mercredi, 24 juin 2009
La Riconciliazione (italiano - français - english)
Il quarto sacramento in via di restauro. Provvedono il Curato d'Ars e padre Pio
File interminabili di penitenti facevano la coda al loro confessionale. E Benedetto XVI li propone come modelli per ridar vita al sacramento del perdono. Sorpresa: anche il cardinale Martini è d'accordo col papa. Vuole addirittura un Concilio a questo scopo
di Sandro Magister
ROMA, 22 giugno 2009 – Nell'aprire l'Anno Sacerdotale da lui personalmente ideato e voluto, Benedetto XVI ha detto che il suo scopo è di mostrare "quanto sia importante la santità dei sacerdoti per la vita e la missione della Chiesa".
E di tale santità ha offerto come modelli il Curato d'Ars e padre Pio.
Il primo l'ha ricordato nella lettera con cui ha aperto l'Anno Sacerdotale, venerdì 19 giugno, festa del Sacro Cuore di Gesù. Quanto al secondo, si è recato pellegrino sul luogo dove visse, San Giovanni Rotondo, domenica 21 giugno.
Questi due santi non hanno un profilo alla moda. Entrambi nati contadini, non dotti, l'uno parroco e l'altro frate francescano in due villaggi sperduti della Francia dell'Ottocento e dell'Italia del Novecento. Ma la loro santità era così fulgente che miriadi di persone, anche da molto lontano, accorrevano a implorare da loro il perdono di Dio, in interminabili code al loro confessionale (nella foto, padre Pio).
La preghiera, l'eucaristia, il sacramento della penitenza: di queste tre luci brillava la loro santità.
La terza luce soprattutto colpisce, in un'epoca come l'attuale in cui il sacramento della penitenza è pochissimo praticato, caduto in abbandono anche per la trascuratezza di molti sacerdoti.
Sulla necessità di ridar vita a questo sacramento Benedetto XVI ha particolarmente insistito, nell'aprire l'Anno Sacerdotale.
***
L'ha fatto anzitutto in questo passaggio della lettera di inaugurazione dell'Anno, coincidente con il centocinquantesimo anniversario del "dies natalis" del santo Curato d'Ars, Giovanni Maria Vianney:
"I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento. Al tempo del Santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa. Ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della presenza eucaristica.
"Seppe così dare il via a un circolo virtuoso. Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero a imitarlo, recandovisi per visitare Gesù, e fossero, al tempo stesso, sicuri di trovarvi il loro parroco, disponibile all’ascolto e al perdono. In seguito, fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al giorno.
"Si diceva allora che Ars era diventata 'il grande ospedale delle anime'. 'La grazia che egli otteneva [per la conversione dei peccatori] era sì forte che essa andava a cercarli senza lasciar loro un momento di tregua!', dice il primo biografo. Il Santo Curato non la pensava diversamente, quando diceva: 'Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui... Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto'.
"Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci riguardano personalmente quelle parole che egli metteva in bocca a Cristo: 'Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita'. Dal Santo Curato d’Ars noi sacerdoti possiamo imparare non solo un’inesauribile fiducia nel sacramento della penitenza che ci spinga a rimetterlo al centro delle nostre preoccupazioni pastorali, ma anche il metodo del 'dialogo di salvezza' che in esso si deve svolgere.
"Il Curato d’Ars aveva una maniera diversa di atteggiarsi con i vari penitenti. Chi veniva al suo confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, trovava in lui l’incoraggiamento ad immergersi nel 'torrente della divina misericordia' che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza: 'Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci!'
"A chi, invece, si accusava in maniera tiepida e quasi indifferente, offriva, attraverso le sue stesse lacrime, la seria e sofferta evidenza di quanto 'abominevole' fosse quell’atteggiamento: 'Piango perché voi non piangete', diceva. 'Se almeno il Signore non fosse così buono! Ma è così buono! Bisogna essere barbari a comportarsi così davanti a un Padre così buono!'.
