mercredi, 31 décembre 2008
L'Europa al freddo?
Nuova crisi del gas tra Russia e Ucraina
E l'Europa rischia di restare al freddo
La delegazione di Kiev abbandona la trattativa a Mosca. Senza accordo possibile lo stop delle forniture di metano
Il 2009 rischia di aprirsi con una nuova 'guerra del gas' tra Russia e Ucraina, che potrebbe avere conseguenze pesanti per l'Europa. C'è la minaccia della Naftogaz di bloccare il gas in transito nel Paese diretto in occidente e la minaccia del colosso di Mosca Gazprom di bloccare le forniture a Kiev. I colloqui a Mosca per arrivare a un accordo prima della mezzanotte si sono arenati con il ritiro di una delle parti. Il presidente ucraino Iushenko ha infatti ordinato al capo negoziatore Oleg Dubina di lasciare il tavolo e tornare in patria. Secondo fonti della Naftogaz Ukraini lo stesso Iushenko avrebbe bloccato d'autorità la premier Yulia Tymoshenko, diretta a Mosca per cercare di rilanciare le trattative. Il presidente della commissione per la sicurezza energetica ucraina, Bohdan Sokolovsky, ha però detto di non essere a conoscenza del presunto ordine del presidente Yushchenko sull'interruzione dei negoziati.
La crisi tra Russia e Ucraina è stata al centro di un incontro fra il presidente russo Dmitri Medvedev e il premier Vladimir Putin. Medvedev ha rivolto un monito alle autorità ucraine perché «prendano al più presto una posizione ragionevole» ed evitino di condannare i cittadini ucraini «a gravi difficoltà». Putin ha detto che la Russia ha fatto una offerta privilegiata a Kiev, proponendo un prezzo di 250 dollari per mille metri cubi di gas, molto inferiore a quelli praticati ai clienti dell'Unione europea. Medvedev ha però lasciato intendere un certo pessimismo sull'esito del negoziato: «Il potere in Ucraina è ostaggio degli scontri fra i clan e la sua capacità di azione è bassa». In mancanza di un accordo entro la mezzanotte, Gazprom ha annunciato il taglio, alle 10 locali del 1° gennaio (le 8 italiane) dei rifornimenti destinati all'Ucraina. Kiev ha replicato minacciando in quel caso il sequestro del gas diretto alla clientela dell'Unione europea. Una misura che Putin ha definto «scorretta sia dal punto di vista economico che da quello giuridico: esiste sul piano legale un contratto sul transito firmato nell'aprile del 2007 e valido fino al 31 dicembre del 2010. Un suo eventuale annullamento provocherebbe gravi danni non solo nei rapporti bilaterali, ma ai consumatori europei e alla stessa economia ucraina».
L'Europa trema (l'80% delle sue forniture transitano attraverso l'Ucraina) e dalla Commissione Ue arriva un appello a Russia e Ucraina perché trovino «una soluzione negoziata». Il governo italiano dice invece di non temere l'eventuale chiusura dei rubinetti del gas. «Abbiamo già predisposto tutte le misure necessarie ove necessario - riferiscono fonti del ministero dello Sviluppo economico -, le scorte sono ai massimi storici e in caso di interruzione da Kiev siamo pronti a massimizzare l'import da altri Paesi fornitori».
Ecco i fatti. L'ultimo giorno dell'anno dall'Ucraina è arrivata, tramite una lettera alla società Gazprom, la minaccia di confiscare tutto il gas russo in transito verso i mercati europei nel caso non si arrivi a un'intesa sulle forniture per il 2009. Il portavoce del gigante russo Serghei Kuprianov, che ha diffuso la notizia, ha parlato di «ricatto» e il numero due della compagnia, Alexander Medvedev, ha invocato un «intervento politico». Da Kiev è poi arrivata una mezza smentita: Oleksander Shlapak, componente dello staff del presidente Yushchenko, ha detto che il Paese «garantirà un affidabile, sicuro e ininterrotto transito del metano sul suo territorio verso l'Europa».
Nella lettera della Naftogaz Ukraini si legge che, «se non verrà raggiunto un accordo sul nuovo contratto, l'Ucraina chiuderà i suoi gasdotti al metano russo. Qualunque volume di metano entri nei nostri tubi, verrà confiscato come proveniente da un'indefinito fornitore'». Nella stessa lettera l'Ucraina afferma che sarà «costretta ad avvertire della situazione i Paesi dell'Ue». Kuprianov attacca definendo il documento una rozza violazione dei passati accordi e di quelli in discussione sul gas in transito, «un ricatto non solo alla Russia, ma anche all'Europa comunitaria». Kiev non era mai stata così esplicita in passato, anche quando ha effettuato prelievi abusivi sul gas europeo, sull'intenzione di usare i tubi come arma di pressione per evitare bruschi rialzi dei prezzi del metano, finora ottenuto al costo 'politico' di 179,5 dollari, la metà circa del prezzo praticato in Europa occidentale.
