mardi, 31 mars 2009
Fondo da 30 milioni per i poveri
Cei, fondo da 30 milioni di euro per i poveri
Roma - Fondo di garanzia per le famiglie povere Le famiglie con più di tre figli che si trovassero senza lavoro a causa della crisi potranno accedere a una forma di sostegno promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana: avranno diritto a un sussidio di 500 euro al mese per pagare l’affitto o il mutuo. I soldi saranno erogati dalle banche sotto forma di un prestito garantito da un Fondo che la Cei alimenterà con 30 milioni di euro, che saranno raccolti in una colletta nazionale. Le banche da parte loro decuplicheranno il tetto (che è di garanzia, ed è quind infruttifero) fino a 300 milioni per far fronte ai prestiti che saranno rimborsdabili in 5 anni a partire dal raggiungimento di un nuovo reddito da lavoro e con un interesse minimo concordato dalla Cei con l’Abi. "Abbiamo calcolato - ha detto Crociata - che in queste condizioni potranno trovarsi dalle 20 alle 30 mila famiglie. Ci si dovrà rivolgere al parroco e non ci saranno persone dedicate a questo servizio. Le famiglie che rientreranno in questi parametri (dovranno essere coppie sposate, anche se solo civilmente) saranno indirizzate alla Caritas diocesana o agli uffici delle Acli. La banca poi in 10-20 giorni inizia questo sostegno, con l’erogazione mensile della somma di 500 euro. Servirà per l’affitto o il mutuo per un anno. L’erogazione potrà essere rinnovat apoi per un secondo anno e non esclude altri aiuti che la famiglia può chiedere o ricevere". Per Crociata, "servirà alle famiglie che hanno perso il reddito a resistere in questa fase difficile per rientrare nel mercato del lavoro. Non è un gesto assistenziale".
"Nessuna ingerenza sul testamento biologico" "I vescovi rispettano l’autonomia del Parlamento e non intendono ingerire nall’elaborazione e nei tempi della legge sul fine vita". Il segretario della Cei, monsignor Mariano Crociata, ha ribadito l’auspicio del cardinal Angelo Bagnasco affinché "la legge sia approvatata in tempi il più possibili rapidi e nella forma il più possibile condivisa". Quanto all’osservazione del presidente della Camera Gianfranco Fini al Congresso del Pdl circa il fatto che si tratterebbe di una legge da Stato Etico, Crociata ha tenuto a chiarire che "ognuno ha sufficiente capacità di fare sue valutazioni". E lo stesso presidente della Cei insiste sulla necessità di "evitare scorciatoie verso l'eutanasia".
Il dibattito sul biotestamento Il cardinale Angelo Bagnasco commenta la legge sul fine vita in discussione in Parlamento, ribadendone la necessità. "Le circostanze, determinate dalla Cassazione e dalla magistratura in genere - sottolinea in una intervista al settimanale Tempi - hanno indotto ad auspicare una legge che possa prevedere che non si possa interrompere l’idratazione e l’alimentazione in modo che non debba più accadere tragedie come quella di Eluana. Una legge che sia veramente promotrice della vita, soprattutto della vita fragile, che solleciti tutta la società ad accompagnare la vita ferita. Senza permettere, come il Santo Padre ha detto - prosegue il porporato - che ci siano scorciatoie come quella dell’eutanasia, o di altra natura, che non portano il bene della persona". (Il Giornale)
Correggo: il fondo Cei per i poveri è di 30 milioni di euro e non di 300. Ma l'errore non è mio, è del Giornale. Mi scuso coi lettori.
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Intervista allo storico Vincente Càrcel Ortì
Intervista allo storico Vicente Cárcel Ortí a settant'anni dalla fine della guerra civile
La Chiesa tra le due Spagne
Dalla seconda Repubblica alla dittatura di Franco attraverso le atrocità della persecuzione religiosa di Maurizio Fontana
Settant'anni. La memoria di un pontificato - quello di Pio XI - si lega anche al ricordo di uno dei passaggi più dolorosi della storia recente: la persecuzione religiosa della seconda Repubblica spagnola, la guerra civile e, meno di due mesi dopo la morte di Achille Ratti, l'inizio della dittatura di Francisco Franco il 1° aprile 1939. Anni dei quali molte persone in Spagna portano ferite non rimarginate e che ancora alimentano interpretazioni poco serene. "Questo anche perché gli storici troppo spesso non sanno fare il loro mestiere e offrono invece il loro contributo a discutibili operazioni ideologiche. Invece di analizzare fatti e documenti si manipolano i fatti a causa dei quarant'anni di regime politico vissuto dalla Spagna fino al 1975". A parlare è Vicente Cárcel Ortí, che da decenni studia sulle fonti d'archivio la storia della Chiesa contemporanea, soprattutto in Spagna. È un discorso che coinvolge e appassiona il sacerdote spagnolo: "Bisogna avere innanzitutto chiaro che il compito dello storico non è giudicare, bensì studiare per comprendere e per aiutare gli altri a capire. Pur cosciente del fatto che l'imparzialità totale non esiste, lo storico deve fare lo sforzo di cercare il massimo dell'obbiettività di fronte a una materia come questa che, dopo settant'anni, suscita ancora tanta polemica".
Cosa si deve fare per comprendere meglio ciò che è accaduto?
La storiografia tradizionale non serve più. I libri di storia sono praticamente tutti scritti da autori di parte: destra o sinistra che sia. Ma così si fa solo ideologia. Io credo, invece, che si debba partire dalle fonti. Oggi questo è possibile. Da poco più di due anni l'apertura dei documenti dell'Archivio Segreto Vaticano relativi al pontificato di Pio XI (8 febbraio 1922 - 10 febbraio 1939) permette di analizzare con il massimo rigore i fatti accaduti in Spagna dal 1931 fino al 1939. E i documenti vanno letti senza preconcetti e senza manipolazioni. Chiarisco subito: oggi conosciamo come si è evoluta la storia della Spagna durante il regime militare di Francisco Franco e in seguito, con l'avvento della democrazia. Non possiamo però commettere l'errore di giudicare le scelte fatte prima di questi eventi alla luce di ciò che è accaduto dopo. Voglio essere ancora più chiaro: nel preciso momento storico in cui la Santa Sede nel 1938 riconosceva il Governo nazionale di Franco, questi rappresentava l'unica scelta in quanto stava salvando la Chiesa spagnola dalla persecuzione religiosa.
Per giudicare meglio quegli eventi, quali novità apportano i documenti dell'Archivio Segreto Vaticano?
In questa documentazione vengono confermate notizie che già conoscevamo, arricchite però con numerosi dettagli sul carattere energico di Pio XI e sulla sua progressiva ritrosia per la negoziazione diplomatica con i repubblicani spagnoli. I documenti testimoniano inoltre la fedeltà del segretario di Stato Eugenio Pacelli, la sua aperta opposizione alla rottura con la Repubblica e, insime, le sue numerose riserve sul riconoscimento ufficiale del regime di Franco. Gli atti delle diverse riunioni plenarie della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari ci mostrano infatti la chiara ostilità di Pacelli verso tutto ciò che si richiamava all'ideologia nazista. Questo tema, sebbene appaia secondario - per molti anni in parte taciuto o chiaramente eluso - rappresenta invece un elemento determinante per spiegare la diffidenza di Pio XI e del futuro Pio XII verso la Spagna di Franco.
Può indicarci altri elementi innovativi di questi documenti?
Per la loro ricchezza e abbondanza essi ci consentono finalmente di uscire dalla discussione estenuante e sterile sulle "colpe" e i "silenzi" del Papa e della Chiesa spagnola. Ci consentono di seguire il processo di maturazione del Pontefice e di evitare in tal modo alcune contrapposizioni ingenue, come quella di opporre la linea diplomatica della Chiesa a una malintesa posizione profetica secondo la quale la coerenza cristiana si manterrebbe pura soltanto sottraendola al confronto con le scelte del mondo.
Quali sono le fonti di maggiore interesse?
Certamente gli appunti che il cardinale Eugenio Pacelli scriveva quotidianamente dopo i suoi incontri con il Papa. Sono foglietti - i cosiddetti taccuini di Pacelli, trascritti dal 10 agosto 1930 al 3 dicembre 1938 - che ci rivelano molto su due personalità tanto distinte quanto reciprocamente attratte. Lo stesso si potrebbe dire di altre figure della Segreteria di Stato, per esempio Giuseppe Pizzardo o anche Domenico Tardini. Vi sono poi i dispacci inviati dalla nunziatura di Madrid da Federico Tedeschini, Silvio Sericano, Ildebrando Antoniutti e Gaetano Cicognani: un osservatorio privilegiato per comprendere non soltanto la situazione della Spagna e le difficoltà dei vescovi che vissero la tragedia della Chiesa prima, durante e dopo la guerra, ma anche il loro conflitto interiore tra la fedeltà alla patria e alla fede.
Proviamo allora, sulla base dei documenti, a ricostruire quegli eventi
Innanzitutto va ricordato che la seconda Repubblica spagnola venne proclamata il 14 aprile 1931 senza alcuna legittimità politica. Le elezioni del 12 aprile furono infatti delle semplici consultazioni amministrative peraltro vinte dai candidati monarchici. Però a Madrid e in alcune grandi città prevalsero i repubblicani. Re Alfonso xiii allora - per evitare scontri e spargimenti di sangue - decise di abbandonare immediatamente la Spagna lasciando campo libero ai repubblicani.
Quale atteggiamento tiene Pio XI a riguardo?
L'autoproclamazione della Repubblica, in realtà fu una sorta di colpo di Stato. Ciò nonostante Papa Pio XI afferma immediatamente che la Repubblica va riconosciuta e dà istruzioni precise ai vescovi di collaborare con i repubblicani per il bene comune e della nazione. Tre giorni dopo l'autoproclamazione repubblicana, il Papa decide di riunire i cardinali membri della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari affinché, alla luce dei fatti recenti, esprimano il loro parere sull'opportunità di riconoscere la Repubblica e sulle istruzioni che si devono dare al nunzio. Dagli atti della riunione plenaria del 23 aprile emerge che alcuni cardinali pongono la questione della legittimità della Repubblica e manifestano dubbi su di essa dal punto di vista strettamente giuridico; preferiscono però concentrarsi sulla questione del riconoscimento diplomatico della Repubblica. Per il cardinale Pacelli "la Santa Sede è disposta ad assecondare il Governo provvisorio nell'opera del mantenimento dell'ordine, nella fiducia che anche il Governo vorrà da sua parte rispettare i diritti della Chiesa e dei cattolici (...). Simile istruzione converrebbe dare al nunzio e per di lui mezzo ai vescovi. Non eventuali eccessivi entusiasmi né passi comuni; ma rispetto dell'autorità costituita e richiamo al dovere di assecondarla per il mantenimento dell'ordine". Il nunzio a Madrid da quel momento cerca di evitare conflitti e d'instaurare un rapporto di amicizia personale con i dirigenti del nuovo sistema. In quei giorni sul diffusissimo e autorevole giornale d'ispirazione cattolica "El Debate" si legge: "Questo è il regime politico che noi dobbiamo accettare lealmente e col quale collaborare".
