samedi, 31 janvier 2009

La giustizia italiana

«Giustizia, tempi da Terzo Mondo»
Apertura dell'anno giudiziario. «Nel civile siamo solo al 156˚ posto dopo il Gabon e la Guinea»

ROMA — Inaugurazione dell'Anno giudiziario: magistratura divisa sulle intercettazioni. Tutti d'accordo sulla lentezza dei processi: l'Italia è al 156˚posto dopo Guinea e Gabon. Altri 16 giorni di ritardi nella durata media dei nostri processi e supereremo a ritroso anche lo staterello incastonato tra l'Eritrea e la Somalia. Questione di tempo: nella nostra retromarcia andiamo già peggio dell'Angola, del Gabon, della Guinea Bissau... Certo, Berlusconi spara sui «disfattisti » che demoralizzano le plebi incitando tutti ad essere ottimisti. L'ultimo rapporto «Doing Business 2009», però, non lascia scampo.
LA CLASSIFICA - La classifica, compilata «confrontando l'efficienza del sistema giudiziario nel consentire a una parte lesa di recuperare un pagamento scaduto », dice che gli Usa stanno al 6˚ posto, la Germania al 9˚, la Francia al 10˚, il Giappone al 21˚ e i Paesi dell'Ocse, fatta la media dei bravissimi e dei mediocri sono al 33˚ posto. La Spagna, che tra i Paesi europei sta messa male, è 54˚. Noi addirittura 156˚. Su 181 Paesi. Un disastro. Tanto più che quell'elenco non rappresenta solo un'umiliazione morale. La Banca Mondiale la redige infatti per fornire parametri di valutazione agli operatori internazionali che vogliono investire in questo o quel Paese.
CONSEGUENZE ECONOMICHE - Il messaggio è netto: dall'Italia, in certe cose, è bene stare alla larga. Perché uno straniero dovrebbe venire a mettere soldi in un'impresa italiana davanti a certe storie esemplari? Prendete quella di una vecchia signora vicentina che aveva fatto causa alla banca perché l'aveva incitata a investire tutti i suoi risparmi in una finanziaria a rischio e nei famigerati bond argentini. Sapete per che giorno le hanno fissato la prossima udienza? Per il 17 febbraio 2014. Un piccolo imprenditore veronese si è visto dare l'appuntamento per il 2016. Per non dire del caso del signor Otello Semeraro, che mesi fa non s'è presentato al tribunale di Taranto dov'era convocato per assistere all'ennesima puntata del fallimento della sua azienda. Indimenticabile il verbale: «Il giudice dà atto che all'udienza né il fallito né alcun creditore è comparso». C'era da capirlo: come dimostravano le carte processuali della moglie, citata come «vedova Semeraro», l'uomo era defunto. Nonostante la buona volontà, non era infatti riuscito a sopravvivere a un iter giudiziario cominciato nel 1962, quando la Francia riconosceva l'indipendenza dell'Algeria, Kennedy era alle prese coi missili a Cuba e nella Juve giocavano Charles, Sivori e Nicolè. Quarantasei anni dopo, le somme recuperate dal fallimento sono risultate pari a 188.314 euro. Ma nel '62 quei soldi pesavano quasi quanto quattro milioni attuali. Forse, se la giustizia fosse stata più rapida, qualche creditore non sarebbe fallito, qualche dipendente non avrebbe passato dei periodi grami...
UNA «CATASTROFE» - Perché questo è il punto: la catastrofe ammessa ieri dal presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, a conferma della denuncia di giovedì del presidente della Corte Europea per i diritti umani, Jean-Paul Costa, durissimo nel ricordare che l'Italia è la maglia nera della giustizia europea («4.200 cause pendenti contro le 2.500 della Germania e le 1.289 della Gran Bretagna, quasi tutte per la lunghezza dei processi»), non tocca solo la dignità delle persone. Incide pesantemente sull'economia. Basti citare il libro «Fine pena mai» di Luigi Ferrarella: «Confartigianato, elaborando dati 2005 di Istat e Infocamere, ha proposto una stima di quanto la lentezza delle procedure fallimentari, in media 8 anni e 8 mesi, possa costare ogni anno alle imprese artigiane: un miliardo e 160 milioni di euro per il costo del ritardo nella riscossione dei propri crediti, e un miliardo e 170 milioni di euro di maggiori oneri finanziari per le imprese costrette a prendere in prestito le risorse». Totale: oltre 2 miliardi e 300 milioni di euro. Cioè 384mila di «buco giudiziario» per ogni impresa. Un sacco di soldi. Che in anni di vacche grasse possono azzoppare una piccola azienda. Ma in anni di vacche magre o magrissime, come questo, l'ammazzano.
SPIRALE PERVERSA - Di più: il sistema si è avvitato in una spirale così perversa che la «legge Pinto » per il giusto processo ha partorito altri 40 mila processi intentati dai cittadini esasperati dalla lentezza dei processi precedenti e cominciano già ad ammucchiarsi i processi che chiedono un risarcimento per la lentezza dei processi avviati per avere un risarcimento dei danni subiti da processi troppo lenti. Un incubo. Due anni fa la battuta dell'allora presidente della Cassazione Gaetano Nicastro («Se lo Stato dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi Finanziarie») pareva uno sfogo esagerato. Ieri è arrivata la conferma: avanti così e ci arriveremo. Dall'introduzione della legge Pinto fino al 2006 lo Stato aveva dovuto tirar fuori 41,5 milioni di risarcimenti ma «in due anni sono 81,3 i milioni già sborsati, più almeno altri 36,6 milioni dovuti ma non ancora pagati, per un totale di circa 118 milioni».
PATROCINIO GRATUITO AI MAFIOSI - Una emorragia devastante. Al quale si aggiunge un'altra ferita che butta sangue: il gratuito patrocinio concesso a decine di migliaia di persone. Ottantaquattromila sono stati, nel solo 2008, gli imputati che hanno ottenuto l'avvocato difensore pagato dallo Stato. Per un totale di 85 milioni di euro. Spesso buttati in un eccesso di garantismo peloso. Con l'assegnazione automatica di un difensore d'ufficio non solo a tutti gli stranieri «irreperibili» (che magari danno un nome falso e verranno processati inutilmente fino in Cassazione) ma addirittura a mafiosi che dichiarano un reddito inesistente (come Leoluca Bagarella e Antonino Marchese che, imputati dell'omicidio di un vicebrigadiere, chiesero la ricusazione della Corte d'Appello perché aveva loro revocato l'avvocato gratis) e perfino a latitanti. Ma in questo quadro, più nero di un quadro nero del Goya, sono davvero centrali la battaglia sulle intercettazioni o la separazione delle carriere? Giustiniano, di cui il Cavaliere disse di avere in camera un ritratto, forse si muoverebbe in modo diverso. (Corsera on line).

