mercredi, 30 septembre 2009
Tsunami alle Samoa
almeno cento morti e villaggi distrutti
Ha superato le cento vittime, ed è destinato a salire ancora drammaticamente, il bilancio delle vittime dello tsunami scatenato da un terremoto la scorsa notte fra le Samoa occidentali, le Samoa americane e l’arcipelago di Tonga, ad una profondità di 18 km sotto il fondo marino.
Nelle Samoa occidentali le vittime finora accertate sono 84, secondo fonti ospedaliere, mentre nelle Samoa americane hanno perso la vita 22 persone, secondo le autorità, e altre sette sono morte in un’isola dell’arcipelago di Tonga, Niuatoputato, la più vicina. Decine i dispersi. Il sisma di magnitudo di 8,0, che ha generato una serie di onde anomale alte fino a otto metri, è stato seguito da tre scosse di magnitudo di almeno 5,6. Persone e auto sono state trascinate in mare, e migliaia di persone si sono rifugiate in terreni più elevati dove trascorreranno la notte.
Fra le vittime un bimbo britannico di due anni e una bambina australiana di sei. Morti anche un neozelandese e un’australiana che celebrava i suoi 50 anni con il marito, rimasto ferito. Altri sei australiani risultano dispersi e sette ricoverati in ospedale. Non si ha notizia, secondo le ambasciate d’Italia in Nuova Zelanda e in Australia, di cittadini italiani tra le vittime. Duramente colpita la costa meridionale dell’isola principale, Upoli, la più frequentata dai turisti, costellata di resort rimasti distrutti. Il premier Tuilaepa Sailele Malielegaoi si è detto «sotto choc» per la tragedia «inimmaginabile» che ha colpito l’arcipelago, spazzando via interi villaggi, compreso il suo. «Abbiamo perso tanto, tante persone sono scomparse», ha detto Malielegaoi, che appariva scosso e angosciato, partendo da Auckland in Nuova Zelanda per rientrare in patria.
Nelle Samoa americane lo tsunami ha colpito l’unico Parco Nazionale Usa a sud dell’Equatore, dove decine di turisti e operatori risultano dispersi, e l’acqua ha inondato fino ad oltre un chilometro di terraferma. Il presidente Barack Obama ha dichiarato lo stato di calamità naturale nell’arcipelago, dove molte aree sono rimaste senza elettricità e acqua. La Stampa
18:34 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Un sisma devasta Sumatra: migliaia sotto le macerie
«Per ora nessun italiano coinvolto»
Dopo lo tsunami che ha devastato le coste di Samoa e Tonga, un forte sisma ha fatto tremare l’isola indonesiana di Sumatra, dove sono crollate case, albergi, negozi, scuole e ospedali. Il bilancio accertato per ora è di 75 vittime, ma si teme che possa crescere considerato.
Una fonte del ministero della Sanità ha aggiunto che sono «migliaia persone rimaste intrappolate sotto le macerie» e che a Padang è crollato un ospedale. Il terremoto (7,6 gradi sulla scala Richter) è avvenuto alle 17,16 locali, quando in Italia erano le 12,16, ed è stato registrato a 50 chilometri dalla costa, vicino la città di Padang (ma è stato avvertito nella vicina Singapore, dove in molti sono fuggiti in strada, e in persino Kuala Lampur, in Malaysia). Le immagini televisive rimandano scene di devastazione: case crollate, pile di detriti. Un’emittente tv ha detto che il tetto dell’aeroporto di Padang è stato raso al suolo. Una fonte ha raccontato che a Padang regna il panico, con ponti crollati e l’acqua nelle strade perche si sono interrotte molte condutture.
A Sumatra ci sono i più importanti siti petroliferi del Paese e il più antico terminal di gas liquido naturale, ma per il momento non risultano danni alle strutture. Padang, capoluogo della provincia indonesiana di Sumatra Occidentale, si trova sopra una delle zone più attive lungo l’Anello di Fuoco, il sistema di faglie sottostanti la regione del sud-est asiatico, che nel 2004 innescò lo tsunami che provocò 260.000 morti. L’Unità di Crisi del ministero degli Esteri si è messa subito in contatto con le rappresentanze diplomatiche italiane in Indonesia e sta verificando la presenza di connazionali in loco. Per ora non ha notizia di italiani che sarebbero rimasti vittime del forte sisma. I contatti sono complicati dal fatto che il terremoto ha interrotto molte linee di comunicazione. La Stampa
18:32 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Intesa e UniCredit rafforzano il capitale senza Tremonti bond
No di UniCredit ai Tremonti bond e aumento di capitale da 4 miliardi. Risposta di Intesa Sanpaolo: niente Tremonti bond ed emissione di strumenti ibridi per 1,5 miliardi di euro. I board delle due più grandi banche italiane, pur esprimendo apprezzamento per l'azione dei governi nella stabilizzazione del sistema finanziario, hanno confermato in serata le anticipazioni dei giorni scorsi: faranno tutto da sé per procedere al rafforzamento patrimoniale auspicato dalle autorità di vigilanza.
La proposta di aumento di capitale da 4 miliardi del gruppo guidato da Alessandro Profumo prevede l'emissione di azioni ordinarie con godimento regolare da offrirsi in opzione ai soci titolari di azioni ordinarie e a quelli portatori di azioni risparmio. L'assemblea dei soci, che sarà convocata attorno alla metà di novembre, nell'approvare l'aumento, sarà chiamata anche a conferire al cda le facoltà per definire le modalità e i termini dell'aumento, determinando il prezzo e quindi il numero di azioni da emettere.
L'operazione dovrebbe concludersi entro il primo trimestre 2010. Oltre all'aumento di capitale da 4 miliardi, il cda di Unicredit ha deciso di rafforzare la dotazione patrimoniale anche della controllata Unicredit Bank Austria e ha quindi approvato la sottoscrizione di un futuro aumento di capitale da massimi due miliardi di euro che dovrà essere deliberato dalla controllata.
Con l'operazione di aumento di capitale, il cda di Unicredit ha annunciato di avere rinunciato sia ai Tremonti Bond che a strumenti analoghi del ministero delle Finanze austriaco. Tuttavia, in una nota, il cda «ha espresso il suo apprezzamento per l'importante azione svolta dai governi italiano e austriaco che hanno consentito di stabilizzare il sistema finanziario creando le condizioni necessarie per permettere di reperire nuove risorse dal mercato dei capitali».
Quanto a Intesa Sanpaolo, ha confermato i piani di rafforzamento patrimoniale e di crescita senza ricorrere ai Tremonti Bond. Il consiglio di gestione e il consiglio di sorveglianza hanno deciso, alla luce di un andamento del gruppo e dello scenario economico migliore di quanto ci si potesse aspettare all'inizio dell'anno, di emettere fino a 1,5 miliardi di euro di Tier 1 e di accelerare e incrementare le azioni di capital management (dismissioni totali o parziali, partnership, quotazioni e altro) previste dal Piano d'Impresa per garantire al gruppo le risorse patrimoniali necessarie a una crescita dell'attività creditizia anche superiore a quella oggi prevedibile.