Eppure già nel primo anno della Repubblica cominciano gravi espressioni di anticlericalismo.
Infatti, nonostante l'atteggiamento della Chiesa, i repubblicani - prima ancora di avere la piena legittimità politica - cominciano a legiferare in modo anticlericale e antireligioso. Lo scontro è quindi immediato. E contro tutte queste leggi, il Papa ordina al nunzio di protestare. Tra i documenti della nunziatura si rintracciano quasi cento note diplomatiche di protesta. Il 25 agosto Pacelli scrive: "Tutti questi signori hanno agito e fatto e legiferato e si propongono di legiferare, senza sentire la Santa Sede; e si dicono cattolici!". Di pari passo con certe chiusure della legislazione comincia anche tra la gente un clima di aperta ostilità alla Chiesa. Il 10 maggio del 1931 in diverse città spagnole, a partire da Madrid, Valencia e Málaga, scoppiano incendi, con saccheggi e distruzioni di chiese e di conventi. La gravità - a parte il fatto in sé, che porta a una prima distruzione del patrimonio artistico storico e culturale della Chiesa spagnola - risiede proprio nella passività del Governo repubblicano che non vuole intervenire e non cerca neanche i responsabili.
Quando parliamo di repubblicani a chi facciamo riferimento specifico?
Con le elezioni politiche del 1931 il Governo repubblicano è completamente contrassegnato dalla sinistra, anzi, dall'estrema sinistra: soltanto il presidente Alcalá Zamora e il ministro dell'interno sono cattolici. Ci sono i comunisti, i socialisti più radicali, i marxisti, e poi vari gruppi estremisti come gli anarchici. Nell'ombra poi agisce la massoneria che non si sporca le mani nelle operazioni di devastazione, ma si adopera per indirizzare le idee e affermare la necessità di eliminare la Chiesa dalla Spagna.
Alla fine del 1931 viene approvata la Costituzione e l'anno successivo è contrassegnato da un altro significativo atto contro la Chiesa cattolica.
La Costituzione - di stampo marcatamente anticlericale - viene approvata nel dicembre del 1931. Il primo obiettivo viene raggiunto nel 1932 con la soppressione della Compagnia di Gesù.
Di fronte a certi eventi come emerge la personalità di Pio XI?
Pio XI ha una personalità forte, molto chiara e molto diretta. È un decisionista. Non vuole perdere altro tempo. Negli appunti di Pacelli si trovano registrati diversi momenti di forte tensione del Papa il quale sembra anche disposto a rompere completamente i rapporti con la Repubblica. Scrive Pacelli il 6 maggio 1932: "Il Santo Padre ha difficoltà per la permanenza del nunzio in Spagna. Si ha l'aria di avere relazioni diplomatiche normali con uno Stato che ci ha calpestato brutalmente. È pensiero tormentoso. Ma forse col richiamo del nunzio potrebbe venire peggio".
Nel 1933 la dialettica fra la Santa Sede e la Repubblica comincia a farsi serrata...
Sì, perché nel 1933 viene promulgata la Legge sulle confessioni e le congregazioni religiose, ed è chiaramente un modo per colpire direttamente la Chiesa cattolica dato che in Spagna - dove non c'è ufficialmente libertà di culto - di fatto non esiste confessione diversa dalla cattolica (a parte i pochissimi protestanti, tollerati). Insomma la legge, di fatto, è una finzione giuridica. Una legge gravissima che infligge un colpo mortale alla Chiesa. È a questo punto che giunge da parte di Pio XI il primo pronunciamento ufficiale sulla situazione politica spagnola: la lettera enciclica Dilectissima nobis. È il 3 giugno 1933. Qui egli afferma: "La Chiesa sta subendo in Spagna una persecuzione". È la prima volta che si usa questa parola in un documento così importante del magistero pontificio.
In questo stesso anno sembra però arrivare una svolta positiva.
Accade che le elezioni politiche portano a un ribaltamento degli equilibri: vince il centrodestra, ma con una maggioranza non autosufficiente: per formare un governo deve allearsi con elementi repubblicani moderati. Cosicché per la Chiesa la situazione di tensione sembra allentarsi anche se non si risolvono i problemi di fondo.
E nel 1934 i repubblicani cercano di impostare nuovi rapporti con la Santa Sede.
Il nuovo ministro degli Esteri Leandro Pita Romero manifesta volontà di collaborazione. Sembra davvero una finestra aperta verso un futuro più sereno. Lo stesso ministro si autonomina ambasciatore plenipotenziario al fine di condurre personalmente i negoziati. Pita viene ricevuto con tutti gli onori in Vaticano il 10 giugno 1934. Anche se Pacelli e Pio XI non si fidano dell'ambasciatore. Su un appunto del 17 luglio 1934 troviamo scritto: "Le trattative sembrano al Santo Padre un perditempo e un creare un equivoco". Ciò nonostante il Papa e il segretario di Stato vogliono ascoltare proposte e richieste. E il ministro presenta progetti ritenuti inaccettabili. Mesi di negoziazioni con Pacelli, con Tardini, con Pizzardo non portano a nulla. Alla fine, il 28 agosto 1934, il Papa rompe gli indugi e mette un punto. Scrive Pacelli: "Il Santo Padre, il quale ha voluto occuparsene personalmente, non vuol negare che l'Ambasciatore mostra qualche buona volontà, ma il suo progetto uti iacet non è accettabile. Aspettiamo che venga un momento in cui si possa contare sulle loro possibilità. Non vogliamo domandare loro l'impossibile. Ma è più impossibile per noi andare contro la legge di Dio. Egli manda una benedizione, se la desidera. Questo non significa che da parte nostra si rompano le trattative. Siamo pronti a continuare e discutere. Vi sono ostacoli insormontabili, ma questa condizione di cose non è stata creata dalla Santa Sede. Loro continuano a parlare e a dire inesattezze. Noi dovremo difenderci. Mai eccederemo nella difesa".
Nel frattempo il Governo moderato di centrodestra promette una revisione della Costituzione...
Che però non si farà mai.
Quindi non si arriva a un accordo?
No, perché il Papa continua a non fidarsi dell'ambasciatore e del Governo repubblicano. Il 29 gennaio 1935 Pacelli scrive: "Non possiamo proporre noi il modus vivendi; saremmo in contraddizione con quanto abbiamo fatto finora. Piuttosto i cardinali spagnoli suggeriscano al Governo di proporre qualche progetto, eventualmente corretto". L'8 marzo 1935, commentando il rapporto del nunzio di Madrid sulla riforma della Costituzione, il Papa ordina a Pacelli: "Telegrafare al nunzio per spiegazioni. All'ultima ora viene una riforma della Costituzione su tali basi. Noi siamo turlupinati". E dieci giorni dopo Pacelli scrive: "Il Santo Padre è deciso di non farne nulla; non vuole sporcarsi le mani". Tuttavia, in seguito a un nuovo intervento del cardinale Francisco Vidal y Barraquer, Pio XI decide il 22 marzo: "Rispondere che, tutto ben considerato, trattandosi da una parte di una Costituzione che essi dicono di non poter cambiare, mentre è una Costituzione in linea religiosa vessatoria e persecutrice, teme il Santo Padre che questo modus vivendi non sia che una preparazione; quanto più avremo ora concesso, tanto meno avremo in mano per un futuro concordato. I vescovi, il clero, i cattolici facciano quello che possono per la difesa della Chiesa e fidiamoci un po' della misericordia di Dio. Finché le cose stanno così, non si vede come si possa fare un modus vivendi". Ancora il 16 luglio il Papa autorizza Pacelli a comunicare all'ambasciatore Pita che "le trattative sono non rotte, ma soltanto sospese, finché la Costituzione potrà essere riformata. Questa è stata sempre la mente della Santa Sede". Infine il 26 novembre 1935 il Papa commenta con Pacelli: "Vedere se si possa entrare in prodromi di trattative per un modus vivendi, ma colla promessa che non si domandi più di quello che non vogliamo dare, e noi non vogliamo dare più di quello che possiamo per non rimanere poi a mani vuote. Essi hanno difficoltà, ma le abbiamo anche noi. Debbono aver meno di quello che hanno coloro che fanno un concordato in regola".
Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo al 1934 che, purtroppo, porta con sé i primi morti della persecuzione.
È vero. I risultati delle elezioni del 1933 non vengono accettati dalle sinistre che provocano la prima rivoluzione di stampo stalinista nella regione più conflittuale della Spagna, le Asturie, regione di miniere di carbone. È l'ottobre 1934 e in una settimana vengono trucidati una quarantina di ecclesiastici, tra i quali nove fratelli delle scuole cristiane (canonizzati nel 1999) impegnati come maestri dei bambini dei minatori locali. La Rivoluzione delle Asturie è uno snodo importante: secondo l'intellettuale Gregorio Marañón, è il primo tentativo di instaurare un sistema sovietico nella Spagna repubblicana. È opinione di intellettuali spagnoli di quel tempo, come Salvador de Madariaga, che dopo i fatti delle Asturie la sinistra spagnola abbia perso qualsiasi autorità morale per condannare la ribellione del 1936.
Ormai la rivoluzione è nell'aria...
È vero. E il Governo non ha la forza per fronteggiarla adeguatamente. Anche perché le forze rivoluzionarie crescono sempre più, tanto che riescono a bloccare l'attività del Governo, a farlo cadere e a obbligare il presidente della Repubblica a indire nuove elezioni per il 16 febbraio 1936. È una data fatidica.
Ancora una volta le elezioni segnano per i cattolici l'inizio di un periodo più buio. Di nuovo la sinistra sconfitta reagisce portando per le strade violenza e distruzione.
Tutte le sinistre hanno capito che la loro divisione favorisce le destre. Si compatta perciò il Fronte popolare, ovvero l'unione di tutti i partiti di sinistra e di estrema sinistra più gli anarchici e gli extraparlamentari. Ricordiamo che ancora oggi non si conoscono i risultati di quelle elezioni. Sembra ci sia stata una vittoria delle destre, peraltro mai documentata. Fatto sta che gli esponenti del Fronte popolare, così come era successo per la proclamazione della Repubblica nel 1931, cantano comunque vittoria senza trovare opposizione nella destra e nei moderati.
