samedi, 04 juillet 2009

Marines Usa e soldati britannici insieme contro i talebani

Conquistate postazioni strategiche nel sud dell'Afghanistan

I soldati del Regno Unito
si uniscono ai marines contro i talebani


 

Kabul, 4. Sta assumendo proporzioni sempre più vasta l'offensiva dei marines contro i talebani nel sud dell'Afghanistan:  vi prendono parte, infatti, anche soldati britannici, i quali hanno già conquistato punti nevralgici. Dunque, ai quattromila marines, ad altri soldati statunitensi e a 650 soldati afghani, vengono ad aggiungersi ulteriori rinforzi. Nel frattempo i talebani si stanno nascondendo in attesa del momento propizio per lanciare la controffensiva:  è la strategia adottata dagli estremisti islamici, riferiscono fonti locali, di fronte alla progressiva avanzata dei marines.
Nelle ultime ore si sono registrati alcuni scontri, e i soldati americani stanno procedendo senza incontrare una grande resistenza. Ma le autorità militari temono che gli estremisti islamici stiano temporeggiando per poi scatenare i loro attacchi. Citato dalla France Presse, un portavoce dei talebani, Yusuf Ahmadi, ha detto:  "Loro sono tanti e utilizzerebbero l'aviazione, che ucciderebbe i civili. Noi ci organizzeremo per attaccare gli americani con metodi di guerriglia". Nei giorni scorsi il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, aveva affermato che la comunità internazionale deve voltare pagina nel Paese, adottando una visione strategica unitaria che comprenda le dimensioni dello sviluppo, della sicurezza, della riconciliazione. Un impegno sicuramente arduo, da realizzare in un territorio che tra offensive e controffensiva, attacchi e ritorsioni, continua a essere segnato da sanguinose violenze.
E anche oggi si sono registrati fatti di sangue. Una bomba piazzata sul ciglio di una strada è esplosa al passaggio di un convoglio della polizia, nel sud:  sette i poliziotti rimasti uccisi. Poi due soldati statunitensi sono morti in un attacco suicida compiuto contro una base nell'Afghanistan orientale. L'attentatore ha cercato di entrare con un camion in una base della provincia di Paktika:  è stato ucciso prima di raggiungere il proprio obiettivo, ha riferito un portavoce del Governo provinciale. I colpi di arma da fuoco hanno fatto detonare l'esplosivo che l'attentatore portava con sé:  i due militari sono rimasti uccisi nell'esplosione.
Ieri erano rimasti feriti due paracadutisti italiani. Una pattuglia della Folgore era a bordo di un blindato quando un'auto, con all'interno uomini della guerriglia, si è lanciata contro il mezzo. L'urto è stato molto violento, il blindato si è capovolto, ma ha attutito il colpo. Il fatto è avvenuto lungo la strada che collega Farah a Shindad.
L'operazione ha il nome in codice di Khanjar (colpo di spada). L'obiettivo è di "ripulire" la valle di Helmand, ovvero la valle dell'oppio, dalla presenza talebana. Quest'area è controllata in gran parte dagli estremisti islamici che hanno resistito per anni a offensive delle forze Nato guidate dalla Gran Bretagna. Gli Stati Uniti, negli ultimi mesi, hanno inviato nella provincia 8.500 marines:  è stato il maggior dispiegamento di forze nell'ambito dell'annunciato aumento di truppe americane dai 32.000 uomini di inizio anno ai 68.000 previsti per la fine del 2009. L'Helmand è la maggiore provincia afghana per estensione ed è uno dei bastioni talebani nel sud del Paese. Qui si produce più della metà dell'oppio afghano che, a sua volta, alimenta il 90 per cento del mercato mondiale dell'eroina. La popolazione della provincia è soprattutto pashtun, il maggior gruppo etnico afghano tradizionalmente dominante nel territorio. L'Osservatore Romano

Le patron de la F1 juge qu'Hitler "était efficace"

Bernie Ecclestone loue l'efficacité d'Hitler et estime que le très controversé président de la Fédération internationale de l'automobile, Max Mosley, ferait un bon Premier ministre.

La Formule 1 est touchée par un nouveau scandale, qui n'a cette fois rien à voir avec la course automobile. Prenant la défense du président de la Fédération internationale de l'automobile, dont les grandes écuries ont obtenu la tête, le patron de la F1, Bernie Ecclestone, s'est livré à une violente sortie. Dans un entretien au Times publié samedi, il a entrepris de défendre son ami en évoquant les bienfaits des dictatures, louant l'efficacité d'Adolf Hitler, la poigne de Saddam Hussein et des talibans, dont il regrette qu'ils aient été dépossédés du pouvoir.

«Je préfère les leaders forts», a ainsi expliqué le Britannique de 78 ans, car la démocratie «n'a pas fait grand bien à beaucoup de pays». «C'est terrible à dire je suppose, mais à part le fait qu'Hitler s'est laissé emporter et persuader de faire des choses dont j'ignore s'il voulait les faire ou pas, il était en position de commander beaucoup de gens et d'être efficace». «A la fin il s'est perdu, donc il n'était pas un très bon dictateur», a-t-il simplement concédé.

Lui-même comparé à un «dictateur» pour sa gestion implacable, Max Mosley ferait donc un bon Premier ministre, à en croire Bernie Ecclestone. « Tous ces gars, Gordon [Brown] et Tony [Blair], essayent de plaire à tout le monde tout le temps [...] Max ferait un super boulot, c'est un bon leader», a-t-il insisté. Max Mosley est le fils de l'ancien dirigeant fasciste britannique Oswald Mosley. En 2008, il avait suscité une vive indignation après la publication d'une vidéo où il s'adonnait, en compagnie de cinq prostituées, à une séance de sadomasochisme évoquant un camp de concentration nazi.

