dimanche, 30 novembre 2008
Magdi Cristiano Allam
Oggi, Magdi Cristiano Allam abbandona il giornalismo e scende in poltica. Qui la sua prima intervista da politico al Corriere della Sera di cui è stato, fino a ieri, vicedirettore.
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Nigeria
In Nigeria scoppia l’odio tra cristiani e musulmani. Almeno 500 morti di Gian Micalessin del Giornale.
Sembrava uno scontro elettorale, si è trasformato in una guerra di religione, è diventata un’ecatombe. Da ieri l’Africa ha un nuovo inferno, dove l’odio tra cristiani e musulmani alimenta il reciproco sterminio. Le cronache non dicono molto, riferiscono soltanto di 300 morti ammassati dentro una moschea e di oltre 150 allineati appena fuori e di altre salme, stavolta cristiane, sparse a decine forse centinaia, tra strade e ospedali.
Succede nel cuore della Nigeria, nella pancia dello Stato più popolosod’Africa, inquella cintura verde dove pastori musulmani e contadini cristiani si affrontano da decenni trasformandola nella faglia sismica dell’odio religioso e tribale che divide il nord islamico dal meridione cresciuto intorno al culto della croce. La città si chiama Jos ed è la capitale dello Stato di Plateau, ma non la conosce nessuno. Eppure quella città gronda sangue, respira odio. Le voci al telefono riferiscono di una città trasformata in mattatoio. «In due giorni sono state uccise centinaia di persone, ci sono resti di corpi bruciati ad ogni angolo, è terribile », riferisce al telefono il prete cattolico Yakumu Pam.
Amin Manu, un collaboratore locale di Radio France International reduce da un giro nella parte opposta dell’abitato, sciorina un conteggio macabro e dettagliato. «Questo pomeriggio sono andato alla moschea centrale e ho contato 378 corpi e quando stavo per uscire ne sono arrivati altri tre». Più tardi lo sceicco Khalid Abubakar responsabile della moschea riferisce di 300 cadaveri dentro l’edificio e di almeno183 fuori, tutti in attesa di sepoltura.
A Jos nel settembre 2001, mentre ilmondo trasecolava davanti all’orrore di Manhattan, si massacrarono in silenzio e ne seppellirono mille. Quattro anni fa, un’altra ventata di rabbia interreligiosa spazzò i quattro angoli dell’intero Stato di Plateau e si portò via altre 700 vite. Adesso è ricominciata e se il buongiorno si vede dal mattino sta andando anche peggio. Da venerdì a ieri sera imorti visti, contatie riferiti sono già quasi cinquecento. Ma potrebbero essere molti di più perché mancanoi bilanci della parte cristiana. Da lì arrivano solo le prime testimonianze su quelle cinquanta salme abbandonate negli ospedali. Anche qui i reciproci conteggi risentono delle differenze religiose.
I musulmani devono seppellire i loro morti entro il tramonto, i cristianipossono pregare e attendere. Ma com’è iniziata? Nessuno sa dirlo con precisione. L’unica certezza era il voto locale, la rituale finzione democratica che in Nigeria non ha garantito una sola elezione regolare. La gara è sempre la stessa e rispecchia la divisione di terra e culto. Da una parte l’Anpp (All nigerian peoples party) preferito dai musulmani, dall’altra quel Pdp (People’s democratic party) che governa a livello federale e raccoglie il voto cristiano.
Quando, giovedì pomeriggio, lo scrutino tarda e si diffonde la voce di un broglio per garantire la vittoria del Pdp, i musulmani insorgono. Gli altri non stanno a guardare e in breve la violenza inghiotte la città. Venerdì mattina imorti sono 15 e incittà viene imposto il coprifuoco. Poi l’ecatombe. La polizia ammette molte vittime, ma si guarda bene dal dare stime ufficiali. L’esercito mandato a riportare l’ordine si chiude in un ancor più impenetrabile silenzio. Secondo Amin Manu, unica fonte affidabile, gran parte delle vittime sarebbe caduta proprio sotto i colpi delle forze di sicurezza incaricate di far cessare gli scontri. Poi la furia delle folle avrebbe fatto il resto.
11:08 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Gli ebrei
L'obbiettivo erano gli israeliani». Il terrorista catturato: «Volevamo colpire soprattuto gli ebrei».