Il Governo del Fronte popolare comincia il 18 febbraio.
Da quel giorno s'inaugura una spirale di violenza sempre più intensa contro tutto ciò che ha un legame con la Chiesa. Una testimonianza impressionante di questi fatti si ritrova in una relazione del nunzio Federico Tedeschini, di cui ho curato l'edizione critica che è in corso di pubblicazione. In più di trecento pagine egli descrive, giorno per giorno, tutti i fatti accaduti in Spagna: atrocità, violenze, profanazioni e distruzioni. In questo crescendo di disumanità il Papa - sperando forse di ottenere un po' più di rispetto per la Chiesa - decide di far rimanere a Madrid il nunzio Tedeschini appena creato cardinale. Tutto inutile. Il Papa è costretto a chiedere al nunzio di scrivere continue note diplomatiche e lettere di protesta.
Come si arriva all'apice dello scontro, alla divisione della Spagna in due parti contrapposte?
Nel luglio del 1936 il capo dell'opposizione al parlamento, José Calvo Sotelo, viene ucciso da corpi armati dello Stato. L'esasperazione giunge al massimo livello e si scatena quello che viene chiamato l'alzamiento nacional, ovvero la ribellione militare contro la Repubblica. Dopo quel gesto estremo molti mettono in dubbio la legittimità stessa di un Governo che ha ordinato la soppressione del capo dell'opposizione, ha aperto le carceri e liberato delinquenti comuni che impugneranno le armi insieme ai miliziani "rossi". Interessante notare come si tratti di un movimento civile e militare insieme. Una parte del popolo, infatti, si unisce alla ribellione e si nutre di sussulti e di tentazioni molto comuni nell'Europa di quegli anni: è il momento dell'ascesa dei totalitarismi, con le democrazie che manifestano debolezza e con i cosiddetti uomini forti che suscitano fascino e alimentano entusiasmi nelle masse: Hitler in Germania, Mussolini in Italia e Stalin nell'Unione Sovietica.
La dittatura appare quindi come una soluzione?
Diciamo che in quel momento di totale caos politico la scelta autoritaria appare ancora come una soluzione rassicurante. Ma attenzione: al momento dall'alzamiento Francisco Franco ancora non c'è. Non figura neanche tra i firmatari del primo documento del Comitato di Difesa Nazionale che il 30 luglio 1936 chiede - vanamente - un riconoscimento alla Santa Sede.
È allora che inizia la vera persecuzione religiosa?
Nonostante certe cautele della Chiesa, subito dopo il sollevamento militare, inizia la caccia al religioso da parte dei repubblicani: è la vera e propria persecuzione religiosa che avrà termine solo alla fine della guerra. Mentre la Spagna si divide in due la persecuzione imperversa nella parte repubblicana sulle persone e sulle cose: chiese, conventi e anche cimiteri, dove vengono riesumati i cadaveri di religiosi e di religiose per poterli profanare e per poter infierire su di essi. È un massacro: si tratta infatti del tentativo di eliminazione totale di una parte intera della popolazione spagnola, quella costituita dagli ecclesiastici e dai religiosi, uomini e donne. Ecco perché i repubblicani non si accontentano di preti, frati e suore, ma vanno a colpire anche i monumenti, i luoghi simbolici e gli edifici sacri. Una barbarie unica.
E il Governo non riesce a controllare certi accanimenti?
Non solo non riesce, ma quasi li incentiva, li promuove. In un rapporto del ministro repubblicano della Giustizia Manuel de Irujo, resoconto di sei mesi di rivoluzione, si legge: "Abbiamo distrutto tutto, non rimane più nulla". In molti libri di storia si è detto che le violenze occorse nella zona repubblicana furono in gran parte frutto di iniziative popolari incontrollate e seguirono di molto i massacri perpetrati fin dai primi giorni dell'alzamiento dei militari. Ma il rapporto del ministro Irujo smentisce categoricamente queste affermazioni, dichiarando apertamente che "la sistematica distruzione di chiese, altari e oggetti di culto non è certo un'opera incontrollata. La fucilazione di sacerdoti non può avere alcuna spiegazione possibile e pone il Governo della Repubblica davanti al dilemma della sua complicità o della sua impotenza, con la conseguenza che né l'una né l'altra delle conclusioni possibili possono giovare alla politica esterna della Repubblica e all'apprezzamento della sua causa davanti al mondo civile".
Quali sono le decisioni e i gesti di Pio XI dopo lo scoppio della guerra?
Nei suoi appunti Pacelli l'11 agosto commenta: "Ho per la terza volta sottoposto al Santo Padre l'idea, proposta da molti, di una funzione espiatoria o riparatrice per i dolorosi fatti di Spagna. Ha approvato l'articolo ufficiale apparso ieri sera sull'Osservatore Romano e preparato dalla Segreteria di Stato: "La Santa Sede e la situazione religiosa di Spagna"". Questo articolo riporta la celebre nota ufficiale della Santa Sede sulla situazione della persecuzione religiosa in Spagna. La nota viene ritenuta durissima dall'ambasciatore della Repubblica. È una denuncia pubblica al mondo a soli venti giorni dall'inizio della guerra, è redatta da Pacelli - se ne può vedere la minuta - ed è approvata espressamente dal Papa. Il 15 agosto per la prima volta tra il Papa e il Segretario di Stato si parla dell'opportunità di una lettera pontificia per la Spagna. Scrive Pacelli: "Visto che anche questa metà di mese è passata senza risultato, che gli aiuti negati formalmente, ma in realtà inviati minacciano di prolungare la lotta, ricordandoci che siamo il Padre non solo di tutti i credenti, ma anche di tutti i redenti, diciamo a tutti i nostri figli di Spagna: cessate dal sangue, dall'uccidervi tra voi, perché per il Padre è troppo straziante il vederlo. E invitare tutto il mondo a pregare per la cessazione della strage fraterna. Telegrafare a Mons. Sericano quali sono le previsioni o a Mons. Hurley". Dieci giorni dopo, Pacelli scrive il commento più lungo sulle cose della Spagna: "Domandare a don Carmelo - Carmelo Blay era l'agente dei Vescovi presso il Collegio Spagnolo a Roma - se vi sono altri vescovi a Roma, oltre quello di Vich. (...) E domandare loro: il Santo Padre sentirebbe volentieri da lui, come dai suoi confratelli, che cosa pensano che si possa utilmente fare dal Santo Padre di fronte al mondo cattolico. Indire in tutto il mondo quelle preghiere che già si fanno in molti luoghi? E confortarlo e dargli una benedizione speciale. Indire preghiere: ma come? in qual senso? La prima cosa da fissare: a chi ci rivolgiamo?". Nello stesso documento Pacelli annota un progetto di lettera del Santo Padre per dare una notizia al mondo intero: "Cominciare col dire avremmo creduto di poter risparmiare di scrivere per quello che sarà l'oggetto della presente. Avevamo sperato perché avevamo creduto che una guerra civile, come quella che vediamo nella Spagna, non fosse possibile. Ma quello che credevamo impossibile, è divenuto il fatto lagrimevole. Abbiamo allora creduto che fosse un fatto tanto breve di durata quanto era stato violento a scatenarsi, ma anche questo non si è mostrato rispondente alla realtà".
Il 14 settembre 1936 Pio XI riceve a Castel Gandolfo un gruppo di esuli spagnoli.
Sì, e pronuncia un discorso molto lungo nel quale parla della persecuzione. Dato interessante è che, nonostante si registrino già circa 3.500 ecclesiastici trucidati, il Papa nel discorso fa riferimento anche agli uccisori, ai repubblicani, un riferimento che inizia con queste parole: "E gli altri dove sono? Gli altri sono figli nostri anche se loro non ci riconoscono come padre, noi li amiamo con amore di padre perché sono figli nostri". È un discorso bellissimo che ha una vastissima diffusione e ripercussione nella stampa mondiale: si tratta del primo pronunciamento della Santa Sede sulla situazione spagnola. In Spagna però Franco cancella questo discorso con la censura governativa. Nessuno viene a sapere che il Papa ha pronunciato queste parole. Questa ampia allocuzione pontificia è un testo fondamentale per la storia della persecuzione religiosa spagnola perché in essa, per la prima volta, si parla di martirio in riferimento alle vittime della medesima.
Perché i vescovi spagnoli aspettano un anno prima di pronunciarsi?
Perché non vedono chiara la situazione nei primi mesi e perché il Vaticano aspetta ancora. Ma il 1° luglio 1937 i vescovi pubblicano una lettera collettiva di informazione al mondo per smentire la propaganda della Repubblica. Si badi bene: sono già stati massacrati oltre 6.500 ecclesiastici e praticamente distrutte tutte le chiese che si potevano distruggere e si assiste a un pericolo reale di annientamento totale della Chiesa e di tutto ciò che ha riferimento con la Chiesa (opere d'arte, libri, documenti, e così via). La lettera dei vescovi viene interpretata come un appoggio morale alla causa nazionale contro quella repubblicana. Del resto i vescovi in quel momento di persecuzione totale vedono nei nazionali l'unica possibilità di salvezza per la Spagna che rischia di finire nelle mani del comunismo stalinista. A questo proposito il cardinale Vicente Enrique y Tarancón, che poi sarà arcivescovo di Madrid fino al 1983, nelle sue memorie scrive: "In quei momenti la Chiesa aveva il dovere di essere belligerante, cioè di schierarsi perché c'erano due Spagne: la rossa che ti ammazza e l'altra che ti salva". Storicamente è importante ricordarlo e soprattutto sottolineare che in quel preciso momento non si poteva conoscere l'evoluzione politica successiva. Se in quel momento i militari ribelli alla Repubblica offrivano una possibilità di salvezza, cosa doveva fare la Chiesa, allearsi col persecutore? Con chi la stava annientando?
In definitiva, a partire dal 1° luglio 1937 la Chiesa si lega moralmente ai nazionali.
Ma bisogna dire che lo fa come gesto disperato, come unica opzione possibile per la sopravvivenza e, lo ripetiamo, senza poter sapere quale sarebbe stata l'evoluzione politica successiva. Il tono della lettera è abbastanza moderato in considerazione delle tragiche circostanze in cui fu scritta. Giudicata alla luce e con la mentalità di un tempo di duro confronto e di lotta, si tratta di un documento spiegabile e comprensibile. In esso la guerra non viene mai chiamata "crociata" e l'unica volta che compare questa parola è per negare tale carattere alla contesa.
Una Spagna divisa in due, violenze e atrocità. Quali sono in questi anni i rapporti della Santa Sede con i due Governi durante la persecuzione?