 

«Il ne connaît pas l'Histoire»

 

Ces propos ont immédiatement provoqué plusieurs réactions indignées. «Les commentaires de Bernie Ecclestone sur Hitler [...] et les dictatures sont assez bizarres», a commenté le porte-parole du Conseil des représentants des juifs britanniques, interrogé par le Times. Bernie Ecclestone «dit “la politique ce n'est pas pour moi” et nous sommes plutôt d'accord», a-t-il ironisé. Le député travailliste Denis MacShane a pour sa part estimé que «si Bernie Ecclestone pense sérieusement qu'Hitler a dû être persuadé de tuer six millions de juifs, d'envahir tous ces pays européens et de bombarder Londres, alors il ne connaît pas l'Histoire et fait preuve d'une erreur de jugement complète». Le Figaro

Paiment à la performance: 5 000 médecins volontaires

L'objectif de la ministre de la Santé Roselyne Bachelot, de trouver 5 000 volontaires avant la fin 2009, est donc atteint.

Satisfaction à la Caisse nationale d'assurance-maladie : vendredi à 17 heures, 5 036 généralistes avaient signé un «contrat d'amélioration des pratiques individuelles » (Capi). L'objectif de la ministre Roselyne Bachelot était de 5 000 volontaires avant fin 2009, sur 55 000 généralistes. Ce contrat, lancé le 20 mai, instaure une rémunération «à la performance».

Des objectifs sont fixés en termes de prévention (nombre de patients âgés vaccinés contre la grippe ou de patientes ayant effectué une mammographie), de suivi des maladies chroniques (examens prescrits aux diabétiques) et d'« efficience » économique (part des médicaments «génériqués» dans les prescriptions).

Tous atteints, ils rapportent 7 euros par an, soit 5 600 euros pour un médecin traitant «moyen» (800 patients). Le système est censé s'autofinancer, notamment par les économies générées sur les médicaments. Certains syndicats médicaux sont critiques, car ce contrat instaure une relation médecin-caisse qui les contourne : la CSMF a saisi le Conseil d'État.

L'Ordre estime, lui, antidéontologique d'«intéresser» les médecins pour orienter leurs prescriptions vers les génériques. Les généralistes, qui n'ont qu'à y gagner financièrement en signant, entendent visiblement peu ces arguments. Le Figaro

Il Papa al Presidente del G8

Il Papa ricorda che la legittimazione etica degli impegni politici del g8 esige multilateralismo ed equità

Uno sviluppo umano integrale
per dare voce a ogni popolo


 

L'"efficacia tecnica" dei provvedimenti che adotterà il prossimo g8 si misurerà dalla loro "valenza etica". Lo afferma Benedetto XVI in un messaggio inviato al presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi in occasione del vertice in programma all'Aquila dall'8 al 10 luglio.

 

