samedi, 04 juillet 2009
I profughi nel quartiere più chic di Torino
Borgo Po si ribella: "Così si rovina
il quartiere più chic"
«Cosa ho pensato quando ho letto la notizia? Che anche a me piacerebbe abitare dove hanno trovato un posto per i profughi dell’ex clinica San Paolo. Borgo Po è il quartiere più chic di Torino». Diego Pallavidini è l’unico che abbia voglia di scherzare. Per forza, fa il taxista e si trova in via Asti per caso. Gli altri, i residenti e i commercianti, vicini di casa dell’ex caserma che da fine luglio ospiterà i 200 rifugiati provenienti da Somalia, Eritrea e Darfur, hanno perso il senso dell’umorismo. Sono preoccupati, allarmati, in qualche caso angosciati. Solo una signora, su un terrazzo del condominio di fronte alla caserma, rimuove il problema: «Questa storia dei profughi non è vera, risale a otto anni fa». Ma le cose non stanno proprio così.
«Stendiamo un velo pietoso», dice Carlo Foradini, responsabile del ristorante Monferrato. «I profughi porteranno gazzarra e disordine. Piazza Vittorio, a parte la movida, è ancora una cartolina della città. Non ho nulla contro gli extracomunitari, alcuni lavorano anche da noi, ma in questo caso si tratta di nullafacenti». Continua: «C’è tanta gente preoccupata, ho ricevuto diverse telefonate dei nostri clienti: sperano che don Sandro si faccia sentire affinché si desista da questa iniziativa». Lui, il parroco, aggredito tre anni fa da un immigrato che con un pugno gli ruppe un labbro e un dente, preferisce non parlare. Quando arriva, poco dopo le 16, ci liquida frettolosamente. «Non ho tempo, lasciatemi aprire la chiesa». Inutile cercarlo al telefono.
Sulla piazza della Gran Madre, qualche commerciante giura di non sapere nulla - Claudia del Gran Bar, il responsabile della gioielleria Del Vago, Gelsomina di Sephora - mentre qualcun altro accetta di commentare. «Sono favorevole a mischiare culture e mentalità - racconta Cristina Buzau del caffè «Chantilly» - a patto che non diano fastidio». «Cosa vuole che le dica?», domanda invece Renata Vizio della gelateria «Gran gelato». «È giusto aiutare i profughi, sistemandoli in una struttura adeguata, ma il loro problema ricade sulla testa di altre persone. Porteranno svantaggi, questo sì».
Addentrandosi nel quartiere, nelle tranquille traverse del precollina baciato dal sole, il dissenso aumenta fino a raggiungere l’apice proprio in via Asti. La signora Olga Ottone sta portando a spasso Jacopo, il nipotino. «Penso tutto il male possibile di questo trasloco - attacca - e mi sorprendo che il borgo non abbia ancora preso posizione. Una soluzione va trovata, ma preoccupano le condizioni ingieniche, il rischio malattie, il disturbo che queste persone possono portare. Siamo sicuri che siano tutte onestissime?». «Io vivo a Oslo - aggiunge Ada Farappa - ma i miei genitori stanno qui e sono allarmati. I profughi sono per lo più somali e, almeno nella capitale della Norvegia, la loro comunità è quella che crea più problemi».
Poco oltre la caserma c’è un’autocarrozzeria Fiat-Lancia. Laura Bianchi, una dei titolari, è anche una mamma preoccupata. «Sono disperata, i rifugiati hanno già distrutto Borgo San Paolo e non si capisce perché da noi non dovrebbero fare la stessa cosa. Qui ci muoviamo come in un piccolo paese, i bambini vanno in giro da soli. Ho una figlia di 17 anni e uno di 11, ora dovranno essere accompagnati». Perdere la tranquillità è l’incubo più grande. «Questa è una delle ultime isole di pace della città - aggiunge Barbara, la sorella - non vogliamo perderla. Se si trattasse di persone civili non ci sarebbe nessun problema, ma la realtà racconta che non è così. Nell’ex clinica hanno fatto di tutto, vivendo anche in mezzo agli escrementi. Speriamo che almeno siano controllati come dicono, vedremo alla prova dei fatti».
Qualcuno, come Giacomo, operaio, ha anche paura «che il valore delle case possa scendere». «È un problema - conferma Enrico Finello - immagino che chi abita qui non sia contento». C’è finalmente anche chi è un po’ più tollerante. Per Benito, «questa gente non può essere lasciata in mezzo alla strada», mentre per Sergio De Remigis «se molti italiani si comportassero come molti immigrati, il nostro sarebbe un Paese migliore». Chiude Stefano Gianola, che lavora in zona: «La storia di queste persone è drammatica, sono lieto che qualcuno li aiuti. Ma credo che nemmeno questa sarà la soluzione definitiva». E forse ha ragione. La Stampa
10:38 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Bonvesin de la Riva
Tra realismo e idealizzazione
di Marco Beck Nel prologo in cui enuncia contenuti, significato, finalità del suo De magnalibus Mediolani, il milanese Bonvesin da la Riva (nato fra il 1240 e il 1250, morto intorno al 1315) inserisce, con una sorta di umile perentorietà, un'affermazione piuttosto impegnativa: nullius pretii interventu, nullius inductione, nullius expectationis temporalis premii causa, sed potius inspiratione divina composui ("l'ho scritto senza che intervenisse alcun compenso, senza che nessuno me lo suggerisse, senza attenderne alcun premio mondano, ma piuttosto per ispirazione divina").
Se un celebre scrittore d'oggi, introducendo un proprio saggio, sfiorasse anche uno solo dei quattro tasti toccati da Bonvesin, come minimo si vedrebbe tacciato dai media, e dai suoi lettori, di smaccata ipocrisia. Senza alcun compenso? Figuriamoci. Sommando un congruo anticipo alla percentuale di royalties, l'autore introiterebbe, prima e dopo la pubblicazione, un paio di sostanziosi bonifici bancari. Senza suggerimenti, di libera iniziativa? Possibile, certo. Più probabile, però, un'imbeccata dell'editore-committente, sempre pronto a fiutare i venti delle mode, dell'attualità, delle sollecitazioni provenienti dalla cosiddetta società civile. Senza ricerca di premi, onori, riconoscimenti? Non scherziamo. Oltre a riscuotere entusiastiche recensioni, il libro in questione concorrerebbe a una decina di premi letterari, sino ad arraffarne almeno uno, fosse pure nel più sperduto angolo di provincia. Ispirazione divina? Be', questo sarebbe considerato, semplicemente, indice di delirante follia o di rozzo integralismo religioso.
Bonvesin, invece, ci appare perfettamente credibile nella sua "autocertificazione". Per più di una ragione. Innanzitutto, correva l'anno domini 1288: epoca ancora remotissima dall'invenzione di Gutenberg e, a fortiori, dal concetto di copyright e dal pagamento dei diritti d'autore, anche se la vendita di un manoscritto vergato in qualche scriptorium monastico poteva fruttare una bella somma. Bonvicinus de Rippa godeva, inoltre, di una rassicurante agiatezza economica: insegnante di livello superiore (doctor in gramatica), poi direttore di una scuola privata, proprietario di beni immobili, vantava anche l'appartenenza al Terzo Ordine degli Umiliati, titolari della riscossione di dazi e imposte, operosi nella lavorazione e nel commercio della lana, meritoriamente impegnati nella fondazione e gestione di ospedali. Proprio in virtù di questa sua identità religiosa, e di un genuino sensus fidei trapelante quasi da ogni pagina, Bonvesin poteva con piena legittimità rivendicare una forma di inspiratio divina. A ciò si aggiunga che egli aveva tratto fama e prestigio, se non proprio benefici finanziari, da una multiforme produzione letteraria, sia in latino (De vita scolastica, De controversia mensium) sia in volgare (una ventina di opere, perlopiù in versi, fra cui il fortunato Libro delle tre scritture): un catalogo tale da promuovere questo fecondo poligrafo al rango di più importante scrittore della Lombardia duecentesca.
Curata da Paolo Chiesa, allievo e successore di Giovanni Orlandi sulla cattedra di letteratura latina medievale all'Università Statale di Milano, con un'acribia filologica che tuttavia soddisfa le esigenze del lettore non-specialista, Le meraviglie di Milano (Milano, Mondadori-Fondazione Valla, 2009, pagine LXXXIV-286, euro 30) segna lo scioglimento di un'intricata, romanzesca vicenda testuale. Fin dal xv secolo, l'avvento della civiltà rinascimentale, spazzando via la Weltanschauung del medioevo, aveva espulso dalle biblioteche il De magnalibus, sopravvissuto solo nelle citazioni di una tradizione indiretta che aveva come suo alfiere lo storico trecentesco Galvano Fiamma. Il ritrovamento dell'unico testimone esistente, il codice 8288 della Biblioteca Nacional di Madrid, fu un colpo di fortuna (e di abilità) messo a segno dal cremonese Francesco Novati nel 1894. Ne scaturì un'editio princeps apprezzabile ma penalizzata dal pessimo stato di conservazione del manoscritto. Un passo avanti si registrò con l'edizione che Maria Corti allestì per la Bompiani nel 1974, avvalendosi della collaborazione di un traduttore d'eccezione come Giuseppe Pontiggia. In seguito, gli emendamenti di Orlandi, una nuova collazione del codice madrileno da parte di Piera Dabbene, gli studi sempre più approfonditi dello stesso Chiesa, concretizzatisi in un frutto editoriale "intermedio" per i tipi di Scheiwiller (1997), gettarono le basi per il decisivo, innovativo lavoro che ora vede la luce. Una pubblicazione giunta in significativa concomitanza con il ciclo "I giorni di Milano" - promosso dall'Assessorato alla Cultura del Comune e dall'Editore Laterza nella basilica di Santa Maria delle Grazie - composto da dieci lezioni su altrettanti momenti topici della storia locale, tenute tra il 18 marzo e il 20 maggio da relatori come Cardini, Barbero, Galasso, Galli della Loggia, e premiate da un'affluenza di pubblico che denota un risveglio d'interesse dei milanesi per le loro radici storico-culturali.
Pur rientrando nel filone delle laudes civitatum, di cui rispetta i principali canoni retorici, il piccolo capolavoro di Bonvesin si caratterizza per una duplice originalità. Originale è, in primo luogo, l'articolazione della materia, distribuita in otto capitoli. Ciascuno di essi verte su una diversa sfaccettatura della poliedrica eccellenza di Milano, applicando un procedimento simmetrico che ai pregi materiali, celebrati nei primi quattro capitoli - posizione geografica, edilizia, popolazione, ricchezza - fa seguire negli ultimi quattro l'esaltazione di qualità morali come forza, fedeltà, libertà e dignità. Una seconda peculiarità consiste nella documentazione, per così dire "di prima mano", su cui poggia il panegirico della città lombarda. Bonvesin non scrive isolato in una turris eburnea. Le informazioni concrete, i dati statistici di supporto all'argomentare pro urbe sua, se li va a cercare nelle cronache medievali, nei registri del Comune, nell'archivio dell'Arcivescovado. Gira per le strade, osserva, misura, interpella gli esperti. Ed è soprattutto per merito di questa sua verifica diretta delle fonti documentarie e del tessuto cittadino che oggi gli studiosi tendono, più che in passato, ad accreditarlo di una certa attendibilità. Per esempio, là dove censisce un numero apparentemente troppo elevato di edifici pubblici, abitazioni private, chiese e conventi, abitati da numerose famiglie religiose, in primis domenicani e minori francescani. Oppure dove magnifica la copiosità di acque sorgive, fontane, laghi e fiumi. O, ancora, dove fonda la sua stima di 200.000 abitanti (700.000 comprendendo anche un contado fittamente popolato) sulla misurazione del consumo giornaliero di grano.
Altrove, invece, l'amore viscerale per la sua patria, proclamata "la più splendida fra tutte le città del mondo", e per i suoi concittadini - un popolo allegro, amichevole, elegante, devoto, dedito con successo a ogni genere di attività economica, agricola, mercantile, giuridica, militare, e soprattutto generoso nell'assistenza ai poveri e ai malati - rischia di far scivolare Bonvesin sul terreno di un iperbolico campanilismo. O, nella migliore delle ipotesi, di spingerlo verso un'idealizzazione della realtà locale analoga a quella che, in una Siena quasi coeva, ispirava ad Ambrogio Lorenzetti le scene "mitizzate" del grande affresco Effetti del buon governo nella città e nella campagna. Come non sorridere, in particolare, leggendo che Milano sarebbe, secondo questo suo figlio appassionato, "più adatta a essere sede del Papa, con buona pace dei Romani", e che quindi si dovrebbe procedere senza indugio al trasferimento del soglio pontificio?
Intendiamoci. Nell'alveo della storia di Milano a lui contemporanea Bonvesin non vede scorrere solo latte e miele. La nostalgia che si sente vibrare nella sua tendenza all'idealizzazione riflette la consapevolezza che quell'immagine di idilliaca prosperità è ormai anacronistica. La transizione dal libero governo comunale allo spregiudicato assolutismo della signoria viscontea avanza a grandi passi, e sta imponendo alla cittadinanza un pesante tributo di discordie laceranti, intrighi tenebrosi, lotte intestine tra le fazioni dei Torriani e dei Visconti. L'orgogliosa rievocazione delle memorabili vittorie in campo aperto su Corrado il Salico, Federico i Barbarossa e Federico ii trova così, proprio nell'epilogo del De magnalibus, un indignato controcanto: "Oh, Milano! Chi gode perché tu, ammirevole, da mirabile diventi miserabile? In casa tua si alleva chi mira a sbranarti con i denti dell'odio. Chi è che osa toglierti la pace? È la protervia di alcuni tuoi cittadini, la cui avidità non basterebbero le ricchezze del mondo intero a saziare!".
Smodata avidità di ricchezze. La stessa peste morale responsabile dell'odierna crisi economico-finanziaria corrodeva anche il mondo di Bonvesin da la Riva. Ancora una volta, non si può che dare ragione al saggio Ecclesiaste con il suo disincantato aforisma: nihil novi sub sole. L'Osservatore Romano
10:32 Publié dans Saggi | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Violenti combattimenti in Afghanistan
Prosegue l'operazione contro i talebani. Washington: «Battaglia violenta a Helmand»
KABUL - Prosegue l'offensiva americana in Afghanistan, al via da giovedì, che ha come obiettivo quello di «ripulire» valle dell'oppio. In campo 4 mila marines e 650 afghani impegnati a liberare il territorio di talebani. L’esercito americano è impegnato da alcune ore in violenti combattimenti nella provincia di Helmand: lo ha confermato il generale Larry Nicholson, comandante del corpo dei marines, precisando che la brigata 2/8 dei marines sta avendo difficoltà nell'avanzare verso sud. L'offensiva americana si è trasformata in una «battaglia infernale» ha detto Nicholson. «Una base ostile situata a sud di Garmser è stata distrutta ieri. Ma ciò non vuol dire che il nemico sia fuggito», ha aggiunto l'alto ufficiale.
UCCISO UN SOLDATO USA - Nicholson ha anche confermato la morte di un soldato americano, il primo ucciso dai ribelli talebani durante l'offensiva dei marines. L'operazione «Khanjar» («Colpo di spada») è la più vasta dopo l'annuncio del presidente Barack Obama dell'invio quest'anno di 21 mila soldati di rinforzo specialmente al sud, nella provincia di Helmand, una zone dove i ribelli talebani sono attualmente più in forze.
