mardi, 30 juin 2009

Italie: au moins 16 morts

Un transport de marchandises comportant des citernes de gaz a déraillé dans le nord du pays, provoquant une énorme explosion, un incendie et l'effondrement de plusieurs immeubles. Le bilan, encore provisoire, est de 36 blessés, dont 14 graves.

Un «enfer de flammes» s'est déchaîné cette nuit sur la petite ville de Viareggio, dans le nord de l'Italie. Un train de marchandises a déraillé peu après minuit, alors qu'il arrivait près de la gare de cette ville de 50.000 habitants située près de Lucques, sur la côte Ligure, dans le nord du pays. Reliant La Spezia et Pise, ce train transportait plusieurs wagons remplis de GPL, un gaz naturel liquéfié composé de 50% de butane et 50% de propane.


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Selon le chef des pompiers, «un wagon s'est couché sur la voie et du gaz s'est répandu dans les habitations les plus proches avant qu'il n'explose». Selon un bilan encore provisoire, on compte pas moins de 16 morts et 14 blessés graves, selon le dernier bilan. Un précédent pointage faisait état de 12 morts et 50 blessés, 35 gravement ou très gravement brûlés, parfois sur 90% de leur corps selon le site du quotidien La Repubblica.

 

 

L'explosion des wagons a fait s'effondrer une dizaine de petits immeubles situés à proximité, tuant sept de leurs occupants, dont un enfant. Un immeuble abritant 18 personnes s'est écroulé. Plusieurs habitants ont survécu, mais il pourrait y avoir encore des victimes coinçées sous les décombres, selon les pompiers. Un enfant a ainsi pu être dégagé dans la nuit. Quant aux victimes, «l'état des corps est tel qu'il sera difficile de les identifier», selon un porte-parole de la ville voisine de Lucca.

 

«Corps carbonisés»

 

Deux autres personnes qui circulaient le long de la voie de chemin de fer ont été happées par le déraillement des 14 wagons du train, ainsi qu'un jeune homme circulant en scooter, décédé à l'hôpital des suite de ses blessures.

Sur les médias italiens, les riverains décrivent des scènes d'horreur. «J'ai vu une femme hurler à l'aide, le corps recouvert de flammes», raconte un témoin sur le site de la Stampa. «J'ai entendu une explosion et je suis sorti dans la rue avec d'autres. Nous avons trouvé les flammes en face de nous et, malheureusement, un corps carbonisé sur le terrain. C'était terrible, raconte un autre».

Les wagons de GPL ont heurté plusieurs maisons avant d'exploser, provoquant un vaste incendie, que plus de 300 pompiers venus de toute la région ont pu circonscrire mardi matin. Ils craignent cependant toujours que d'autres wagons de GPL ne viennent à exploser. Des équipes spécialisées dans les matières dangereuses ont été envoyées sur place.

- Voici les images filmées peu après l'explosion par un riverain. Elles montrent l'ampleur de la déflagration et de l'incendie, visible à plusieurs centaines de mètres.

 

- Un reportage direct tourné dans la nuit par les télévisions italiennes montre le chaos qui a suivi la catastrophe.

 

L'accident a provoqué des perturbations importantes du trafic ferroviaire dans tout le nord de l'Italie. L'enquête devrait permettre d'en savoir plus sur les causes du sinistre. Le Figaro

Pare che non ci siano stati errori umani

I sindacati: «Sottovalutati i precedenti». Denuncia dei delegati RSU/RLS: «Incidente tipico»

VIAREGGIO - Il cedimento di un asse di uno dei primi vagoni-cisterna del convoglio 50325 Trecate-Gricignano: sarebbe stato questo a causare l'esplosione nella stazione di Viareggio. Una nota delle Ferrovie spiega che dopo il guasto «il carro sarebbe deragliato trascinando altri 4 carri. Lo svio avrebbe provocato la fuoriuscita del gas Gpl contenuto nella cisterna che si sarebbe incendiato al di fuori di questa. Non ci sarebbe stata dunque l'esplosione del primo carro cisterna come precedentemente reso noto a causa delle prime indicazioni. Il controllo effettuato sui carri dai tecnici della verifica in partenza da Trecate non aveva evidenziato alcuna anomalia».