Gazprom ha rilanciato la palla, annunciando che il 1° gennaio alle 10 ora locale (le 8 in Italia) bloccherà il metano destinato al consumo interno dell'Ucraina in caso di mancato pagamento dell'intero debito per il gas consegnato negli ultimi due mesi del 2008 (più di due miliardi di dollari). Ma proprio sulla questione del pagamento c'è un giallo. Kiev ha pagato 1,5 miliardi di dollari alla società controllata da Gazprom, RusUkrEnergo. La Naftogaz ha però smentito il versamento di altri 600 milioni di dollari di cui si era avuta notizia e ha detto che non effettuerà ulteriori versamenti. Il colosso russo chiede invece che venga pagato l’intero debito, pena la chiusura dei rubinetti: 805,8 milioni di dollari per le forniture di novembre, 862,3 milioni per quelle di dicembre e 450 milioni di dollari per le penali dovute al ritardo nel pagamento.
L'ultima intesa siglata tra Russia e Ucraina risale al 2 ottobre di quest'anno: i primi ministri dei due Paesi avevano firmato un protocollo che prevedeva il passaggio a contratti di lungo termine per la fornitura diretta di gas alla Naftogaz e il passaggio graduale a un sistema di prezzi di mercato. Gazprom si impegnava a vendere il gas con uno sconto del 30% nel 2009, per ridurlo al 20% nel 2010, fino a farlo pagare a prezzo intero nel 2011. Ma le due condizioni erano comunque legate al pagamento del debito contratto da Naftogaz nei confronti di Gazprom negli ultimi due mesi del 2008. (Corsera on line del 31.12.08).
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Il razzo "Qassam"
Il "Qassam" e i suoi fratelli
Quando nel 2001 il Qassam ebbe il suo battesimo del fuoco con un lancio verso Israele pochi lo presero sul serio. Persino Yasser Arafat, se gli chiedevano di quei razzi, sorrideva con l'aria di chi ha visto di peggio e diceva: «Petardi, sono solo petardi». Dall'altra parte, un consigliere di Sharon li chiamava gli «oggetti volanti». Da allora il quadro è cambiato. Di Qassam e derivati ne hanno lanciati più di 7 mila. E sono riusciti a ridurne il costo del 20 per cento: oggi bastano circa 300 euro per produrli. All'inizio arrivavano poco oltre la barriera di Gaza. Due o tre chilometri al massimo. Adesso i palestinesi sono in grado di raggiungere con ordigni di concezione diversa un grande centro abitato a 40 chilometri di distanza. Ashdod nel nord, Bersheva a est.
I primi Qassam erano dei semplici tubi, riempiti con esplosivo fatto in casa. Facevano più rumore che altro. Li aveva creati Nidal Farahat, poi ucciso con una trappola-bomba nel 2003 mentre cercava di inventare un aereo senza pilota esplosivo. Con la sua scomparsa, la missione è passata ad altri, coordinati dal numero due delle Brigate Ezzedin Al Kassam, Adnan Al Ghoul. Un incarico a termine anche per quest’ultimo. Gli israeliani lo hanno eliminato, nell’ottobre 2004, con un raid aereo.
Ma come la storia di questo conflitto insegna c’è sempre qualcuno pronto a raccogliere il testimone. Con il passare degli anni, infatti, gli artificieri palestinesi li hanno trasformati in uno strumento di pressione. Se oggi Gaza è sotto le bombe è anche per "colpa" di questi razzi. Gli "ingegneri" locali, con l'aiuto di consiglieri iraniani (e di un paio di sauditi), li hanno migliorati, ne hanno allungato il raggio, reso la carica bellica più potente. Un successo che ha spinto tutti i gruppi a dotarsi del proprio missile. Status simbol da guerrigliero e mezzo per poter inserirsi nella partita con Israele. Con questi "proiettili" – davvero poca cosa rispetto alle bombe al laser di un F 16 israeliano – i palestinesi possono cercare di dettare alcune regole del gioco. Interrompono una tregua, costringono Gerusalemme a reagire, tengono in ostaggio la popolazione civile, provano a porre condizioni, sfidano la macchina da guerra israeliana. Quel cilindro con pochi chili d'esplosivo non è solo un'arma, ma anche una moneta di scambio. Per l'esercito israeliano equivalgono a punture di spillo e non dovrebbero neppure essere considerati. Eppure tenendo sotto tiro il sud di Israele diventano una grana politica e strategica. Spingono il governo a chiedere ai generali risposte magiche che non possono dare, creano tensione. E gli esperti israeliani avvertono: eliminare totalmente la minaccia dei Qassam è impossibile. Dopo quattro giorni di incursioni il comando di Gerusalemme ha annunciato la distruzione di un terzo dei 3 mila ordigni in possesso di Hamas. Ciò vuol dire che i fedayn possono andare avanti per giorni.