ATTACCO KAMIKAZE FERITI LIEVEMENTE DUE PARA' - Intanto due militari italiani sono stati leggermente feriti sempre in Afghanistan in seguito ad un attacco suicida. Lo ha reso noto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi. «A 20 chilometri da Farah, c’è stato un attacco a un nostro mezzo Lince» ha dichiarato la La Russa.
Lo scontro è avvenuto al termine dell'operazione condotta dalle nostre forze armate in concomitanza con l'offensiva americana, nel cui ambito un gruppo di insorti è stato catturato nelle ultime 24 ore nella Valle di Musahi, 35 chilometri a sud di Kabul, in un’operazione congiunta compiuta dai militari italiani della Folgore e dai soldati dell’esercito afgano. Durante l’intervento delle truppe è stato sequestrato un buon quantitativo di armi portatili. Secondo quanto riferito dal Comando italiano a Kabul, i combattenti arrestati sarebbero tra i responsabili di molti degli attacchi compiuti nella zona contro i soldati italiani. Iniziata alle ore 4 del 2 luglio, l’operazione, che ha visto impegnati circa 600 militari tra italiani e afghani, è terminata nella notte. Gli insorti catturati sono ora sotto custodia delle autorità afgane. All’inizio dell’operazione, inoltre, un secondo gruppo di insorti ha abbandonato le sue posizioni nell’area, cercando rifugio in una provincia limitrofa. Grazie al controllo dell’area assicurato dalle unità italiane posizionate in punti appositamente scelti, è stato possibile individuarne la localizzazione, nell’area di responsabilità di un altro contingente di Isaf. Corriere
10:29 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Le ronde di sinistra
Penati stanziò fondi. E ad Albenga i controlli li fa la giunta Pd
ROMA — Anche il centrosinistra ha un’anima «rondista». Prima ancora dell’approvazione del ddl sulla sicurezza voluto dal centrodestra e in particolare dalla Lega, diverse amministrazioni guidate dal Pd hanno dato il via libera alle squadre di volontari per la sicurezza, per il presidio del territorio o per il decoro urbano. Appunto le ronde, anche se preferiscono chiamarle «associazioni civiche».
Il laboratorio delle «ronde dolci» di centrosinistra è l’Emilia Romagna. Qui una legge regionale voluta dal governatore Vasco Errani nel 2003 ha spianato la strada alle associazioni civiche che mandano i volontari davanti alle scuole, nei parchi, addirittura nei cimiteri. «Ma sono contrario alle ronde per la sicurezza », ha ribadito Errani quando il ddl del governo è arrivato al Senato per l’approvazione definitiva. E Giorgio Pighi, sindaco riconfermato di Modena, esponente del Pd e fra i fondatori dell’Ulivo, ha spiegato: «Le nostre non sono le ronde che piacciono alla Lega, non c’entrano nulla. In comune abbiamo solo il fatto che i cittadini prestano la propria opera volontariamente. Ma il nostro è un approccio culturale: le nostre squadre lavorano per il ripristino del decoro urbano, cancellando le scritte o aggiustando la panchina divelta nel parco, e per portare coesione sociale. Le ronde che vuole la Lega non puntano alla coesione e alla solidarietà sociale. E’ un presidio del territorio con finalità quasi intimidatorie ». In realtà, però, anche in Emilia Romagna c’è chi nel Pd aveva intravisto nelle ronde un aiuto alla sicurezza: Sergio Cofferati, quando era sindaco di Bologna, nello scorso febbraio aveva affermato che i cittadini «possono dare un contributo al presidio del territorio», purché le iniziative non assumano «colore o valenza politica».
E anche nella Lombardia dominata dal verde della Lega e dall’azzurro del Pdl, ci sono stati amministratori di spicco del Pd che hanno aperto più di uno spiraglio alle ronde: Filippo Penati, prima di perdere la presidenza della Provincia di Milano, aveva stanziato 250 mila euro a favore dei Comuni del territorio per finanziare le associazioni di volontari. Una mossa, quella di Penati, che è andata oltre a quanto stabilito il governo, secondo il quale le ronde non devono gravare sulle casse pubbliche.
E ancora in Liguria c’è il caso Albenga: il sindaco Antonello Tabbò, centrosinistra, aspettando di poter installare decine di telecamere per la videosorveglianza ha lanciato una sorta di «ronde istituzionali». Lui stesso, insieme agli assessori della sua giunta e ai consiglieri di maggioranza, è sceso in strada di notte accompagnando nei pattugliamenti polizia municipale e forze dell’ordine, anche se con una valenza simbolica più che reale: «Per far sentire ai vigili e alla cittadinanza che siamo loro vicini nella lotta per la sicurezza ».
E nella vicina Massa, invece, il sindaco del Pd, Roberto Pucci, si è schierato contro le ronde, che però sono lo stesso scese in strada, organizzate dai consiglieri locali de La Destra, sotto lo slogan «Soccorso sociale e sicurezza», con i volontari armati di cellulare, torce metalliche e spray al peperoncino. Quando la legge approvata giovedì entrerà in vigore, però, bombolette urticanti e torce metalliche dovranno essere riposti nell’armadio, perché i volontari non potranno portare «alcun oggetto atto a offendere».
La patria delle ronde è comunque il Veneto. Qui il Carroccio ha organizzato le squadre di volontari in piccoli e grandi centri. Ma anche il Pd si è mosso. Achille Variati, sindaco di Vicenza, ha annunciato l’istituzione di una scuola per volontari della sicurezza. Flavio Zanonato, confermato alle ultime amministrative alla guida di Padova, già in passato ha schierato i «nonni-vigili» davanti alle scuole e nei parchi: «Diciamo che sono delle ronde anche queste, e io sono favorevole a utilizzare la collaborazione dei cittadini per il presidio del territorio. Perché la presenza di una squadra di volontari in un parco può scoraggiare gli spacciatori. Un’altra cosa è quando sento parlare di ronde come quelle che vogliono i leghisti, che rischiano di diventare una polizia politica al servizio di un’ideologia. Con il termine ronda, poi, viene indicato anche un altro fenomeno: quello delle manifestazioni spontanee in piazza di comitati di cittadini che reclamano sicurezza. Queste non sono ronde vere e proprie. Sono iniziative legittime ma non procurano sicurezza. Anzi paradossalmente assorbono energie delle forze dell’ordine che per tutelare la sicurezza dei partecipanti sono costrette a tralasciare altri incarichi».
Al Sud almeno due sindaci di centrosinistra si sono detti favorevoli alle ronde: Michele Emiliano (Bari) e Vincenzo De Luca (Salerno). Purché però siano «intese come squadre di cittadini che volontariamente collaborano al controllo del territorio, ma senza connotazione politica». Paolo Foschi. Corriere
10:24 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
La mano tesa di Hu all'Europa
Nella intervista del presidente cinese Hu Jintao al Corriere di ieri vi sono i tradizionali ingredienti retorici con cui si confezionano le dichiarazioni, i brindisi e i comunicati congiunti che accompagnano le visite internazionali: affinità culturali, rispetto reciproco, antica amicizia, interessi comuni, futuro migliore, sfide globali da affrontare insieme. Vi è anche un cenno al Rinascimento e vi sarà immancabilmente, in qualche brindisi, un riferimento a Marco Polo, nume tutelare dell’amicizia italo-cinese ogniqualvolta i due Paesi desiderano celebrare i loro rapporti. Ma vi è anche un passaggio sull’Europa che non è convenzionale e merita attenzione.
Hu Jintao dice che «le relazioni sino-europee hanno superato le difficoltà e le vicissitudini precedenti e sono tornate nel binario normale». Pensa al Tibet e all’incontro di qualche leader europeo con il Dalai Lama, ma non lo dice e preferisce venire al sodo della questione dichiarando che «Pechino ha attribuito grande importanza ai rapporti con l’Ue e la considera come una delle priorità della sua politica estera». E aggiunge, per maggiore chiarezza: «La Cina sostiene il processo di integrazione europea e accoglie con soddisfazione il suo ruolo sempre più utile e rilevante negli affari internazionali».
Queste ultime parole contengono una cortese bugia. Non è vero purtroppo che il ruolo dell’Ue sia «sempre più utile e rilevante ». Nonostante qualche sprazzo di encomiabile decisionismo (la missione militare in Libano, l’intervento nella crisi georgiana, la reazione iniziale alla crisi del credito), l’Unione europea, per rovesciare una espressione di John Major a proposito della Gran Bretagna, è un pugile che combatte al di sotto del suo peso. Dai referendum falliti del 2005 siamo quasi sempre una somma di indecisioni, tentennamenti ed egoismi nazionali. I cinesi lo sanno, ma si servono di una bugia per dirci che il mondo ha bisogno dell’Ue e che gli europei farebbero bene a rendersene conto. Affinità culturali? Antica amicizia? No, le ragioni, grazie al cielo, sono più concrete e attuali.
La Cina non desidera un mondo americano. Visto da Pechino il nuovo presidente è meglio del suo predecessore ma è pur sempre il capo di una potenza imperiale. La crisi del credito ha messo in evidenza i rapporti di reciproca convenienza che uniscono il creditore cinese al debitore americano, ma ha contemporaneamente dimostrato a Pechino quanto sia pericoloso legare il proprio destino alle imprevedibili politiche degli Stati Uniti. Desidera una Europa forte perché preferisce un mondo multipolare in cui vi siano forze capaci di contenere e controllare la debordante potenza americana.
Con le sue parole Hu Jintao ci ricorda che esiste uno spazio vuoto e che spetta a noi riempirlo. Tende la mano a una Europa debole e divisa nella speranza che il gesto la incoraggi ad accantonare le sue beghe e i suoi bisticci per fare infine una politica conforme ai suoi interessi e alle sue ambizioni. Se ne avrà il coraggio, la Cina sarà il suo «partner strategico ». Dovremmo forse, per raccogliere l’invito, rinunciare ai nostri principi in materia di diritti umani? Credo piuttosto che l’Ue sarà più ascoltata e rispettata a Pechino di quanto non siano i singoli Paesi quando fingono di credere che un occasionale incontro con il Dalai Lama abbia dato un contributo alla soluzione della questione tibetana. Sergio Romano. Corriere
10:20 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
L'explosion des manifestations à Paris
En six mois, les cortèges ont augmenté de 31,81 % par rapport à la même période en 2008, passant de 1 .116 à 1. 471. Soit presque huit par jour !
Paris s'embrase-t-il ? Au nom de la sacro-sainte liberté de manifester, le pavé de la capitale est au bord de la saturation. Entre Notre-Dame et la tour Eiffel, l'asphyxie guette. L'odeur de merguez gagne du terrain. La mélopée des haut-parleurs devient lancinante et le claquement des pétards vire au leitmotiv. Chaque semaine, les mouvements de foule liés à de grandes festivités, des parades ou rencontres sportives en tous genres germent sur le bitume. La succession des voyages officiels à risque, à l'instar de celui du premier ministre israélien ou, dans une moindre mesure, celui à caractère privé du président américain, Barack Obama, le mois dernier, suscitent parfois des thromboses.
Sans conteste, le malaise social qui étreint le pays, avec ses cohortes de mécontents, parachève le tableau. Selon une note interne de la Direction de l'ordre public et de la circulation (DOPC) de la Préfecture de police, le nombre des manifestations revendicatives a littéralement flambé depuis le début de l'année dans la capitale. Entre janvier et juin derniers, ces manifestations ont ainsi augmenté de 31,81% par rapport à la même période de l'année précédente, passant de 1.116 à 1.471 rassemblements en un semestre. Soit presque huit par jour ! Si les sanglants débordements de février 1934 ou les événements de Mai 1968 appartiennent à l'histoire, les rues de Paris sont loin d'être devenues un long fleuve tranquille. «La gestion des récents événements s'est avérée particulièrement délicate en raison du changement d'état d'esprit des organisateurs comme des manifestants, précise en préambule le document porté à la connaissance du Figaro. Ces difficultés sont apparues tant lors de la préparation des services que le jour de la manifestation, où les participants sont plus nombreux et violents.»
Âpres marchandages sur l'itinéraire
Rythmé par les récentes manifestations intersyndicales fédérant jusqu'à 85.000 militants, la fronde des naufragés de Continental ou des opposants au projet de réforme des universités, le bal contestataire est étourdissant. Il a commencé sur les chapeaux de roue, dès les 3 et 10 janvier, avec l'occupation de la chaussée par les pro-Palestiniens au lendemain de l'offensive israélienne à Gaza. En vertu d'un décret-loi remontant à 1935, les organisateurs devaient déclarer leur manifestation par écrit au préfet de police, qui l'autorise après en avoir examiné certaines modalités. Dont l'heure de début et de fin du cortège, mais surtout la délicate question de l'itinéraire, objet de marchandages de plus en plus âpres. «Un vrai casse-tête, grince un haut responsable de la Préfecture de police. Pour préparer une manifestation, nous avons reçu une demi-douzaine fois les organisateurs pro-palestiniens pour définir un parcours acceptable. Mais ces derniers débarquaient à chaque reprise avec de nouveaux interlocuteurs. Ils voulaient à tout prix finir devant l'ambassade d'Israël…»
Or, tout comme les abords de l'Élysée, le périmètre des ministères ou encore des sites sensibles tels que la place de la Concorde, les sièges des représentations diplomatiques sont protégés par la convention de Vienne. À la première manifestation, quelque 21.000 personnes ont fini par défiler entre les places de la République et de l'Opéra, où la dispersion du cortège s'est soldée par des scènes de pillage. La semaine suivante, les forces de l'ordre ont retenu la leçon : la seconde manifestation, drainant 31.000 militants hostiles à Israël, avait été encadrée par 2.755 policiers. Soit un dispositif quatre fois supérieur, le plus imposant depuis janvier.
«Quand ils ne varient pas d'interlocuteurs pour nous faire tourner en bourrique, les organisateurs attendent le dernier moment pour déclarer leurs démonstrations, explique la Préfecture de police. Ils peuvent ainsi arguer du fait qu'ils ne peuvent changer les lieux de départ des cortèges, faute de temps pour prévenir l'ensemble de leurs adhérents.»
Le stratagème est imparable : dès lors que les tracts ont été distribués à la volée ou, pire encore, qu'un mot d'ordre a été lâché sur Internet via Facebook, les forces de l'ordre se retrouvent devant le fait accompli.