MORETTI - «Dalle prime evidenze i macchinisti non hanno fatto errori». Lo ha detto l'amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, nel corso della conferenza stampa con il sottosegretario Guido Bertolaso a Viareggio. L'Ad delle ferrovie ha inoltre confermato che «sempre dalle prime evidenze c'è stato un cedimento strutturale nel primo carro: si è spezzato l'asse». Moretti ha poi sottolineato che questi vagoni appartenenti a società internazionali ( i 14 carri del convoglio hanno immatricolazione delle ferrovie polacche e tedesche, e il primo carro appartiene ad una società viennese), rispondono a norme di trasporto dell'Unione europea e dell'Onu e ha aggiunto che proprio i controlli sull'asse fanno parte di «quelle revisioni che sono obbligatorie per le società». «Dal controllo delle scadenze apposte sui vagoni, ha poi concluso l'Ad delle Ferrovie, sembra che la revisione sia stata effettuata regolarmente». Il treno era partito da Trecate in provincia di Novara e doveva arrivare a Caserta, non era prevista alcuna sosta a Viareggio. Il treno è arrivato alla stazione di Viareggio a una velocità di 90 chilometri orari in un tratto in cui è consentita la velocità massima di 100 chilometri. I due macchinisti che sono riusciti ad abbandonare il treno, sono ricoverati in ospedale.

MATTEOLI - «Stiamo vedendo se questo cedimento strutturale sia doloso, se siano stati fatti tutti i controlli immaginabili», ha dichiarato invece il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. Il vagone in questione «è stato immatricolato in Germania, appartiene a una società estera che trasporta gas», ha aggiunto il ministro riferendo che, al momento, «pare che ogni vagone abbia impresso un marchio a dimostrazione di quando siano state fatte le verifiche e pare che questo marchio sia in regola su tutti i vagoni». «Continuo a ripetere pare, pare perchè - ha spiegato Matteoli - bisogna aspettare le conclusioni delle commissioni» che stanno lavorando, tra cui quella sulla sicurezza.

DITTA CON SEDE A VIENNA - La cisterna da cui è fuoriuscito il gas apparteneva alla società internazionale Gatx con sede europea a Vienna. Il vagone, come detto in precedenza, avrebbe subito un cedimento strutturale: si sarebbe rotto un'asse. Ed è proprio la società con sede a Vienna, sottolineano fonti qualificate, che deve assicurare la revisione di tutti gli elementi strutturali. Una tesi respinta però dalla stessa Gatx.
Secondo Werner Mitteregger, numero due della Gatx a Vienna la società Gatx Rail cui appartiene il vagone, si limita all'affitto dei mezzi ferroviari gestiti poi dai clienti finali, che sono poi i responsabili delle sostanze trasportate e della gestione del mezzo. «Sono profondamente scioccato per quanto è successo - premette Mitteregger - un incidente del genere non si era mai verificato con i nostri vagoni». «Per ora non sappiamo ancora chi abbia affittato il vagone esploso, stiamo verificando, abbiamo migliaia di clienti», spiega ancora. Del resto, aggiunge, «è troppo presto per poter sapere che cosa abbia provocato l'esplosione». Mitterregger sottolinea che la Gatx, azienda leader nel settore, affitta i vagoni cisterna «con contratti di varia durata». Il dirigente assicura che «sono sempre mezzi relativamente nuovi, che vengono debitamente controllati prima di essere consegnati al cliente che li prende in affitto». Dopodiché, spiega «è come quando si affitta un'auto», in altre parole la responsabilità della manutenzione e della gestione del mezzo ricade su chi l'affitta. Mitteregger ha però confermato che la Gatx è responsabile della revisione tecnica delle cisterne e che le revisioni avvengono ogni 4-6 anni a seconda dei prodotti. Anche le società che prendono in affitto le cisterne, ha sottolineato Mitteregger, «hanno però degli obblighi di manutenzione».

LA DENUNCIA - Intanto però arriva la denuncia dei delegati RSU/RLS dell'Assemblea Nazionale dei Ferrovieri, organismo trasversale composto da lavoratori e iscritti a tutte le sigle sindacali: «La rottura di un asse di un carrello del vagone merci è un incidente tipico che non è stato mai tenuto nella giusta considerazione nonostante l'elevatissimo rischio connesso. Esso si è ripetuto innumerevoli volte, sempre fortunatamente con conseguenze meno gravi, da ultimo nei giorni scorsi sempre in Toscana, a Pisa S. Rossore ed a Prato». «Il fatto che i carri possano essere di proprietà delle singole aziende produttrici delle merci trasportate e non del gruppo FS - prosegue la nota - non può essere utilizzato come giustificazione, anzi, questa circostanza pone drammatici interrogativi sulle modalità di controllo e di verifica adottate per l'ammissione a circolare sulla rete. Esprimiamo il nostro profondo dolore per le tante vittime innocenti di questa tragedia e il ringraziamento ai soccorritori». «Facciamo appello a tutte le autorità istituzionali affinché non ignorino le segnalazioni di pericolo che come ferrovieri portiamo a conoscenza dell'opinione pubblica poiché il trasporto ferroviario è un servizio complesso in cui anche il più piccolo incidente o guasto, può determinare immani tragedie e come tale va analizzato e preso, sempre, nella massima considerazione - conclude la nota - Rinnoviamo la più ferma critica al gruppo dirigente delle Ferrovie che ha dirottato risorse e tecnologia sul servizio 'luccicante' dell'alta velocità lasciando che il resto del servizio ferroviario, in particolare merci e pendolari, deperisse sia in termini di qualità che di sicurezza».