"Faceva nascere il pentimento nel cuore dei tiepidi, costringendoli a vedere, con i propri occhi, la sofferenza di Dio per i peccati quasi 'incarnata' nel volto del prete che li confessava. A chi, invece, si presentava già desideroso e capace di una più profonda vita spirituale, spalancava le profondità dell’amore, spiegando l’indicibile bellezza di poter vivere uniti a Dio e alla sua presenza: 'Tutto sotto gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio... Com’è bello!'. E insegnava loro a pregare: 'Mio Dio, fammi la grazia di amarti tanto quanto è possibile che io t’ami'".
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E di nuovo Benedetto XVI è tornato a sollecitare i sacerdoti a prendersi cura del sacramento della penitenza in questo passaggio di un suo discorso a San Giovanni Rotondo:
"Come il Curato d’Ars, anche Padre Pio ci ricorda la dignità e la responsabilità del ministero sacerdotale. Chi non restava colpito dal fervore con cui egli riviveva la passione di Cristo in ogni celebrazione eucaristica? Dall’amore per l’Eucaristia scaturiva in lui come nel Curato d’Ars una totale disponibilità all’accoglienza dei fedeli, soprattutto dei peccatori.
"Inoltre, se san Giovanni Maria Vianney, in un epoca tormentata e difficile, cercò in ogni modo di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della penitenza sacramentale, per il santo frate del Gargano la cura delle anime e la conversione dei peccatori furono un anelito che lo consumò fino alla morte. Quante persone hanno cambiato vita grazie al suo paziente ministero sacerdotale; quante lunghe ore egli trascorreva in confessionale!
"Come per il Curato d’Ars, è proprio il ministero di confessore a costituire il maggior titolo di gloria e il tratto distintivo di questo santo frate cappuccino. Come allora non renderci conto dell’importanza di partecipare devotamente alla celebrazione eucaristica e di accostarsi frequentemente al sacramento della confessione? In particolare, il sacramento della penitenza va ancor più valorizzato, e i sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli per questa straordinaria fonte di serenità e di pace".
***
Nel riferire l'inizio dell'Anno Sacerdotale le cronache giornalistiche non hanno dato quasi nessun rilievo a questa insistenza del papa sul sacramento della penitenza.
Le cronache hanno dato evidenza, piuttosto, al passaggio in cui Benedetto XVI ha deplorato la malvagia condotta di alcuni pastori della Chiesa, "soprattutto di quelli che si tramutano in 'ladri delle pecore' (Giovanni 10, 1ss), o perché le deviano con le loro private dottrine, o perché le stringono con lacci di peccato e di morte".
Così come l'altro passaggio in cui il papa ha detto che "anche per noi sacerdoti vale il richiamo alla conversione e al ricorso alla divina misericordia, e ugualmente dobbiamo rivolgere con umiltà l’accorata e incessante domanda al Cuore di Gesù perché ci preservi dal terribile rischio di danneggiare coloro che siamo tenuti a salvare".
Ma è evidente che l'obiettivo numero uno dell'Anno Sacerdotale indetto da Benedetto XVI è proprio la rinnovata cura della confessione sacramentale.
L'obiettivo è decisamente controcorrente, rispetto allo spirito di resa che tanti vescovi e sacerdoti mostrano di fronte alla caduta in disuso di questo sacramento.
Ma va notato che tale obiettivo è condiviso anche da un alto esponente della Chiesa che pure per molti aspetti è il meno in sintonia con questo e col precedente pontificato: il cardinale Carlo Maria Martini.
È ciò che risulta da una sua intervista con Eugenio Scalfari su "la Repubblica" del 18 giugno 2009, vigilia dell'apertura dell'Anno Sacerdotale.
In essa il cardinale Martini ha ribadito la sua nota personale classifica dei problemi maggiori della Chiesa d'oggi, "in ordine d'importanza":
"Anzitutto l'atteggiamento della Chiesa verso i divorziati, poi la nomina o l'elezione dei vescovi, il celibato dei preti, il ruolo del laicato cattolico, i rapporti tra la gerarchia e la politica".
E ha inoltre rilanciato la sua idea di convocare urgentemente un nuovo Concilio il cui primo tema dovrebbe essere proprio "il rapporto della Chiesa con i divorziati".