I palestinesi si sono convinti dell'importanza dei razzi dopo aver assistito, nel 2006, alla guerra tra Israele ed Hezbollah in Libano. Giorni di bombardamenti non hanno impedito ai guerriglieri sciiti di continuare a lanciare le katiuscia contro il territorio avversario. Così, nei due anni seguenti, Hamas ha deciso di ampliare il proprio arsenale. Con la collaborazione dei "tecnici" della Jihad islamica - piuttosto bravi nella ricerca -, ha migliorato le officine di produzione, ha ottenuto il decisivo appoggio degli iraniani. Attraverso i tunnel sono stati contrabbandati – data: agosto 08 – ben 8 mila tubi poi trasformati nel "corpo centrale" di ordigni da 90 mm, con un raggio d'azione di 22 chilometri. Sono poi arrivati missili di concezione sovietica – i vecchi Grad -, altri di origine cinese e iraniana. Alcuni assemblati, altri da montare. Teheran ne avrebbe realizzato un tipo facile da trasferire lungo le gallerie che passano sotto il confine Egitto-Gaza. Sempre gli iraniani hanno fornito le indicazioni per rendere più potente la carica e per garantire una vita più lunga. I primi Qassam erano piuttosto delicati ed erano frequenti gli incidenti. Resi più affidabili rimangono però un'arma assai imprecisa e che avere successo deve essere usata con tiri "a salve". Ha però il vantaggio di poter essere trasportata agevolmente su un camioncino, nascosta in piazzole preparate o in silos sotterranei. In alcuni casi è anche possibile attivarla con un timer per dare modo ai lanciatori di mettersi al sicuro. I razzi sono poi diventati un'alternativa ai kamikaze riuscendo comunque a procurare il terrore. E questo per Hamas è già un successo. (Corsera on line del 31.12.08).
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Auguri
Auguro a tutti un felice Anno Nuovo.
Je souhaite à tous une heureuse Nouvelle Année.
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Moubarak et Gaza
Gaza : l'Egypte veut arracher un cessez-le-feu.
Les autorités égyptiennes ont pris en charge,lundi, un groupe de blessés palestiniens. Mais le pays a répété sa position de principe: pas question d'ouvrir le terminal de Rafah demanière permanente.
Le Caire, qui a renforcé son dispositif sécuritaire le long de ses 14 kilomètres de frontière avec la bande de Gaza, craint la contagion de la crise sur son sol.
Des centaines de milliers de Palestiniens déferlant sur le Nord-Sinaï : cette scène, datant de janvier dernier, après le dynamitage du mur frontalier par le Hamas, est aujourd'hui le cauchemar de l'Égypte. Depuis vendredi, veille de l'offensive israélienne, le dispositif sécuritaire égyptien a été fortement renforcé le long des 14 kilomètres de frontière. Mais, dimanche soir, après des bombardements israéliens contre des tunnels sous la frontière, de nouvelles brèches ont été ouvertes. Les gardes frontières égyptiens ont tiré pour repousser les Gazaouis. Bilan : un mort et une dizaine de blessés côté palestinien, un officier égyptien abattu par des activistes du Hamas, selon la télévision égyptienne.
Lundi, un calme lourd de menaces planait sur la région de Rafah. Selon un officiel égyptien interrogé par Le Figaro, le ministre de l'Intérieur Habib el-Adly, un adepte de la manière forte, dirige lui-même les opérations depuis un QG de crise à al-Arich, à une quarantaine de kilomètres de la frontière.
Pour tenter de restaurer son image, alors qu'elle est soupçonnée un peu partout dans le monde arabe de complicité avec Israël, l'Égypte a envoyé de l'aide humanitaire vers Gaza, notamment des médicaments et de la nourriture. Elle a aussi pris en charge, lundi, un premier groupe de blessés palestiniens. Mais elle a répété sa position de principe : pas question d'ouvrir le terminal de Rafah de manière permanente, comme le Hamas ou le Hezbollah le réclament tous deux poussés dans cette direction par l'Iran, selon des sources diplomatiques au Caire. «L'ouverture totale de Rafah rendrait l'Égypte responsable de Gaza et permettrait à Israël de s'emparer de la Cisjordanie. Cela reviendrait à liquider la cause palestinienne», a affirmé un porte-parole duministère des Affaires étrangères.
Si elle a réussi à repousser les premières tentatives d'infiltration, l'Égypte sait qu'elle ne pourrait pas s'opposer à un mouvement de foule massif. Un risque réel en cas d'offensive terrestre israélienne. Le Caire s'inquiète aussi des répercussions de la crise sur sa population. En deux jours, les manifestations ont rassemblé plusieurs dizaines de milliers d'Égyptiens, notamment des partisans des Frères musulmans, qui ont dénoncé la «duplicité» du président Moubarak et promis de «marcher par millions sur Gaza», en écho à l'appel lancé dimanche par Hassan Nasrallah, le chef du Hezbollah.
La course contre la montre est donc lancée. La diplomatie égyptienne a poursuivi lundi tous azimuts ses efforts pour arracher un cessez-le-feu entre Israël et le Hamas. «Je ne comprends pas la rupture de la trêve», a fulminé le ministre des Affaires étrangères, Ahmed Aboul Gheit,critiquant la «mauvaise interprétation des réalités» du Hamas. Pour appuyer son initiative, Ahmed AboulGheit s'est rendu lundi enTurquie, principal allié d'Israël dans la région. Il espère également obtenir demain le soutien de ses homologues de la Ligue arabe, réunis d'urgence au Caire. (Le Figaro on line du 31.12.08).
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Le Hezbollah
Le Hezbollah n'ouvrira pas un deuxième front au Liban
Lundi, des dizaines de milliers de manifestants ont assisté au discours d'Hassan Nasrallah, dans un stade de la banlieue sud de Beyrouth. Le chef du Hezbollah a concentré ses attaques contre les «élites et certains médias arabes» accusés de collusion avec Israël. Crédits photo : AFP
Les nombreuses manifestations de soutien aux Palestiniens organisées à Beyrouth restent pacifiques.