EPIFANI - Sull'incidente è intervenuto anche il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani: «È una tragedia enorme. I primi riscontri darebbero ragione ai tanti allarmi lanciati in questi mesi dai sindacati su cui l'azienda aveva reagito tagliando perchè nelle ferrovie c'è un uso di materiali troppo vecchio, ma aspettiamo di capire bene le cause». Corriere

lundi, 29 juin 2009

Sobrietà

Lettera pastorale dell'arcivescovo di Genova e presidente Cei: «Applicare una certa disciplina del corpo»

CITTÀ DEL VATICANO - Per tornare a una autentica vita spirituale è necessario che i fedeli riconoscono pienamente tutti i sacramenti e tutte le verità della Chiesa, che prendano parte alla messa, che sappiano poi applicare una certa disciplina del corpo, compreso il dominio degli istinti sessuali e una certa custodia negli sguardi nonchè sobrietà nel bere e nel vestire. È quanto scrive l'arcivescovo di Genova, cardinale Angelo Bagnasco, nella lettera pastorale per l'anno 2009-2010 «Camminare nelle vie dello Spirito. Alle sorgenti della Vita Spirituale». Il cardinale ci tiene però a sottolineare che la fede cristiana non può essere considerata alla stregua di un codice di comportamento, o un elenco di buoni sentimenti, non è una religione civile ma è il rapporto del fedele con Cristo, è «la vita della grazia», è un fatto soprannaturale.

 

«NEW AGE E OCCULTISMO SEGNI DI UNA RICERCA» - Nella lettera Bagnasco sostiene che, a loro modo, anche certe tendenze non coerenti con la fede come le diverse forme di New Age, l'occultismo e la superstizione sono segnali di una ricerca di spiritualità. Questo perchè, spiegato il presidente della Cei, l'uomo «cerca il senso globale dell'esistenza e non solo quello particolare delle singole azioni».

LA BIBBIA LA PREGHIERA, INTERNET E IL CIBO - Nell'elencare gli strumenti per arrivare alle sorgenti della vita spirituale, il cardinale afferma la necessità di «immergersi nelle Scritture Sante, affidarsi con semplicità e costanza alla Parola del Signore, è la prima sorgente della vita spirituale». Ma «la Bibbia va sempre letta nella Chiesa e con la Chiesa, per non correre il rischio di dare interpretazioni puramente soggettive e distorte». Allo stesso tempo è importante la «conoscenza progressiva di tutte le verità della fede cattolica», senza dimenticare l'importanza della preghiera comunitaria, ed in particolare dell'eucarestia: «Non si può camminare nella via dello Spirito senza partecipare il più possibile alla santa messa, a cominciare dalla domenica». Altrettanto importante il sacramento della riconciliazione. C'è poi spazio per la carità: essa è anzitutto, nelle parole di Bagnasco, una «risposta d'amore» a Dio, è «obbedienza fiduciosa» che si concretizza nella «solidarietà evangelica». In materia di ascesi, il cardinale raccomanda la «disciplina del corpo», invitando «alla sobrietà nel cibo, nel vestire, nell'uso dei beni di consumo», nonchè ad una «certa custodia negli sguardi» ed al «dominio dell'istinto sessuale». Ad Internet, poi, deve essere riservata una «particolare attenzione» in modo che «sia strumento di vantaggio nel bene e non mercato del peggio». Corriere

Il cardinale Angelo Bagnasco (Eidon)
Il cardinale Angelo Bagnasco (Eidon)

Non convocato Berlusconi

Il procuratore Marzano: «Sentiamo le persone se sono essenzialmente indispensabili per chiudere le indagini»

MILANO - «Convocare Silvio Berlusconi? Al momento è un'ipotesi astratta». Così il procuratore di Bari Emilio Marzano spiega che non è in programma un'audizione del premier nell'ambito dell'inchiesta che ha al centro l'imprenditore Gianpaolo Tarantini, indagato per induzione alla prostituzione. «È costume di questo ufficio sentire le persone quando sono essenzialmente indispensabili per chiudere le indagini e allo stato non è ravvisabile questa situazione» spiega Marzano a proposito della possibilità di convocare il premier. Una possibilità su cui si era invece mostrato possibilista nei giorni scorsi il procuratore aggiunto Marco Dinapoli. Rispondendo ai giornalisti, Marzano ha ribadito: «Chiamiamo solo chi è necessario sentire e al momento non pare che ci sia la necessità di sentire Berlusconi». Corriere

Le ossa di san Paolo

Clamoroso annuncio di Benedetto XVI a chiusura dell'Anno Paolino: il C14 prova che risalgono al primo secolo i frammenti di ossa contenuti nel sarcofago di San Paolo, conservato sotto l'altare papale della Basilica dedicata all'Apostolo delle Genti.

