mercredi, 04 novembre 2009

Finanziaria: arriva il giuramento di fedeltà per i dipendenti pubblici

Nel ddl collegato alla manovra. Se la norma sarà approvata diventerà un obbligo per i neoassunti

ROMA - Giuramento di fedeltà per i dipendenti pubblici, pagelle via web e ricette on line. Sono solo alcune delle novità previste nella bozza del disegno di legge taglia-burocrazia collegato alla Finanziaria.

 

GIURAMENTO - I dipendenti pubblici, al momento dell'assunzione, dovranno prestare un giuramento di fedeltà alla Repubblica. Il testo riporta anche la formula che dovrà essere pronunciata: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi, di adempiere ai doveri del mio uffici nell'interesse dell'amministrazione per il pubblico bene». Le nuove norme, che non potranno essere derogate da contratti o accordi collettivi, si applicano ai neo-assunti.

PAGELLE VIA WEB - Il ddl prevede anche l'introduzione della carta d'identità a partire dai 10 anni di età, cambi di residenza online e arrivo anche della pagella elettronica. Per quest'ultima la norma prevede che tutte le istituzioni scolastiche pubbliche e paritarie saranno connesse in rete entro il 2012 e potranno utilizzare «servizi tecnologici avanzati per la didattica e le relazione tra la scuola e la famiglia»: tra questi ci sarà «la possibilità di rendere disponibile alle famiglie la pagella in formato digitale».

RICETTE MEDICHE ON LINE - Anche la ricetta medica diventerà telematica, anche se il cittadino avrà il diritto ad ottenere il documento cartaceo. Il passaggio sarà progressivo è scatterà, per il 40% delle ricette, già dal gennaio 2010. Il passaggio dal documento cartaceo al documento elettronico si legge nella bozza del ddl «avviene in forma progressiva dal primo gennaio 2010 in ragione del 40% delle prescrizioni al 31 dicembre 2010, del 80% al 31 dicembre 2011 e del 100% al 31 dicembre 2012. A decorrere dal primo gennaio 2013 è fatto divieto di effettuare prescrizioni sanitarie farmaceutiche e specialistiche in forma non elettronica».
Dal 30 giugno 2010 inoltre i certificati medici dovranno essere trasferiti all'Inps in via telematica anche per le assenze dei dipendenti privati.

Corriere

 

 

 

 

Le couvre-feu pour mineurs délinquants fait débat

Policiers, magistrats et politiques de gauche jugent «inapplicable» l'idée avancée mardi soir par Brice Hortefeux pour juguler la délinquance juvénile. L'UMP salue une initiative «courageuse».

«Démagogique», «incantatoire», «inapplicable»…Les adjectifs utilisés par les syndicats de magistrats et de policiers ne manquent pas au lendemain de la suggestion de Brice Hortefeux d'instaurer un couvre-feu pour les jeunes délinquants. Le ministre de l'Interieur a en effet annoncé mardi soir qu'il souhaitait mettre en place une réflexion autour de cette pratique pour les mineurs délinquants de moins de 13 ans. «Je suis de plus en plus partisan d'une mesure qui aurait le mérite de la simplicité, de la lisibilité et de l'efficacité: qu'un jeune de moins de 13 ans qui aurait déjà commis un acte de délinquance ait une interdiction de sortie nocturne s'il n'est pas accompagné», a-t-il expliqué.

L'annonce a suscité de vives réactions mercredi matin. Il s'agit «d'une mesure totalement inapplicable qui s'inscrit une fois de plus dans une politique répressive», a expliqué la responsable du Syndicat de la magistrature (SM) Emmanuelle Perreux. Avec une telle idée, on «désigne ces enfants comme des boucs émissaires». Même son de cloche du côté de la juge pour enfants Hélène Franco, qui s'interroge : «comment reconnaître les enfants délinquants dans la rue ?».

 

«Une mesure de bon père de famille»

 

«C'est une mesure de bon père de famille qui va rassurer la population» mais «il faut nous donner les moyens, notamment juridiques, de pouvoir l'appliquer», a de son côté expliqué Patrice Ribeiro, secrétaire général-adjoint de Synergie (2ème syndicat d'officiers de police. «C'est une idée séduisante mais comment va-t-on faire pour l'appliquer ?» et «avec quels moyens?», renchérit Jean-Claude Delage, secrétaire général d'Alliance (deuxième syndicat de gardiens de la paix), qui évoque une «réduction d'effectifs» et une «surcharge de missions» de police.