Ma subito dopo ha aggiunto:
"C'è anche un altro argomento che un prossimo Concilio dovrebbe affrontare: quello del percorso penitenziale della propria vita. La confessione è un sacramento estremamente importante ma ormai esangue. Sono sempre meno le persone che lo praticano, ma soprattutto il suo esercizio è diventato quasi meccanico: si confessa qualche peccato, si ottiene il perdono, si recita qualche preghiera e tutto finisce così, nel nulla o poco più. Bisogna ridare alla confessione una sostanza che sia veramente sacramentale, un percorso di pentimento e un programma di vita, un confronto costante con il proprio confessore, insomma una direzione spirituale".
Che il cardinale Martini e papa Joseph Ratzinger si trovino d'accordo su qualcosa, è già questa una notizia.
Ma lo è ancor più per l'oggetto dell'accordo: "ridare una sostanza" al più trascurato dei sette sacramenti. Quella "sostanza" che il santo Curato d'Ars e padre Pio hanno fatto balenare più di tutti, a miriadi di penitenti in cerca della misericordia di Dio.
ROME, le 22 juin 2009 – En ouvrant l'Année Sacerdotale qu’il a personnellement imaginée et voulue, Benoît XVI a dit que son but était de montrer "combien la sainteté des prêtres est importante pour la vie et la mission de l’Eglise".
Et il a proposé comme modèles de cette sainteté le Curé d'Ars et Padre Pio.
Il a évoqué le premier dans la lettre par laquelle il a ouvert l'Année Sacerdotale, vendredi 19 juin, fête du Sacré-Cœur de Jésus. Et il s’est rendu en pèlerinage là où a vécu le second, San Giovanni Rotondo, dimanche 21 juin.
Ces deux saints n’ont pas un profil à la mode. Nés paysans tous les deux, peu savants, l'un fut curé et l'autre moine franciscain dans deux villages perdus de la France du XIXe siècle et de l'Italie du XXe. Mais leur sainteté était si étincelante que des milliers de gens accouraient, parfois de très loin, pour leur demander le pardon de Dieu, formant d’interminables queues devant leur confessionnal (photo: Padre Pio).
La prière, l'eucharistie, le sacrement de pénitence étaient les trois lumières qui faisaient briller leur sainteté.
C’est surtout la troisième lumière qui est frappante, à notre époque où le sacrement de pénitence est très peu pratiqué, tombé en désuétude, en partie à cause de la négligence de nombreux prêtres.
En ouvrant l'Année Sacerdotale, Benoît XVI a particulièrement insisté sur la nécessité de redonner vie à ce sacrement.
***
Il l’a surtout fait dans ce passage de sa lettre d’inauguration de l'Année, cette dernière coïncidant avec le 150e anniversaire du "dies natalis" du saint Curé d'Ars, Jean-Marie Vianney :
"Les prêtres ne devraient jamais se résigner à voir les confessionnaux désertés ni se contenter de constater la désaffection des fidèles pour ce sacrement. Au temps du Saint Curé, en France, la confession n’était pas plus facile ni plus fréquente que de nos jours, compte tenu du fait que la tourmente de la Révolution avait étouffé pendant longtemps la pratique religieuse. Mais il s’est efforcé, de toutes les manières, par la prédication, en cherchant à persuader par ses conseils, de faire redécouvrir à ses paroissiens le sens et la beauté de la Pénitence sacramentelle, en montrant comment elle est une exigence intime de la Présence eucharistique.
"Il sut ainsi donner vie à un cercle vertueux. Par ses longues permanences à l’église, devant le tabernacle, il fit en sorte que les fidèles commencent à l’imiter, s’y rendant pour rendre visite à Jésus, et qu’ils soient en même temps sûrs d’y trouver leur curé, disponible pour l’écoute et le pardon. Par la suite, la foule croissante des pénitents qui venaient de la France entière, le retint au confessionnal jusqu’à 16 heures par jour.
"On disait alors qu’Ars était devenu 'le grand hôpital des âmes'. 'La grâce qu’il obtenait [pour la conversion des pécheurs] était si puissante qu’elle allait à leur recherche sans leur laisser un moment de répit', dit le premier biographe. C’est bien ce que pensait le Saint Curé quand il disait : 'Ce n’est pas le pécheur qui revient à Dieu pour lui demander pardon; mais c’est Dieu lui-même qui court après le pécheur et qui le fait revenir à lui... Ce bon sauveur est si rempli d’amour pour nous qu’il nous cherche partout!'.