La Santa Sede nonostante lo scoppio della guerra mantiene i rapporti diplomatici con la Repubblica e non riconosce ancora il Governo nazionale. Il movimento militare sceglierà come capo il 1° ottobre 1936 il generale Franco, ma nei mesi più duri della persecuzione (dal 18 luglio alla fine di settembre) egli non è capo del Governo, non ha neanche una struttura statale alle spalle: è solo un militare dalle mire ancora non chiare. Infatti il problema del Papa è proprio capire chi è Franco. Non lo sa ancora nessuno. Anche quando i vescovi in qualche modo riconoscono il regime - un anno dopo l'inizio della guerra - egli ancora mantiene un atteggiamento prudente.
In sintesi: il Papa da subito protesta aspramente contro le persecuzioni ma per prudenza aspetta a compiere passi ufficiali di schieramento.
Sì, ed è una situazione che durerà fino al maggio 1938, cioè fino all'arrivo a Madrid del nunzio Gaetano Cicognani. Nel dicembre del 1936 - mentre la guerra è in pieno svolgimento e ci sono in corso proposte di non intervento e di mediazione - Pio XI dice a Pacelli: "L'autorizzo a trattare. Dire all'Ambasciatore di Francia che la Santa Sede è desiderosa di contribuire ad una cosa che tenda a far cessare tale guerra, ma intende di avere anche le garanzie le più sincere che questo non intervento da parte di tutte le Potenze è inteso nel senso vero di non intervento né ufficiale né privato, né diretto né indiretto, né attivo né permissivo. Se noi abbiamo queste garanzie, perché dobbiamo negare il nostro concorso a questa azione pacificatrice? Ma neanche Noi possiamo esporre la Santa Sede alla triste figura fatta finora: hanno creduto una cosa e ne hanno fatto un'altra. E quali garanzie vi sono per la religione nelle parti soggette ai rossi? Tutto è ivi distrutto! Chi ci assicura contro le falsità e lo spirito diabolicamente mendace di questi rossi? Domani ci possiamo trovare di fronte ad aver cooperato al trionfo dei rossi. Il Santo Padre offre volentieri quanto precede. L'armistizio non servirebbe che ai rossi. Il Generale Franco non lo accetterebbe, essendo pienamente sicuro del suo trionfo" (udienza dell'11 dicembre 1936). Pio XI non vuole allearsi con nessuno, vuole mantenersi indipendente: quando gli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna giungono in Vaticano per chiedere un intervento del Papa, lui mostra, sì, di voler cercare una mediazione, ma non vuole collegarla né con le forze dell'Asse Roma-Berlino né con Londra o Parigi. "Il Papa - dirà Pacelli agli ambasciatori - non ha interessi politici da difendere ma pensa soltanto alla salvezza delle anime, alla salvezza della Chiesa".
Questo è il periodo in cui da parte della Chiesa maturano le scelte che maggiormente sono al centro dei dibattiti e delle polemiche. Gli archivi recentemente aperti hanno fatto conoscere notizie nuove in merito?
Oltre le cose già dette, una scoperta importante che emerge dagli archivi è certamente quella relativa a due vescovi: il cardinale di Tarragona Francisco Vidal y Barraquer e il vescovo di Vitoria Mateo Múgica, che non firmano la lettera collettiva dell'episcopato e che fino a ora erano considerati gli emblemi dell'antifranchismo. I due vescovi, ambedue in esilio - il primo scappato dalla persecuzione, il secondo espulso - non firmano, è vero, ma i documenti dimostrano che essi sono d'accordo pienamente col contenuto della lettera, anche se non la ritengono opportuna in quanto credono che provocherà una persecuzione ancora più intensa. Nelle loro missive personali a Pacelli si legge che i due vescovi desiderano la vittoria di Franco, che addirittura pregano perché egli vinca e, anzi, chiedono a Pacelli se é opportuno fare manifestazioni pubbliche di simpatia verso Franco. Pacelli consiglia invece prudenza. Per anni è stato strumentalizzato il fatto che il cardinale Vidal e il vescovo Múgica non firmarono la lettera collettiva dei loro confratelli e ciò è servito a qualcuno per sconfessare il carattere "collettivo" di quel documento. Nessuno, però, ricorda che altri dodici vescovi non lo poterono firmare perché erano stati uccisi dai repubblicani, alcuni in modo atroce e dopo aver subito supplizi inenarrabili e amputazioni di parti del corpo.
Ci furono tentativi del Papa per mitigare gli orrori della guerra?
Alla fine di luglio del 1937 - mentre mantiene i rapporti diplomatici con la Repubblica - il Papa invia in Spagna monsignor Ildebrando Antoniutti per verificare la possibilità di avviare relazioni ufficiose col Governo nazionale. Pio XI per due anni cerca diverse mediazioni, compie molti interventi per far sì che la guerra finisca quanto prima, per attutire gli orrori, per salvare le città; interviene anche personalmente presso Franco per chiedere grazie per condannati a morte o riduzioni di pene o indulti. Questa situazione perdura fino al maggio del 1938, ovvero quasi alla fine della guerra, e quando la Repubblica ha già perso credito a livello internazionale, quando c'è l'invio del nunzio Cicognani. Per il Natale del 1938, Pio XI tramite il nunzio chiede a Franco una tregua di almeno 48 ore. Ma la tregua non arriva e la guerra si chiude con la vittoria di Franco il 1° aprile 1939.
Alla fine della guerra Pio XII pronuncia un discorso dove dice: "Finalmente è tornata la pace".
In realtà noi sappiamo che non sarebbe stato così, ma lo sappiamo oggi. Inizia infatti l'instaurazione di un regime militare, pienamente riconosciuto pochi anni dopo da moltissimi Governi nonché dalle Nazioni Unite e dall'Unione Sovietica, e con il quale la Santa Sede, gli Stati Uniti e altre nazioni concluderanno accordi e firmeranno trattati. Ma questa è un'altra storia che potremmo conoscere e spiegare meglio quando avremo a disposizione i documenti del pontificato di Pio XII (1939-1958).
È nel contesto della guerra civile che dobbiamo parlare della persecuzione religiosa e dei martiri beatificati?
Certamente, ma dobbiamo dire che la persecuzione iniziò praticamente nel maggio del 1931, poi ci furono anche i martiri della rivoluzione delle Asturie nel 1934. Dobbiamo distinguere i morti se non vogliano fare confusione. Tutte le persone morte meritano il massimo rispetto, ma non tutti i morti sono uguali. Chi muore in un incidente stradale non può essere equiparato a chi è vittima, per esempio, di un attentato terroristico. Purtroppo nelle guerre ci sono i caduti che muoiono sui campi di battaglia. Ci sono poi le vittime della repressione politica, cioè persone che vengono uccise per motivi ideologici: nella guerra di Spagna la repressione fu durissima da parte di tutti e due gli schieramenti. Ci sono infine coloro che vengono uccisi per motivi religiosi, per motivi di fede: questi sono i martiri, da non confondere né con i caduti né con la vittime della repressione politica, perché i martiri non impugnarono mai le armi, non fecero la guerra contro alcuno, non manifestarono mai le loro idee politiche né fecero parte di gruppi o movimenti politici; morirono perdonando e perdonarono amando a imitazione di Cristo in croce. Non furono uccisi per le loro idee politiche ma per la loro fede cristiana, altrimenti non si spiega perché furono invitati, prima di morire e come condizione per salvare la propria vita, a rinunciare alla loro fede, a bestemmiare, a sputare sul Crocifisso o sulle effigi mariane. Altrimenti non si spiega perché tanto accanimento anche contro i simboli della religione: chiese, conventi, immagini e oggetti sacri. Lo Stato democratico ha il diritto di ricordare e onorare i caduti in guerra e le vittime della repressione politica sia dalla parte nazionale che dalla parte repubblicana. Ma la Chiesa ha il diritto e il dovere di mantenere viva la memoria di coloro che diedero la loro vita con il martirio per difendere la propria fede e, quindi, non beatifica i martiri dell'una o dell'altra parte, ma semplicemente coloro che furono trucidati in odium fidei, in odium Ecclesiae, senza alcun rancore verso i persecutori e senza alcuna intenzione politica perché i martiri non hanno colore politico.
Infine, come storico, cosa ci può dire del pregiudizio che ha fin qui impedito di far luce su alcune pagine della storia recente europea e che ha cercato di occultare la persecuzione religiosa in Spagna?
La persecuzione religiosa nella Spagna degli anni Trenta è stata la pagina più vergognosa della seconda Repubblica spagnola e ha lasciato nella memoria una traccia difficile da cancellare. Questa Repubblica è diventata un mito per una certa sinistra che vive ancorata in un passato ormai tramontato e non riesce a fare i conti con la propria storia. Essa invece ha accusato di oscurantismo e di revisionismo il Vaticano quando ci fu la beatificazione dei 498 martiri spagnoli. Qualcosa di simile accadde l'11 marzo 2001 in occasione della beatificazione di 233 martiri di Valencia, trucidati in odio alla fede dai socialcomunisti e dagli anarchici durante la guerra civile. In quell'occasione alcuni giornali parlarono addirittura di "implicita legittimazione del franchismo e dell'orrore fascista". Ma un editoriale del "Wall Street Journal" parlò di "un colpo da maestro", che da una prospettiva storica segnava forse "l'inizio della verità dei fatti". Quali? Quelli che abbiamo descritto, cioè circa settemila ecclesiastici e parecchie migliaia di cattolici trucidati durante la guerra spagnola, senza contare il sinistro anticipo nelle Asturie. La cosa strana invece è che, a decenni di distanza, il ricordare queste vicende abbia provocato scandalo. (L'Osservatore Romano)
18:28 Publié dans Saggi | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Berlusconi preoccupato per il lavoro
«Se dovessimo sfondare il tetto del deficit per affrontare spese importanti lo faremo»
«Il lavoro comincia a venir meno»
Berlusconi: «C'è stato un incontro sui temi del lavoro che comincia a venire meno per la crisi mondiale»
ROMA - Per la prima volta anche il premier ha fatto trasparire un poco di preoccupazione davanti alla crisi. «Il lavoro comincia a venire meno in maniera preoccupante» ha detto Silvio Berlusconi nel corso del social summit G8 di Roma dedicato al lavoro.
20 MILIONI DI POSTI DI LAVORO IN MENO - «C'è stato un incontro molto approfondito sui temi del lavoro che comincia a venire meno a seguito di una crisi che investe tutto il mondo. Le previsioni sono negative e si parla di 20 milioni di posti di lavoro in meno entro il 2010. C'è una grande preoccupazione» ha dichiarato Berlusconi.