«On se moque du monde», a de son côté jugé Martine Aubry sur RTL. Alors que le gouvernement, «dans le budget actuel, vient d'annoncer plusieurs milliers» de policiers et de gendarmes «en moins», «vous pensez vraiment qu'il va y avoir des policiers pour aller contrôler la nuit, s'il y a un jeune qui est dans la rue, s'il a moins de treize ans ou plus de treize ans, s'il a été condamné, et s'il peut sortir?», a critiqué la maire de Lille. Pour le député socialiste de l'Essonne Julien Dray, cette proposition «est non seulement quasi impossible à mettre en pratique, mais elle marque surtout une nouvelle étape dans la fuite en avant qui masque l'échec de la politique de sécurité de Nicolas Sarkozy». Même son de cloche du côté des Verts, qui estime que le gouvernement, «irresponsable et aux abois», dégaine «dans tous les sens» à l'approche des élections régionales.

 

Initiative «courageuse» du ministre

 

L'UMP a salué de son côté «l'initiative courageuse de Brice Hortefeux». Cette mesure est «protectrice pour les enfants et utile pour la société» a ainsi estimé le secrétaire national du parti à la sécurité, Eric Ciotti. «En effet, les membres des bandes sont de plus en plus jeunes et cette initiative constitue une avancée dans la lutte contre la délinquance et pour la protection des plus jeunes impliqués, au début souvent malgré eux, dans la spirale de la violence et de la délinquance», a-t-il ajouté. Le porte-parole de l'UMP, Frédéric Lefebvre, a abondé dans ce sens, estimant même que les propos de Martine Aubry relevaient de «non assistance à personne en danger».

Le député des Yvelines, Pierre Cardo, s'est pour sa part déclaré «extrêmement réservé» sur la proposition du ministre de l'Intérieur, expliquant qu'elle posait un «problème de moyens». Le Figaro

Sveglia, scadono i termini!

di Gianluca Perricone
Ci risiamo: i due romeni accusati di resistenza e favoreggiamento della latitanza dei loro quattro connazionali accusati del brutale stupro di una 21enne avvenuto a Guidonia, vicino a Roma, il 22 gennaio scorso, sono tornati in libertà. E il motivo è sempre lo stesso, simile a quello che ha determinato negli anni tante, incredibili scarcerazioni: scadenza dei termini sopravvenuti dopo la chiusura dell'inchiesta e prima della richiesta di giudizio. Infatti, il pm della procura di Tivoli, Marco Mansi, ha chiuso l'indagine ma non ha ancora chiesto il rinvio a giudizio e quindi, in scadenza termini, i due romeni sono stati scarcerati. Non ha avuto evidentemente il tempo, il pm di cui sopra, per depositare una richiesta di rinvio a giudizio; era talmente impegnato che non ha avuto appunto la possibilità il proprio dovere, quello per il quale è pagato a fine mese dallo Stato. 
Chissà se la “dimenticanza” sia dipesa anche dal fatto che il pm di cui sopra era impegnato a preparare gli scatoloni dopo aver chiesto e ottenuto il trasferimento alla procura di Piazzale Clodio, a Roma. L’unica cosa certa è che Mugurel Goia e Ionut Barbu adesso sono liberi e potenzialmente potrebbero (nonostante le rassicurazioni del loro avvocato) decidere di ritornarsene nella natìa Romania, scomparendo per sempre dalle aule di tribunale italiane.
Adesso c’è anche un altro timore concreto, richiamato anche dalle colonne del Messaggero da Massimo Martinelli: se  il dottor Mansi «non depositerà neanche la richiesta di rinvio a giudizio per i quattro violentatori entro gennaio, anche loro torneranno in libertà». Ed anche in questo caso a pagare, per una negligenza sicuramente destinata a rimanere praticamente impunita, sarebbero lo Stato, l’immagine della giustizia, ma, in primo luogo, la vittima del misfatto. Alla quale nessuno avrà mai il coraggio di spiegare quando e perchè i termini vengono definiti “scaduti”.

Giustizia Giusta

Sequestro Abu Omar: Pollari e Mancini non giudicabili per il segreto di Stato

Non luogo a procedere per l'ex numero uno del Sismi. Condannati gli agenti della Cia, tre anni per Pio Pompa

MILANO - L’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari e l’ex funzionario dello stesso servizio Marco Mancini non devono rispondere del sequestro di Abu Omar perché non sono giudicabili a causa del segreto di Stato.