Diventare avvocato sarà più difficile

Avvocati nell'era Berlusconi
La riforma del governo prevede l'accesso soltanto a chi abbia frequentato una scuola di specializzazione di Flavia Amabile




Il ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano l’ha detto molto chiaramente ieri durante la sua relazione davanti ai deputati: «Vogliamo procedere ad un’organica riforma dell’area giuridico-economica delle professioni coinvolgendo avvocati, notai e commercialisti».
Avvocati, insomma, questo è l’anno della svolta: praticanti e studenti sono già sul piede di guerra ma il governo intende cambiare in modo radicale le regole per accedere alla professione. In Senato vi sono diverse proposte di riforma, circa nove, due molto recenti e in grado di diventare la futura riforma, una firmata dal Consiglio Nazionale Forense, l’altra dal senatore Franco Mugnai del Pdl.
In Europa solo l’Italia supera la soglia dei 200 mila avvocati (per l’esattezza sono 213.081), in base alle cifre fornite ieri e e ricavate dal Consiglio degli ordini forensi d’Europa. Come dire che un avvocato su tre nell’Unione Europea è italiano. «Tutti gli altri Paesi, - scrive Vincenzo Carbone - primo presidente della Cassazione - si attestano ben al di sotto di qusta cifra: la Spagna con 154.953, la Germania con 146.910, il Regno Unito con 139.789, la Francia con soli 47.765».
E quindi gli avvocati italiani sono troppi. Un tempo si era parlato anche di inserire il numero chiuso, un po’ come accade per la professione di medico. In base alle ultime proposte di riforma presentate in Senato il numero chiuso e comunque un forte limite all’accesso potrebbe essere introdotto in una forma più indiretta.
Le proposte prevedono che potrà ottenere l’abilitazione solo chi avrà seguito le scuole professionali post laurea, a pagamento e a numero chiuso, mentre ora basta seguire un libero tirocinio senza alcuna spesa, presso un qualunque studio legale. Per accedere al numero chiuso delle scuole si dovrà sostenere un esame e per avere il certificato conclusivo delle scuole si dovrà sostenere sempre un esame finale (che non è ancora l'esame per diventare avvocato che invece dovrà essere sostenuto in seguito).
Per iscriversi al registro dei praticanti bisognerà avere meno di 40 anni di età mentre ora non esiste alcun limite.
Quando si sosterrà l’esame per diventare avvocato, non si potrà fare ricorso ai codici commentati con la giurisprudenza come accade ora né sperare in un orale con materie meno complesse tipo il diritto ecclesiastico. Dopo tre bocciature si è fuori del tutto, non si potrà più sostenere l'esame, lo stesso dopo i 50 anni mentre adesso non c'è alcun limite.
Il ministro Alfano ha comunque precisato che «il governo intende procedere con soluzioni largamente condivise all’unico fine di assicurare a tutti i cittadini utenti la giusta assistenza legale».
Precisazione utile visto che gli studenti di Giurisprudenza e gli aspiranti avvocati stanno organizzando una protesta senza precedenti contro la riforma. «Abbiamo iniziato ad ottobre - racconta il presidente dell’Unione Giovani Avvocati, l’Ugai, Gaetano Romano - abbiamo inondato di fax e mail il presidente Berlusconi, il ministro Alfano e il presidente della commissione Giustizia del Senato. L'unica riforma utile sarebbe quella di obbligare gli avvocati ultrasessantacinquenni al prepensionamento in modo da liberare la gran parte del contenzioso processuale in favore dei giovani avvocati e di quelli che lo stanno per diventare. Le proposte in Senato, invece, provocheranno solo maggiori spese e incombenze professionali e quindi un aumentod elle tariffe per i consumatori».
I forum di studenti e praticanti si sono mobilitati. Sono 270 mila gli studenti in Giurisprudenza, se si aggiungono tutti gli aspiranti avvocati che da anni provano a superare l’esame senza successo si può avere un’idea più precisa delle dimensioni di questo movimento che sta nascendo. Soltanto su Facebook sono presenti sette-otto gruppi di protesta contro la riforma con centinaia di iscritti e iniziative che si stanno diffondendo in tutt’Italia. Si parte dalla Sicilia dove a febbraio davanti alle università appariranno i tavolini di raccolta delle firme. «Abbiamo parlato con gli studenti - racconta Enrica Contino, una delle leader della protesta a Catania - avremo consensi sia a destra che a sinistra, questa protesta non ha colori politici. Perché una riforma che ci taglia le gambe dopo averci fatto sudare una laurea, non fa altro che far andare avanti i ‘figli di’. Noi vogliamo cambiare questo mondo, nel nostro piccolo, e per riuscire ad avere un futuro in cui continuare a migliorarlo, dobbiamo bloccare questa riforma». (La Stampa on line).