L'economia mondiale e quella italiana dovranno affrontare «ancora almeno due anni, due anni e mezzo di difficoltà», a seguito della crisi ha detto il presidente del Consiglio, ribadendo che «la crisi sarà più o meno lunga a seconda se riusciremo a vincere o meno la paura».
COESIONE SOCIALE - «I governi debbono far sì che sia mantenuta la coesione sociale. È questo il fattore più importante» ha aggiunto Berlusconi. Il premier ha ricordato quanto detto durante il congresso del Pdl e ha ribadito: «Non lasceremo nessuno indietro e porteremo il Paese fuori dalla crisi». Berlusconi ha poi sottolineato come lo Stato «non può disinteressarsi del bene dei lavoratori».
DEFICIT - «Non sono spaventato e l'ho detto anche al ministro dell'Economia se dovessimo sfondare il tetto del deficit e del debito per affrontare spese importanti» per fronteggiare la crisi, «lo faremo» ha spiegato ancora il premier, che poi ha aggiunto: «Abbiamo già stanziato 12 miliardi di euro e nell'ultimo Cipe ne abbiamo stanziati altri 8. In tutto sono 36 miliardi, che però possono arrivare a 40 perchè gli italiani hanno di fronte uno Stato che li sosterrà».
PATTO GLOBALE - Il presidente del Consiglio si è poi detto pronto a proporre un «social pact» ai governi che parteciperanno al G20 e a quelli che poi a La Maddalena parteciperanno al G8. Un «patto globale che possa sostituire al pessimismo l'ottimismo, alla sfiducia, la fiducia e trasformare la paura in speranza».
SUSSIDI - «Interverremo sulla cassa integrazione guadagni, che darà l'80% cento e fino al 100% con diverse forme di sussidi compensantivi per l'apprendimento di altre specialità, per un arricchimento dei lavoratori» ha spiegato Berlusconi.
NO A TASSE PER NUOVE IMPRESE - «Come ho già detto non lasceremo solo nessuno ed oltre ad una cassa integrazione allargata ai precari abbiamo previsto aiuti per chi vuole diventare imprenditore fondare un'impresa. Come ho già detto se io stessi in cassa integrazione non starei in casa a guardare la televisione e girarmi i pollici. Ci saranno quindi incentivi nei confronti di nuove forme di imprenditoria. Ci sarà un aiuto importante per chi vuole diventare imprenditore un'esclusione dalla tassazione per i primi tre anni. Un incoraggiamento che però non è stato ancora tradotto in aiuti precisi. Intendiamo attivare forme di incoraggiamento all'imprenditorialità e all'autoimpiego. Anche questo significa non restare con le mani in mano: daremo incentivi a chi, nel caso restasse senza lavoro, decidesse di dedicarsi a forme di intrapresa personale»» ha precisato Berlusconi.
FIAT - Berlusconi è poi intervenuto sulle parole del presidente Usa, Barack Obama, rispetto all'intesa Fiat-Chrysler: «E' certamente per tutti gli italiani un riconoscimento della modernità e dell'eccellenza di una nostra importante impresa, spero che questo rapporto si concluda positivamente, anche con i finanziamenti necessari da parte dello stato statunitense e che quindi noi si possa essere coprotagonisti del salvataggio di una grande impresa automobilistica la cui sparizione porterebbe alla perdita di troppi posti di lavoro che nemmeno una grande democrazia e economia come quella usa può permettersi». (Corriere)
18:22 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
L'Iran pronto a collaborare
Il vice ministro degli esteri Mehdi Akhoundzadeh alla Conferenza Onu
Ricostruzione in Afghanistan, l'Iran apre
«Siamo pronti a collaborare»
«Pronti ad aiutare la comunità internazionale anche nella lotta al narcotraffico»
L'AJA- L'Iran è pronto ad aiutare la comunità internazionale nella ricostruzione dell'Afghanistan e in progetti di lotta narcotraffico. Lo ha assicurato il vice ministro degli esteri iraniano Mohammad Mehdi Akhoundzadeh nel testo scritto del suo discorso alla Conferenza dell'Aja. (Flash Corriere)
12:10 Publié dans Flash | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Obama ne connait pas l'Europe
Obama, superstar européenne qui ne connaît pas l'Europe
L'élection de Barack Obama (ici son investiture suivie en direct à la mairie de Paris) a suscité une forte attente en Europe. Au lendemain de sa prise de fonctions, près de 92 % des Français plébiscitaient le rôle du président américain sur la scène internationale. Crédits photo : Le Figaro
Adulé sur le Vieux Continent, où il arrive mardi soir, le président américain a pourtant un rapport théorique et distancié à la culture européenne qui le distingue de nombre de ses prédécesseurs.
Nombre de présidents qui inspirent aujourd'hui Barack Obama ont eu une relation forte, presque fondatrice, avec l'Europe. Issu d'une grande famille irlandaise, John F. Kennedy était pétri de culture politique européenne, un continent où il avait vécu dans son enfance, avant d'étudier à la London School of Economics, puis d'écrire son mémoire de fin d'études sur la participation britannique aux accords de Munich. Bill Clinton avait étudié deux ans à l'université d'Oxford.
Barack Obama, lui, ne connaît pas l'Europe, ou si peu. Il arrive mardi soir à Londres, première étape d'une ambitieuse tournée destinée à convaincre ses alliés et partenaires internationaux de s'unir, derrière la bannière américaine, face aux crises du monde.
Dans son livre, Les Rêves de mon père, il raconte sa première incursion sur le continent, lors d'une étape sur la route de l'Afrique. Travailleur social dans les quartiers noirs défavorisés de Chicago, Barack s'apprête à partir pour le Kenya sur les traces de son père mort, étape décisive de sa quête d'identité. Il décide de passer trois semaines à sillonner l'Europe, de Paris aux rives de la Tamise, en passant par le mont Palatin et les splendeurs de Barcelone. Mais la magie n'opère pas chez ce jeune homme «au statut incertain», raconte-t-il, qui se perçoit alors comme un «Occidental qui n'est pas totalement chez lui en Occident, un Africain partant vers une terre remplie d'étrangers». «Ce n'est pas que l'Europe n'était pas belle. Tout était exactement comme je me l'étais imaginé. C'est juste que ce n'était pas moi. J'avais l'impression de me retrouver dans l'histoire d'amour de quelqu'un d'autre», écrit Barack Obama.
«Une vision plus large des priorités du monde»
Nombre d'analystes jugent que ce rapport distancié au Vieux Continent ne manquera pas d'influencer la teneur du dialogue entre les deux rives de l'Atlantique, lors du voyage qu'il entreprend mardi. «Il a grandi en Asie, a développé un intérêt évident pour l'Afrique. Cela le rend très différent des autres. Il n'a pas la même implication émotionnelle qu'un Kennedy ou qu'un Clinton», note Craig Kennedy, le président du German Marshall Fund, think-tank jouant un rôle majeur dans les relations transatlantiques à Washington. «Cela ne veut pas dire qu'il fera des gaffes. Il s'agit d'un homme très brillant qui apprend vite. Mais cela signifie que nous avons désormais affaire à un président plus global, ayant une vision plus large des priorités du monde. Les Européens vont devoir s'y habituer et le contenu des conversations devrait s'en trouver modifié», ajoute-t-il. Reginald Dale, expert au Center for Strategic and International Studies, souligne quant à lui, le paradoxe d'un homme qui est «une superstar» dans l'opinion européenne, mais sans «connaissance de l'Europe et sans attirance instinctive pour elle».
Dans un sondage réalisé juste après l'investiture, près de 92 % des Français, 90 % des Italiens et 82 % des Allemands plébiscitaient le rôle du président Obama sur la scène internationale, contre 68 % aux États-Unis. «L'Europe est plus amoureuse d'Obama qu'Obama ne l'est de l'Europe», insiste Dale, notant toutefois que les dirigeants européens attendent de lui qu'il prouve sa capacité à écouter ses partenaires. Taxé d'unilatéralisme, son prédécesseur avait beaucoup travaillé à réparer les séquelles du désaccord sur l'Irak, pendant son deuxième mandat.
Utiliser son capital de séduction
Barack Obama ne cache pas qu'il s'emploiera à utiliser son capital de séduction pour rallier les Européens sur une approche plus vigoureuse de la relance de l'économie ou un engagement plus résolu en Afghanistan, deux sujets sur lesquels ses partenaires - français et allemand notamment - ont exprimé des réticences. Mais conscient de ces nuances et fidèle à la méthode multilatérale, le président a fait savoir que l'Amérique venait à la rencontre de l'Europe avec l'idée de «diriger et écouter», selon l'expression de son porte-parole Robert Gibbs.
L'Administration estime avoir déjà donné une idée concrète de sa méthode avec l'annonce de sa nouvelle stratégie en Afghanistan, où le président a annoncé un engagement résolu de son pays. Mais Barack Obama espère être suivi, au moins sur le terrain de la reconstruction civile et de la formation de la police et de l'armée par ses alliés. «Nous voulons diriger par l'exemple», a expliqué samedi Robert Gibbs. Obama a huit jours pour convaincre ses interlocuteurs qu'ils peuvent le suivre. (Le Figaro)
12:06 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Nouveau mouvement de jeunesse néonazi en Allemagne
Un mouvement de jeunesse néonazi interdit en Allemagne
Le ministère de l'intérieur allemand annonce, mardi 31 mars, l'interdiction d'une organisation d'extrême droite, la Heimattreue Deutsche Jugend (Association de jeunesse fidèle à la patrie), en raison de ses liens avec les néonazis. Plusieurs perquisitions ont par ailleurs eu lieu mardi matin chez des adhérents de l'organisation, selon un porte-parole du ministère.
L'organisation, fondée en 1990, compterait 400 membres dans le pays, mais elle est surtout connue pour ses camps de vacances où enfants et adolescents sont exposés à une discipline militaire et à l'idéologie néonazie, selon la presse. Les avoirs de l'organisation, qui se présentait aussi comme une association de défense de l'environnement et était sous le coup d'une enquête de longue date, ont également été saisis, selon la presse.