Il terrore, le vittime, la lunga battaglia con i terroristi. Dopo il tre giorni di sangue e morte di Mumnbai, è il momento delle ricostruzioni, delle riflessioni e delle responsabilità politiche in India. Il ministro dell'Interno indiano, Shivraj Patil, si è dimesso: pesa su di lui la «responsabilità morale» dell'attacco. Intanto è stato rivisto al ribasso, se così si può dire, il bilancio ufficiale delle vittime: morti confermati sono 174, ma il numero potrebbe tornare a crescere. Il precedente bilancio era di 195 vittime.
L'attenzione si sposta sulle indagine e su ciò che può rivelare l'unico terrorista catturato. «La nostra missione specifica era colpire gli israeliani per vendicare le atrocità commesse sui palestinesi» avrebbe detto Azam Amir Kasab secondo quanto scrive The Times of India. Per questo il commando terrorista che mercoledì sera ha insanguinato la metropoli indiana ha preso di mira la Nariman House, l’edificio che ospitava il centro ebraico Chabad Lubavitch. Lo stesso giornale conferma che alcuni dei terroristi avevano soggiornato per un certo periodo alla Neriman House, spacciandosi per studenti malaysiani. Kasab, 21 anni, di origini pachistane, ha anche detto agli investigatori che alcuni residenti di Mumbai avrebbero aiutato i terroristi, fornendo sostegno logistico e indicazioni sugli obiettivi. (Corsera on line del 30.11.08).
Gli ebrei? Ma che strano. E chissà perché poi? Questa è proprio una novità.
Update. Per saperne di più leggi qui il bellissimo articolo di E. Galli Della Loggia ripreso dal Corriere.
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samedi, 29 novembre 2008
Camilleri
Camilleri in rima diventa «cattivo». Trivialità su Bossi e il suo dito medio.
Andrea Camilleri ha dato un calcio al buonismo. Direte: ma si sapeva, basta vedere come ha trasformato in fedifrago il suo commissario Montalbano. Ma quello è niente: leggete l'ultimo numero di MicroMega. Il servizio di apertura: le «Poesie incivili» di Andrea Camilleri, scrittore esimio e di successo. Non è certo la prima volta che il papà di Montalbano si diletta in rime più o meno dissacranti. Ma è la prima volta che i suoi sussurri si sono trasformati in urla. Urla politiche. E senza tema di volgarità. Un esempio? Le rime scritte per il leader della Lega. Un inno al Senatur. Leggiamo il primo verso. Un verso d'autore, integrale: «Quel medio alzato all'inno di Mameli se lo metta nel c... Senatore, già fatto largo per averci infilato il Tricolore. Mi congratulo per la capienza!».
Ed è soltanto un assaggio. Perché Umberto Bossi è il primo della lista, ma la verità è che ne ha per tutti il papà del commissario più famoso della televisione. Fendenti e strilli che entrano in quel merito troppo spesso dimenticato dall'opposizione. Fendenti e strilli che colpiscono al cuore proprio la stessa opposizione. Ricordano tanto le urla di Nanni Moretti in Piazza Navona, quelle che aprirono le danze dei girotondini. Adesso ci pensa lui, Andrea Camilleri, milioni e milioni di copie di libri vendute. Milioni e milioni di telespettatori catturati sempre con le storie del suo ineffabile commissario Montalbano. Camilleri che in piazza Navona ci ha già fatto un salto l'estate scorsa, il giorno che Sabina Guzzanti ha massacrato dal palco Mara Carfagna, ministro per le Pari Opportunità.
Ci era arrivato un po' in punta di piedi nel luglio scorso in quella piazza, Camilleri. Ma adesso che il buonismo è sepolto, qualche settimana fa nella piazza ci è tornato per scendere accanto agli studenti in protesta contro la riforma. In senso metaforico, per carità. Meglio, letterario: «La Gelmini? Di sicuro non è un essere umano...». La strada è aperta. Spianata. Un'altra «Poesia incivile»: «Quando in pochi parlammo di regime fummo derisi. I politologi più sottili ci spiegarono che sbagliammo a demonizzarlo, non era il diavolo, infatti non indossava coda e corna regolamentari. Ora gli stessi politologi eminenti ogni tanto si fermano per strada, annusano l'aria, si chiedono perplessi: "Ma cos'è questa puzza di zolfo?". E ancora non se lo sanno spiegare». Fendenti e strilli. A destra: «Per partecipare al Family day è indispensabile aver sposato due mogli o avere avuto figli dall'amante mentre la moglie era in carica...». Ma anche a sinistra. Ai leader della sinistra. Senza sconto alcuno: «Spacciano agli elettori come dialogo il suo farneticante monologare, fanno qualche timorosa obiezione, ma se lui batte il pugno, si piegano e vendono alle tv le loro quotidiane sconfitte come accordi raggiunti con arte sottile. Pallide ombre di un governo ombra che non riesce a far ombra a nessuno». (Corsera on line del 29.11.08).
