoperare per la formazione di un nuovo scenario culturale e civile sul quale far nascere una adeguata proposta politica al Paese. Perché non esprimere questa iniziativa all'interno del PD che pure lui ha contribuito a fondare con grande determinazione e coraggio? Si direbbe, per la stessa tempistica della sua decisione (la vittoria di Bersani) che Egli voglia escludere dal suo progetto la storia e le novità del riformismo di sinistra.

È lecita la conseguenza che Rutelli - per la verità non da ora - ritenga giusto e conveniente puntare sul «grande centro», piuttosto che sul PD. Può essere, e forse è così; ma qui mi sembra più conveniente osservare che sono i cattolici democratici e i popolari nel PD ad essere interpellati. Vivono essi lo stesso «disagio» che ha portato Rutelli ad uscire dal partito? Sentono questo partito come il «loro» partito? e, se è vero che il partito è anche offerta di memoria, di speranza, di valutazione del nostro «vivere insieme», necessariamente plurale, è il «loro partito» il partito democratico? Io ritengo di sì; e voglio aggiungere qualche cosa a quanto ho già detto. Non ho mai pensato che alla base del PD vi sia una sorta di meticciato o contaminazione, come è stato detto, di culture diverse. Ho sempre pensato che ogni componente politica sia confluita nel PD con la propria cultura, la propria storia, naturalmente vissuta, ricordata e collocata nella successione degli eventi e nel progressivo quadro di una maturazione democratica.

La storia dei cattolici democratici è proprio legata, con i suoi valori, a questa progressiva maturazione, alla comprensione della laicità della politica, al gioco della libertà e al dovere della giustizia. È una storia che sa bene che la democrazia, nel corso degli anni, si è posta sempre come problema; a maggior ragione, oggi, quando le sfide della scienza e della tecnica chiedono al mondo globalizzato un di più e, insieme, un ripensamento della democrazia. Questa coscienza i cattolici democratici l'hanno portata e l'hanno trovata nel PD dove, insieme ad altri, sanno bene che popolarismo, regole del costituzionalismo moderno, principio di inclusione, diritti civili sono ancora parole che si possono dire. Viginio Rognoni. Corriere


 

Yoani Sanchez maltrattata a Cuba

La donna si stava recando a una manifestazione contro la violenza nel mondo nel quartiere Vedado

L'AVANA (CUBA) - La blogger cubana Yoani Sanchez ha denunciato oggi di essere stata vittima di un «sequestro» con «molta violenza fisica e verbale» da parte di agenti della Sicurezza dello Stato. Secondo quanto ha detto la Sanchez all'agenzia Ansa, due persone in borghese hanno impedito a lei e ad Orlando Luis Pardo, anche lui blogger, di partecipare ad una manifestazione contro la violenza costringendoli a salire su una macchina privata. Mezz'ora dopo sono stati «lanciati» dall'auto per strada, lontano da dove sarebbero stati arrestati.

 

MALTRATTAMENTI - «Pensavo che non ne sarei uscita viva. Mi hanno tolto i vestiti, mi hanno messo le gambe verso l'alto e la testa in giù per caricarmi in macchina», ha raccontato. «Con un ginocchio mi facevano forza contro il petto e io gli stringevo i testicoli. Poi mi hanno picchiato in testa». Tutto questo sarebbe successo dentro la vettura, nella quale una persona guidava e altre due picchiavano, secondo la Sanchez, autrice del blog Generacion Y. «È stato un sequestro nel peggior stile della camorra. Mi hanno detto: Fino a qui sei arrivata. Non farai più niente». Nello stesso momento un'altra blogger, Claudia Cadelo, e una sua amica sono state arrestate e costrette ad entrare in un'auto della polizia e sono state liberate successivamente. «Con una mossa di judo mi hanno costretta a salire in macchina, mentre portavano via Yoani con un'altra auto», ha detto Cadelo.
La Sanchez , 34 anni, titolare del «blog desdecuba.com/Generaciòn Y» è stata premiata in Spagna e negli Usa per il suo lavoro di reporter digitale, ma non ha potuto ritirare i riconoscimenti perché non le è stato permesso di uscire dal suo Paese. Corriere

Yoani Sanchez
Yoani Sanchez

Le G20 divisé sur le climat et la régulation financière

Les ministres des Finances du G20, réunis samedi en Ecosse, ne sont pas parvenus à un accord sur la délicate question du financement de la lutte contre le changement climatique, et sur la mise en œuvre d'une taxe sur la finance.

