samedi, 21 novembre 2009

I vescovi Usa si fanno sentire

Sulla riforma sanitaria i vescovi
degli Stati Uniti scrivono al Senato

 

 

Washington, 21. La Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha sollecitato il Senato a introdurre cambiamenti sostanziali al progetto di riforma sanitaria al fine di mantenere in vigore quanto disposto dalla legge federale riguardo al finanziamento dell'aborto e alla protezione del diritto all'obiezione di coscienza. I presuli ribadiscono la necessità di assicurare l'accesso all'assistenza sanitaria agli immigrati e di fare in modo che vi si possa accedere a costi affrontabili.
I vescovi hanno definito il progetto di riforma presentato in Senato - diverso dal progetto già approvato alla House of Representatives - un'"enorme delusione" poiché creerebbe una nuova e inaccettabile politica federale che consentirebbe di finanziare l'aborto e di introdurre la sua copertura assicurativa, oltre a non tutelare il diritto all'obiezione di coscienza
Le preoccupazioni dei vescovi sono state affidate a una lettera inviata ai senatori a firma del cardinale Daniel N. DiNardo, della commissione episcopale per le attività pro vita, e dei vescovi William Murphy e John Wester, presidenti rispettivamente delle commissioni Pace, Giustizia e sviluppo umano e Migrazioni. La lettera - accompagnata da una documentazione sull'emendamento Stupak che ha accolto le osservazioni dei presuli, già approvato dalla House of Representatives - sollecita i senatori a migliorare il progetto di riforma nelle aree chiave dei costi, dell'immigrazione, del finanziamento federale, della copertura dell'aborto e dell'obiezione di coscienza. Secondo i vescovi, il progetto "non conferma l'impegno preso dal presidente Obama" riguardo alla riforma del sistema sanitario. I presuli, inoltre, hanno fatto riferimento al costo suppletivo cui gli assicurati sono costretti a far fronte al fine di pagare gli aborti praticati da altri. Disposizioni, queste, che consentirebbero al segretario dell'Health and Human Service di imporre la copertura illimitata dell'aborto su tutto il territorio nazionale. Non solo. Se fosse approvato, il progetto non consentirebbe alle strutture religiose di offrire ai loro impiegati una copertura assicurativa conforme ai propri principi. "I vescovi cattolici - si scrive nella lettera - hanno chiesto per decenni una riforma sanitaria accessibile a tutti, specialmente per i poveri e gli emarginati. Il progetto del Senato introduce grandi progressi nell'assistenza alla popolazione. Ciò nonostante, se approvato, lascerebbe 24 milioni di persone fuori dalla copertura assicurativa sanitaria. Questo non è accettabile". Per tale motivo i vescovi incoraggiano a espandere la possibilità di accedere ai servizi Medicaid per quanti finora ne sono esclusi in base ai livelli di reddito stabiliti dalla legge. Inoltre sollecitano la fine del divieto quinquennale che impedisce agli immigrati regolari di accedere a benefici derivanti da programmi sanitari e del divieto da parte degli irregolari di stipulare assicurazioni sanitarie pagandole con il proprio denaro. "Fornire un'assistenza sanitaria accessibile - ricordano i vescovi - che rifletta questi fondamentali principi, è un bene comune, un imperativo morale e un'urgente priorità nazionale". L'Osservatore Romano 

 

50 mila bambini sfruttati in miniera

Cinquantamila bambini
sfruttati nelle miniere congolesi


 

Kinshasa, 22. Nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo viene sfruttato il lavoro di almeno cinquantamila minorenni. Il dato è stato diffuso dall'Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia, in occasione del xx anniversario, ieri, della Convenzione dell'Onu per i diritti dei bambini. L'ufficio dell'Unicef a Kinshasa ha precisato che 22.000 bambini impiegati in miniera sono stati censiti nella provincia sudorientale del Katanga e altri 22.000 nella provincia centromeridionale del Kasai, mentre ottomila sono stati censiti quest'anno nella zona della capitale Kinshasa.
Quella del lavoro minorile non è neppure la peggiore delle violazioni dei diritti dell'infanzia registrate nella Repubblica Democratica del Congo, come del resto praticamente in tutto il mondo. In condizioni di particolare disagio, per esempio, si trovano i bambini sfollati, che costituiscono gran parte dei milioni di persone in movimento sul territorio congolese, ai quali vengono spesso negati diritti fondamentali come quelli all'istruzione e alla salute. Ancora più gravi sono altre violazioni segnalate dall'Unicef, come le violenze contro le bambine commesse sia dalle milizie ribelli che dalle forze regolari e l'arruolamento di minori da parte di gruppi armati, soprattutto nelle province nordorientali del Paese.
In proposito, proprio nelle ultime ore c'è stato il rilascio di 22 tra ragazzi e bambini rapiti negli ultimi mesi dai ribelli nordugandesi del Lra, riparati nella provincia Orientale congolese dopo aver perso nel 2005 le sue tradizionali basi in Sud Sudan. Dodici miliziani del Lra si sono consegnati alle forze congolesi a Lukuku, nei pressi del centro minerario di Durba, liberando i minori rapiti, 11 maschi e 11 bambine. I militari hanno affiato i minori, tutti traumatizzati e alcuni in non buone condizioni di salute, ai missionari comboniani che gestiscono un centro di assistenza per minori a Watsa, non lontano da Lukuku. L'Osservatore Romano 

Les homosexuels bousculent les règles de l'adoption

Agnès Leclair
Selon un sondage, 57 % des Français seraient favorables à l'adoption par des couples homosexuels (ici, deux Néerlandais se préparent à accueillir leur premier enfant).
Selon un sondage, 57 % des Français seraient favorables à l'adoption par des couples homosexuels (ici, deux Néerlandais se préparent à accueillir leur premier enfant). Crédits photo : ASSOCIATED PRESS

Depuis que la justice a autorisé une homosexuelle à adopter un enfant, le climat se tend entre les défenseurs de la famille et les associations de gays et de lesbiennes.

La récente décision du tribunal de Besançon d'accorder à une enseignante homosexuelle, vivant en couple, le droit d'accueillir un enfant a mis à jour des zones de flou dans notre système d'adoption. Pourquoi les agréments pour deux sont-ils réservés aux seuls mariés ? Pourquoi les couples liés par un pacs ou vivant en concubinage doivent-ils faire une demande en célibataire ? Les homosexuels ont-ils réellement le droit d'adopter ? De quoi nourrir le débat entre les associations familiales, les politiques de tous bords et les défenseurs des droits des homosexuels.

Plus d'une semaine après ce petit séisme et bien que le gouvernement ait clairement dit qu'il n'y aurait pas de projet pour réformer l'adoption en faveur des couples homosexuels, les idées fusent. Hervé Mariton envisage de déposer en 2010 une proposition de loi pour remettre au clair le système d'attribution des agréments. «Je ne pense pas que l'adoption devrait être ouverte aux célibataires», avance le député UMP. Cette modification de la loi de 1966 fermerait les portes de l'adoption aux homosexuels, aux couples pacsés et aux concubins, qui ne peuvent aujourd'hui recueillir un enfant qu'en tant qu'individus et non à deux. Le débat sur l'homoparentalité souhaité par Nadine Morano en 2012 pourrait donc prendre un peu d'avance. «De toute façon, la question de l'homoparentalité se posera l'année prochaine avec la révision des lois bioéthiques et l'examen de l'ouverture de l'assistance médicale à la procréation (AMP) aux personnes seules, relève le député. Je ne vois pas pourquoi l'adoption par les célibataires serait autorisée puisque aujourd'hui l'aide médicale à la procréation est réservée aux couples.» Hervé Mariton partage par ailleurs une conception classique de la famille - un père, une mère et des enfants - avec nombre d'associations religieuses et familiales. «Pour l'enfant, la différence irréductible des sexes de ses parents est la base et le modèle qui lui permet de construire son identité et de se situer à sa juste place parmi d'autres» , a notamment écrit la Conférence des évêques de France. Gérard Bailly, le sénateur UMP du Jura, vient pour sa part de demander à l'État et au conseil général du Jura de faire appel de la décision du tribunal administratif de Besançon. De leur côté, les associations de défense des droits des homosexuels soulignent que la Cour européenne des droits de l'homme a jugé en 2008 que les autorités françaises ne pouvaient, sous peine de discrimination, refuser l'agrément administratif préalable à la procédure d'adoption à un célibataire vivant en couple avec une personne du même sexe. Selon Caroline Mécary, avocate de l'enseignante homosexuelle, cet arrêt a été décisif.

 

Un appel des maires

 

Les associations homosexuelles jouent d'ailleurs la carte de l'Europe, et espèrent que nos voisins ayant légiféré en faveur de l'adoption par les couples de personnes du même sexe inspirent les autorités françaises. Leur demande est notamment appuyée par le député PS Patrick Bloche et Hélène Mandroux, maire PS de Montpellier, qui a lancé un appel des maires «pour l'ouverture du mariage aux couples du même sexe». Autre argument avancé par l'Interassociative lesbienne, gaie, bi et trans : 57 % des Français seraient favorables à l'adoption par des couples homosexuels selon un récent sondage BVA. Cette semaine, le médiateur de la République a rejoint le débat, déplorant «l'incohérence de la situation actuelle, qui permet d'accueillir la demande d'une personne célibataire dissimulant son orientation sexuelle et refuse celle du demandeur qui en fait état». Jean-Paul Delevoye préconise aussi de compléter le dispositif de l'agrément afin que tout refus ou retrait soit motivé «par l'intérêt supérieur de l'enfant clairement et objectivement formulé». Le Figaro

Bergé: Le Téléthon parasite la générosité des Français

Réagissant à ces propos tenus par l'homme d'affaires à Parlons Net, une émission diffusée sur France Info en partenariat avec lefigaro.fr, la présidente de l'Association française contre les myopathies se dit «profondément choquée».

À 79 ans, Pierre Bergé assume le fait de ne pas avoir sa langue dans sa poche. Et quand l'ancien compagnon d'Yves Saint Laurent est invité à une émission qui traite de politique, il n'hésite pas à devancer les questions sur son soutien financier à Ségolène Royal et sur la querelle de Dijon entre l'ex-candidate PS et Vincent Peillon. Même s'il «ne faut pas en faire une histoire», Bergé, qui précise qu'il n'est «pas socialiste, mais un homme de gauche», affiche la couleur : il est «séduit» par Vincent Peillon et continuera de le soutenir. En revanche, il tacle volontiers Benoît Hamon, «porte-parole battu aux élections, ce qui est assez rare». Quant à Royal, il estime qu'elle serait «la meilleure candidate du PS», si la présidentielle avait lieu demain. Mais se montre moins catégorique sur la perspective de 2012.

 

 

Autre sujet, la seconde partie de la vente des objets qu'il avait accumulés avec Yves Saint Laurent dans leurs maisons communes. L'occasion pour lui de revenir sur sa vie au côté du couturier, mais aussi d'évoquer la destination des sommes récoltées, qui iront à la lutte contre le sida. Pierre Bergé en profite pour dire tout le mal qu'il pense du Téléthon, qui «parasite la générosité des Français, la capte d'une manière populiste, en exhibant le malheur des enfants myopathes». Une maladie dont Pierre Bergé souffre, révèle-t-il. «Soyons clair, je n'accuse personne de détourner de l'argent (...), mais j'accuse que 100 millions pour le Téléthon ne sert à rien», a-t-il ajouté. «Les organisateurs du Téléthon ont trop d'argent, ils achètent des immeubles», a-t-il dit.

La présidente de l'Association française contre les myopathies (AFM), organisatrice du Téléthon, Laurence Tiennot-Herment, a démenti samedi tout placement financier dans l'immobilier ajoutant que Pierre Bergé «est coutumier de telles attaques particulièrement virulentes contre notre association». «Par contre, a-t-elle précisé sur France Info, nous engageons des moyens financiers parfois dans de la construction et dans du bâtiment», a-t-elle précisé, ajoutant que c'était «forcément toujours en lien avec nos missions sociales, guérir et aider». Elle a cité comme exemple la construction de trois appartements près d'Angers qui sont des «lieux de répit pour les familles», ou la construction d'un bâtiment dédié à la fabrication de médicaments de thérapie génique pour les maladies rares.