12:00 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Il vento
Lavoro, la promessa dell'eolico:"Oltre 65 mila posti nel 2020".
Tanti posti di lavoro e dove servono di più. Se è vero, come ha denunciato recentemente il segretario della Cgil Guglielmo Epifani, che in Italia sull'occupazione si sta per abbattere una valanga, a tenerla almeno in parte indietro potrebbe pensarci il vento. Il potenziale occupazionale del settore eolico è infatti enorme: da qui al 2020 i lavoratori, tra diretti e dell'indotto, potrebbero arrivare a toccare quota 66 mila, quintuplicando i numeri attuali.
A ribadire la grande opportunità rappresentata dallo sviluppo delle rinnovabili è uno studio congiunto realizzato da Uil e Anev, l'associazione che raccoglie le aziende che operano nell'eolico. "Lo sviluppo delle fonti di energia pulita - spiega il segretario del sindacato Luigi Angeletti - non è solo finalizzato al rispetto dell'ambiente, ma può innescare processi produttivi rilevanti e conseguenti risultati occupazionali positivi".
Al momento gli addetti all'eolico in Italia, tra diretti e indiretti, sono 13.630. Le potenzialità del vento sono però sfruttate solo in minima parte, mentre entro il 2020, tenendo anche conto dei numerosi vincoli ambientali e paesaggistici, si potrebbe arrivare ad installare impianti per una potenza totale di 16.200 MW in grado di fornire 27,2 TWh di elettricità, pari al 6,7% dei consumi. Obiettivo che una volta raggiunto significherebbe impiegare complessivamente oltre 66 mila addetti.
Ma il vento, si sa, soffia più forte sulle isole e lungo le coste. Per questo, secondo le proiezioni di Uil e Anev, a beneficiare maggiormente dello sviluppo eolico sarebbero la Puglia (11.714 posti di lavoro totali), la Campania (8.738), la Sicilia (7.537) e la Sardegna (6.334). Lo studio fornisce anche i dettagli dell'occupazione per l'intera filiera, precisando le cifre mobilitate dagli studi di fattibilità, dalla costruzione delle macchine, dalla costruzione degli impianti, dall'installazione e dalla manutenzione.
"Lo sviluppo dell'eolico - aggiunge Angeletti - può creare più occupazione, ma anche più qualificata, per questo abbiamo sottoscritto con Anev un protocollo d'intesa per la realizzazione di corsi di formazione con criteri di periodicità".
Anche se, sottolinea Luigi De Simone, amministratore delegato del gruppo specializzato nelle rinnovabili Icq Holding, le professionalità più elevate in Italia mancano: "Soffriamo un grave gap tecnologico nella progettazione delle turbine e una dipendenza dall'estero che difficilmente riusciremo a colmare".
"Il presupposto per creare occupazione qualificata - precisa il presidente dell'Anev Oreste Vigorito - è completare il quadro normativo mettendo gli operatori in grado di realizzare nuovi impianti". Unitamente allo scetticismo dell'attuale governo, il vero scoglio per far decollare le rinnovabili in Italia, e l'eolico in particolare, è infatti proprio questo. La situazione attuale è un'autentica giungla dove gli agguati sono sempre dietro l'angolo.
Il repertorio è vastissimo: la centrale di Scansano, in Toscana, è finita davanti al Consiglio di Stato dopo una battaglia tra associazioni ambientaliste pro e contro. A decidere sull'offshore progettato in Molise, dopo lo stop della Regione, sarà la Corte costituzionale. Nelle Marche due progetti nella zona di Camerino, inseriti nel Piano energetico regionale, sono stati bloccati dalla sovrintendenza dopo aver ottenuto la Valutazione di impatto ambientale regionale.
"Noi pensiamo che i maggiori colpevoli di questa situazione insostenibile siano proprio le regioni", denuncia Andrea Perduca, responsabile del settore eolico per Sorgenia. "La legge - aggiunge - prevede che gli iter autorizzativi vadano concessi entro un massimo di 180 giorni, ma noi in Campania, Marche e Molise attendiamo da oltre mille giorni e in Puglia da 600. Malgrado la crisi congiunturale, abbiamo pronti investimenti nel vento per 500 milioni di euro, ma ci troviamo nella paradossale impossibilità di spenderli".