La Grande-Bretagne, hôte de la réunion des grands argentiers du G20, avait solennellement plaidé pour une attaque frontale du problème du changement climatique et pour une approche novatrice de la régulation financière. Le premier ministre britannique Gordon Brown est même venu en personne à Saint Andrews (Ecosse) pour appeler le G20 à envisager une taxe sur les transactions financières, une mesure parmi d'autres destinées à ramener la stabilité dans la planète finances. En vain. Samedi, le G20-Finances s'est montré divisé sur ces questions.

Les participants n'ont guère partagé l'enthousiasme de Brown. Le sujet ne figure pas dans la déclaration finale du G20. Pire, il n'a, selon le président de la Banque centrale européenne (BCE), Jean-Claude Trichet, même pas été abordé lors de la réunion. Le secrétaire américain au Trésor, Tim Geithner, interrogé sur la question par la télévision britannique SkyNews, l'a tout simplement écarté, soulignant que cette taxe n'était nullement à l'ordre du jour.

 

Climat : pas d'engagement chiffré

 

Dominique Strauss-Kahn, le directeur général du Fonds monétaire international (FMI) qui doit réfléchir sur de telles mesures d'ici au mois d'avril, a souligné avec insistance que la mesure envisagée, qu'il appelle pour l'instant «taxe FMI», ne porterait pas sur les transactions financières. Il s'agirait plus d'une sorte d'assurance, à laquelle les banques qui prennent le plus de risques contribueraient davantage. La ministre des Finances française Christine Lagarde a considéré pour sa part que le projet à l'étude était «une très bonne chose», observant toutefois que «certaines idées doivent faire leur chemin».

Le gouvernement britannique a également dû en rabattre sur ses ambitions concernant le climat. Les ministres se sont contentés d'évoquer la nécessité d'un accord «ambitieux» lors du sommet de Copenhague en décembre, ainsi que de moyens financiers substantiels pour y parvenir. Mais en dépit des pressions britanniques, aucun engagement chiffré n'a été tranché. Le Figaro

Tabac: hausse des prix effective lundi

Il risque d'y avoir du monde ce week-end dans les bureaux de tabac. L'arrêté ministériel fixant les nouveaux tarifs du tabac, qui augmenteront comme prévu de 6% lundi, a été publié aujourd'hui au Journal Officiel.

Cette hausse de prix, qui représente environ 30 centimes par paquet, avait été votée le 30 octobre par l'Assemblée Nationale. Les cigarettes les plus vendues (Marlboro) coûteront 5,60 euros par paquet.

Elle avait été contestée jusqu'au sein de la majorité UMP, tandis que les associations de lutte contre le tabagisme, ainsi que la ministre de la Santé Roselyne Bachelot, souhaitaient plutôt 10%. Le président Nicolas Sarkozy avait défendu début novembre l'ampleur de cette augmentation, estimant qu'"en période d'inflation nulle, c'est une forte progression". Le Figaro

Les familles des victimes du vol AF 447 réunies à Rio

Plusieurs centaines de personnes se sont réunies samedi lors d'une cérémonie organisée en mémoire des 228 victimes du vol Rio-Paris du 1er juin. Certaines familles brésiliennes portaient des brassards pour dénoncer un «manque de transparence» de l'enquête française.

Cinq mois après le terrible crash inexpliqué du vol AF 447 au-dessus de l'Atlantique, les familles cherchent à faire leur deuil. Samedi, plusieurs centaines de proches des 228 victimes du Rio-Paris du 1er juin ont assisté à une cérémonie du souvenir sobre et émouvante. Cet hommage, auquel ont aussi participé des responsables français et brésiliens et les dirigeants d'Air France, s'est voulu discret, à l'écart de la presse, à la demande des familles. Mais il a aussi été l'occasion pour des familles brésiliennes de manifester leur mécontentement face au «manque de transparence», d'après elles, de l'enquête française.