Onorevole Signor Presidente,
in vista del prossimo g8 dei Capi di Stato e di Governo del Gruppo dei Paesi più Industrializzati, che si svolgerà a L'Aquila nei giorni 8-10 luglio p.v. sotto la Presidenza italiana, mi è gradito inviare un cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti. Colgo poi volentieri l'occasione per offrire un contributo alla riflessione sulle tematiche dell'incontro, come in passato ho già avuto modo di fare. Sono stato informato dai miei collaboratori circa l'impegno con cui il Governo, che Ella ha l'onore di presiedere, si sta preparando a quest'importante appuntamento, e so quale attenzione abbia riservato alle riflessioni, che, sulle tematiche dell'imminente Vertice, hanno formulato la Santa Sede, la Chiesa Cattolica in Italia e il mondo cattolico in generale, nonché Rappresentanti di altre religioni.
La partecipazione di Capi di Stato o di Governo, non solo del g8 ma di molte altre Nazioni, farà sì che le decisioni da adottare, per trovare vie di soluzione condivise sui principali problemi che incidono su economia, pace e sicurezza internazionale, possano rispecchiare più fedelmente i punti di vista e le attese delle popolazioni di tutti i Continenti. Questa partecipazione allargata alle discussioni del prossimo Vertice appare pertanto quanto mai opportuna, tenendo conto delle molteplici problematiche dell'attuale mondo altamente interconnesso e interdipendente. Mi riferisco, in particolare, alle sfide della crisi economico-finanziaria in corso, così come ai dati preoccupanti del fenomeno dei cambiamenti climatici, che non possono non spingere a un saggio discernimento e a nuove progettualità per ""convertire" il modello di sviluppo globale" (cfr. Benedetto XVI, Angelus 12 novembre 2006), rendendolo capace di promuovere, in maniera efficace, uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori della solidarietà umana e della carità nella verità. Alcune di queste tematiche vengono affrontate anche nella mia terza Enciclica Caritas in veritate, che proprio nei prossimi giorni verrà presentata alla stampa.
In preparazione al Grande Giubileo del 2000, su impulso di Giovanni Paolo ii, la Santa Sede ebbe a prestare grande attenzione ai lavori del g8. Il mio venerato Predecessore era infatti persuaso che la liberazione dei Paesi più poveri dal fardello del debito e, più in generale, lo sradicamento delle cause della povertà estrema nel mondo dipendevano dalla piena assunzione delle responsabilità solidali nei confronti di tutta l'umanità, che hanno i Governi e gli Stati economicamente più avanzati. Responsabilità che non sono venute meno, anzi sono diventate oggi ancora più pressanti. Nel passato recente, in parte grazie alla spinta che il Grande Giubileo del 2000 ha dato alla ricerca di soluzioni adeguate alle problematiche relative al debito e alla vulnerabilità economica dell'Africa e di altri Paesi poveri, in parte grazie ai notevoli cambiamenti nello scenario economico e politico mondiale, la maggioranza dei Paesi meno sviluppati ha potuto godere di un periodo di straordinaria crescita, che ha consentito a molti di essi di sperare nel conseguimento dell'obiettivo fissato dalla Comunità internazionale alla soglia del terzo millennio, quello cioè di sconfiggere la povertà estrema entro il 2015. Purtroppo, la crisi finanziaria ed economica, che investe l'intero Pianeta dall'inizio del 2008, ha mutato il panorama, cosicché è reale il rischio non solo che si spengano le speranze di uscire dalla povertà estrema, ma che anzi cadano nella miseria pure popolazioni finora beneficiarie di un minimo benessere materiale.
Inoltre, l'attuale crisi economica mondiale comporta la minaccia della cancellazione o della drastica riduzione dei piani di aiuto internazionale, specialmente in favore dell'Africa e degli altri Paesi economicamente meno sviluppati. E pertanto, con la stessa forza con cui Giovanni Paolo ii chiese il condono del debito estero, vorrei anch'io fare appello ai Paesi membri del g8, agli altri Stati rappresentati e ai Governi del mondo intero, affinché l'aiuto allo sviluppo, soprattutto quello rivolto a "valorizzare" la "risorsa umana", sia mantenuto e potenziato, non solo nonostante la crisi, ma proprio perché di essa è una delle principali vie di soluzione. Non è infatti investendo sull'uomo - su tutti gli uomini e le donne della Terra - che si potrà riuscire ad allontanare in modo efficace le preoccupanti prospettive di recessione mondiale? Non è in verità questa la strada per ottenere, per quanto possibile, un andamento dell'economia mondiale a beneficio degli abitanti di ogni Paese, ricco e povero, grande e piccolo?
Il tema dell'accesso all'educazione è intimamente connesso all'efficacia della cooperazione internazionale. Se allora è vero che occorre "investire" sugli uomini, l'obiettivo dell'educazione basica per tutti, senza esclusioni, entro il 2015, non solo va mantenuto, bensì rafforzato generosamente. L'educazione è condizione indispensabile per il funzionamento della democrazia, per la lotta contro la corruzione, per l'esercizio dei diritti politici, economici e sociali e per la ripresa effettiva di tutti gli Stati, poveri e ricchi. Ed applicando rettamente il principio della sussidiarietà, il sostegno allo sviluppo non può non tener conto della capillare azione educatrice che svolgono la Chiesa cattolica e altre Confessioni religiose nelle regioni più povere e abbandonate del Globo.
Agli illustri partecipanti all'incontro del g8, mi preme altresì ricordare che la misura dell'efficacia tecnica dei provvedimenti da adottare per uscire dalla crisi coincide con la misura della sua valenza etica. Occorre cioè tener presenti le concrete esigenze umane e familiari:  mi riferisco, ad esempio, all'effettiva creazione di posti di lavoro per tutti, che consentano ai lavoratori e alle lavoratrici di provvedere in maniera degna ai bisogni della famiglia, e di assolvere alla primaria responsabilità che hanno nell'educare i figli e nell'essere protagonisti nelle comunità di cui sono parte. "Una società in cui questo diritto sia sistematicamente negato, - ebbe a scrivere Giovanni Paolo ii - in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale" (Centesimus annus, 43; cfr. Id., Laborem exercens, 18). E proprio a tale scopo, si impone l'urgenza di un equo sistema commerciale internazionale, dando attuazione - e se necessario persino andando oltre - alle decisioni prese a Doha nel 2001, in favore dello sviluppo. Auspico che ogni energia creativa venga impiegata per assolvere agli impegni assunti al Vertice Onu del Millennio circa l'eliminazione della povertà estrema entro il 2015. È doveroso riformare l'architettura finanziaria internazionale per assicurare il coordinamento efficace delle politiche nazionali, evitando la speculazione creditizia e garantendo un'ampia disponibilità internazionale di credito pubblico e privato al servizio della produzione e del lavoro, specialmente nei Paesi e nelle regioni più disagiati.
La legittimazione etica degli impegni politici del g8 esigerà naturalmente che essi siano confrontati con il pensiero e le necessità di tutta la Comunità Internazionale. A tal fine, appare importante rafforzare il multilateralismo, non solo per le questioni economiche, ma per l'intero spettro delle tematiche riguardanti la pace, la sicurezza mondiale, il disarmo, la salute, la salvaguardia dell'ambiente e delle risorse naturali per le generazioni presenti e future. L'allargamento del g8 ad altre regioni costituisce senz'altro un importante e significativo progresso; tuttavia nel momento dei negoziati e delle decisioni concrete ed operative, bisogna tenere in attenta considerazione tutte le istanze, non solo quelle dei Paesi più importanti o con un più marcato successo economico. Solo questo può infatti rendere tali decisioni realmente applicabili e sostenibili nel tempo. Si ascolti pertanto la voce dell'Africa e dei Paesi meno sviluppati economicamente! Si ricerchino modi efficaci per collegare le decisioni dei vari raggruppamenti dei Paesi, compreso il g8, all'Assemblea delle Nazioni Unite, dove ogni Nazione, quale che sia il suo peso politico ed economico, può legittimamente esprimersi in una situazione di uguaglianza con le altre.
Vorrei infine aggiungere che è quanto mai significativa la scelta del Governo Italiano di ospitare il g8 nella città de L'Aquila, scelta approvata e condivisa dagli altri Stati membri ed invitati. Siamo stati tutti testimoni della generosa solidarietà del Popolo italiano e di altre Nazioni, di Organismi nazionali ed internazionali verso le popolazioni abruzzesi colpite dal sisma. Questa mobilitazione solidale potrebbe costituire un invito per i membri del g8 e per i Governi e i Popoli del mondo ad affrontare uniti le attuali sfide che pongono improrogabilmente l'umanità di fronte a scelte decisive per il destino stesso dell'uomo, intimamente connesso con quello del creato.
Onorevole Signor Presidente, mentre imploro l'assistenza di Dio su tutti i presenti al prossimo g8 de L'Aquila e sulle iniziative multilaterali intese a risolvere la crisi economico-finanziaria e a garantire un futuro di pace e di prosperità per tutti gli uomini e le donne senza nessuna esclusione, colgo volentieri l'occasione per esprimerLe nuovamente la mia stima e, assicurando la mia preghiera, Le porgo un deferente e cordiale saluto. L'Osservatore Romano 

Ascoltate la voce dell'Africa

Sul G8: «Ascoltate la voce dell'Africa»
I provvedimenti volti a condurre il mondo fuori dalla crisi economica saranno efficaci solo se avranno anche una loro «valenza etica». Lo ha detto papa Benedetto XVI in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in vista dell’imminente G8 che si terrà all’Aquila dall’8 al 10 luglio. «La misura dell’efficacia tecnica dei provvedimenti da adottare per uscire dalla crisi - ricorda il pontefice ai partecipanti al vertice - coincide con la misura della sua valenza etica».