«La principale considerazione a favore dell'emissione di Tremonti Bond - si legge nella nota della banca - era stata l'opportunità offerta al Gruppo Intesa Sanpaolo di poter rafforzare ulteriormente il Core Tier 1 ratio e il Tier 1 ratio, nell'ordine dei 100 centesimi di punto. A fronte di tale considerazione, si è oggi tenuto presente che - sulla base delle evoluzioni sia interne sia di mercato - il Gruppo è in grado di raggiungere e andare oltre gli obiettivi di patrimonializzazione con risorse proprie».
I consigli avevano assunto la decisione di avviare la procedura per emettere fino a un massimo di 4 miliardi di bond di Stato, come "polizza di assicurazione" contro i rischi di collasso ulteriore dei mercati e impossibilità per il gruppo di fare fronte a eventuali fabbisogni interni e/o dovuti a richiesta di credito, per fronteggiare l'impossibilità di procedere alle operazioni di capital management previste e, infine, per gli svantaggi competitivi per il gruppo derivanti dalla presenza di aiuti pubblici al rafforzamento patrimoniale dei principali gruppi bancari concorrenti.
La decisione in merito all'invio della richiesta formale di sottoscrizione si è collocata il più vicino possibile alla scadenza dei termini, la fine di settembre, per poter tenere conto di tutte le evoluzioni interne e di mercato. Nel frattempo, Intesa Sanpaolo ha lavorato anche con gli uffici del Ministero dell'Economia e delle Finanze per predisporre la documentazione necessaria nel caso si fosse deciso di procedere con la richiesta.
I consigli di Intesa Sanpaolo hanno infine confermato l'intendimento di mantenere comunque strutturalmente il gruppo Intesa Sanpaolo su livelli non inferiori al 7% di Core Tier 1 ratio e all'8% di Tier 1 ratio per i prossimi anni anche in caso di riavvio della crescita nell'attività creditizia, senza necessità di procedere ad aumenti di capitale e riprendendo la distribuzione dei dividendi anche alle azioni ordinarie gia' nel 2010 per l'esercizio 2009. Con l'emissione di Tier 1 fino a 1,5 miliardi di euro il Tier 1 ratio si accrescerebbe da subito fino a un massimo di circa 40 centesimi di punto. Il sole 24 Ore
11:41 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (2) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Rachida Dati violemment critiquée par son frère
Dans le livre «A l'ombre de Rachida», Jamal, le frère cadet de l'ancienne ministre de la Justice, décrit sa soeur comme autoritaire, froide et égocentrique.
«Pourquoi tout ce cinéma ?» Dans son livre «A l'ombre de Rachida», à paraître le 7 octobre chez Calmann-Lévy, le frère cadet de Rachida Dati n'est pas tendre avec l'ancienne garde des Sceaux, révèle mercredi le Nouvel Observateur, qui publie un extrait de l'ouvrage. On apprend notamment que le jour de sa sortie de la maternité avec la petite Zohra, -photo publiée dans tous les journaux-, c'est un couffin vide que tenait en réalité la ministre. «En fait, ils ont fait sortir le nourrisson sans Rachida, en catimini, pour éviter la presse», explique-t-il. «C'est pourquoi on voit ma nièce, Sânnaa, pouffer sur les photos à la sortie de la maternité : l'entourage fait semblant de regarder pendant que les journalistes mitraillent la nouvelle maman», rapporte son frère, tout en s'interrogeant sur le bien-fondé d'une telle supercherie.
«Elle m'a enterré !»
Mais, au delà de la femme publique, c'est surtout la soeur que l'homme critique. Depuis des années, ils entretiennent tous deux une relation conflictuelle, qui s'est considérablement durcie en 2007 avec la condamnation de Jamal à plusieurs mois de prison ferme pour trafic de drogue. «Si j'avais le malheur de lui téléphoner, elle me raccrochait au nez parce que j'étais son frère délinquant. Elle m'a enterré !» déplore-t-il dans un autre extrait que s'est procuré le Parisien. «Chaque fois que je tente de dialoguer, elle m'ignore. Il n'y a pas si longtemps, j'ai offert une gourmette à Zohra, sa fille. Elle ne m'a même pas remercié.»
«Ma soeur est extrêmement autoritaire», continue Jamal. «On doit se conformer à ce qu'elle exige. (...) Une seule façon de faire, la sienne ! C'est ça ou rien ! Tout tourne autour de Rachida», estime-t-il. Et, selon lui, même si cette dernière a eu une brillante carrière, elle aussi, comme lui, «a mis la honte à la famille», notamment en mettant au monde un enfant sans être mariée. Jamal raconte ainsi que son père, à l'annonce de la grossesse de la garde des Sceaux, a dû «rabaisser sa fierté» dans les rues de son quartier. Et, la plaisanterie de Bernard Laporte - «je ne suis pas le père de l'enfant», n'aurait rien arrangé à la colère du patriarche. «Pendant deux mois il a répété : c'est terminé, je ne veux plus la voir ! Nous, nous avons vécu toute cette affaire comme un déshonneur», explique-t-il. Avant de rappeler : «Nous sommes musulmans avant tout. Mon père appartient à l'ancienne génération, assez stricte.» Le Figaro
11:37 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Ouverture: Claude Evin, la nouvelle prise de Sarkozy
Le président de la République va nommer ce mercredi l'ex-ministre socialiste au poste stratégique de directeur de l'Agence régionale de santé pour l'Ile-de-France. Un débauchage supplémentaire qui risque d'agacer dans les rangs du PS.
Nicolas Sarkozy séduit une nouvelle figure de la gauche. Et pas n'importe laquelle : Claude Evin, ancien ministre de la Santé emblématique de François Mitterrand entre 1988 et 1991, dont la célèbre loi contre le tabagisme et l'alcoolisme porte son nom. Il ne va certes pas intégrer le gouvernement de François Fillon… Mais comme l'annonçait Le Figaro il y a quelques mois déjà, et comme le confirme Le Parisien, Nicolas Sarkozy va le nommer officiellement ce mercredi en conseil des ministres à la fonction clé de directeur de l'Agence régionale de santé pour l'Ile-de-France. Une sorte de «préfet de la santé» qui a par exemple le pouvoir de réorganiser les hôpitaux, source de conflits politiques locaux en série.
Claude Evin, symbole de l'ouverture de cette rentrée 2009 ? Le principal intéressé s'en défend mordicus. «Je ne franchis pas le Rubicon», assure-t-il. «Je suis toujours au Parti socialiste et n'ai pas l'intention de renier mes engagements en faveur du service public.» Il rappelle avoir «milité depuis longtemps pour la création de ces agences régionales de santé qui, à mes yeux, ne sont ni de droite ni de gauche, et la ministre de la Santé m'a fait l'honneur de me solliciter avec l'aval du président de la République et du premier ministre».
Et maintenant Michel Charasse ?