Intervista a Formigoni

"Eluana respira, ha una vita piena
le sentenze non sono state chiare"
di Piero Colaprico



MILANO - Se il presidente della Regione Lombardia fosse un ateo e non lei, Roberto Formigoni di Comunione e Liberazione, cambierebbe qualche cosa per Eluana Englaro?
"Non credo, ho sentito molte parole da parte di altri presidenti di Regione, ma nessuno che abbia detto: "Portatela qua, è tutto a posto". Stiamo parlando di una vicenda che al limite e, anche se non nascondo la mia identità politica, in questo caso mi comporto da laico".
Perché il Friuli dirà sì e la Lombardia ha detto no?
"Non remo contro, non esiste un mio accanimento individualistico".
E non pensa che in assoluto sia uno scandalo che un cittadino si rivolge ai Tribunali, ottiene ragione e non accade niente?
"Mi sembra che il dibattito si sia aperto, c'è un confronto in atto in Parlamento. Poi, non è detto che le risposte vadano nelle direzioni che vengono invocate da chi si è rivolto ai Tribunali, perché non ci sono ancora leggi che parlano del fine-vita e c'è una magistratura che, a mio parere, non chiarisce".
Corte d'appello, Cassazione e Tar in verità dicono che Eluana può ottenere la sospensione delle terapie...
"Sì, ma il servizio sanitario nazionale non ha alcun protocollo sul tema e la sentenza non sospende niente. Noi delle Regioni siamo tra due fuochi dal punto di vista giuridico. E io sono orgoglioso di tutelare una vita".
Ma l'obiezione degli Englaro è seria e profonda. Uno, questa vita non era gradita a Eluana. Due, lo stato vegetativo non esiste in natura. Viene prodotto dai medici, il paziente resta "staccato" dal mondo esterno e per molti questo tipo di esistenza non sembra figlia di Dio o dell'evoluzione, ma il prodotto di una medicina alla dottor Frankenstein...
"Quella vita dovuta ai progressi della medicina la dico piena. Non la augureremmo a nessuno, ma suscita amore, no? Sappiamo che cosa passa nelle teste di queste persone? Aiutiamole per come possiamo".
Il modo in cui aiutare Eluana spetta al papà, o no?
"Un presidente di Regione, chiunque sia, che deve fare quando i pronunciamenti delle Corti confliggono con le leggi dello Stato? Non voglio e non posso "innovare" io la situazione. La sentenza del Tar non mi è stata ancora consegnata ed è appellabile in sessanta giorni. Sto rispettando le leggi e le sentenze al cento per cento".
Ma lei è d'accordo nel merito delle sentenze?
"Il mio amico Gianni, di cui Repubblica ha scritto, sta nella stanza accanto a Eluana e io lo vado a trovare. Gianni è lui, respira, dorme, si sveglia, sbadiglia, si agita, ogni secondo nella sua vita avvengono cose. Come si fa a dire che è un vegetale? Se esiste una minima possibilità di risveglio, non si perde la speranza".
In medicina la possibilità che uno esca dallo stato vegetativo è dello 0,001. Non si dice zero perché si sperimenta sempre, ma dalle lesioni al cervello non c'è ritorno.
"E allora cosa facciamo, mandiamo a morte queste persone?"
Lei non manda a morte nessuno, è Eluana che chiede di essere lasciata morire in pace.
"Già, già. Eluana però non ha lasciato una dichiarazione scritta, suo padre sicuramente dice il vero, ma so che altre amiche non hanno gli stessi ricordi, che sono stati presentati altri esposti".
Siamo arrivati al punto, presidente. Questo accertamento sulla sua volontà spetta ai magistrati, non ai politici, ed è stato fatto. Non è che ogni volta si può rimettere in discussione ogni cosa. Quando è assolto per le tangenti, mica si torna da capo...
"Non stiamo parlando di mazzette, ma di vita e morte. Perciò domando alla magistratura cose più chiare. C'è incertezza. Meglio dieci colpevoli fuori che un innocente in galera, non si dice così? E allora meglio dieci casi incerti, che uno vivo mandato a morte".
Anche tutti i sondaggi dicono che la gente è stufa di questi ritardi che avvengono anche per colpa sua e del ministro Sacconi...
"Non sta accadendo questo e poi, secondo me, c'è stata una grande banalizzazione di questa vicenda. La gente sa che Eluana morirà con una lunghissima e dolorosissima agonia? Morirà di fame e di sete, con dolori, crampi muscolari, generalizzati e dolorosi, le mucose si seccheranno e ci saranno ulcere, il corpo subirà crisi convulsive generalizzate".
Ma chi gliel'ha detto? Il professor Borasio, consulente della chiesa tedesca, parla di una morte tranquilla, ci ricorda che i vecchi morivano di fame e sete...
"Ma la certezza che non si soffre non c'è. E poi Eluana è lì, la sua vita non è zero, viene accudita da persone che non chiedono altro, ha senso darle questa morte artificiale anticipata?"
Artificiale è considerata dal padre la sua vita attuale. Viene cambiata, girata se no si piaga, "invasa da mani altrui" ed Eluana non l'avrebbe voluto, questo è ormai è un fatto concreto.
"Ma sempre una persona concreta che respira ho di fronte, questo io non posso dimenticarlo. Anzi, nemmeno voglio dimenticarlo". (La Repubblica on line).