«E' doveroso riformare l`architettura finanziaria internazionale per assicurare il coordinamento efficace delle politiche nazionali, evitando la speculazione creditizia e garantendo un'ampia disponibilità internazionale di credito pubblico e privato al servizio della produzione e del lavoro, specialmente nei Paesi e nelle regioni più disagiati». Lo afferma in una lettera inviata a Berlusconi in vista del G8 il Papa sottolineando che al mondo «si impone l`urgenza di un equo sistema commerciale internazionale, dando attuazione - e se necessario persino andando oltre - alle decisioni prese a Doha nel 2001, in favore dello sviluppo».

Posti di lavoro per tutti «che consentano ai lavoratori e alle lavoratrici di provvedere in maniera degna ai bisogni della famiglia»: forte appello di Benedetto XVI che, in vista del G8 all’Aquila, prende carta e penna per scrivere al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e chiedere che siano assicurate le misure a favore dei più bisognosi. «Agli illustri partecipanti all’incontro del G8 - afferma - mi preme altresì ricordare che la misura dell’efficacia tecnica dei provvedimenti da adottare per uscire dalla crisi coincide con la misura della sua valenza etica. Occorre cioè tener presenti le concrete esigenze umane e familiari: mi riferisco, ad esempio, all’effettiva creazione di posti di lavoro per tutti - prosegue - che consentano ai lavoratori e alle lavoratrici di provvedere in maniera degna ai bisogni della famiglia, e di assolvere alla primaria responsabilità che hanno nell’educare i figli e nell’essere protagonisti nelle comunità di cui sono parte». Il Papa sottolinea «l’urgenza di un equo sistema commerciale internazionale, dando attuazione - e se necessario persino andando oltre - alle decisioni prese a Doha nel 2001, in favore dello sviluppo. Auspico che ogni energia creativa - conclude - venga impiegata per assolvere agli impegni assunti al Vertice ONU del Millennio circa l’eliminazione della povertà estrema entro il 2015».

Il Papa auspica anche «che ogni energia creativa venga impiegata per assolvere agli impegni assunti al Vertice ONU del Millennio circa l`eliminazione della povertà estrema entro il 2015. La legittimazione etica degli impegni politici del G8 esigerà naturalmente che essi siano confrontati con il pensiero e le necessità di tutta la Comunità Internazionale. A tal fine, appare importante rafforzare il multilateralismo, non solo per le questioni economiche, ma per l'intero spettro delle tematiche riguardanti la pace, la sicurezza mondiale, il disarmo, la salute, la salvaguardia dell`ambiente e delle risorse naturali per le generazioni presenti e future».

Il Papa chiede a gran voce che sia ascoltata la voce dell’Africa al G8 che si terrà la prossima settimana all’Aquila. «Si ascolti la voce dell’Africa e dei Paesi meno sviluppati economicamente - dice Benedetto XVI scrivendo al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in qualità di Paese ospitante del G8 - si ricerchino modi efficaci per collegare le decisioni dei vari raggruppamenti dei Paesi, compreso il G8, all’Assemblea delle Nazioni Unite, dove ogni Nazione, quale che sia il suo peso politico ed economico, può legittimamente esprimersi. La Stampa

I profughi nel quartiere più chic di Torino

Borgo Po si ribella: "Così si rovina
il quartiere più chic"

JACOPO D’ORSI

«Cosa ho pensato quando ho letto la notizia? Che anche a me piacerebbe abitare dove hanno trovato un posto per i profughi dell’ex clinica San Paolo. Borgo Po è il quartiere più chic di Torino». Diego Pallavidini è l’unico che abbia voglia di scherzare. Per forza, fa il taxista e si trova in via Asti per caso. Gli altri, i residenti e i commercianti, vicini di casa dell’ex caserma che da fine luglio ospiterà i 200 rifugiati provenienti da Somalia, Eritrea e Darfur, hanno perso il senso dell’umorismo. Sono preoccupati, allarmati, in qualche caso angosciati. Solo una signora, su un terrazzo del condominio di fronte alla caserma, rimuove il problema: «Questa storia dei profughi non è vera, risale a otto anni fa». Ma le cose non stanno proprio così.

«Stendiamo un velo pietoso», dice Carlo Foradini, responsabile del ristorante Monferrato. «I profughi porteranno gazzarra e disordine. Piazza Vittorio, a parte la movida, è ancora una cartolina della città. Non ho nulla contro gli extracomunitari, alcuni lavorano anche da noi, ma in questo caso si tratta di nullafacenti». Continua: «C’è tanta gente preoccupata, ho ricevuto diverse telefonate dei nostri clienti: sperano che don Sandro si faccia sentire affinché si desista da questa iniziativa». Lui, il parroco, aggredito tre anni fa da un immigrato che con un pugno gli ruppe un labbro e un dente, preferisce non parlare. Quando arriva, poco dopo le 16, ci liquida frettolosamente. «Non ho tempo, lasciatemi aprire la chiesa». Inutile cercarlo al telefono.

Sulla piazza della Gran Madre, qualche commerciante giura di non sapere nulla - Claudia del Gran Bar, il responsabile della gioielleria Del Vago, Gelsomina di Sephora - mentre qualcun altro accetta di commentare. «Sono favorevole a mischiare culture e mentalità - racconta Cristina Buzau del caffè «Chantilly» - a patto che non diano fastidio». «Cosa vuole che le dica?», domanda invece Renata Vizio della gelateria «Gran gelato». «È giusto aiutare i profughi, sistemandoli in una struttura adeguata, ma il loro problema ricade sulla testa di altre persone. Porteranno svantaggi, questo sì».