Ses ex-camarades du PS risquent toutefois de l'accuser de servir de caution au gouvernement, notamment si celui-ci est amené à prendre des mesures impopulaires. L'ancien ministre balaie cette hypothèse d'un revers de main. «Je n'ai plus de mandats électifs au PS depuis 2007, plaide-t-il. Les gens qui me connaissent savent que j'ai des convictions et que je ne vais pas les mettre dans ma poche. J'aborde cette mission l'esprit libre et sans arrière-pensée politicienne.» Avant d'ajouter, dans un avertissement à peine voilé : «Je pense que j'aurai les moyens de remplir cette mission, sinon j'en tirerai les conséquences.»
Eric Besson, Fadela Amara, Jean-Marie Bockel, Martin Hirsch, les missions confiées à Michel Rocard ou au directeur de Sciences Po Richard Descoings… Malgré sa volonté manifeste de conserver une indépendance, Claude Evin a toutes les chances d'apparaître aux yeux de l'opinion publique comme l'un des ralliés à Nicolas Sarkozy. Ce dernier pense d'ailleurs déjà à la poursuite de sa politique d'ouverture : le sénateur Michel Charasse, ex-ministre du Budget socialiste et exclu du PS en 2008, pourrait obtenir un siège prestigieux lors du renouvellement partiel du Conseil constitutionnel en 2010. Une autre grande figure des années Mitterrand qui céderait aux sirènes sarkozystes. Le Figaro
11:33 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Vers des quotas de femmes dirigeantes

55 % des diplômés des plus prestigieuses grandes écoles se disent favorables à leur adoption dans les entreprises.
La mixité en entreprise peut-elle devenir plus qu'une simple idée à la mode ? En dépit de la réticence affichée des patrons et politiques de tous bords, la proposition d'instaurer des quotas de femmes dans les plus hautes sphères des entreprises fait des adeptes.

Selon une étude que Le Figaro révèle en exclusivité, 87 % de 5 431 diplômés des plus prestigieuses grandes écoles interrogés par Ipsos reconnaissent qu'il existe une différence de traitement entre hommes et femmes pour accéder au «top management». 55 % de cette élite, peu portée sur l'apitoiement, se dit même favorable à la mise en place de quotas au sein des conseils d'administration, selon ce sondage commandé par l'association GEF (Grandes Écoles au Féminin) qui réunit des représentants des associations d'anciens de Centrale Paris, l'ENA, les Ponts et Chaussées, l'ESCP, l'Essec, HEC, l'INSEAD, les Mines et Polytechnique.
Les hommes ne sont cependant que 44 % à plébisciter cette mesure. «Au sein de cette population issue des grandes écoles, c'est une avancée, commente Véronique Preaux-Cobti, la présidente de GEF. En 2002, une écrasante majorité aurait été contre. Aujourd'hui, après des années de bonne volonté sans aucun changement, il y a une véritable prise que conscience que les choses n'avancent pas toutes seules.» En août dernier, dans un sondage réalisé auprès d'une population plus large et paru dans Madame Figaro, 71 % des Français se déclaraient en faveur des quotas.
Ce sujet controversé sera abordé lors de la concertation sur l'égalité professionnelle organisée par le gouvernement avec les partenaires sociaux à la mi-octobre. En préalable, un rapport a été remis cet été par Brigitte Grésy, de l'Igas (Inspection générale des affaires sociales). Ce dernier préconise l'instauration progressive d'ici à six ans d'un quota de 20 % puis de 40 % de femmes dans les conseils d'administration (CA) et de surveillance des entreprises cotées de plus de 1 000 salariés ou publiques, sur le modèle de la Norvège.
Marie-Jo Zimmermann, députée UMP et rapporteur général de l'Observatoire de la parité entre hommes et femmes, a de son côté, déposé une proposition de loi en ce sens en 2008. Ces deux chefs de file de la bataille pour la mixité bénéficient du soutien de la secrétaire d'État à la Famille, Nadine Morano, pour qui les quotas sont «un mal nécessaire». Anne Lauvergeon, vient aussi de changer d'avis. Après avoir souligné le «côté humiliant» des quotas, la patronne d'Areva s'apprête à distribuer 20 % des postes de direction du groupe à des femmes. Même le très sage l'Institut français des administrateurs (IFA) s'est découvert une vocation de défenseur des quotas à la rentrée. «Les femmes ne représentent que 9 % des administrateurs des grands groupes cotés français, soit moins que dans la plupart des pays développés», déplore son président, Daniel Lebègue. Mais l'IFA fonde aussi sa proposition sur des arguments économiques. «Un conseil ouvert à la diversité travaille mieux qu'un conseil fermé sur lui-même, avance Daniel Lebègue . Les femmes sont même décrétées plus promptes à percevoir les signaux de danger. Utile en cas de crise »

La concertation menée par le ministre du Travail devrait avant tout prévoir un calendrier - et peut-être instaurer des sanctions - pour faire respecter la loi sur l'égalité salariale de 2006. Confiants, les défenseurs de la méthode volontariste des quotas gagent que si le dossier n'aboutit pas aujourd'hui, il refera surface sous forme de proposition lors de la campagne présidentielle. Pour l'instant, au cabinet de Xavier Darcos, on promet seulement de ne pas avancer «par incantation».
Alors qu'entre 1972 et 2008, six lois ont tenté de poser des règles destinées à garantir la place des femmes dans le monde du travail, force est de constater qu'elles n'ont pas eu l'effet souhaité. Les femmes perçoivent une rémunération inférieure de 27 % à celle des hommes. En attendant, plus de la moitié des diplômés des grandes écoles sondés prédisent qu'il faudra vingt ans pour atteindre la parité. 25 % pensent même qu'il faudra 50 ans pour changer la donne. Il faut dire que les actions du type « labels égalité » pour une meilleure représentation des femmes dans le management n'ont pas la cote. Seuls 24 % des diplômés jugent ces mesures efficaces. De même, seules 7 % des femmes interrogées disent avoir bénéficié d'une aide pour les aider à progresser. «Ces mesures sont saupoudrées, pas encadrées, peu suivies», dénonce Véronique Preaux-Cobti. Face à cette inertie, GEF propose un arsenal de vingt initiatives, à commencer par l'obligation pour les entreprises de présenter une candidature féminine pour chaque poste de manager. Mais in fine, Véronique Preaux-Cobti en est convaincue, la pression viendra de l'Europe, où plusieurs directives en faveur de la parité ont déjà été adoptées. Certains de nos voisins (l'Espagne, la Norvège et Finlande) ont pris de l'avance. Le Figaro
11:29 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Le plan pour les jeunes est-il suffisamment ambitieux?
Marc Gurgand, professeur à l'Ecole d'Economie de Paris, et Hervé Garnier, secrétaire national de la CFDT, tous deux membres de la commission de concertation sur la jeunesse présidée par Martin Hirsch, donnent leurs avis sur les mesures en faveur des jeunes annoncées par Nicolas Sarkozy.
