samedi, 28 février 2009
Dicastero migranti a mons. Vegliò
Vaticano, dicastero migranti a mons. Vegliò
il cardinale Martino lascia per limiti di età
CITTA' DEL VATICANO - Sui delicatissimi temi della pace e dei movimenti migratori papa Ratzinger torna sulle orme del suo predecessore, Giovanni Paolo II. Ieri Benedetto XVI ha nominato nuovo presidente del Pontificio consiglio dei migranti il vescovo Antonio Maria Vegliò, accogliendo le dimissioni dal prestigioso incarico presentate lo scorso anno dal cardinale Raffaele Renato Martino, a norma di Diritto Canonico avendo superato i 75 anni. Il porporato compirà 77 anni il prossimo 23 novembre. Una successione, quindi, ampiamente annunciata, ma non priva di sorprese.
La nuova nomina è stata infatti accompagnata da un imprevisto dietrofront organizzativo ai vertici della Curia, avendo il Papa deciso di scorporare i due dicasteri che appena due anni fa aveva assegnato allo stesso cardinale Martino, e cioè il Pontificio Consiglio dei Migranti e quello di Giustizia e Pace. A monsignor Vigliò un ecclesiastico molto aperto e alla mano, esperto diplomatico, che nel tempo libero ama fare lunghe passeggiata vestendo in jeans, vengono quindi assegnate tutte le competenze legate alle politiche vaticane sull'immigrazione. L'organismo Giustizia e Pace torna ad essere un dicastero autonomo, al vertice del quale Benedetto XVI ha deciso di tenere ancora il cardinal Martino, almeno fino alla pubblicazione dell'attesissima enciclica sociale prevista per i prossimi mesi, un documento a cui il porporato ex presidente dei Migranti sta dando un grande contributo.
L'organigramma pontificio torna perciò a ricalcare le orme strutturali volute da papa Wojtyla durante i suoi 27 anni di pontificato. Ma non è la prima volta che accade dall'avvento di Benedetto XVI. Un analogo ripensamento papa Ratzinger nei mesi scorsi lo ha avuto anche per altri due dicasteri, i Pontifici Consigli per la Cultura e per il Dialogo interreligioso, che lui stesso aveva accorpato sotto una unica presidenza. Dopo una breve parentesi, i due dicasteri sono stati nuovamente divisi con la Cultura assegnata all'arcivescovo Gianfranco Ravasi e il Dialogo interreligioso al cardinale Jean-Louis Tauran.
La nomina di un nuovo presidente al Pontificio Consiglio dei migranti premia, in qualche modo, la lunga riservata "battaglia" del vescovo Agostino Marchetto, segretario dello stesso dicastero, che non aveva mai nascosto di essere contrario all'accorpamento con "Giustizia e pace". Una vittoria che, però, è costata cara all'attivissimo ex "numero due" del cardinale Martino, che appena otto giorni fa ha dovuto subire una precisazione della Sala Stampa della Santa Sede per aver criticato apertamente il governo italiano per le politiche sull'immigrazione, definendo tra l'altro l'istituzione delle ronde un vero e proprio attacco allo stato di diritto. Contrariamente alle attese, a monsignor Marchetto è stato preferito, nella successione alla guida del Pontificio Consiglio per i migranti, un altro arcivescovo di Curia.
Amico di vecchia data del cardinale presidente Cei Angelo Bagnasco e di tanti altri cardinali di Curia, monsignor Vegliò è nato 71 anni fa a Macerata Feltria (in provincia di Pesaro-Urbino). Prima di approdare in Vaticano ha maturato una lunga esperienza diplomatica in Senegal e in in Libano, diventando un profondo conoscitore delle aree mediorientali. Come monsignor Marchetto che resta comunque sempre segretario del dicastero dei migranti, è molto apprezzato dai giornalisti per la sua franchezza e il suo coraggio. Due anni fa, commentando le difficoltà sorte nelle trattative tra Vaticano e Israele per l'accordo in materia fiscale (fino ad oggi ancora non raggiunto, nonostante l'accelerazione imposta dalla visita del Papa in Terra Santa prevista per il prossimo maggio) se ne uscì con una battuta fulminante destinata a restare negli annali dell'informazione vaticana: "I comunicati ufficiali dicono tutto o niente, questa volta dice tutto: il niente che vi è espresso è la realtà". (La Repubblica on line).