Michael Steele, leader républicain

Un Noir à la tête du parti républicain




Michael Steele, ancien gouverneur adjoint du Maryland, a été élu pour deux ans président du Grand Old Party vendredi, au terme de six jours de scrutin.
Effet Obama ? Après six jours de palabres et de tractations, c'est finalement un Noir, Michale Steele, qui a pris la tête du parti républicain. Une première. Ancien gouverneur adjoint du Maryland, au nord de Washington DC, Steele, 50 ans, prend la tête d'un parti meurtri par sa défaite.
«C'est fantastique, c'est avec grande humilité et le sens du devoir que j'accepte», a lancé le nouveau président du parti, remerciant les délégués républicains de lui offrir cette chance.
Repéré par Bush lors de la convention républicaine de 2004, Michael Steele, ancien séminariste devenu avocat , a promis de «faire grandir le parti, de renforcer le parti», qui est désormais minoritaire à la chambre des représentants comme au sénat.
«Nous sommes fiers d'être le parti conservateur des Etats-Unis. Et nous allons nous assurer que nous travaillerons dur pour garantir que ces principes, ces valeurs, qui ont fait de nous le parti de Lincoln soient prises en compte, font partie des politiques mises en oeuvre pour aider à donner une nouvelle direction à ce pays», a-t-il expliqué, citant volontairement Lincoln, modèle affiché d'Obama, qui était républicain.
L'élection de Steele a duré six jours, durant lesquels l'ancien chef du parti choisi par Bush, Mike Duncan, a fini par se retirer de la course, expliquant que «manifestement, le vent du changement souffle». Steele, le plus modéré des cinq candidats en lice, l'a finalement emporté sur le favori, Katon Dawson, de Floride, avec 91 voix sur 165.
Le choix de Michael Steele s'explique par la volonté du parti de changer, d'afficher un nouveau visage après sa défaite à la présidentielle. Steele a d'ailleurs promis «l'aube d'un nouveau parti». (Le Figaro on line).