«Cela a été une cérémonie imposante de dignité et de ferveur pour permettre aux familles de faire leur deuil», a déclaré à la presse le secrétaire d'Etat français à la Coopération Alain Joyandet, à l'issue de l'hommage. «Les familles ont été heureuses d'avoir pu mettre en commun cette douleur terrible», a-t-il ajouté, annonçant «qu'un mémorial érigé en France serait inauguré à la date anniversaire de l'accident», le 1er juin prochain.

La cérémonie s'est déroulée au belvédère Mirante do Leblon qui domine la mer, dans un quartier résidentiel du sud de Rio, en présence de quelque 500 proches des disparus et de plus d'une centaine de membres du personnel d'Air France. Une stèle a été dévoilée, constituée d'un panneau en cristal de plusieurs mètres, sur lequel ont été gravées 228 hirondelles - symbolisant les 228 victimes - qui paraissent s'envoler au-dessus de l'océan. La cérémonie a été simple : un acte œcuménique, une lecture de textes sacrés, des hommages lus par cinq familles, des musiques, une chanson écrite par l'épouse d'une victime. Et un moment très émouvant, selon un participant, quand les noms des 228 victimes ont été égrenés. Dans l'après-midi, les familles devaient embarquer à bord de bateaux et jeter des fleurs dans la baie de Rio.

 

Une nouvelle campagne de recherches en février

 

Un porte-parole de l'association brésilienne des victimes, Maarten Van Sluys, a rapporté qu'une soixantaine de proches de Brésiliens portaient un brassard noir «pour manifester silencieusement contre le manque de transparence de l'enquête des autorités françaises». Cette association, qui dit représenter trente-huit des cinquante-huit familles des victimes brésiliennes, a publié une lettre ouverte pour réclamer plus d'informations sur l'enquête, ainsi que le versement d'indemnités supérieures aux 17.000 euros déjà versés par les assurances. A la fin de la cérémonie, Maarten Van Sluys a remis cette lettre au ministre français. «Tout le monde veut la vérité, le gouvernement français veut la vérité, le gouvernement brésilien et les familles aussi qui veulent continuer à faire leur deuil», lui a répondu Alain Joyandet, ajoutant qu'une nouvelle campagne de recherches aurait lieu en février. Le Figaro

Intervista a Luciano Monari, vescovo di Brescia

Un omaggio al Concilio e a Paolo VI, il Papa del Concilio. Questo il motivo centrale della visita di Benedetto XVI a Brescia. Il vescovo della diocesi lombarda, Luciano Monari, vicepresidente della Cei, lo ha ripetuto più volte nel cammino di preparazione all’evento di domani, che nasce dall’invito a Ratzinger nel 30° della morte di Montini (6 agosto 1978).

Quale dono costituisce e quale responsabilità comporta essere la diocesi di Paolo VI?
Nella sua biografia c’è un elemento dominante – risponde Monari –: l’amore delicato, profondo per la Chiesa. Montini ha consacrato la vita al servizio della Chiesa nella convinzione che fosse il modo più concreto per essere discepoli di Gesù. Brescia vive con gioia e fierezza l’aver dato alla Chiesa un pontefice che l’ha guidata nella stagione decisiva del Vaticano II. E sente la responsabilità di essere fedele alla sua visione piena, positiva della Chiesa: una Chiesa missionaria, che manifesta il mistero della presenza di Cristo nel mondo. Se penso alle congregazioni religiose nate a Brescia e attive nella missione, nell’educazione, nella sanità, se penso ai nostri fidei donum e alla ricchezza del nostro volontariato missionario, posso dire: sì, Brescia resta nel solco di Paolo VI.