«Il sarcofago - ha detto il Pontefice - è stato fatto recentemente oggetto di un'attenta analisi scientifica: nel sarcofago, che non è stato mai aperto in tanti secoli, è stata praticata una piccolissima perforazione per introdurre una speciale sonda, mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato con oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino».

Nel sarcofago, ha reso noto il Papa, con la sonda, «è stata anche rilevata la presenza di grani d'incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree». Si tratta di «piccolissimi frammenti ossei» che «sottoposti all'esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza, sono risultati appartenere a persona vissuta tra il I e il II secolo». «Ciò - ha affermato Papa Ratzinger - sembra confermare l'unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell'apostolo Paolo: tutto questo - ha aggiunto - riempie il nostro animo di profonda emozione».

L'annuncio fatto ieri sera dal Pontefice conferma la notizia dell'analisi che è circolata l'anno scorso ma era stata ripetutamente smentita dall'arciprete della basilica di San Paolo, card. Andrea Lanza di Montezemolo. Stavolta, insomma, la Santa Sede ha fatto prevalere considerazioni strategiche e ha saputo mantenere il riserbo sull'analisi in corso. Anche perchè 20 anni fa l'analisi del C 14 sulla Sacra Sindone fu «inquinata» proprio dalla grande attesa mediatica, che spinse i laboratori a validare dati che erano invece incompatibili, quanto al margine di errore, con il protocollo che era stato firmato. E ci sono voluti due decenni per «smontare» la tesi dei ricercatori che avevano datato come molto più recente il lenzuolo, mentre in base al raffronto delle risultanze tale affermazione non poteva essere fatta con ragionevole certezza.

Decenni è durata anche la controversia sulla autenticità della tomba di San Pietro, che ha opposto a partire dagli anni '50 l'archeologo gesuita Antonio Ferrua all'archeloga Margherita Guarducci, laica ma convintissima dell'appartenenza al Primo Papa delle ossa e della tomba che si trova nelle Grotte Vaticane, proprio sotto l'Altare della Confessione.

Nell'omelia, il Papa ha condannato questa sera senza mezzi termini quanti si creano un alibi con l'espressione «fede adulta» e poi disobbediscono al Magistero della Chiesa. Una fede realmente adulta, ha spiegato, deve spingere a «impegnarsi per l'inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi». «Fa parte della fede adulta - ha aggiunto - riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come cordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo».

«La fede adulta - ha scandito il Pontefice - non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s'oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s'esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo. Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande sì».
San Paolo, ha ricordato il Papa teologo anticipando il contenuto dell'Enciclica che firmerà oggi, «descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l'espressione: 'agire secondo verità nella carità». Troppo spesso invece, ha lamentato il Pontefice, oggi la disobbedienza «si presenta come coraggio di esprimersi contro il Magistero della Chiesa».

«In realtà - ha osservato - non ci vuole per questo del coraggio, perchè si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo schema del mondo contemporaneo». «È questo non-conformismo della fede - ha ricordato Ratzinger - che Paolo chiama una 'fede adulta'. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo».
Avvenire

Alla sicurezza penseranno gli stessi irakeni

La sicurezza passa alle forze locali. Il disimpegno totale alla fine del 2011

WASHINGTONDomani, gli Stati Uniti compiranno il primo passo verso il disimpegno dall'Iraq entro la fine del 2011. Il generale Ray Odierno ritirerà dalle città irachene tutte le truppe da combattimento americane, lasciandovi soltanto 10 mila istruttori e consiglieri e un numero imprecisato di uomini dei corpi speciali per la loro protezione. Le truppe verranno trasferite in basi operative avanzate e si terranno pronte a intervenire, ha ammonito Odierno, in caso di emergenza. A oltre 6 anni dall'inizio della guerra, si aprirà così quella che Obama spera sarà la sua ultima fase: per la prima volta, la sicurezza dell'Iraq dipenderà dalle forze armate e di polizia irachene. Gravi interrogativi pesano sullo scambio di consegne tra Washington e Bagdad. Negli ultimi giorni, i terroristi di Al Qaeda e, si sospetta, di gruppi sunniti baathisti hanno intensificato gli attentati facendo strage di civili sciiti con 72 vittime a Sadr City, nella capitale, e 73 a Kirkurk. E mentre il premier iracheno Maliki ha indicato nella data di domani l'alba della nuova indipendenza, il generale Birwari ha ammesso che la preparazione delle forze armate irachene è inadeguata.