Marc Gurgand:L'extension du RSA aux moins de 25 ans n'allait pas de soi et a suscité de vifs débats entre les membres de la commission. Avec cette annonce, on franchit quand même un énorme pas en France sur l'indemnisation des jeunes chômeurs, même si on aurait pu aller plus loin. Car dans les faits, il s'agit d'une extension de l'assurance-chômage. Mais cela ne va pas remédier à la situation catastrophique des jeunes sur le marché de l'emploi.
Hervé Garnier: C'est effectivement un grand pas de franchi. Les partenaires sociaux réclamaient depuis des années l'extension de la couverture chômage et de complément de revenus aux jeunes travailleurs, sans distinction de leur âge. Toutefois, le dispositif présenté par le chef de l'Etat est trop restrictif. Nous ne demandons pas l'extension du RSA à tous les jeunes. Mais il faudrait penser dans un deuxième temps à assouplir les conditions de deux années de travail pour en bénéficier.
En tant que membres de la commission de concertation sur la jeunesse, avez-vous le sentiment d'avoir été écoutés par le chef de l'Etat ?
MG: Oui, incontestablement, il y avait une attente forte autour de cette commission dont les travaux ont été pris au sérieux. Beaucoup des mesures annoncées par Nicolas Sarkozy sont dans l'esprit des propositions du livre vert.
HG: Sur les 57 propositions du livre vert, un grand nombre ont en effet été reprises par Nicolas Sarkozy. Et c'est une bonne chose.
Ce plan vous paraît-il à la hauteur de la situation actuelle des jeunes ?
MG: Je salue particulièrement les efforts portés sur l'orientation et la formation, afin de lutter contre le décrochage scolaire. L'obligation pour l'Etat d'assurer aux jeunes un suivi et une offre de formation et/ou d'emploi jusqu'à leurs 18 ans est une très bonne mesure, de même que la réforme annoncée de l'orientation au lycée. Toujours au registre du volet formation, la création d'un service civil volontaire est une grande nouveauté.
HG: Ce plan comporte des mesures intéressantes, comme le prolongement de l'obligation scolaire jusqu'à 16 ans par une obligation de formation jusqu'à 18 ans, ou encore le repérage des jeunes qui décrochent. Mais reste à savoir comment et avec quels moyens ces annonces seront mises en place. Nous regrettons notamment le saucissonnage des mesures. On n'a toujours pas cette vision globale que permettrait par exemple une loi d'orientation sur la jeunesse.
Beaucoup de mesures sont annoncées à titre expérimental. Le gouvernement craint-il d'aller trop loin ?
MG: Non, ces expérimentations de soutien financier aux jeunes pour la formation sont dans l'esprit de la commission. Il y a des craintes sur les effets positifs ou pervers de ce type d'aide, c'est pourquoi je trouve normal de mener d'abord des expérimentations avant de les généraliser.
HG: C'est l'esprit Hirsch : comme avec le RSA, on expérimente d'abord, puis on généralise. Le haut commissaire aux Solidarités actives et à la Jeunesse n'a pas renoncé à son ambition de créer une dotation pour les jeunes, mesure qui n'a pas suscité de consensus au sein de la commission. C'est pourquoi on commence par des expérimentations, comme le dispositif annoncé sur 8.000 jeunes d'un "revenu contractualisé" pour améliorer l'accès à la formation et à l'emploi, dans lequel le jeune s'engage à suivre une formation en vue d'un retour à l'emploi, en échange d'une garantie de ressources de 250 euros par mois. L'Express
11:24 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
30 bus brulés à Lyon
Un incendie a ravagé un dépôt de bus de 2500 m2 à Lyon, alors que les transports en commun sont très perturbés par une grève depuis près d'une semaine.
Un incendie a ravagé un dépôt de bus de 2500 m2 à Lyon dans la nuit de mardi à mercredi, détruisant plus de 30 autobus, alors que les transports en commun sont très perturbés par une grève de près d'une semaine, a-t-on appris mercredi auprès des sapeurs-pompiers.
L'origine du sinistre, qui s'est déclaré vers 2h30 du matin et qui n'a pas fait de victime, restait inconnue, ont-ils précisé. Les sapeurs-pompiers étaient toujours sur place mercredi matin.
Une personne parmi les premières à appeller la police et les pompiers aurait aperçu un individu encagoulé aux abords du dépôt, mais cette information reste à vérifier, note la radio Lyon 1ère...
Dans l'entrepôt, situé en plein centre de Lyon, outre les 34 bus brûlés, quatre autres bus et un véhicule utilitaire ont été endommagés.
Depuis mardi soir, une vingtaine de délégués syndicaux des Transports en commun lyonnais (TCL) se sont "barricadés" au siège de Keolis Lyon, gestionnaire des TCL, pour dénoncer l'échec de nouvelles négociations avec la direction, au 6ème jour de grève. L'Express
11:16 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Oltre gli orizzonti della scienza
Oltre gli orizzonti
e i metodi della scienza
di Fiorenzo Facchini Che le specie viventi cambino nel tempo e non corrispondano a singoli atti creativi di Dio è oggi comunemente accettato. Che la selezione naturale rappresenti il grande fattore dell'evoluzione è stata la scommessa di Darwin, che ha avuto molti riscontri, anche se richiede delle integrazioni. Che l'evoluzione renda superflua la creazione e tutta la natura si sia autoformata è un passo decisamente troppo lungo per essere vero - non l'aveva compiuto neppure Darwin che al termine della seconda edizione della sua opera, Le origini delle specie, e nelle edizioni successive, parla della creazione - ma che molti fautori del darwinismo, a partire dai primi discepoli di Darwin (Huxley, Haeckel e gli altri), sostengono connotando in questo modo ideologicamente la teoria evolutiva.
Non ci sarebbe alcun bisogno di Dio, di cui mancano le evidenze, né della dimensione spirituale per spiegare l'uomo, il pensiero, la coscienza, la libertà. È questa un'estensione non richiesta dalla scienza. Nessun scienziato serio potrebbe farla in nome della scienza. Si tratta di posizioni ideologiche, riferibili al naturalismo filosofico e sostenute da molti darwinisti che mal sopportano critiche di chi cerca di ragionare sulle acquisizioni della scienza distinguendole dalle interpretazioni che vengono fatte.
Ne è un esempio il lungo intervento su "MicrOmega" di due filosofi, Orlando Franceschelli e Telmo Pievani circa il pensiero da me espresso in due articoli su "L'Osservatore Romano" e su "Avvenire". Franceschelli e Pievani si dimostrano particolarmente risentiti per alcune mie valutazioni di posizioni darwiniste che ritengono riferite a loro, e sviluppano considerazioni e giudizi che non sono certo dialoganti (nonostante uno strano richiamo biblico al dialogo che appare più patetico che reale); un intervento molto polemico e in qualche punto offensivo, in cui un argomento ricorrente è l'accusa a me rivolta di neointegralismo ratzingeriano, spesso l'ultima sponda dei ragionamenti.