Quali ombre e luci, quali sofferenze e speranze recherà con sé Brescia all’incontro col Papa?
Brescia custodisce una grande tradizione di impegno sia sul piano dell’economia e del lavoro, sia su quello della partecipazione politica e democratica. Una vitalità che si vede anche nella Chiesa: le famiglie religiose, certo; il nostro clero secolare – nonostante il calo di vocazioni abbiamo ancora più di 800 preti e alcune decine di fidei donum. Ci misuriamo con le difficoltà di tutte le Chiese dell’Occidente: la secolarizzazione, innanzitutto. Fin dall’800 il laicato cattolico bresciano ha saputo affrontare la sfida di dare forma evangelica al vissuto della modernità, una sfida che ora chiama a dare risposte nuove. Anche il problema spinoso delle vocazioni sacerdotali chiede risposte nuove – penso alla straordinaria rete degli oratori, tipica della realtà bresciana, che comporta una presenza notevole di preti... Di fronte alle difficoltà il Signore ci chiama a una speranza più grande e ad una radicalità più profonda.

Ci sono parole e gesti che, in particolare, attendete dal Papa?
Dall’incontro col vescovo di Roma, centro della comunione della Chiesa, attendiamo un approfondimento della nostra identità di Chiesa diocesana e del senso di comunità. Gli chiediamo di aiutarci a essere testimoni del Vangelo nel mondo d’oggi. Ratzinger ci insegna la necessità di vivere tutte le dimensioni della vita tenendo aperte le porte a Dio e alla trascendenza. È la sua personale testimonianza che attendiamo: la coerenza del suo itinerario di fede e di pensiero è illuminante in un mondo – come diceva Paolo VI – che accetta i maestri se sono testimoni.

Alla vigilia della visita, quali sintonie fra Montini e Ratzinger vale la pena di sottolineare?
Una somiglianza forte sta nella loro volontà di farsi carico del confronto fra il cristianesimo, la sua tradizione e il mondo contemporaneo. Questo fu il grande cruccio del Montini pontefice, ma anche del Montini arcivescovo di Milano – si pensi alla grande missione alla città, tentativo di far incontrare tutti i «vissuti contemporanei» con il Vangelo e i suoi testimoni. In Ratzinger vediamo il tentativo di leggere il cammino della modernità alla luce della fedeltà al Vangelo: di fronte a una cultura che si allontana dal riferimento alla verità per scegliere il primato della prassi, si rilancia la testimonianza di una fede cristiana che unisce verità e carità. Se Paolo VI ha voluto Ratzinger arcivescovo di Monaco, è perché ha visto in lui il teologo che avrebbe potuto offrire un magistero attento alle sfide culturali che la modernità pone alla Chiesa.

La prima tappa della visita del Papa sarà a Botticino, davanti alle spoglie di sant’Arcangelo Tadini, prete diocesano, parroco, fondatore delle Suore Operaie. Quale è il significato ecclesiale di questo gesto?
Uno dei crucci di Ratzinger è questo: il fatto che la sottolineatura del sacerdozio comune dei battezzati possa offuscare l’identità propria del ministero ordinato. Con l’omaggio a Tadini – nel corso dell’Anno Sacerdotale – il Papa ci ricorda che essere prete cattolico significa essere in una relazione sacramentale col mistero del Signore Risorto, che ti pone nella Chiesa e fra gli uomini come segno vivo della presenza di Cristo. Nasce da questa relazione d’amore con Gesù l’amore verso gli uomini che suscita risposte creative, come quelle date da Tadini al mondo del lavoro nell’età dell’industrializzazione.

Ultima tappa della giornata sarà Concesio, con l’inaugurazione della nuova sede dell’Istituto Paolo VI e la visita al fonte dove Montini venne battezzato...
Questi luoghi dialogano fra loro. L’Istituto Paolo VI è il luogo della memoria storica e della rigorosa ricerca scientifica, indispensabile per una piena, profonda conoscenza della figura e del pensiero di Montini, così a lungo e ancor oggi gravata da pregiudizi e letture ideologiche. La visita al fonte ci ricorda che l’amore di Dio è il fondamento di ogni vita: la nostra come quella di un grande Papa come Montini.