«Chaque manifestation à risque fait l'objet d'un marchandage permanent, de négociations où l'on apprend les vertus de la sagesse et de la tolérance, concède Jean-François Demarais, patron de la DOPC. Faute de pouvoir trouver un accord par téléphone avec le comité de soutien de Tarnac (demandant alors la libération du présumé terroriste Julien Coupat, NDLR), nous avions proposé par e-mails des itinéraires qui ont tous été rejetés. Les organisateurs nous avaient promis que le mouvement serait festif…» Et la situation de blocage a dégénéré, lorsqu'une dizaine d'unités mobiles - soit 850 hommes - ont été mobilisées en urgence, pour contenir 500 sympathisants d'extrême gauche partis du quartier des Halles pour assiéger le siège de l'administration pénitentiaire en jetant pierres, cocktails Molotov, bombes d'artifices et boules de pétanque. «Adoptant une nouvelle technique, ces militants se métamorphosent en casseurs en évoluant au sein du cortège, témoigne un commissaire parisien. À l'approche de leurs cibles, sans ralentir le pas, ils se couvrent le visage de masques blancs ou de foulards, enfilent pour certains des tenues noirs et sortent les bâtons et armes de fortune…»
C'est ainsi que le 31 janvier dernier, devant la maison d'arrêt de la Santé, 800 manifestants proches de l'ultragauche, dont 250 «teufeurs», ont tiré des fusées sur les CRS. Sept ont été victimes de brûlures, de contusions, de coupures, de douleurs aux oreilles. Un huitième, grièvement blessé, a eu la rotule arrachée. «Au moment de la dispersion, les casseurs jettent leurs bidons d'essence, se rechangent, reprennent leur allure d'étudiants sages avant de se disperser et de se fondre dans le décor, reprend le commissaire. Les interpellations deviennent plus délicates…»
Lors du premier trimestre, le nombre des manifestations sauvages a explosé de 62% dans la capitale, passant 187 à 303. Soit presque deux par jour. Outre les activistes d'extrême gauche, les crânes rasés de la droite ultra et les militants anti-avortement de SOS tout-petits figurent parmi les plus «récalcitrants». Mais, contrairement à ce que laissent entendre ses détracteurs, la Préfecture de police ne cherche pas à museler les contestataires : depuis janvier, aucune manifestation n'a été interdite. L'année dernière, moins de 1% des 2.611 rassemblements avaient été frappés de veto. Étaient visés le groupuscule Solidarité des Français (SDF) - à plusieurs reprises - distribuant une soupe à base de porc pour discriminer les musulmans, le Comité Tamoul-France ou encore la commémoration de la mort du militant nationaliste Sébastien Deyzieux.
Comme le souligne la note confidentielle portée à la connaissance du Figaro, «le nombre des participants à des manifestations revendicatives a augmenté sur les six premiers mois de l'année : 1.488.042 personnes ont foulé le pavé parisien, contre 1.163.425 pour 2008, soit une hausse de 27,90%». Plus nombreux, les manifestants se sont en outre montrés plus violents. Ainsi, le nombre des policiers et gendarmes blessés a bondi de 318% entre janvier et mai derniers. «Certains ne veulent plus négocier avec la police, déplore Jean-François Demarais. Sans crier gare, ils se livrent à des actions inopinées en vandalisant et transformant tout ce qui leur tombe sous la main en armes de fortune contre nos fonctionnaires…» Désormais, à la veille des manifestations à risque, la Préfecture de police fait le «ménage» le long du parcours, enlevant les voitures et vidant les chantiers pour éviter que les outils volent sur les gardiens de la paix.
Le secours inattendu de la CGT
Pour l'heure, les 1.300 policiers en charge de l'ordre public à Paris font face, même s'ils risquent à terme de ployer sous la charge croissante des missions. Comme celles, cet automne, d'évacuer à plusieurs reprises la Sorbonne occupée par les étudiants en colère ou d'encadrer plusieurs fois par semaine les mêmes manifestations rituelles des sans-papiers ou des sans-logis. «La multiplication de ces modestes rassemblements grignote nos effectifs et empoisonne la vie des Parisiens», grogne un haut fonctionnaire qui n'hésite plus à pourfendre l'«abus du droit de manifester».
Parfois, les policiers parisiens profitent de secours inattendus, comme celui de la CGT qui a évacué la bourse du travail, rue Charlot à Paris (IIIe), occupée depuis quatorze mois par des sans-papiers. Ces derniers ont été délogés sous les yeux des policiers, cantonnés à l'extérieur.
Soucieuse d'éviter les excès, la Préfecture de police de Paris multiplie les procédures contre les organisateurs de manifestations illicites, comme cela a été fait pour l'association Droit au logement (DAL). En théorie, les fautifs encourent six mois d'emprisonnement et 7.500 euros d'amende. Par ailleurs, les identités et les motivations de certains déclarants sont examinées avec soin par la Direction du renseignement afin d'anticiper tout problème, tandis que 155 agents parisiens en civil d'une très discrète brigade d'information de voie publique (BIVP) passent au crible chaque manifestation pour y déceler tout élément à risque. Chaque soir, le préfet de police Michel Gaudin fait un point dans son bureau. Nul doute que ce stratège conserve souvent à l'esprit ce mot de Napoléon : «Je suis plus inquiet d'un rhume à Paris que d'une épidémie en province». Le Figaro
10:00 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Un nouveau remaniement avant le 14 juillet
L'Élysée prépare une deuxième vague de nominations.
La deuxième salve de secrétaires d'État sera tirée «avant le 14 juillet». Nicolas Sarkozy, qui souhaite compléter son nouveau gouvernement , teste quelques noms. Avec l'intention de créer encore la «surprise», selon ses propres déclarations devant les militants UMP des Hauts-de-Seine (nos éditions du 1er juillet). Le gouvernement de François Fillon, qui compte déjà 38 membres, devrait s'enrichir de quatre nouvelles recrues. «42 ministres, ça ne pose pas de problème au président», confie un de ses visiteurs. Son but est avant tout de banaliser le fait d'entrer et de sortir du gouvernement. Il a inventé le concept du gouvernement glissant», constate un ancien ministre.
Ces ajustements pourraient prendre la forme «d'une fusée à trois étages», explique-t-on à l'Élysée. Le premier relève du «complément réel au gouvernement». La trace de ces nouveaux postes à pourvoir est d'ailleurs lisible dans l'actuel gouvernement. Jean-Louis Borloo, qui, en plus de sa casquette de ministre de l'Écologie, de l'Énergie, du Développement durable et de la Mer, a hérité des Technologies vertes. Pour ce secrétariat d'État, il faut un «vrai spécialiste, un pro du benchmark», explique-t-on chez Borloo.
Jérôme Clément pressenti
Autre «lacune» du précédent remaniement, la Fonction publique qui a perdu son secrétariat d'État et son titulaire, André Santini. Un poste de secrétaire d'État pourrait aussi être créé, celui de la Communication auprès de Frédéric Mitterrand. Pour épauler l'ancien animateur de télévision, on cite Jérôme Clément, actuel PDG d'Arte, qui a fait ses classes dans le cabinet de Pierre Mauroy. Si Sarkozy faisait appel à cet énarque de 64 ans, conseiller municipal à Clamart, il ferait coup double puisqu'il marquerait un point de plus dans la case ouverture et libérerait la présidence d'Arte, convoitée par l'ancienne ministre de la Culture Christine Albanel.
L'Élysée songe aussi à d'autres «compléments» au gouvernement. Les Relations avec le Parlement pourraient être renforcées, soit par la nomination de secrétaires d'État en charge spécifiquement d'une Assemblée, soit par la création dans les principaux pôles ministériels comme les Affaires sociales ou l'Écologie de secrétaires d'État chargés de suppléer les ministres au Parlement. Le nom de Maurice Leroy (Nouveau Centre) est une nouvelle fois avancé.
Deuxième étage de ces ajustements, les «secrétaires d'État en mission». Plusieurs chantiers, auxquels tient le président, pourraient être couverts par des «CDD» gouvernementaux. C'est le cas de la réforme des collectivités territoriales. Après le refus de l'ancien ministre Dominique Perben, l'Élysée pourrait confier cette mission délicate au sénateur UMP de Saône-et-Loire Jean-Patrick Courtois. Une hypothèse renforcée par le retrait rapide de sa candidature à la tête du groupe sénatorial UMP. Autre dossier clé du président : le partage de la valeur. Sujet sur lequel a planché Frédéric Lefebvre, député en sursis (André Santini devrait reprendre son siège à son suppléant le 23 juillet).
Troisième étage de ce nouveau remaniement, les «nominations emblématiques». Depuis les européennes, l'Élysée n'a pas renoncé à faire un «coup» en décrochant un grand nom de l'écologie. Un professeur d'université pourrait hériter d'un poste de haut-commissaire. Plusieurs autres hauts-commissariats sont envisagés, sur le dossier des retraites par exemple. Là encore, l'Élysée prépare une surprise en sollicitant des personnalités du monde syndical.
Après le refus en 2007 de l'ancienne secrétaire générale de la CFDT Nicole Notat, le président espère convaincre un cégétiste de franchir le pas de l'ouverture. Les noms de Frédéric Imbrecht, ancien patron de la fédération de l'énergie (avec qui Sarkozy a négocié en 2004 l'ouverture du capital d'EDF), et celui de Christian Larose, membre du Conseil économique et social et ex-responsable de la CGT-textile (à ce titre, il a beaucoup négocié avec Guillaume Sarkozy), sont cités. Un cégétiste au gouvernement, la «surprise» serait au rendez-vous. Le Figaro
09:57 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Anarchici progettavano attacchi ai treni
L'accusa verso i due - secondo l'agenzia Adnkronos - è di associazione sovversiva edattentato alla sicurezza dei trasporti pubblici. I due sono stati arrestati su ordinanza di custodia cautelare del Giudice di Perugia.
L'indagine era stata avviata dopo che i Carabinieri avevano controllato i due arrestati odierni su un'auto rubata, mentre si accingevano a sabotare la linea ferroviaria Orte-Ancona con ganci artigianali appositamente costruiti, che avrebbero interrotto la linea elettrica al passaggio del primo convoglio.Stefani, in particolare, era già stato arrestato il 4 maggio 2006 su ordine del gip di Roma Guglielmo Muntoni insieme ad altri due anarco-insurrezionalisti. In particolare, erano stati ritenuti responsabili del reato di furto aggravato in concorso di un Y10 Autobianchi utilizzato per spostarsi tra Viterbo e Bologna.
Non è finita. Sempre Stefani era gì stato arrestato e condannato a 2 anni e 8 mesi per il ritrovamento di un ordigno inesploso davanti ad una macelleria di Arezzo. Finì poi in manette nel 2004 per associazione sovversiva, ma venne assolto dalla prima corte di Assise di Roma nel febbraio 2006. Nel corso di un controllo, mentre viaggiava a bordo della propria auto, Stefani era stato trovato in possesso di opuscoli e pubblicazioni di matrice anarco-insurrezionalista contenenti anche schemi per la realizzazione di ordigni incendiari ed esplosivi. Avvenire
09:51 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Agenda della Speranza ai leader del G8
Ieri il premier Berlusconi e tre ministri, quello dell’Economia Giulio Tremonti, degli Esteri Franco Frattini e del lavoro Maurizio Sacconi, hanno accolto la delegazione ufficiale guidata dal vescovo Arrigo Miglio, presidente della commissione per la giustizia e la pace della Cei e composta, tra gli altri, dal presidente della conferenza episcopale ecuadoregna Nestor Herrera, dal vescovo nigeriano di Oyo Emmanuel Badejo, dalla Focsiv e dall’associazionismo cattolico riunito nel cartello di Retinopera.
Silvio Berlusconi ha dichiarato di condividere i contenuti dell’appello, promettendo di sostenerli, senza tuttavia nascondere il proprio pessimismo sulle decisioni che assumerà il vertice, dove si scontrano diverse visioni sulla crisi internazionale. Giulio Tremonti ha dedicato alla delegazione quasi un’ora e mezza, dicendosi d’accordo con temi cari alle ong cristiane, come la necessità di rivedere regole e codici del capitalismo. Il ministro dell’Economia ha confermato che l’Italia rientrerà in tre anni nel piano di impegni internazionali anti povertà, con il passaggio allo 0,5% del Pil richiesto dalla Ue, quintuplicando in pratica gli aiuti. Ha poi garantito che proporrà al G8 nuovi strumenti per finanziare l’Aiuto pubblico allo sviluppo come la D-Tax, l’1% sull’Iva e, in casa nostra, la destinazione dell’otto per mille destinato allo Stato alla cooperazione internazionale.
Alla Farnesina Franco Frattini ha sottolineato che la centralità della persona è tra le priorità che la Presidenza italiana porterà al summit. Le altre sono sicurezza alimentare, protagonismo politico per l’Africa nello scacchiere mondiale, il proposito di dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030. Frattini si impegnerà per far dimezzare in cinque anni le trattenute sulle rimesse internazionali dei migranti.
Infine, il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, che ha ricevuto la delegazione con il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, ha condiviso l’appello per il rispetto dei diritti dei lavoratori nelle imprese multinazionali, in particolare quelle delocalizzate al Sud. Per Sacconi la migliore risposta verrà dalla responsabilità sociale delle imprese.
Positivi i commenti dei partecipanti. Per il vescovo di Ivrea Arrigo Miglio, che ha sottolineato il tempo dedicato alla delegazione, «dagli incontri è emersa attenzione per le nostre proposte, una certa sintonia e la promessa di impegni concreti mettendo al centro la persona, Mi è sembrato importante che abbiano parlato anche i vescovi del Sud, i quali hanno comunque ribadito l’importanza del tema dell’immigrazione».
«Parole rassicuranti che ci danno speranza» è il commento generale di Sergio Marelli, direttore della Focsiv, il quale registra come in particolare Giulio Tremonti abbia manifestato interesse al dialogo con la società civile. «Credo che si sia registrata sintonia con il governo ed è significativa l’attenzione dedicataci. Naturalmente guarderemo agli esiti del vertice senza fare sconti a nessuno».
Oggi la delegazione si sposta a Mlano per partecipare alle 17, 30 in Duomo, alla celebrazione prefestiva presieduta dal Cardinale Tettamanzi cui seguirà una veglia di preghiera in piazza Santo Stefano, vicino alla basilica milanese dei migranti.
09:49 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Sinistra isterica
A sinistra troppa gente sta diventando isterica? Comincio a pensarlo dopo una serie di indizi che, insieme, fanno una prova. Mercoledì 1° luglio Il Giornale ha pubblicato due lettere inviate al direttore, Mario Giordano. Erano firmate o siglate, venivano entrambe da Milano e raccontavano le disavventure di due lettori del suo quotidiano.
Vediamo la prima. Il venerdì 26 giugno un signore sale sull’Eurostar Roma-Milano, si siede al posto assegnato e comincia a leggere Il Giornale. Passano pochi minuti e viene insolentito da un altro passeggero. Costui ringhia: «Odio quelli che leggono Il Giornale!». Dopo qualche altro minuto, l’odiatore esclama: «Non posso sopportare la vista dei fascisti!». E si alza, cambiando posto nella carrozza. Nessuno reagisce. Nessuno sembra aver sentito nulla.
La seconda è del 23 giugno. Milano, filobus della linea 90-91 nel tratto fra piazzale Lodi e piazza Tripoli, ore 13. Un passeggero è seduto e ha in mano Il Giornale. Ma anche per lui la lettura si rivela un’impresa. Una donna sui trent’anni gli dice: «Lei mi fa venire il voltastomaco. È privo di senso critico». Poi aggiunge, urlando: «Lei ragiona come il suo capo, il Berlusconi». Il lettore del Giornale le replica che ciascuno sceglie il quotidiano che crede. Ma la donna non si quieta. Le dà manforte un giovanotto sui trent’anni. Poi la coppia scende dal filobus gridando: «Sei un servo di Berlusconi. E fai davvero schifo!».