19:05 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
La France pour le sommet des Vingt-Sept
La France bouscule le sommet des Vingt-Sept
L'Élysée a voulu ce conseil extraordinaire et en dictera l'agenda.
Le conseil européen informel qui se déroulera dimanche porte essentiellement l'empreinte d'un homme : celle de Nicolas Sarkozy. C'est à la demande insistante du président de la République, à laquelle s'était finalement ralliée la chancelière allemande Angela Merkel, que la présidence tchèque convie demain ses vingt-six autres homologues européens à Bruxelles, le temps d'une courte réunion - pas plus de trois heures -, consacrée à une crise économique qui chaque jour, fragilise un peu plus l'Union européenne.
Officiellement, l'agenda de la rencontre se présente vague et touffu : les difficultés budgétaires des pays d'Europe centrale, la régulation financière, l'efficacité des précédents plans de relance européens, la relance du crédit bancaire, la préparation du G20 de Londres, le 2 avril… Voici pour la façade. Mais, à Bruxelles, dans le petit monde des eurocrates, tout le monde se prépare à l'offensive européenne du chef de l'État, désormais baptisée «Sarko show».
Jeudi, en déplacement dans l'Ain, le président de la République avait déjà donné un aperçu de ses ambitions : Paris exige de la commission européenne, plutôt frileuse à légiférer, l'élaboration d'un «plan européen de soutien à l'automobile». Cette revendication sera exprimée lors du conseil.
«Baiser de la mort»
Le sort de cette filière, importante pour l'économie européenne, avait déjà cristallisé un précédent conflit entre la présidence tchèque et la France. L'annonce par le président de la République d'un précédent plan français de 7,8 milliards d'euros, censé protéger l'automobile hexagonale des risques de délocalisation en «Tchéquie», avait vivement heurté Prague.
Profitant de faibles coûts salariaux, le pays s'est mué en terre d'élection de l'investissement automobile européen, à commencer par Peugeot-Citroën qui y a établi une usine. Le premier ministre Mirek Topolanek voit dans le plan français les symptômes d'un retour au «protectionnisme» et assimile les aides d'État au «baiser de la mort».
Dimanche, néanmoins, la présidence tchèque devrait s'em-ployer à éteindre cette querelle bilatérale qui menace la cohésion politique de l'UE. «Le débat sur le protectionnisme fera pschitt !», pronostique également un diplomate français. Pour cela, Paris compte sur un feu vert de la commission à son plan national, qui devrait être opportunément an-noncé à la veille du sommet.
Resterait à gérer la revendication hexagonale du «plan global» pour l'auto. Pour l'instant, Bruxelles s'efforce de faire le gros dos. Si la commission souhaite instruire favorablement les programmes d'aides nationaux déjà annoncés dans six États membres, elle refuse de généraliser cette expérience à l'échelle des Vingt-Sept. Cela reviendrait, dit-elle, à «maintenir artificiellement à flot» les canards boiteux de l'automobile.
Favoriser le développement des véhicules électriques
Dans les faits, personne, à Bruxelles, n'imagine qu'un important budget communautaire puisse être dédié à cette industrie. Paris juge déjà «utiles» les multiples aides communautaires mises à disposition du secteur. Certes, près de deux mille milliards d'euros ont été mis à disposition des banques, mais le secteur financier représente un cas à part. «Que les ventes de Renault chutent de 20 % constituent un problème, mais ce n'est pas pour autant que l'économie européenne va s'effondrer», insiste un diplomate d'un petit pays.
Dimanche, Nicolas Sarkozy s'efforcera de faire reconnaître la nécessité de construire un «cadre ambitieux» pour l'automobile ainsi que d'un «effort de coordination». À titre d'exemple, François Fillon a déjà plaidé en faveur d'un programme de développement des véhicules électriques. Si le sommet n'est censé accoucher d'aucune mesure concrète, il devrait néanmoins donner des gages à celui qui en est le principal instigateur. (Le Figaro on line).