Le Liban retient son souffle depuis le début de l'offensive israélienne sur Gaza par crainte d'une extension du conflit sur son territoire. Le parallèle avec la guerre de juillet 2006 qui avait duré 33 jours est dans tous les esprits et une réédition de ce scénario serait vécue comme une catastrophe nationale. En tournée dans le sud du pays, le président de la République Michel Sleimane s'est voulu rassurant en affirmant que le Liban «n'est pas une arène pour les conflits».
Les nombreuses manifestations de solidarité avec les Palestiniens qui se tiennent depuis ce week-end un peu partout dans le pays devraient de fait rester pacifiques. «Nous nous sacrifierons pour Gaza par notre âme et par notre sang », ont scandé des jeunes de différentes obédiences devant l'ambassade d'Égypte à Beyrouth ou le siège des Nations unies dans le centre-ville de la capitale. «Nous transformerons nos corps en bombes contre tous les sionistes dans le monde», affichaient des pancartes dans les camps palestiniens de Beddaoui et de Nahr el-Bared, dans le nord du Liban.
Mais les propos du secrétaire général du Hezbollah, seul acteur en mesure de riposter militairement, écartent pour l'instant l'hypothèse d'un engagement de son parti auprès du Hamas assiégé, même s'il dit avoir «demandé aux résistants dans le Sud de rester en état d'alerte». Selon le premier ministre israélien, Ehoud Olmert, le Hezbollah a triplé sa capacité militaire depuis la guerre de l'été 2006 et il disposerait d'environ 40 000 missiles en mesure d'atteindre le territoire israélien.
L'armée libanaise et la Force intérimaire de l'ONU déployée dans le sud du Liban en vertu de la résolution 1 701 sont, elles aussi, sur le qui-vive.
Hassan Nasrallah a qualifié de «piège tendu par des agents israéliens » la présence de Katioucha prêtes à être lancées dans une région qu'il contrôle près de la frontière avec Israël. La découverte de ces roquettes en fin de semaine dernière par l'armée avait ravivé la tension au Liban, le Hezbollah étant accusé par la coalition du 14 mars, majoritaire au Parlement, de se comporter en «État dans l'État» et de prendre le risque de déclencher une nouvelle guerre avec Israël pour le compte de son allié iranien.
«La position du Hezbollah est claire, il n'ouvrira pas un deuxième front», analyse Paul Salem, directeur du Carnegie Middle East Center. «C'est symptomatique qu'il se contente d'en appeler à une réunion urgente de la Ligue arabe.»
«Le Hezbollah n'a pas de raison d'intervenir à ce stade», confirme Ibrahim el-Amine, directeur de la rédaction d'al-Akhbar, un quotidien réputé proche du Parti de Dieu. «La question est de savoir comment la situation évoluera sur le terrain à Gaza, et si Israël choisira d'ouvrir un, voire deux autres fronts au Liban et en Syrie», ajoute-t-il, faisant référence aux «dizaines de milliers de soldats israéliens massés à la frontière nord de l'État hébreu».
Hassan Nasrallah a prononcé deux discours en moins de 24 heures dont l'un lundi devant des dizaines milliers de ses partisans rassemblés dans un stade de la banlieue sud à l'occasion du début des cérémonies commémoratives de l'Achoura célébrant le martyre de Hussein, un événement fondateur pour le chiisme. Appelant les Palestiniens à une «troisième intifada», il a surtout concentré ses attaques contre les «élites et certains médias arabes» accusés de collusion avec Israël.
Le chef du Hezbollah dont l'audience dépasse le seul cadre libanais cherche ainsi à «accentuer la pression sur l'Égypte pour qu'elle ouvre le passage de Rafah, ce qui permettrait au Hamas de tenir», explique Paul Salem. (Le Figaro on line du 31.12.08).
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Appel de la Croix Rouge
Appello della Croce Rossa per l'invio di medicinali
Sempre più critica la situazione umanitaria
New York, 30. Con l'obiettivo di aiutare e assistere la stremata popolazione della Striscia di Gaza, sottoposta da quattro giorni ai bombardamenti dell'aviazione israeliana, le Nazioni Unite hanno cominciato a inviare i primi convogli umanitari, ma i responsabili dell'Onu temono un'ulteriore escalation da parte israeliana che rischia di essere fatale per molti civili. In una conferenza stampa a New York, il responsabile dell'Onu per gli Affari umanitari, John Holmes, ha detto che finora sono complessivamente entrati nella Striscia di Gaza quattro camion dell'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa), quindici autocarri del Programma alimentare mondiale (Pam) e cinque carichi di medicinali.
Il responsabile dell'"Unrwa" a Gaza, Karen AbuZayd, durante un collegamento video con il Palazzo di Vetro di New York, ha detto che, in caso di un attacco via terra di Israele, la situazione diverrebbe ancora più drammatica, perché "non abbiamo più scorte di cibo" e negli ospedali di Gaza "regna il caos", con un afflusso continuo di feriti in condizioni molto gravi. Proprio per questo, il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr), che nella Striscia ha attualmente otto volontari giunti da vari Paesi e sessantacinque collaboratori locali, ha lanciato un appello per l'invio di medicine. Nonostante le enormi difficoltà negli spostamenti, la Croce Rossa è comunque riuscita a far entrare a Gaza cinque ambulanze e tre automezzi attrezzati per le trasfusioni di sangue, oltre che generatori elettrici.