La risposta di Giordano è intelligente e pacata. Si limita a dire che a nessuno dei suoi lettori verrebbe in mente di insultare chi legge Repubblica. Poi rivela che gli stanno arrivando molte lettere dello stesso tenore. Infine conclude con una verità: «Il centrodestra è maggioranza nel Paese. Purtroppo però è una minoranza culturale». Risposta tranquilla e, dunque, buona. Confesso che al suo posto sarei stato ben più duro.
Il lettore aggredito sul filobus ricorda che negli anni Settanta, a Milano, acquistare Il Giornale, allora diretto da Indro Montanelli, poteva essere pericoloso: «Si rischiavano le bastonate. Di solito si comprava anche un altro quotidiano che serviva a nascondere il primo». Succedeva davvero così. In quel tempo lavoravo al Corriere della Sera. L’aria di Milano era orrenda. La sinistra menava e qualche volta sparava. Indro era ritenuto un fascista, come i suoi lettori. E infatti venne gambizzato dalle Brigate rosse.
Grazie a Dio non siamo tornati a quei tempi. Ma proprio ieri ho letto una mail inviata al Riformista e diretta a me. Una signora emiliana racconta quanto segue. Stava alla stazione ferroviaria di Latina e, in attesa del treno, leggeva un mio vecchio libro, La grande bugia. Un tizio l’ha assalita a male parole. E la stessa aggressione ha poi subito, sempre per quel libro, su un Eurostar che la portava a Milano.
C’è un detto che ho citato più volte: il diavolo si nasconde nei dettagli. Dunque è bene fare attenzione ai piccoli fatti perché spesso diventano i sintomi di un guaio più grande. Eccone uno che mi riguarda. Un libraio emiliano mi ha detto: «Mi piacerebbe invitarla a presentare il suo ultimo libro. Ma non posso farlo perché perderei molti dei miei clienti di sinistra». Gli ho risposto: «Non si preoccupi. Se un libro non è inutile, si vende da solo...».
In fondo sono fastidi ancora da poco. Anche per questo mi sembra giusto mantenere il sangue freddo. Tuttavia la calma non può impedirci di osservare l’orizzonte con qualche timore. Non mi piacciono per niente le contestazioni aggressive al presidente del Consiglio. Voglio dirlo, e posso dirlo, proprio perché sono stato il primo a invitarlo alle dimissioni, per ben due volte.
Conosco già la risposta di molti che odiano il Cavaliere: se viene contestato è colpa sua, basta pensare alle ultime storie delle ragazze convocate a Palazzo Grazioli o nel villone in Sardegna! Ma è una risposta sbagliata. Finché Silvio è il presidente del Consiglio, rappresenta tutti, anche quelli che non lo hanno votato. Dunque va lasciato in pace. O se vogliamo essere ironici, va lasciato a cuocere nel suo brodo. Criticarlo è un diritto, cercare di pestarlo no.
Invece le aggressioni al premier si stanno moltiplicando. Un cronista attento, Claudio Tito di Repubblica, ci ha spiegato che le contestazioni in pubblico sono diventate «un vero e proprio incubo» per il Cavaliere. Come non capirlo? Ho visto alla tivù quella di Viareggio, dopo la strage alla stazione. Gli urlatori non erano una folla sterminata. Ma li muoveva una furia cieca che mi ha spaventato. Tanto che mi sono chiesto: e se qualcuno gli avesse sparato?
Avere un premier in libertà vigilata è un’offesa per la Repubblica. E non giova neppure ai capi del Partito democratico. Penso che Franceschini e Bersani dovrebbero trovare un minuto nella battaglia elettorale interna per invitare i loro supporter a lasciare in pace il presidente del Consiglio. Non conviene a nessuno arroventare l’aria.
E tanto meno dare la caccia al premier.
Non conviene perché l’Italia è una democrazia instabile. Se pensiamo il contrario, facciamo un errore. Dentro le tante sinistre ci sono nuclei di fanatici pronti a menare le mani. Lo stesso succede a destra, anche su questo non ho dubbi. Vogliamo offrire ai violenti dei due blocchi l’occasione per farsi la guerra? E per tentare il bis di quel che accadde negli anni Settanta e Ottanta?
Scherzare con il fuoco è sempre rischioso. Dunque, regola numero uno: lasciare Berlusconi al suo destino. Regola numero due: non aggredire chi legge un giornale o un libro che non ci piace. Siamo un Paese sull’orlo di un abisso. È una voragine dove s’intrecciano crisi ogni giorno più dure: economica, sociale, politica, istituzionale, civile. Meglio fermarsi in tempo. Prima che l’intolleranza divampi e ci bruci tutti. Come è accaduto ai poveri morti di Viareggio. Giampaolo Pansa. Il Giornale
09:46 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
vendredi, 03 juillet 2009
Il sacerdozio cattolico
Il sacerdozio esige senso del dovere
e spirito di sacrificio
di Gianluca Biccini "Le società moderne sono diventate allergiche ai concetti di dovere e spirito di sacrificio", due nozioni che invece da sempre "appartengono al patrimonio comune di tutte le grandi religioni". Hanno preso spunto da questa premessa le riflessioni che l'arcivescovo Jean-Louis Bruguès, segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica, ha offerto giovedì sera, 2 luglio, ai partecipanti all'incontro annuale del Servizio europeo per le vocazioni, in corso a Roma.
All'appuntamento, che culmina sabato 4 con l'udienza di Benedetto XVI, intervengono i responsabili per le vocazioni delle Conferenze episcopali d'Europa, coordinati dal vescovo polacco Wojciech Polak. L'organismo - che esiste a livello informale da una ventina d'anni e ha la propria magna charta nel documento finale del Congresso sulle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, svoltosi a Roma nel 1997 - è stato approvato nel 1999.
Le giornate, scandite da momenti di preghiera e da celebrazioni comuni, hanno per tema ""Seminatori del Vangelo della vocazione": una Parola che chiama e che invia". E proprio all'icona biblica del seminatore, che consente di tracciare itinerari concreti di pastorale vocazionale, ha fatto riferimento monsignor Bruguès durante la messa a chiusura della prima sessione. Un'omelia incentrata su tre idee-guida: il richiamo, nel contesto generale delle vocazioni del popolo di Dio, al fatto che ogni vocazione è sempre particolare e personalizzata. Ciò significa - ha spiegato - che gli animatori del settore devono sottolineare la dignità personale di ogni vocazione. "Abramo è solo Abramo e nessun altro quando viene chiamato da Dio".
Per il secondo aspetto il presule francese ha parlato dell'episodio evangelico della guarigione del paralitico. "Cristo - ha puntualizzato - gli restituisce un'integrità esteriore, ma anche interiore". Ciò significa che le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata sono "chiamate a essere veramente noi stessi. Il Signore ci conosce meglio di quanto non ci conosciamo noi stessi - ha suggerito il vescovo domenicano - e ci invita a trovare i veri e autentici noi stessi". Infine: "Non si può realizzare il piano di Dio se non attraverso il sacrificio". In un tempo che tende a rimuovere questo termine, se non a considerarlo "sospetto", il sacrificio diviene "luogo di scambio dove avviene l'incontro tra il divino e l'umano. Il sacrificio è il mezzo particolare per il quale offriamo al Signore la nostra libertà personale e riceviamo in cambio tutta la forza di Dio".
Da qui la conclusione: "Non è un caso che il Papa abbia scelto per iniziare l'Anno sacerdotale la festa più sacrificale che c'è: quella del Sacratissimo Cuore di Gesù. Ora auspichiamo che da questo anno il Popolo di Dio possa riscoprire il gusto, il sapore e anche il posto giusto del sacerdozio". Quindi, richiamando la propria appartenenza all'Ordine dei predicatori, ha confidato ai presenti un sogno: quello che dopo l'Anno sacerdotale venga indetto un Anno della vita consacrata.
Stamane, venerdì 3, è stato il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, il vescovo Mariano Crociata, a presiedere l'Eucaristia. "L'incontro con la nostra personale chiamata - ha detto - non avviene in uno spazio disincarnato e spiritualistico, come di fronte a un Dio solamente interiore". Al contrario "si compie nell'orizzonte di fede delineato dalla vita e dalla esperienza della Chiesa". Per il presule infatti c'è sempre "una mutua implicazione tra vocazione e Chiesa". Per questo "vocazione ed esperienza ecclesiale non si possono confondere e tuttavia si richiedono l'una con l'altra".
Relazioni e testimonianze di taglio biblico e pedagogico-pastorale stanno caratterizzando i lavori, apertisi con l'intervento della biblista Rosanna Virgili su "Vangelo della vocazione e le dinamiche della chiamata e della risposta". Da questi primi interventi emerge come la nuova situazione culturale dell'Europa richieda un nuovo modo di pensare alle vocazioni: Gesù, per esempio, all'inizio del proprio ministero scelse i suoi discepoli non tra i dottori della legge ma tra semplici pescatori, che divennero "pescatori di uomini". L'Osservatore Romano
21:20 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Trema la sede del G8
Magnitudo di 4.1, la gente in strada. Trema la sede del summit. Il premier: «Preoccupato, ma nessun allarme»
L'AQUILA - Una nuova forte scossa a L'Aquila e un allarme dell'ambasciata Usa che invita gli americani presenti in Italia a «fare attenzione». Sale la tensione a cinque giorni dall'inizio del vertice del G8 in programma nel capoluogo abruzzese.
LA SCOSSA - La nuova scossa di terremoto è stata avvertita molto distintamente a L'Aquila poco dopo le 13. La gente è uscita subito dagli uffici e dalle abitazioni riversandosi per le strade. Per ora non sono segnalati danni a persone o cose. La scossa è stata registrata alle 13:03 dall'Istituto nazionale di geofisica che ha rilevato una magnitudo di 4.1. Le località prossime all'epicentro della nuova scossa sono il comune capoluogo, Pizzoli e Barete. Secondo i rilievi cartografici del centro sismologico Euro-mediterraneo, l'epicentro della nuova scossa è a un chilometro dalla Caserma della Guardia di Finanza di Coppito che ospiterà gli Otto Grandi. All'interno della scuola, il sisma ha fatto vibrare tutta la struttura in cemento armato. Sono scattati gli allarmi delle auto parcheggiate nella zona. Poco prima di mezzogiorno un'altra scossa di magnitudo 3.6 aveva colpito la zona di Collimento, Villagrande e L'Aquila. A quasi tre mesi dal devastante terremoto che ha colpito l'Abruzzo, la terra continua dunque a tremare.
BERLUSCONI: «SCIAME PREOCCUPA» - Il premier Silvio Berlusconi, che durante il Cdm a Palazzo Chigi ha informato i ministri della nuova scossa (definita «di poco inferiore» rispetto a quella che ha provocato il disastro lo scorso 6 aprile, anche se in realtà il sisma distruttivo fu molto più potente), ha detto che le continue scosse impediscono i rientri nelle case ma al momento non c'è nessun allarme per il G8. «Stiamo facendo tutto il possibile per riportarli a casa, il problema è questo sciame sismico» ha ripetuto il premier.
NUBIFRAGIO - Come se non bastasse, sull'Aquila si è abbattuto un violento nubifragio. La pioggia battente ha allagato le strade e ancora una volta le tendopoli dove migliaia di sfollati saranno ancora una volta alle prese con gravissimi disagi. Nelle vie centrali della città si sono formate lunghe file.
ALLARME AMBASCIATA USA - In vista del G8, alla paura per la nuova scossa si aggiunge il "warden message" diramato dall'ambasciata Usa a Roma, che invita i cittadini statunitensi ad essere «particolarmente attenti da questo momento, fino al vertice del G8 a L'Aquila». Gli americani residenti ed in viaggio a Roma e in tutta Italia vengono messi in guardia da diverse manifestazioni già in programma «nei prossimi dieci giorni» che «potrebbero interessare siti americani o di altri paesi del G8». Nello specifico, i cittadini americani vengono sollecitati ad evitare l'area intorno a Vicenza dal 3 al 5 luglio. Il 4 luglio, proprio a Vicenza - informa l'avviso - ci sarà una grande manifestazione alla base militare Usa Dal Molin. Inoltre, il 5 ed il 6 luglio è stata indetta, dalle 24.00 alle 03.32 (l'ora del terremoto del 6 aprile) una fiaccolata nel centro de L'Aquila. «Un evento - spiega il messaggio - che si prefigura pacifico». Il 7 luglio - si informano ancora i cittadini americani in Italia - ci sarà una grande manifestazione a Piazza Barberini (la stazione Metro - viene evidenziato - più vicina alla sede diplomatica Usa della Capitale). Diverse centinaia di partecipanti intendono «dare il benvenuto» ai leader del G8 con musica ad alto volume. Un evento, questo, organizzato dai Comitati di base (Cobas) e altre sigle sindacali autonome. «Le autorità italiane avvisano che, anche se esistono potenziali problemi durante la dimostrazione, non si aspettano atti di violenza». Infine, il messaggio segnala «azioni comunicative in programma nel centro di Roma l'8 e il 9 luglio e una dimostrazione a L'Aquila il 10 luglio, alla fine dei lavori del vertice». Da ultimo i cittadini Usa vengono invitati a monitorare con regolarità il sito dell'ambasciata e sollecitati a registrarsi presso ambasciata e sedi consolari per essere in grado di ricevere aggiornamenti in tempo reale. Corriere
19:07 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Putin e Obama
"Legato a logiche da Guerra fredda".
La replica: "Falso, io guardo avanti"
Iieri il presidente americano aveva accusato Putin di non capire che lo stile Guerra Fredda è ormai superato e che gli Stati Uniti non stanno cercando un rapporto di antagonismo ma desiderano invece essere partner della Russia su un’ampia gamma di questioni, da quella energetica alla lotta al terrorismo. L’inquilino della Casa Bianca aveva invece elogiato il presidente russo Dmitri Medvedev, col quale si è incontrato in aprile a Londra, che «comprende invece bene che l’approccio stile Guerra Fredda è ormai superato». Obama incontrerà sia il presidente Medvedev sia il premier Putin nella sua visita a Mosca dal 6 all’8 luglio, prima di recarsi in Italia per il G8.
Putin ha fatto notare che se gli Usa vogliono davvero fare progressi nelle relazioni con la Russia, allora devono offrire non buone intenzioni, ma fatti concreti. Come la revoca del progetto di scudo antimissile in Europa centro-orientale e la revisione della politica di allargamento verso Est della Nato. «Questo sarebbe un vero grande passo avanti», ha detto Putin alla stampa, come riporta Ria Novosti. Puntualizzate un paio di questioni, il capo del governo russo poi concede: «La Russia è aperta ad una efficace interazione con gli Usa e nutre grandi speranze nella visita di Obama». «Per quanto riguarda stare con un piede nel passato, e l’altro avanti, qui in Russia c’è un modo di dire non esattamente letterario: non sappiamo stare in piedi con le gambe incrociate. Noi stiamo saldi, con i piedi ben piazzati e lo sguardo sempre al futuro», ha detto Putin, rispondendo a una richiesta di commento alle dichiarazioni di Obama.