 

LA SENTENZA - Lo ha deciso il giudice monocratico di Milano, Oscar Magi, dopo tre ore di camera di consiglio. Sono stati invece condannati gli agenti della Cia in gran parte a cinque anni di reclusione mentre Robert Seldon Lady è stato condannato a otto anni. I funzionari del Sismi Pio Pompa e Luciano Seno accusati solo di favoreggiamento sono stati condannati a tre anni. Immunità consolare, infine, per l'ex capo della Cia in Italia Jeff Castelli.

NON DOVERSI PROCEDERE - Per Pollari il non doversi procedere è stato disposto dal giudice sulla scorta dell'articolo 202 del Codice di Procedura Penale, il quale recita: «qualora il segreto sia confermato e per la definizione del processo risulti essenziale la conoscenza di quanto coperto dal Segreto di Stato il giudice dichiara non doversi procedere per l'esistenza del Segreto di Stato». Stessa sorte per l'ex n.2 del Sismi Marco Mancini. Per Pollari erano stati chiesti 13 anni, 10 per Mancini.

POLLARI - Il generale Nicolò Pollari, al telefono con i suoi difensori, commenta così la sentenza di non luogo a procedere nei suoi confronti: «Se il segreto di Stato fosse stato svelato dagli organi preposti, sarei risultato non solo innocente ma anche contrario a qualsiasi azione illegale». Ai suoi difensori l'ex direttore del Sismi è apparso molto emozionato ma determinato a ribadire, questa sera come dal primo giorno, la sua innocenza. Corriere

Faire du shopping en étant payé

Ce nouveau job de rêve, proposé par le comparateur de prix sur internet Letsbuyit, consiste à faire des emplettes, flairer les bonnes affaires et les nouvelles tendances dans plusieurs villes du monde. L'opération de recrutement dure jusqu'au 14 décembre.

Un emploi dont rêvent tous les accros du lèche-vitrine. Le comparateur de prix sur internet Letsbuyit recherche en effet un(e) consultant(e) international(e) en shopping. Sa mission : faire des emplettes dans les sept plus grandes capitales du shopping (Berlin, Milan, Paris, Londres, New York, Tokyo et Hong Kong) pour y dénicher les bons plans et les nouvelles tendances sur les produits de mode, les appareils électroniques ou encore les gadgets. Selon l'annonce parue sur le site Monster.fr, le candidat retenu décrochera un CDD d'un mois rémunéré à hauteur de 5.000 euros brut. Cerise sur le gâteau, l'heureux gagnant sera doté d'une enveloppe de 10.000 euros pour effectuer ses emplettes, voyagera en business class et logera dans les hôtels de prestige. Pour mener à bien sa mission, un appareil photo et une caméra lui seront fournis afin qu'il puisse partager chaque jour son expérience sur un blog. Pour postuler, le candidat doit être âgé de plus de 18 ans, être un passionné et un expert du shopping, «disponible, dynamique et motivé». Des critères auxquels devraient répondre de nombreuses personnes !

Baptisée le «deuxième meilleur job du monde», le recrutement de Letsbuyit fait suite à l'opération de communication d'une agence de voyage qui proposait au début de l'année, d'être le gardien d'une île paradisiaque au large de l'Australie, avec une rémunération de près de 83.000 euros pour six mois.

Pour déposer sa candidature (date limite le 14 décembre) :

http://job.letsbuyit.fr

Le Figaro

L'opposition iranienne à nouveau dans la rue

Marion Brunet (lefigaro.fr)
Une manifestante «anti-Ahmadinejad» fuit mercredi la police à Téhéran, en marge du cérémonies anti-américaines commémorant le 30e anniversaire de la prise de l'ambassade américaine.
Une manifestante «anti-Ahmadinejad» fuit mercredi la police à Téhéran, en marge du cérémonies anti-américaines commémorant le 30e anniversaire de la prise de l'ambassade américaine. Crédits photo : AP

En marge des cérémonies anti-américaines marquant l'anniversaire de la prise de l'ambassade des Etats-Unis, des affrontements ont opposé mercredi les adversaires du régime et les policiers à Téhéran.