Addentrandosi nel quartiere, nelle tranquille traverse del precollina baciato dal sole, il dissenso aumenta fino a raggiungere l’apice proprio in via Asti. La signora Olga Ottone sta portando a spasso Jacopo, il nipotino. «Penso tutto il male possibile di questo trasloco - attacca - e mi sorprendo che il borgo non abbia ancora preso posizione. Una soluzione va trovata, ma preoccupano le condizioni ingieniche, il rischio malattie, il disturbo che queste persone possono portare. Siamo sicuri che siano tutte onestissime?». «Io vivo a Oslo - aggiunge Ada Farappa - ma i miei genitori stanno qui e sono allarmati. I profughi sono per lo più somali e, almeno nella capitale della Norvegia, la loro comunità è quella che crea più problemi».

Poco oltre la caserma c’è un’autocarrozzeria Fiat-Lancia. Laura Bianchi, una dei titolari, è anche una mamma preoccupata. «Sono disperata, i rifugiati hanno già distrutto Borgo San Paolo e non si capisce perché da noi non dovrebbero fare la stessa cosa. Qui ci muoviamo come in un piccolo paese, i bambini vanno in giro da soli. Ho una figlia di 17 anni e uno di 11, ora dovranno essere accompagnati». Perdere la tranquillità è l’incubo più grande. «Questa è una delle ultime isole di pace della città - aggiunge Barbara, la sorella - non vogliamo perderla. Se si trattasse di persone civili non ci sarebbe nessun problema, ma la realtà racconta che non è così. Nell’ex clinica hanno fatto di tutto, vivendo anche in mezzo agli escrementi. Speriamo che almeno siano controllati come dicono, vedremo alla prova dei fatti».

Qualcuno, come Giacomo, operaio, ha anche paura «che il valore delle case possa scendere». «È un problema - conferma Enrico Finello - immagino che chi abita qui non sia contento». C’è finalmente anche chi è un po’ più tollerante. Per Benito, «questa gente non può essere lasciata in mezzo alla strada», mentre per Sergio De Remigis «se molti italiani si comportassero come molti immigrati, il nostro sarebbe un Paese migliore». Chiude Stefano Gianola, che lavora in zona: «La storia di queste persone è drammatica, sono lieto che qualcuno li aiuti. Ma credo che nemmeno questa sarà la soluzione definitiva». E forse ha ragione. La Stampa

Bonvesin de la Riva

Tra realismo e idealizzazione

 

 