"Nous tous, prêtres, nous devrions réaliser que les paroles qu’il mettait dans la bouche du Christ nous concernent personnellement : 'Je chargerai mes ministres de leur annoncer que je suis toujours prêt à les recevoir, que ma miséricorde est infinie'. Du Saint Curé d’Ars, nous pouvons apprendre, nous prêtres, non seulement une inépuisable confiance dans le sacrement de la Pénitence au point de nous inciter à le remettre au centre de nos préoccupations pastorales, mais aussi une méthode pour le 'dialogue de salut' qui doit s’établir en lui.
"Le Curé d’Ars avait une manière différente de se comporter avec les divers pénitents. Celui qui s’approchait de son confessionnal attiré par un besoin intime et humble du pardon de Dieu, trouvait en lui l’encouragement à se plonger dans 'le torrent de la divine miséricorde' qui emporte tout dans son élan. Et si quelqu’un s’affligeait de sa faiblesse et de son inconstance, craignant les rechutes à venir, le Curé lui révélait le secret de Dieu par une expression d’une touchante beauté : 'Le bon Dieu sait toutes choses. D’avance, il sait qu’après vous être confessé, vous pécherez de nouveau et cependant il vous pardonne. Quel amour que celui de notre Dieu qui va jusqu’à oublier volontairement l’avenir pour nous pardonner!'.
"A celui qui, à l’inverse, s’accusait avec tiédeur et de manière presque indifférente, il offrait, par ses larmes, la preuve de la souffrance et de la gravité que causait cette attitude 'abominable' : 'Je pleure de ce que vous ne pleurez pas', disait-il. 'Encore, si le bon Dieu n’était si bon, mais il est si bon. Faut-il que l’homme soit barbare pour un si bon Père'.
"Il faisait naître le repentir dans le cœur des tièdes, en les obligeant à voir, de leurs propres yeux et presque 'incarnée' sur le visage du prêtre qui les confessait, la souffrance de Dieu devant les péchés. Par contre, si quelqu’un se présentait avec un désir déjà éveillé d’une vie spirituelle plus profonde et qu’il en était capable, il l’introduisait dans les profondeurs de l’amour, exposant l’indicible beauté que représente le fait de pouvoir vivre unis à Dieu et en sa présence: 'Tout sous les yeux de Dieu, tout avec Dieu, tout pour plaire à Dieu… Oh! Que c’est beau!'. A ceux-là, il enseignait à prier : 'Mon Dieu, faites-moi la grâce de vous aimer autant qu’il est possible que je vous aime'".
***
Benoît XVI a de nouveau demandé aux prêtres de se soucier du sacrement de pénitence dans ce passage de l’un de ses discours à San Giovanni Rotondo :
"Comme le Curé d’Ars, Padre Pio nous rappelle la dignité et la responsabilité du ministère sacerdotal. Qui n’a pas été frappé par la ferveur avec laquelle il revivait la Passion du Christ à chaque célébration eucharistique? L’amour pour l’Eucharistie faisait naître en lui comme chez le Curé d’Ars une totale disponibilité pour accueillir les fidèles, surtout les pécheurs.
"De plus, si saint Jean-Marie Vianney, à une époque tourmentée et difficile, a cherché par tous les moyens à faire redécouvrir à ses paroissiens le sens et la beauté de la pénitence sacramentelle, pour le saint moine du Gargano le soin des âmes et la conversion des pécheurs ont été un désir ardent qui l’a consumé jusqu’à sa mort. Combien de personnes ont changé de vie grâce à son patient ministère sacerdotal; combien de longues heures il a passées au confessionnal!
"Comme pour le Curé d’Ars, c’est vraiment son ministère de confesseur qui est le plus grand titre de gloire et le signe distinctif de ce saint moine capucin. Alors comment ne pas ressentir combien c’est important de participer avec dévotion à la célébration eucharistique et de s’approcher souvent du sacrement de la Confession? En particulier, le sacrement de Pénitence doit être encore plus valorisé et les prêtres ne devraient jamais se résigner à voir leurs confessionnaux vides ni se borner à constater la désaffection des fidèles pour cette extraordinaire source de sérénité et de paix".