Les rues de Téhéran ont à nouveau été mercredi le théâtre d'une démonstration de force entre la police et les partisans de l'opposition. Les forces de l'ordre, déployées en nombre à Téhéran, ont tiré des gaz lacrymogènes pour disperser les milliers de manifestants, venus dans le centre de la capitale, malgré l'interdiction des autorités. Une intervention rapidement bouclée par la police iranienne puisqu'après quelques heures de combats, les manifestations hostiles au gouvernement ont cessé. Selon des témoins, un nombre indéterminé d'opposants ont été blessés ou arrêtés lors de ces affrontements. Mais alors que le centre de la capitale reste quadrillé par les forces de sécurité, quelques petits groupes d'opposants sont toujours aux abords des avenues.

Les partisans de l'opposition ont multiplié ces derniers jours les appels sur Internet à descendre dans la rue, en marge de la manifestation officielle anti-américaine organisée mercredi pour célébrer le 30ème anniversaire de la prise de l'ambassade des Etats-Unis à Téhéran. Des milliers de tenants de l'opposition se sont ainsi dirigés mercredi en petits groupes vers la place Haft-e Tir, dans le centre de Téhéran, aux cris d'«Allah Akbar (Dieu est le plus grand)» et «Mort au dictateur» (voir heure par heure les vidéos des manifestants). Mais la police, ainsi que des membres des forces de sécurité habillés en civil et la milice islamique des Bassidj, mobilisés pour l'occasion, sont rapidement intervenus à coups de bâtons et de tirs de gaz lacrymogènes, selon des témoins de la scène. L'avenue menant à la place Haft-e Tir a quant à elle été le point de cristallisation de l'opposition entre les «pro-Ahmadinejad» et les «antis». Au «Mort à l'Amérique» des partisans du pouvoir, les seconds rétorquaient ainsi «Mort à la Russie». Jusqu'à ce que la police disperse une nouvelle fois ces derniers.

 

«La prise d'otages de l'ambassade a été une erreur»

 

Parallèlement, à quelques centaines de mètres de la place Haft-e Tir, des milliers de personnes se sont rassemblées devant l'ancienne ambassade américaine pour commémorer sa prise d'assaut par des étudiants islamistes en 1979. Arborant des drapeaux iraniens et des pancartes sur lesquelles on pouvait voir «l'oncle Sam» se faisant frapper à la tête, ils ont crié les slogans habituels de «Mort à Israël» et «Mort à l'Amérique».

Le 4 novembre 1979, des étudiants islamistes avaient attaqué l'ambassade américaine, avant de prendre en otage ses diplomates, restés détenus pendant 444 jours. Les relations diplomatiques entre Téhéran et Washington ont ensuite été rompues. Depuis cette date, une manifestation est organisée chaque année devant l'ex-ambassade américaine. Pourtant, ironie de l'histoire, des étudiants qui avaient participé à cet évènement, peu après la révolution islamique menée par l'ayatollah Khomeiny, sont devenus, 30 ans après, de farouches critiques d'un régime qu'ils ont contribué à mettre en place. Le grand ayatollah dissident Hossein Ali Montazeri a même déclaré mercredi que la prise d'otages avait été une erreur. «Compte tenu des répercussions négatives et de la haute sensibilité que cet acte avait créé chez le peuple américain et qui existe toujours, il n'était pas correct de faire cela», a-t-il dit mercredi sur son site internet

A l'occasion de cet anniversaire, le président américain Barack Obama a affirmé que l'Iran devait «choisir» entre rester fixé sur le passé ou ouvrir la voie à «plus d'opportunités, de prospérité et de justice» pour son peuple. La France a quant à elle condamné la «nouvelle vague de violence et de répression» en Iran et les «arrestations arbitraires» de manifestants de l'opposition à Téhéran, selon les mots du porte-parole du ministère des Affaires étrangères, Bernard Valero.

Cette commémoration survient alors que la communauté internationale, Etats-Unis en tête, a accentué la semaine dernière la pression sur l'Iran, lui demandant de répondre rapidement au projet d'accord de l'Agence internationale de l'énergie atomique sur son programme nucléaire. Le Figaro

Grippe A: regole per i bambini

Spremute, abiti a strati, niente antibiotici:
come si fa con una influenza tradizionale

Il virus A H1N1 è talmente nuovo che ha nei giovani gli alleati migliori per diffondersi. Di conseguenza so­no anche i soggetti più a rischio per la nuova influen­za A. In particolare quelli in età scolastica, dall’asilo alle medie. Ma i genitori non devono farsi prendere dal panico. Il primo da chiamare è il pediatra, poi com­portarsi come con una qualsiasi influenza. Poche sem­plici regole di prevenzione: ogni giorno una spremuta di arance; cercare di non far sudare i bambini e di non far prendere loro freddo, meglio vestirli a strati; arieg­giare gli ambienti; evitare ambienti troppo caldi e con aria troppo secca; se fuori fa molto freddo, respirare con il naso tenendo la bocca chiusa.