Salesiani: problemi

Centocinquant'anni di vita della Società salesiana

A quale don Bosco
vogliamo ritornare?
di Francesco Motto

Centocinquant'anni sono passati da quel 18 dicembre 1859, allorché in un'umile cameretta di Torino, don Giovanni Bosco, con un prete e sedici giovani fondava la società salesiana "allo scopo ed in un spirito di promuovere e conservare lo spirito di vera carità che richiedesi nell'Opera degli Oratorii per la gioventù abbandonata e pericolante". Ha avuto un seguito quella seduta?
La risposta non può essere che positiva. Oltre 30.000 persone hanno speso la vita nell'attuazione del progetto salvifico di Dio proposto da don Bosco. Oggi i salesiani sono 15.750 presenti in 1.870 case, sparse in 129 Paesi. A essi andrebbero aggiunte quasi altrettante Figlie di Maria Ausiliatrice, senza contare lo stuolo dei Cooperatori e quella che è oggi la famiglia salesiana. Ma occorre anche guardare avanti.
Il recente Capitolo generale dei salesiani (2008) ha invitato a "ritornare a don Bosco", "ad amarlo, studiarlo, imitarlo, invocarlo e farlo conoscere, applicandosi alla conoscenza della sua storia e allo studio delle origini della congregazione, in costante ascolto delle attese dei giovani e delle provocazioni della cultura odierna". In pratica ha ripreso il motu proprio postconciliare Ecclesiae Sanctae che nel 1966 aveva invitato tutti i religiosi a ritornare alle fonti per un'accommodata renovatio della loro vita, in riferimento alle mutate condizioni dei tempi.
L'appello va ben compreso. Il pur apprezzabilissimo ritorno a don Bosco rivela infatti uno sfondo ideologico, quale quello di recuperare lo spirito di don Bosco e del suo primo manipolo di seguaci, nella certezza di trovare in esso uno stimolo e una guida per l'aggiornamento della propria vita religiosa nei nuovi contesti. Ma se lo osserviamo dal punto di vista storiografico - quello che interessa in questo momento - esso mette in ombra quella continuità di vita della società salesiana avutasi dopo don Bosco, quella che, con gli inevitabili adattamenti, ha permesso di arrivare fino a oggi. Soprattutto oscura il fatto che anche le origini di una congregazione sono parte di un ciclo evolutivo che ha avuto un inizio, ma poi si è sviluppato in varie direzioni. Don Bosco non è tutto, anche se è stato l'inizio di tutto; il suo Sistema preventivo ha un'anima, ma anche una storia. Un'attenta riflessione ermeneutica si impone necessariamente.
Del resto oggi ci possiamo chiedere: a quale don Bosco vogliamo ritornare? A quello delle fiction e dei recital? A quello del mito? A quello della storia? E se tante sono le immagini del don Bosco storico, ancor più sono quelle del don Bosco attualizzato dalla continuità, senza scissioni, della società salesiana, grazie proprio alla fedeltà al fondatore; fedeltà che è stata la sollecitudine permanente di tutti i grandi rettori maggiori - due beatificati - che non sono mancati in questi centocinquanta anni. Dunque un anniversario non può solo ricordare la data dell'evento fondativo, ma anche la lunga storia nata da esso.
Fase iniziale è stata quella del fondatore, che è riuscito ad avviare un movimento che alla sua morte aveva ormai coinvolto oltre 700 salesiani (e 400 Figlie di Maria Ausiliatrice), presenti in una cinquantina di case sparse per 4 Paesi europei e 5 sudamericani.
Nel 1888, mentre esponenti della gerarchia ecclesiastica pensavano che l'opera salesiana non potesse sopravvivere al fondatore, don Michele Rua ne prese in mano le redini e, con l'aiuto di un manipolo di salesiani cresciuti con lui accanto a don Bosco, la rilanciò in tutte le sue potenzialità. La società salesiana fu ritenuta ovunque moderna, efficiente, utile, tanto per le società civili che chiedevano educatori e istruttori della gioventù nella nuova fase di sviluppo economico-sociale di fine ottocento, quanto per la Chiesa che doveva lottare contro molte forze a lei avverse.
Dal 1890 al 1897 i salesiani si raddoppiarono - da 1.000 a 2.000 - e negli altri tredici anni, fino alla morte di don Rua (1910), fecero altrettanto - da 2.000 a 4.000. Intanto le case erano cresciute da 58 a 387, sparse per una trentina di Paesi in quattro continenti.
Nel secondo decennio del secolo xx lo sviluppo continuò, sia pure rallentato. Alla morte del Rettor maggiore don Paolo Albera (1921), i salesiani risultavano comunque cresciuti "solamente" di 600 persone e di 130 case. Evidentemente la guerra mondiale si era fatta pesantemente sentire, nonostante i novizi fossero sempre stati centinaia.
Nel ventennio fra le due guerre i salesiani divennero 12.000, con un incremento medio annuo di 370 unità e il raddoppio delle case. E nel ventennio seguente al conflitto, la demografia salesiana s'impennò ancor di più: con un incremento annuo di 400 persone e di 15 case, i 13.500 soci del 1947 divennero 21.600 nel 1967 - il massimo storico - operanti in un'ottantina di Paesi.
Di fronte a un tale impressionante sviluppo Papa Paolo VI poteva definire quello salesiano "uno dei fatti più notevoli, più benefici, più esemplari, più promettenti del cattolicesimo del secolo scorso e del nostro".
Quali le ragioni? Ovviamente moltissime. Con molta approssimazione, si potrebbe dire che la società salesiana aveva vissuto della luce riflessa di un fondatore che godeva di immensa simpatia nell'immaginario collettivo. I salesiani avevano continuato a essere considerati ottimi educatori di giovani nei loro oratori e centri giovanili; nelle loro scuole umanistiche e professionali; nelle loro parrocchie e missioni; nei loro centri culturali ed editoriali. Il "sistema salesiano" in tutte le sue dimensioni spirituali, pedagogiche, organizzative, aveva funzionato quasi alla perfezione.
Ma con il 1968 ebbe inizio la crisi, che vide il numero dei salesiani ridursi in un decennio di oltre 5.000 unità. Non riuscì a fermare l'emorragia il Capitolo generale xix del 1965, le cui potenzialità di una vera svolta vennero compromesse dall'invito a tutti i religiosi di rinnovare, tramite un "Capitolo speciale", le proprie Costituzioni conformemente ai suggerimenti conciliari. Ma prima che esso avesse luogo, scoppiò il famoso Sessantotto con tutto quello ha significato, in bene e in male. La grande assise Capitolare del 1971 comunque produsse una mole di documenti condensandoli nelle Costituzioni rinnovate. Nel volgere di qualche anno il tasso di decremento, grazie anche all'allungamento della vita media, tese a stabilizzarsi, tant'è che nel trentennio 1978-2007 il numero dei salesiani si mantenne quasi costante, con un minimo di 16.300 nel 1982 e 2002. Nello stesso periodo le opere continuarono però a crescere annualmente di una decina di unità (1.877 attualmente), mentre il numero dei novizi in 30 anni rimase quasi sempre oltre i 500.
L'ottimismo dei numeri viene però ridimensionato se si considera il trend negativo, più lento in America e molto più rapido in Europa, dove con il 44 per cento del totale dei salesiani si ha solo il 14 per cento dei novizi. È evidente che, salvo un auspicabile cambio di tendenza di cui non si percepiscono ancora i segni, il futuro prossimo nelle aree europee e americane si presenterà con un saldo sempre in rosso. La società salesiana a 150 anni dalla sua nascita - il ricordo comincia il 30 gennaio e si concluderà il 18 dicembre prossimo - sembra dunque avviarsi a una svolta molto significativa, a un cambio del colore della pelle, ubicandosi su nuove frontiere geografiche e operative.
Ma il problema non sono tanto i numeri o le statistiche; la domanda più inquietante non è tanto di indole sociologica - se i salesiani siano di più o di meno, dove crescano e dove calino - ma di carattere carismatico: se siano adatti, capaci e preparati oggi a stare significativamente in mezzo ai giovani.
La presenza salesiana, così capillarmente diffusa nel mondo intero, dimostra quel che può fare "un uomo mandato da Dio". La santità di oltre 100 salesiani dimostra quel che può fare Dio. L'evento don Bosco non è quindi un fatto compiuto, viene portato a compimento dai suoi "figli" come lui "carismatici", perché "a disposizione di Dio". Dare spazio alla creatività, uscire dagli uffici, stare con i giovani, ascoltare le intuizioni, leggere attentamente i "segni dei tempi" aiuta a non rifare quel che si è sempre fatto e che oggi non funziona più qui, e domani là.
I giovani devono ritrovare l'identità salesiana non sulle carte, nelle mozioni di convegni e delle assemblee, ma negli educatori che dovrebbero stare e vivere con loro e per loro. Il Sistema preventivo non fa sconti: se l'educatore non è presente, i giovani emigrano da soli; se l'educatore non arriva prima di loro, raccoglierà solo i cocci; se arriverà fuori tempo massimo, sarà emergenza. L'insegna la storia di questi 150 anni. È cambiata la società, la famiglia, il giovane; i salesiani devono cambiare, ma paradossalmente restando sempre loro, presenti in cortile, a scuola, in strada, al cinema, in teatro, in internet, ovunque ci siano i giovani.
Punto di non ritorno sarà recuperare la grazia d'unità fra azione e contemplazione. Il concentrarsi non su tutto in ordine sparso, ma tutti e tutto su punti vitali del carisma è essenziale, pena la vanificazione di esso, anche se rimane vero che su un tronco secco lo Spirito Santo potrà sempre far sbocciare nuovi germogli. Il "progetto Europa" si gioca soprattutto sulla sponda della rivitalizzazione endogena, come sostiene il rettor maggiore don Pascual Chávez. È questa la sfida che 150 anni di storia lanciano alla società salesiana, che ne uscirà vincitrice solo se saprà affrontarla con la consapevolezza, il coraggio, l'umiltà e la fede dei suoi inizi. (L'Osservatore Romano).