19:05 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Nulla di nuovo nel Pd
Nulla di nuovo dalle parti del Pd
giovedì 26 febbraio 2009 di Puntaspilli
Il passaggio, tutto sommato, non è stato così traumatico: siamo passati dal comizio, in stile francescano, tra gli uccellini delle colline umbre, di Walter Veltroni, al solenne giuramento su una copia d’annata della Costituzione (chissà poi cosa c’entrerà la Carta con il segretario del Pd) effettuato da Dario Franceschini.
E nessun trauma ha nemmanco creato l’emigrazione dal Veltroni intriso di “odio antiberlusconiano” delle ultime settimane al Franceschini-modello Di Pietro della settimana scorsa. Insomma, nella sostanza, non sembra essere cambiato granché dalle parti del Pd.
Tra la strada da intraprendere congiuntamente alla maggioranza per dar vita ad una serie di riforme importanti per il Paese, e quella di inseguire l’IdV sulla via della lotta politica intrisa di inutile livore antiberlusconiano, i vertici del Nazareno sembrano aver optato per questa seconda soluzione.
Eppure anche i disastrosi esiti delle recenti elezioni regionali in Sardegna avrebbero potuto essere di insegnamento per il Pd. E invece nulla: ostinati (Veltroni prima, Franceschini adesso) insistono con le presunte svolte autoritarie e la perfidia berlusconiana.
L’Italia avrebbe bisogno d’altro, loro mettono sul piatto Di Pietro mascherato da Franceschini (o viceversa). Non è molto, ma è quanto basta a Silvio Berlusconi per affrontare con tranquillità le prossime scadenze elettorali. (Giustizia Giusta).
19:00 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Sudan senza pace
Senza soluzione le principali crisi
Il Sudan
non trova pace di Pierluigi Natalia
Il Sudan non trova pace: mentre appare lontana la soluzione della crisi nel Darfur, ciclicamente si riaccendono e sfociano in nuove violenze le tensioni nel Sud Sudan. Non si è ancora consolidato, infatti, l'accordo di pace firmato il 9 gennaio 2005 tra il Governo di Khartoum e l'allora Esercito di liberazione del popolo sudanese, oggi trasformato in movimento e guidato da Salva Kiir Mayardit, che ha il duplice ruolo di presidente del Sud Sudan autonomo e di primo vice presidente del Governo centrale.
L'accordo, che pose fine a ventuno anni di guerra civile, è stato messo più volte a rischio in questi quattro anni. I sudsudanesi sono insoddisfatti dell'attuazione dei suoi punti chiave: il ritiro delle forze federali dai campi petroliferi dell'Abyei - le cui risorse sono rivendicate da entrambe le parti - e una demarcazione del confine.
Ancora questa settimana, ci sono stati scontri nella città di Makalal tra gli ex ribelli e i sostenitori di Gabriel Tang, ex capo delle milizie nordiste durante la guerra civile e oggi generale dell'esercito sudanese. Secondo l'Onu, ci sarebbero stati cinquanta morti e un centinaio di feriti, non solo tra i combattenti, ma anche tra i civili.
Nel frattempo, nella regione occidentale del Darfur, dove la guerra civile si protrae da sei anni, la condizione delle popolazioni si fa sempre più spaventosa, mentre persistono i ritardi nel dispiegamento dell'Unamid, la missione congiunta dell'Onu e dell'Unione africana. La missione era prevista come la più grande operazione di peacekeeping mai autorizzata, con una forza di 26.000 uomini. Di fatto, finora ne sono arrivati appena la metà. Soprattutto, mancano i mezzi operativi: da mesi il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, sollecita inutilmente indispensabili forniture di elicotteri.
Rispetto all'epoca di avvio della missione, tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008, la situazione sul terreno sembra persino essersi aggravata. Nel 2008, secondo i rapporti più recenti, circa 300.000 persone hanno lasciato i propri villaggi per chiedere assistenza nei campi profughi, dove è stato registrato un ulteriore peggioramento della qualità della vita.