DES ENFANTS "ÉDUQUÉS DANS L'IDÉOLOGIE DE LA RACE"
Selon le communiqué du ministère, les buts de l'organisation étaient de former une "élite" néonazie. "Dans le cadre de formations spéciales, les enfants d'âge scolaire étaient éduqués dans 'l'idéologie de la race'." "On les exhortait à maintenir 'la pureté du sang' et à perpétuer 'la nation allemande'" pour qui les "étrangers" et les "juifs" étaient présentés comme un danger. (Le Monde)
12:02 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Gesù offre il suo corpo e il suo sangue
L'«Ultima cena» di Leonardo da Vinci e la «Crocifissione» di Montorfano
concepiti come componenti di un programma unitario
L'impegno di Gesù a offrire
il suo corpo e sangue
di fronte all'adempimento di Timothy Verdon
Il cenacolo di Leonardo da Vinci fu dipinto in un refettorio: la cena di Cristo in un luogo dove si mangia. Ha importanza poi il fatto che il refettorio era quello di una comunità consacrata: l'Ultima Cena, nel corso della quale il protagonista, Cristo, assunse un gravoso impegno, fu dipinta per dei cristiani impegnati a seguirlo. È inoltre significativo che questo refettorio si trovi a pochi passi dalla chiesa in cui i consacrati ascoltavano le Scritture che davano senso al loro impegno, e dove venivano alimentati del corpo e sangue originalmente offerti da Cristo nel contesto dell'evento raffigurato da Leonardo. Ed è fondamentale ricordare che i frati si recavano al refettorio dalla chiesa: andavano a pranzo, - almeno nelle grandi occasioni e nei giorni di festa - subito dopo la solenne Messa comunitaria. Vedevano il cenacolo leonardiano cioè nel contesto di un impegno che coinvolgeva tutta la loro vita, e dopo aver ascoltato il Vangelo e ricevuto l'Eucaristia.
Ovviamente tale modo di guardare l'opera non era l'unico, e anche all'epoca il dipinto suggeriva altri significati. La più celebre raffigurazione del cenacolo di tutti i tempi illustra, ad esempio, in maniera singolare, il rapporto con i coevi "misteri" teatrali. Eseguita tra il 1495-97, riassume poi l'ardita ricerca psicofisica iniziata, elaborata e codificata da altri maestri fiorentini: in primis Giotto, poi Donatello e Masaccio, infine Alberti. Il cenacolo fu subito riconosciuto come una pietra miliare della cultura artistica del Rinascimento.
Le due cose non sono affatto contraddittorie. La commissione dell'Ultima Cena venne dall'allora duca di Milano, Ludovico Sforza, nel contesto di un progetto di ammodernamento e abbellimento del complesso conventuale e della chiesa, in cui, del resto, il principe intendeva situare la propria sepoltura. Nel quadro globale del progetto diretto dall'amico di Leonardo, l'architetto Donato Bramante, la cena leonardiana aveva una duplice funzione: da una parte, doveva essere un'opera d'arte sacra - l'immagine della coena Domini nella sala dove i frati prendevano i loro pasti -; e dall'altra, doveva appagare l'ambizione del Duca di dare lustro alla sua capitale con opere di architettura e arte nello stile moderno. Oltre gli elementi di contenuto religioso nel dipinto, Leonardo vi creò infatti l'esempio più perfetto mai visto in Italia settentrionale della nuova prospettiva fiorentina, aprendo la parete di fondo del refettorio con l'illusione di una stanza spaziosa dal soffitto a cassettoni. Questa stanza - come il grandioso presbiterio a cupola che Bramante realizzava contestualmente per la chiesa - aggiornava una struttura preesistente, definendone un'estensione ideale: a un livello più alto, lo spazio di Cristo nel convento dei frati.
In realtà i due aspetti del cenacolo - quello tecnico e quello mistico - si sovrappongono, perché è anche grazie alla prospettiva che Leonardo riesce a proiettare il senso che la vita della comunità religiosa sia estensiva della vita di Cristo e degli apostoli. Soprattutto, attraverso la sua costruzione prospettica, l'artista focalizza l'attenzione su Cristo, facendo di questa figura il punto d'incrocio dell'intero cosmo pittorico definito dalla sala: infatti le linee diagonali che portano l'occhio in profondità conducono inevitabilmente a Cristo, tutto si ricollega a Lui, è Lui il perno della logica visiva oltre che narrativa dell'insieme. Non è il punto ultimo, il punto di fuga; le linee diagonali convergono piuttosto dietro Cristo, nell'aria vespertina fuori della finestra; ma quel punto ultimo rimane nascosto: cercando l'infinità, il nostro sguardo si ferma a Cristo, come se egli ancora dicesse: "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Giovanni, 14, 9).
La forza di questa concentrazione prospettico-cristologica ideata da Leonardo diventa chiara se si raffronta la sua cena con altre interpretazioni del tema nella pittura coeva. Domenico Ghirlandaio, ad esempio, negli anni 1480-1490 ne dipinse due, quasi identiche, nei conventi fiorentini di Ognissanti e San Marco. Come Leonardo, quest'artista si servì della prospettiva per dare l'illusione di uno spazio reale, senza però costruire lo spazio in diretto rapporto a Cristo. Nelle versioni del Ghirlandaio, l'occhio avanza da sinistra a destra, fermandosi su ciascuna delle tredici figure separate ma più o meno uguali, senza cogliere immediatamente quale di esse infatti rappresenti Gesù. Due sono in posizioni diverse dagli altri: Giuda, seduto dalla nostra parte della tavola, e il giovane san Giovanni che si riposa, la testa nelle braccia incrociate sulla tavola. Per un processo di eliminazione, si capisce che la figura su cui Giovanni si poggia - l'uomo posto di fronte a Giuda - deve essere Cristo. Ma la cosa non è subito chiara.
Quest'impostazione del soggetto - che del resto era classica nell'arte fiorentina, adoperata sin dal Trecento nei refettori - aiuta a capire la novità della lettura di Leonardo da Vinci. Sappiamo da un suo disegno ora a Venezia che, in un primo momento, pure lui aveva pensato di sistemare gli apostoli lungo la tavola come tante unità separate, con san Giovanni addormentato accanto a Cristo e Giuda dall'altra parte. A un certo punto però Leonardo sembra aver capito che l'effetto di tale frammentazione sarebbe stato come in Ghirlandaio: dodici uomini isolati gli uni dagli altri, che reagiscono alla spicciolata, ognuno a modo suo, all'annuncio sconvolgente che invece interessa a tutti: l'annuncio che li mette in crisi non tanto come individui ma come gruppo, come comunità, "In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà" (Giovanni, 13, 21).
Per evitare tale atomizzazione narrativa, Leonardo ha preferito allora unire i dodici intorno a Cristo in quattro grandi gruppi, in cui l'elemento che colpisce è appunto l'eloquenza corale di più persone accomunate da un solo impeto emotivo. Con particolare attenzione alla diversità di tipologie e gesti, il pittore analizza ciò che poteva essere veramente accaduto in una comunità di uomini vissuti insieme per tre anni: i dodici si suddividono naturalmente in gruppi diversificati gli uni dagli altri ma connessi tra loro; all'interno di ogni gruppo si discute sul significato di quanto Cristo ha detto, ma l'attenzione psicologica, espressa mediante sguardi e gesti, dai due lati della tavola torna necessariamente verso il centro, verso Cristo.
Tale movimento centripetale ha perciò la stessa funzione in superficie che hanno le linee prospettiche in profondità: di condurre l'attenzione all'attore principale, nel momento stesso del suo grande discorso, del gesto misterioso e commovente: il dono della sua vita nei segni del pane e del vino. Notiamo poi come, nei gruppi posti immediatamente a destra e sinistra di Gesù, il movimento viene invertito: gli apostoli ai lati di Cristo si tirano indietro, il flusso dei loro sentimenti non raggiunge il Salvatore, che pronuncia il suo discorso e compie il suo gesto in maestosa solitudine. I movimenti dei corpi a destra e a sinistra, i gesti delle mani, non lo toccano: sono come onde che lambiscono un promontorio senza bagnarne la cima. Eppure intuiamo che l'intensità di sentimento in questi uomini - la loro capacità di agire con "un cuore solo e un'anima sola", il loro comune desiderio di trasparenza davanti alla commozione di un Maestro che si è fatto servo e che ora parla loro di tradimento e di morte - dipende da Gesù, nasce in rapporto a Gesù: è Lui che motiva e fonda l'apertura con cui (ad esempio) Filippo, a destra, con le mani invita a leggere nel suo cuore. Nel corso della cena Gesù si è aperto a loro, ha lasciato vedere la propria angoscia, ne ha parlato, si è dato totalmente in un modo nuovo, corpo e spirito insieme, e ora gli apostoli si trovano capaci anch'essi di aprirsi, disposti anch'essi a darsi. A contatto con la realtà di questo Signore-Servo, di quest'uomo che parla da Dio, i suoi discepoli scoprono una capacità di risposta oltre i normali limiti della natura, una capacità sovrannaturale simile all'apertura di Gesù stesso. "Il nuovo e grande mistero che avvolge la nostra esistenza - aveva scritto san Gregorio Nazianzeno mille anni prima di Leonardo - è questa partecipazione alla vita di Cristo. Egli si è comunicato interamente a noi: tutto ciò che Egli è, è diventato completamente nostro. Sotto ogni aspetto noi siamo Lui. Per Lui portiamo in noi l'immagine di Dio dal quale e per il quale siamo stati creati. La fisionomia e l'impronta che ci caratterizza è ormai quella di Dio" (Discorso 7, Patrologia Greca, 35, 786-87).
Nel Cristo di Leonardo convergono le linee portanti all'infinità, convergono i sentimenti di molti cuori, e convergono - s'intrecciano, si sovrappongono, s'identificano - la natura divina con quella umana. In questa straordinaria figura il pittore raccoglie tutti i vari fili del racconto evangelico: il "desiderio ardente" di condivisione in Gesù; la piena consapevolezza di ciò che gli sarebbe accaduto; il senso poi di essere arrivato al momento supremo, di compiere per l'ultima volta un gesto comune, aprendone il significato verso un orizzonte sconfinato. La composizione piramidale che suggerisce quiete e forza; l'eloquenza con cui Cristo apre le braccia e allunga le mani: quella destra (alla nostra sinistra) verso il bicchiere di vino, quella sinistra (alla nostra destra) che mostra il pane; il regale isolamento in mezzo agli apostoli, la testa stagliata contro la luce del tardo pomeriggio, senza aureola ma incorniciata dalla nobile architettura della sala; e l'aria di sottile tristezza nell'inclinazione del capo come anche in ciò che rimane dell'espressione in questo dipinto danneggiato: tutto è fedele all'immagine che il Nuovo Testamento offre del Salvatore la notte in cui fu tradito, l'immagine di uno che si dona spontaneamente e nel contempo istituisce un rito eterno; uno che parla del suo regno, quindi un re; e soprattutto un uomo consapevole di andare incontro alla morte che accettava liberamente, "sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, e che era venuto da Dio e a Dio ritornava" (Giovanni, 13, 3): "sapendo", "accettando", ma soffrendo umanamente, rilassando le redini dell'emotività, come dirà Gianfrancesco Pico della Mirandola in un trattato sull'immaginazione stilato negli stessi anni.