 

A conferma dei timori sulla transizione, gli Stati Uniti manterranno in Iraq gli attuali 130 mila uomini fino al prossimo settembre, e incominceranno a rimpatriare le loro truppe di combattimento solo dall'estate del 2010. Non è inoltre escluso che mantengano una massiccia presenza, sino a 50 mila uomini, anche dopo il 2011: il Pentagono ha speso infatti oltre 100 milioni di dollari nelle «Fobs», durature fortezze nelle campagne isolate. I critici del disimpegno parlano di un bis del Vietnam, che sopravvisse appena 2 anni al ritiro delle truppe americane nel '73. Secondo il New York Times, l'incognita più seria è l'Iran. Il giornale ha riferito che Teheran prevede che in Iraq si formerà un vuoto di potere, e che lo riempiranno Al Qaeda e i baathisti. E' uno dei motivi per cui la Casa Bianca ha ieri ribadito che Obama intende aprire un dialogo con l'Iran, il cui contributo alla stabilizzazione irachena sarebbe decisivo.

Ennio Caretto. Corriere 

Les maladies des instituteurs

Selon une enquête du ministère de l'Education nationale révélée par RTL, les 283.000 enseignants du primaire ont cumulé quelque 3 millions de jours d'absence en 2007-2008.

Les enseignants une nouvelle fois montrés du doigt. Selon une enquête du ministère de l'Education nationale portant sur les écoles maternelles et primaires et révélée lundi par RTL, 45% des professeurs des écoles ont posé au moins un congé maladie l'année dernière, une proportion deux fois plus importante que chez les salariés du privé (22%).

Dans le détail, les 283.772 enseignants titulaires du primaire ont été absents en moyenne 11 jours par an (contre 9 pour les salariés du privé) et ont cumulé quelque 3 millions de jours d'absence. RTL souligne que ces absences ont connu des pics avant et après les vacances de Noël (12.000 enseignants absents par semaine), ainsi qu'autour des ponts du mois de mai, qui concentrent à eux seuls 80% des arrêts de courte durée. Quant aux 30.000 professeurs des écoles remplaçants, leur absentéisme est encore plus élevé, avec 17 jours déclarés en moyenne. Et selon l'enquête du ministère, sur dix jours d'absence d'un enseignant titulaire, seuls six sont réellement remplacés.

Evoquant des maladies contagieuses en milieu confiné (grippes saisonnières ou gastro-entérites) et la difficulté du métier (nombre de professeurs «craquent» en cours d'année) pour expliquer ce taux d'absentéisme important, la radio rappelle également qu'il n'existe pas de médecine du travail au sein de l'Education nationale, qui permettrait de mieux encadrer les arrêts maladie. «Comme dans tous les secteurs, le stress et la pression frappent les personnels d'éducation», souligne encore Patrick Gonthier, secrétaire général de l'UNSA-Education, plaidant pour la mise en place d'une médecine du travail pour les enseignants.

 

Chatel refuse la «stigmatisation» des enseignants

 

Interrogé sur RTL, le nouveau ministre de l'Education nationale, Luc Chatel, a refusé la «stigmatisation par principe» d'une profession. «Ce n'est pas parce qu'un enseignant n'est pas devant un élève que son absence est injustifiée […] On a plus de chances d'être malade lorsqu'on travaille au contact du public, que lorsqu'on est seul dans son bureau», a-t-il insisté. Avant d'estimer que «le vrai sujet, c'est qu'il y ait continuité du service public, c'est-à-dire quand les enseignants sont amenés à être absents (…) il faut qu'il y ait des remplaçants». Le Figaro

I soldati degli States lasciano l'Iraq

I militari Usa sono ormai invisibili nella capitale

DAL NOSTRO INVIATO
BAGDAD
Su Fort Alamo sven­tola una striminzita bandiera ira­chena. «Gli americani se ne sono andati due giorni fa», dice distrat­tamente il giovane gommista al la­to della strada. Sabah sorride e ri­parte al volante della sua auto che è un forno a quattro ruote. All'om­bra 48 gradi, l'aria condizionata fuoriuso per la tempesta di sabbia che avvolge la città. Entriamo a Gazhaliya. Ancora un anno fa era uno dei luoghi più infernali e re­moti di Bagdad. Grandi case mar­roni di 300 metri quadri che Sad­dam Hussein dava ai suoi ufficiali. Lungo questa strada che corre non lontano da quella per l'aeroporto, un giorno di normale guerra civile nel 2007, i miliziani sunniti appe­sero il cadavere di una donna scii­ta a un lampione. Ci rimase una settimana, senza che nessuno aves­se il coraggio di tirarla giù. Un vici­no, un poliziotto, nessuno. Nean­che le ambulanze venivano più a Gazhaliya. E se ci venivano era so­lo per la raccolta differenziata dei morti: feriti e moribondi li lascia­vano lì, per paura di rappresaglie da parte degli assassini appostati intorno. Adesso la polizia pattuglia le strade. E anche l'esercito.