***
En rendant compte du début de l'Année Sacerdotale, les chroniques journalistiques n’ont presque pas mis en relief cette insistance du pape sur le sacrement de pénitence.
Elles ont plutôt mis en évidence le passage où Benoît XVI a déploré la mauvaise conduite de certains pasteurs de l’Eglise, "en particulier ceux qui se transforment en 'voleurs de brebis' (Jn 10, 1sq), ou parce qu'ils les égarent avec leurs doctrines privées, ou encore parce qu'ils les enserrent dans le filet du péché et de la mort".
Ou encore l'autre passage où le pape a dit que "pour nous aussi, prêtres, le rappel à la conversion et le recours à la Divine Miséricorde est valable, et nous devons également adresser avec humilité au Cœur de Jésus la demande pressante et incessante pour qu'il nous préserve du risque terrible de faire du mal à ceux que nous sommes tenus de sauver".
Mais il est évident que l'objectif numéro un de l'Année Sacerdotale lancée par Benoît XVI est précisément le soin renouvelé apporté à la confession sacramentelle.
Cet objectif est nettement à contre-courant de l’esprit de capitulation dont tant d’évêques et de prêtres font preuve face à l’abandon de ce sacrement.
Mais on remarquera que cet objectif est partagé par un haut dignitaire de l’Eglise qui, sur bien des points, est le moins en accord avec ce pontificat et le précédent : le cardinal Carlo Maria Martini.
C’est ce que montre l’interview qu’il a accordée à Eugenio Scalfari, parue dans "la Repubblica" du 18 juin 2009, veille du lancement de l'Année Sacerdotale.
Le cardinal Martini y rappelle sa classification personnelle bien connue des principaux problèmes de l’Eglise d’aujourd’hui, "par ordre d'importance" :
"Tout d’abord l'attitude de l’Eglise envers les divorcés, puis la nomination ou l’élection des évêques, le célibat des prêtres, le rôle des laïcs catholiques, les rapports entre la hiérarchie et la politique".
Il a aussi relancé son idée de convoquer d’urgence un nouveau concile dont le premier sujet devrait justement être "les rapports de l’Eglise avec les divorcés".
Avant d’ajouter tout de suite :
"Il y a aussi un autre sujet qu’un prochain concile devrait traiter : celui du parcours pénitentiel de la vie de chacun. La confession est un sacrement extrêmement important mais désormais exsangue. De moins en moins de gens y ont recours, mais surtout sa pratique est devenue presque mécanique : on confesse quelques péchés, on obtient le pardon, on récite quelques prières et tout se termine ainsi, sur rien ou presque rien. Il faut rendre à la confession une substance qui soit vraiment sacramentelle, un parcours de repentir et un programme de vie, une confrontation constante avec le confesseur, en un mot une direction spirituelle".
Que le cardinal Martini et le pape soient d’accord sur quelque chose, c’est déjà une nouvelle.
Mais ce qui l’est encore plus, c’est l'objet de l'accord : "rendre une substance" au plus négligé des sept sacrements. Cette "substance" que le saint Curé d'Ars et Padre Pio ont, plus que n’importe qui, fait briller pour des milliers de pénitents à la recherche de la miséricorde de Dieu.
ROME, June 22, 2009 - In opening the Year for Priests that he personally conceived and orchestrated, Benedict XVI has said that his aim is that of demonstrating "how important the holiness of priests is for the life and mission of the Church."
And as a model of this sanctity, he offered the Curé of Ars and Padre Pio.
He recalled the first in the letter with which he opened the Year for Priests, on Friday, June 19, the feast of the Sacred Heart of Jesus. As for the second, he went on pilgrimage to the place where he lived, San Giovanni Rotondo, on Sunday, June 21.
These two saints do not present a glamorous profile. Both were born to farming families and were uneducated, the one becoming a parish priest and the other a Franciscan friar, in two isolated villages of nineteenth-century France and twentieth-century Italy. But their holiness was so dazzling that myriads of people, some of them from very far away, came to them to beg for God's forgiveness, forming endless lines in front of their confessionals (in the photo, Padre Pio).