Dans la dernière partie de l'émission, les questions des internautes. Pierre Bergé, militant historique de la cause homosexuelle, en a profité pour livrer un plaidoyer en faveur de l'homoparentalité. Quant à l'affaire Polanski, l'homme d'affaires a estimé que le cinéaste «doit répondre à la justice» car «elle est la même pour tous». Le Figaro

Besson: l'immigration n'est pas un besoin démografique

Selon le ministre de l'Immigration, la France a «intérêt au brassage et à l'ouverture», mais pas pour une raison quantitative. D'après lui, les élites de gauche «nient les réalités».

Eric Besson est «un grand blessé du 21 avril». Dans un entretien au Journal du Dimanche , le ministre de l'Immigration en appelle à «ne pas éluder certains problèmes», comme l'a fait selon lui la gauche lorsqu'elle était au pouvoir. «Si on contourne la réalité, on arrive au 21 avril 2002 : quelqu'un de grande qualité comme Lionel Jospin battu à la présidentielle», analyse-t-il.

Sur cette base, Eric Besson explique qu'il faut s'en tenir à une immigration légale. Selon lui, «la France est ouverte et généreuse» : elle a intérêt «au brassage et à l'ouverture» et fait valoir le «droit au regroupement familial». En revanche, il n'y aurait aucune «raison quantitative d'encourager l'immigration». «Ceux qui font profession de défendre les sans papiers devraient s'intéresser aussi aux étrangers en situation régulière, touchés à hauteur de 26% par le chômage, en butte parfois à des discriminations», conseille-t-il.

 

«Il y a un vrai problème avec certaines élites de gauche»

 

Précisant son propos, le ministre de l'Immigration égratigne dans cet entretien «une partie de l'intelligentsia française, [chez qui] la négation des réalités semble être une constante». «Il y a un vrai problème chez certaines élites de gauche. Quand Bernard-Henri Lévy proclame, pour faire l'Europe, il faut faire taire Eric Besson, je suis navré... Tant de culture pour arriver là ? Et Vincent Peillon, ce philosophe, qui prône pour Ségolène Royal la psychiatrie lourde ? Il y a dans l'intelligentsia éclairée des rémanences bolchéviques», affirme-t-il encore.

Expliquant ne pas avoir de complexe et se demander «sans cesse si ce [qu'il fait] est juste et républicain», Eric Besson revient par ailleurs ses propos concernant les «mariages gris». Il assure «défendre les mariages mixtes [qui] contribuent au métissage de la société française», mais combattre «les escroqueries à la naturalisation». «Les victimes de cette fraude sont d'abord des femmes étrangères, ou françaises d'origine étrangère, maghrébines ou africaines. Cela devrait émouvoir quelques consciences», lance le ministre de l'Immigration, qui se réjouit que le débat sur l'identité nationale «passionne» les Français.

Appelé à commenter les célébrations en France après la qualification de l'Algérie pour le Mondial, Eric Besson estime à ce sujet que «si des jeunes Français se sentent Algériens, cela confirme qu'il faut mettre au clair notre identité nationale. Nous devons amener ces jeunes à se revendiquer Français pleinement, dans un parfait équilibre de droits et de devoirs», conclut-il. Le Figaro

Fillon ne veut pas que la garde a vue se banalise

Alors que le nombre de gardes à vue continue d'augmenter, le premier ministre souhaite en «repenser» les conditions pour qu'elles ne deviennent pas «un élément de routine» aux mains des enquêteurs.

Le placement en garde à vue d'une avocate à Meaux, vivement critiqué cette semaine, a laissé quelques traces. Inaugurant samedi une maison d'arrêt dans la Sarthe, le premier ministre a jugé «nécessaire et évident» de repenser les conditions d'utilisation et l'utilité même des gardes à vue en France, afin qu'elles ne soient jamais envisagées comme «un élément de routine» par les enquêteurs. D'après François Fillon, «ces pouvoirs exceptionnels ne doivent pas tomber dans la banalité», mais demeurer au contraire «des actes graves pour ceux qui les décident parce qu'ils sont graves pour ceux qui les subissent».

Le premier ministre a ainsi très clairement fustigé ces situations qu'il juge «exceptionnelles mais choquantes» de «gardes à vue non indispensables, de détentions provisoires trop longues, de jugements qui interviennent trop tardivement». Alors que le nombre de gardes à vue ne cesse d'augmenter (+50% en sept ans), les critiques s'intensifient à l'encontre de la procédure et des abus qu'elle peut susciter. Cette semaine, le bâtonnier de l'Ordre des avocats de Paris Christian Charrière-Bournazel a dénoncé les conditions de la garde à vue pratiquée en France, les jugeant contraires au droit européen.

«Face à des auteurs de crimes et de délits graves, je n'ai pas d'états d'âme à recourir à l'emprisonnement et la répression mais j'ai des exigences qui au nom du respect des droits de l'Homme et de la défense des libertés publiques doivent s'imposer à tous», a résumé François Fillon. Le rapport Léger, sur lequel s'appuie le gouvernement pour sa réforme en cours de la procédure pénale, a préconisé en septembre d'ouvrir un peu plus cette procédure aux avocats en les autorisant notamment à avoir accès aux procès-verbaux d'audition dès la douzième heure de la mesure, ce qui n'est actuellement pas le cas.

 

Le «dogme» de la cellule individuelle

 

Attendu sur le sujet à l'occasion de l'inauguration de cette prison de la Sarthe, où il était accompagné de sa ministre de la Justice Michèle Alliot-Marie, François Fillon s'est en revanche montré bien plus réservé sur le principe de l'encellulement individuel, récemment consacré par la loi. «Quand on sait que dans d'autres pays d'Europe on construit des cellules pour six ou sept, les cellules aménagées que j'ai vues à l'instant sont un véritable progrès par rapport à ce que l'on connaît actuellement», a-t-il déclaré, appelant à ne pas «faire de l'encellulement individuel un dogme absolu».

Alors que le gouvernement a cependant promis de «tout mettre en œuvre» pour que soit atteint cet objectif en 2014, grâce à l'achèvement du programme de construction en cours, les associations d'aides aux prisonniers et les syndicats pénitentiaires continuent de pointer le déficit de places dont souffre le système carcéral français. Au 1er novembre on recensait dans les quelque 200 prisons françaises 62.073 détenus pour 54.285 places, soit un taux moyen de surpopulation de 114%. La maison d'arrêt du Mans-Les Croisettes inaugurée par François Fillon, qui compte 400 places, ouvrira ses portes en janvier. Elle remplacera la prison du Mans, construite au XVIIIe siècle. Le Figaro

La tassazione famigliare

Sono diversi i sistemi di tassazione studiati per rendere più equo il prelievo fiscale sulle famiglie. E sono due le modalità principali attraverso le quali è possibile concedere uno sgravio fiscale: le detrazioni e le deduzioni. Ecco tutto quello che c'è da sapere sulla tassazione familiare.

Detrazione fiscale. La detrazione è una somma che si sottrae dall’imposta lorda. Può essere in cifra fissa o decrescente al crescere del reddito, come attualmente la detrazione per i familiari a carico. Il procedimento, dunque, prevede di sommare i redditi, calcolare l’imposta lorda attraverso le diverse aliquote, sottrarre la detrazione e arrivare all’imposta netta da pagare.

Deduzione fiscale. La deduzione fiscale è invece una somma che si sottrae a monte dal reddito, determinando così la base imponibile netta sulla quale viene poi calcolata l’imposta a seconda delle varie aliquote. Il vantaggio della deduzione è che, diminuendo la base imponibile rispetto alla somma iniziale dei redditi ha influenza su tutte le imposte, comprese ad esempio le varie addizionali locali all’Irpef.

Quoziente familiare. Si attribuisce un peso diverso a ciascun componente della famiglia (ad esempio, a ciascuno dei coniugi un peso pari a 1; per ogni figlio un peso pari a 0,5 e così via) e si sommano tutti i pesi così da determinare il coefficiente familiare. Il reddito familiare viene diviso per tale coefficiente, così da ottenere il reddito medio pro-capite in base al quale determinare le aliquote applicabili secondo i vari scaglioni di reddito. Si calcola dunque l’imposta pro-capite che viene poi moltiplicata per il coefficiente familiare al fine di stabilire l’imposta effettivamente dovuta dalla famiglia. Si possono prevedere, poi, dei pesi particolari per favorire o correggere alcune situazioni, come ad esempio un coefficiente più alto per i figli disabili o per le donne che lavorano.

Basic income family (Bif). Con il Bif la tassazione è calcolata sul reddito disponibile deducendo le spese per il mantenimento delle persone a carico. Si tratta delle sole spese "necessarie" per la crescita dei figli, un valore costante per tutte le categorie di contribuenti, al di là del reddito specifico e delle scelte che ogni famiglia può fare per quanto riguarda l’educazione, il tenore e la qualità della vita dei figli. In base ad alcuni calcoli, l’ipotesi del puro costo di mantenimento per ogni persona a carico è di circa 7mila euro all’anno. A questa quota dovrebbe quindi essere prevista una deduzione dal reddito di ogni famiglia. Avvenire

Champions nella bufera: almeno 200 partite truccate

Il calcio europeo nella bufera. La magistratura tedesca indaga su un giro di partite truccate che coinvolge i campionati nazionali di nove Paesi e le principali competizioni continentali del pallone. La polizia ha già effettuato 50 perquisizioni in Germania, Gran Bretagna, Svizzera ed Austria, arrestando 17 persone, 15 in Germania e due in Svizzera, e sequestrando oltre un milione di euro in contanti.
Almeno 200 le partite finite nel mirino degli inquirenti, tra le quali ci sono tre incontri di Champions League e 12 di Europa League, la ex Coppa Uefa, un match di qualificazione agli Europei under 21 e quattro della seconda divisione tedesca.

Sotto indagine risultano centinaia di persone sospettate di aver truccato le partite e di aver incassato soldi dalle scommesse piazzate in Europa e Asia. Due fra le persone arrestate sono volti noti alla polizia tedesca. Si tratta di Ante e Milan Sapina, due fratelli croati che risiedono a Berlino, già al centro dello scandalo che aveva travolto il mondo del calcio in Germania nel 2004, quando un arbitro, Robert Hoyzer, era stato condannato a due anni e cinque mesi di carcere, dopo aver ammesso di aver ricevuto almeno 70 mila euro ed un televisore al plasma offerti dalla mafia croata per condizionare le partite.
Ma l’inchiesta è destinata ad allargarsi. I magistrati ritengono che il giro abbia coinvolto giocatori, allenatori, arbitri e ufficiali di gara, ai quali sono state offerte mazzette. La Uefa ha fatto subito sapere che chiederà «le sanzioni più dure ai tribunali competenti per ogni individuo, club o dirigente implicato in questo malcostume sia esso sotto la giurisdizione statale o sportiva».

L’organizzazione presieduta da Michel Platini ha poi spiegato:«La Uefa ha partecipato attivamente alle indagini e ha fornito informazioni dettagliate provenienti dal proprio Sistema di rilevamento scommesse illegali. Tale sistema tiene sotto controllo tutte le partite delle competizioni Uefa e dei campionati nazionali europei di prima e seconda divisione con flussi di scommesse anomali. Le autorità tedesche hanno richiesto e ricevuto informazioni su diverse partite».

In ogni caso la federcalcio europea ha tenuto a precisare che il numero di partite che coinvolge tornei europei, come l’Europa League e la Champions League «riguarda esclusivamente turni preliminari» e comunque sono incontri che la Uefa aveva già inserito in una lista di 40 gare «sospette». Il segretario generale Uefa Gianni Infantino ha ringraziato le autorità tedesche per «l’azione intrapresa e per la buona collaborazione», assicurando tolleranza zero per gli sviluppi del caso. Per il responsabile dei servizi disciplinari dell’Uefa Peter Limacher, non ci sono dubbi: «Questo è il peggior scandalo che abbia mai coinvolto il calcio europeo». Avvenire

Nuova Europa: solite logiche

Tra pochi giorni prenderà ufficialmente avvio l’Unione Europea così come il tormentato Trattato di Lisbona l’ha concepita: un sodalizio politico, economico e sociale di ventisette nazioni e mezzo miliardo di persone, che giovedì sera a Bruxelles si sono anche date un presidente stabile e un alto commissario agli Affari Esteri, due figure cioè che rappresenteranno l’Europa nei consessi mondiali, in quel G3 che si verrà a costituire insieme ad America e Cina, in tutte le occasioni – d’emergenza e non – in cui il Vecchio Continente dovrà parlare con una sola voce. E la voce prescelta sarà – com’è noto – quella della baronessa britannica Catherine Ashton, vicepresidente della Commissione e di fatto ministro degli Esteri della Ue per cinque anni. A guidare l’Unione sarà invece il belga Herman Van Rompuy.