Al centro della giornata c’è la Messa in piazza Paolo VI, nel cuore di Brescia. Che cosa significa celebrare la Messa col Papa?
Significa sperimentare visibilmente quello che viviamo in ogni Messa: la comunione con il Papa, per il quale preghiamo ogni volta. Il Papa è il garante di quella comunione che unisce tutta la Chiesa e che l’Eucaristia crea e fonda. La Messa non è mai un fatto privato o di gruppo: è un evento che ci inserisce nella comunione della Chiesa universale. Avere il Papa fra noi sarà una gioia grande.

Domani sull’altare papale ci sarà un simbolo eminente della storia cristiana di Brescia: l’antica Croce dell’Orifiamma. Quella Croce alla quale, talvolta, l’Europa sembra voler negare cittadinanza nello spazio pubblico. Come poter essere testimoni credibili del mistero e del messaggio della Croce nella società laica e plurale del nostro tempo?
Credo che per un cristiano la Croce – o meglio: il Crocifisso – sia il riferimento essenziale per due motivi. Il primo: perché è la rivelazione più incredibile dell’amore di Dio per noi. Quell’amore vissuto nella verità – come ci ricorda l’ultima enciclica di Ratzinger, la Caritas in veritate – è il fondamento dell’autentico sviluppo umano. E qui giungiamo al secondo motivo: quel Crocifisso ci dice anche la vera identità dell’uomo. Che non è un essere compiuto, perfetto, ma un essere limitato, che soffre, che può anche far soffrire. Ma soprattutto un essere che ama. E che è capace di pagare l’amore col sacrificio di sé. Il Crocifisso ci introduce in quel dinamismo di amore che ci chiama a prenderci cura gli uni degli altri.
Lorenzo Rosoli. Avvenire

La notte in cui vidi cadere il Muro

Se non fosse per i pannelli che ricordano uno dei primi tragici tentativi di fuga dalla Germania comunista, farei fatica a ritrovare l’ex passaggio di confine ad Invalidenstrasse, a poche centinaia di metri dal Reichstag che oggi ospita il parlamento tedesco sotto una grande cupola di cristallo. Fu qui che in mezzo ad una folla festante varcò il Muro, sulle spalle del padre. Rivedo ancora gli occhioni azzurri di quel bimbo. Oltrepassato il posto di guardia alzò lo sguardo verso il cielo come se all’Ovest avesse un colore diverso da quello plumbeo e grigio dell’Est. Una scena degna di un film di Fassbinder, un’immagine che più di ogni altra mi si è fissata nella memoria il giorno che crollò la Bastiglia rossa e ne uscirono i prigionieri di un regime dispotico e assurdo. Era il 1989, l’anno in cui il vento della libertà soffiava impetuoso. Ma nessuno s’immaginava che avrebbe buttato giù il muro della vergogna.

Ore venti di giovedì 9 novembre. Squilla il telefono, dall’altra parte del filo Giuliano Ragno, il nostro compianto vice-direttore che all’epoca era responsabile degli esteri. «Hanno appena annunciato che la Ddr apre le frontiere – grida con voce concitata –. È come se fosse caduto il Muro!». I dispacci d’agenzia non erano molto chiari, parlavano di nuove disposizioni in materia di viaggi all’estero e di liberalizzazione dei visti d’uscita per i cittadini della Germania comunista. Ma Giuliano era uno che la notizia l’afferrava al volo: «Il Muro non c’è più, corri subito a Berlino!». Il mattino dopo ero lì, taccuino in mano e cuore gonfio d’emozione. I mattoni e le lastre di cemento non erano spariti, così come il filo spinato, i cavalli di Frisia e le mine anti-uomo che da ventotto anni costituivano l’oscena barriera di separazione tra le due Germanie. Ma nel volgere di una notte erano diventati lugubri residui del passato, una sorta d’illusione ottica, inutile fondale per un teatro dell’orrore che non si recita più. Va in scena un altro spettacolo, incredibile e pazzesco, «Wahnsinn», come dicono i tedeschi.