di Marco Beck

Nel prologo in cui enuncia contenuti, significato, finalità del suo De magnalibus Mediolani, il milanese Bonvesin da la Riva (nato fra il 1240 e il 1250, morto intorno al 1315) inserisce, con una sorta di umile perentorietà, un'affermazione piuttosto impegnativa:  nullius pretii interventu, nullius inductione, nullius expectationis temporalis premii causa, sed potius inspiratione divina composui ("l'ho scritto senza che intervenisse alcun compenso, senza che nessuno me lo suggerisse, senza attenderne alcun premio mondano, ma piuttosto per ispirazione divina").
Se un celebre scrittore d'oggi, introducendo un proprio saggio, sfiorasse anche uno solo dei quattro tasti toccati da Bonvesin, come minimo si vedrebbe tacciato dai media, e dai suoi lettori, di smaccata ipocrisia. Senza alcun compenso? Figuriamoci. Sommando un congruo anticipo alla percentuale di royalties, l'autore introiterebbe, prima e dopo la pubblicazione, un paio di sostanziosi bonifici bancari. Senza suggerimenti, di libera iniziativa? Possibile, certo. Più probabile, però, un'imbeccata dell'editore-committente, sempre pronto a fiutare i venti delle mode, dell'attualità, delle sollecitazioni provenienti dalla cosiddetta società civile. Senza ricerca di premi, onori, riconoscimenti? Non scherziamo. Oltre a riscuotere entusiastiche recensioni, il libro in questione concorrerebbe a una decina di premi letterari, sino ad arraffarne almeno uno, fosse pure nel più sperduto angolo di provincia. Ispirazione divina? Be', questo sarebbe considerato, semplicemente, indice di delirante follia o di rozzo integralismo religioso.
Bonvesin, invece, ci appare perfettamente credibile nella sua "autocertificazione". Per più di una ragione. Innanzitutto, correva l'anno domini 1288:  epoca ancora remotissima dall'invenzione di Gutenberg e, a fortiori, dal concetto di copyright e dal pagamento dei diritti d'autore, anche se la vendita di un manoscritto vergato in qualche scriptorium monastico poteva fruttare una bella somma. Bonvicinus de Rippa godeva, inoltre, di una rassicurante agiatezza economica:  insegnante di livello superiore (doctor in gramatica), poi direttore di una scuola privata, proprietario di beni immobili, vantava anche l'appartenenza al Terzo Ordine degli Umiliati, titolari della riscossione di dazi e imposte, operosi nella lavorazione e nel commercio della lana, meritoriamente impegnati nella fondazione e gestione di ospedali. Proprio in virtù di questa sua identità religiosa, e di un genuino sensus fidei trapelante quasi da ogni pagina, Bonvesin poteva con piena legittimità rivendicare una forma di inspiratio divina. A ciò si aggiunga che egli aveva tratto fama e prestigio, se non proprio benefici finanziari, da una multiforme produzione letteraria, sia in latino (De vita scolastica, De controversia mensium) sia in volgare (una ventina di opere, perlopiù in versi, fra cui il fortunato Libro delle tre scritture):  un catalogo tale da promuovere questo fecondo poligrafo al rango di più importante scrittore della Lombardia duecentesca.
Curata da Paolo Chiesa, allievo e successore di Giovanni Orlandi sulla cattedra di letteratura latina medievale all'Università Statale di Milano, con un'acribia filologica che tuttavia soddisfa le esigenze del lettore non-specialista, Le meraviglie di Milano (Milano, Mondadori-Fondazione Valla, 2009, pagine LXXXIV-286, euro 30) segna lo scioglimento di un'intricata, romanzesca vicenda testuale. Fin dal xv secolo, l'avvento della civiltà rinascimentale, spazzando via la Weltanschauung del medioevo, aveva espulso dalle biblioteche il De magnalibus, sopravvissuto solo nelle citazioni di una tradizione indiretta che aveva come suo alfiere lo storico trecentesco Galvano Fiamma. Il ritrovamento dell'unico testimone esistente, il codice 8288 della Biblioteca Nacional di Madrid, fu un colpo di fortuna (e di abilità) messo a segno dal cremonese Francesco Novati nel 1894. Ne scaturì un'editio princeps apprezzabile ma penalizzata dal pessimo stato di conservazione del manoscritto. Un passo avanti si registrò con l'edizione che Maria Corti allestì per la Bompiani nel 1974, avvalendosi della collaborazione di un traduttore d'eccezione come Giuseppe Pontiggia. In seguito, gli emendamenti di Orlandi, una nuova collazione del codice madrileno da parte di Piera Dabbene, gli studi sempre più approfonditi dello stesso Chiesa, concretizzatisi in un frutto editoriale "intermedio" per i tipi di Scheiwiller (1997), gettarono le basi per il decisivo, innovativo lavoro che ora vede la luce. Una pubblicazione giunta in significativa concomitanza con il ciclo "I giorni di Milano" - promosso dall'Assessorato alla Cultura del Comune e dall'Editore Laterza nella basilica di Santa Maria delle Grazie - composto da dieci lezioni su altrettanti momenti topici della storia locale, tenute tra il 18 marzo e il 20 maggio da relatori come Cardini, Barbero, Galasso, Galli della Loggia, e premiate da un'affluenza di pubblico che denota un risveglio d'interesse dei milanesi per le loro radici storico-culturali.
Pur rientrando nel filone delle laudes civitatum, di cui rispetta i principali canoni retorici, il piccolo capolavoro di Bonvesin si caratterizza per una duplice originalità. Originale è, in primo luogo, l'articolazione della materia, distribuita in otto capitoli. Ciascuno di essi verte su una diversa sfaccettatura della poliedrica eccellenza di Milano, applicando un procedimento simmetrico che ai pregi materiali, celebrati nei primi quattro capitoli - posizione geografica, edilizia, popolazione, ricchezza - fa seguire negli ultimi quattro l'esaltazione di qualità morali come forza, fedeltà, libertà e dignità. Una seconda peculiarità consiste nella documentazione, per così dire "di prima mano", su cui poggia il panegirico della città lombarda. Bonvesin non scrive isolato in una turris eburnea. Le informazioni concrete, i dati statistici di supporto all'argomentare pro urbe sua, se li va a cercare nelle cronache medievali, nei registri del Comune, nell'archivio dell'Arcivescovado. Gira per le strade, osserva, misura, interpella gli esperti. Ed è soprattutto per merito di questa sua verifica diretta delle fonti documentarie e del tessuto cittadino che oggi gli studiosi tendono, più che in passato, ad accreditarlo di una certa attendibilità. Per esempio, là dove censisce un numero apparentemente troppo elevato di edifici pubblici, abitazioni private, chiese e conventi, abitati da numerose famiglie religiose, in primis domenicani e minori francescani. Oppure dove magnifica la copiosità di acque sorgive, fontane, laghi e fiumi. O, ancora, dove fonda la sua stima di 200.000 abitanti (700.000 comprendendo anche un contado fittamente popolato) sulla misurazione del consumo giornaliero di grano.
Altrove, invece, l'amore viscerale per la sua patria, proclamata "la più splendida  fra  tutte  le  città  del mondo", e per i suoi concittadini - un popolo allegro, amichevole, elegante, devoto, dedito con successo a ogni genere di attività economica, agricola, mercantile, giuridica, militare, e soprattutto generoso nell'assistenza ai poveri e ai malati - rischia di far scivolare Bonvesin sul terreno di un iperbolico campanilismo. O, nella migliore delle ipotesi, di spingerlo verso un'idealizzazione della realtà locale analoga a quella che, in una Siena quasi coeva, ispirava ad Ambrogio Lorenzetti le scene "mitizzate" del grande affresco Effetti del buon governo nella città e nella campagna. Come non sorridere, in particolare, leggendo che Milano sarebbe, secondo questo suo figlio appassionato, "più adatta a essere sede del Papa, con buona pace dei Romani", e che quindi si dovrebbe procedere senza indugio al trasferimento del soglio pontificio?
Intendiamoci. Nell'alveo della storia di Milano a lui contemporanea Bonvesin non vede scorrere solo latte e miele. La nostalgia che si sente vibrare nella sua tendenza all'idealizzazione riflette la consapevolezza che quell'immagine di idilliaca prosperità è ormai anacronistica. La transizione dal libero governo comunale allo spregiudicato assolutismo della signoria viscontea avanza a grandi passi, e sta imponendo alla cittadinanza un pesante tributo di discordie laceranti, intrighi tenebrosi, lotte intestine tra le fazioni dei Torriani e dei Visconti. L'orgogliosa rievocazione delle memorabili vittorie in campo aperto su Corrado il Salico, Federico i Barbarossa e Federico ii trova così, proprio nell'epilogo del De magnalibus, un indignato controcanto:  "Oh, Milano! Chi gode perché tu, ammirevole, da mirabile diventi miserabile? In casa tua si alleva chi mira a sbranarti con i denti dell'odio. Chi è che osa toglierti la pace? È la protervia di alcuni tuoi cittadini, la cui avidità non basterebbero le ricchezze del mondo intero a saziare!".
Smodata avidità di ricchezze. La stessa peste morale responsabile dell'odierna crisi economico-finanziaria corrodeva anche il mondo di Bonvesin da la Riva. Ancora una volta, non si può che dare ragione al saggio Ecclesiaste con il suo disincantato aforisma:  nihil novi sub sole. L'Osservatore Romano 

Violenti combattimenti in Afghanistan

Prosegue l'operazione contro i talebani. Washington: «Battaglia violenta a Helmand»

KABUL - Prosegue l'offensiva americana in Afghanistan, al via da giovedì, che ha come obiettivo quello di «ripulire» valle dell'oppio. In campo 4 mila marines e 650 afghani impegnati a liberare il territorio di talebani. L’esercito americano è impegnato da alcune ore in violenti combattimenti nella provincia di Helmand: lo ha confermato il generale Larry Nicholson, comandante del corpo dei marines, precisando che la brigata 2/8 dei marines sta avendo difficoltà nell'avanzare verso sud. L'offensiva americana si è trasformata in una «battaglia infernale» ha detto Nicholson. «Una base ostile situata a sud di Garmser è stata distrutta ieri. Ma ciò non vuol dire che il nemico sia fuggito», ha aggiunto l'alto ufficiale.