Prayer, the Eucharist, the sacrament of penance: these were the three shining lights of their sanctity.
The third of these is especially striking, in an age like the present when the sacrament of penance is hardly received at all, having fallen into neglect partly through the carelessness of many priests.
Benedict XVI has particularly insisted on the necessity of revitalizing this sacrament, in opening the Year for Priests.
***
He did so first of all in this passage of the letter inaugurating the Year, coinciding with the 150th anniversary of the "dies natalis" of the sainted Curé of Ars, Jean Marie Vianney:
"Priests ought never to be resigned to empty confessionals or the apparent indifference of the faithful to this sacrament. In France, at the time of the Curé of Ars, confession was no more easy or frequent than in our own day, since the upheaval caused by the revolution had long inhibited the practice of religion. Yet he sought in every way, by his preaching and his powers of persuasion, to help his parishioners to rediscover the meaning and beauty of the sacrament of Penance, presenting it as an inherent demand of the Eucharistic presence.
"He thus created a virtuous circle. By spending long hours in church before the tabernacle, he inspired the faithful to imitate him by coming to visit Jesus with the knowledge that their parish priest would be there, ready to listen and offer forgiveness. Later, the growing numbers of penitents from all over France would keep him in the confessional for up to sixteen hours a day.
"It was said that Ars had become 'a great hospital of souls'. His first biographer relates that 'the grace he obtained [for the conversion of sinners] was so powerful that it would pursue them, not leaving them a moment of peace!'. The saintly Curé reflected something of the same idea when he said: 'It is not the sinner who returns to God to beg his forgiveness, but God himself who runs after the sinner and makes him return to him'. 'This good Saviour is so filled with love that he seeks us everywhere'.
"We priests should feel that the following words, which he put on the lips of Christ, are meant for each of us personally: 'I will charge my ministers to proclaim to sinners that I am ever ready to welcome them, that my mercy is infinite'. From Saint John Mary Vianney we can learn to put our unfailing trust in the sacrament of Penance, to set it once more at the centre of our pastoral concerns, and to take up the 'dialogue of salvation' which it entails.
"The Curé of Ars dealt with different penitents in different ways. Those who came to his confessional drawn by a deep and humble longing for God’s forgiveness found in him the encouragement to plunge into the 'flood of divine mercy' which sweeps everything away by its vehemence. If someone was troubled by the thought of his own frailty and inconstancy, and fearful of sinning again, the Curé would unveil the mystery of God’s love in these beautiful and touching words: 'The good Lord knows everything. Even before you confess, he already knows that you will sin again, yet he still forgives you. How great is the love of our God: he even forces himself to forget the future, so that he can grant us his forgiveness!'.
"But to those who made a lukewarm and rather indifferent confession of sin, he clearly demonstrated by his own tears of pain how 'abominable' this attitude was: 'I weep because you don’t weep', he would say. 'If only the Lord were not so good! But he is so good! One would have to be a brute to treat so good a Father this way!'.
"He awakened repentance in the hearts of the lukewarm by forcing them to see God’s own pain at their sins reflected in the face of the priest who was their confessor. To those who, on the other hand, came to him already desirous of and suited to a deeper spiritual life, he flung open the abyss of God’s love, explaining the untold beauty of living in union with him and dwelling in his presence: 'Everything in God’s sight, everything with God, everything to please God… How beautiful it is!'. And he taught them to pray: 'My God, grant me the grace to love you as much as I possibly can'."
***
And Benedict XVI again urged priests to pay attention to the sacrament of penance in this passage from an address in San Giovanni Rotondo:
"Like the Curé d'Ars, Padre Pio also reminds us of the dignity and responsibility of the priestly ministry. Who was not impressed by the fervor with which he re-lived the Passion of Christ in every celebration of the Eucharist? From his love for the Eucharist there arose in him as the Curé d'Ars a total willingness to welcome the faithful, especially sinners.
"Also, if St. John Mary Vianney, in a troubled and difficult time, tried in every way, to help his parishioners rediscover the meaning and the beauty of sacramental penance, for the holy friar of the Gargano, the care of souls and the conversion of sinners were a desire that consumed him until death. How many people have changed their lives thanks to his patient priestly ministry, so many long hours in the confessional!