"E pensare - rincara De Simone - che le royalties per la produzione di energia vanno proprio alle comunità locali, quasi sempre piccoli centri montani colpiti da spopolamento e invecchiamento demografico, risanando bilanci in difficoltà. Spesso siamo costretti a fare i conti con dei 'professionisti' del dissenso". "Oltre a questa situazione, anche la crisi del credito attualmente non ci aiuta - conclude De Simone - Ma io resto comunque ottimista: il mondo, e anche l'Italia, sono pronti per passare a un uso massiccio dell'energia pulita". (Repubblica on line del 29.11.08).
Io non credo affatto a tutte queste cose. Prima di tutto, i posti si avrebbero nel 2020, cioè tra più di undici anni e poi l'energia eolica non riuscirebbe a coprire che il 6,7% dei consumi. E gli altri 93,3% chi ce li darà? Ancora la solita energia comprata all'estero. Non mi pare una cosa né credibile e neppure seria perché mi pare il solito specchietto per le allodole agitato dagli ambientalisti per stornare investimenti dall'unica fonte sicura che ci può avviare all'autonomia energetica: il nucleare. Tutti hanno centrali nucleari. Possibile che l'unico Paese dove non si possano mettere sia solo l'Italia? E se gli altri Paesi smettessero di venderci energia, che faremmo? Staremmo al buio e al freddo a ringraziare i verdi che, secondo me, hanno ispirato questo articolo.
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vendredi, 28 novembre 2008
Il vescovo di Lubango
Il vescovo di Lubango: la guerra in Congo, questione mondiale
Resta preoccupante la situazione nel nord della Repubblica Democratica del Congo. Sembrano ripresi, anche se sporadici, i combattimenti, dopo che il governo ha seccamente respinto due giorni fa la proposta dell'Onu di avviare negoziati diretti con i ribelli, che ormai controllano gran parte del nord est del Paese. Il mediatore dell'Onu, l'ex presidente nigeriano Obasanjo, aveva incontrato nei giorni scorsi il leader dei ribelli congolesi, generale Nkunda. Il rischio è che ora riesplodano gli scontri militari, che hanno già causato molte centinaia di morti, ed oltre un milione di profughi in condizioni disperate. Proprio della drammatica situazione dei profughi al confine con l’Angola parla l’arcivescovo di Lubango, mons. Gabriel Mbilingi, nell’intervista di Linda Bordoni:
R. - Prima, quando noi eravamo in guerra, abbiamo avuto dei profughi angolani, nel Congo, mentre adesso accade il contrario. Le frontiere non hanno ancora una sicurezza tale per poter dire che non si può passare da una parte all’altra. Dall’altro alto, non possiamo neanche chiudere le frontiere quando c’è una situazione umanitaria che ci chiede una risposta, un aiuto puntuale. Inoltre siamo preoccupati, perché i nostri confratelli vescovi del Congo ci hanno inviato un messaggio chiedendo aiuto, sia alla Conferenza episcopale dell’Angola sia anche al governo del nostro Paese, affinché si possa sollecitare l'attenzione non soltanto della comunità internazionale ma anche degli angolani stessi, che pure hanno vissuto un’esperienza difficile ed hanno trovato rifugio proprio nei Paesi confinanti.
D. - C’è un appello che vuole fare alla comunità internazionale?
R. - Le guerre, in questo mondo globalizzato, non possono essere viste come questioni di un Paese o di una regione. No, la pace è una questione mondiale; la stabilità è anche quella una questione mondiale, la vita stessa è una questione mondiale. Per cui, io mi rallegro anche per la presenza dell’Onu che ha deciso di rafforzare i gruppi dei soldati che si trovano in Congo. Tuttavia, vorrei anche che la questione fosse vista in un contesto un po’ più globale, perché quella regione soffre da tanti anni e non è possibile continuare così. Certamente ci sono delle politiche - forse con delle motivazioni di tipo economiche - alle quali bisogna porre uno stop, perché tutto quello che facciamo oggi per salvare il Congo, anche se si trattasse di una sola persona, è un bene per tutta l’umanità. (Agenzia Fides del 28.11.08).