Intanto, continua, sempre con lentezza, l'esodo in Egitto dei palestinesi feriti dai raid israeliani. Attraverso il valico di Rafah sono giunti all'ospedale di Al Arish trentasei feriti gravi, accompagnati da trentadue familiari.
Il responsabile per gli Affari umanitari dell'Onu ha aggiunto che a Gaza non ci sono più rifornimenti di carburante e questo potrebbe mettere in pericolo gli uffici dell'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi e gli ospedali locali, ormai stracolmi di feriti, che ottengono l'elettricità solo attraverso generatori a benzina. Holmes ha detto che l'Onu ha "contatti tecnici con Hamas, soprattutto per l'assistenza umanitaria".
Su istruzione del ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, è stata autorizzata anche oggi la consegna ai palestinesi di Gaza di un convoglio di aiuti umanitari organizzati dalla Croce rossa internazionale, dall'Unrwa e dall'Unicef. Fonti locali riferiscono che nella prima mattinata oltre cento camion carichi di aiuti di vario genere si sono raccolti al valico di Kerem Shalom, nel sud della Striscia, e successivamente si sono diretti verso Gaza. Il convoglio di aiuti umanitari includeva anche cinque ambulanze. (L'Osservatore Romano del 31.12.08).
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Fermare le armi
Oltre trecentocinquanta le vittime dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza.
Alla ricerca di vie di pace per fermare le armi.
Parigi, 30. Si moltiplicano le iniziative internazionali per trovare una via d'uscita alla guerra a Gaza. Mentre Israele annuncia una "guerra a oltranza", se i razzi di Hamas continueranno a bersagliare il territorio dello Stato ebraico, tutti gli occhi del mondo sono puntati su Parigi, dove oggi è in programma un vertice straordinario della diplomazia europea. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, è tornato a chiedere a entrambe le parti la cessazione delle ostilità. Egitto e Autorità palestinese hanno sollecitato il Consiglio di sicurezza dell'Onu a intervenire per la fine immediata degli "inaccettabili attacchi".
A quattro giorni dall'inizio dei bombardamenti aerei un portavoce di Tsahal ha dichiarato oggi che "le forze di terra sono pronte". Gli ultimi bilanci parlano di oltre 360 vittime e circa 1.700 feriti tra la popolazione palestinese. Ehud Olmert è stato chiaro: l'operazione durerà ancora a lungo; i raid sono solo "il primo capitolo di una serie di fasi approvate dal Gabinetto di sicurezza".
Abu Mazen, presidente dell'Autorità palestinese, ha convocato a Ramallah tutte le fazioni palestinesi. "Devo fermare lo spargimento di sangue - ha detto Abu Mazen - non è il momento di parlare di divisioni". Il presidente dell'Ap ha avuto anche un colloquio telefonico con Sarkozy durante il quale è stato fatto il punto della situazione degli aiuti umanitari a Gaza.
Per sventare una pericolosa escalation delle violenze il presidente di turno dell'Unione europea, il capo di Stato francese, Nicolas Sarkozy, che ieri ha parlato con il presidente egiziano, Hosni Mubarak, ha convocato un vertice straordinario dei ministri degli Esteri dei Ventisette. L'incontro sarà presieduto dal capo del Quai d'Orsay, Bernard Kouchner, e dovrebbe vedere la presenza anche di Javier Solana, l'alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza dell'Ue. Secondo fonti diplomatiche, Bruxelles sta valutando una serie di opzioni, tra cui anche l'ipotesi di riaprire la missione a Rafah. La Commissione europea ha diramato oggi un comunicato nel quale si esprime "profonda preoccupazione per la situazione a Gaza" e si chiede l'immediata fine delle ostilità.
Il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha avuto contatti con il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon e con diversi capi di Stato e di Governo, tra cui il premier israeliano, Ehud Olmert, quello libanese Fouad Siniora, l'alto rappresentante Ue Javier Solana e i ministri degli Esteri di Francia, Gran Bretagna, Egitto, Arabia Saudita, Turchia e dello Stato di Israele.
Anche il mondo arabo si mobilita per spegnere l'incendio di Gaza. Il primo ministro turco, Recep Tayyp Erdogan, inizierà domani un tour in Siria, Giordania, Arabia Saudita ed Egitto, per cercare di avviare un dialogo di ampio respiro. "Avrò colloqui su quanto può essere fatto per riportare pace e stabilità in questa area", ha spiegato un portavoce di Ankara. Ma non sarà facile: il segretario generale della Lega araba, Amr Moussa, ha definito ieri "insufficiente" il comunicato del Consiglio di Sicurezza dell'Onu sull'operazione militare israeliana e ha criticato "il silenzio americano e di alcune parti occidentali". Moussa sostiene anche che "c'è una tendenza di alcuni Paesi a credere alle menzogne che danno un'immagine niente affatto reale della situazione nei Territori". Le dichiarazioni dello Stato ebraico "sono sbagliate e mancano di precisione - ha detto Moussa - e non giustificano i massacri e le uccisioni di civili".