Anche alcuni recenti sviluppi negoziali, che avevano fatto sperare nell'avvio di un effettivo processo di pacificazione, non hanno avuto gli effetti auspicati. È il caso dell'intesa raggiunta dieci giorni fa tra il Governo di Khartoum e il Movimento per la giustizia e l'eguaglianza (Jem) - principale gruppo ribelle del Darfur - a Doha, in Qatar, il cui Governo ha condotto una mediazione, su richiesta dell'Unione africana e della Lega araba. Il Jem insorse in armi nel febbraio 2003, insieme con l'Esercito di liberazione sudanese (Sla). Quest'ultimo si è poi scisso in diverse fazioni, la principale delle quali, guidata da Arcua Minna Minnawi, ha firmato da tempo accordi con Khartoum e, in qualche caso, si è anche impegnata in combattimenti al fianco delle forze governative proprio contro il Jem, come per esempio è accaduto di recente nella zona di Nayala.
Anche dell'intesa di Doha - definita peraltro dai mediatori qatarioti solo un accordo di principio, sia pure importante - sul terreno non si è avuto finora riscontro. Combattimenti tra milizie contrapposte e attacchi a campi profughi e a operatori umanitari sono stati segnalati ancora negli ultimi giorni
A complicare la situazione, potrebbe arrivare a giorni un'incriminazione da parte della Corte penale internazionale (Cpi) del presidente sudanese Omar Hassan el Bashir, accusato dal procuratore Luis Moreno Ocampo di crimini di genocidio, di guerra e contro l'umanità nel Darfur. La questione non è solo giuridica, ma politica. L'incriminazione di el Bashir, vede contrari gran parte dei Paesi africani e arabi. L'Unione africana in diverse occasioni ha accusato la Cpi di concentrarsi solo su quanto accade in Africa e di prendere iniziative che ostacolano i mediatori africani nei loro tentativi di negoziare la pace nelle principali crisi del continente. (L'Osservatore Romano).
18:56 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Malpensa tradita da Pdl e Lega
"Malpensa? Tradita da Pdl e Lega"
Franceschini gioca la carta del Nord: qui si vede ciò che Berlusconi nasconde
L’idea, dice, gli è venuta atterrando in quel che resta di Malpensa. «Ho attraversato un aeroporto drammaticamente deserto pensando che proprio questo sia il luogo simbolo del tradimento del Nord. Il tradimento di Bossi e di Berlusconi». Come inizio è da combattente, da incursore in territorio nemico. Prima uscita del nuovo segretario del Pd, e la scelta cade sulla provincia più leghista che ci sia. «Sono qui perché abbiamo il dovere di alzare la voce. Non esiste solo la tv, c’è anche il territorio. Dove si può vedere quel che Berlusconi vuole nascondere, come il il disastro di Malpensa. Ci vuole un Patto per il Nord». Si è già dato un suo stile, il neosegretario. Andare a vedere, come adesso a Varese e oggi a Bari. Parlare quanto basta, limando polemiche in famiglia ed evitando domande. «Finalmente c’è il ritorno dello spirito di squadra». Accendere un qualche entusiasmo, «visto che alle prossime elezioni europee ed amministrative mancano appena 98 giorni». Varese, per cominciare. La terra dei traditori. «Sono del Nord anch’io e lo posso ben dire. C’è una distanza siderale tra quel che hanno promesso in campagna elettorale e i risultati di questo governo. Tagliano milioni di euro per la sicurezza e mettono le ronde, ma andiamo!».
A Malpensa incontra i sindacalisti e il presidente leghista della Sea Giuseppe Bonomi. Su una terrazza con vista piste di decollo fa il riassunto per le tv: «Dopo un consiglio dei ministri a Napoli il governo aveva promesso un consiglio dei ministri qui a Malpensa. Non l’hanno fatto perché si vergognano. Sono rimaste tre rotte intercontinentali mentre Parigi o Francoforte ne hanno trenta volte di più. Dovrebbero chiedere scusa alle persone del Nord a cui hanno raccontato che avrebbero fatto cose e hanno fatto niente. Qui ci sono migliaia di lavoratori che hanno perso o stanno perdendo il lavoro e sono a zero euro al mese». Traditori, dunque. Illusionisti. «E’ il governo del doppio livello di verità, e contano solo gli annunci che fanno in tv». A Varese arriva alle sei del pomeriggio e forse un poco si stupisce.