 

Mamme con bambini, negozi aperti. Que­sta strada non è più un campo di battaglia: a sinistra i sunniti di Ghazaliya, a destra gli sciiti di Schole. «Da martedì centoventimi­la uomini iracheni proteggeranno Bagdad», ha detto ieri sera il tele­giornale di Al Iraqiya. Domani è il giorno del ritiro americano dai centri abitati: «il giorno della vittoria» ripete lo spot della tv di Stato che condensa gli ultimi 6 anni in 30 secondi (la­sciando fuori gli americani): le scarpe degli iracheni sulle statue abbattute di Saddam, le dita in­chiostrate degli elettori alle urne nel 2005, facce di anziani con la ke­fiah, donne alla macchina per cuci­re. La conta dei tre anni peggiori, dal 2005 al 2008, passa veloce sen­za un'immagine. E poi la chiusa con il conto alla rovescia per il 30 di giugno. «Giorno della vittoria che andrebbe salutato con festival e celebrazioni», ha detto il pre­mier Nouri Al Maliki. Vittoria di chi? «Di noi irache­ni », dice con calma Sabah. Vuol di­re che gli americani hanno perso? «No, solo che gli americani se ne vanno e noi vivremo in pace». Scii­ta, 60 anni, ex autista sui pulmini della Iraqi Airways, al tempo della Guerra del Golfo Sabah fu la guida del famoso giornalista della Cnn Peter Arnett («a quel tempo non ho mai pensato che Saddam potes­se cadere»). Più tardi ha trasporta­to Jon Lee Anderson del New Yorker, che ne ha fatto un perso­naggio della sua splendida «Cadu­ta di Bagdad». Al crollo del regime andò con lui a Sadr City, la fo­gna- gogna abitata da un milione di sciiti vittime speciali di Sad­dam: «Ce la siamo vista brutta, la folla e tutti quei religiosi per la strada — dice Sabah —. Ho pensa­to: saranno questi a governarci?». Lui dice di non essere antiamerica- no, «però credo che via loro le cose andranno meglio. L'Iraq si scrolla di dosso un peso. La loro presenza è la nostra umiliazione, il segno che non possiamo farcela da soli».

Oltre 4 mila ragazzi americani so­no morti qui... «E anche 100 mila civili iracheni. Gli umiliati non so­no mai riconoscenti. Come si fa a vivere sempre con gli estranei in casa?». Si ritirano dai centri urbani ma almeno per un po' non se ne an­dranno: gli stessi 130 mila militari resteranno nelle basi intorno alle città... «A settembre dicono che co­minceranno a smobilitare». E l'an­no prossimo via tutti? «Obama mi sembra migliore di Bush. Manterrà le promesse». Mentre parliamo una pattuglia con tre pickup sbuca dalla nebbia di sabbia e sfila al nostro fianco su una strada parallela. I soldati urla­no. Un ragazzino con la divisa az­zurra senza l'elmetto ci punta la mi­tragliatrice. Sabah inchioda. Al suo fianco Walid scrolla le spalle: «Normali», dice l'angelo cu­stode del Corriere storpiando l'ita­liano. Normale: al successivo po­sto di blocco si capisce la tensione. Un'ora fa un'autobomba è saltata in aria vicino al parcheggio della polizia. Quattro feriti civili, strada chiusa. L'ex avamposto americano si intravede là in fondo, oltre una cinta di blocchi di cemento. A chia­marlo Alamo, come il forte sotto as­sedio dove morì David Crockett, ci hanno pensato i 105 soldati del 12˚ Cavalleria che arrivarono qui nel gennaio 2008. Le «cavie» del ge­nerale Petraeus e del suo piano per ribaltare le sorti di una guerra or­mai persa: il surge, l'aumento di truppe, sparpagliate in piccole «ba­si di quartiere» miste, americani e iracheni insieme. Obiettivo: «ricon­quistare » il territorio, addestrare sul campo le unità locali e riporta­re sicurezza nelle strade dove la mattanza tra sunniti e sciiti faceva cento vittime civili al giorno. Alamo ha resistito. La rete dei «fortini di quartiere» è stata una delle chiavi per la lenta «riconqui­sta » e il (quasi) ritorno alla vita di Bagdad. Ora questi avamposti da una sponda all'altra del Tigri, l'Ovest sunnita e l'Est sciita, passa­no alle forze di sicurezza irachene. La strada che costeggia Sadr City è trafficata. Code. Molti checkpoint. Agenti con i passamontagna con­tro la tempesta. Un carretto con l'asino tiene dietro una fila di auto. Sul muro della piccola base ribat­tezzata Comanche una mano ira­chena ha scritto una parola in in­glese: «Move». Andatevene. I comandi Usa avevano chiesto di poterla tenere perché da lì in passato i miliziani sciiti lanciavano attacchi con razzi e mortai sulla Green Zone, la città blindata dove hanno sede ambasciate e palazzi del governo. Il premier Maliki ha detto no. Una manciata di avampo­sti resteranno comunque sotto il controllo americano (due nella Gre­en Zone, con carri armati davanti alla ambasciata Usa) come gli eli­cotteri Apache e Black Hawk reste­ranno padroni del cielo. Alcune basi all'interno dei peri­metri cittadini, da Bagdad a Baqu­bah, sono state dichiarate «rurali» e quindi non passano di mano. Trucchi condivisi. Il governo cele­bra «il giorno della vittoria» dichia­rando il 30 giugno festa nazionale, gli americani stanno al gioco.