Mi ritrovo circondato da una marea umana impressionante che si riversa oltre il Muro e inonda Berlino Ovest. Già nelle settimane precedenti 200mila tedeschi orientali erano fuggiti in Occidente attraverso l’Ungheria, un Paese formalmente socialista che aveva deciso d’aprire le sue frontiere con l’Austria. Contro il rigido comunismo prussiano si poteva solo «votare coi piedi», cioè scappare. Il 18 ottobre Erich Honecker, già capomastro del Muro e quindi dittatore incontrastato della Ddr, aveva dato le dimissioni. Gli era succeduto lo sfortunato Egon Krenz che affrontava col suo sorriso equino l’onda montante della protesta, mentre la grande fuga non accennava a diminuire. E nel tentativo di frenare il malcontento popolare il regime si decide a varare disposizioni meno restrittive per i viaggi all’estero. La sera del 9 novembre, dopo che si è diffusa la notizia della nuove modalità d’espatrio «senza motivi particolari», molti cittadini della Ddr si recano ai pochi punti di valico sotto gli sguardi increduli e stupefatti dei Vopos, le terribili guardie di frontiera educate allo Schiessbefehl, l’ordine di sparare a vista su chiunque tenti di saltare il Muro. Adesso però non sanno come comportarsi, chiedono istruzioni ma ricevono solo ordini confusi e contraddittori.

Cresce il nervosismo e così c’è chi decide d’alzare la sbarra permettendo alla gente di passare. Gli storici stanno ancora litigando su quale fu il primo posto di controllo dove venne aperta la frontiera più blindata d’Europa. Alla Bornholmer Strasse, poco prima di mezzanotte, si è sempre pensato (e sarà qui infatti che avranno luogo le celebrazioni del ventennale). No, il Muro cadde già alle otto e mezzo, alla Waltersdorfer Chaussée, all’estrema periferia sud-orientale della città, sostengono altri. Il dibattito conferma che l’evento più importante della storia del dopoguerra avvenne in modo del tutto imprevisto e casuale. Dalle finestre della sua residenza in Unter den Linden, il viale centrale di Berlino est, l’ambasciatore sovietico assiste, impotente e frastornato, al passaggio di migliaia di persone che si dirigono verso la Porta di Brandeburgo. Negli stessi minuti a Bonn, nell’ufficio della Cancelleria, il consigliere Eduard Ackermann chiama al telefono Helmut Kohl che si trova a Varsavia per una visita di Stato. «Continuava a chiedermi se fosse proprio vero quello che gli riferivo», ricorda Ackermann. C’è davvero di che stropicciarsi gli occhi davanti a quello che sta accadendo.

Venerdì 10 novembre Berlino si risveglia sotto un tiepido sole autunnale scoprendosi pacificamente invasa da una folla ubriaca di felicità. Famiglie intere, giovani a coppie o in gruppo, scolaresche al completo, in autobus, in macchina o in bicicletta, qualcuno perfino a piedi, tutti vogliono assaggiare il frutto finora proibito della libertà. C’è chi piange per la commozione e chi alza le dita in segno di vittoria mentre oltrepassa il Muro, finalmente visto da vicino e dalla parte migliore. Ai valichi vengono salutati con applausi scroscianti dai berlinesi occidentali che in segno di benvenuto offrono fiori alle donne e boccali di birra schiumante agli uomini. La fredda e opulenta Berlino sprizza di gioia sincera mentre abbraccia calorosamente i cugini poveri dell’Est. Impossibile muoversi in città bloccata da ingorghi paurosi, con le rumorose e puzzolenti Trabant (l’auto col motore a due tempi simbolo della Ddr) che s’infilano tra Mercedes e Bmw.«È il caos più meraviglioso che avremmo potuto sognare – titola la Bild Zeitung –. Ringraziamo Dio». Sulla Ku-damm, la via elegante del centro, ho visto una Trabant tamponare una grossa Mercedes. Ne scende un signore distinto e cosa fa? Abbraccia il malcapitato che gli è andato addosso: «Non è niente», dice ridendo. Si sentono un po’ come dei marziani i cittadini dell’Est, approdati su un altro pianeta. «Ma qui è tutto colorato!» mi dice un ragazzo con gli occhi spiritati. Molti si fermano col naso schiacciato contro le vetrine, tutti fanno la fila davanti alle banche dove ricevono cento marchi a testa, la somma di benvenuto che la Bundesrepublik regala ai tedeschi della Ddr.