Al Convitto de Filippi, tra sale dedicate a monsignori illustri e Papa Montini, quella che lo aspetta ha le 400 sedie occupate, altrettanti sono in piedi. Giovani proprio pochini, ma non si può avere tutto. Parla 45 minuti «a questa Varese che è anche la città del solidarismo cattolico». Ricorda la città della Resistenza in difesa dei perseguitati per la loro religione e la loro etnia». E qui, dalla sala dedicata a Monsignor Pigionatti, porta al debutto il nuovo «Patto per il Nord». Proprio quel che volevano sentire i dirigenti del Pd della Lombardia, o quello che non avevano mai sentito dire da Walter Veltroni. «La sicurezza, le infrastrutture, la difesa delle piccole e medie imprese, il federalismo fiscale equo e solidale, il sussidio di disoccupazione per chi resta senza lavoro». Applausi. In prima fila c’è Maurizio Martina, segretario del pd lombardo appena entrato nella nuova segreteria del partito. C’è Daniele Marantelli, deputato di Varese. C’è Carlo Porcari, capogruppo in Regione. Il Patto per il Nord che nasce nella Varese della Lega. Come colpo d’immagine può non esser male. «Ci saremo, saremo al fianco dei cittadini del Nord», insiste Franceschini, quasi a voler marcare la differenza con il passato più recente. «Ma gli errori di Walter sono anche i miei errori», aggiunge subito.
Poi tocca alle faccende di famiglia, «al nostro campo che si appassiona sempre di più per le cose che non vanno piuttosto che per quelle che funzionano». Consiglio per i maggiorenti del Pd: «Dovere dei gruppi dirigenti è il non dare pretesti. Ci possono essere discussioni e liti, ma fuori si parla con la stessa lingua». Al momento Franceschini riesce a dare il buon esempio. Le domande le evita, «ho già parlato tanto e ho detto tutto». Oppure trova la buona scusa, «ho l’aereo da prendere, mi aspettano a Bari». Potrebbe parlare ancora, e per ore, del patto per il Nord e di Bossi e Berlusconi che hanno tradito il Nord. «C’è il rischio dell’assuefazione, a Bossi e Berlusconi si perdonano frasi e promesse incredibili». Ai suoi, Franceschini, perdona tutto con il silenzio. Cosa pensa di Matteo Renzi, l’emergente fiorentino che l’ha chiamata «vicedisastro»? Strizza gli occhi, si chiude la Bocca, e la risposta di Franceschini è un sibilo. «Ho l’aereo...». (La Stampa on line).
18:52 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Evasore. E' morto da 38 anni
E' scomparso due anni prima dell'introduzione del codice alfanumerico di 16 caratteri
«Non paga tasse». Ma è morto da 38 anni
L'esattoria comunale di Milano chiede di versare la Tarsu e l'Ici. I parenti: è assurdo. Gli uffici: anche nati del 1800
MILANO - L'esattoria comunale con tono perentorio lo convoca agli uffici del Catasto in via Catone, perché da anni risulta non versare né Tarsu né Ici. Ma l'evasore è morto da trentotto anni. I parenti s'interrogano: un errore? Così non pare, perché l'amministrazione, puntigliosa, si è premurata anche di attribuirgli un codice fiscale che il morto non aveva: L.F., infatti, è scomparso due anni prima dell'introduzione del codice alfanumerico di 16 caratteri, utile per l'identificazione ai fini fiscali dei cittadini. I parenti dell'evasore si rivolgono telefonicamente agli uffici e qui lo stupore per l'eventuale errore diventa ilarità.