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Colera e morbillo
Colera e morbillo: peggiora la situazione dei rifugiati della guerra nel nord Kivu
Si aggrava l'emergenza umanitaria nel nord Kivu, nell'est della Repubblica Democratica del Congo, dove il colera e morbillo potrebbero diffondersi tra migliaia di persone che fuggono da una nuova offensiva dei ribelli.
Secondo fonti delle Nazioni Unite, i ribelli di Laurent Nkunda hanno preso il controllo di Ishasha, una località al confine con l'Uganda, spingendo migliaia di congolesi a cercare rifugio in Uganda.
L'Alto Commissariato dell'ONU per i rifugiati (UNHCR) ha annunciato che 13mila rifugiati, hanno attraversato il confine di Ishasha in soli due giorni. La maggior parte aveva camminato per diversi giorni per sfuggire alle violenze. Le organizzazioni umanitarie internazionali premono per un deciso intervento dell'ONU per mettere fine ai combattimenti, stabilizzare la situazione e permettere di assistere la popolazione civile.
Il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha approvato un aumento degli effettivi della Missione delle Nazioni Unite in Congo (MONUC), da 17mila uomini a poco più di 20mila. Le organizzazioni umanitarie che operano nell'area temono però che potrebbero occorrere mesi per far arrivare i rinforzi. È scoppiato inoltre un delicato caso diplomatico quando il governo congolese ha affermato di rifiutare l'invio di rinforzi provenienti dall'India, perché ritenuti poco affidabili.
Nel frattempo è arrivato a Kinshasa l'emissario speciale dell'ONU per il Congo, l'ex Presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, che si incontrerà con il Presidente Joseph Kabila e, in seguito, con il leader dei ribelli, Nkunda.
L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navi Pillay ha denunciato le atrocità e le gravi violazioni commesse da tutte le parti coinvolte nella lotta. “Recenti rapporti riportano una spirale di violenza sessuale nelle sue forme più brutali, commesse da tutte le parti in conflitto, compresi i militari appartenenti alle forze armate nazionali” ha affermato Pillay che ha denunciato pure i traffici illeciti dei minerali congolesi che alimentano il conflitto in corso. (L.M.) (Agenzia Fides 28/11/2008)
17:51 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Alfano
Il ministro Alfano: «Mai più concorso in magistratura per chi imbroglia»
Proporrà una legge: «È un furto nei confronti della speranza di quelle migliaia di giovani onesti». Inchiesta del Csm.
Mai più concorso in magistratura per i candidati sorpresi a imbrogliare e licenziamento per i commissari compiacenti. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano annuncia la linea dura dopo le presunte irregolarità che si sono verificate nei giorni scorsi alle prove scritte che si sono tenute a Milano. «Quanto si è verificato è gravissimo e inaccettabile e non si dovrà ripetere mai più. Per questo - annuncia il Gaurdasigilli in una nota - proporrò una legge che preveda che il candidato trovato a tentare di imbrogliare al concorso di magistratura non solo sarà espulso, ma non potrà mai più partecipare al concorso per magistrato».
«Il candidato al concorso di magistratura interrompe già in quel momento, nel momento cioè in cui tenta di imbrogliare, ogni rapporto fiduciario con lo Stato che dovrebbe assumerlo e quindi, nè in quella circostanza nè in futuro, questo rapporto potrà essere ripristinato», afferma Alfano. «Penseremo altresì - aggiunge - al licenziamento dei commissari d'esame che dovessero risultare compiacenti o collusi con il truccare il concorso, favorendo qualcuno. Il truccare il concorso è un furto nei confronti della speranza di quelle migliaia di giovani onesti e preparati che a quel concorso partecipano».
«Sono completamente favorevole alla linea dura intrapresa dal Ministro Alfano sui concorsi truccati in magistratura. Chi trucca i concorsi non può più essere ammesso ad altri concorsi e i componenti della commissione complici devono essere licenziati». Così il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, secondo il quale «questo principio deve essere esteso a tutti i concorsi per la pubblica amministrazione. Per questo motivo - aggiunge Brunetta - chiederò al Ministro Alfano di estendere le norme da lui proposte anche agli altri concorsi pubblici».