Il premier ha tuttavia sostenuto di non avere letto le affermazioni del presidente americano. E da Obama, ha fatto notare, si aspetta di ascoltare «qualche novità su come uscire dalla crisi mondiale, tenendo conto che buona parte delle riserve valutarie le teniamo in dollari». Buoni propositi con un pizzico di vetriolo, come quando ha commentato la dichiarata volontà di Obama di costruire relazioni «più efficaci» con Mosca, su base paritaria. «Molti punti di vista corrispondono - ha osservato Putin - e spesso si integrano. Se i partner americani rinunceranno all’installazione di nuovi complessi militari in Europa, dello scudo antimissile in Europa oppure se rivedranno la politica di allargamento dei blocchi politico-militari, o meglio ancora vi rinunceranno, allora ci sarà un grande passo avanti» nei rapporti bilaterali. La Stampa
19:03 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Gregorio Magno
Il Papa che ha inventato l'Europa
di Claudio Leonardi Tra i padri dell'Europa senz'altro dovremmo annoverare il papa Gregorio Magno, "realmente santo e grande", come scrisse Jacob Burckhardt. Egli comprese che il tempo dell'antico era finito e un tempo nuovo iniziava; comprese che le distruzioni della guerra greco-gotica e poi l'arrivo dei longobardi in Italia nel 568 non segnavano la fine, ma l'inizio di una nuova epoca della storia dell'uomo, un'epoca che all'inizio faticherà a mostrare il profilo della civiltà, ma poi sarà grande, germanica e latina, cristiana ed eroica.
Fuori dalla cerchia degli specialisti non si sa molto di Gregorio. La cultura scolastica gli dedica un paragrafo nei libri di storia dei licei e nei nuovi programmi neanche quello, e di lui si saprà quanto potrà venire dalla benevolenza intelligente di qualche insegnante. Eppure vi è nei nostri anni un desiderio di conoscere il Medioevo, per conoscere la nostra stessa identità, e il Medioevo non può che partire da Gregorio. Il ministero dei Beni Culturali ha dedicato un Comitato nazionale per celebrare il XIV centenario della morte, e certo uno dei frutti maggiori di questa iniziativa è un'opera che arriva solo ora, dopo anni di meticolosa cura; un'opera destinata a rimanere a lungo di riferimento, utile per l'informazione e utile per la ricerca. Si tratta di una vera e propria Enciclopedia gregoriana (a cura di Giuseppe Cremascoli e Antonella Degl'Innocenti, Firenze, Sismel Edizioni del Galluzzo, 2008, pagine 416, euro 220; per informazioni, www.sismel.it). La sua consistenza è subito rappresentata da alcuni numeri. Basterà ricordare che l'Enciclopedia raccoglie 267 voci, redatte da 73 specialisti di tutto il mondo e si dovrà notare che ciascuna di queste voci costituisce una breve monografia di riferimento, con bibliografia critica e richiami sempre precisi alle fonti pertinenti. Per fare qualche esempio - che certo sacrificherà l'immagine dell'opera, ma pure ne evocherà le dimensioni e l'interesse - dirò che troviamo voci dedicate alla storia politica e sociale (come quella dedicata al patrimonio di san Pietro da Girolamo Arnaldi, sulla politica e sulla povertà, di Sofia Boesch, o sui longobardi e sui goti di Stefano Gasparri); troviamo voci dedicate al significato di Gregorio nella storia della liturgia (curate da Giacomo Baroffio), della stilistica latina (Luigi Ricci), dell'iconografia; voci che spiegano il ruolo di Gregorio nell'evoluzione e nell'applicazione del diritto canonico (Lisania Giordano e Giorgio Picasso). Sono considerati gli incroci di civiltà con il mondo ebraico (grazie al contributo di Gilbert Dahn), con il mondo illirico (Rajko Bratoz), con il mondo slavo (Cristiano Diddi) e con il mondo bizantino (con i contributi di Antonio Carile e di Lelia Cracco Ruggini).
E si occupano ancora di temi teologici, con particolare riguardo al rapporto con la tradizione patristica, Antonino Isola, Claudio Moreschini ed Emanuela Prinzivalli. Del rapporto di Gregorio con la tradizione letteraria pagana, si occupa invece Ubaldo Pizzani.
Tutte le opere dovute a Gregorio hanno nell'Enciclopedia un'accurata presentazione che documenta la loro situazione sul piano filologico e il loro significato letterario e teologico (tra le altre notiamo le voci dovute a Lucia Castaldi, a Paolo Chiesa, a Giuseppe Cremascoli e Francesco Santi).
Sono pure presentate le epitomi e i florilegi delle opere gregoriane (con articoli di Fabiana Boccini e della cara amica Gabriella Braga, recentemente scomparsa), le loro versificazioni (Mauro Donnini, Francesco Stella), le traduzioni e i volgarizzamenti, in modo che la fortuna di Gregorio è ricostruita nella pratica concreta degli strumenti della scuola, della predicazione e della vita spirituale, oltre che nella continuità delle grandi impostazioni dottrinali. Il significato di Gregorio nella storia della santità e dell'agiografia è pure valutato (in particolare con gli articoli di Giuseppe Cremascoli, Mauro Donnini e Oronzo Limone). Tutti i principali personaggi storici e letterari coinvolti nell'opera di Gregorio hanno poi una loro voce o sono recuperabili negli indici. Si potrà studiare la sua politica a proposito di ciascuna regione d'Italia ed è ricostruito l'intervento gregoriano verso molte nazioni europee, valutando anche la sua opera nelle grandi città. E ancora andrebbero ricordati molti altri autori e molti temi.
L'Enciclopedia è dunque una sorprendente fonte di informazione su un momento decisivo della storia europea, ma mi piace anche sottolineare come di Gregorio emerga ora un vero profilo teologico, che nella storiografia recente risultava ancora sfocato e secondario rispetto ad altri temi storici.
Si sa che tra il iv e il v secolo la teologia cristiana giunge a una matura formulazione dogmatica e si è spesso portati a sottovalutare l'apporto teologico dovuto ai tempi immediatamente successivi.
In realtà Gregorio mostra un livello di autocoscienza teologica specifico e superiore al passato, nel senso che la sua riflessione e la sua esperienza arricchiscono la comprensione della fede e la coscienza del suo contenuto, perché le consapevolezze dogmatiche che la Chiesa aveva acquisito sono in lui liberate dal rischio di essere ridotte a mere categorie concettuali - per altro fortemente influenzato dalle categorie elleniche - o di essere vissute come mere categorie dell'intimità; esse offrono ora gli elementi fondamentali di un linguaggio profetico: la teologia della Trinità e dell'Incarnazione acquistano in Gregorio la loro funzione propria di illuminare la storia e riflettendosi nella storia perdono ogni residuo concettualismo e si comprendono come dati teologici, giungendo alla loro verità specifica, di formulazione nell'intelletto dell'uomo dell'amore divino. Di questo lavorio teologico, l'esegesi biblica gregoriana porta il maggior segno e il Medioevo lo avrà sempre presente.
Si dovrà allora salutare con grande soddisfazione quest'opera dovuta ad Antonella Degl'Innocenti e a Giuseppe Cremascoli: possiamo essere loro grati per lo strumento d'erudizione che si deve alle loro cure e per il punto di riferimento che stabiliscono nel panorama della storia della teologia cristiana, che molto gioverà agli studi futuri. L'Osservatore Romano
19:00 Publié dans Saggi | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Il cardinal Morone
«Quando leggo un libro
io piglio quello che è buono»
Si chiuderà il 26 luglio presso il Museo Diocesano Tridentino la mostra "L'uomo del Concilio", organizzata in occasione del 500° anniversario della nascita del cardinale Giovanni Morone. Pubblichiamo uno stralcio da uno dei saggi del catalogo.
di Alessandro Paris Il 31 maggio 1557, in piena notte, il cardinal Carafa irrompeva nella residenza romana del cardinal Morone, seguito da "forse venti soldati", per comunicargli che "la mente di Nostro Signore era che esso andasse prigione in Castello". Pur aggiungendo che "a lui doleva di haverli a far tale ambasciata", il Carafa rapidamente ordinava all'autorevole porporato "che facesse chiamar un cameriero suo, che consignasse a giudici et notarii deputati tutti li suoi libri et scritture, et così fu fatto". Mentre veniva condotto nelle prigioni inquisitoriale di Castel Sant'Angelo e la sua piccola corte rinchiusa precauzionalmente in una camera ("dove stettero col bargello un gran pezzo"), si iniziò freneticamente "a inventariare tutto il studio del cardinal insieme con le scritture, nelle quali, per quello che gli giudici hanno hauto a dire, non trovano se non cose bone".
Nell'interrogatorio del 24 settembre 1557 il Tribunale dell'Inquisizione mostrò al Morone un "libello cooperto colore granato continente libros Prophetarum", subito riconosciuto dal cardinale che ne rivendicò anche le annotazioni marginali: "Questo libretto è mio" e "ce ho scritto io". L'attenzione dei giudici si concentrò su una sua glossa e altri appunti che parevano suggerire una consonanza dei suoi orientamenti religiosi con le dottrine protestanti. Morone cercò di respingere simili accuse, sottolineando di aver profuso ogni impegno durante le sue missioni diplomatiche in Germania per sostenere la nascente controversistica cattolica, in modo da "cavar li articoli falsi accioché, facendosi il concilio, si potessero impugnar più facilmente", ricordando tra l'altro che alla raccolta di libri protestanti in vista di una loro confutazione aveva contribuito anche "il reverendissimo Tridentino vecchio", quel Bernardo Cles che disponeva di una ricca e aggiornata biblioteca, in cui non mancavano i libri religiosi che da nord transitavano lungo la via del Brennero.
Al di là del suo darsi da fare in Germania per procurarsi libri eterodossi da inoltrare a Roma, occorre anche chiedersi con che atteggiamento mentale Morone ne scorresse le pagine, che cosa vi cercasse e vi trovasse: "Quando io leggo un libro - avrebbe risposto il cardinale - o odo una predica, io piglio quello che è buono et che può fare edificatione et non soglio iudicare se l'è qualche male, perché o non lo adverto per inconsideratione o non lo cognosco per ignorantia. Ma quando vi fusse qualche cosa mala, che io lo sapesse, io non lo approvaria. Et che in questo libro ve sia qualche cosa cattiva può essere, ma io non l'ho in memoria".
Questo atteggiamento aperto e selettivo scaturiva senza dubbio anche dalla convinzione che fosse necessario percorrere una nuova via per varare un'autentica riforma della Chiesa. E fu proprio tale convinzione a nutrire l'avversione politica e i sospetti teologici di Gian Pietro Carafa, ai cui occhi il Morone diventò il simbolo (accanto a Reginald Pole) di una generazione che inutilmente aveva cercato di conoscere e capire, prima di confutare, motivazioni religiose della profonda frattura aperta dalla Riforma protestante. A questo proposito il cardinale milanese riconobbe che tutti quegli "andamenti delli libri" di cui si era reso protagonista potevano "haver partorito qualche ombra presso molti, et massime presso librari et ligatori et altri che sapevano o havevano inteso ch'io li haveva, ma non sapevano ch'io li poteva havere et la causa".
La stessa biblioteca moroniana offrì agli inquisitori numerosi spunti per corroborare i loro sospetti sull'adesione del cardinale alle dottrine maturate nel gruppo valdesiano poi raccoltosi intorno al cardinal d'Inghilterra e a Marcantonio Flaminio nella cosiddetta Ecclesia viterbiensis nel 1541. Abili e sfuggenti furono le risposte del Morone, che insistette a sua discolpa sulla confusione dottrinale e i molteplici fermenti di riforma che avevano percorso gli anni trenta e quaranta.
Per questo, nel riferirsi all'esoterica allusività degli scritti valdesiani, si premurò di far presente agli inquisitori la necessità di riconoscere la sua buona fede, in un contesto politico-religioso in cui il principio di ortodossia era a dir poco fluttuante, ammettendo di non aver saputo discernere limpidamente la verità dall'errore: "Voglio dir che quando un libro par bona et non è proibito, havendo qualche cosa mala dentro, è facil cosa ch'uno, etiam più dotto di me, s'inganni et non adverta li errori. Ma io non diffendo il libro et lascio la censura alla sede apostolica, la quale io voglio sempre seguitar, et io lo voglio haver per reprobo in tutti quelli punti che si trovano contra la verità catholica. Et perché intorno a questi libretti possono esser occorsi diversi accidenti, delli quali non ho così particolar memoria, mi rimetto in tutto alla verità". L'Osservatore Romano
18:57 Publié dans Saggi | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Les Vingt-Sept et les ambassadeurs iraniens
Les membres de l'Union européenne entendent ainsi protester contre la détention d'employés locaux de l'ambassade britannique à Téhéran et la répression des opposants.
Sur le papier, cette proposition britannique, jugée radicale par plusieurs membres pays de l'UE, avait peu de chance d'aboutir. Pourtant, vendredi, chacun des 27 pays a accepté de convoquer de façon coordonnée les ambassadeurs iraniens en Europe, pour notamment protester contre l'arrestation et la détention de neuf employés locaux de l'ambassade britannique à Téhéran.
La République islamique, qui a l'intention de les traduire en justice, les accuse d'avoir fomenté les troubles ayant suivi la réélection contestée de Mahmoud Ahmadinejad le mois dernier.
Londres de son côté se dit très préoccupé par l'annonce de ces poursuites et entend tout faire pour obtenir la libération de ces employés. Deux d'entre eux sont en effet toujours détenus vendredi.
Londres s'est dit très préoccupé par l'annonce de ces poursuites et entend tout faire pour obtenir la libération de ces employés. Deux d'entre eux sont en effet toujours détenus vendredi. «Nous demandons des clarifications urgentes aux autorités iraniennes concernées», a indiqué le ministre britannique des Affaires étrangères, David Miliband, qui s'est dit certain que les employés mis en cause «n'avaient pas pris part à des actions impropres ou illégales».
La décision de convoquer les ambassadeurs iraniens a été arrêtée lors d'une réunion d'ambassadeurs des Vingt-Sept à Bruxelles et devrait être mise en œuvre «dans le courant de la journée», selon un diplomate européen.
Dans un communiqué, le ministre suédois des Affaires étrangères Carl Bildt, dont le pays assure la présidence de l'UE, a estimé que «l'approche progressive (de l'UE) en direction de l'Iran fonctionnait».
Vers une restriction des visas ?
Une nouvelle réunion est prévue la semaine prochaine pour étudier d'autres mesures, visant également à dénoncer la répression des contestataires perpétrée par la République islamique. Mais jusqu'à présent, les Européens n'avaient pas réussi à se mettre d'accord sur une réaction concertée, tant ils sont partagés entre les partisans de la fermeté et ceux qui redoutent de s'aliéner définitivement les «durs» du régime iranien.
Parmi les autres mesures envisagées, Bruxelles pourrait restreindre l'octroi de visas à certains dignitaires du régime ou membres du gouvernement, croit savoir le Financial Times Deutschland (FTD) de vendredi. Leur obtention serait «rendue plus difficile tant qu'ils continuent à rendre la vie difficile aux Britanniques sur place», selon un diplomate européen. «Nous discutons d'une révision de notre approche en matière de demandes de visas pour les officiels iraniens et de l'option de ne pas les traiter jusqu'à nouvel ordre», a confirmé une autre source diplomatique.