«Si sono giustificati sostenendo di aver chiesto le tasse anche a milanesi nati nel 1800». Il compito di chiarire il qui pro quo è stato allora affidato al commercialista di fiducia, che è tornato alla carica: «La persona che cercate è deceduta dal 1971». E gli uffici: «A noi non risulta». Facendo poi seguire l'invito perentorio all'evasore a presentarsi martedì prossimo, 3 marzo, per discutere la questione. Alla presenza di un funzionario comunale e di un responsabile di Equitalia, concessionaria della riscossione tributi, al Servizio Polo Catastale di via Catone 24. «Insistono nel convocare un morto? Bene. Lo attendano — dice il genero del defunto —. Questa vicenda ha del paradossale, per chiarirla era sufficiente una telefonata e una verifica al terminale. Quando ho aperto la lettera indirizzata al suocero che non ho mai conosciuto e oggi avrebbe 83 anni, e che è morto quando mia moglie ne aveva 16, ho veramente pensato a uno scherzo».
Il mancato versamento della tassa per la spazzatura e dell'imposta comunale sugli immobili sarebbe relativo al 2003-2008. Una dirigente del settore Servizi civici azzarda: «Può essersi trattato di un caso di omonimia». Curioso che, però, nell'era della telematica non sia stato possibile «incrociare i dati e verificare che in quell'abitazione, dove fino al 1971 ha abitato mio suocero — spiega il genero —, è rimasta a vivere la figlia che ha sempre regolarmente pagato le tasse, Tarsu inclusa». E se a indurre in errore fosse stata «la situazione catastale, che forse non è stata modificata come chissà quante altre, dopo che mia moglie ha ereditato l'appartamento, a disturbare è il fatto che danno per scontato che sei un evasore ma non spiegano perché». (Corsera on line).
18:39 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Giù gas e luce
In arrivo forti risparmi per luce e gas
Dal 1° aprile le tariffe dovrebbero registrare un ribasso dell'8,1% per il metano e del 3,1% per l'elettricità
ROMA - In arrivo forti risparmi per le bollette di luce e gas: complice il forte calo del prezzo del petrolio, dal l primo aprile prossimo, le tariffe dovrebbero registrare un ribasso dell'8,1 per il metano e del 3,1% per l'elettricità. È quanto prevede Nomisma Energia stimando un risparmio complessivo di 104,30 euro l'anno a famiglia. Se le stime saranno confermate dall'aggiornamento trimestrale - atteso dall'Authority per l'energia entro marzo - per il gas la minor spesa sarà di circa 90 euro l'anno a famiglia mentre per la luce si attesterà a 14,6 euro.
CALO - L'ultima parola sull'andamento delle bollette elettriche per il prossimo trimestre aprile-giugno spetta comunque all'Authority per l'energia che, entro fine marzo, dovrà rendere noto l'aggiornamento. Il calo si andrebbe ad aggiungere a quello, seppur più limitato, già scattato nel primo trimestre 2009 quando - dopo cinque trimestri di forti aumenti - le tariffe sono tornate a calare, spinte dal ripiegamento delle quotazioni energetiche.
(Corsera on line).
18:34 Publié dans Media | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Condannati 3 esponenti della guerriglia
AFRICA/SIERRA LEONE - Condannati tre esponenti della guerriglia in Sierra Leone anche per le violenze sessuali di massa; “è un primo atto di giustizia” dice a Fides un missionario
Freetown (Agenzia Fides)- “È un primo atto di giustizia e di riparazione nei confronti delle vittime, al quale devono però seguirne altri, anche più concreti” dice all'Agenzia Fides p. Gerardo Caglioni, missionario saveriano con una lunga esperienza in Sierra Leone e autore di importanti saggi sulla storia e sull'evangelizzazione del Paese, commentando le condanne inflitte dalla Corte
speciale per la Sierra Leone ai tre comandanti tra i più alti in grado del Fronte Rivoluzionario Unito (RUF, il principale gruppo di guerriglia del Paese durante la guerra civile). Issa Hassan Sesay, Morris Kallon e Augustine Gbao sono le prime persone al mondo ad essere state condannate specificamente per attacchi alle forze di pace internazionali e per i cosiddetti “matrimoni forzati” delle donne, definiti dal procuratore generale Stephen Rappo come “atti disumani”.
