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vendredi, 18 juillet 2008

Islam

Riferisce Sandro Magister:
A Madrid, dal 16 al 18 luglio, è in corso la conferenza sul dialogo fra le tre religioni – l'islam, l'ebraismo e il cristianesimo – fortemente voluta da re Abdallah bin Abdulaziz Al Saud, sovrano dell'Arabia Saudita e custode dei luoghi musulmani più sacri, le moschee della Mecca e di Medina.
Re Abdallah aveva invocato questo incontro fra le tre religioni al termine della conferenza internazionale islamica tenuta alla Mecca dal 4 al 6 giugno scorso. A Madrid è lui che ha aperto i lavori, che avranno come relatori conclusivi Abdallah bin Abdul Mouhsin Al Turki, segretario generale della Lega musulmana mondiale, e il cardinale Tauran.
Prima di partire, Tauran ha detto a "L'Osservatore Romano" che la conferenza ha l'obiettivo di offrire al mondo un'immagine delle tre religioni come religioni di pace, "al servizio dell'uomo e non contro l'uomo". Questo vale in particolare per l'islam, generalmente associato a violenza e terrorismo anche per colpa di tanti suoi adepti. "Può infatti capitare – ha aggiunto il cardinale – che mentre assistiamo a quest'atto di coraggio compiuto con saggezza dal re dell'Arabia Saudita, in alcune moschee si facciano tutt'altri discorsi".
In effetti l'immagine prevalente dell'islam nel mondo è che sia portatore di violenza. Un'indagine del 2007 del Pew Forum ha riscontrato che il 45 per cento dei cittadini americani giudicano l'islam la più minacciosa delle religioni. Due anni prima erano il 36 per cento.
Un'altra idea diffusa è che i musulmani siano tanto più inclini alla violenza quanto più osservano i precetti della loro religione. Il pellegrinaggio alla Mecca – in arabo Hajj, una delle pratiche centrali dell'islam – è da molti giudicato e temuto come una scuola di intolleranza per chi vi partecipa.
Ma è proprio così? Per quanto riguarda il pellegrinaggio alla Mecca, la risposta è no. Lo prova un'indagine – una delle prime condotte in questo campo con criteri scientifici – di tre studiosi dell'università americana di Harvard su un campione di pellegrini del Pakistan.
Il Pakistan è il secondo paese al mondo per popolazione musulmana, dopo l'Indonesia. Ed è anche il più percorso dalla violenza. Intere sue province sono fuori controllo, infestate da talebani e signori della guerra. Gli attentati segnano le cronache delle grandi città. Una leader politica come Benazir Bhutto è stata uccisa in mezzo alla folla, nonostante l'imponente servizio d'ordine. Chi è accusato di offendere la religione islamica rischia la condanna a morte. Osama bin Laden ha i suoi probabili rifugi proprio sulle montagne tra il Pakistan e l'Afghanistan.
Ma i musulmani che ogni anno si recano pellegrini dal Pakistan alla Mecca non per questo ritornano più disposti alla violenza e più ostili nei confronti dell'Occidente e del cristianesimo. Quello che avviene è il contrario. Il pellegrinaggio accresce piuttosto i sentimenti di pace e di tolleranza, non solo verso i confratelli di fede ma anche verso i non musulmani.
Sono circa 2 milioni i musulmani che ogni anno compiono il pellegrinaggio alla Mecca, dall'ottavo al dodicesimo giorno dell'ultimo mese del calendario lunare islamico. Il loro numero è fissato in anticipo e proporzionato sulle popolazioni dei vari paesi. In Pakistan per essere ammessi al viaggio occorre partecipare a una pubblica lotteria. Gli estratti andranno alla Mecca, gli altri no.
I tre studiosi di Harvard – David Clingingsmith, Asim Ijaz Khwaja e Michael Kremer – hanno condotto l'indagine su un doppio campione di cittadini pakistani: su 800 che hanno fatto il pellegrinaggio e su 800 che sono rimasti a casa.
Ebbene, dall'indagine si ricava che dalla Mecca i pellegrini tornano più fervorosi. Pregano di più, vanno più spesso in moschea, osservano più fedelmente il digiuno. Viceversa, tendono ad abbandonare l'uso degli amuleti e la pratica di consuetudini non propriamente islamiche.
Migliora anche la considerazione che gli uomini hanno delle donne. Nel pellegrinaggio si sono ritrovati fianco a fianco in pari numero, compiendo gli stessi riti. E ciò ha aumentato il numero dei favorevoli a una maggiore istruzione delle ragazze e a un loro ingresso nelle professioni.
Risulta positivo anche l'impatto con i musulmani arrivati da altri paesi e da altri modi di interpretare e vivere l'islam, sciiti e sunniti. Al ritorno dalla Mecca sono numerosi quelli che ritengono possibile vivere in armonia con tutti. E questo sentimento si estende anche ai non musulmani. I pellegrini alla Mecca sono nettamente più disposti di quelli rimasti a casa a considerare i credenti in altre religioni degni di pari rispetto.
Circa il ricorso alla violenza e l'ostilità all'Occidente, i pellegrini alla Mecca si dimostrano più pacifici, rispetto ai rimasti a casa. Richiesti di dire se le finalità per le quali Osama bin Laden combatte sono giuste, i pellegrini rispondono di no in misura doppia degli altri. E richiesti di dire se i metodi impiegati da Osama bin Laden sono giusti, i no dei pellegrini sono più numerosi di quasi un terzo.
Va detto però che queste stesse risposte sono molto meno confortanti se ricondotte alle cifre assolute. Anche tra i "pacifici" pellegrini della Mecca è pur sempre molto piccolo il numero di quelli che disapprovano Osama bin Laden. Solo il 21 per cento si dissocia dai suoi metodi terroristici, e solo il 13 per cento respinge le sue finalità.
Per i non pellegrini le cifre di chi si dissocia da Osama bin Laden sono ancora più basse: rispettivamente del 16 e del 7 per cento.
Tutti gli altri, cioè la grande maggioranza, parteggiano per il principe dell'islam del terrore.

Auguriamoci che tutti vadano alla Mecca. Se ne sente proprio un gran bisogno. Anche se, come si legge, gli effetti del pellegrinaggio sono relativi.

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