Inutile nascondersi dietro un dito: questa Nuova Europa non nasce con il carisma di George Washington o Thomas Jefferson e le due figure designate – che attendiamo alla prova dei fatti e sulle quali non è lecito ironizzare anzitempo – non sono che l’esito obbligato di una catena di compromessi. È bene dunque rielencare le condizioni in cui questa scelta è maturata traendone, per quel che è possibile, delle prime conclusioni.

La regia occulta del vertice dei capi di Stato e di governo è stata di Angela Merkel. Probabilmente i due nomi presentati dalla presidenza svedese la cancelliera li aveva già in tasca prima della cena. Tutti i maneggi, le ipotesi, le candidature di sbarramento, le girandole di nomi giungevano alle orecchie di noi giornalisti con lo stesso ritardo fisico con cui ci arriva la luce delle stelle: in realtà erano ipotesi già tramontate. Il fatto certo è che né alla Francia né alla Germania piaceva la candidatura di Tony Blair alla presidenza stabile: troppo vistoso, troppo carismatico, in una parola troppo ingombrante. Agli inglesi però si doveva concedere qualcosa in cambio di un via libera sulle nomine dei commissari che contano.

E allora ecco spuntare la candidatura della signora Ashton, premiata anche perché donna e perché inglese. In questo labirinto sotterraneo (ma inevitabile negli affari europei, e non soltanto in quelli) è tramontata la candidatura di Massimo D’Alema, inizialmente sostenuto dall’Internazionale socialista e successivamente da buona parte del Pse, ma poi sacrificato dai suoi stessi compagni per accontentare Londra. Bene ha fatto il governo italiano a sostenerlo lealmente e risibili paiono le giustificazioni del capogruppo socialista Schulz circa un disimpegno dell’Italia, che viceversa ha fatto tutto il possibile per sostenere l’ex premier ds, arrendendosi solo di fronte all’evidenza di una scelta irrevocabile.

E come non notare che dietro a due nomine di profilo non smagliante si intravede senza fatica quell’asse franco-tedesco che interseca i suoi interessi con Londra e che sovente si accusa – non senza buone ragioni, come si vede – di far la parte del leone in Europa? Certamente, con le scelte di Bruxelles la latitudine della Ue si sposta fatalmente più a nord. Ma il fatto meno incoraggiante è che siano prevalsi, come sempre, gli egoismi nazionali. Quasi a voler sancire fin dall’inizio che in questa Europa sono in molti a credere poco. Per il sessantaduenne fiammingo Van Rompuy – del quale si dice per la verità un gran bene come negoziatore e come intellettuale integerrimo e schivo – e per la baronessa Ashton la strada comincia decisamente in salita. Ma fu così anche per George Washington, a dire il vero.
Giorgio Ferrari. Avvenire

Sindone firmata: polemiche

«In base ai confronti svolti, oggi sono convinta che le tracce di scrittura identificate sul lino della Sindone possano appartenere ad un testo derivato direttamente o indirettamente dai documenti originati fatti produrre per la sepoltura di Yeshua ben Yosef Nazarani, più noto come Gesù di Nazareth detto il Cristo». È questo il sasso lanciato nello stagno della scienza della Sindone, il celebre (e discusso) sudario di Cristo conservato a Torino, da una storica di recente balzata agli onori delle cronache per i suoi saggi medievalistici. Già il volume I Templari e la sindone di Cristo (Il Mulino), uscito a inizio anno, di Barbara Frale, funzionaria dell’Archivio Segreto Vaticano, aveva diviso gli esperti. Ora, con La Sindone di Gesù nazareno (Il Mulino, pp. 254, euro 28), la Frale - nata a Viterbo nel 1970 - lancia un’altra ipotesi suggestiva: che sul lino custodito all’ombra della Mole si annidino alcune scritte multilingue vergate da un funzionario addetto alla sepoltura dei condannati a morte nella Gerusalemme del I secolo. Qui Barbara Frale interpreta un’iscrizione compatibile con la tradizione che vede nel sudario il telo che avvolse il corpo di Gesù di Nazareth, che nella primavera prossima verrà di nuovo mostrato in pubblico: a Torino si recherà pellegrino anche Benedetto XVI.

La Frale ha interpretato la seguente scritta: «Gesù Nazareno deposto sul far della sera, a morte, perché trovato» colpevole. Il tutto scritto con termini di tre idiomi: latino, greco ed ebraico. E al profluvio di critiche che si preannunciano, la giovane addetta dell’Archivio vaticano risponde così nelle conclusioni del suo volume, anticipato ieri da Repubblica: «L’ipotesi che le scritte siano state messe da un falsario per avvalorare l’autenticità della Sindone è da scartare: infatti questo truffatore avrebbe dovuto inventare un sistema complicato per lasciare sul telo certe tracce che sarebbero divenute visibili ai posteri solo tanti secoli dopo, con l’invenzione della fotografia; inoltre qualunque falsario avrebbe usato le diciture del titulus crucis, quelle descritte dall’evangelista: non certo quelle strane parole che con i Vangeli non c’entrano proprio nulla». 

E la discussione si infiamma. «Sono molto stupito». Monsignor Giuseppe Ghiberti, vicepresidente del Comitato per l’ostensione della Sindone, non nasconde la sua perplessità, sebbene metta le mani avanti: «Prima di tutto bisogna leggere l’opera. Sono stato di fronte alla Sindone ore e ore e mai ho avuto sentore di nulla del genere. E nemmeno l’hanno avuto professori competenti in elaborazione di immagini». Circa il carattere multilinguistico della ricostruzione, Ghiberti afferma: «L’unico precedente che può dare peso a questa ipotesi è il titolo della croce di Gesù, che era in più lingue». Ma alla domanda se ritenga realistica la tesi della studiosa laziale, Ghiberti risponde con un eloquente sospiro. E riprende: «Quando non si conoscono bene gli argomenti altrui, si preferisce sospendere il giudizio. Ma tutto questo non mi convince».

«Non voglio essere ironico né polemico», esordisce Luciano Canfora, docente di Filologia greca e latina all’università di Bari. «Ma secondo me Barbara Frale si è avventurata in qualcosa di molto insidioso». Per lo studioso barese «la ricchezza di particolari nascosti nelle fibre di lino fa pensare a una vera falsificazione». Canfora qualifica come errata l’ipotesi della Frale in base a due elementi: la ricchezza di dettagli e il poliglottismo della scritta decifrata. «Si presenta tutto ciò come una gigantesca novità, ma così non è. La prima, forte perplessità è la presenza di tre lingue nella scritta ritrovata. La Frale spiega tale riscontro con il pluriculturalismo della Gerusalemme del tempo. Ma un conto è l’ambiente culturale di una città - annota Canfora -, altra cosa un documento che racchiude tre lingue. È come se oggi un taxista di origine indiana a Londra, per scrivere una ricevuta, utilizzasse tre idiomi diversi».

Canfora sottolinea un altro particolare per spiegare la sua disapprovazione: «Tutto si basa sull’idea che al collo del condannato vi sia il verbale del giudizio di Caifa su Gesù». L’affermazione che si trattasse di uno scritto fatto da un becchino trova l’antichista pugliese nettamente scettico: «Non è ovvio che esistesse una figura del genere. Non abbiamo ancora una trattazione sistematica sulla figura di funzionari addetti alla sepoltura dei condannati a morte nella Giudea del I secolo: vi sono testimonianze contraddittorie al riguardo». Canfora stabilisce un parallelo tra il papiro di Artemidoro e la Sindone, o meglio tra la contestata autenticità della seconda e la dimostrata falsità del primo: «I numerosi dettagli, che vogliono avvalorare l’autenticità, indicano invece che questi elementi scritturistici sono aggiunte tardive. Com’è stato constatato dalla polizia scientifica per il papiro di Artemidoro». Canfora riconosce che Barbara Frale non propone una tesi: «Lei dice: io ho trovato questo. Ma ha riscontrato cose tutt’altro che univoche!».

A Canfora replica Franco Cardini, medievalista e docente all’università di Firenze: «Primo: dobbiamo difendere Barbara Frale dai sindonologi che si scagliano con durezza contro quanti sostengono ipotesi troppo forti. La sua non è ancora una tesi ma un’ipotesi, ragionevole e affascinante, basata su indizi. Si tratta di una pista interessante. Ritengo che gli indizi che lei individua siano troppo coerenti per poterli considerare frutto del caso. Si è limitata a riempire dei vuoti di documentazione come solitamente si fa nella ricerca storica. La sua è un’interpretazione con forti basi storiche, niente a che fare con la fantastoria di Dan Brown». Insomma, per lo storico fiorentino siamo davanti a «un lavoro serio, da prendere in considerazione, in cui ci sono osservazioni geniali». È poi singolare che Cardini giudichi in maniera opposta il particolare del plurilinguismo rinvenuto dalla Frale sul lino di Torino, cosa che Canfora bolla come «artefatto»: «Se si trattasse di un documento di ambiente caratterizzato da un forte monolinguismo, capirei l’obiezione. Ma la Gerusalemme del I secolo era un luogo di straordinario incrocio linguistico: il latino era la lingua ufficiale ma il greco rappresentava il "basic english" del tempo. Poi c’erano il caldeo, l’ebraico, e altre lingue che poggiavano su una grande tradizione grafica». Cardini guarda all’oggi per suffragare la plausibilità dell’interpretazione plurilinguistica della Frale: «I ragazzini arabi dei suk della Gerusalemme attuale, quando scrivono, passano tranquillamente dalla grafia araba a quella latina dell’inglese. Il plurilinguismo della scritta della Sindone non mi sorprende affatto».

Invece Bruno Barberis, direttore del Centro internazionale di Sindonologia di Torino, non concorda con la Frale: «Premetto che devo leggere il libro per un giudizio completo. Comunque, già nell’opera precedente, questa studiosa faceva un accenno a tali ipotesi. Il nodo è che queste scritte sono tutt’altro che confermate. Non è mai stato fatto un rilievo fotografico che dia risposte definitive se sulla Sindone ci siano delle scritte. Del resto in molti vi hanno rinvenuto tantissime parole: sembra più un’enciclopedia che un sudario!». Barberis afferma che è prioritario «stabilire se queste scritte esistono. Che poi si giunga a conclusioni del genere della Frale, mi sembra fantascienza e fantastoria. Sono inoltre estremamente critico su queste ipotesi perché possono essere strumentalizzate dagli avversari della Sindone».
Lorenzo Fazzini. Avvenire

Istat: italiani vecchi e malati

Uno su 5 ha più di 65 anni e il 38% ha una patologia cronica. La popolazione cresce grazie agli immigrati

MILANO - L'Italia è un Paese sempre più vecchio, che conta un esercito di malati cronici. Nelle famiglie regna l'insoddisfazione per la propria condizione economica (il 41,3% ritiene «scarse» le proprie risorse economiche, percentuale che cresce al Sud). Sale, e questa è una buona notizia, la porzione di popolazione scolarizzata e aumenta la quota di chi legge almeno un libro. La popolazione in generale aumenta, ma solo grazie all’apporto degli immigrati, che neutralizzano l’effetto negativo del saldo naturale. È questa la fotografia del nostro Paese contenuta nella nuova edizione dell'Annuario Statistico dell'Istat.

 

IL PC, INTERNET E LA LETTURA - Quanto a usi, consumi e costumi, va detto in primis che computer e internet la fanno da padrone. L'Istat sottolinea che in particolare l'uso del pc è cresciuto in modo rilevante dal 2007 ad oggi, mentre per la Rete l'incremento è stato costante. E se diminuisce ma persiste ancora il divario territoriale e quello di genere, con gli uomini che ancora «navigano» più delle donne, spunta il primato delle bambine, quelle tra i 6 e i 10 anni, sui loro coetanei maschi. Meno diffusa tra gli italiani è l'abitudine alla lettura di giornali e libri: nel 2009 legge un quotidiano almeno una volta a settimana il 56,2% delle persone di 6 anni e più mentre il 45,1% dedica parte del proprio tempo libero alla lettura di libri. Tuttavia, rispetto all'anno precedente crescono i lettori, dal 44% al 45,1%, soprattutto quelli «forti»: la percentuale di chi ha letto 12 libri e più passa dal 13,2% al 15,2%. I giovani tra gli 11 e i 14 anni rappresentano la quota più alta di lettori: sono infatti il 64,7% quelli che dichiarano di leggere libri nel tempo libero.