 

1 Come comportarsi quando i bambini si ammalano?

Se invece si ammalano, ricordare sempre che la febbre aiuta a guarire prima, va abbassata solo se è molto alta o se causa malessere. Il latte caldo con il miele è un ottimo mucolitico e sedativo della tosse. Gli antibiotici non vanno presi perché non «uccidono» i virus, servono solo nel caso di complicazioni batteriche (lo stabilisce il medico curante). Per la gola irritata e la voce rauca? I rimedi della nonna (uno è respirare i vapori di camomilla e bicarbonato in acqua bollente) sono i migliori. Passata la malattia, ancora a casa per 2­-3 giorni. Il virus A H1N1 è subdolo.

2 L’influenza pandemica è uguale o no a quella stagionale?

L’influenza è una comune malattia infettiva acuta, trasmessa da un gruppo di virus specifici. E’ caratterizzata da sintomi di tipo respiratorio e dal fatto che colpisce, tipicamente nella stagione invernale, ampie fasce della popolazione sia adulta sia infantile. Normalmente non è malattia grave. Un virus nuovo, però, può infettare anche fuori stagione e causare una pandemia. Come la «Spagnola» del 1918, l’«Asiatica» del 1957 e la «Hong Kong» del 1968. L’importante è bloccare il virus nuovo quando è poco letale, perché se muta può diventare «cattivo».

3 Una mamma ammalata può continuare ad allattare al seno?

Il latte materno è fatto per combattere le malattie del bambino. Ed è di estrema importanza nei primi mesi di vita, perché il sistema immunitario (le difese da batteri e virus) dei neonati non è ancora sviluppato. Quindi? Non smettere di allattare al seno se ci si ammala. Attenzione, però, a non tossire o starnutire sul viso del bambino. Lavarsi spesso le mani con acqua e sapone. Utile la mascherina per evitare di contagiare il bambino. Se si sta troppo male, estrarre il latte con un tiralatte e farlo somministrare al bambino da un’altra persona.

4 E se invece si ammala il neonato, è utile allattare al seno?

Sì. E’ una delle migliori cose che una mamma può fare per il bambino ammalato. Anzi, occorre dare al piccolo molte occasioni di nutrirsi dal seno durante la malattia. I bambini necessitano di più liquidi quando sono malati, rispetto a quando stanno bene. Il liquido che assumono dal latte materno è meglio di qualsiasi cosa. Se il bambino sta troppo male per succhiare dal seno, può bere il vostro latte da un biberon, una siringa o un contagocce. E niente paura: una mamma che si vaccina o prende medicine contro l’influenza A H1N1 può allattare tranquillamente al seno.

5 Che cosa favorisce il contagio con i virus dell’influenza?

Il virus influenzale si trasmette da una persona all’altra attraverso le microscopiche goccioline di saliva che ciascuno di noi emette quando parla o tossisce. Fra bambini piccoli, un ruolo importante può avere lo scambio di ciucci, giocattoli o indumenti da poco insalivati. Quindi, il contagio avviene esclusivamente dal malato al sano: non è possibile ammalarsi per interposta persona o semplicemente per essere stati in un ambiente dove è passato qualcuno ammalato. Il freddo o i colpi d’aria non hanno un ruolo nella trasmissione del contagio: al massimo indeboliscono l’organismo. I luoghi caldo-umidi favoriscono la persistenza del virus nell’ambiente.

6 Da che momento un malato viene considerato contagioso?

Il malato è contagioso già nelle 24 ore precedenti l’inizio dei sintomi e lo rimane per circa una settimana. Il periodo di incubazione, cioè il tempo che passa fra il contagio e l’inizio dei disturbi, è di 1-3 giorni. La fase acuta dura 4-5 giorni e normalmente i sintomi scompaiono completamente nel giro di una o due settimane. «Cane che abbaia» o «suono di corno»: sono due modi di definire la tosse più tipica dell’influenza. Molto rumorosa, con un timbro quasi metallico. È da tracheite, sintomo caratteristico dell’influenza, insieme alla febbre.