I due filosofi interlocutori lamentano anche la mancanza di argomentazioni, nei miei articoli, sulla conciliabilità di evoluzione e creazione, dimostrando di non ricordare altri miei interventi e soprattutto il mio volume Le sfide dell'evoluzione (Milano, Jaca Book, 2008) pubblicato lo scorso anno e a essi inviato, sul quale avevo anche avuto occasione di discutere con loro. Anche questo un motivo di stupore: memoria corta?
Mi sono chiesto se valeva la pena riprendere il discorso su questa sede, poi ho pensato che ribadire le posizioni già espresse può essere utile almeno per chi legge e vuole conoscere le cose, anche se non sarà di grande utilità per chi fatica a capire o non vuole capire.
Il passaggio dal naturalismo metodologico, che utilizza i metodi della scienza per spiegare le modalità con cui si sono evolute le specie, compreso l'uomo, al naturalismo filosofico, che emancipa la natura dal Creatore, continuo a ritenerlo una estensione arbitraria, nel senso che non è richiesta dalla scienza e riflette posizioni soggettive, entro le quali vengono interpretati, con evidenti forzature, alcuni dati scientifici. I due studiosi citati rivendicano una plausibilità del naturalismo filosofico - Franceschelli in un suo saggio parla di plausibilità scientifica! - affermando che esso "è in sintonia con i dati che oggi provengono dalla scienza", ma a ben riflettere la sintonia non è con la scienza, ma con la loro interpretazione di alcuni dati della scienza e con l'allargamento che ne fanno. Dispensano a piene mani accuse di arroganza e intolleranza per chi non la pensa come loro. Un'accusa non nuova perché ricorre più volte nei confronti dei teologi nell'ultima opera Darwin e l'anima. L'evoluzione dell'uomo e i suoi nemici (Roma, Donzelli, 2009) di Franceschelli (in cui si parla di arroganza creazionista, metafisica, emergentista).
Il naturalismo, inteso come visione esauriente della conoscenza della natura, esorbita dalla scienza, rientra nella filosofia e come tale va valutato anche nel confronto con altre visioni, come quella che si allarga alla trascendenza, che pure rientra in un orizzonte filosofico. In ogni caso l'onere di argomentare le proprie posizioni è di tutti, non credenti e credenti, e non solo di questi ultimi come affermano i miei interlocutori.
Al naturalismo filosofico si ricollegano le posizioni espresse da vari scienziati darwinisti sull'uomo, inteso come scimmia evoluta, come pure l'estensione di specifiche attività umane al mondo animale. A mio modo di vedere, come antropologo e naturalista, ritengo che si dovrebbero evitare due estremi: l'appiattimento dell'uomo sull'animale e l'innalzamento dell'animale all'uomo. Il risultato è il medesimo: l'annullamento delle differenze e delle identità.
Sorprende il largo uso promiscuo di termini come mente, libertà, coscienza, morale, cultura, riferiti oltre che all'uomo, ai primati non umani, ad altri mammiferi e anche ad altre classi di vertebrati. Ciò si basa su qualche analogia di comportamento, peraltro segnalate dallo stesso Darwin, ma corrisponde a una generalizzazione che non coglie ciò che è proprio a ogni specie. Non si tratta di negare le somiglianze, ma di cogliere l'identità di ciascuna senza annebbiare le differenze. Dentro al livellamento c'è un modo di pensare, un pregiudizio che non vuole riconoscere la specificità dell'uomo. È una impostazione di tipo riduzionistico.
L'appartenenza dell'uomo, di tutto l'uomo alla condizione umana, e quindi la naturalità dell'essere umano non richiede che tutto debba essere spiegato con la biologia escludendo altri approcci conoscitivi. Questa posizione, espressione del naturalismo filosofico, non appartiene alla scienza, ma è una libera interpretazione di alcuni aspetti della realtà naturale secondo una personale posizione ideologica. Si vuole spiegare tutto il comportamento specifico dell'uomo "intelligenza simbolica, linguaggio articolato, il nostro particolare senso morale, il senso religioso, senza il ricorso a sfere trascendenti e interventi divini di cui non si ha alcuna evidenza o necessità". Si deve accettare che "la scienza naturale non ha limiti di principio nell'indagare ogni specifica caratteristica umana, nessuna esclusa". Così affermano Franceschelli e Pievani. A me sembra che certi comportamenti dell'uomo vadano oltre gli orizzonti e i metodi della scienza, anche se certamente vi sono connessioni tra la dimensione fisica e quella spirituale nell'unità della persona. Sarebbe come se volessi capire il significato e il valore artistico di un quadro di Raffaello con le analisi dei pigmenti utilizzati e delle fibre vegetali della tela.
Per conoscere e spiegare l'uomo occorre allargare l'orizzonte e sviluppare argomentazioni sul piano filosofico, andando oltre i metodi della scienza, senza preclusioni ideologiche. Si tratterà di vedere, nei confronti che si possono fare, quale visione generale della realtà può essere più soddisfacente nell'interpretare i dati della scienza e nelle conseguenze che se ne possono trarre per valutare le scelte dell'uomo, la cui forza persuasiva è molto diversa se si ammette Dio o lo si esclude.
Per il dialogo occorre chiarezza e la chiarezza richiede, oltre al rispetto delle persone, che si distinguano i diversi campi di analisi e il livello a cui sono interessati, evitando inutili polemiche, di cui non di rado mi capita di fare esperienza in pubblici dibattiti. Personalmente posso dire che nel mio impegno di paleoantropologo e di sacerdote ho sempre cercato di tenere distinti l'ambito scientifico e quello teologico e di avere cercato un dialogo evitando la confusione dei piani.
Certamente per chi si apre alla luce della Rivelazione la creazione e la relazione particolare dell'uomo con Dio emergono in tutta la loro ricchezza e dinamicità. L'allargamento della razionalità scientifica, che Benedetto XVI più volte ha sollecitato, non mortifica l'autonomia della scienza, non rappresenta una invasione di campo - come viene spesso ingiustamente rilevato - perché c'è anche una razionalità filosofica aperta al trascendente e c'è una razionalità teologica. Esse rispondono a un'apertura ad altri orizzonti, e rappresentano un arricchimento, uno sguardo sul futuro. Escluderle è sempre possibile, per chi non è interessato a domande di significato, ma non è richiesto dalla scienza e si collega a scelte personali con cui ci si autolimita nelle proprie conoscenze. L'Osservatore Romano
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Uno splendido sorriso
Splendore e mistero
di un sorriso
di Enrico Maria Radaelli
Nel 1963 Harvey Ball, un disegnatore americano, con pochi tratti di penna ideò per un'azienda che aveva bisogno di risollevare il morale dei dipendenti uno smile - una faccina sorridente su fondo giallo - che fece il giro del mondo avendo saputo illustrare la più efficace rappresentazione della positività della vita e dell'allegra fiducia che ne segue: da allora lo smile di Harvey Ball - Monna Lisa è da sempre fuori concorso - resta tra le immagini più universali del sorriso.