POPOLAZIONE ED ETÀ - A fine 2008 i residenti in Italia sono 60.045.068, circa 426mila in più rispetto al 2007, a fronte di un saldo attivo del movimento migratorio di 434.245 unità. Un italiano su cinque ha più di 65 anni.

I «grandi vecchi» (dagli ottanta anni in su) rappresentano il 5,6% della popolazione italiana. A fine 2008 l'indice di vecchiaia (rapporto tra la popolazione con più di 65 anni e quella con meno di 15) registra un ulteriore incremento, raggiungendo un valore pari al 143,1%. Nella graduatoria internazionale (dati 2007), la Germania, con un indice pari a 146,4, è il paese maggiormente investito dal fenomeno dell'invecchiamento, seguita dall'Italia. Bulgaria e Grecia sono gli altri paesi dell'Unione europea in cui la popolazione ha una struttura per età particolarmente anziana.

 

RESIDENTI - I residenti a fine 2008 sono 60.045.068, circa 426.000 in più rispetto all'anno precedente. Questo incremento si deve al saldo attivo del movimento migratorio (+434.245 unità) che neutralizza l'effetto negativo del saldo naturale (-8.467 unità).

FECONDITÀ - Prosegue il trend crescente osservato dopo il 1995, anno in cui, con 1,19 figli per donna, la fecondità ha toccato il punto minimo. E la fecondità delle donne, si legge nell'Annuario, si attesta nel 2008 a 1,41 figli per donna (da 1,37 nel 2007). All'interno dell'Unione Europea a 27 Paesi (dati 2007), l'Italia si colloca nella parte bassa della graduatoria, affiancata da Germania e Malta, comunque sopra Polonia (1,31), Romania (1,30) e Siovacchia (1,25).

SEMPRE PIÙ MALATI CRONICI - Secondo un dato relativo al 2009 poi, il 38,8% dei residenti in Italia dichiara di essere affetto da almeno una delle principali patologie croniche, ma tale percentuale sale all'86,9% per gli ultrasettantacinquenni. Le malattie croniche più diffuse sono: artrosi-artrite (17,8%), ipertensione (15,8%), malattie allergiche (10,2%), osteoporosi (7,3%), bronchite cronica e asma bronchiale (6,2%), diabete (4,8%).

MATRIMONI - I matrimoni segnano nel 2008 una battuta d'arresto dopo la ripresa osservata l'anno precedente, passando da 250.360 a 249.242. Il tasso di nuzialità è invece stabile al 4,2 per mille. Pur in calo da diversi anni in termini relativi (dal 75,3% del 2000 al 62,8%), il matrimonio religioso resta la scelta più diffusa per le coppie che decidono di fare il «grande passo». È soprattutto nelle regioni meridionali a prevalere un modello di tipo tradizionale, la percentuale dei matrimoni celebrati con rito religioso è del 77,3% contro il 51,1% del Nord e il 56,2% del Centro.

WEB E COMPUTER - Un capitolo a parte l'Istat lo dedica a web e computer: nel 2009, notano i ricercatori, in Italia dichiara di usare il pc il 47,5% della popolazione e il 44,4% usa internet. Un incremento niente male rispetto al 2008 quando usava il pc il 44,9% della popolazione e internet il 40,2%. E aumenta anche, fa notare l'Istat, il numero di persone che usa internet tutti i giorni. L'uso del pc coinvolge soprattutto i giovani e raggiunge il livello massimo tra i 15 ed i 19 anni (86,0%). Dai 20 anni in su comincia a diminuire fino a raggiungere i valori più bassi tra gli anziani (9,9% per la fascia d'età 65-74 anni e il 2,4% tra i 75 anni e più) e un trend analogo vale per l'uso di internet. Rimangono, in linea con gli anni precedenti, le differenze di genere sia nell'uso del pc sia per internet. In particolare, usa il computer il 52,8% degli uomini contro il 42,5% delle donne, mentre usa Internet il 49,8% degli uomini contro il 39,4% delle donne. Va detto però che le differenze di genere sono «contenute o inesistenti» fino a 34 anni e si accentuano a partire dai 35. Fra i 6 ed i 10 anni è diverso: usano il pc il 58,8% delle bimbe contro il 55,2% dei maschi e internet il 32,1% delle bimbe contro il 29,1% dei maschi. E se i maschietti sembrano vincere sulla frequenza, con un 8,5% che usa il pc tutti i giorni contro il 7,6% delle femminucce, queste prevalgono sull'uso quotidiano di internet (3,8% delle bambine contro il 2,9% dei maschi). Corriere

 

 

 

 

31 morti per un'esplosione in una miniera cinese

Ennesimo incidente in un impianto estrattivo cinese. 82 operai sono ancora intrappolati nelle viscere della terra

MILANO - Almeno 31 operai sono morti e 82 sono rimasti intrappolati in un’esplosione avvenuta in una miniera di carbone nel nord-est della Cina.

 

BILANCIO PROVVISORIO - Il bilancio è ancora provvisorio, secondo quanto annunciato dalla televisione ufficiale cinese. L’esplosione ha avuto luogo alle 2.30 di questa notte, ora locale, nel pomeriggio di venerdì in Italia, alla miniera di Hegang, nella provincia di Heilongjiang, mentre si trovavano al lavoro 538 minatori. La maggioranza dei lavoratori presenti in miniera al momento dell’esplosione è riuscita a uscire e a mettersi in salvo. Secondo la televisione locale, restano ancora da soccorrere 82 operai.

LA VISITA DEL PREMIER - Secondo l’agenzia Nuova Cina, il vice premier cinese Zhang Dejiang si recherà sul posto per seguire da vicino le operazioni di soccorso. La miniera, che produce 1,45 milioni di tonnellate di carbone all’anno, è di proprietà della compagnia pubblica Heilongjiang Longmay Mining, una delle principali imprese minerarie del paese. Gli incidenti in miniera sono molto frequenti in Cina: oltre 3.200 minatori hanno perso la vita l’anno scorso in esplosioni analoghe a quella odierna. Corriere 

 

In Italia ci sono 230 mila avvocati

ROMA — Sul palco sale Fi­lippo Berselli, presidente del­la commissione Giustizia del Senato: «Il problema è che gli avvocati italiani sono troppi, 230 mila. E se non poniamo un freno arriveremo molto presto a 300 mila, mettendo in seria difficoltà l’intera cate­goria ». Nella grande sala del­l’Hotel Hilton di Roma l’ap­plauso va avanti per quasi un minuto. Non è una sorpresa. I duemi­la avvocati che par­tecipano alla sesta conferenza del­­l’Oua, l’Organismo unitario dell’avvo­catura guidato da Maurizio de Tilla, sono preoccupati proprio per que­sto, per la loro so­pravvivenza. Il mercato è sempre più affollato, la cri­si si è fatta sentire ma loro, a differenza delle imprese, non hanno trovato posto nelle mi­sure di sostegno decise dal governo.

Solo due giorni fa la com­missione Giustizia del Senato ha approvato la riforma del­l’ordinamento forense che in questa sala viene considerata un’ancora di salvezza. Quel te­sto rende più selettivo l’acces­so alla professione con l’ag­giunta dei test informatici, prevede l’aggiornamento de­gli albi cancellando ogni due anni chi non «esercita in mo­do continuativo ed effetti­vo». E riporta a galla gli ono­rari minimi «inderogabili e vincolanti», cancellati dalle lenzuolate di Pier Luigi Bersa­ni che qui non è esattamente il più amato dei politici.

Il via libera della commis­sione è solo il primo passo, il ministro della Giustizia Ange­lino Alfano dice che quel te­sto diventerà legge perché «le professioni non si posso­no riformare contro le profes­sioni stesse». E promette che «quella dell’avvocato non sa­rà più la strada professionale per il laureato in giurispru­denza che non ha alternati­ve». Basterà?

Il presidente dell’Oua de Tilla ha già pronta un’altra proposta: «Il numero pro­grammato per la nostra pro­fessione — dice — non è pos­sibile perché sarebbe in con­trasto con la normativa comu­nitaria». E allora suggerisce di spostare il problema a monte: «Servirebbe una facol­tà universitaria che formi in modo specifico i futuri avvo­cati. Per questa facoltà il nu­mero programmato sarebbe possibile, come oggi già av­viene ad esempio per quella di Medicina. Gli ingressi non dovrebbero essere più di 4—5 mila ogni anno». L’idea affianca quella che dà il titolo alla conferenza: riconoscere il ruolo costituzionale dell’av­vocatura. «È l’unica strada— osserva de Tilla — per affer­mare davvero il principio del giusto processo».

Il ministro Alfano lascia aperto più di uno spiraglio: «Con la rifor­ma della giustizia vogliamo far sì che l’avvocato italiano abbia pari rango rispetto ai magistrati italiani». Ma an­che se l’Oua dice di voler «evi­tare sterili contrapposizioni», non tutti gli angoli sono stati smussati. Confindustria ha giudicato «contro il mercato» la rifor­ma dell’ordinamento, quella che rende più severo l’esame e reintroduce gli onorari mi­nimi. Il presidente de Tilla se l’è legata al dito: «Ma che co­sa c’entra Confindustria? Con­findustria e i poteri forti non possono decidere le politiche legislative di questo Paese. At­tenzione, perché torneranno a farsi sentire e noi dobbiamo vigilare». D’accordo nella so­stanza Guido Alpa, presiden­te del Consiglio nazionale fo­rense: «Non è una riforma corporativa ma comporterà alcuni sacrifici con un acces­so più difficile e l’aggiorna­mento per tutta la carriera».

Lorenzo Salvia. Corriere

Aggredito a Cuba il marito di Yoani Sanchez

Assalito da sostenitori filogovernativi
L'AVANA
Il marito di Yoani Sanchez, la blogger che è diventata la voce più popolare dell’opposizione cubana, è stato assalito da decine di sostenitori del governo.

Reinaldo Escobar, giornalista e anche lui blogger, è stato aggredito mentre attendeva di esser messo faccia a faccia con gli agenti accusati di aver fermato e picchiato sua moglie, due settimane fa. L’uomo parlava con dei reporter quando lo hanno circondato centinaia di persone che gridavano «Viva Fidel», «Viva la Rivoluzione».

Nella bagarre, Escobar è stato anche picchiato. La Sanchez, che ha 34 anni, ha lanciato nel 2007 dall’Avana un blog chiamato «Generacion Y», che è diventato un fenomeno mediatico all’esterno di Cuba. La Stampa

Finanziarono gli attacchi a Mumbai: 4 pakistani in manette a Brescia

Operazione della polizia: «Indagini
condotte con Fbi e autorità indiane»
BRESCIA
Operazione antiterrorismo a Brescia contro presunti finanziatori dei terroristi di Mumbai. L’operazione di polizia, ancora in corso, è coordinata dal Servizio Centrale Antiterrorismo dell’UCIGOS in relazione ai presunti finanziamenti partiti dall’Italia a favore dei terroristi islamici responsabili degli attentati di Mumbai del 26 novembre 2008, costati la vita a 195 persone. Ne dà notizia in una nota il Prefetto Carlo De Stefano - Direttore Centrale della Polizia di Prevenzione - UCIGOS.

In esecuzione al provvedimento di custodia cautelare in carcere emesso dalla magistratura bresciana, la Digos della Questura di Brescia ha arrestato due cittadini pakistani, con l’accusa di favoreggiamento e attività finanziaria abusiva, sequestrando l’agenzia di money transfer che i due gestivano. Gli investigatori dell’antiterrorismo, nell’ambito della stessa attività d’indagine, hanno arrestato altri due cittadini pakistani, indagati per associazione a delinquere finalizzata a favorire l’immigrazione clandestina; mentre un terzo, anch’egli implicato nel traffico di esseri umani, si è reso irreperibile ed è attivamente ricercato. Le indagini, eseguite per la parte finanziaria in collaborazione con la Guardia di Finanza di Brescia, sono state avviate nello scorso dicembre, con il contributo informativo fornito dal Fbi e dalle Autorità indiane, quando emerse che i due titolari dell’agenzia di money transfer, utilizzando l’identità di una persona in realtà ignara, nell’imminenza degli attacchi di Mumbai avevano effettuato una rimessa di denaro per pagare l’account di un servizio di telecomunicazioni VoIP, sulla rete internet, utilizzato da soggetti in contatto con gli attentatori di Mumbai.