Intanto parte l«'inchiesta» del Csm. La Nona Commissione di Palazzo dei marescialli ha deciso di convocare per lunedì prossimo i componenti della Commissione di esame. I consiglieri hanno acquisito la relazione sui fatti del presidente della stessa Commissione esaminatrice Maurizio Fumo e quella del responsabile della Direzione generale dei magistrati del ministero della Giustizia. L'audizione servirà ad acquisire informazioni più dettagliate rispetto a quelle contenute nella relazione del presidente della commissione esaminatrice e anche a chiarire aspetti che risultano ancora oscuri, come la ragione per la quale i commissari si trovavano in uno solo dei due padiglioni nei quali si svolgevano le prove scritte. Secondo il resoconto di Fumo, i problemi che si sono verificati stati gonfiati dai candidati; in ogni caso non si sarebbe verificato alcun caso di parzialità o di favoritismo: nessuno avrebbe potuto consultare codici commentati, visto che all'ingresso sarebbero state fatte strappare le pagine con i commenti. Quanto ai ritardi nella dettatura delle prove, sarebbero stati legati all'allontanamento di un commissario per un impegno universitario; un intoppo che ha costretto al cambio delle tracce. In tutto sono stati oltre una sessantina i candidati espulsi per irregolarità. (Corsera on line del 28.11.08).
Bravo Alfano, così si fa. Fuori le mele marce.
12:05 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Romeni
Gioielliere ucciso, preso l'assassino: è romeno
I colpevoli hanno un nome e un volto. In manette è finito un romeno di 26 anni ritenuto il responsabile dell’omicidio di Francesco Lenzi, il gioielliere 56enne trovato morto nella sua abitazione di Acilia. La svolta delle indagini dopo l'arresto di un romeno che portava da Roma a Milano una borsa piena di preziosi con la targhetta della gioielleria Lenzi. I carabinieri di Ostia hanno interrogato molte persone sospette. Tra loro ci sono anche alcuni romeni, e anche le due domestiche - anch’esse romene - che lavoravano a casa di Lenzi. Molte le contraddizioni nelle quali sarebbero caduti i testimoni ascoltati dagli investigatori che in queste ore stanno ricostruendo le fasi precedenti all’omicidio. Lo sviluppo dell'indagine ha avvalorato i sospetti degli investigatori dell’Arma che avevano subito puntato a una rapina anomala, ad una finta rapina con legami nella vita privata del gioielliere.
È un romeno di 26 anni l’uomo sospettato di essere coinvolto nell’omicidio del gioielliere. Mentre i carabinieri del comando di Ostia stanno ancora cercando altre due persone, il giovane è stato fermato dalla polizia ferroviaria di Milano con l’accusa di ricettazione quando si è rivolto all’ufficio oggetti smarriti per recuperare il suo bagaglio. Lo aveva lasciato sul treno quando a Bologna è sceso per prendere un caffé, anche se conteneva gioielli con l’etichetta della vittima del valore di circa 700mila euro. A quanto si apprende formalmente per il momento l’ipotesi di reato resta quella di ricettazione, ma dal magistrato di Ostia potrebbe arrivare a momenti l’ordine di fermarlo anche con l’accusa di omicidio. (Il Giornale on line del 28.11.08).
Ma non è ora di finirla con questi stranieri che non vengono in Italia per lavorare ma per fare i delinquenti? Quanto dobbiamo aspettare ancora prima che si faccia davvero pulizia?
11:54 Publié dans opinioni | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
jeudi, 27 novembre 2008
Bambini abbandonati
Agenzia SIR 17:58 - R.D.CONGO: ONU, “GRAVI VIOLAZIONI SUI CIVILI”. 4,2 MILIONI I BAMBINI ABBANDONATI
Resta alta la tensione nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Gli ultimi scontri a fuoco avvenuti in diverse zone del Nord Kivu stanno aggravando la situazione umanitaria della popolazione, e proprio in queste ore è uscito un Rapporto dettagliato dall’ufficio del Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon in cui si documentano le violenze usate dai guerriglieri e le forze militari filo-governative nei confronti dei civili. A pagare le conseguenze del conflitto sono soprattutto i bambini, in particolar modo quelli in difficoltà: orfani, bambini di strada, minori ammalati di Aids, bambini accusati di stregoneria. Le stime di Unicef parlano di 4,2 milioni di bambini abbandonati in tutta la Repubblica Democratica del Congo su un popolazione infantile di 11 milioni 800mila minori (dati 2005). Tra questi c’è anche Joseph, un adolescente di 14 anni accusato dai familiari di essere un bambino “stregone” e per questo abbandonato nelle strade della capitale, e che oggi vive a Kinshasa nel Centro di accoglienza Meehd, con cui collabora lo staff locale dell’associazione Ai.Bi Amici dei bambini.
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