Minacce di nuove ostilità arrivano dal Libano. Esprimendo soddisfazione per le manifestazioni in sostegno ai palestinesi della Striscia avvenute ieri al Cairo, Amman e Beirut, il leader del movimento sciita Hezbollah, Hassan Nasrallah, si è rivolto "ai popoli arabi e musulmani", esortandoli "a continuare la mobilitazione a tutti livelli, sottolineo a tutti i livelli", e a esser "pronti a eseguire ogni tipo di decisione". Nasrallah ha dichiarato che i suoi combattenti sono allertati per fronteggiare una possibile "nuova aggressione del nemico israeliano".(L'Osservatore Romano del 31.12.08).
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mardi, 30 décembre 2008
La future présidence tchèque de l'Ue
La présidence tchèque de l'UE s'annonce imprévisible
« La République tchèque est prête à assurer la présidence du Conseil », a affirmé le premier ministre Mirek Topolanek sur Internet. Crédits photo : AFP
À Prague, le traité de Lisbonne n'a pas encore été ratifié par le Parlement et devra ensuite franchir l'étape la plus délicate : être signé par le président tchèque, l'un de ses plus farouches adversaires.
Pour Vaclav Klaus, le très eurosceptique chef de l'État, « c'est simple, il ne se passera rien » pendant la présidence tchèque de l'Union européenne. « Un petit pays n'a d'influence sur rien », argue-t-il, affirmant ne pas s'attendre à ce que de nouvelles législations soient votées à l'initiative de son pays. Entre un président iconoclaste, qui vient de se proclamer « dissident » de l'UE, une coalition fragilisée par de récentes défaites électorales, et un premier ministre qui manque « d'envergure et d'expérience », selon certains de ses homologues européens, la présidence tchèque, qui débutera le 1er janvier prochain, s'annonce imprévisible…
Sur le site de la présidence tchèqmbléue, EU2009.cz (qui est aussi son logo), le chef du gouvernement, le libéral Mirek Topolanek, qui dirigera l'assee des Vingt-Sept, s'est senti obligé de rassurer ses partenaires. « Je peux en toute responsabilité affirmer ici que la République tchèque est prête à assurer la présidence du Conseil de l'Union européenne, insiste-t-il. Et, au-delà, de son intention de faire valoir ses priorités, qui sont d'ailleurs celles de l'Union européenne. »
Pour ces six mois, le mot d'ordre sera « une Europe sans barrières » : une Europe, souligne-t-on à Prague, « qui utilise pleinement son potentiel économique, humain et culturel, et qui, par conséquent, tient bon face à la concurrence mondiale ». La République tchèque se concentrera sur trois priorités, les trois « E » : l'Économie (les solutions à la crise financière), l'Énergie (la sécurité énergétique), l'Europe et le monde (notamment les relations avec l'Est et les Balkans). Un sommet devrait lancer, au printemps, la création d'un « partenariat oriental », pour renforcer les relations de l'UE avec six ex-républiques soviétiques.
Mais le gros dossier sera sans aucun doute celui du traité de Lisbonne. Alors que l'Irlande s'est dite prête, jeudi, à organiser un nouveau référendum en 2009, la République tchèque reste le dernier des Vingt-Sept à ne pas s'être prononcée sur ce texte. Le processus de ratification a déjà pris des mois de retard du fait de la saisine de la Cour constitutionnelle, qui a fini par donner son feu vert à la mi-novembre. Mardi dernier, députés et sénateurs ont décidé de renvoyer au 3 février prochain le débat sur la ratification du traité, à la demande de Mirek Topolanek : il n'était pas certain que la majorité soit atteinte. « Il ne faut pas que l'on nous pousse à une décision. Il serait risqué de voter sans un long débat », s'est justifié le premier ministre.
En fait, les libéraux tentent une sorte de marchandage avec leurs adversaires sociaux-démocrates : ces derniers sont favorables au traité de Lisbonne, mais opposés au bouclier antimissiles américain, tandis que pour les libéraux, c'est l'inverse. Selon le site d'information www.novinky.cz, un entretien secret a eu lieu, mardi, entre Mirek Topolanek et le chef des sociaux-démocrates, Jiri Paroubek. Peut-être dans le but de trouver un compromis pour que les deux documents soient approuvés en même temps ?
Après ratification par les deux Chambres du Parlement, le traité devra encore franchir l'étape la plus délicate : il devra être signé par le président tchèque, l'un de ses plus farouches adversaires. Comme son homologue polonais, Lech Kaczynski, Vaclav Klaus a affirmé qu'il ferait tout pour retarder le moment d'apposer sa signature. Hier, il a à nouveau refusé de dire s'il le ferait ou non. « On verra ce qui se passera », a-t-il lâché. Durant les six prochains mois, le « pouvoir de nuisance » du président tchèque, ont prévenu les analystes, sera « terrible ». (Le Figaro on line du 30.12.08).
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La grande bibliothèque d'Oxford
Les grandes bibliothèques numérisées par Google
L'université d'Oxford met une partie de sa riche collection à la disposition de Google en échange d'une numérisation qui lui permet de sauvegarder son patrimoine.