Il complesso impianto investigativo, portato avanti dagli organismi antiterrorismo della Polizia di Stato, spiega il comunicato, ha consentito di documentare come l’ordine di eseguire il pagamento fosse stato rivolto ai due titolari dell’agenzia da elementi localizzati in Pakistan e riconducibili ad una società di intermediazione finanziaria, in ordine alla quale proseguono gli accertamenti in ambito internazionale. I particolari dell’indagine saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà oggi alle 11 presso la Questura di Brescia. La Stampa

Intervista a Fiamma Nirenstein

Sono tante le polemiche nate all’indomani della scelta delle persone che guideranno l’Europa nei prossimi mesi. Dopo la riunione di ieri tra i leader dei Ventisette per decidere il nome del presidente stabile dell’Ue e quello dell’Alto Rappresentante della Politica Estera, una cosa è certa: il nuovo primo ministro degli Affari Esteri europeo non sarà Massimo D’Alema. Nel pomeriggio, è arrivato infatti il colpo di scena. Nonostante tutti i bookmakers europei dessero quasi per sicura la nomina dell’ex premier italiano a “Mr. Pesc”, il gruppo dei socialisti europei ha deciso all’ultimo momento di ritirare la sua candidatura per dare preferenza alla baronessa britannica Catherine Ashton. Così, Londra ha finalmente dato il via libera alla nomina di Herman Van Rompuy come nuovo presidente europeo.

Se per alcuni la decisione  è stata “una beffa” e “un affondo” da parte dei compagni europei di D’Alema, altri invece puntano il dito contro “lo scarso attivismo” del governo italiano e lo “scarso appoggio” del premier Silvio Berlusconi. La stessa persona che era scesa in campo (persino fino a poche ore prima della decisione finale) per appoggiare personalmente la candidatura di D’Alema, nonostante le ovvie divergenze politiche. Per capirne di più abbiamo parlato con Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati.

Onorevole Nirenstein, Martin Schultz (capogruppo dei socialisti a Strasburgo) ha dichiarato che a far saltare la candidatura di Massimo D’Alema a responsabile della PESC sia stato lo scarso appoggio ricevuto dal governo Berlusconi. Sono andate davvero così le cose?

Come vicepresidente della Commissione degli Affari Esteri al Parlamento, sono stata presente ad un paio di riunioni e ho sentito il ministro Frattini parlare della candidatura di D’Alema con grande determinazione. E poi, mi è sembrato capire che a ritirare la sua candidatura non sia stato il governo ma bensì il Partito socialista europeo, cioè i colleghi del suo stesso gruppo politico in Europa.

Lei è stata l’unica voce fuori dal coro quando il governo italiano ha candidato D’Alema per occupare il ruolo di Alto Rappresentante della Politica Estera. Ora che cosa ne pensa dell’esclusione della sua candidatura?

L'insuccesso di una persona, tantomeno di un italiano, non può mai creare sentimenti simili alla soddisfazione. D'Alema è un personaggio politico dal curriculum eccezionale: è stato Ministro degli esteri e premier italiano. Ma fin dall’inizio ho sentito il dovere di ribadire che, secondo me, non era l’uomo adatto da candidare.

Perché lo dice?

Parlo da osservatrice della politica internazionale quale sono da anni. Non ho niente di personale contro di lui. Ma è vero che ciascuno di noi porta i segni della propria storia e, prima o poi, deve fare i conti con questa realtà. D’Alema, come lo sono stata io, è un ex comunista. Ma, al contrario di me, ha conservato una certa ispirazione terzomondista e antimperialista, una deriva che lo ha portato a non comprendere i grandi veri scontri che sono oggi in atto nel mondo, in primis il pericolo dell’integralismo islamico. Questa sua visione lo allontana dalla difesa dei valori essenziali ai quali è ispirata l’Europa: la libertà, la democrazia e la sicurezza dell’Occidente.

Lei a suo tempo ha criticato D'Alema per la sua famosa passeggiata a Beirut a braccetto con un esponente di Hezbollah e per aver avuto parole di legittimazione nei confronti anche di Hamas.

Hezbollah e Hamas sono due organizzazioni razziste, antisemite e fondamentalmente terroristiche. Non bastano le elezioni per garantire l'anima democratica di un movimento e talora questi gruppi cercano proprio nella competizione elettorale un motivo di legittimazione, ma noi non dobbiamo cascarci, come invece sembra essere capitato a D'Alema.

Lei crede che una candidata sconosciuta come la Ashton, che per di più non ha alcuna esperienza in politica estera, può invece garantire più protagonismo all’Europa nella scena internazionale?

E’ vero che tanto la nuova responsabile della PESC, Catherine Ashton, come il nuovo presidente stabile dell’Ue, Herman Van Rompuy, sono scelte di basso profilo, così come di basso profilo è stata finora la politica estera europea. Ma diamo loro il tempo e l’opportunità di mettersi alla prova. Giudicheremo più avanti.

Dalle sue parole emerge una certa delusione nei confronti della politica estera europea.

Guardi, credo che l'Unione Europea sia ancora un’entità magmatica che ha bisogno di trovare un più forte motivo d'essere, una propria bandiera. Si sta mostrando timida nell'affrontare i grandi temi della politica estera come i processi di democratizzazione, considerato che due terzi dei paesi del mondo sono autoritari e non rispettano i diritti civili basilari, o l’atteggiamento di sfida iraniano, i vari processi di pace e le missioni all’estero. E, nonostante non ci sarà un rappresentante italiano alla guida della PESC, il nostro Paese potrà comunque, solo che lo voglia, svolgere un ruolo essenziale nella difesa dei valori e dell’identità europea. Fabrizia B. Maggi. L'Occidentale

La Cina non cede sulle questioni principali durante la visita di Obama

In sei ore di incontri, in due cene e durante una pomposa conferenza stampa di 30 minuti, in cui il presidente Hu Jintao non ha concesso che gli venisse posta alcuna domanda, il Presidente Obama, nella sua prima visita in Cina, si è trovato di fronte ad un paese in rapida crescita, sempre più deciso a tenere testa agli Stati Uniti.

Su argomenti come l’Iran (Hu Jintao non ha parlato pubblicamente della possibilità di sanzioni), la moneta della Cina (Hu non ha fatto alcun cenno riguardo a un cambio del suo valore) ed i diritti umani (in una dichiarazione congiunta è stato riconosciuto che i due paesi “presentano delle differenze”), la Cina ha tenuto duro di fronte alle maggiori richieste americane.

Con la puntigliosa gestione cinese di tutte le apparizioni pubbliche di Obama nel paese, la visita del presidente americano, secondo il punto di vista degli esperti, è servita a mostrare la capacità della Cina di respingere le pressioni esterne piuttosto che la sua volontà di assecondare i principali punti dell’agenda di Obama.

“Effettivamente la Cina ha gestito in modo impeccabile tutte le apparizioni pubbliche di Obama, ottenendo da parte sua delle dichiarazioni a favore delle posizioni cinesi di importanza politica per gli americani, e riuscendo in realtà ad evitare discussioni su argomenti controversi come i diritti umani e la politica monetaria della Cina”, ha dichiarato Eswar S. Prasad, un esperto cinese dell’Università di Cornell. “In un colpo da maestro, sono riusciti a spostare la discussione pubblica dai rischi globali posti dalla politica monetaria cinese ai pericoli di una politica monetaria libera e delle tendenze al protezionismo negli Stati Uniti”.  

Dalla Casa Bianca hanno continuato a sostenere di aver raggiunto l’obiettivo prefissato con questa visita in Cina – vale a dire l’inizio di un dare-avere, assolutamente necessario, con un gigante economico in ascesa.  Hanno inoltre sostenuto che con una civiltà tanto antica come quella cinese, per Obama sarebbe stato controproducente – e avrebbe ricordato lo stile del Presidente George Bush – affrontare Pechino battendosi il petto e alzando la voce, rischiando di alienare i cinesi. Obama, sempre secondo la visione dei suoi assistenti, ha fatto valere le sue ragioni durante gli incontri privati e nelle riunioni a tu per tu.

Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca ha dichiarato: “Non mi aspettavo, e in questo posso ben parlare a nome del presidente, che le acque potessero aprirsi o un cambiamento radicale con un’unica visita in Cina di soli due giorni e mezzo”. Ed ha aggiunto: “Sappiamo bene che c’è molto da fare e continueremo a lavorare duramente per riuscire ad ottenere maggiori progressi”.

Diversi analisti cinesi hanno evidenziato il fatto che Obama non sia andato via da Pechino a mani vuote. I due paesi hanno elaborato una dichiarazione congiunta di cinque punti, stabilendo di lavorare insieme su diverse questioni. Il documento prevede scambi regolari tra Obama e Hu, e richiede che ciascuna parte presti maggiore attenzione alle preoccupazioni strategiche dell’altra. La dichiarazione contiene, inoltre, l’impegno a lavorare insieme come partner su questioni economiche, sull’Iran e sui cambiamenti climatici.

Ma nonostante il tono conciliante che ha avuto inizio alcune settimane fa, quando Obama, prima della sua visita in Cina, ha rifiutato di incontrare il Dalai Lama, leader spirituale tibetano, per evitare di offendere i leader cinesi, rimangono dei dubbi sul fatto che Obama stia effettivamente compiendo progressi in Cina, o altrove in Asia, sulle questioni politiche di maggiore importanza nell’agenda americana.       

Il presidente ha dovuto respingere le critiche provenienti dai conservatori americani, per il fatto che Obama sembra aver ammorbidito la posizione americana circa lo stanziamento di truppe sull’isola giapponese di Okinawa, e per essersi inchinato all’imperatore del Giappone.  

Durante una conferenza regionale a Singapore,  Obama ha annunciato una battuta di arresto anche riguardo a un'altra priorità fondamentale nella politica estera, i cambiamenti climatici, riconoscendo che un accordo complessivo per combattere il surriscaldamento globale non è più un obiettivo raggiungibile entro quest’anno.         

I presidenti americani in passato si sono sempre preoccupati di raggiungere risultati concreti nelle loro visite d’oltremare. Il presidente Bush ha ottenuto delle importanti conferme durante le sue visite a Pechino per la sua priorità in politica estera – la guerra globale al terrorismo – e il presidente Bill Clinton ha portato la Cina ad unirsi alla World Trade Organization, dopo lunghe trattative. Ogni volta che uno di questi due presidenti si è recato in visita nel paese, inoltre, la Cina ha fatto alcune piccole concessioni anche sul piano dei diritti umani.

Questa volta, Hu ha rifiutato di seguire la guida del presidente russo Dmitri A. Medvedev, che, dopo mesi di messaggi da parte dell’amministrazione di Obama, adesso si dice pronto alla possibilità di sanzioni più dure nei confronti dell’Iran, qualora le trattative non riescano a frenare il programma nucleare iraniano. L’amministrazione necessita del supporto della Cina, nel caso in cui sanzioni più pesanti  debbano essere approvate da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma durante l’apparizione dello scorso giovedì a Pechino insieme ad Obama, Hu non ha fatto alcun cenno in merito alle sanzioni.

Piuttosto, ha tenuto a sottolineare quanto fosse “importante risolvere in modo appropriato la questione nucleare iraniana attraverso il dialogo e le trattative”. E poi, come a voler sottolineare a fondo questo punto, ha aggiunto: “Durante i colloqui, ho fatto notare al presidente Obama che, date le differenze nelle nostre condizioni locali, è semplicemente normale che possiamo dissentire in merito ad alcuni argomenti”.

I funzionari della Casa Bianca hanno riconosciuto di non aver ottenuto quello che volevano dal presidente Hu riguardo all’Iran, ma hanno tenuto a sottolineare che l’approccio di Obama darà i suoi risultati nel lungo periodo. “Non stiamo cercando di metterli alla guida o di far cambiare loro direzione, ma tentiamo piuttosto di evitare che assumano una posizione ostruzionista”, ha precisato un membro dell’amministrazione.

