samedi, 04 juillet 2009

La mano tesa di Hu all'Europa

Nella intervista del presidente ci­nese Hu Jintao al Corriere di ieri vi sono i tradizionali ingre­dienti retorici con cui si confezionano le dichiara­zioni, i brindisi e i comuni­cati congiunti che accom­pagnano le visite interna­zionali: affinità culturali, ri­spetto reciproco, antica amicizia, interessi comuni, futuro migliore, sfide glo­bali da affrontare insieme. Vi è anche un cenno al Ri­nascimento e vi sarà im­mancabilmente, in qual­che brindisi, un riferimen­to a Marco Polo, nume tute­lare dell’amicizia italo-cine­se ogniqualvolta i due Pae­si desiderano celebrare i lo­ro rapporti. Ma vi è anche un passaggio sull’Europa che non è convenzionale e merita attenzione.

Hu Jintao dice che «le re­lazioni sino-europee han­no superato le difficoltà e le vicissitudini precedenti e sono tornate nel binario normale». Pensa al Tibet e all’incontro di qualche lea­der europeo con il Dalai La­ma, ma non lo dice e prefe­risce venire al sodo della questione dichiarando che «Pechino ha attribuito grande importanza ai rap­porti con l’Ue e la conside­ra come una delle priorità della sua politica estera». E aggiunge, per maggiore chiarezza: «La Cina sostie­ne il processo di integrazio­ne europea e accoglie con soddisfazione il suo ruolo sempre più utile e rilevan­te negli affari internaziona­li».

Queste ultime parole contengono una cortese bugia. Non è vero purtrop­po che il ruolo dell’Ue sia «sempre più utile e rilevan­te ». Nonostante qualche sprazzo di encomiabile de­cisionismo (la missione mi­litare in Libano, l’interven­to nella crisi georgiana, la reazione iniziale alla crisi del credito), l’Unione euro­pea, per rovesciare una espressione di John Major a proposito della Gran Bre­tagna, è un pugile che com­batte al di sotto del suo pe­so. Dai referendum falliti del 2005 siamo quasi sem­pre una somma di indeci­sioni, tentennamenti ed egoismi nazionali. I cinesi lo sanno, ma si servono di una bugia per dirci che il mondo ha bisogno dell’Ue e che gli europei farebbero bene a rendersene conto. Affinità culturali? Antica amicizia? No, le ragioni, grazie al cielo, sono più concrete e attuali.

La Cina non desidera un mondo americano. Visto da Pechino il nuovo presi­dente è meglio del suo pre­decessore ma è pur sem­pre il capo di una potenza imperiale. La crisi del credi­to ha messo in evidenza i rapporti di reciproca conve­nienza che uniscono il cre­ditore cinese al debitore americano, ma ha contem­poraneamente dimostrato a Pechino quanto sia peri­coloso legare il proprio de­stino alle imprevedibili po­litiche degli Stati Uniti. De­sidera una Europa forte perché preferisce un mon­do multipolare in cui vi sia­no forze capaci di contene­re e controllare la debor­dante potenza americana.

Con le sue parole Hu Jin­tao ci ricorda che esiste uno spazio vuoto e che spetta a noi riempirlo. Ten­de la mano a una Europa debole e divisa nella spe­ranza che il gesto la inco­raggi ad accantonare le sue beghe e i suoi bisticci per fare infine una politica con­forme ai suoi interessi e al­le sue ambizioni. Se ne avrà il coraggio, la Cina sa­rà il suo «partner strategi­co ». Dovremmo forse, per raccogliere l’invito, rinun­ciare ai nostri principi in materia di diritti umani? Credo piuttosto che l’Ue sa­rà più ascoltata e rispettata a Pechino di quanto non si­ano i singoli Paesi quando fingono di credere che un occasionale incontro con il Dalai Lama abbia dato un contributo alla soluzione della questione tibetana. Sergio Romano. Corriere

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