La très riche bibliothèque d'Oxford, fondée en 1602, est la première en Europe à participer au «projet bibliothèque» du géant américain.
Loin des regards des touristes qui se promènent dans la vieille ville d'Oxford, des dizaines de mètres de tunnels passent sous les rues de la cité, reliant entre eux les bâtiments de la bibliothèque universitaire. Dans l'un de ces tunnels, un étrange téléphérique circule en cliquetant, portant des caisses de livres. «Pour nous, c'est l'ancêtre de Google, s'amuse Richard Ovenden, directeur de la collection des livres rares à la bibliothèque Bodley de l'université d'Oxford. Depuis 1940, la machine achemine les livres depuis les zones de stockage vers les salles de consultation.»
Aujourd'hui, le vrai Google a pris le relais, et a quelque peu accéléré le processus puisque les lecteurs peuvent consulter des centaines de milliers d'ouvrages sur Internet. La très riche bibliothèque d'Oxford, fondée en 1602 par sir Thomas Bodley, est la première en Europe à participer au «projet bibliothèque» de Google. «C'est l'un des deux grands pans du service recherche de livres de Google, avec les partenariats que nous avons avec les éditeurs», explique Santiago de la Mora, responsable de cette activité de Google en Europe. Dans les deux cas, même si les démarches sont différentes, le but est de renforcer la position du moteur de recherche par rapport à ses concurrents en améliorant la pertinence des réponses données aux requêtes des utilisateurs. «Il est illusoire de penser que toutes les connaissances se trouvent sur le Web, complète Santiago de la Mora. L'immense majorité se trouve dans les livres, et nous voulons la mettre à la disposition des internautes.»
250 millions de pages
Pour les bibliothèques partenaires, à Oxford comme pour les grandes universités américaines de Stanford en passant par Harvard, l'intérêt de l'accord est évident. Elles mettent une partie de leurs riches collections à la disposition de Google en échange d'une numérisation qui leur permet de sauvegarder leur patrimoine tout en le rendant accessible à distance.
Depuis l'accord signé fin 2004, plus de 250 millions de pages tirées des 11 millions de volumes de la bibliothèque d'Oxford ont été numérisées dans un centre spécial créé par Google. Comme c'est le cas avec les autres bibliothèques partenaires, tous les ouvrages numérisés, pour la plupart du XIXe siècle, sont libres de droits et téléchargeables en intégralité sur le site de Google.
En 2004, l'annonce du programme recherche de livres par Google avait provoqué une véritable levée de boucliers en Europe. L'un des critiques les plus virulents, Jean-Noël Jeanneney, alors directeur de la Bibliothèque nationale de France (BNF), avait dénoncé une menace de «domination écrasante de l'Amérique». Depuis, la situation s'est apaisée, comme l'a prouvé la signature cet été d'un partenariat entre le moteur de recherche californien et la bibliothèque municipale de la ville de Lyon, qui porte sur la numérisation de 500 000 ouvrages en français sur les dix prochaines années. «Le partenariat avec la ville de Lyon est important à plus d'un titre, et il montre notamment l'engagement de Google vis-à-vis de la langue française», précise Philippe Colombet, responsable de Google recherche de livres pour la France.
Mais l'ouverture récente d'Europeana, le projet de bibliothèque numérique de l'Union européenne, montre toutefois que le Vieux Continent n'a pas l'intention de laisser la firme californienne en position de monopole sur les livres. Après une ouverture catastrophique en novembre, site mis hors service par l'afflux de visiteurs, l'adresse www.europeana.eu est de nouveau accessible depuis le 23 décembre. (Le Figaro on line du 30.12.08).
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Il punto di non ritorno
La crisi nel Vicino Oriente.
Si rischia un punto di non ritorno di Luca M. Possati.
La guerra "a bassa intensità" che giorno dopo giorno, per oltre due anni, Israele e Hamas hanno combattuto al confine della Striscia di Gaza si è trasformata in un conflitto su vasta scala. Il movimento di resistenza islamico non poteva non tenere conto del fatto che, prima o poi, alle provocazioni, alle minacce e all'odio sarebbe seguita una risposta. Certo era imprevedibile un attacco di tali proporzioni. Se le pressioni della comunità internazionale si fermeranno alle condanne delle violenze senza produrre soluzioni concrete, il rischio è quello di un "effetto domino" a livello globale, con la progressiva radicalizzazione dei principali attori della regione e un'ondata di attentati terroristici in tutto il mondo. E con lo spettro, sullo sfondo, di un'incontrollabile escalation nucleare. Un punto di non ritorno.
Fin dalla sua fondazione - dopo la separazione dai Fratelli Musulmani nel 1987 - Hamas si batte per la cancellazione dello Stato ebraico dalle mappe geografiche e considera un tradimento gli accordi di Oslo firmati da Yasser Arafat. Contro tutte le aspettative, se l'offensiva israeliana continuerà, esacerbando le condizioni di vita del milione e mezzo di persone che vivono a Gaza - già stremate dall'embargo - essa potrebbe andare a cementare le divisioni tra le fazioni palestinesi e il consenso popolare attorno al movimento islamico dentro e fuori i Territori.
