jeudi, 29 janvier 2009

Davos: Russia e Cina

Russia e Cina, attacco agli Usa
Ma gli obiettivi sono opposti
Wen Jiabao: «Modello di sviluppo insostenibile». Ma Putin critica anche il rapporto Washington-Pechino

DAVOS (Svizzera) – Dovevano incontrarsi, quelli che in qualche modo sono gli eredi di Marx. Una saletta appartata nel centro congressi di Davos, dove è in corso il World Economic Forum, era stata preparata per uno scambio di vedute non ufficiale tra il primo ministro cinese, Wen Jiabao, e quello russo, Vladimir Putin. Bibite, canapé, bandiere dei due Paesi, una rossa e l'altra bianca, blu e rossa. Invece, niente: Putin non si è presentato. Per l'accavallarsi degli impegni, è stata la spiegazione. Niente vertice alpino per gli ex comunisti.
L'incontro mancato, però, non ha impedito ai due primi ministri di fare, almeno in apparenza, la stessa cosa, davanti alla platea che riuniva, mercoledì pomeriggio, un bel po' dei capitalisti occidentali. Hanno spiegato loro come deve funzionare il capitalismo. È un'abitudine per i comunisti e gli ex comunisti. Questa volta, però, la base da cui partivano era ben più solida che in passato: la maggiore crisi del sistema economico dagli Anni Trenta. L'attacco agli Stati Uniti e al dollaro, al centro dello scoppio della bolla del credito, è sembrato coordinato. Ma era spontaneo e andava in direzioni diverse.
Wen ha parlato di «politiche macroeconomiche inappropriate» che hanno portato a un «modello di sviluppo insostenibile caratterizzato da prolungati bassi tassi di risparmio e alti consumi»: cioè il modello americano che ha provocato sbilanci finanziari micidiali tra varie aree del mondo. Il primo ministro cinese ha ragione. Se non per un fatto: che quel modello di alti consumi e bassi risparmi da parte degli americani è stato il motore che ha fatto viaggiare il boom economico cinese degli ultimi anni. Gli americani spendevano, si indebitavano e compravano merci (cinesi), i cinesi accumulavano denaro e lo prestavano agli americani che così potevano continuare a comprare le loro merci. Circolo vizioso, certo, ma che ha tenuto in piedi l’economia globale per anni, a cominciare da quella della Cina. Maestro Wen piuttosto smemorato.
Putin, che parlava dall'alto dell'economia russa avviata verso tempi drammatici, ha invece attaccato gli Stati Uniti più da marxista di vecchia scuola e ha messo dietro la lavagna anche Pechino: «L'intero sistema di crescita economica - nel quale un centro regionale stampa moneta senza sosta e consuma ricchezza materiale, mentre un altro centro regionale produce beni a basso costo e risparmia denaro stampato da altri governi – ha subìto un duro colpo». In una sola frase ha insomma detto che la crisi parte dalla relazione perversa tra Washington e Pechino, che «ha lasciato intere regioni, Europa inclusa, ai margini del processo economico globale».
Al di là della tendenza comune a fare lezione a tutti, Wen e Putin hanno insomma detto cose diverse. Il primo ha ricordato agli Stati Uniti che Washington e Pechino guadagnano ambedue quando collaborano e perdono ambedue quando si scontrano. Una risposta all’accusa di Barack Obama ai cinesi di avere manipolato la loro valuta per esportare di più. Putin è invece preoccupato di un possibile asse tra Usa e Cina che, in qualche modo, sia ancora la base per la prossima ripresa economica. E invita soprattutto l'Europa (leggasi Germania) a svincolarsi da questo modello. Domani, Angela Merkel sarà a Davos: dirà la sua. Forse, sta nascendo un nuovo concerto delle grandi potenze. Interessante. (Il Corriere della Sera on line).


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