Qual­che giorno fa, a una conferenza stampa congiunta, il portavoce go­vernativo Ali Dabbagh è arrivato con il comandante Usa Ray Odier­no con due ore di ritardo e ha det­to ai giornalisti: «Scusate, il genera­le non aveva il badge e abbiamo do­vuto perquisirlo molto». Scherzi della vittoria, vigilia di paura. La settimana scorsa 250 ira­cheni hanno perso la vita in atten­tati. «Al Qaeda in Iraq» vuole rovi­nare la festa a Maliki. Gli americani si tengono pronti a intervenire su richiesta degli iracheni, chiusi nel­la base dorata di Camp Victory nei pressi dell'aeroporto. Chiusi a deci­ne di migliaia nella zona da cui par­tirono alla conquista del centro, nei primi giorni di aprile 2003, con una corsa spavalda di carri armati denominata in codice «Thunder Run». Il ritiro è stato più lento, me­no tonante: molti traslochi sono av­venuti di notte. Come tutti gli spostamenti e i ri­fornimenti delle unità Usa, ordine del generale Odierno: diventare in­visibili. Nei giorni scorsi, secondo quanto riportava ieri il Washin­gton Post, il comandante ha invia­to una circolare ai suoi ufficiali in cui si consiglia un minor uso di mezzi supercorazzati a prova di mi­na, i Mrap, sicuri quanto ingom­branti, in favore dei vecchi discreti e mortali gipponi Humvee, corazza­ti ma non troppo.

Il portavoce del comando Usa ieri ha dovuto smen­tire la notizia: «La truppa era pron­ta a ribellarsi, c'era molto malumo­re », commenta un civile america­no dalla Green Zone. Girando Ba­gdad in auto per ore nemmeno l'ombra di un convoglio Usa. L'ope­razione invisibilità è già comincia­ta. Nel Palazzo sull'Acqua di Camp Victory i generali incrociano le di­ta. Chi è di passaggio non manca di farsi fotografare sulla sedia di Saddam, dono di Yasser Arafat, con i Luoghi Santi di Gerusa­lemme sullo schienale. Walid, che ci è stato di recente, dice però che la cosa che l'ha colpi­to sono i pesci nel lago: rossi, azzur­ri, verdi, grandissimi e molto visi­bili, sempre quelli: gli stessi pesci di Saddam.

Michele Farina
(ha collaborato Walid al-Iraqi). Corriere

Ci sarà presto un bagno di sangue e prenderanno il potere gli Sciiti come in Iran? Vedremo.

L'emprunt national sera lancé début 2010

Un séminaire a réuni dimanche tous les ministres autour de François Fillon pour réfléchir à quoi pourrait servir l'emprunt national. «Une grille de critères» encadre désormais «les grands projets d'avenir» qui seront définis comme prioritaires.

Méthode, calendrier et objectifs. Le séminaire qui a réuni dimanche tous les ministres autour de François Fillon avait pour objectif de réfléchir à quoi pourrait servir l'emprunt national annoncé par le président de la République à Versailles. Comme il n'est pas question de «mettre n'importe quoi» dans le futur emprunt, selon l'expression du premier ministre, ce séminaire a surtout servi à fixer les règles du jeu.

«Une grille de critères» encadre désormais «les grands projets d'avenir» qui seront définis comme prioritaires : ils devront notamment avoir une véritable portée économique, être créateurs de richesse et d'emplois, répondre au retard économique de la France et à la fragilité de son tissu industriel, mais aussi répondre à des critères de rentabilité financière. Les investissements devront être productifs. En d'autres termes, l'argent de l'emprunt ne doit surtout pas financer des dépenses normales et pérennes de l'État. Pas plus qu'à créer de l'emploi public, a souligné hier le chef du gouvernement.

Nicolas Sarkozy a déjà esquissé un certain nombre de priorités : aménagement du territoire, éducation, formation professionnelle, recherche, santé, innovation. François Fillon a dès vendredi mis l'accent sur le numérique, les logiciels, les nanotechnologies, les biotechnologies, les écotechnologies et la voiture du futur. Une chose est sûre : l'emprunt ne financera pas un deuxième plan de relance, a assuré François Fillon.