“Queste condanne, come l'istituzione della Corte speciale per la Sierra Leone, sono solo le tappe iniziali di un lungo processo di riparazione dei torti subiti” dice p. Caglioni. La Sierra Leone è stato il teatro di una lunga guerra civile (1991-2002), caratterizzata da atrocità indescrivibili (amputazioni degli arti, violenze sessuali di massa, ecc..). La Corte speciale è stata istituita nel 2002 per processare quanti erano accusati dei più atroci crimini durante la guerra civile, che ha fatto 50mila vittime. Alcuni miliziani del RUF, tragicamente noto in particolare per la pratica di reclutare bambini-soldato, erano stati condannati nel 2007. Sotto processo anche l'ex presidente della Liberia, Charles Taylor, accusato di aver contribuito a fomentare il conflitto in Sierra Leone, in parallelo a quello che si combatteva nel suo Paese tra il 1989 e il 2003, perché coinvolto nel traffico di diamanti provenienti da alcune zone della Sierra Leone.
“La strada per la ricostruzione del Paese è ancora lunga. Per fortuna c'è l'aiuto della comunità internazionale, senza il quale non sarebbe possibile rimettere in sesto le istituzioni nazionali. Non è certo un aiuto disinteressato, visto che la Sierra Leone è ricca di diamanti, rubini, zaffiri e di minerali strategici come la bauxite e il rutile ” conclude il missionario. (L.M.).
11:31 Publié dans Media | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Roma favorisce il dialogo tra Usa e Iran
Iran, Hillary dà il via libera
alla missione di Frattini
Roma si candida come apripista alle nuove relazioni tra Washington e il Paese degli ayatollah
Via libera dell’amministrazione americana alla missione di Franco Frattini a Teheran. «Non ci sono obiezioni di principio, andrò entro marzo», annuncia il ministro degli Esteri dopo l’incontro con il segretario di Stato Hillary Clinton e l’inviato di Obama in Afghanistan, Richard Holbrooke. La visita sarà soprattutto una consultazione in vista della conferenza G8 sull’Afghanistan in programma a Trieste in giugno - nessun legame col dossier nucleare - alla quale il capo della nostra diplomazia ha invitato l’Iran. «Un Paese importante per la stabilizzazione della regione» - sottolinea - e per il quale l’appuntamento italiano è l’occasione per uscire dall’isolamento. L’invito non è ancora ufficiale, in attesa di consultare i Paesi arabi moderati alla conferenza su Gaza di Sharm, lunedì. Ma il via libera di Washington alla partecipazione iraniana (si tratta ora di «stabilirne il come»), e alla missione a Teheran di Frattini, è un viatico decisivo a un’iniziativa che - se avrà successo - potrebbe consentire all’Italia di svolgere un ruolo di apripista nelle relazioni fra la Repubblica islamica e la nuova amministrazione americana. Se - come il nostro governo auspica - a Trieste siederanno allo stesso tavolo Hillary Clinton e il ministro Manucher Mottaki, comincerà una nuova fase nei rapporti fra due Paesi che da oltre 30 anni sono sull’orlo dello scontro aperto.
Fermo restando che sul nucleare resta in piedi l’impianto attuale delle sanzioni, in mancanza di solide garanzie sugli obiettivi non militari del programma iraniano. Su questo punto la signora Clinton ha confermato a Frattini la linea del doppio binario: minaccia di sanzioni accompagnata da offerte di dialogo. L’iniziativa del ministro è importante - aldilà del suo obiettivo primario - anche per la posizione italiana nell’arena mondiale, e per il rilancio delle relazioni con l’amministrazione Usa dopo il ritiro di Bush: un presidente con il quale il nostro premier si intendeva spesso a colpi di pacche sulle spalle. Con l’arrivo di Obama le regole sono cambiate e - la nostra diplomazia ne è consapevole - bisogna riconquistarsi un ruolo sulla base dei fatti. Aldilà di riconoscimenti importanti ma rituali come quelli di ieri: «L’Italia è un partner affidabile, leader in tante importanti questioni», ha detto Hillary Clinton nella breve dichiarazione che ha preceduto l’incontro. «Confermiamo il nostro pieno impegno a una stretta collaborazione con gli Usa», ha risposto il nostro ministro. Se avrà successo, quello che Frattini definisce «un cambio di passo importante» di Washington con l’Iran sarà un «fatto» di peso, con importanti ricadute anche per chi ha iniziato «una nuova strategia». Nei suoi colloqui americani, Frattini ha parlato anche di Guantanamo: l’Italia è disponibile a valutare «seriamente» le richieste americane, che per il momento però non ci sono state: «Nessuna lista di nomi», da Washington. (La Stampa on line).