Le manifestazioni di solidarietà che hanno avuto luogo in questi giorni in molte città della Cisgiordania sono un segnale da non sottovalutare in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio legislativo dell'Autorità palestinese (Ap). Il mandato del presidente Ap Abu Mazen, leader dell'Olp, scade il 9 gennaio e Al Fatah - che spinge per un rinvio del voto di almeno un anno - è ormai un partito in difficoltà, con la popolarità ai minimi storici. Gli ultimi tentativi di una ripresa del dialogo tra le fazioni grazie alla mediazione dell'Egitto sono falliti. È ancora aperta la ferita degli scontri del giugno 2007, quando i miliziani di Hamas assunsero il pieno controllo della Striscia di Gaza estromettendo i dirigenti di Al Fatah e i clan legati al partito. Gli esponenti del Governo di emergenza dell'Ap in Cisgiordania sono solidali con i "fratelli di Gaza": "siamo uno stesso popolo", dicono, ma al contempo criticano l'atteggiamento di Hamas, accusandolo di avere fornito a Israele una formidabile occasione. Gli uomini di Ismail Haniyeh ribattono: "Abu Mazen non è più presidente; ha collaborato con gli autori di una strage".
Se Hamas fa la voce grossa, è perché può contare su una fitta rete di relazioni internazionali. È vero, la maggioranza del mondo arabo sostiene la pace, come dimostrano le molte critiche al comportamento di Hamas, e l'attacco di Tsahal ha ricompattato questo fronte moderato. Ma nei campi profughi palestinesi in Libano si moltiplicano le manifestazioni di sostegno a Gaza ed Hezbollah si è detto pronto ad attaccare. In Iran l'ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica islamica, ha incitato tutti i musulmani del mondo alla lotta definendo Israele un "Paese usurpatore". Secondo il leader iraniano, "la catastrofe più grave è che alcuni Governi arabi che si dichiarano musulmani incoraggino il silenzio". Un vertice straordinario della Lega araba è stato convocato per venerdì prossimo a Doha. Le divisioni interne rendono assai difficile che dall'incontro possano emergere vere soluzioni.
La leadership israeliana ha giustificato l'attacco a Gaza puntando il dito contro i quotidiani lanci di razzi da parte dei gruppi armati palestinesi contro il suo territorio e precisando che si è trattato di un'operazione volta a colpire solo le basi di Hamas, evitando obiettivi civili. Ma è difficile non pensare - come fanno molti analisti - che sulla decisione abbiano pesato i calcoli in vista delle elezioni politiche del 10 febbraio. Per sostenere il Kadima alla ricerca di consensi il premier dimissionario Ehud Olmert - e soprattutto Tzipi Livni, leader del partito fondato da Sharon dopo l'abbandono del Likud - vuole far dimenticare il fallimento del conflitto con gli Hezbollah libanesi nell'estate 2006, le dure conclusioni del Rapporto Winograd e la crisi politica che esse innescarono nella coalizione. E questo interessa anche a Ehud Barak, capo dei laburisti dell'Avoda, in drastico calo nei sondaggi.
I dubbi però ci sono. Con la decisione del ritiro unilaterale da Gaza nel 2005 Ariel Sharon si era incamminato sulla strada giusta, dando l'opportunità ai movimenti palestinesi di iniziare a lavorare insieme per creare un proprio Stato e abbandonare la lotta armata. Poi però la situazione è degenerata. Molti israeliani s'interrogano oggi se la sola soluzione militare possa portare a qualche risultato: che interlocutori troverà Israele in futuro se oggi si lascia andare alla logica della risposta armata? Lo Stato ebraico non può più continuare a pensare di essere sicuro affidandosi esclusivamente alla soluzione militare: la sola idea di sicurezza possibile deve passare attraverso il dialogo con tutti, persino con chi non lo riconosce. L'alternativa è l'isolamento, anche nel suo stesso interno. Il boicottaggio della consueta riunione domenicale del Governo da parte del ministro dello sport e della cultura, l'arabo israeliano Ghaleb Majadla, è stato un avvertimento: gli arabi che vivono in Israele sono solidali con Gaza e - come avvenuto nelle scorse settimane a Hebron - la tensione potrebbe sfociare in scontri di una violenza inaudita.
La comunità internazionale dovrà darsi da fare per ricomporre le fila dello scacchiere mediorientale. Il fallimento delle intese di Annapolis e la crisi economica internazionale hanno limitato il potere negoziale degli Stati Uniti nell'area. Washington non può più agire da sola. Secondo fonti vicine al presidente eletto Barack Obama, saranno tre le iniziative che verranno assunte fin da subito dalla nuova Amministrazione: una dichiarazione di principio per rilanciare i negoziati di pace; la nomina di un "supermediatore" per gestire passo dopo passo le trattative; aprire contatti diplomatici con quelle potenze regionali che possono contribuire alla soluzione della crisi, Iran incluso. Il primo compito, però, sarà isolare Hamas, bloccando l'afflusso delle armi verso Gaza e le azioni terroristiche, e cercare di ridare condizioni di vita accettabili alla popolazione della Striscia. Misure, queste, che potrebbero già essere discusse nel vertice sul Medio Oriente che Mosca da tempo sta preparando. (L'Osservatore Romano del 29/30.12.08).
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