Le calendrier permettant de dessiner «la France de demain» a ensuite été précisé. Le chef de l'État avait donné trois mois au gouvernement pour mener une concertation nationale. Le coup d'envoi a donc été donné hier, avant une seconde étape dès mercredi, jour où Nicolas Sarkozy recevra les partenaires sociaux pour discuter avec eux du sujet. Le mois de juillet devrait servir à affiner la méthode de travail et la prise de contact avec les participants à la réflexion (le monde de l'économie, de la recherche, de la culture, de l'éducation, les parlementaires, etc). Aux mois de septembre et octobre, des réunions thématiques auront lieu sous la houlette du premier ministre - la croissance verte, l'université de demain, la compétitivité du pays… Des conclusions devraient en sortir dans la première moitié de novembre. Restera enfin à les traduire législativement - dans une loi de finances rectificative ou une loi de programmation. Ce qui permettra de lancer l'emprunt dans la foulée, début 2010. Il devrait l'être auprès des marchés et des Français.

Parallèlement à la méthode, le séminaire d'hier a servi à réaffirmer la volonté du gouvernement de réduire le déficit structurel, en diminuant les dépenses. Matignon veut rester le gardien de la rigueur budgétaire… et ne veut pas laisser associer le lancement d'un emprunt à une hausse de l'endettement du pays.

Sur l'emprunt lui-même, aucun détail n'a été donné hier. Ni modalités (taux, durée…), ni montant. Certes, un emprunt national «coûte un peu plus cher» qu'une émission classique de titres, reconnaît-on au sein de l'exécutif. Mais il a «l'avantage important de fédérer les Français autour d'un projet». Selon un sondage Ifop publié dimanche dans le Journal du dimanche, ces derniers se montrent pour l'instant plutôt sceptiques sur la formule : 82 % assurent ne pas avoir l'intention de souscrire à un éventuel emprunt national lancé par l'État, contre 17 % qui y seraient favorables. Un chiffre jugé « énorme » par le ministre de la Relance, Patrick Devedjian. «Si 17 % des Français souscrivent à l'emprunt d'État, le succès est assuré», a-t-il dit hier sur Radio J. Le Figaro

Hariri primo ministro?

Verso un nuovo Governo in Libano
con Hariri primo ministro

 

 

Beirut, 27. Il presidente della Repubblica del Libano, Michel Sleiman, ha conferito oggi al sunnita Saad Hariri, leader della coalizione del Fronte del 14 Marzo, l'incarico di formare il nuovo Governo libanese.
Le consultazioni sono iniziate ieri pomeriggio. Il capo dello Stato ha accolto nel palazzo di Baabda, su una collina alle porte della capitale, i primi gruppi del Parlamento formatosi in seguito alle elezioni dello scorso 7 giugno. In queste consultazioni la coalizione filoccidentale guidata da Hariri si è imposta per 71 seggi a 57 rispetto all'opposizione del Fronte dell'8 Marzo capeggiata dal movimento sciita Hezbollah. A poche ore dall'avvio degli incontri a Baadba c'è stato un colloquio tra Hariri e il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah, durante il quale i due hanno discusso del delicato tema della formazione del prossimo Esecutivo "di unità nazionale".
Il trentanovenne Hariri, figlio ed erede politico dell'ex premier Rafik Hariri ucciso a Beirut nel febbraio del 2005, ha finora contato sulle dichiarazioni di gradimento del suo blocco (41 deputati su 128 totali) e dei suoi alleati. L'opposizione si è invece rifiutata di sostenere la nomina di Hariri, a eccezione dei rappresentanti del partito sciita Amal di Nabih Berri, alleato di Hezbollah e nominato per la quinta volta consecutiva presidente del Parlamento. "Ma anche per il presidente dell'Assemblea - scrive il quotidiano "L'Orient Le Jour" - il sostegno al futuro primo ministro resta condizionato dalla formazione di un Governo di unità nazionale; un punto ripreso ugualmente da Hezbollah". E in effetti il quotidiano libanese in lingua francese parla di "microconvergenze" tra Berri e Hariri.
Il neoeletto presidente dell'Assemblea Nazionale ha dichiarato che il suo gruppo "non prenderebbe parte al Governo se questo non è fondato sull'intesa, e se non c'è una vera partecipazione". Numerosi osservatori citati da "L'Orient Le Jour", tra cui fonti vicine a Baadba, hanno visto in questa dichiarazione "una sorta di risposta indiretta e implicita al numero di voti assai basso ottenuto il giorno della sua elezione; risultato di cui (Berri) imputa la responsabilità al blocco parlamentare di Hariri, i cui membri non si sono apparentemente conformati alle dichiarazioni di voto".
Lo stesso quotidiano, poi, riferisce che, secondo una fonte informata, una delle possibilità sulla composizione del prossimo Governo potrebbe essere quella di un gruppo formato da politici e tecnici, "il che permetterebbe - scrive ancora "L'Orient Le Jour" - di continuare il dialogo nazionale nel quadro del Consiglio dei ministri". La nomina del primo ministro è solo la prima pietra nella costruzione dell'edificio governativo in Libano. La formazione dell'Esecutivo potrebbe richiedere ancora tempo e la Costituzione non fissa termini precisi. L'Osservatore Romano 

 

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