À ce stade, les Européens n'iraient donc pas aussi loin que l'interdiction pure et simple de visa d'entrée qu'ils avaient dans le passé décrétée contre le président du Bélarus, Alexandre Loukachenko, ou à l'égard de 203 Zimbabwéens, dont le président Robert Mugabe et sa femme Grace. Selon le FTD, cette décision pourrait intervenir la semaine prochaine. Le Figaro
18:53 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Le MoDem: les alliances possibles en 2012
Un mois après l'échec de leurs listes aux européennes, certains cadres centristes posent la question de la participation à des primaires communes avec le PS et les Verts.
Au parti socialiste, tout le monde y pense. Certains n'hésitent pas à donner leur avis personnel, même si Martine Aubry a renvoyé la question à après les régionales de 2010. Au MoDem, en revanche, le sujet reste tabou. Du moins officiellement. Parler de «primaires» pour la présidentielle de 2012, dit-on, serait prématuré.
Du bout des lèvres, un élu centriste reconnaît que «cela équivaudrait à reconnaître que François Bayrou ne serait plus forcément le premier opposant naturel à Nicolas Sarkozy». Depuis le «traumatisme» du 9 juin, où les listes du parti centriste étaient arrivées loin derrière celles des Verts et du PS, il n'en demeure pas moins que certains cadres orange reconnaissent en privé se poser aujourd'hui la question.
Deuxième vice-présidente du MoDem, Corinne Lepage est la seule à avoir brisé le tabou. La semaine dernière, à l'occasion d'un «chat» avec les lecteurs du journal Le Monde, la nouvelle eurodéputée a posé la question des primaires. «Pour ma part, si des primaires étaient organisées entre tous les opposants potentiels à Nicolas Sarkozy, je pense que François Bayrou devrait se poser la question de savoir s'il ne souhaite pas y participer», a-t-elle expliqué.
Un membre du conseil national du MoDem admet également se poser la question. «Si le PS et les Verts acceptent de jouer le jeu, c'est-à-dire d'ouvrir leur primaire à l'ensemble des opposants à Nicolas Sarkozy sans se limiter à la seule gauche : pourquoi pas ?», s'interroge-t-il.
«Déplacé et prématuré»
À l'évocation de cette question, la première vice-présidente du MoDem, Marielle de Sarnez, laisse éclater un rire. «Cette question est déplacée et totalement prématurée. Ce n'est pas dans le calendrier», assure-t-elle. Pour cette proche de François Bayrou, «ce n'est pas en créant le club de tous les opposants à Nicolas Sarkozy qu'on répondra aux attentes des Français !» Et de clore le sujet : «Avant de parler primaires, posons-nous d'abord la question du programme.»
Samedi, à Paris, les trois cents membres du conseil national du MoDem sont convoqués pour «tirer les leçons» de la séquence des européennes et jeter les bases de sa rénovation dans la perspective des régionales. Officiellement, donc, pas question de parler d'une éventuelle participation à des primaires avec la gauche pour 2012.
Comme de coutume, ce conseil national se tiendra à huis clos. Depuis le 9 juin, le président du MoDem s'est lui-même astreint au silence. «Très affecté» par le score de ses listes, selon un proche, Bayrou entend se donner du temps. Au moins vis-à-vis des médias. Car s'il a déserté les plateaux de télévision, le chef centriste multiplierait en revanche les rencontres avec des membres de la société civile. Sauf surprise - «on ne sait jamais ce que l'actualité réserve», confiait-t-il dernièrement -, il ne devrait pas sortir de son silence avant l'université d'été de son parti, prévue à la Grande Motte début septembre. Le Figaro
18:49 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
2 mld di € per l'Abruzzo
È tornato a preoccupare lo sciame sismico nell'Aquilano. Da stanotte, infatti, la terra ha tremato 5 volte. Le scosse più forti alle ore 3,14 di magnitudo 3.4, alle 11,43 di 3.6 e alle 13,03 di magnitudo 4.1. Con epicentro localizzato tra Arischia e Paganica. La paura è tanta, al punto che la gente ad ogni sussulto reagisce scappando anche si trova in spazi aperti. Impensierisce soprattutto il fatto che l'intensità sia in crescendo.
Intanto si annunciano novità sul fronte della ricostruzione: «Gli aquilani avranno a disposizione
2 miliardi di euro, sostanzialmente a fondo perduto, per ricostruire le proprie abitazioni». Lo ha detto il
presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi dopo che questa mattina i vertici della Cassa depositi e prestiti e dell'Abi hanno sottoscritto un protocollo «assai innovativo, ideato dal governo nazionale, che prevede l'erogazione di mutui fino a 2 miliardi di euro sostanzialmente a fondo perduto a favore della ricostruzione dell'Aquila per coloro che dovranno intervenire sulle abitazioni. Grazie a un complicato meccanismo di credito di imposta lo Stato farà fronte a oneri a questi mutui e i cittadini non dovranno
restituire alcunchè». Avvenire
18:46 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Vocazione maggioritaria o niente Pd
E ribadisce: «Io sono e resterò fuori»
E comunque, sottolinea, «trovo paradossale tutta questa discussione sulla vocazione maggioritaria. Per me o c’è vocazione maggioritaria o non c’è il Pd». Dopo la "bufera" di ieri, oggi Debora Serracchiani è tornata a spiegare, ma con toni meno tranchant, perchè abbia deciso di appoggiare Franceschini: «Si è dimostrato coraggioso, innovatore anche in quello che ha detto quando ha deciso di candidarsi. Non posso non dare il mio apporto positivo anche appoggiando Franceschini. Lo voglio fare dicendo che c’è una parte di partito cui dobbiamo tornare a parlare. Quella parte che magari alle europee ha dato le preferenze a me».
Al fianco di Franceschini si è schierato l’ex segretario Ds, Piero Fassino: «Franceschini vuole scommettere sull’innovazione in ogni campo, non nuovismo mediatico dell’ultima ora. Per questo non basta proporre quello che si è fatto fin qui, serve coraggio». Quanto a Sergio Chiamparino, Fassino osserva: «La candidatura di Chiamparino sarebbe stata autorevole, forte, ma c’era il rischio di un logoramento e di una non comprensione da parte dell’opinione pubblica torinese». Il sindaco di Torino, che ha scelto di non scendere in campo come terzo sfidante, tiene invece a precisare «non faccio parte di nessuna delle due squadre in campo. Il mio unico impegno attivo nel partito adesso è a livello locale, per la piattaforma attorno all’attuale segretario regionale. L’anno prossimo abbiamo le regionali e più si è uniti meglio è». I "quarantenni" del Lingotto non sciolgono la riserva su una loro possibile candidatura, ma non rinunciano all’idea di scendere in campo: Giuseppe Civati, il giovane dirigente del Pd lombardo conferma di stare «lavorando alla terza soluzione. E questa terza soluzione ci sarà». La Stampa
08:02 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Le CAC 40 cède 3,13%
La place parisienne s'est enfoncée en milieu d'après-midi suite à la nette accélération des destructions d'emplois en juin aux Etats-Unis et à l'évolution négative des marchés américains.
Le CAC 40 chute de 3,13% à 3116,41 points, effaçant ainsi tous les précieux gains engendrés la veille. Les investisseurs attendaient avec crainte les chiffres de l'emploi américain. Hélas pour eux, ces derniers se sont révélés plus mauvais qu'attendu. L'économie américaine a en effet détruit 467.000 emplois en juin, soit beaucoup plus que les 345.000 de mai. Les analystes tablaient quant à eux sur 365.000 emplois détruits. Le taux de chômage aux Etats-Unis s'établit désormais à 9,5% de la population active. Suite à ces mauvais résultats, les marchés américains ont immédiatement pris la voie de la baisse dès l'ouverture des échanges, entraînant encore un peu plus le CAC 40 dans son sillage. L'autre statistique du jour est passée inaperçue : les commandes industrielles aux Etats-Unis ayant augmenté en mai pour le deuxième mois de suite, de 1,2% par rapport à avril, selon les chiffres officiels corrigés des variations saisonnières publiés jeudi. Les investisseurs ont également snobé la décision de la Banque centrale européenne de maintenir ses taux inchangés, à 1%.
Toutes les valeurs du CAC 40 ont terminé dans le rouge. Celles de l'automobile ont plongé : Peugeot a lâché 5,42% et Renault 4,80%.
Dexia (+2,59%) a finalisé la vente de sa filiale, le rehausseur de crédit américain FSA, à Assured Guaranty. Par ailleurs, la banque a annoncé la démission de quatre membres de son conseil d'administration : Denis Kessler, André Levy-Lang, Bernard Lux et Jan Renders. Le conseil a coopté Stefaan Decraene, Christian Giacomotto, Robert de Metz et Bernard Thiry pour les remplacer.
Alcatel-Lucent (-5,76%) va lancer le premier DSL «vert». Sa plate-forme Isam permet de fournir au grand public les débits garantis les plus élevés sur réseau de cuivre, en réduisant de 25 % la consommation d'énergie.
Le chiffre d'affaires neuf mois de Trigano (+2,54%) a baissé de 31,2% à 494,6 millions d'euros, mais la société constate «des signes d'amélioration» du marché des camping-cars et caravanes en France et en Allemagne en avril et mai. Plusieurs brokers ont donc relevé leurs recommandations sur le titre après cette précision. Le Figaro
08:00 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Riconciliazione in Iraq?
La speranza dei vescovi in Iraq
per un futuro di riconciliazione
di Francesco Ricupero "La nostra speranza è di vedere l'Iraq unito e in pace. Musulmani e cristiani dovranno continuare a dialogare e a rispettarsi con un unico obiettivo: la ricostruzione di un Paese che negli ultimi anni è stato costretto ad assistere a ogni forma di violenza. Il ritiro delle truppe statunitensi, se fatto gradualmente, non dovrebbe provocare enormi problemi al Paese, sicuramente ci preoccupa sapere che al momento non si ha la certezza di un futuro senza tensioni e scontri tribali".
Sono le parole dell'arcivescovo di Kerkûk dei Caldei, monsignor Louis Sako, a poche ore dall'inizio del ritiro delle truppe statunitensi dalle città irachene e a sei anni dall'inizio di un conflitto che ha causato la caduta di Saddam Hussein, ma anche una sanguinosa guerra civile. Adesso, la speranza è che la popolazione irachena possa costruire un futuro all'insegna del rispetto reciproco e della riconciliazione nazionale. Restano le preoccupazioni, manifestate e ribadite più volte dall'arcivescovo Sako al nostro giornale, sul post ritiro. In molti, infatti, pensano che le truppe irachene non siano abbastanza pronte e preparate ad assumere la responsabilità della sicurezza nazionale.
"Il popolo iracheno - ha aggiunto l'arcivescovo - ha sete di pace e voglia di serenità. La gente non è disposta più a morire mentre fa la spesa al mercato o passeggia lungo le strade della città o partecipa a una celebrazione liturgica. I media internazionali parlano di percorrere la strada della democrazia in Iraq, ma il nostro Paese non conosce la democrazia, anche perché non l'ha mai avuta. Solo con l'aiuto della comunità internazionale - ha proseguito monsignor Sako - il Paese potrà acquisire le fondamenta e le nozioni per il raggiungimento della democrazia. Assistiamo sereni al ritiro delle truppe, ma viviamo un po' di preoccupazione per una situazione che al momento è caratterizzata da divisioni etniche e confessionali e per l'influenza negativa di forze esterne al Paese".
Le stesse forze esterne che negli ultimi anni hanno minacciato e ucciso molti cristiani, distrutto le loro abitazioni e le loro attività commerciali a Kirkuk, Mosul e a Baghdad.
"Anche la piccola comunità cristiana irachena in questi giorni sta assistendo con molta attenzione e ansia al ritiro delle truppe statunitensi - ha sottolineato l'arcivescovo - si spera nella riconciliazione nazionale e nella cooperazione per il bene del Paese, senza guardare solo agli interessi propri".
Divisioni interne e minacce esterne restano questioni, al momento, irrisolte e il principale ostacolo sul cammino della pacificazione. "La popolazione - ha spiegato monsignor Sako - aspetta la riconciliazione fra le fazioni politiche, la stabilità, la ricostruzione, progetti e infrastrutture e il ritorno dei rifugiati. Sono migliaia i cristiani che hanno trovato asilo in Paesi vicini come Siria, Libano e Giordania. È vero che molti si sono ambientati e hanno trovato anche un lavoro, ma si sentono sempre degli estranei e il loro unico obiettivo è quello di tornare a vivere nel loro amato Iraq. I cristiani in Iraq hanno una storia millenaria che non può essere cancellata o rimossa a causa di scontri etnici o religiosi".
L'arcivescovo di Kerkûk auspica al più presto che le forze di sicurezza irachene prendano in mano la situazione e garantiscano la pace nel Paese.
"Sono molti quelli che cercano di ostacolare il processo di pace in Iraq perché non lo vogliono. È naturale che il nostro desiderio è vedere un Iraq che governi se stesso con le sue forze politiche, militari ed economiche a scapito delle divisioni interne. Le frammentazioni etniche e religiose - ha concluso l'arcivescovo - non devono avere la meglio sul processo di pace. La comunità cristiana in particolare deve essere un esempio per gli altri e collaborare alla ricostruzione del Paese all'insegna dell'unità e del rispetto reciproco". L'Osservatore Romano
07:57 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Bambini soldato e di strada
Bambini soldato e meninos de rua
La sfida dell'accoglienza
Lima, 2. Dai meninos de rua del Brasile ai bambini soldato della Colombia, ai piccoli lasciati - per l'assoluta povertà della famiglia o per la morte dei genitori - negli istituti, spesso sovraffollati e fatiscenti, della Bolivia o del Perú: in America Latina l'abbandono minorile è una piaga quotidiana, un grido che chiama tutti all'accoglienza cristiana. Di questo si è parlato all'incontro, interamente dedicato alla spiritualità dell'adozione, organizzato recentemente a Lima dall'Associazione amici dei bambini (Ai.Bi.), dalla Conferenza episcopale italiana e da Caritas Perú. "Accogliere nel nome di Gesù" il titolo della riunione che ha affrontato i temi dell'abbandono minorile come emergenza umanitaria, del ruolo del magistero della Chiesa e delle prospettive pastorali per l'accoglienza dei bambini.
"Di fronte all'abbandono, emergenza umanitaria subdola, irreversibile, capace di creare vittime sociali colpendo in modo indiscriminato ogni Paese nel mondo - sostiene il presidente dell'Ai.Bi., Marco Griffini - occorre sviluppare un senso di responsabilità. Non si deve far altro che accogliere il grido dell'abbandono, lasciandosi commuovere e avvicinandosi con responsabilità etica al bambino abbandonato". Di fronte a tale dramma, "non si è colpevoli ma responsabili". Questa - ha sottolineato Griffini - è "la sfida etica che proponiamo".
L'Associazione amici dei bambini è un'organizzazione non governativa costituita da un movimento di famiglie adottive e affidatarie, unite per testimoniare il senso cristiano dell'accoglienza, arricchito dall'esperienza di fede e dalla riflessione teologica. Dal 1986 è a fianco dei milioni di bambini relegati negli orfanotrofi di tutto il mondo. Per questo, oltre che in Italia, è presente in venticinque nazioni, con sedi operative nell'Europa dell'Est, in America Latina, Africa e Asia.