Mercoledì mattina, durante un incontro a Pechino con un alto funzionario cinese, il Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton ha nuovamente fatto pressioni sulla Cina in merito all’Iran. Ha infatti comunicato al funzionario, Dai Bingguo, che sebbene la Cina non abbia ancora deciso quale tipo di sanzioni accetterà nei confronti del paese iraniano, “è necessario che fornisca un segnale”, come ha riportato un alto ufficiale americano, rimanendo nell’anonimato per poter descrivere lo scambio.

Non è sembrato che Obama sia riuscito a smuovere la Cina neanche sulla questione monetaria. Pechino è stato oggetto di forti pressioni non solo da parte degli Stati Uniti, ma anche dell’Europa e di numerosi paesi asiatici, affinché modificasse la sua attuale politica, in base alla quale mantiene la moneta cinese, il renminbi, stabilizzata ad un valore artificialmente basso rispetto al dollaro, in modo da favorire le sue esportazioni. Alcuni economisti sostengono che la Cina debba compiere questo passo per prevenire il ritorno di squilibri commerciali e finanziari, che possono aver contribuito alla recente crisi finanziaria.

Nella giornata di giovedì, Obama si è limitato semplicemente a citare “le affermazioni passate” della Cina a favore di un cambiamento verso tassi di scambio orientati al mercato, lasciando intendere che non è riuscito ad ottenere da Pechino un nuovo impegno a muoversi al più presto in quella direzione.

Esistono molte ragioni per cui la Casa Bianca ha tenuto conto del chiaro desiderio espresso dalla Cina, affinché la visita presidenziale fosse priva di quelle polemiche che spesso accompagnano gli incontri tra i leader di due paesi. La politica estera di Obama si fonda sulla volontà di riformulare l’immagine degli Stati Uniti, presentandoli come un ascoltatore premuroso per gli amici e allo stesso tempo anche per i rivali. “No, non siamo riusciti a rendere la Cina una democrazia in tre giorni - magari se ci fossimo battuti forte il petto avrebbe funzionato”, ha scritto Gibbs in un messaggio e-mail giovedì sera. “Ma non è stato così negli ultimi 16 anni”.

Kenneth Lieberthal, uno studioso della Brookings Institution che si è occupato delle questioni cinesi nell’amministrazione di Bill Clinton, è d’accordo. “Gli Stati Uniti attualmente esercitano un’enorme influenza sul pensiero popolare in Cina, ma questo avviene essenzialmente attraverso l’esempio”, ha dichiarato lo studioso. “Se facciamo un passo ulteriore, andando a dire ‘Ora ragazzi dovete diventare come noi’, allora perdiamo l’impatto rappresentato da chi siamo”.

Il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Michael A. Hammer, ha aggiunto: “Il motivo per cui siamo venuti è quello di parlare chiaramente delle questioni che rivestono maggiore importanza per noi, non in un modo inutilmente offensivo, ma piuttosto secondo lo stile di Obama di mostrare sempre rispetto”.

Il presidente Obama, sebbene abbia voluto dare un’immagine più soft, ha comunque colpito i cinesi su alcune questioni delicate.

Stando accanto al presidente Hu, giovedì Obama ha portato il discorso sul Tibet, dove le autorità appoggiate da Pechino hanno limitato la libertà religiosa, ed ha affermato “Sebbene riconosciamo che il Tibet faccia parte della Repubblica Popolare della Cina, gli Stati Uniti sostengono la recente ripresa del dialogo tra il governo cinese ed i rappresentanti del Dalai Lama per risolvere le problematiche e le differenze che possono esistere tra le due parti”. Helene Cooper. L'Occidentale     

© International Herald Tribune
Traduzione Benedetta Mangano

Crisi: il precario resta senza credito

«Grazie per aver contattato CartaSi ma non possiamo soddisfare le sua richiesta». Alessandro, 30 anni, non ha ottenuto la carta di credito. Perché ha un contratto di lavoro a termine. Così, almeno, gli hanno detto al call center. CartaSi, che da neanche un anno ha incominciato a emettere direttamente, decide infatti di rilasciare le card sulla base di molte variabili. Il precariato è una di queste. «Gli elementi che vengono presi in considerazione sono molti – spiegano –. La tipologia di contratto lavorativo è uno di questi».

La crisi ha cambiato tutto. Dopo gli anni del credito facile, oggi le banche e gli istituti finanziari stanno stringendo i cordoni del credito su carte, ma soprattutto prestiti e mutui immobiliari. Pretendono certezze, che il precario evidentemente non dà. Come nel caso di Giorgio, 35 anni, un lavoro a tempo determinato con contratti rinnovati da ben tre anni, che si è visto negare il mutuo migliore dal Monte dei Paschi di Siena. Non sono bastati l’ipoteca sulla casa, il suo stipendio e nemmeno la garanzia della doppia pensione dei genitori. La giustificazione del rifiuto non fa una piega: «La sua condizione lavorativa non ci permette di avere sufficienti garanzie per la concessione del credito. I tempi sono quelli che sono e stiamo stringendo». Lo stesso è accaduto a un ricercatore universitario che lavora a Bruxelles, 4mila euro al mese di stipendio, ma anche lui con contratto a termine.

Facendo un giro degli istituti di credito la sonata non cambia, con qualche eccezione da parte soprattutto delle banche dei territori. «Tutta colpa dei parametri di Basilea 2 – si difendono gli istituti –. Il sistema chiede più garanzie e noi dobbiamo adeguarci». Così i giovani con contratti di lavoro atipici devono accontentarsi di prodotti specifici che, invece di agevolarli, richiedono tassi più alti, particolari assicurazioni e la necessità di spalmare il mutuo anche in 40 anni. Un’eternità. Che spaventa il giovane: come farò a costruirmi una famiglia? Con quale fiducia guarderò al futuro?
La questione è seria. La flessibilità sta cambiando le dinamiche della vita e del lavoro dei giovani, ma oggi mostra tutte le sue faglie. I figli della nuova frontiera non sono giovani rampanti pronti a saltare da un posto all’altro, ma precari dal futuro sempre più incerto. Tra l’altro i primi ad essere tagliati nei casi di riduzione del personale. «Sono l’uomo flessibile. Sono l’uomo invisibile», ironizzava il cantautore Carlo Fava. Finita l’era del credito per tutti, con oltre 2 milioni di giovani lavoratori «flessibili» e in un mercato che si basa sempre più su questo tipo di contratti, emerge l’evidenza di un paradosso: il mercato produce lavoratori precari con poche tutele e minori garanzie, esattamente quelle richieste dagli istituti di credito per finanziare i progetti di vita.

È un cortocircuito che non riguarda solo le piccole imprese, ma anche i lavoratori più deboli. Il credito va a chi ha già una base solida, e la stretta riguarda chi ha bisogno di un prestito per (ri)mettersi in marcia. Dati «ufficiali» sul fenomeno non ce ne sono, è una rilevazione complicata. Perché i «no» delle banche restano in banca. Senza traccia. Nel silenzio. «Non abbiamo dati – conferma Giuseppe Piano Mortari, direttore operativo di Assofin –. Ma è logico ritenere che nel momento in cui il sistema pone più attenzione nella concessione del credito e i criteri siano più stretti, ci possano essere situazioni più a rischio e di difficoltà, come quella dei lavoratori atipici che danno minori garanzie».

Da una ricerca dell’Università di Modena e Reggio Emilia in collaborazione con Prometeia, nell’ambito di un progetto finanziato dal ministero dell’Università, si evidenzia subito un dato. Sebbene i lavoratori cosiddetti atipici siano l’8% del totale, rappresentano solo il 3,6% degli «indebitati». Questo – rileva lo studio – porta a una duplice lettura: una inferiore capacità di accesso al credito, ma anche una rinuncia ad acquistare "a monte". Il ricorso al credito è più contenuto, ma anche più «responsabile». Nel 76,2% dei casi il precario chiede un prestito per far fronte a un imprevisto. Il 14,3% si indebita per finanziare un progetto familiare o personale particolarmente importante. Solo il 9,5% richiede un prestito per soddisfare un desiderio o per acquisti voluttuari. Di fronte alla crisi, inoltre, c’è un maggiore pessimismo: il 52% abbasserà i comportamenti di acquisto.

Un’indagine che mostra sofferenza. «C’è un numero di famiglie sempre più alto che non riesce a pagare le rate e sostenere il debito – aggiunge Piano Mortari –. Le banche si fanno più prudenti. E così finanziamenti che fino all’anno scorso sarebbero stati concessi, ora vengono negati. Ma oggi più di ieri le banche dovrebbero essere maggiormente attente nel valutare i singoli casi». E l’uomo flessibile torna «invisibile». Con l’amara chiusura del cantautore: «Adesso che ci penso bene in tutta questa flessibilità, mi sembra che manchi qualcosa: quel mezzo chilometro di felicità».
Giuseppe Matarazzo. Avvenire

Assassinato in chiesa il prete ortodosso che sfidava l'Islam

Assassinio in chiesa a Mosca, dove nella tarda serata di giovedì un giovane parroco, Daniil Sisoiev, una sorta di Salman Rushdie russo noto per le sue crociate anti Islam, è stato freddato da tre colpi di pistola esplosi da uno sconosciuto con il volto nascosto da una mascherina anti influenza. Un delitto clamoroso, che rischia di ripercuotersi sui delicati rapporti tra la dominante Chiesa ortodossa e quella musulmana, seconda confessione in un Paese dove vive la più grande comunità islamica europea (20 milioni di fedeli). L’omicidio è l’ultimo di una lunga serie contro i preti ortodossi: 18 le vittime dal 1990. Sisoiev, 35 anni, sposato con tre figli e capo di una piccola chiesa nella periferia sud della capitale, si era fatto comunque molti nemici anche al di fuori del mondo islamico per la sua ostilità verso sette, movimenti occultisti, ultranazionalisti e nostalgici staliniani.
Il killer è entrato in chiesa verso le 23 e, dopo aver chiamato per nome il parroco per assicurarsi della sua identità, gli ha sparato a distanza ravvicinata. Poco prima il sacerdote aveva ricevuto una telefonata in cui un anonimo interlocutore gli aveva chiesto se sarebbe rimasto in chiesa anche in tarda serata. Sisoiev è morto durante il trasporto all’ospedale, dove è ancora ricoverato in condizioni stazionarie il suo maestro di coro Vladimir Strelbitski, colpito subito dopo di lui. «L’ipotesi principale è che dietro al delitto ci siano motivazioni religiose», hanno ammesso gli inquirenti. Il prete, un missionario con toni da crociata ma anche un teologo preparato, aveva denunciato sul suo blog e in una recente intervista a un quotidiano di aver ricevuto 14 minacce di morte («vogliono tagliarmi la testa») via mail e telefono, attribuendole agli islamici radicali. I nemici se li era fatti con la sua attività missionaria tra gli immigrati caucasici e asiatici, ma soprattutto predicando contro l’Islam, tanto che nel 2007 la co-presidente del consiglio dei muftì russi Nafigulla Ashirov l’aveva bollato come il «Salman Rushdie russo», mentre una giornalista, Khalida Khamidullina, l’aveva denunciato per istigazione all’odio religioso. Colpa anche dei suoi due libri, «Una risposta ortodossa all’Islam» e «Matrimonio con un musulmano», dove nega la compatibilità e il possibile dialogo tra Cristianesimo e Islam, definendo le rivelazioni di Maometto come opera del Diavolo e denunciando la condizione di sudditanza femminile nel mondo musulmano.
Sisoiev era stato preso di mira anche sui siti ultrapatriottici e non era ben visto dalle sette che avversava, come Testimoni di Geova, Avventisti, Rodnovers, neopagani slavi sui quali la polizia ha qualche sospetto. Il Giornale

Genro: no estradizione, Italia fascista

Brasilia - Il presidente brasiliano fa melina e si prepara a non concedere l’estradizione per Cesare Battisti, secondo fonti vicine al governo, nonostante il parere favorevole della Corte Suprema brasiliana. Il ministro della Giustizia, Tarso Genro, preferirebbe infatti mantenere l’ex terrorista dei Pac Cesare Battisti nel Paese "per motivi politici e umanitari" dato il "rafforzarsi del fascismo" in Italia.