Cerchiamo di cogliere l'impatto di questa figura nel suo contesto d'uso originario. Le Costitutiones dell'Ordine domenicano, riformulate dal Capitolo Generale tenutosi a Milano, nel Convento di Santa Maria delle Grazie nel 1505 (meno di dieci anni dopo l'ultimazione dell'Ultima Cena), descrivono esattamente il rituale d'ingresso a un refettorio, indicando anche la funzione di eventuali immagini collocate in simili spazi comunitari. "Suonata la campana - leggiamo - i fratelli debbono recarsi silenziosamente ma con decorosa rapidità al luogo in cui dovranno lavarsi le mani. Lavate le mani, devono andare poi, nell'ordine consueto, a sedersi sulla panca disposta fuori del refettorio, e in quella posizione recitare il De profundis. Quando infine il priore suonerà per l'ingresso nel refettorio, devono entrare a due a due, incominciando dai più giovani. E quando sono in mezzo al refettorio, devono fare un inchino alla croce o all'immagine dipinta ivi collocata, e, fatto il segno della croce, devono andare a sedere a tavola".
Come suggerisce questo testo, il significato religioso del cenacolo e di altre immagini nei refettori va meditato all'interno di un sistema di riti e segni elaborato dalla tradizione monastica attraverso molti secoli. La "croce o immagine dipinta" nel refettorio dove si mangiava, e il salmo recitato prima di entrare mentre i frati si lavavano le mani, riportavano al senso eterno di azioni ordinarie, quotidiane: la pulizia e l'alimentazione. Il Salmo 130 (129), chiamato il De profundis, attribuisce ad esempio un significato spirituale al comune atto d'igiene: "dal profondo" della propria colpevolezza, il salmista (e con lui il frate che si lavava) esprime la sua fede che Dio è capace di purificarlo. "Presso il Signore è la misericordia e grande presso di Lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe" (Salmi, 130, 7-8). Nello stesso modo, la croce o immagine dipinta sulla parete del refettorio dava un senso religioso all'atto di mangiare, invitando i commensali a leggere nel pasto un significato spirituale oltre a quello fisico: non solo sostentamento del corpo, ma sostegno della vita interiore. In pratica, i significati dei due momenti - del De profundis fuori della porta e dell'inchino all'immagine della Passione dentro il refettorio - erano collegati. Se l'atto di lavarsi esprimeva la fede nel perdono divino, quello di accostarsi alla mensa comunicava il coraggio di vivere. "Se consideri le colpe, Signore - chiede l'autore del De profundis - Signore, chi potrà sussistere?" (Salmi. 130, 3). Ma poiché "presso il Signore è la misericordia e grande presso di Lui la redenzione", il peccatore perdonato "sussiste" ormai in base alla speranza che Dio "redimerà Israele da tutte le sue colpe". Mangia e si mantiene in vita perché accetta il perdono del Dio misericordioso; s'inchina davanti alla croce o altra immagine nel refettorio perché in essa ravvisa l'espressione di tale misericordia: Cristo che offre la propria vita in riscatto per i peccati degli uomini. La croce esprime sempre questa "redenzione", e la "immagine dipinta" più usata nei refettori, l'Ultima Cena, lo comunica ugualmente: nel racconto evangelico, Gesù alla Cena dà il vino ai suoi discepoli con le parole, "bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti in remissione dei peccati" (Matteo, 26, 27-28).
Tornando a guardare l'Ultima Cena che gli estensori delle Costituzioni domenicane avevano davanti agli occhi nel 1505, il dipinto di Leonardo, dobbiamo subito notare che nel refettorio di Santa Maria delle Grazie e ci sono due dipinti, e là dove le Costituzioni domenicane parlavano dell'inchino da farsi ad crucem vel imaginem, nel caso specifico avrebbero dovuto dire ad crucem et imaginem. Negli stessi anni in cui Leonardo dipinse l'Ultima Cena, un artista milanese, Donato Montorfano, affrescò la parete di fronte a essa con una monumentale Crocifissione, tuttora visibile all'altro capo della sala. Così, "lavate le mani" con fede nella misericordia divina, i frati che accedevano al refettorio si trovavano abbracciati da quella misericordia: davanti e dietro avevano immagini della "grande redenzione" operata a favore dei peccatori da Cristo. Su una delle due pareti di fondo vedevano (nell'Ultima Cena) l'impegno di Gesù a offrire il suo corpo e sangue "per la remissione dei peccati", e sull'altra parete vedevano l'adempimento dell'impegno, quando Cristo offrì la sua vita fisicamente sulla croce. Avendo rammentato il loro bisogno di perdono, i frati andarono cioè a tavola tra i due momenti in cui tale perdono era stato realizzato: tra giovedì sera e venerdì pomeriggio, tra la cena e la Croce.
Che Leonardo stesso abbia concepito i due dipinti del refettorio come componenti di un programma unitario è confermato dalla sua decisione di abbandonare il primo progetto compositivo, quello tradizionale del disegno veneziano, per l'impianto che abbiamo descritto. Al posto del Cristo che si sporge per dare il boccone a Giuda, l'artista ha ideato un regale sacerdote che, allargando le braccia, mostra il pane e sta per prendere il vino. Cioè al posto di una figura narrativa - il Cristo del disegno veneziano, che interagisce con Giuda - Leonardo ha preferito un Signore tutto interiore, che invita all'identificazione psicologica. Lo sguardo velato di tristezza, la testa inclinata, l'isolamento della figura suggeriscono un momento di profonda interiorità.
Leonardo deriva la composizione del suo Cristo da tre fonti. La prima è l'immagine del re e giudice fornita dal grande Cristo del Battistero della sua città, Firenze: l'eterno sacerdote vestito del cielo e della terra, con le braccia estese per accogliere o respingere in virtù del mistero della sua passione. La seconda è l'immagine del legislatore comune nell'arte paleocristiana e medievale: il Signore che allarga le braccia per trasmettere il rotolo o libro del suo Vangelo ai credenti . La pala d'altare dell'Orcagna, nell'antica chiesa dell'Ordine domenicano a Firenze, Santa Maria Novella, presenta Cristo in questo modo: un re legislatore, che con la destra affida a san Tommaso d'Aquino il libro della teologia, mentre con la sinistra dà le chiavi del regno celeste a san Pietro. Tra i temi discussi alla Cena, c'erano infatti quelli del "Regno" e della "Nuova Legge" dell'amore.
Proprio san Tommaso, nel suo commento teologico dell'evento della cena, collega queste idee, ricordando che all'ultimo pasto preso con i suoi discepoli Cristo fungeva simultaneamente da Re, da Legislatore e da Sacerdote. Poi san Tommaso - la cui interpretazione doveva essere familiare ai domenicani di Santa Maria delle Grazie - dice che queste tre funzioni, che normalmente interessano categorie distinte di persone, in Cristo "confluiscono".
Ma è la terza fonte del suo Cristo che permette a Leonardo di fondere perfettamente le altre due. La posa del Salvatore con le braccia estese e la testa inclinata in segno di tristezza o di morte corrisponde a quella comunemente adoperata all'epoca per immagini del vir dolorum, che facevano vedere il corpo di Gesù deposto dalla Croce con la testa inclinata e le braccia estese per mostrare le piaghe. La maestà regale, la ieraticità sacerdotale e la dignità legale sono comprese, ricapitolate, approfondite all'infinito in quest'allusione visiva al Servo Sofferente, perché Cristo regna dalla croce, quando offre se stesso come sacerdote, vittima e altare, per istituire con il proprio sangue la nuova alleanza per il perdono dei peccati.
Nel programma del refettorio di Santa Maria delle Grazie, alla cena di giovedì sera Cristo apre le braccia in un gesto compiuto il giorno dopo sulla croce; la posa del Cristo leonardiano è stata cioè ideata in funzione dell'atto successivo del dramma sacro, raffigurato all'altro capo del refettorio: la maestosa presenza psicologica, l'insondabile interiorità sono attributi di chi contempla e accetta la propria morte. Se il Cristo di Leonardo alzasse lo sguardo, vedrebbe infatti la croce del giorno seguente. La testa inclinata, la mano aperta che indica il pane, sono preannunci di ciò che deve venire dopo. E la vita dei frati - il loro mangiare, il coraggio con cui, peccatori perdonati, si mantengono in vita - è compresa in quel mentre: nell'interstizio tra l'accettazione e la realizzazione, nello spazio quotidiano della sequela, in una fedeltà spesso sofferta, che li configura a Cristo. (L'Osservatore Romano)
11:56 Publié dans Saggi | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
La sconfitta di Erdogan
Le elezioni amministrative e le tensioni interne
Erdogan e la nuova Turchia: «Imparare dalla sconfitta»
Non è stata una forte sberla, quella che gli elettori turchi hanno dato nelle amministrative di domenica a Recep Tayyip Erdogan, ma non è stata nemmeno la carezza che il primo ministro si aspettava, dopo aver trasformato la consultazione in una sorta di referendum sulla propria persona. Infatti la sua formazione, il suo partito islamico moderato della Giustizia e dello Sviluppo ( Akp), con il 39 per cento abbondante dei suffragi rimane il primo del Paese, ma è ridimensionato rispetto alle amministrative del 2004 ( 41,7 per cento) e soprattutto rispetto alle politiche del 2007 ( 46,6 per cento). E anche se ha conservato la maggior parte delle città, ha « cominciato a perdere sangue » ( per usare un’espressione dello stesso Erdogan) un po’ ovunque, e particolarmente nel Sud- Est, dove la maggioranza curda non si è fidata delle promesse di nuove concessioni da parte del governo centrale.
Non meno significativa appare, sul fronte dell’opposizione ' laica', l’affermazione del Partito repubblicano del popolo ( Chp), fondato dal padre della Turchia moderna, Kemal Atatürk, che con il 21,5 per cento guadagna sia rispetto al 2004 sia al 2007, riconquista nel Sud il centro nevralgico di Antalya, e nel complesso vede rafforzate le sue possibilità di opporsi ai progetti di riforma di Erdogan e di ottenere elezioni anticipate ( quelle politiche sono fissate per il 2011). Ma non sarà facile. Ciò che al momento manca al Chp è un leader dotato di un carisma in grado di competere con quello di Erdogan ( appannato, ma ancora solido) e capace di raccogliere dietro la propria bandiera le schiere del Movimento nazionalista ( Mhp, circa il 17 per cento dei suffragi) e dei gruppi che rappresentano il fondamentalismo islamico, come quello della Felicità ( Saadet, che con il 5,6 per cento delle preferenze ha raddoppiato il risultato del 2007).