Nel corso dell'incontro sono stati diffusi dati che ben sottolineano il grado dell'emergenza. In Brasile sarebbero quasi cinque milioni i bambini e gli adolescenti, con un'età compresa fra i 5 e i 17 anni, costretti a lavorare; la maggior parte di loro - il 60 per cento - vive nelle zone rurali ed è costretta a svolgere mansioni pesanti pur di contribuire al reddito familiare. Quindicimila i bambini soldato in Colombia, ottocentomila - nello stesso Paese - quelli vittime dello sfruttamento, soprattutto sessuale. In Bolivia come in Perú, nazioni caratterizzate da condizioni di povertà estrema e di forte disuguaglianza sociale, il dramma si consuma spesso negli orfanotrofi e negli altri istituti di accoglienza.
Recentemente, in occasione delle celebrazioni per il ventesimo anniversario della Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia, l'arcivescovo di Trujillo, Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, presidente della Conferenza episcopale peruviana, ha diffuso un messaggio nel quale sottolinea "le difficili situazioni e i rischi ai quali sono sottoposti molti fanciulli, anche nel seno delle proprie madri, a causa della promozione dell'aborto, della manipolazione genetica, della disgregazione familiare, del lavoro e dello sfruttamento minorile, dei maltrattamenti e degli abusi sessuali", tutte minacce - sottolinea il presule - "che attentano alla loro dignità di persone e di figli di Dio". Per Cabrejos Vidarte, queste situazioni negative "non possono essere accettate" e occorre lavorare intensamente affinché vengano sostituite "dal bene e dalla giustizia a favore dell'infanzia".
Nel messaggio, il presidente della Conferenza episcopale peruviana ricorda anche che i vescovi dell'America Latina, nel 2007 ad Aparecida, hanno sottolineato che "l'infanzia, oggigiorno, deve essere destinataria di un'azione prioritaria della Chiesa, della famiglia e delle istituzioni statali, sia per le potenzialità che essa offre sia per la vulnerabilità alla quale si trova esposta". L'Osservatore Romano
07:55 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
I martiri della quotidianità
I martiri anonimi della nostra quotidianità
"Oggi ricordiamo e celebriamo, insieme ai primi martiri della Chiesa di Roma, di cui non si conosce il nome e l'identità, i tanti martiri anonimi della nostra quotidianità, le tante persone che vivono nel silenzio, al di là dei clamori delle cronache, la sofferenza, il disagio, la solitudine, la perdita degli affetti, sperimentando, però, in tutti questi momenti, la luce, il conforto, il coraggio che scaturisce dalla fede nel Cristo morto e risorto". Con queste parole si è aperta l'omelia dell'arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, durante la concelebrazione eucaristica, svoltasi nella chiesa di Santa Maria in Camposanto martedì 30 giugno, festa dei Protomartiri romani.
Come ogni anno la Pontificia Accademia Cultorum Martyrum ha voluto organizzare questo momento liturgico, concluso, dopo la messa, da una processione eucaristica lungo i viali della Città del Vaticano, passando per via delle Fondamenta, piazza del Forno e quindi per piazza del Governatorato. Da qui il corteo è giunto alla piazzetta dedicata proprio ai Protomartiri romani, dinanzi al Camposanto teutonico, sede ufficiale della Schola Collegii.
Qui l'arcivescovo Ravasi ha impartito la benedizione eucaristica a conclusione della processione, alla quale hanno partecipato fedeli provenienti da tutta Roma e rappresentanze di diverse congregazioni religiose, insieme a delegazioni del Sovrano militare Ordine di Malta, dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, dell'Associazione Santi Pietro e Paolo, della Guardia palatina d'onore e della Gendarmeria pontificia, oltre ai numerosi sodali dell'Accademia, con il magister Fabrizio Bisconti, il sacerdos Pasquale Iacobone, che ha curato la parte liturgica, e i consiglieri. La banda della Città del Vaticano e il coro della parrocchia di Sant'Anna hanno animato il rito.
Quest'anno due motivi hanno reso particolarmente significativa la ricorrenza: il centotrentesimo anniversario della fondazione dell'Accademia - in origine denominata Collegium Cultorum Martyrum - e la chiusura dell'Anno paolino. Riferendosi proprio a quest'ultimo, l'arcivescovo Ravasi ha commentato un brano della seconda lettera di san Paolo a Timoteo (4, 1-8) dal quale è tratto il suo motto episcopale Praedica verbum, "annuncia la Parola". Un brano - ha sottolineato - quanto mai attuale poiché offre quasi uno spaccato dell'odierna situazione culturale e sociale, nella quale in tanti rifiutano il confronto con la verità della fede cristiana e danno ascolto a messaggi veicolati soprattutto dalle moderne tecnologie informatiche, che producono spesso superficialità e banalità, omologazione e appiattimento spirituale e culturale.
Per Ravasi dunque le parole di Paolo sono rivolte "proprio a noi", per "una sempre più consapevole adesione al Vangelo e una coraggiosa testimonianza di fede". La donazione che Paolo ha fatto di sé nel martirio, seguendo Cristo, come pure l'offerta della propria vita compiuta da tanti fedeli delle prime generazioni cristiane di Roma - ha concluso il presule - diventano per noi un appello costante alla vigilanza e alla testimonianza della fede, in una realtà sociale e culturale che tende a far scomparire la verità dietro le menzogne e le troppe parole inutili o prive di senso. (pasquale iacobone). L'Osservatore Romano
07:52 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Hommage aux victimes à la Mosquée de Paris
Le président français Nicolas Sarkozy a assisté jeudi soir à une cérémonie inter-religieuse à la Grande Mosquée de Paris à la mémoire des victimes de l'accident de l'A310 de la compagnie Yemenia.
Il est arrivé en début de soirée dans le patio de la mosquée, où se trouvaient quelque 250 proches et parents des victimes, avant la lecture de la traditionnelle «prière de l'absent».
Le ministre de l'Intérieur Brice Hortefeux, le secrétaire d'Etat aux Transports Dominique Bussereau, le secrétaire d'Etat à la coopération Alain Joyandet, et le maire socialiste de Paris Bertrand Delanoë étaient également présents.
Auparavant, Dominique Bussereau et Alain Joyandet avaient répondu pendant plus d'une demi-heure aux interrogations des proches sur les circonstances de l'accident.
Le Conseil français du culte musulman a demandé que la «prière de l'absent» soit dite dans toutes les mosquées de France vendredi après la grande prière de midi, en l'honneur des victimes.
Seule une rescapée a été retrouvée après l'accident de l'A310 qui transportait 153 personnes, dont 66 Français, et de nombreux membres de la communauté comorienne installés en France. A l'issue de la cérémonie, Nicolas Sarkozy s'est rendu au chevet de la jeune Bahia Bakari, 12 ans, hospitalisée à Paris.
Pendant ce temps, les recherches continuent, mais les débris de l'avion sont de plus en plus difficiles à repérer, a souligné jeudi l'armée française. Le Figaro
07:49 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Les émeutes de Villiers-le-Bel
Au premier jour du procès de dix jeunes accusés d'avoir jeté des projectiles sur les policiers pendant les violences de 2007, la police a mis en avant l'organisation et la détermination des émeutiers.
«Particulièrement violentes», «très organisées», c'est en ces termes que la police a qualifié les émeutes qui ont secoué Villiers-le-Bel (Val d'Oise) en novembre 2007. Depuis jeudi matin et jusqu'à vendredi, dans un tribunal sous haute surveillance policière, dix prévenus sont jugés pour avoir jeté des projectiles contre les forces de l'ordre lors de ces violences qui avaient fait une centaine de blessés parmi les policiers. Les accusés ont fait face jeudi à certains des 31 policiers qui se sont constitués parties civiles.
Au cours de l'audience, Thierry Aubry, capitaine de police à la PJ de Versailles a souligné l'extrême organisation des émeutes. Le policier a mis en avant la «constitution de groupes et de secteurs», des «lampadaires cassés» pour plonger les quartiers dans le noir, l'organisation de «guet-apens» et l'écoute du «trafic radio de la police» pour anticiper les mouvements des CRS. «Les émeutes de 2005 étaient beaucoup plus improvisées. C'est la première fois qu'on voit autant de policiers blessés sur un si petit périmètre», a-t-il affirmé. Il a fait état de «plus de 200 émeutiers».Le chef d'une unité de CRS présente à Villiers-le-Bel, a déploré quant à lui «la volonté de lyncher» du policier. «Un fonctionnaire encerclé par des émeutiers a sorti son arme, a pointé les casseurs et ça n'a eu aucun effet», a-t-il expliqué.
«Ne pas passer pour une poule mouillée»
Parmi les accusés, Nicolas Alexandre, a admis avoir «jeté des cailloux comme tous les jeunes» et regrette «d'avoir participé à tout ça». Deux autres jeunes, Abdelkader Daoud et Yassine Mouaddan, ont également reconnu les jets de pierre. L'un des accusés, Stéphane Farade, a quant à lui nié en bloc. «Je n'étais pas là, je n'ai rien fait» a-t-il assuré. Au cours de l'enquête, il avait pourtant reconnu avoir «jeté des cailloux pour ne pas passer pour une poule mouillée, un bouffon». «Tout le monde était fier d'avoir blessé autant de policiers», avait-il ajouté avant de revenir sur des propos lâchés, selon lui, «sous la pression policière». Comme lui, à l'audience, tous les prévenus qui avaient donné des noms parmi les émeutiers au cours de l'instruction sont systématiquement revenus sur leurs déclarations, au grand dam de la présidente Marie-Claire Maier.
Le 25 novembre 2007, la mort de deux adolescents dans la collision de leur mini-moto avec une voiture de police avait provoqué deux jours d'émeutes à Villiers-le-Bel. Un commissaire avait notamment été roué de coups, des bâtiments publics et des commerces avaient été détruits.
Les dix accusés avaient été interpellés, avec d'autres, à l'issue d'enquêtes s'appuyant sur des témoignages anonymes, avec promesse de rétribution. Ces enquêtes avaient débouché sur une opération de police menée par près d'un millier d'hommes le 18 février à Villiers-Le-Bel et décriée en raison de son caractère massif et du nombre de médias présents pour la couvrir.
Cinq personnes aux assises pour des tirs par armes à feu
Dans l'enquête principale sur les tirs par armes à feu contre la police, cinq personnes seront jugés devant la cour d'assises de Pontoise. La date du procès n'a pas encore été fixée. Quatre jeunes qui sont en détention provisoire depuis février 2008 comparaîtront pour tentative d'homicide volontaire sur forces de police en bande organisée et un cinquième, laissé libre à l'issue d'un an de détention, pour complicité. Ce dossier est distinct de celui consacré aux jets de pierre.
Par ailleurs, s'agissant des informations judiciaires ouvertes pour le tabassage du commissaire Jean-François Illy, de l'incendie d'une école et de la destruction d'une antenne de police et de commerces, l'instruction est toujours en cours.
Enfin, en ce qui concerne la collision mortelle des deux adolescents qui avait donné lieu à une information judiciaire ouverte contre X pour «homicides volontaires», le dossier a été transmis au parquet de Pontoise en mai pour règlement. L'avocat des familles a fait des demandes d'acte complémentaires. Le Figaro
07:45 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Il governo si giudica dai suoi atti
«Certe campagne scandalistiche applicate alla politica rischiano di danneggiare l'immagine dell'Italia»
ROMA - «Ritengo che un Governo debba essere giudicato per come governa, non per vicende estranee alla politica o all'interesse comune del paese». È quanto sostiene il presidente del Senato, Renato Schifani, parlando in occasione della relazione 2008 del garante per la protezione dei dati personali Stefano Pizzetti, rilevando che «certe campagne scandalistiche applicate impropriamente alla politica rischiano di danneggiare l'immagine dell'Italia».
NO A VIOLAZIONE DOMICILIO - A Palazzo Giustiniani il presidente del Senato ha detto che «la violazione della privacy di un domicilio privato è «inammissibile». Poi accenna anche alla vicenda delle foto scattate in Sardegna agli ospiti di villa Certosa, pur non facendo riferimento al premier: «inammissibile violazione del domicilio privato mediante l'uso di tecnologie invasive che catturano momenti della vita di un individuo in un contesto, quello della sua abitazione, all'interno del quale è possibile accedere soltanto in presenza di autorizzazioni delle autorità giudiziarie». «Episodi come questi - sostiene Schifani - non accadrebbero se chi li rende pubblici osservasse scrupolosamente il codice deontologico dei giornalisti e il codice della privacy». Corriere
07:42 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
I ricercatori all'estero
Quando il direttore del Corriere mi ha chiesto di commentare la lettera di Rita Clementi al Presidente Napolitano, stavo parlando con un giovane collega che vive da anni negli Stati Uniti e insegna in una delle migliori università di quel Paese: cercavo di convincerlo a rientrare, accettando un’offerta della mia università. Non so se avremo fortuna, ma se rientrasse non sarebbe il primo.
Da un decennio alcune nostre università riescono ad attrarre ricercatori che si sono affermati all’estero: nel campo dell’economia i casi di maggior successo sono Salerno e Torino, ma ve ne sono alcuni anche in altre discipline, soprattutto nelle scienze, come testimonia la lettera del ricercatore dello Iov di Padova, Vincenzo Bronte, pubblicata ieri dal Corriere. Purtroppo questa fortuna arride a pochi.
Non so se il ministro Gelmini si rende conto di quanto deve amare il proprio Paese un ricercatore che decide di lasciare università in cui l’unica gerarchia è quella determinata dai risultati ottenuti nella ricerca, per venire in un mondo in cui, come scrive la dott.ssa Clementi, spesso «la benevolenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità della ricerca ». Non dobbiamo sorprenderci se alcuni coraggiosi, dopo essere tornati ripartono, anche dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, che aveva suscitato tante speranze.
Che fare per trattenerli o per evitare, caso ancor più triste e amaro, che intelligenze brillanti dopo 10-20 anni di eccellente ricerca siano costrette a cambiar lavoro? Mi rivolgo a Lei, Signor Ministro: Lei può fare moltissimo.
Scrive Rita Clementi: «Un sistema anti-meritocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una 'buona ricerca' aiuta a crescere; per questo motivo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, hanno ritenuto di aumentare i finanziamenti per la ricerca. È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostume non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica conseguenza quella di potenziare le lobby che usano le Università e gli enti di ricerca come feudo privato e che così facendo distruggono la ricerca ».
Da alcuni mesi il ministro ha nel cassetto un disegno di legge di riforma dell’università che — almeno nelle versioni più coraggiose circolate sulla rete — affronta molti dei mali che hanno convinto Rita Clementi a partire.
Certo, servono anche i finanziamenti: i tagli previsti dalla Legge finanziaria, se confermati, non consentono di andare lontano. Ma se non si cambiano le regole, nuove risorse sarebbero denari gettati al vento. E se le risorse proprio non ci fossero, perché la crisi ci obbliga a destinare ogni spazio del bilancio pubblico a chi nei prossimi mesi perderà il lavoro? Allora occorre essere ancor più coraggiosi, accettando il principio che l’università di fatto gratuita è un trasferimento dai poveri ai ricchi: quindi alzare significativamente le rette, accompagnandole ad un sistema di borse di studio che garantisca a chiunque lo meriti la possibilità di accedere all’università. Questo avrebbe anche il vantaggio di indurre le famiglie a riflettere con più attenzione sulla scelta dell’università, e i ragazzi a ribellarsi se un docente arriva tardi a lezione e trascina stancamente il suo corso non cambiandolo mai, o se le aule sono sporche e la biblioteca chiude alle 2 del pomeriggio. La frase «L'università è gratuita, quindi di che cosa vi lamentate!» è uno dei motivi per cui è tanto difficile migliorare le nostre università. Ma il varo di quella legge viene rimandato di settimana in settimana, immagino perché interessi forti vi si oppongono: rettori, vecchi baroni, anche i grand commis che reggono il suo ministero. Caro Ministro, è venuto di momento di rompere l’indugio. Francesco Giavazzi. Corriere
07:39 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
jeudi, 02 juillet 2009
Interview au prof Farhad Khosrokhavar
Pour le professeur Farhad Khosrokhavar, spécialiste de l'Iran, «rien ne sera plus comme avant : la peur du guide suprême est retombée».