UCCISO UN SOLDATO USA - Nicholson ha anche confermato la morte di un soldato americano, il primo ucciso dai ribelli talebani durante l'offensiva dei marines. L'operazione «Khanjar» («Colpo di spada») è la più vasta dopo l'annuncio del presidente Barack Obama dell'invio quest'anno di 21 mila soldati di rinforzo specialmente al sud, nella provincia di Helmand, una zone dove i ribelli talebani sono attualmente più in forze.

ATTACCO KAMIKAZE FERITI LIEVEMENTE DUE PARA' - Intanto due militari italiani sono stati leggermente feriti sempre in Afghanistan in seguito ad un attacco suicida. Lo ha reso noto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi. «A 20 chilometri da Farah, c’è stato un attacco a un nostro mezzo Lince» ha dichiarato la La Russa.
Lo scontro è avvenuto al termine dell'operazione condotta dalle nostre forze armate in concomitanza con l'offensiva americana, nel cui ambito un gruppo di insorti è stato catturato nelle ultime 24 ore nella Valle di Musahi, 35 chilometri a sud di Kabul, in un’operazione congiunta compiuta dai militari italiani della Folgore e dai soldati dell’esercito afgano. Durante l’intervento delle truppe è stato sequestrato un buon quantitativo di armi portatili. Secondo quanto riferito dal Comando italiano a Kabul, i combattenti arrestati sarebbero tra i responsabili di molti degli attacchi compiuti nella zona contro i soldati italiani. Iniziata alle ore 4 del 2 luglio, l’operazione, che ha visto impegnati circa 600 militari tra italiani e afghani, è terminata nella notte. Gli insorti catturati sono ora sotto custodia delle autorità afgane. All’inizio dell’operazione, inoltre, un secondo gruppo di insorti ha abbandonato le sue posizioni nell’area, cercando rifugio in una provincia limitrofa. Grazie al controllo dell’area assicurato dalle unità italiane posizionate in punti appositamente scelti, è stato possibile individuarne la localizzazione, nell’area di responsabilità di un altro contingente di Isaf. Corriere

 

 

Le ronde di sinistra

Penati stanziò fondi. E ad Albenga i controlli li fa la giunta Pd

ROMA — Anche il centrosinistra ha un’anima «rondista». Prima an­cora dell’approvazione del ddl sul­la sicurezza voluto dal centrodestra e in particolare dalla Lega, diverse amministrazioni guidate dal Pd hanno dato il via libera alle squa­dre di volontari per la sicurezza, per il presidio del territorio o per il decoro urbano. Appunto le ronde, anche se preferiscono chiamarle «associazioni civiche».

Il laboratorio delle «ronde dolci» di centrosinistra è l’Emilia Roma­gna. Qui una legge regionale voluta dal governatore Vasco Errani nel 2003 ha spianato la strada alle asso­ciazioni civiche che mandano i vo­lontari davanti alle scuole, nei par­chi, addirittura nei cimiteri. «Ma so­no contrario alle ronde per la sicu­rezza », ha ribadito Errani quando il ddl del governo è arrivato al Senato per l’approvazione definitiva. E Giorgio Pighi, sindaco riconfermato di Modena, esponente del Pd e fra i fondatori dell’Ulivo, ha spiegato: «Le nostre non sono le ronde che piacciono alla Lega, non c’entrano nulla. In comune abbiamo solo il fat­to che i cittadini prestano la propria opera volontariamente. Ma il no­stro è un approccio culturale: le no­stre squadre lavorano per il ripristi­no del decoro urbano, cancellando le scritte o aggiustando la panchina divelta nel parco, e per portare coe­sione sociale. Le ronde che vuole la Lega non puntano alla coesione e al­la solidarietà sociale. E’ un presidio del territorio con finalità quasi inti­midatorie ». In realtà, però, anche in Emilia Romagna c’è chi nel Pd ave­va intravisto nelle ronde un aiuto al­la sicurezza: Sergio Cofferati, quan­do era sindaco di Bologna, nello scorso febbraio aveva affermato che i cittadini «possono dare un contri­buto al presidio del territorio», pur­ché le iniziative non assumano «co­lore o valenza politica».

E anche nella Lombardia domi­nata dal verde della Lega e dall’az­zurro del Pdl, ci sono stati ammini­­stratori di spicco del Pd che hanno aperto più di uno spiraglio alle ron­de: Filippo Penati, prima di perde­re la presidenza della Provincia di Milano, aveva stanziato 250 mila euro a favore dei Comuni del terri­torio per finanziare le associazioni di volontari. Una mossa, quella di Penati, che è andata oltre a quanto stabilito il governo, secondo il qua­le le ronde non devono gravare sul­le casse pubbliche.

E ancora in Liguria c’è il caso Al­benga: il sindaco Antonello Tabbò, centrosinistra, aspettando di poter installare decine di telecamere per la videosorveglianza ha lanciato una sorta di «ronde istituzionali». Lui stesso, insieme agli assessori della sua giunta e ai consiglieri di maggioranza, è sceso in strada di notte accompagnando nei pattuglia­menti polizia municipale e forze del­l’ordine, anche se con una valenza simbolica più che reale: «Per far sen­tire ai vigili e alla cittadinanza che siamo loro vicini nella lotta per la si­curezza ».