7 Quali fasce di età vaccinare? C’è il rischio di effetti collaterali?

Il vaccino contro la nuova influenza A sarà somministrato alla fascia di età a rischio dai 2 ai 27 anni. In particolare, i più esposti vanno dai 5 ai 14 anni. Finora non è stato segnalato nessun effetto collaterale grave associato ai vaccini contro la nuova influenza A. Gli studi clinici in corso indicano solo qualche evento avverso lieve, tipico anche dei vaccini stagionali: dolore e gonfiore a livello della zona dell’iniezione, per un giorno o due. Ma i dati disponibili sono ancora limitati, quindi al momento la possibilità di effetti indesiderati gravi non può essere esclusa.

Mario Pappagallo. Corriere 

IdV: "così il partito va in pezzi"

Mura: chi critica il leader lo sfidi. L’ex pm: no a guerre nell’Idv

ROMA — Antonio Di Pie­tro, il giorno dopo le nuove polemiche nel suo partito, getta acqua sul fuoco. Ripete una riuscita battuta ad effet­to: «Io e Luigi siamo fratelli siamesi, che lavorano per co­struire il partito insieme». Ma intanto corre ai ripari: il 23 novembre è convocato l’esecutivo nazionale dell’Ita­lia dei valori. Ufficialmente si farà il bilancio del tessera­mento lanciato dopo le Euro­pee di giugno che si conclude­rà il 20. Ma sarà la prima vol­ta che si rivedranno in una riunione ristretta ma non troppo i due «fratelli siame­si », che comunque — assicu­rano i vertici del partito — in queste settimane si sentono.

Della lealtà di De Magistris, che da magistrato in pochi mesi è catapultato a candida­to leader dell’Idv al posto di Di Pietro addirittura da una mobilitazione sul web, il pre­sidente fondatore del partito sembra non dubitare anche se la sua fedelissima tesoriera Silvana Mura ragiona così: «Luigi è giovane, il futuro an­che solo per motivi anagrafici sarà suo. C’è un tempo per ogni cosa, lui sarà un bravo pi­lota ma l’Idv è una buona mac­china: bisogna stare attenti a non rompere la macchina, al­trimenti anche il pilota si tro­va a terra».

 

Lui, De Magistris, prende le distanze dalle assemblee di autoconvocati di questi gior­ni che contestano Di Pietro: «La rivolta della base non mi riguarda. Io porto avanti dei valori», spiega ad Affaritalia­ni .

E fa eco a Di Pietro: «Sia­mo in perfetta sintonia. O fac­ciamo bene o sbagliamo tut­t’e due. E questa è la linea del partito: una forte crescita, for­te apertura alla società civile, forte rinnovamento della clas­se dirigente, attenzione alla massa enorme di voto di opi­nione che ci ha aiutato alle Eu­ropee e continua a sostener­ci ». Sulla leadership: «Mi fa piacere il sondaggio su di me, ma non che ci siano guerre in­terne» .

Non basta a placare la base. Oltre all’assemblea di domeni­ca scorsa, autoconvocata a Bo­logna, ce ne sono in program­ma una per ogni finesettima­na di novembre. Come tutto ciò che riguarda l’Idv, la riu­nione di domenica scorsa è sul web, su YouTube: «Appun­to — continua Silvana Mura, che è anche segretario regio­nale in Emilia Romagna — era­no poco più di cinquanta, pos­sibile che facciano tutto que­sto rumore sulla stampa. Io ne conosco parecchi, è gente sen­za voti, che ha chiesto incari­chi e non li ha avuti e ora chie­de pulizia. Non è coerente».

Ufficialmente Di Pietro non si scompone («è democrazia questa») anche se dopo l’in­chiesta di Micromega sui ma­li del partito ha aperto un’in­chiesta informale per capire che cosa succede sul territo­rio. Ma la protesta si allarga e l’altro giorno ad accogliere il leader dell’Idv a Napoli c’era uno striscione: «fuori i collu­si ». E mentre i suoi si autocon­vocano, lui si fa vedere in piaz­za con la Cgil, con la Fiom, fa accordi con Rifondazione di Paolo Ferrero per scendere in piazza, incontra Pierluigi Ber­sani per siglare alleanze per le regionali e tornare in campo e nelle giunte.

Lo scontro interno non si può archiviare così e questo lo pensa anche Antonio Di Pie­tro se la stessa Mura suggeri­sce: «Vengano a viso aperto, facciano una corrente e si pre­sentino al congresso del 6 e 7 febbraio».