C’è chi si precipita alla KaDeWe, mitico centro commerciale d’inizio Novecento, per comprarsi l’agognato paio di jeans. E c’è chi entra alla Gedachtniskirche, la chiesa ricostruita sulle rovine della seconda guerra mondiale, per ammirare le vetrate e dire una preghiera. Ma il culmine della festa è alla Porta di Brandeburgo, lungo il Muro preso d’assalto da migliaia di persone. Con picconi, scalpelli, persino a mani nude, cercano di portarsi via un souvenir di quello che ormai è un innocuo monumento alla guerra fredda. Balli, canti, brindisi e abbracci. È ormai notte fonda, vorrei andare a riposare ma ci rinuncio: l’hotel è lontano, il traffico è in tilt, le stazioni del metrò sono più affollate di uno stadio e di taxi neanche l’ombra. La festa durerà fino a domenica, un magico week end che non potrò mai dimenticare. Per tre giorni e tre notti Berlino, «callo sul piede americano da pestare a piacere», secondo la sprezzante definizione di Krusciov, è diventata l’ombelico di un mondo nuovo. Dopo le prime titubanze Kohl marcia deciso verso la riunificazione delle due Germanie. La Storia si è messa a correre e nessuno riuscirà più a fermarla.
dal nostro inviato a Berlino Luigi Geninazzi. Avvenire

Per El Baradei nulla di preoccupante a Qom

Per El Baradei nulla di preoccupante
nel sito nucleare iraniano di Qom

 

 

Teheran, 6. Gli ispettori dell'Onu non hanno trovato "nulla di cui preoccuparsi" nell'impianto sotterraneo iraniano di arricchimento dell'uranio situato presso la città di Qom, di cui fino a poco tempo fa si ignorava l'esistenza. Lo ha dichiarato il direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) Mohamed ElBaradei, in un'intervista al "New York Times". Secondo El Baradei, gli ispettori inviati a Qom il 25 ottobre scorso hanno parlato del sito come di "un bunker sotto la montagna per proteggere delle cose" e sostanzialmente si tratta solo di "un buco in una montagna".
Il sito nucleare di Qom, la cui esistenza è stata rivelata dall'Iran all'Aiea nel settembre scorso, a tre anni dopo le prime segnalazioni dei servizi occidentali, ha alimentato i timori sugli sforzi di Teheran per sviluppare l'arma atomica. L'Iran ha però sempre ribattuto di arricchire l'uranio solo per usi civili.
L'Aiea avrebbe però chiesto chiarimenti all'Iran anche a proposito di una serie di test condotti dai suoi ricercatori su testate nucleari di nuova generazione, basate su una tecnologia ufficialmente supersegreta utilizzata sia negli Stati Uniti sia in Gran Bretagna. Lo scrive il quotidiano britannico "The Guardian" nella sua edizione di oggi, citando "documenti mai pubblicati" che fanno parte di un dossier dell'Aiea. In tale dossier si afferma che gli specialisti iraniani avrebbero condotto esperimenti su testate del tipo "a implosione" molto più piccole di quelle tradizionali che possono essere montate più agevolmente su un vettore. Parte del dossier dell'Aiea era stato pubblicato lo scorso settembre dopo alcune rivelazioni allarmistiche venute dall'agenzia di stampa americana Associated Press. In quell'occasione l'Aiea aveva affermato che in Iran non risultavano in atto programmi segreti per la produzione di ordigni nucleari. Secondo l'agenzia di stampa britannica Reuters, né l'Aiea né le autorità iraniane hanno voluto fare commenti su quanto pubblicato da "The Guardian".
Per quanto riguarda il negoziato sul nucleare iraniano, nell'intervista al "New York Times" El Baradei ha spiegato anche di star esaminando la possibilità di compromessi per sbloccare lo stallo della trattativa tra Teheran e il gruppo cosiddetto 5+1 (i Paesi membri del consiglio di sicurezza dell'Onu più la Germania). Come noto, il negoziato si è bloccato per le obiezioni iraniane alla bozza di accordo presentata dall'Aiea. In merito, il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha chiesto nuovamente all'Iran di accettare le proposte dell'Aiea e del Gruppo 5+1 ribadendo che non ci saranno altre offerte. "Come ho già detto, questo è un momento cruciale per l'Iran e a Teheran chiediamo di accettare queste proposte così come sono", ha detto la Clinton in una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle, in visita a Washington. "Non ci saranno cambiamenti, il fulcro dell'accordo non può essere modificato", ha aggiunto Clinton, con la quale si è detto d'accordo il ministro tedesco.
Secondo le proposte dell'Aiea, l'Iran dovrebbe inviare il 75 per cento del proprio uranio leggermente arricchito (fino al 5 per cento) alla Russia e alla Francia, che lo arricchiranno ulteriormente fino al 19 per cento, il livello necessario per utilizzarlo per fini civili, ma che esclude gli impieghi militari. L'Osservatore Romano 