Un anno fa, Papa Benedetto XVI, nella sua omelia per la messa con i malati, sul sagrato della basilica di Notre-Dame du Rosaire a Lourdes, il 15 settembre 2008, pronunciò ventitré volte la parola "sorriso". In particolare tenne a sottolineare come la Vergine Maria fosse apparsa alla giovane Bernadette per farle conoscere "innanzitutto il suo sorriso, quasi fosse la porta d'accesso più appropriata alla rivelazione del suo mistero".
Che il sorriso sia un'eminente "porta d'accesso" non solo al mistero divino, ma, in generale, alla vita intelligente, lo constatiamo tutti i giorni anche noi con i nostri sorrisi e, più ancora, in quelli innocenti e aperti dei nostri bambini: gli occhi brillano, l'intelligenza lì celata palpita viva, e, messa da parte la profonda serietà con cui un bimbo segue le nostre parole con attenzione, quel "lume dell'intelletto" si irradia e straripa nella felicità di averle poi afferrate e comprese.
Sì: il sorriso è una "porta d'accesso": vi transita il mistero della vita, e vi transita in entrambi i sensi: aprendosi l'uscio del sorriso, "esce" dal volto e dagli occhi in tutta la sua purezza e luce l'intelletto che vi è dietro e vi "entra", in certo modo, il nostro, almeno per cogliere il profumo di quella cara vivezza che gli si è aperta davanti, il fiore della sua presenza.
Il sorriso degli occhi è il sorriso del cuore. Dunque non si parla delle mille varietà che può assumere il sorriso allorché diviene strumentale a una qualsiasi delle tante seconde intenzioni di cui può ben essere latore suo malgrado: per scorrerne il pungente catalogo va goduto Il sorriso. Il sorriso degli dei e degli uomini nell'arte e nella letteratura di Christian de Bartillat (Vicenza, Colla, 2008), ma qui si vuole indicare precisamente, e solo, quella dolce, ineffabile espressione che, mossa persino nei suoi più impercettibili cambiamenti da ben quindici vigili muscoli intorno alle labbra, e ravvivata dal bagliore che si irraggia dai due soli, apre il volto nell'effluvio del suo misterioso, dolcissimo, anche impercettibile splendore: lo fa bello, e, come nota de Bartillat, moltiplicandolo nelle moltitudini lo fa addirittura divenire "la testimonianza essenziale della civiltà".
Il sorriso dunque. Ma come mai il sorriso è così importante? Dalle parole di de Bartillat parrebbe che davvero esso meriti di essere ritenuto l'espressione massima cui anelare, che sia dunque la manifestazione da raggiungere al sommo della vita: espressione di gioia e di esistenza da poter guadagnare, come non ritenevano affatto i Greci, con le loro tragiche "ombre".
E in verità è proprio così. Ma il motivo per cui questo è il fine dei nostri sforzi: riconsegnarci, col sorriso, nella più perfetta somiglianza raggiungibile, a quella divina Imago del Padre che è il suo Figlio diletto, ecco: il motivo profondo di ciò è che nel Figlio diletto questa divina Imago che ci attende è proprio sorridente. È gioiosamente ab æterno contemplante, nel seno del Padre, l'Essere infuocato d'amore che lo genera.
Ma qui da un sorriso, da un semplice moto di muscoli, si è saliti a realtà somme; quasi imperscrutabili: si son tirate in ballo cose come "Trinità", "Figlio diletto", Imago, "somiglianza".
Ed è proprio questo che va fatto: va utilizzato il passaggio aperto da Benedetto XVI con la sua intuizione: il sorriso, "la porta d'accesso più appropriata alla rivelazione" del mistero di Maria, è per ciò stesso "la porta d'accesso" al mistero della redenzione, e in ultimo quindi al mistero della Santissima Trinità.
Sicché, magari con l'aiuto di dottori come Agostino, Bonaventura, Tommaso - per non dire di padri come Atanasio, del Nazianzeno, dell'Areopagita - sarà ben utile spingerci in qualche modo dal sorriso dei bambini fin nel seno stesso della Santissima Trinità: spesso nella Trinità si trovano chiarite le cose più importanti che ci circondano, e, come nota Nicola Bux sul rapporto tra noi e Dio, vi troviamo soprattutto questa verità: "Per capire qualsiasi cosa (della nostra natura) è necessario partecipare della sua natura" (La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione, Milano, Piemme, 2008). Dal che si rivela conveniente utilizzare i concetti insegnati in quegli augusti De Trinitate: sono gradini sicuri per quel prudente scalatore che vuole accingersi a superare certe solo apparenti difficoltà e così giungere a importanti conclusioni, a splendidi panorami che proprio "per" e "dalla" loro bellezza gli ridaranno poi più vita.
Nella Trinità, allora.
Primo gradino. Come mai il Figlio - contemplando in Sé la perfezione paterna - è, se così si può dire, di una "serietà lieta e spiritualmente sorridente"? Lo è perché l'Essere essente che lo genera ab æterno è un Io personale e non un essere astratto: il Padre è una mente-persona che genera il proprio pensiero-persona perché il Padre è, insegnano i grandi dottori con efficace figura, una mente vivente che genera, nella propria spirazione-persona, il proprio eterno pensiero unigenito.
Aggiunge Fulgenzio di Ruspe: "Il Verbo che nasce dalla Mente non ha nulla di meno di quanto c'è nella Mente in cui nasce, perché quanta è la Mente del generante, tanto pure è il Verbo (generato)" (Ad Monimum, 3, 7).
Nella xii Lectio dell'Ingresso alla bellezza. Fondamenti a un'estetica trinitaria (Verona, Fede & Cultura, 2007) chi scrive illustra le sette più inclite cause per cui l'intelletto "è la letizia di Dio e degli uomini". Esse provengono tutte dal fatto che "una mente che genera un pensiero è già di per sé qualcosa di lieto perché compie qualcosa per la quale è precisamente preposta", sicché la mente del Padre è da se stessa in immane letizia di vita in quanto semplicemente fa quel che deve fare una mente: genera. Per cui il sorriso, o meglio la letizia, anzi, più ancora, se mi si passa il termine, lo stato di regale "sorridenza", è lo stato d'essere proprissimo della Trinità, allietata di letizia da se stessa medesima nel compimento del proprio eterno, generativo, semplice Actus essendi: l'atto della Mente che pensa se stessa e, di Sé pensandosi, si diletta.
Ma se è così, se effettivamente lo status trinitario è di per sé un tale positivo, lieto e ricco modo d'essere, la cosa ci riguarda moltissimo, giacché, come ci assicurano le Scritture, noi - secondo appiglio - siamo chiamati unicamente a somigliare alla Trinità; dunque a conformarci intimamente al suo status di beatitudine, alla "sorridenza" che si diceva. "Come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, porteremo anche l'immagine dell'Uomo celeste" (1 Corinzi, 15, 49), porteremo cioè l'immagine di Cristo, il quale, essendo l'immagine del Padre (cfr. Giovanni, 14, 9b), permette a chi gli si conforma di essere immagine del Padre come lui. Infatti "saremo simili a lui, perché lo vedremo così come Egli è" (1 Giovanni, 3, 2). "E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno Specchio la gloria del Signore (ossia riflettendo nello Specchio che è in Cristo la gloria del Padre), veniamo trasformati in quella medesima Immagine (del Padre, attraverso l'Imago del Figlio)" (2 Corinzi, 3, 18), e così via.