Anche uno che è stato mol­to critico in questi mesi, co­me Francesco Barbato, che a gennaio aveva chiesto di fare pulizia in Campania, oggi te­me «la guerra fratricida»: «Dobbiamo portare avanti la battaglia sui valori, cacciare le mele marce come dice Di Pie­tro, ma non pensare solo a fa­re le pulci al partito».

Intanto ieri il deputato Pi­no Pisicchio, ex di area centri­sta, ha annunciato di voler aderire al progetto di France­sco Rutelli: «Quando nasce una nuova formazione politi­ca c’è chi è tentato», è il salu­to di Di Pietro: «Ci sono degli assestamenti, 22 amministra­tori ed eletti del Pd sono en­trati nell'Idv».

Gianna Fregonara Corriere 

 

Fiat présente mercredi son plan de sauvetage de Chrysler

Les deux groupes comptent construire près de six millions de voitures en 2014.

Une production de 5,6 millions d'autos en 2014, un retour de Chrysler au bénéfice dès 2011 et l'entrée en piste de nouveaux modèles Chrysler made in Fiat dans deux ans. Tels seraient les principaux points du plan qui sera dévoilé mercredi aux États-Unis, selon la presse italienne. Pour bien marquer le coup, Sergio Marchionne, patron de Fiat et de Chrysler, présentera ce plan industriel 2010-2014 à Auburn Hills, dans le Michigan, lors d'un séminaire prévu pour durer sept heures et qui réunira 450 analystes et investisseurs. Au terme de ce plan, Fiat, qui détient actuellement 20 % de Chrysler, aura la possibilité d'en détenir 55 %. Mais, dès l'an prochain, l'entreprise américaine pourrait être réintroduite en Bourse.

Premier objectif du plan de Sergio Marchionne : renouveler de fond en comble la gamme de Chrysler en misant sur les petites cylindrées et les moteurs moins polluants. Symbole du renouveau turinois, la petite 500 sera la première Fiat à faire ses débuts dans la nouvelle gamme Chrysler. Elle serait construite à 100 000 exemplaires par an dès 2011 dans l'usine Chrysler de Toluca (Mexique) pour les marchés américain et brésilien, d'après le ­Corriere della Sera.

L'Alfa Romeo lui succéderait en 2012, en faisant son retour aux États-Unis, selon d'autres indiscrétions. Elle utiliserait les châssis de la Chrysler LX et serait vendue sous la marque américaine dans le réseau européen de Lancia-Alfa Romeo. Sur ces mêmes châssis serait produite la nouvelle berline de Chrysler, qui se substituerait à la Cruiser et à la 300 C. Quant aux tout-terrain de Chrysler, ils seraient produits à leur tour à Turin, permettant à Fiat d'entrer sur un marché dont il était absent.

La technologie de Fiat s'affirmerait graduellement dans les nouveaux modèles Chrysler. Un effort tout particulier serait fait en direction des moteurs électriques et hybrides, quatorze États américains ayant imposé de respecter un niveau de pollution zéro pour 3 % des gammes d'ici à 2012. Pour réaliser cette intégration, Sergio ­Marchionne a choisi une brochette de cadres de confiance, comme Olivier François, l'actuel patron de Lancia.

Le but serait de raccourcir les délais. Entre la mise en chantier d'un nouveau modèle et sa sortie sur les chaînes, il ne devrait pas s'écouler plus de dix-huit mois.

 

Embellie italienne en octobre

 

Le plan prévoirait en outre que Chrysler produise 3 millions de voitures en 2014, toujours selon la presse transalpine, contre 2 millions en 2008. Chiffre qui s'ajouterait aux 2,6 millions de Fiat. Ainsi, le constructeur italien se rapprocherait des 6 millions de véhicules : c'est la taille critique, selon Sergio Marchionne, pour prétendre à vraiment peser sur le marché. «Nous sommes convaincus d'y parvenir avec nos seuls moyens», répète le patron de Fiat depuis l'échec du rachat d'Opel, au printemps. En Italie, Fiat a connu une embellie en octobre avec une progression de ses ventes de 15,7 % sur douze mois, ce qui lui permet de prendre 32,5 % du marché national. Au troisième trimestre, le groupe a eu la surprise de dégager un petit bénéfice (25 millions d'euros), ce qui permet à Sergio Marchionne de dire : «Le pire est passé.» Le Figaro

Messori: via dagli uffici la foto di Napolitano

«Seguendo questa logica pericolosa e settaria, dovendo rispettare anche i sentimenti politici oltre che quelli religiosi, perché non chiedere che dagli uffici pubblici sia tolta l’effigie del presidente Napolitano?». Vittorio Messori è in Spagna, per l’uscita del suo ultimo libro, ma non rinuncia a ragionare anche provocatoriamente sul tema del giorno.