Posti di lavoro in calo in Australia

In Australia a rischio
migliaia di posti di lavoro


Sidney, 30. Anche l'industria australiana del turismo - un giro d'affari pari a quasi cinquanta miliardi di euro - soffre gli effetti della crisi economica globale. Secondo un'indagine del Tourism and Transport Forum, il 63 per cento degli operatori turistici australiani nel 2009 effettuerà tagli moderati dei posti di lavoro, e l'otto per cento tagli significativi. Secondo lo studio, le imprese del settore non prevedono un aumento di profitti almeno fino all'ultimo trimestre dell'anno. La crisi colpirà soprattutto le aree a forte presenza di turisti stranieri, come il Queensland del nord, il parco nazionale di Kakadu nel Territorio del nord, e Alice Spring in Australia centrale. In queste zone il turismo è uno dei settori trainanti dell'economia, con 848 mila dipendenti tra lavoratori diretti e indiretti. Grazie alla convenienza delle tariffe aeree e all'efficienza dell'organizzazione locale il turismo internazionale ha registrato una forte crescita negli ultimi anni. Fra le maggiori attrazioni: la Grande barriera corallina, Uluru (Ayers Rock) e l'immenso patrimonio naturale. Finora - dicono gli esperti - i principali flussi di turisti s0no giunti da Giappone, Nuova Zelanda, Unione europea e Stati Uniti. Nel 2006 gli arrivi sono stati circa cinque milioni.
Olivia Wirth, presidente del Forum, spiega che "il periodo delle vacanze estive non è andato male come temuto, ma saranno i dati di febbraio a indicare la tendenza del 2009". Con l'inizio delle scuole e la ripresa delle attività di uffici e imprese - ha aggiunto - "ci attendiamo risultati tendenzialmente negativi; molte imprese potrebbero risentirne fino al fallimento, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro". (L'Osservatore Romano).

Lo Zimbabwe alla fame

Mentre dilaga l'epidemia di colera
Alla fame metà della popolazione
dello Zimbabwe


Harare, 30. Almeno sette milioni di cittadini dello Zimbabwe, la metà della popolazione totale, sono alla fame assoluta e avranno bisogno tra febbraio e marzo di aiuti d'emergenza alimentari per sopravvivere. Lo afferma in un comunicato diffuso ieri Richard Lee, responsabile regionale del Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite. Il numero delle persone affamate riferito dal Pam è del 35 per cento superiore rispetto a quella stimata nel giugno scorso, a conferma di un progressivo e spaventoso aggravamento della crisi nel Paese, fino a non molti anni fa considerato il granaio dell'Africa.
Al tempo stesso, continua a dilagare l'epidemia di colera che devasta lo Zimbabwe dallo scorso agosto e che le condizioni sociali e sanitarie nelle quali il Paese è stato fatto sprofondare dal regime del presidente Robert Mugabe rendono impossibile arginare. I morti accertati sono ormai più di 3.100 e i casi di contagio sfiorano i sessantamila, cioè il numero che appena due mesi fa l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ipotizzava come lo scenario peggiore, in quella che oggi sembra purtroppo destinata a rivelarsi una sottostima. La peggiore epidemia dell'Africa negli ultimi quindici anni non accenna infatti a rallentare, ma anzi sembra accelerare.
Il colera è una malattia endemica nella fascia tropicale, ma in condizioni di sia pur relativa normalità le recrudescenze epidemiche vengono controllate abbastanza agevolmente, anche se l'Oms stima purtroppo abituale in questi casi in Africa un livello dell'1 per cento di decessi. Basta la percentuale di decessi oltre cinque volte superiore registrata a confermare che si tratta della peggiore epidemia mai registrata nello Zimbabwe.
La fame e il colera ha colpito uno Zimbabwe già in ginocchio, con una crisi economica che ha portato l'inflazione annuale a raggiungere 231.000.000 per cento, e una paralisi politica aggravata dall'isolamento internazionale e dalle sanzioni. In estrema sintesi, sono anch'essi frutto della crisi politica e sociale che attanaglia da anni il Paese e alla quale la diplomazia internazionale non riesce a dare soluzioni. L'epidemia e la carestia sono conseguenze dell'irrisolto, durissimo contrasto tra Mugabe, al potere fin dall'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1980, e l'opposizione guidata da Morgan Tsvangirai.
La crisi dello Zimbabwe e il possibile ruolo del Governo del Sud Africa nella ricerca di una soluzione sono stati argomento ieri di una telefonata fatta dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama al presidente sudafricano ad interim, Kgalema Motlanthe. Nel darne notizia, l'agenzia di stampa sudafricana Sapa ha aggiunto che Obama ha sottolineato come "la forte e viva democrazia sudafricana" possa svolgere un importante ruolo di leadership nel continente. (L'Osservatore Romano).