Spécialiste de l'Iran, professeur de sociologie à l'École des hautes études en sciences sociales à Paris, Farhad Khosrokhavar vient de passer six semaines en Iran pendant la crise. Il est l'auteur d'Avoir vingt ans au pays des ayatollahs *.
LE FIGARO. - Comment expliquer le récent «coup d'État» iranien ? Pouvait-on s'y attendre ?
Farhad KHOSROKHAVAR. - Depuis sa création, il y a 30 ans, la République islamique a toujours eu deux dimensions : l'une théocratique et non élective, avec le guide suprême et, entre autres, l'armée, le pouvoir judiciaire ; l'autre, symbolisée par des organes élus directement par le peuple, comme le Parlement ou le président. Avec l'élection d'un réformiste, Khatami, en 1997, on a pu assister à l'essor de différents mouvements sociaux : les intellectuels, les étudiants, les femmes, les minorités ethniques. Ces derniers ont commencé à inquiéter le pouvoir dominant, c'est-à-dire ce que j'appelle le «duo au pouvoir» - le guide et la hiérarchie supérieure des pasdarans. Pour eux, il fallait trouver le moyen de se débarrasser de la dimension républicaine de la République islamique, qui mettait en péril le système. Une fois élu en 2005, Mahmoud Ahmadinejad, le candidat favori d'Ali Khamenei, a rapidement entrepris de désarticuler l'appareil d'État et de lui retirer sa relative autonomie. Il a fait changer trois fois le gouverneur de la Banque centrale, il a fait jouer la planche à billets, en ignorant les objections du Parlement. En parallèle, il a systématiquement réprimé la société civile. De quoi satisfaire le guide.
La victoire d'Obama, aux États-Unis, a-t-elle encouragé cette reprise en main ?
Les élections américaines ont déstabilisé le pouvoir. Face à la rhétorique belliqueuse de George Bush, le régime iranien savait comment s'y prendre. À l'axe du mal, il opposait son propre axe du diable. Mais, face à la nouvelle politique de Barack Obama, le guide ne savait trop comment réagir. La reconduction d'Ahmadinejad se présentait donc comme la meilleure solution pour la survie du système.
Pendant les deux semaines précédant le scrutin, la campagne électorale avait paradoxalement créé une ambiance démocratique inédite…
Pendant cette élection, le guide n'avait qu'une obsession : le fort taux de participation. Il a donc, d'abord, favorisé l'expression publique, en laissant les coudées franches aux jeunes, qui se déversèrent tous les soirs dans la rue, dans une ambiance festive, parfois jusqu'à trois heures du matin. Du jamais vu en Iran. En fait, Khamenei pensait qu'après avoir voté ils rentreraient docilement chez eux. Mais c'est révélateur d'une méconnaissance totale de sa société. Deuxième faux pas : l'organisation inédite de débats télévisés entre les différents candidats. Au lieu de favoriser Ahmadinejad, ils ont poussé de nombreux Iraniens à s'identifier à son adversaire principal, Mir Hossein Moussavi.
Le résultat du scrutin a donc créé la surprise ?
Lorsqu'Ahmadinejad est annoncé gagnant, avec 64 % des voix, c'est le choc. Les Iraniens refusent d'accepter ce qu'ils considèrent comme une énormité. Pour eux, plus que le signe d'une fraude, c'est l'exemple flagrant d'un mépris total du pouvoir par rapport à la population. Ils ont l'impression d'avoir été dupés, manipulés. Pour signifier leur contestation, ils descendent manifester dans les rues.
Face à la force de la répression actuelle, ce mouvement peut-il perdurer ?
Deux scénarios sont possibles. Celui de Tiananmen, où le pouvoir a réprimé la population par un bain de sang. Cependant, plus tard, la Chine a fait en sorte que le développement économique prenne la relève. La société a, en quelque sorte, été rachetée par les autorités, et elle y a trouvé son compte. Mais l'ouverture économique est actuellement inenvisageable pour le pouvoir iranien, car elle ne peut se faire sans véritables concessions au niveau du nucléaire. Il y a aussi l'exemple de Solidarnosc. On peut imaginer que le système, en pleine crise de légitimité, finisse par s'effondrer. Résultat : pour l'heure, le pouvoir iranien ne peut survivre que par la répression. S'il daigne ouvrir les vannes, la haine accumulée au cours de ces dernières années va à nouveau exploser.
L'opposition est-elle morte pour autant ?
Non. On assiste, pour la première fois au Moyen-Orient, à l'émergence d'une véritable société civile. Pendant les manifestations, ce sont tous les styles d'Iraniens qui sont descendus dans les rues. Dans les pays voisins - Égypte, Pakistan, Maroc -, l'utopie islamiste s'impose, de plus en plus, comme un recours contre les pouvoirs perçus comme étant corrompus. Mais en Iran, on assiste à l'émergence d'une société qui se réclame de la démocratie. Les gens se battent, non pas au nom de la religion, mais au nom du respect de leur vote. Ces derniers événements ont forcé le mouvement réformiste à radicaliser son discours. Rien ne sera plus comme avant. D'autant plus que cette crise a révélé des fissures au sein du système.
Quelles sont ces fissures ?
C'est aujourd'hui la légitimité même du régime qui est en cause. La peur à l'égard du guide est retombée. Aujourd'hui, on ose remettre en cause la sacralité de son pouvoir. L'ayatollah Montazeri, proche des réformistes, vient même de laisser entendre que ceux qui ont approuvé Ahmadinejad n'ont aucune légitimité. L'idée de remplacer le guide par un conseil de religieux fait également débat. Ce mouvement va laisser une trace profonde dans le pays. Le Figaro
18:37 Publié dans Interview | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Tre monti per Michele
Tre monti da custodire
di Ilenia Bellini Il Gargano in Puglia, il Pirchiriano in Piemonte e il Tumba in Normandia sono le tre montagne sulle quali si è insediato il culto per l'arcangelo Michele, rispettivamente nel V, VIII e X secolo, dando luogo a ricche tradizioni cultuali e storico-culturali. Tali tradizioni sono state al centro del Progetto Custos - sigla che sta per Cultura, università, storia, tecnologie, organizzazione, spettacolarizzazione - realizzato dall'università degli studi di Bari con fondi europei, che ha visto la creazione di un portale (www.custos.unibari.eu), due documentari scientifici, un film di animazione, una mostra fotografica itinerante sui tre monti dedicati a san Michele e un volume-dossier riepilogativo dell'intero progetto (cfr. "L'Osservatore Romano" dell'11 settembre scorso).
Per rinsaldare la collaborazione tra la Puglia e il Piemonte, soprattutto nel settore della ricerca storico-cristianistica, l'università di Bari ha indetto una nuova edizione del progetto che prevede l'allestimento anche in Piemonte della mostra "I tre monti consacrati all'angelo. Storia e iconografia", cinquanta pannelli che illustrano, da vari punti di vista, la storia del santuario pugliese, di quello normanno e della Sacra di San Michele, montagne che, secondo le fonti medievali, l'angelo ha scelto per sé nell'Occidente latino.
Poste in continuità ideale e storica, costituiscono le tappe di un pellegrinaggio micaelico in linea, che dall'Europa centro-settentrionale, percorrendo le tante strade che costituivano la cosiddetta via Francigena raggiungeva Roma e il Gargano e proseguiva talvolta fino in Oriente e in Terra Santa. La mostra presenta riproduzioni fotografiche di reperti vari, oggetti d'arte colta e popolare, statue, sculture, ex voto, calici liturgici, impronte di mani e piedi di pellegrini, affreschi, miniature, dipinti medievali e moderni, scorci di paesaggio.
"La mostra - spiega Giorgio Otranto, responsabile del progetto - dopo le tappe di Bari e della Normandia sarà inaugurata il 9 giugno prossimo a Torino, dove rimarrà fino al 4 luglio. Hanno contribuito alla realizzazione del progetto l'università di Bari, che ha così accolto la proposta del presidente del Consiglio regionale Pietro Pepe, la presidenza del Consiglio regionale del Piemonte e il Dipartimento di Storia dell'università di Torino".
"Si tratta di una iniziativa molto importante, scrive Pepe in una nota, che offrirà la possibilità di far conoscere le immagini più belle della grotta-santuario di San Michele del Gargano, dell'abbazia fortezza di Mont Saint-Michel e dell'abbazia di San Michele della Chiusa, sul monte Pirchiriano: i tre monti del pellegrinaggio micaelico, luoghi-simbolo del culto per il "custode" della tradizione biblica e della fede, venerato e amato fin dall'antichità in tante parti del mondo".
"Il Piemonte - spiega il presidente del Consiglio regionale del Piemonte Davide Gariglio - ha visto la diffusione del culto micaelico, a seguito del ruolo che nella nostra regione ebbero nell'altomedioevo i longobardi, devoti a quello che era considerato uno dei principali patroni di quel popolo".
La Sacra di San Michele è tra i luoghi che storicamente sono stati sede del culto dell'arcangelo guerriero. Nei suoi pressi, alle chiuse edificate ai piedi del monte Pirchiriano, proprio i longobardi di re Desiderio subirono nel 773 la sconfitta che avrebbe aperto l'Italia al dominio dei franchi. Per secoli l'abbazia benedettina ha dominato la vita del Piemonte e non solo, estendendo i suoi domini alla Savoia, in Francia e in Spagna.
L'abbazia, inoltre, è stata un baluardo difensivo contro le invasioni provenienti d'oltralpe (dai saraceni ai francesi) e un centro di cultura che ha influito profondamente sulla formazione del senso di comunità in tutta l'area piemontese. Per la sua storia secolare, per le testimonianze di spiritualità, di ardimento, d'arte, di cultura e per la sua eccezionale collocazione e visibilità, nel 1994, il Consiglio regionale ha assegnato alla Sacra il titolo ufficiale di "monumento simbolo" del Piemonte. Da quindici anni la Regione concorre al recupero e alla valorizzazione dell'abbazia, sostenendo le molteplici iniziative culturali promosse dai padri rosminiani, alle cui cure il monumento è affidato ormai da oltre 170 anni.
A corredo della mostra è stata pubblicata da Alessandra Moro una guida per una migliore fruizione della mostra.
Nell'ambito del progetto si è tenuto giovedì 25 giugno 2009 presso il Palazzo Lascaris di Torino il convegno "Sulle Alpi e fra due mari: pellegrinaggio internazionale nel medioevo". Sono intervenuti: André Vauchez (Institut de France, Parigi) su "Pellegrinaggi e santuari di San Michele nell'occidente medievale"; Giorgio Otranto (università di Bari) su "Il pellegrinaggio micaelico dal Gargano all'Europa"; Giuseppe Sergi (università di Torino) su "La mobilità religiosa nel medioevo"; Raffaele Nigro (scrittore e poeta) su "Memorie di un barbaro". Ha presieduto Giampiero Casiraghi (Comitato regionale sacrense). L'Osservatore Romano
18:32 Publié dans Saggi | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Parla il Garante per la protezione dei dati personali
| Pizzetti: «L'informazione è il prodotto di una comunicazione continua e collettiva a livello mondiale. Le vicende iraniane ne sono la conferma». Ma nell'agenda anche intercettazioni, videosorveglianza e tutela della Pa | |
«Dai blog ai social network fino al recentissimo, e già quasi invecchiato, sistema twitter, sempre di più oggi l’informazione è il prodotto di una comunicazione continua e collettiva a livello mondiale». Ne è convinto il presidente del Garante per la protezione dei dati personali Francesco Pizzetti, che nella sue relazione annuale al Parlamento spiega che «quanto sta avvenendo in Iran dimostra che su questi strumenti, e specialmente sui più innovativi, poggia una forma di resistenza democratica mai immaginata prima». Intercettazioni: "No a sanzioni penali per i giornalisti" No alle sanzioni penali per i giornalisti che pubblicano informazioni acquisite e trattate dai giudici. Pizzetti esprime perplessità sulle nuove regole relative ai limiti della pubblicabilità di notizie acquisite e trattate dai giudici. Del resto «non tocca all’Autorità fissare le regole che presiedono al rispetto della libertà d’informazione garantita dalla Costituzione, se non quando siano concretamente in discussione eventuali e puntuali violazioni della riservatezza dei cittadini», aggiunge. Per Pizzetti «non vi è ragione di ritenere che la regolazione in via generale della libertà di stampa abbia una diretta e immediata connessione con la tutela della privacy, che deve invece sempre essere valutata caso per caso». "Brunetta sia attento a non violare i diritti statali" L’operazione trasparenza avviata dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, non deve rischiare di mettere a repentaglio il diritto alla privacy degli statali. Pur apprezzando «ogni azione tesa ad aumentare l’efficienza della Pa e incrementare l’uso delle tecnologie per accelerare e rendere più agevole il rapporto con i cittadini», Pizzetti sottolinea «la pericolosità della diffusione in rete, senza adeguate misure di protezione e di controllo, dei milioni di dati personali che l’Amministrazione quotidianamente tratta». Dunque, il Garante invita ad «una attenta valutazione dei diritti degli stessi funzionari pubblici» e aggiunge: «occorre evitare una lettura della nuova normativa eccessivamente sbilanciata, che potrebbe tradursi in una violazione, a danno dei dipendenti pubblici, dei diritti fondamentali di ogni lavoratore». "Foto villa Certosa, il principio si applica a tutti" Il divieto di diffusione di foto all’interno di abitazioni private è «un principio che si applica a tutti, indipendentemente dalla notorietà e che comporta la illeicità delle foto e il conseguente divieto della loro diffusione. Abbiamo vietato tali foto - ricorda - in quanto sono stati utilizzati teleobiettivi e sistemi inclusivi e sofisticati di ripresa e di trattamento delle immagini». Del resto «non è lecito riprendere senza il loro consenso persone all’interno di una privata dimora, compreso il parco e gli edifici che ne fanno parte, specialmente quando esse svolgano normali attività di vita sociale e di relazione», aggiunge. "Presto un intervento sulla videosorveglianza" Anche le ronde finiscono nel mirino di Pizzetti che promette a breve un provvedimento sull’uso corretto delle videocamere e degli altri sistemi di controllo. Il Garante ha detto che vigilerà sull’utilizzazione «da parte delle istituzioni di sicurezza dei dati raccolti da privati». Fari accesi, dunque, «sulla videosorveglianza e, più in generale, sulla possibilità che associazioni di cittadini svolgano attività connesse con i compiti istituzionali delle forze di polizia», assicura. La Stampa | |
18:29 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note