Come reagisce alla sentenza di Strasburgo?
«Sono rattristato, amareggiato ma non scandalizzato. L’amarezza nasce da questa considerazione: da molto tempo ormai il crocifisso non è più soltanto un segno religioso, ma è diventato un simbolo umano per eccellenza, il simbolo dell’ingiustizia e della resistenza al male».

Volerlo cancellare è un’offesa alla religione cristiana?
«No, è un’offesa, anzi un peccato contro la storia. Il cristianesimo, la croce, ha a che fare con le origini della civiltà europea e dunque questa sentenza non va contro la religione, ma va contro la nostra storia e il senso della realtà».

Perché è importante il riferimento alle radici cristiane dell’Europa?
«Senza il cristianesimo il nostro continente non esisterebbe o nel caso esistesse, sarebbe assolutamente diverso. Nel V-VI secolo l’Europa non esisteva più, invasa da popoli nuovi provenienti dal Nord. L’amalgama tra la romanità e i barbari fu soltanto la Chiesa cattolica. Furono quelle ventimila abbazie che costellarono il continente, dalla Scozia a Pantelleria, da Lisbona fino a Kiev. I monaci hanno dato un contributo essenziale alla formazione della nostra civiltà».

Perché ha detto che non si scandalizza per la sentenza?
«Perché Gesù Cristo e la sua croce sono più grandi dei burocrati europei. Credo dovremmo smetterla con la pretesa di vivere in un’epoca di cristianità e renderci conto che siamo diventati un piccolo gregge, dunque non mi scandalizzerei a dover esporre la croce solo nei luoghi dove la religione cristiana è praticata. Per i cristiani la croce è ben di più di un simbolo culturale o di un riferimento storico».

Dunque lei toglierebbe i crocifissi?
«Non ho detto questo. L’esposizione dei crocifissi nelle scuole pubbliche, se non vado errato, venne disposta dalla legge Lanza nel 1857, mentre per gli uffici pubblici la disposizione risale al 1923, dopo i Patti Lateranensi. Nel 1988 il Consiglio di Stato ha definito la croce “simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendentemente dalla specifica confessione religiosa”. Vorrei ricordare che anche Palmiro Togliatti decise di far confluire nella Costituzione tutti i Patti Lateranensi e che non si oppose mai all’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici».

Ora però l’Europa sentenzia e legifera...
«Ma allora, scusatemi, potrei chiedere anche di togliere la fotografia del capo dello Stato».

Che cosa fa, provoca? Non è la stessa cosa...
«Non esiste mica solo il sentimento religioso. Esiste anche il sentimento politico, e anche questo può essere offeso, non crede? Il presidente della Repubblica non è un alieno, giunto da Marte il giorno della sua designazione al Colle. Ammettiamo che io mi riconosca in una delle forze politiche che non hanno votato per lui fino all’ultimo. Sulla base del mio sentimento, potrei sentirmi offeso nel vedere la sua fotografia negli uffici pubblici. E chiedere di toglierla».

Il presidente rappresenta la nazione, rappresenta tutti, ed è un’istituzione laica.
«Certo, ma se offende il mio sentimento politico, non ho forse diritto di chiedere la rimozione della sua effigie dal municipio o dalla prefettura? La mia, ovviamente, è una boutade, e non mi sognerei mai di fare una richiesta del genere. Non ho nulla contro il presidente. L’ho detto soltanto per far comprendere che se cominciamo con questa logica, non ci fermiamo più. Abbiamo parlato di sentimento religioso e di sentimento politico. E quello sportivo dove lo mettiamo?».

Chi vuole togliere la croce dalle aule e dagli uffici si appella alla laicità dello Stato e al pluralismo religioso.
«Ribadisco: si tratta di una logica che personalmente trovo aberrante. Il crocifisso è da secoli simbolo di umanità e al contempo di speranza di resurrezione. Oltretutto, dà noia soltanto a qualche laicista nostrano, ma non, ad esempio, ai musulmani, che non mi risulta si siano lamentati».

Come, non ricorda il caso clamoroso di Adel Smith?
«Un caso isolato. Smith non rappresenta alcuna comunità islamica». Andrea Tornielli. Il Giornale

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