Ma se nel nostro sorridere siamo chiamati a uno "stato d'essere" per conformarci allo stato d'essere della vita divina, dobbiamo attuare tale stato già da ora qui sulla terra. Già cioè nella sua costruzione si realizzi il nostro status finale attraverso le pietre da squadrare "ora" per l'edificazione.
Proviamo a salire allora un poco più in alto, per altre ardite e auree rampe di questa mirabile scala che entra nella divina "ebbrezza di letizia" toccata per un attimo.
Il sorriso offre difatti proprio qualcosa di particolare: nella sua più intima profondità, nel cuore del suo bocciolo, è racchiusa una precisa e speciale qualità divina, che san Tommaso, come d'altronde san Bonaventura, indicano precisamente con uno dei quattro nomi sacri con cui si contraddistinguono aspetti sostanziali dell'Unigenito.
Infatti, che cosa nasce dalla mente del Padre dell'essere? Nasce - primo nome - un Pensiero: non un pensiero astratto, alla Hegel; ma reale, sostanziale. Infatti con esso nasce anche - secondo nome - un'Immagine: nasce cioè lo specchio di ciò che il pensiero vede nel Padre, dunque il Pensiero è il Volto del Padre; e non solo nasce un pensiero reale con un suo volto, ma con esso nasce anche - terzo nome - uno Splendore: nasce la qualità che manifesta al Padre ciò che in lui vede e che Egli stesso è: lo Splendore è il canto levato dal Verbum al Padre; e come da uno scrigno aperto - la mente è uno scrigno - gli ori e le ricchezze sprigionano e irradiano luce, candore, chiarezza, fulgore, magnificenza, sfarzo, grandiosità, fasto, sontuosità, bellezza massimi, così pure il Pensiero, l'oro dello scrigno: non solo esso "è" oro, non solo "si vede" che esso è oro, ma anche "abbaglia e irraggia" da oro; infine, quarto e ultimo sacro nome, essendo tutto ciò non da se stesso, ma in quanto generato dal principio, dalla Mente (cfr. Giovanni, 1, 1), l'Unigenito ha nome "Figlio", e "Figlio diletto" perché il Padre si diletta dello splendore irradiato dal volto del proprio pensiero.
Notiamo che se il Pensiero non fosse anche Splendore della propria Immagine, ma fosse un pensiero senza volto e senza bagliore (Verbum privo di Imago e privo di Splendor, come in tutte le dottrine gnostiche, hegeliane e orientali), non sarebbe affatto dilettevole, perché non lo si vedrebbe, né se ne potrebbe ricevere l'irradiazione di luce.
Ora, qui la scala d'oro su cui ci troviamo si allarga in tre cerchi: utilizzando infatti tre dei quattro nomi (Verbum, Imago, Filius), vedremo che il quarto (Splendor) si fa passaggio, snodo, porta, per mostrare in essi tre somme qualità di Dio: verità, beltà e bontà. Il Padre infatti si diletta del suo Unigenito per tre motivi: "primo cerchio", perché il Verbum che nasce da lui è rilucente di Verità; "secondo cerchio", perché l'Imago che lo rispecchia è circonfuso di abbagliante beltà; "terzo cerchio", perché il Figlio che Egli genera risplende del "tutto sì" a lui Padre con la sua bontà. "È rilucente di verità", "è circonfuso di beltà", "risplende di bontà": cosa meglio di tre somiglianze per tenere accostate eppur distinte tre qualità così compenetrate tra loro? E come non accorgersi che tutte e tre le somiglianze utilizzano la qualità specifica dello Splendore, che è, come nell'oro, il fatto appunto di comunque risplendere?
Ecco perché, per i due dottori, i nomi dell'Unigenito sono Verbum, Imago, Splendor e Filius. E il sorriso, l'espressione della letizia, va associato a quello dei quattro che gli è più analogo: è il suo sostanziale, personale, naturale splendore.
Detto ciò, e sapendo che poi si dovrebbero fare sul sorriso - sullo splendore, sulla ricchezza - chissà quante altre, e più alte riflessioni, salire per scale che portano a visioni inusitate, fermiamoci alla considerazione che dunque - già sfolgorante panorama - il sorriso può essere considerato quale prima e sicura fonte di quei tre aspetti che qualificano Dio - verità, beltà e bontà - e da qui qualificano poi il nostro piccolo essere di creature: sia in Dio che nelle sue creature il sorriso è l'uscio della "verità" (la irradia); è la fonte della "bontà" (ne è l'onda); è la sorgente della "bellezza" (ne è la luce).
In altre parole il sorriso - ma, diciamo meglio: lo status di letizia o di "sorridenza" - essendo la manifestazione della luce spirituale dell'intelletto, del Lògos, si fa porta alla filosofia, si fa poi varco all'etica e si fa infine fonte dell'estetica: pensiero, condotta e arte fuoriescono tutti e tre da Splendore, sgorgano dal sorriso dell'Essere divino che nelle tre Persone si irraggia a se stesso e, così irraggiandosi e contemplandosi in Sé, vuole poi manifestarsi alle sue creature, generate intelligenti e libere proprio per parteciparle alla contemplazione di tale suo sostanziale vero, bello e buono status d'essere.
Ed ecco qui mostrarsi i primi straordinari paesaggi.
Attraverso il sorriso, sboccia nel mondo il Pensiero di verità che, disceso in Cristo sulla terra, è il vero Apollo, il Dio della sapienza, pastore e maestro (cfr. Giovanni, 10, 11 e Matteo, 23, 8) sicché, in Lui, possiamo anche tranquillizzarci non solo che "conoscere si può" - lo può Lui, dunque noi in Lui - ma anche che "conoscere si deve": lui deve farci conoscere il Padre che lo ha inviato (Giovanni, 17, 4), e ancor più possiamo garantirci che "conoscere è bene" - è il nostro fine, a cui il divino Pellicano ci trasporta - perché la conoscenza porta a qualcosa di sicuro: al Padre. Infine possiamo rinfrancarci che "conoscere è bello" perché ciò a cui la conoscenza porta - la Mente-persona del Padre - è sovrabbondantemente dilettevole, ossia non solo la conoscenza non fa perdere il sorriso, come insegnano in ogni dove i relativisti, i maestri del dubbio, i teorici del problematico, ma lo incoraggia, lo irraggia e lo produce essa stessa al massimo.
Che il sorriso, l'espressione dell'anima felice, dunque l'espressione con cui l'anima si esprime al massimo grado, sia un fatto così significativo, così ricco di luminose realtà, fa ritenere che anche la sua manifestazione storica e sociale debba essere pure altrettanto piena e ricca. Ciò si vede sfogliando l'arte della cristianità, ma anche le virtù e le opere dei popoli raccolti dalla Chiesa o a essa introduttivi: vi è uno straordinario e incessante spargimento di questo sorriso di "verità", e di "beltà", e di "bontà", nelle culture da cui poi è fiorito il Seme divino e che hanno fatto poi da dimora al Santo dei Santi.