Marcegaglia: più concorrenza

Marcegaglia: «Serve più concorrenza per ringiovanire le nostre imprese»
«Il mercato del lavoro milita contro i giovani. Abbiamo bisogno di più concorrenza nella nostra economia»
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Dal nostro inviato Federico Fubini



DAVOS (SVIZZERA) – L’Italia al centro del “World Economic Forum” per una mattinata. E, per una volta, l’effetto della crisi finanziaria non si riflette sul Paese solo in negativo. Sarà la tempesta originata dai Paesi anglofoni fino a poco fa indicati come modelli, ma un po’ a sorpresa l’Italia, settima economia del mondo, non ne esce come la maglia nera di praticamente qualunque classifica. Il problema, nelle parole di Emma Marcegaglia di Confindustria, è piuttosto la «cronica mancanza di meritocrazia» che rallenta la crescita sociale, culturale e economica del Paese.
L'INCONTRO - Come ogni anno a Davos, si è tenuta questa mattina una prima colazione ristretta dedicata all’Italia e soprattutto alla difficoltà che incontrano i più giovani ad affermarsi rapidamente nelle loro carriere. La lista degli invitati riuniva le élite degli affari italiane e non solo: c’erano gli amministratori delegati di Intesa Sanpaolo e Unicredit, Corrado Passera e Alessandro Profumo, il presidente di Telecom Italia Gabriele Galateri, Emma Marcegaglia, Domenico Siniscalco di Morgan Stanley, Mario Moretti Polegato di Geox, James Murdoch che in Italia cinque anni fa ha lanciato Sky e l’amministratore delegato di Gucci Robert Polet. «L’Italia non è un Paese per giovani», era il titolo dell’incontro e Emma Marcegaglia non ha fatto nulla per nascondere il problema: «La cronica mancanza di meritocrazia, lo sbarrare la strada ai giovani ci provoca uno svantaggio competitivo», ha detto. «Il mercato del lavoro milita contro i giovani. Abbiamo bisogno di più concorrenza nella nostra economia, solo questo può ringiovanire le nostre imprese e renderle più aperte al cambiamento».
TONI NON NEGATIVI - Quasi tutti d’accordo con Marcegaglia eppure, a differenza di altre simili discussioni sull’Italia, quest’anno i toni non sono stati solo negativi. Magari è appunto la crisi partita dal sistema finanziario anglosassone, che ha indotto molti a riconsiderare alcuni giudizi. Certo Robert Polet di Gucci è apparso molto più ottimista sull’Italia di molti italiani: «Avete maggiori virtù di quanto non ve ne riconosciate, i vostri ingegneri sono migliori di quelli tedeschi o francesi, perché riescono a essere anche creativi - ha detto Polet –. Il gusto, la capacità di lavoro nei distretti industriali, l’attenzione ai dettagli e costi nel complesso bassi conveniente produrre in Italia». Piuttosto, il problema per Polet è la lentezza con la quale i giovani si emancipano dalle famiglie. D’accordo con Polet James Murdoch, figlio del fondatore di NewsCorp e azionista di controllo di Sky Italia. «Siamo partiti cinque anni fa e con noi è cresciuta una generazione di professionisti giovani di primo livello. Alcuni ora lavorano in Germania per Première». Ma Murdoch lamenta la rigidità del mercato del lavoro, che secondo lui rallenta la selezione dei migliori nei posti di responsabilità.
OSTACOLI - Altro problema, gli ostacoli agli investimenti esteri «create dall’establishment a livello imprenditoriale e dei regolatori». Eppure, si è lamentato Murdoch, «in Italia abbiamo creato diecimila posti». Per Alessandro Profumo, una grave difficoltà nella selezione di nuovi ceti dirigenti è la riluttanza dei più anziani a farsi da parte. «Anche per questo lascerò a 60 anni anche se – ha scherzato Profumo – potrei finire per farlo prima». Con un’aspettativa di vita oltre gli 80 anni, Profumo ha notato che è difficile chiedere di rinunciare al posto a chi ha raggiunto una posizione da dirigente intorno ai 55. Corrado Passera, quanto a questo, ha ricordato la sua esperienza alle Poste: «Se in Italia abbiamo riformato le Poste – ha detto – possiamo riformare in nome della meritocrazia qualunque cosa». (Corsera on line).



Restituire Guantanamo a Cuba

Fidel Castro attacca Obama: «Restituisca
a Cuba la base navale di Guantanamo»
Il 'Líder máximo' accusa il titolare della Casa Bianca e Biden di coinvolgimento nel «genocidio dei palestinesi»

L'AVANA - Evidentemente Fidel Castro ha cambiato idea: prima delle elezioni aveva definito Obama un uomo «nobile e onesto» e non aveva nascosto l'auspicio di un miglioramento delle relazioni bilaterali tra Cuba e Stati Uniti. Ora il Líder máximo ribalta i toni e, nella rubrica Reflexiones sul sito governativo www.cubadebate.cu, chiede al neopresidente di restituire senza condizioni a Cuba la base navale della Baia di Guantanamo, dove Obama ha già deciso di far chiudere il carcere speciale per presunti terroristi. Non solo: il leader, anziano e malato, ha accusato il titolare della Casa Bianca e il suo vice Joe Biden di coinvolgimento nel «genocidio dei palestinesi», perché hanno «appoggiato risolutamente il rapporto tra Stati Uniti e Israele», ritenendo che «l'irrefutabile accordo in Medio Oriente debba imperniarsi sulla sicurezza israeliana».
«ABUSO DI POTERE» - «Mantenere una base militare contro il volere del popolo viola i più elementari principi della legge internazionale - scrive Castro nell'articolo intitolato «Decifrare il pensiero del nuovo presidente nord-americano», rinnovando le accuse mosse ai dieci presidenti che si sono succeduti da quando salì al potere con la rivoluzione nel 1959 -. Non rispettare il volere di Cuba è un atto arrogante e un abuso di potere contro un piccolo Paese». Cuba ha affittato Guantanamo a Washington dal 1903, a tempo indeterminato, dopo che gli Stati Uniti hanno occupato il Paese durante la guerra ispano-americana del 1898. Ma secondo Castro la base, nel sud-est del Paese, è detenuta illegalmente. Anche la voce più critica verso gli Usa in America Latina, il presidente venezuelano Ugo Chavez, aveva invitato Obama a restituire la base, dopo aver plaudito alla decisione di chiudere il campo di prigionia. La stessa richiesta è arrivata dal presidente paraguayano, l'ex prelato cattolico Fernando Lugo. Castro si è visto in qualche video e foto da quando ha subito un'operazione di chirurgia intestinale nel luglio del 2006, da cui non si è mai ripreso completamente. Ha comunque mantenuto un importante ruolo dietro le quinte nella gestione del governo, affidato al fratello Raul. Obama ha detto di voler normalizzare le relazioni tra Usa e Cuba, ma che non eliminerà l'embargo in corso da 46 anni a meno di radicali riforme nell'isola. (Corsera on line).