11:30 Publié dans Media | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
L'Unità rischia di chiudere
L'Unità a rischio chiusura
"Tagli o libri in tribunale"
Chiesti una riduzione di stipendio del 40% e prepensionamenti
Ore di angoscia all’Unità. L’avventura editoriale di Renato Soru è arrivata ad un punto di rottura. Ieri l’amministratore delegato della società Nuove Iniziative Editoriali, Antonio Saracino, ha comunicato al Comitato di redazione del giornale un piano di risanamento radicale, una cura da cavallo che ha come obiettivo un forte ridimensionamento del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Un piano che prevede un taglio degli stipendi del 40%, una raffica di prepensionamenti, la chiusura di tutte le redazioni locali, la riduzione del numero delle pagine e il taglio delle spese di diffusione. Non solo: ci sarà un taglio netto delle collaborazioni e di tutti i contratti a termine. Non è ancora chiaro se c’è già un elenco di collaboratori da mandare a casa: se, ad esempio, tra queste firme ci sono anche quelle prestigiose di Marco Travaglio e Furio Colombo. Parrebbe proprio di sì. La cosa certa è che l’amministratore delegato, che è anche presidente della Nie, è stato molto duro ed esplicito: i conti vanno molto male, avrebbe detto, e l’editore non è in grado di supportare il giornale, che è in stato di preinsolvenza. «Se non si fanno questi tagli - ha detto - il 23 marzo porteremo i libri in tribunale».
In sostanza, l’alternativa ai tagli è il fallimento della società e la chiusura del giornale. Per i giornalisti e gli impiegati dell’Unità è una mazzata che non si aspettavano in questi termini. Anche se già tirava una brutta aria in redazione dopo la sconfitta elettorale in Sardegna di Renato Soru, che aveva rilevato la società il 20 maggio del 2008 con l’idea di rilanciarla. E in effetti l’ex governatore sardo di soldi ce ne aveva messi (2 milioni di euro), chiamando alla direzione una firma della Repubblica, Concita De Gregorio. All’esordio della nuova Unità in «minigonna» (lo slogan era di Oliviero Toscani), cioè formato tabloid, c’era stata una fiammata di vendite fino a 58 mila copie. Poi le vendite sono calate assestandosi attorno alle 50 mila: solo 2 mila copie in più rispetto all’Unità diretta da Antonio Padellaro. Quello che i giornalisti temevano, dopo l’esito negativo delle elezioni sarde, si sta verificando: il disimpegno di Renato Soru, che potrebbe non avere più alcun interesse a tenere in vita un giornale che, come tutti gli altri, deve fare i conti con la crisi economica e il drastico calo della pubblicità.
Le comunicazioni dell’amministratore hanno fatto scattare l’allarme rosso: in via Benaglia a Roma si è svolta un’accesa assemblea dei redattori, con il direttore De Gregorio, che di fatto ha negato una situazione catastrofica: le vendite vanno bene, c’è un 10 per cento in più. Ma per Soru questo non basta per tenere in piedi la struttura. I giornalisti hanno quindi deciso di scioperare subito e non fare uscire il giornale per oggi. Ma il direttore li ha convinti a tornare al lavoro dopo avere strappato a Soru l’impegno di incontrare il Comitato di redazione verificare insieme quali soluzioni ci siano per evitare i tagli draconiani prospettati da Saracino. Torna lo spettro della chiusura, già vissuta nel luglio del 200o. Il quotidiano ripartì poi con Colombo pochi mesi dopo. Delle intenzioni di Soru al Pd non sapevano niente. A Largo del Nazareno, già alle prese con una difficile tenuta politica dopo le dimissioni di Walter Veltroni, dicono che non si aspettavano una mossa del genere da parte dell’editore sardo. Ma è evidente che il partito, oltre che una moral suasion su Soru, non può fare altro. (La Stampa on line).
11:26 Publié dans Media | Lien permanent | Commentaires (2) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note