Genro contrario all'estradizione "L’Italia non è un Paese nazista o fascista, ma si constata un aumento preoccupante del fascismo in una parte della popolazione italiana, anche in settori del governo", ha spiegato Genro. La data per la decisione definitiva da parte del presidente Luiz Inacio Lula da Silva non è ancora stata fissata: occorrerà attendere quanto meno la pubblicazione della sentenza; nel frattempo i legali di Battisti - in attesa comunque di processo per falsificazione di documenti - chiederanno la scarcerazione per amnistia; in seconda battuta è probabile la richiesta di ammissione al regime di arresti domiciliari.

La decisione di Lula Secondo Genro la decisione di Lula sarà "solitaria" e "sovrana", un "giudizio politico come dirigente della politica estera del Paese", con il solo vincolo di consultare l’Avvocatura Generale dello Stato. La sentenza ha suscitato polemiche anche all’interno della stessa Corte: il relatore, Cezar Peluso, ha ironicamente commentato al quotidiano a O Globo di non "essere all’altezza intellettualmente" di redigere una sentenza che accomuni da una parte il voto favorevole all’estradizione ma dall’altra la decisione di lasciare la questione nelle mani dell’esecutivo. La sentenza dovrebbe in effetti chiarire in particolare quale sia l’effettiva libertà di cui gode Lula: se cioè possa scegliere di ignorare del tutto il parere della Corte (e il trattato bilaterale in vigore con l’Italia) una volta che questa abbia stabilito che i reati di cui è accusato Battisti sono crimini comuni e non politici; oppure, se gli sia possibile negare l’estradizione solo sulla base di ulteriori considerazioni legali che prevalgano sul parere del massimo collegio giudicante.

I rapporti con l'Italia Lula si trova così di fronte al dilemma che avrebbe voluto evitare, a costo di vedersi privato del potere decisionale sull’estradizione affidato all’esecutivo: sfidare la sentenza della Corte innescando un conflitto istituzionale senza precedenti oppure smentire il proprio Ministro della Giustizia, fra i suoi principali collaboratori. Senza contare i rapporti con l’Italia, ragione per la quale i magistrati hanno deciso di lasciare al Presidente l’ultima parola: la questione, ha infatti concluso la Corte, riguarda anche i rapporti diplomatici con un Paese terzo e pertanto è di pertinenza dell’esecutivo.

Gasparri: ci spediscano anche Genro... "Il Brasile, oltre a Cesare Battisti destinato al carcere in Italia, potrà mandarci anche il suo ministro della giustizia, Genro. Potrà da noi più comodamente calcare le tavole del Bagaglino, unico luogo dove le sue risibili affermazioni potrebbero trovare collocazione. L’amicizia dell’Italia per il Brasile è comunque tale che riusciremo ad ignorare ancora una volta le panzane dette dal signor Genro", è la replica del presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri.  Mentre il ministro della Difesa, Ignazio Larussa chiosa: "Genro è libero di esprimere le sue opinioni come noi facciamo qui in Italia. Complimenti".

Accuse della polizia brasiliana Durante la sua clandestinità in Brasile, Battisti sarebbe stato coinvolto in "attività terroristiche", ha rivelato la polizia federale brasiliana. Il maggior quotidiano brasiliano, la Folha de S. Paulo, riporta dichiarazioni del commissario Cleberson Alminhana, secondo il quale "investigazioni realizzate dalla polizia federale sulle attività illecite di Battisti durante il suo soggiorno illegale, hanno portato alla luce il suo coinvolgimento in attivitàterroristiche". Le prove sarebbero emerse dal disco rigido di un computer e alcuni cd sequestrati nell’appartamento di Copacabana a Rio de Janeiro dove abitava l’ex terrorista rosso prima di essere arrestato nell’aprile del 2007. Nell’appartamento vennero sequestrati anche due passaporti falsi francesi entrambi con la foto di Battisti. Alminhana ha avviato le pratiche per ripassare il materiale al servizio antiterrorismo della polizia federale brasiliana e all’Interpol. Il Giornale

Lamassoure: l'Ue va continuer à perdre du terrain

Le député (PPE) au Parlement européen est critique sur les nominations d'Herman Van Rompuy et Catherine Ashton.

Que pensez-vous de la procédure qui a abouti à l'élection du président et de la haute représentante de l'UE ?

C'est une procédure inadaptée marquée par une absence de transparence indéfendable. Nous ne savions même pas qui était candidat et pourquoi ils ont été élus. Cela nous ramène aux mœurs du sérail de l'Empire ottoman, alors qu'il s'agissait d'élire les dirigeants de l'Europe du XXIe siècle. Ni la notoriété ni l'expérience n'ont été prises en compte. La notoriété de Herman Van Rompuy n'a pas dépassé la Belgique, l'expérience en diplomatie de Catherine Ashton est proche du néant, selon les Britanniques eux-mêmes.

Ces choix ne sont-ils pas, après tout, le reflet des équilibres et du consensus nécessaires pour faire fonctionner l'Europe à 27 ?

À partir du moment où l'on choisit, dans l'opacité, des personnalités du sérail, on entre dans un processus infernal. Si on avait organisé une procédure transparente, on aurait vu les qualités et les défauts des uns et des autres. Il aurait fallu que l'opinion publique soit prise à témoin. Ne pas avoir d'ennemi ne peut pas être le seul mérite d'un dirigeant européen. C'est bien d'obtenir un accord entre pays membres, mais l'UE doit avoir des dirigeants à elle qui ne reflètent pas seulement ce que l'on pense à Paris, à Berlin ou à Londres. Contrairement à ce que l'on a beaucoup entendu, le président stable de l'UE n'est pas un simple facilitateur. C'est quelqu'un qui doit donner un visage à l'Europe, défendre ses intérêts et donner une direction. Faute de personnalité capable de jouer ce rôle, on va continuer avec une Europe aux arbitrages complexes, une Europe qui va perdre du terrain face à l'Asie ou à l'Amérique latine, qui sortent de la crise avec des perspectives de croissance deux fois plus fortes que celles de l'UE.

Que préconisez-vous ?

C'est la première et la dernière fois qu'une telle procédure doit s'appliquer. Au terme de son mandat, Herman Van Rompuy doit organiser une procédure transparente qui permette aux candidats de se déclarer et de s'expliquer. Dès la semaine prochaine, Fredrik Reinfeldt (le premier ministre suédois qui préside l'UE, NDLR) devrait venir s'expliquer au Parlement européen, accompagné éventuellement de M. Van Rompuy. Que M. Van Rompuy s'impose un silence médiatique de huit jours après son élection me paraît incroyable. Il faudrait aussi que le président de l'UE vienne en décembre rendre compte des travaux du Conseil européen au Parlement. Le Figaro 

Les maires accusent Bercy de surfacturer ses services

 Les collectivités locales estiment que l'État perçoit 1,3 milliard d'euros de trop pour la gestion des impôts locaux.

C'est Bertrand Delanoë, le maire de Paris, qui a relancé le débat. Dans une lettre adressée à Éric Woerth le 17 novembre, il «appelle l'attention» du ministre du Budget sur les frais que l'État facture aux collectivités pour le recouvrement des impôts locaux et souhaite qu'il soit «mis fin à une situation peu saine».

Pour comprendre de quoi il s'agit précisément, il faut se pencher sur les relations complexes qui se sont nouées entre l'État et les communes, départements et régions dans le domaine de la perception d'impôts. L'administration fiscale, à Bercy, se charge pour le compte des collectivités du calcul et de la collecte de la taxe d'habitation, des taxes foncières et de la taxe professionnelle (TP). En échange, l'État récupère une part des impôts locaux payés par les ménages et les entreprises, en l'occurrence 4,4% du montant pour «frais d'assiette et de recouvrement». Par ailleurs, l'État prend une seconde «commission», fixée à 3,6% des impôts locaux (à l'exception de la taxe d'habitation de la résidence principale). Il s'agit «des frais de dégrèvement et non-valeurs». Par quoi se justifie-t-elle ? Par le fait que lorsqu'un contribuable paye une taxe moins lourde que le tarif normal du fait par exemple de son faible revenu (donc bénéficie d'un dégrèvement), l'État compense ce manque à gagner aux communes, départements ou régions. Au total, avec ces deux commissions, 5 milliards d'euros repartent dans les caisses de l'État et échappent ainsi aux collectivités. Dans un département comme les Côtes-d'Armor, les frais ont été de 12,24 millions en 2008 sur un total d'impôts locaux de 169 millions, soit un prélèvement de 7,2%.

 

Relations inextricables

 

À Paris, la facture atteint 185 millions en 2008 et 215 en 2009, soit un prélèvement de 6,4%. Et surtout, d'après son maire, «le montant global prélevé sur les contribuables parisiens dépasse manifestement le coût réellement supporté par l'État pour ces opérations». Bertrand Delanoë appuie ses dires sur le dernier rapport annuel de la Cour des comptes qui dénonce une surfacturation sur la première commission. À 4,4%, les frais d'assiette et de recouvrement sont très éloignés des coûts réels de gestion pour l'État, que la Cour chiffre à 1,75% sur les taxes foncières. En 2006, un rapport d'audit de modernisation estimait précisément ces coûts à 1,9% pour les taxes foncières, à 3,86% pour la taxe d'habitation et 0,9% pour la TP. «L'État surfacture aux collectivités 1,3 milliard d'euros par an», s'insurge-t-on l'Assemblée des départements de France (ADF).

Néanmoins, la Cour des comptes explique dans son rapport que la deuxième commission, celle sur les dégrèvements est elle… sous-facturée. À Bercy, on ne dit pas autre chose et on ajoute qu'au total, la balance est négative : «L'État rend 16 milliards de dégrèvements aux collectivités et supporte 2 milliards de coûts de gestion. Or il ne récupère que 5 milliards de frais totaux

Du côté des collectivités, cet argument fait bondir. «C'est le gouvernement qui décide des allégements fiscaux. Il est normal que l'État nous les compense !» tempête-t-on à l'Association des maires de France (AMF).

La réforme de la taxe professionnelle risque de résoudre ce différend. Pour compenser la perte de cette recette, les collectivités locales devraient récupérer 2,1 milliards de frais d'assiette et de recouvrement. Le curseur pourrait même monter au Sénat. Finalement, les seuls à ne rien y gagner seront… les contribuables. Le Figaro

La nouvelle architecture du pouvoir européen

Le président et la « ministre » des Affaires étrangères n'entament pas l'autorité des États membres.

Plus rapidement acquise que prévu, la désignation, jeudi soir, du premier ministre belge, Herman Van Rompuy, comme président de l'UE pour trente mois renouvelables, et celle de la commissaire britannique Catherine Ashton comme chef de la diplomatie des Vingt-Sept change la structure du pouvoir communautaire. Va-t-elle pour autant révolutionner le fonctionnement de l'Europe ?

Quel président pour quelle Europe ?

Le choix de Herman Van Rompuy et de Catherine Ashton pour inaugurer le tandem exécutif de l'UE est sûrement une défaite de relations publiques. Avec la ratification du traité de Lisbonne, les Vingt-Sept avaient fait miroiter d'autres espérances. Les Européens convaincus se prenaient à rêver d'un fondateur, à l'aune d'un George Washington. Ils se retrouvent avec un premier ministre belge au pouvoir depuis moins d'un an, en compagnie d'une technocrate britannique qui, pour être souriante, n'a jamais osé affronter l'isoloir.

Dans les faits, la partie s'est nouée bien avant le dîner au sommet de jeudi. Dès 2005, les Français avaient compromis la vision fédéraliste d'un pouvoir fort, en rejetant avec les Néerlandais le projet de Constitution européenne élaboré avec Valéry Giscard d'Estaing. Le traité de Lisbonne a pu entretenir l'ambiguïté, mais c'était au prix d'un profil impossible pour le premier président du Conseil : il devait être charismatique mais modeste, ferme sans être intimidant, hardi et pourtant conciliant avec tout le monde. Bref une chimère, à la fois forte et faible. Quand il a fallu trancher, les dirigeants européens ont sacrifié Tony Blair et la stature qu'il incarne. Ils ont pris Herman Van Rompuy, homme discret et compétent qui, de son propre aveu, n'avait « jamais sollicité cette haute fonction ».

Une nouvelle répartition des rôles ?

Professer la foi européenne est une chose, la pratiquer une autre. Le duo de tête de l'UE vient s'ajouter à l'empilement des institutions en place. Aucune d'entre elles n'est enthousiaste à l'idée de céder une parcelle de son pouvoir. Parmi les Vingt-Sept, les grands ne voulaient pas de vedettes qui leur feraient de l'ombre. Les petits craignaient d'être à nouveau bousculés par plus puissant qu'eux.