 

Les Français se marient à plus de 30 ans

En 2008, le nombre d'unions a encore diminué, selon les chiffres publiés vendredi par l'Insee.

Les jeunes ne se marient plus ! À 20 ans, ceux qui s'aiment vivent parfois ensemble. Mais d'alliance officielle, point. Désormais, il faut avoir passé 30 ans pour songer au mariage. L'âge du premier mariage ne cesse de s'élever : il a gagné un an depuis 2004 ! Les hommes célèbrent en moyenne cette union à 32 ans et 6 mois et les femmes à 30 ans et 5 mois.

Si l'on tient compte des remariages, cet âge moyen augmente pour atteindre 36 ans et 1 mois pour les hommes et 33 ans et 3 mois pour les femmes, selon l'Insee, qui publiait vendredi le bilan nuptial de l'année 2008. Une union sur cinq est aujourd'hui une deuxième tentative. Les hommes divorcés s'unissent à nouveau à 48 ans et 3 mois en moyenne et les femmes à 44 ans et 8 mois.

 

Concurrence du Pacs

 

Après le XIXe siècle, où l'on se mariait tard, une fois établi dans la vie, le XXe avait vu s'imposer les noces de jeunes, sésame de la vie en couple. «C'est au début des années 1970 que l'on s'est marié le plus jeune», rappelle France Prioux, directrice de recherches à l'Ined. Depuis, la tendance s'est inversée. «Toute la mise en union est retardée : le premier couple, comme la vie commune. Enfin, le mariage vient confirmer une union établie », détaille Xavier Niel, chef de la démographie à l'Insee. Encore n'est-il qu'une «forme possible du couple. Plus la voie majoritaire», insiste le démographe.

Si certains finissent par convoler lorsque les enfants sont là, d'autres se pacsent, à peu près au même âge. Enfin, beaucoup restent en concubinage. En 2008, le nombre de mariages a encore baissé. Quelque 265 400 unions ont été enregistrées en 2008, soit une baisse de 3 % par rapport à l'année dernière. Un reflux proche du plancher de 1995, année où les maires avaient célébré 261 813 mariages. «Même les divorcés se remarient moins», note France Prioux. La moitié convolait à nouveau dans les années 1980. Seuls 40 % le font maintenant. Enfin, le nombre de couples mixtes, où l'un des époux est de nationalité étrangère, baisse drastiquement. Il ne représente plus que 12,7 % des nouvelles unions enregistrées contre 16,8 % en 2003.

Se marier devient rare. Un acte d'amour, entouré de multiples précautions… qui n'empêchent pas les divorces ! «Autrefois, les notaires disaient : l'idéal est de vivre en concubinage et de mourir mariés. Maintenant l'optique a changé : on se marie après réflexion, on se quitte dès que l'amour cesse», résume France Prioux. En revanche, les pacs ont bondi pour atteindre 140 000 en 2008. Le phénomène de substitution gagne. Si l'on additionne les chiffres du mariage et du pacs, les officialisations augmentent. Le Figaro

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