"Like the Curé d'Ars, it is his ministry as a confessor that constitutes the greatest title of glory and the distinctive feature of this holy Capuchin. How could we not realize then the importance of participating in the celebration of the Eucharist devoutly and frequently receiving the sacrament of confession? In particular, the sacrament of penance must be even more valued, and priests should never resign themselves to seeing their confessional deserted or to merely recognizing the diffidence of the faithful for this extraordinary source of serenity and peace."
***
In reporting on the beginning of the Year for Priests, the news coverage barely mentioned the pope's insistence on the sacrament of penance.
The media instead emphasized the passage in which Benedict XVI deplored the evil conduct of some pastors of the Church, "above all those who turn into 'thieves of the sheep' (John 10:1 ff.), either because they lead them astray with their own private doctrines, or because they bind them with bonds of sin and death."
And in another passage, the pope said that "we priests are also called to conversion and to recourse to the divine mercy, and we must humbly petition the Heart of Jesus, fervently and constantly, to preserve us from the terrible danger of harming those we are required to save."
But it is clear that the primary objective of the Year for Priests proclaimed by Benedict XVI is none other than renewed attention to the sacrament of confession.
This objective runs exactly counter to the spirit of surrender that so many bishops and priests demonstrate in the face of the desertion of this sacrament.
But it must be noted that this objective is also shared by a leading Church representative who in many ways is the least in agreement with this and the previous pontificate: Cardinal Carlo Maria Martini.
This is what emerges from an interview he gave to Eugenio Scalfari, published in "la Repubblica" on June 18, 2009, the eve of the opening of the Year for Priests.
In it, Cardinal Martini reiterated his personal classification of the biggest problems facing today's Church, "in order of importance":
"First of all the Church's attitude toward divorced persons, then the appointment or election of bishops, priestly celibacy, the role of the Catholic laity, the relationship between the hierarchy and politics."
And he also reproposed his idea of urgently convening a new council, the main issue of which should be "the relationship of the Church with the divorced."
But immediately after this, he added:
"There is another issue that a future council would have to address: that of the penitential journey of one's own life. Confession is an extremely important sacrament, but it has become anemic. Fewer and fewer people receive it, but above all its exercise has become almost mechanical: confess a few sins, obtain forgiveness, recite a few prayers, and that's all, with little or nothing to show for it. Confession must again be given a substance that is truly sacramental, as a journey of repentance and a program of life, a regular encounter with one's confessor, essentially a form of spiritual direction."
The fact that Cardinal Martini and Pope Joseph Ratzinger agree about something is news in itself.
But even more noteworthy is the object of agreement: "bringing substance back" to the most overlooked of the seven sacraments. That "substance" which the sainted Curé of Ars and Padre Pio made shine more than anyone else, for myriads of penintents in search of the mercy of God.
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Commentaires
Mi sbaglierò, ma non serve un altro Concilio.
Serve applicare l'ultimo. Lo si è già applicato a sufficienza? Temo proprio di no.
E quand'anche servisse un Concilio, "quella" lista di priorità sembra provenire da un uomo che abbia perso il vivo contatto con la realtà.
A chi si trova immerso nelle metropolitane e negli uffici, forse le priorità della Chiesa sembrerebbero altre: che i cristiani riscoprano l'amore a Cristo e alla Chiesa, la fedeltà al suo Magistero e, a partire da ciò, che trovino il modo di proclamare il Vangelo a un mondo indifferente e, più spesso, visceralmente ostile alla Chiesa.
I problemi che riferisce il Cardinal Martini, a mio avviso, sono già stati trattati nel Concilio Vaticano II o nel Magistero dei Papi successivi, specialmente da Giovanni Paolo II.
Certamente invece, senza convocare alcun Concilio, approfondirei quegli ottimi spunti sul sacramento della Confessione (e anche il rapporto tra gerarchia e politica non era niente male davvero!).
Saluti!
Ecrit par : Orsobruno | jeudi, 25 juin 2009
Ti ringrazio, caro amico, per il commento di alta sensibilità cristiana che mi hai inviato. Ti prego di scrivermi ancora. Arrivederci.
Ecrit par : Xavier | jeudi, 25 juin 2009
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