La Chiesa, continuazione di Cristo nella storia, sèguita la divina azione del vero Apollo musagete, del vero Conduttore delle leggiadre Muse, a significare la verità mai sufficientemente espressa che l'Arte sempre è condotta dalla Filosofia, buona o cattiva che sia, tanto che proprio nel ii secolo, ai suoi inizi, la Chiesa volle ritrarre il Lògos sia come Apollo giovane e imberbe, a significare l'immediatezza e la semplicità della sua Parola, sia come Filosofo maturo e dalla barba curata, a significare la sua provenienza ab æterno.
Ma le muse, le arti con cui la conoscenza (il Lògos) si dona agli uomini, non danzano e avanzano da sole: come si vede dal sorriso nostro e dei nostri bambini, o, che è lo stesso, dalla figura del cristico Apollo che le conduce, si affiancano alla loro destra le ancelle della verità e a sinistra le virtù della bontà. Tutte: muse, ancelle e virtù, portano sul capo i fiori dell'armonia, tutte sono cinte dalla fascia d'oro dell'integrità, tutte sono coperte dai soavi veli della chiarezza.
Armonia, integrità e chiarezza vestono anche sulla terra gli splendori della verità, della bellezza e della bontà elargite dalla Chiesa che avanza pacifica nei secoli. Da due millenni pace e bellezza si spargono sulla terra distribuendo il frutto di Dio, la buona Novella, la letizia e la sorridenza della pace con Dio portata da Cristo in ogni generazione. La Chiesa da duemila anni sparge sovrabbondante bellezza dalle fontane della verità, da duemila anni bontà e bontà zampilla dalla sua beltà.
Ma quale il motivo per cui nella Chiesa è così profondo questo desiderio di elargizione di fragranza e di positività?
Tutto questo armonioso tripudio di miracolosa ricchezza scaturisce unicamente in virtù della divina liturgia, nasce dall'esigenza intima e tutta necessitante della santa Madre di spiegare con amore ai suoi figli il non spiegabile, di dire con benevolenza ai suoi piccoli l'indicibile, di mostrare a tutti con benignità i cieli chiamati tutt'intorno al sacro mistero della presenza reale, nell'ostia consacrata nelle sue chiese.
Sì: tutta questa elargizione di splendore soprannaturale ha portato bellezza anche nella civiltà; tutta questa bontà divina ha portato anche tra le nazioni amore, e quell'amore: il perfetto olocausto cruento e visibile compiuto da Cristo sulla croce e rinnovato in memoriam in ogni messa misteriosamente, ma realmente sugli altari ogni giorno nei secoli.
Dall'ostia consacrata la virtù dello splendore, celata nella benignità del sorriso che di fondo ha la grazia di Dio verso gli uomini, ha irradiato nelle civiltà, essa solo, quella che Romano Amerio chiama "cristianesimo secondario": ha irradiato la "verità", la "beltà" e la "bontà" di un sacro lievito che nei secoli ha spinto le nazioni a esprimersi nel sorriso di una religione in primo luogo, certo, divinizzante, ma poi anche portatore di civiltà.
E tutto ciò, si badi, in mezzo sempre a percosse, barbarie, difficoltà di ogni tipo, in seno e fuori, similmente al famoso elenco paolino: "Cinque volte ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre fui battuto con le verghe; una lapidato; tre naufragato; una notte e un giorno nell'abisso; (...) e oltre tutti questi mali esteriori il cruccio quotidiano che su me incombe, la cura di tutte le Chiese" (2 Corinzi, 11, 24-25; 28), e ciò a ricordare che verità, beltà e bontà, in una parola il sorriso, non sono di questo mondo, ma si ottengono per grazia - da Paolo o dalla Chiesa - solo dalla divina elargizione posta nella croce.
Anche nella nostra epoca, come già parve il fuoco di Alarico ad Agostino, sembra che bruttezza e barbarie abbiano corroso la conoscenza della bellezza, osteggiato la spinta all'adorazione, frantumato la pace della verità. Come già san Paolo, la Chiesa - e in essa la cristianità fin nei più indifesi e inermi suoi piccoli - sembra ancora una volta dover far fronte a forze superiori, accerchiata dalle espressioni più combattive di quella che Romano Amerio chiama "la dislocazione della divina Monotriade": la precessione dell'amore, della tecnica, dell'azione, sulla conoscenza e sul Verbo.
Nelle città, in quelli che oggi vengono chiamati burocraticamente "agglomerati urbani" - in verità prigioni al contrario - bruttezza chiama bruttezza, degrado e incuria moltiplicano degrado e incuria: i criminologi Wilson e Kelling dimostrano, con la teoria delle broken windows (finestre rotte), che insipidità e bruttezza materiali contagiano gli spiriti, straripano dai corpi alle anime, invadono non solo quartieri apocrifi e città, ma, col loro fascino drogato, con le loro contagiose perversioni, infettano i loro abitanti instillando nei cuori, con la trasformazione delle macerie in asocialità, disordine e dispersione morale. Dov'è più il sorriso sui volti dei ragazzi e dei muri lasciati in rovina?
Dov'è mai la relazione, se nelle città sono infranti sotto tutti gli aspetti l'unità, l'armonia e lo splendore su cui si fonda ogni relazione? Se nelle cose viene rotta la possibilità di comunicare, il passaggio di questa frattura ai cuori - almeno ai più fragili - è, per i due criminologi, scontato.
Però: tanto è vera la teosi funesta delle "finestre rotte", tanto più lo sarà, in forza della spinta alla positività impressa loro, come visto, dalla santissima Trinità, la sequenza contraria delle "finestre riparate", giacché armonia chiama armonia, levatrice della bontà è la bellezza, l'arte contagia l'etica. Per non dire poi quale motore sia (sarebbe, specie ora) allo sviluppo sociale ed economico, fare le cose belle invece che sciatte.
La Chiesa è una madre che mai rigetta la sua natura di madre, e alle anime che, sparse per le strade e le piazze degli immensi "non luoghi" di Marc Augé, si ricordano di lei, essa risponde con amorosa sollecitudine come sempre ha risposto. E nemmeno attende che quelle anime, chiuse nei volti cosificanti delle periferie incasermate, si ricordino di lei, si volgano alla sua bontà di Madre, ma va ella stessa premurosa per prima a loro; e lei per prima chiama a sé chi sempre l'ha coadiuvata nella sua opera di evangelizzazione e nella sua spinta alla santificazione: letterati, artisti, teologi, architetti, filosofi, asceti, musicisti, educatori, poeti, accorrono tutti gli uomini che, vedendo l'invisibile irradiarsi potente dall'ostia consacrata, hanno imparato cosa dire su verità, bellezza e bontà. L'Osservatore Romano
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