È anche nel risentimento dei nazionalisti e dei fondamentalisti, che a vario titolo hanno tacciato Erdogan di « tradimento » per le concessioni fatte o promesse – in funzione dell’ingresso nella Ue – ora ai curdi ora alle donne ora, e più in generale, ai sostenitori dei diritti umani che si possono cercare le ragioni dell’ « avvertimento » ( come titolano alcuni giornali) inviato domenica dagli elettori al primo ministro. Ma le ragioni principali stanno probabilmente nell’irritazione crescente con la quale lavoratori ( i disoccupati sono aumentati di circa 800mila nel giro di un anno), imprenditori e mondo della finanza hanno accusato Erdogan di inerzia, e comunque di aver sottovalutato la portata della crisi economica. Sullo sfondo di un quadro sociale carico di tensioni ( per esempio, il voto è stato funestato da scontri e sparatorie che hanno fatto almeno sei morti, cosa che non accadeva da una trentina d’anni), si profilano anche le rischiose e talvolta contraddittorie scelte del governo.
Le condizioni poste dall’Unione europea per l’ingresso della Turchia, specialmente in materia di diritti umani, sono state soddisfatte soltanto in parte, mentre nelle questioni regionali Erdogan si è sbilanciato non poco, ad esempio quando, sperando verosimilmente di guadagnarsi i favori dei Paesi arabi produttori di petrolio, si è lasciato andare a invettive contro Israele, arrivando a litigare, a Davos, con il presidente Shimon Peres. Vedremo presto, e probabilmente già nell’incontro che avrà con il presidente statunitense Barack Obama al termine della sua missione europea, se e quanto Erdogan avrà saputo, come ha detto egli stesso, « imparare dalla sconfitta» . (Avvenire)
11:52 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
300 migranti dispersi in mare
Strage di migranti nel Mediterraneo: 300 dispersi nel viaggio verso l'Italia
Palermo - Centinaia di migranti trascinati via dalle onde. E' una strage quella che si è compiuta ieri tra l'Africa e l'Italia: due barconi carichi di persone sono affondati. A bordo c'erano oltre 500 disperati e quasi tutti sono al momento dati per dispersi dai guardacoste libici che stanno conducendo le operazioni di soccorso. Le informazioni sull'accaduto sono ancora confuse. Si parla - a quanto riferito alla Reuters da funzionari locali - di quattro imbarcazioni in difficoltà non lontano dalla costa della Libia. Di queste due sono sicuramente affondate. Delle altre due non si sa niente, anche se il ministero dell'Interno libico ha reso noto che una nave cisterna italiana ha salvato 350 clandestini che si trovavano a bordo di una imbarcazione alla deriva. Per il momento sono state tratte in salvo 23 persone mentre di altre 21 sono stati recuperati i corpi senza vita. I dispersi: considerando che su una imbarcazione affondata si trovavano 253 persone e sull'altra 365 sembrerebbero essere più di 500. Secondo quanto ha reso noto l'agenzia egiziana Mena, tutti i clandestini - molti dei quali di nazionalità egiziana - erano diretti in Italia. Ma secondo l'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni), che cita fonti diplomatiche a Tripoli, sono circa 300 gli immigrati dispersi al largo delle coste libiche.
Il mistero del terzo barcone Forse sono tre le imbarcazioni che si sono rovesciate davanti alle coste libiche. Un quarto barcone, anch’esso in difficoltà, sarebbe invece riuscito a raggiungere nuovamente la costa. Ad affermarlo, parlando con la Cnn da Ginevra, è stato Jean Philippe Chauzy, dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Parlando della tragedia che si è verificata ieri in mare davanti alle coste della Libia, Chauzy non ha detto quante siano le persone che risultano disperse, anche se ha definito realistica la stima di oltre 300 dispersi. Ieri nella zona della tragedia soffiavano venti molto forti, ha infine riferito, spiegando la probabile causa del rovesciamento dei barconi.
Salvati dagli italiani Circa 350 migranti sono stati soccorsi e salvati domenica da un rimorchiatore italiano al largo delle coste libiche dopo che l’imbarcazione su cui viaggiavano si è trovata in difficoltà: la notizia ufficiale arriva dalla Guardia Costiera. L’allarme è scattato la sera del 28 marzo, sabato, e l’intervento di soccorso, condotto insieme alle autorità libiche, si è concluso domenica pomeriggio, quando il barcone è stato rimorchiato fino al porto di Tripoli. Sani e salvi tutti gli occupanti. Protagonista dell’operazione di soccorso è stato il rimorchiatore italiano Asso 22, di 75 metri, iscritto a Napoli, che normalmente assiste tre piattaforme petrolifere al largo della Libia. Proprio da una di queste piattaforme, ricostruisce la guardia costiera, sabato intorno alle 23 sono state trasmesse al rimorchiatore le coordinate di un barcone stracarico di migranti che navigava in condizioni precarie. Alle 15 di domenica 29 l’arrivo nel porto di Tripoli dove l’imbarcazione con i migranti è stata presa in consegna dalle autorità locali.
Partiti dalla Libia Una delle imbarcazioni era partita da Sid Belal Janzur, un sobborgo di Tripoli e dopo tre ore di navigazione il battello è affondato 30 chilometri al largo della Libia. Delle altre i libici affermano di non avere certezza del luogo di partenza. Quanto al salvataggio effettuato da una nave italiana, resta qualche incertezza. Fino alla tarda serata sia del naufragio sia del soccorso da parte di una nave cisterna non era giunta alcuna segnalazione alle autorità italiane competenti per la ricerca e il soccorso in mare.
Altri sbarchi L'ennesima tragedia sulla rotta tra la Libia e la Sicilia non ha comunque fermato i viaggi della disperazione verso l'Italia: oltre 400 extracomunitari sono approdati infatti nelle ultime ore sulle coste della Sicilia orientale, dopo i 222 giunti ieri a Lampedusa. Sbarchi che, ha assicurato il ministro dell'Interno Roberto Maroni, "termineranno il 15 maggio prossimo, quando entrerà in vigore l'accordo siglato dal governo italiano con quello libico sul pattugliamento congiunto delle coste". Il primo barcone si è arenato nella serata di ieri sulla spiaggia di Scoglitti, una frazione di Vittoria, in provincia di Ragusa. A bordo c'erano 153 immigrati, tra cui 29 donne, che dopo le procedure di identificazione sono stati portati nella palestra comunale di Pozzallo. Una carretta di circa 20 metri con a bordo 249 persone, tra le quali 31 donne - tre incinte - e otto minori, è approdata invece all'alba a Portopalo di Capo Passero, nel siracusano. (Il Giornale)
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Le cas afghan
A La Haye, 90 nations
pour réfléchir au cas afghan
Un policier afghan effectue des contrôles, le 4 mars à Bagram après une attaque suicide. La France préconise l'envoi en Afghanistan des éléments de la Force de gendarmerie européenne, afin de muscler la police afghane dans les provinces. Crédits photo : AFP
Pour la première fois mardi, l'Iran et les États-Unis seront assis à la même table lors d'une conférence visant à aider Kaboul.
C'est le moment de vérité pour la stratégie du président Obama en Afghanistan et l'effort international qu'il réclame en faveur de sa reconstruction : près de 90 États, institutions internationales et observateurs se retrouvent mardi à La Haye pour aider Kaboul, sous l'égide de l'ONU et à l'invitation des Pays-Bas.
Parmi les invités, deux visages que l'on ne s'attend pas à voir dans la même enceinte attireront à coup sûr les projecteurs : ceux de la secrétaire d'État américaine Hillary Clinton et du chef adjoint de la diplomatie iranienne Medhi Akhundzadeh. Les optimistes y verront un premier pas vers le règlement «régional» esquissé à la Maison-Blanche. Washington, plus pragmatique, continue d'exclure «toute rencontre substantielle» avec le représentant de Téhéran.
Plus probantes seront les réponses que donneront le Japon, l'Arabie saoudite, l'Inde, la Russie, la Chine - et bien sûr l'Union européenne - à l'appel à la mobilisation. Quatre jours après que Barack Obama a demandé «aux autres de faire la même chose» quand l'Amérique fait plus, le rendez-vous tombe à pic. «En Afghanistan, il y a un écart terrible entre les besoins, les promesses et la réalité, admet un ambassadeur européen. La crise économique vient malheureusement rogner encore les marges de manœuvre budgétaire.»
Contrer la corruption
Avec le changement d'administration, Washington a renoncé à réclamer des contributions militaires, à l'intérieur comme à l'extérieur de l'Otan. Mais, sept ans après l'intervention occidentale, il s'agit toujours d'éviter que l'Afghanistan ne sombre dans le chaos. L'Amérique fournira la clef de voûte du dispositif en relevant son contingent de 38 000 à 60 000 hommes, avec comme cible al-Qaida, aux confins de l'Afghanistan et du Pakistan.
Aux autres d'annoncer maintenant ce dont ils sont capables : l'aide financière, les missions humanitaires, l'établissement de l'état de droit, le redémarrage économique ou la formation des fonctionnaires afghans. «Plutôt que de demander des choses que nos alliés ne veulent pas faire, laissons-les décider eux-mêmes ce qu'ils apportent à l'édifice», explique un haut responsable américain avant le forum de La Haye.
La France saisira l'occasion pour faire avancer demain une idée chère à Bernard Kouchner : l'envoi en Afghanistan des éléments de la Force de gendarmerie européenne, afin de muscler la police afghane dans les provinces. Sur un registre plus classique, la Commission européenne est disposée à accorder 60 millions d'euros de plus à Kaboul afin de soutenir, entre autres, l'organisation des élections en août. Le format de la conférence de La Haye, plus ouvert que celui de l'Otan, doit permettre aussi de mobiliser des puissances financières qui n'ont jamais envisagé d'envoyer des troupes. Les regards se portent vers le Japon, l'Arabie saoudite et les États du Golfe à travers la Banque de développement islamique. En Afghanistan, l'argent est bien le nerf de la guerre quand il faut contrer la corruption et les liasses de billets brassées par les trafiquants de drogue et leurs amis talibans. «Rien ne sert de former des policiers s'ils détalent et quittent l'uniforme dès qu'on leur propose un peu plus ailleurs», note un diplomate français. L'Alliance évalue à 1,5 milliard d'euros le coût par an de la formation de la police et de l'armée afghane.
Pour les alliés des États-Unis, l'enjeu de La Haye est bien de relever le défi, avance Jaap de Hoop Scheffer, le secrétaire général de l'Otan : «Ils ne pourront pas se plaindre d'une américanisation (du conflit) s'ils ne prennent pas leur part du fardeau», dit-il. Bref, l'Afghanistan ne deviendrait la guerre d'Obama que si les Européens le veulent bien. (Le Figaro)
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