E nella vicina Massa, invece, il sindaco del Pd, Roberto Pucci, si è schierato contro le ronde, che però sono lo stesso scese in strada, orga­nizzate dai consiglieri locali de La Destra, sotto lo slogan «Soccorso so­ciale e sicurezza», con i volontari ar­mati di cellulare, torce metalliche e spray al peperoncino. Quando la leg­ge approvata giovedì entrerà in vi­gore, però, bombolette urticanti e torce metalliche dovranno essere ri­posti nell’armadio, perché i volonta­ri non potranno portare «alcun og­getto atto a offendere».

La patria delle ronde è comun­que il Veneto. Qui il Carroccio ha or­ganizzato le squadre di volontari in piccoli e grandi centri. Ma anche il Pd si è mosso. Achille Variati, sinda­co di Vicenza, ha annunciato l’istitu­zione di una scuola per volontari della sicurezza. Flavio Zanonato, confermato alle ultime amministra­tive alla guida di Padova, già in pas­sato ha schierato i «nonni-vigili» davanti alle scuole e nei parchi: «Di­ciamo che sono delle ronde anche queste, e io sono favorevole a utiliz­zare la collaborazione dei cittadini per il presidio del territorio. Perché la presenza di una squadra di volon­tari in un parco può scoraggiare gli spacciatori. Un’altra cosa è quando sento parlare di ronde come quelle che vogliono i leghisti, che rischia­no di diventare una polizia politica al servizio di un’ideologia. Con il termine ronda, poi, viene indicato anche un altro fenomeno: quello delle manifestazioni spontanee in piazza di comitati di cittadini che re­clamano sicurezza. Queste non so­no ronde vere e proprie. Sono inizia­tive legittime ma non procurano si­curezza. Anzi paradossalmente as­sorbono energie delle forze dell’or­dine che per tutelare la sicurezza dei partecipanti sono costrette a tra­lasciare altri incarichi».

Al Sud almeno due sindaci di centrosinistra si sono detti favore­voli alle ronde: Michele Emiliano (Bari) e Vincenzo De Luca (Saler­no). Purché però siano «intese co­me squadre di cittadini che volon­tariamente collaborano al control­lo del territorio, ma senza connota­zione politica». Paolo Foschi. Corriere

La mano tesa di Hu all'Europa

Nella intervista del presidente ci­nese Hu Jintao al Corriere di ieri vi sono i tradizionali ingre­dienti retorici con cui si confezionano le dichiara­zioni, i brindisi e i comuni­cati congiunti che accom­pagnano le visite interna­zionali: affinità culturali, ri­spetto reciproco, antica amicizia, interessi comuni, futuro migliore, sfide glo­bali da affrontare insieme. Vi è anche un cenno al Ri­nascimento e vi sarà im­mancabilmente, in qual­che brindisi, un riferimen­to a Marco Polo, nume tute­lare dell’amicizia italo-cine­se ogniqualvolta i due Pae­si desiderano celebrare i lo­ro rapporti. Ma vi è anche un passaggio sull’Europa che non è convenzionale e merita attenzione.

Hu Jintao dice che «le re­lazioni sino-europee han­no superato le difficoltà e le vicissitudini precedenti e sono tornate nel binario normale». Pensa al Tibet e all’incontro di qualche lea­der europeo con il Dalai La­ma, ma non lo dice e prefe­risce venire al sodo della questione dichiarando che «Pechino ha attribuito grande importanza ai rap­porti con l’Ue e la conside­ra come una delle priorità della sua politica estera». E aggiunge, per maggiore chiarezza: «La Cina sostie­ne il processo di integrazio­ne europea e accoglie con soddisfazione il suo ruolo sempre più utile e rilevan­te negli affari internaziona­li».

Queste ultime parole contengono una cortese bugia. Non è vero purtrop­po che il ruolo dell’Ue sia «sempre più utile e rilevan­te ». Nonostante qualche sprazzo di encomiabile de­cisionismo (la missione mi­litare in Libano, l’interven­to nella crisi georgiana, la reazione iniziale alla crisi del credito), l’Unione euro­pea, per rovesciare una espressione di John Major a proposito della Gran Bre­tagna, è un pugile che com­batte al di sotto del suo pe­so. Dai referendum falliti del 2005 siamo quasi sem­pre una somma di indeci­sioni, tentennamenti ed egoismi nazionali. I cinesi lo sanno, ma si servono di una bugia per dirci che il mondo ha bisogno dell’Ue e che gli europei farebbero bene a rendersene conto. Affinità culturali? Antica amicizia? No, le ragioni, grazie al cielo, sono più concrete e attuali.

La Cina non desidera un mondo americano. Visto da Pechino il nuovo presi­dente è meglio del suo pre­decessore ma è pur sem­pre il capo di una potenza imperiale. La crisi del credi­to ha messo in evidenza i rapporti di reciproca conve­nienza che uniscono il cre­ditore cinese al debitore americano, ma ha contem­poraneamente dimostrato a Pechino quanto sia peri­coloso legare il proprio de­stino alle imprevedibili po­litiche degli Stati Uniti. De­sidera una Europa forte perché preferisce un mon­do multipolare in cui vi sia­no forze capaci di contene­re e controllare la debor­dante potenza americana.

Con le sue parole Hu Jin­tao ci ricorda che esiste uno spazio vuoto e che spetta a noi riempirlo. Ten­de la mano a una Europa debole e divisa nella spe­ranza che il gesto la inco­raggi ad accantonare le sue beghe e i suoi bisticci per fare infine una politica con­forme ai suoi interessi e al­le sue ambizioni. Se ne avrà il coraggio, la Cina sa­rà il suo «partner strategi­co ». Dovremmo forse, per raccogliere l’invito, rinun­ciare ai nostri principi in materia di diritti umani? Credo piuttosto che l’Ue sa­rà più ascoltata e rispettata a Pechino di quanto non si­ano i singoli Paesi quando fingono di credere che un occasionale incontro con il Dalai Lama abbia dato un contributo alla soluzione della questione tibetana. Sergio Romano. Corriere

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