Crisi: Giappone, giù elettronica e auto

Anche il Giappone sta subendo i pesantissimi effetti della crisi e un gigante come ha Toyota presenta un bilancio in perdita per la prima volta dopo 40 anni. A dicembre la produzione industriale ha subito una flessione del 9,6% rispetto a novembre, nello stesso periodo la disoccupazione è passata dal 3,9 al 4,4%. I dati sono stati diffusi dai ministeri dell'Economia e degli Affari interni. Secondo il governo gli industriali hanno ridotto la produzione come conseguenza del crollo della domanda e si prevede che la produzione continui a diminuire anche a gennaio e febbraio. Rallenta invece l'inflazione. I prezzi al consumo sono aumentati dello 0,2% su base annua, contro lo 0,6 previsto dagli analisti. Una situazione che pesa sulla Borsa di Tokyo, che ha chiuso con il Nikkei (l'indice dei 225 titoli guida) a -3,12% dopo aver aperto con un ribasso dell'1,31% rispetto alla chiusura di giovedì. Pesante il tonfo di Toshiba (-17%), dopo che il gruppo ha annunciato la peggior perdita della storia.
DISOCCUPAZIONE - Alla caduta record della produzione corrispondono un brusco rialzo della disoccupazione e consumi in caduta libera: la serie di indicatori fortemente negativi conferma la gravità della recessione, con cattive notizie che arrivano anche dalle aziende. Il tasso di disoccupazione è aumentato in un mese di mezzo punto, passando da 3,9% a 4,4%, i consumi delle famiglie continuano a calare, con un -4,6% rispetto a dieci mesi fa. Secondo Tokyo, a fine dicembre in Giappone i disoccupati erano 2,7 milioni, cioè 390mila (il 16,9%) più di un anno prima. E la maggior parte degli economisti prevede un aggravamento della tendenza nel 2009.
AUTO ED ELETTRONICA - La produzione industriale, precipitata nei settori auto e elettronica, ha battuto un record di ribasso per il secondo mese consecutivo e il governo prevede nuove forti contrazioni. Secondo il quotidiano economico Nikkei, il gigante dell’auto Toyota si appresta a annunciare che la sua perdita dell’esercizio 2008-2009, che si conclude il 30 marzo, raggiungerà il colossale ammontare di 400 miliardi di yen (3,4 miliardi di euro), invece dei 150 miliardi previsti a dicembre. Sarebbe la prima volta da oltre 40 anni, dato che Toyota non presenta risultati netti annuali negativi dal 1963. In profondo rosso anche Honda, che ha registrato un calo di utili del 90% rispetto all'anno precedente, nel trimestre da ottobre e dicembre. Il colosso dell'auto ha inoltre ridotto del 57% le previsioni di profitti netti per l’anno fiscale in corso, scese da 180 a 80 miliardi di yen (888,9 milioni di dollari).
HONDA E HITACHI - Nell'ultimo trimestre Honda ha registrato profitti per 20,24 miliardi di yen, contro i 200 dell’anno precedente. Anche il numero due dell’auto giapponese sta tagliando posti di lavoro e riducendo la produzione, a fronte di un calo di richieste del mercato. Dati che si aggiungono ai risultati negativi resi noti dai gruppi di elettronica Sony e Toshiba, che prevedono di concludere l’esercizio in rosso e hanno annunciato la soppressione di migliaia di posti di lavoro. Stessa cosa per Hitachi, che ha annunciato il taglio di 7mila dipendenti nel settore elettronico, a fronte di una perdita netta annuale di 700 miliardi di yen (5,8 miliardi di euro). Sempre nell'elettronica, Nec ha annunciato il taglio di 20mila posti di lavoro a livello globale e l'intenzione di uscire dal settore degli schermi a cristalli liquidi. Altre grandi società, come Fujitsu e la banca Mizuho Financial Group, annunceranno risultati finanziari trimestrali negativi.
RECESSIONE - «Non ho mai visto una caduta della produzione così brusca. Il problema è molto serio» ha detto il ministro della Politica economica e del bilancio Kaoru Yosano, aggiungendo che è impossibile dire quando la situazione migliorerà. «Questi dati sono molto brutti - ha stimato Hiroshi Shiraishi, economista di Bnp Paribas, che però prevede un leggero miglioramento in primavera -. Nel giro di qualche tempo, le aziende finiranno le loro scorte e la produzione comincerà a riprendersi. Questo avverrà probabilmente tra aprile e giugno, ma il ritmo della ripresa sarà molto lento, perché la domanda in Giappone e all’estero dovrebbe restare debole». Il Giappone è entrato in recessione dal terzo trimestre 2008 e gli economisti prevedono che la caduta del Pil, il prodotto interno lordo, supererà il 10% nel quarto trimestre 2008 (che si chiude il 30 marzo) su base annuale. La Banca centrale giapponese ha avvertito che la grave recessione durerà due anni. Le industrie devono fare i conti con il galoppante apprezzamento dello yen di fronte al dollaro e all’euro, cosa che deprime le esportazioni già colpite dal crollo della domanda negli Stati Uniti, Europa e Asia. Le esportazioni giapponesi hanno avuto in dicembre una caduta record del 35%. (Corsera on line).

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