Au cœur du pouvoir bruxellois, José Manuel Barroso a été le premier à marquer son territoire. D'accord pour un président qui discipline les États membres. Mais la Commission et son président représentent seuls l'intérêt « supranational », comme il l'a répété à peine le nouveau tandem investi. Du côté du Parlement, seule instance directement élue par les Européens, le ton est aussi net. La fonction attribuée à Herman Van Rompuy est celle d'« un coordinateur, davantage qu'un président au sens strict du mot », explique Jerzy Buzek, patron polonais des 736 eurodéputés.

Herman Van Rompuy et Catherine Ashton, désignés par les Vingt-Sept, devront compter avec une autre strate institutionnelle héritée du passé : le nouvel attelage s'ajoute à la présidence tournante jusqu'ici en vigueur, il ne la supprime pas. Tous les six mois, une autre capitale deviendra chef de file. Aujourd'hui Stockholm, Madrid pour le Nouvel An et Bruxelles le 1er juillet. Sans attendre le résultat des courses, les trois pays ont martelé leur attachement « à l'équilibre institutionnel » existant. Deux nouveaux centres de pouvoir s'installent. Il leur reste à s'imposer.

Les États perdent-ils du terrain ?

La cause est entendue : Nicolas Sarkozy, Angela Merkel et Gordon Brown donnent le ton et demeurent sous les projecteurs. Les grands pays ne voulaient ni lâcher les commandes, ni voir un président européen dialoguer d'égal à égal avec Barack Obama, Dmitri Medvedev et Hu Jintao. Le traité de Lisbonne devait donner à l'UE les moyens de traduire son poids économique en force politique sur la scène mondiale. Concurrents, les vieux États-nations reprennent le dessus au premier tournant.

L'absence de prétendant français et allemand aux deux fauteuils à attribuer était depuis l'été un signe patent du désintérêt de Paris et de Berlin. L'insistance de Londres à placer Tony Blair s'est finalement révélée pour ce qu'elle était : un outil de négociation. À peine désigné, le président du Conseil européen a lui-même tourné la page : « Chaque pays participe au voyage européen avec son propre bagage historique (…), le débat institutionnel est désormais clos pour une longue période », a lancé Herman Van Rompuy.

Le Royaume-Uni se rapproche-t-il de l'Europe ?

Pour l'Europe, la prochaine épreuve se dessine : avant l'été 2010, le Royaume-Uni aura probablement le gouvernement le plus eurosceptique qu'il ait jamais connu. Le choix d'une baronne britannique pour diriger la diplomatie commune peut paraître d'autant plus incongru que Londres refuse jusqu'au concept d'un ministère des Affaires étrangères. Le pari ouvert avec la désignation de Catherine Ashton est circonscrit : « Il s'agira pour elle de négocier des positions européennes là où ce sera possible », dit-on dans l'entourage de Gordon Brown. Bref, de mettre en commun les moyens diplomatiques et militaires au cas par cas, voire au goût de chacun. Ni les conservateurs de David Cameron, ni les Français, ni les Allemands ne trouveront à redire à ce pragmatisme. Là encore, les États et le réalisme l'ont emporté. Le Figaro

Il virus H1N1 è mutato in Norvegia

Annuncio dell'Oms: isolati tre casi
Rezza: "Ma il vaccino è inalterato"
MILANO
Il virus dell’influenza A è cambiato: tre casi di mutazione, ha annunciato l’Oms, sono stati scoperti in Norvegia ma, anche se mutato, il virus resta sensibili ai farmaci antivirali. La difesa, quindi, come confermato in Italia dall’Istituto Superiore di Sanità, non cambia: «si tratta di una mutazione che lascia inalterata l’efficacia di antivirali e vaccino», ha spiegato Gianni Rezza, epidemiologo dell’ISS.

Ed altri casi «sporadici di mutazione del virus H1N1 sono stati rilevati anche nei mesi scorsi, e saltuariamente, in vari paesi come Brasile, Cina, Giappone, Messico, Ucraina e Stati Uniti, ma l’Oms ne ha reso nota la notizia oggi», ha aggiunto Rezza.

Sebbene ulteriori investigazioni sono in corso, non ci sono attualmente prove che suggeriscono che queste mutazioni stanno conducendo ad un insolito aumento del numero di infezioni H1N1 o ad un più alto numero di casi letali o severi. La notizia ha, come era prevedibile, scatenato preoccupazioni tanto che il senatore del Pd, Ignazio Marino, ha chiesto subito al governo dettagli clinici sui pazienti per sapere se erano stati vaccinati oppure no. Sono anche necessarie, secondo Marino, maggiori informazioni sul tipo di mutazione (shift o drift virale) e l’eventuale resistenza ai farmaci in modo da «potere organizzare, se necessario, una strategia sanitaria adeguata».

Ad ora il virus dell’influenza A H1H1 ha ucciso almeno 6.770 persone nel mondo, pari ad un aumento di 510 decessi rispetto ai dati della settimana scorsa.

Il più alto numero di decessi continua ad essere registrato nel continente americano (4.806 al 15 novembre). Negli Usa - osserva l’Oms - l’influenza è ancora presente ma l’attività della malattia sembra aver raggiunto un picco in molte zone, tranne il nord-est. In Europa (almeno 350 decessi), la trasmissione appare diffusa ed in aumento. Il bollettino del ministero parla di 68 morti in Italia. Oggi fra gli altri, si conta anche una vittima piccolissima: una bambina di appena 15 mesi di Catanzaro.

La quinta distribuzione di vaccino pandemico alle Regioni, cominciata nella giornata di ieri, è stata già effettuata in 11 tra Regioni e Province Autonome; la consegna continuerà anche nella giornata di sabato e si concluderà lunedì 23 novembre, e al termine della quinta distribuzione saranno consegnate 749.900 dosi di vaccino in confezioni pluridose. Complessivamente le dosi di vaccino pandemico consegnate alle Regioni saranno 3.891.951, ha reso noto il ministero del Welfare nel bollettino quotidiano di aggiornamento sull’andamento della pandemia di influenza A. Il ministero sottolinea che entro la fine del mese di dicembre si prevede la consegna complessiva di 10 milioni di dosi.

In Francia una donna incinta ha perso il suo feto di 38 settimane due giorni dopo essersi vaccinata contro l’influenza A. Alla donna, un’operatrice sanitaria, era stata somministrata una dose di Pandemrix, dei laboratori GSK. Un vaccino con adiuvanti, sconsigliato alle donne in gravidanza, visto che non si conoscono gli effetti di queste sostanze sul feto. Dopo l’iniezione del farmaco la donna «ha avuto dei sintomi post-vaccinali classici come febbre e mal di testa», ha spiegato Fabienne Bartoli, vice-direttrice generale dell’Affsaps. Dopo due giorni ha avuto forti contrazioni e si è recata al reparto maternità dove i medici hanno riscontrato la perdita del feto. Oggi, parte in Francia la vaccinazione delle donne incinte e dei bambini dai 6 ai 23 mesi, con vaccini senza adiuvanti. In Italia il ministero del Welfare raccomanda fortemente la vaccinazione contro il virus A/H1N1 dell’influenza A alle donne incinte e il presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), Giorgio Vittori, tranquillizza circa la sicurezza del vaccino e invita le donne a vaccinarsi su «indicazione del proprio ginecologo, in base ad una valutazione del costo-beneficio».

«Il rischio per le donne in gravidanza di avere complicazioni a causa del’influenza A - afferma Vittori - è 4-5 volte superiore rispetto al resto della popolazione, e comunque l’influenza in gravidanza può dare problemi sia alla madre che al feto; dunque, la vaccinazione è indicata». Quanto all’influenza A, afferma l’esperto, «le donne incinte possono essere vaccinate tranquillamente con il vaccino attualmente a disposizione, su indicazione del proprio ginecologo e previa una valutazione del rischio-beneficio, quando cioè il costo-beneficio è a favore della vaccinazione». La Stampa

Alfano: la riforma non la detta l'Anm

ROMA - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato una lettera al presidente dell'Organismo unitario dell'avvocatura, Maurizio De Tilla, in occasione del sesto Convegno, dedicato all'avvocatura e alla riforma della giustizia, che si tiene a Roma. Oltre a quello del presidente della Repubblica, al Convegno sono giunti i messaggi di Fini e Berlusconi. Il presidente della Repubblica, in particolare sottolinea l'auspicio che le riforme della giustizia avvengano nel «rispetto di corretti equilibri istituzionali». Il convegno - aggiunge il Presidente - «potrà offrire significativi, sereni contributi al delicato confronto in atto su come migliorare per rendere efficiente un servizio pubblico fondamentale, quale è quello della giustizia, nel rispetto di corretti equilibri istituzionali».

L'AVVOCATURA - «In più occasioni - prosegue il messaggio del presidente della Repubblica - ho ricordato l'insostituibile ruolo che l'avvocatura svolge a tale riguardo come protagonista essenziale del sistema giustizia e come "filtro naturale" tra cittadini e tribunali». «In questo spirito di comune appartenenza e di apertura al dialogo - ricorda il presidente - si colloca il "Patto per la giustizia" stipulato con l'Associazione nazionale magistrati e gli altri operatori del settore. Con questo stesso spirito, pragmatico e costruttivo, saranno certamente esaminate, nelle varie sessioni della conferenza, anche le problematiche connesse al riconoscimento della rilevanza costituzionale del ruolo dell'Avvocatura, nonché alla revisione dell'ordinamento forense e della regolamentazione della magistratura "laica"».

BERLUSCONI - Anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, parla di riforma della giustizia in un suo messaggio: «La riforma della giustizia occupa un posto prioritario nel programma politico sulla base del quale gli elettori hanno ritenuto di affidare alla maggioranza che mi onoro di guidare il compito di governare». «La fiducia di quegli elettori - aggiunge il premier - ci impone di portare a termine gli impegni presi per una giustizia veramente imparziale, più giusta ed efficiente. Abbiamo già varato importanti provvedimenti di riforma del Codice di procedura civile e per la digitalizzazione della giustizia, mentre sono in discussione in Parlamento la riforma del processo penale e la riforma dell'avvocatura. Ad essi seguirà - assicura Berlusconi - a coronamento dei nostri sforzi, l'indispensabile riforma costituzionale della giustizia che porrà in condizioni di effettiva parità l'accusa e la difesa nel processo».

FINI - Nel messaggio di Gianfranco Fini si sottolinea invece che la Conferenza dell’avvocatura può rappresentare «una fruttuosa opportunità di valorizzazione del ruolo e della professionalità degli appartenenti all’Organismo unitario dell’avvocatura italiana». Fini auspica anche che l’iniziativa sia occasione «di confronto e di riflessione sulla delicata attività svolta nel rispetto dei valori indicati dalla nostra Costituzione».

ANM - Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, nel suo intervento ha tenuto ad affermare che «la magistratura non è in guerra contro nessuno, ma vuole soltanto far sentire la propria voce». Palamara ha assicurato che i magistrati «non saranno nè arroccati nè corporativi, ma ci batteremo sempre per una magistratura indipendente, non condizionata dal potere politico. Non vogliamo - ha affermato - che la magistratura sia lasciata sola in questo clima di aggressione mediatica in cui a volte viene indicata come la sola responsabile dei problemi della giustizia». Poi a margine del suo intervento ha aggiunto che il disegno di legge della maggioranza sul processo breve, primo firmatario il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri, è «inemendabile»: «Rischia di dare il colpo finale al processo penale. Moltissimi processi in Italia sarebbero travolti da questa disposizione, e diventerebbe difficile dire alle vittime dei reati "guardate, non facciamo più niente, non andiamo avanti’». Secondo Palamara, se entrasse in vigore la proposta «trascinerebbe con sé anche il processo civile, perché se dobbiamo correre nel processo penale le risorse le possiamo prendere solo dal settore civile».

ALFANO - Il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, dal canto suo ha assicurato che la riforma della giustizia sarà fatta e non verrà scritta «sotto dettatura dell’Anm», ma non c’è alcuna intenzione di portare i pm sotto il controllo del governo. «Vogliamo solo migliorare ciò che c’è scritto nella Costituzione - ha precisato - . Non intendiamo variare l’equilibrio dei poteri assegnato dal Costituente». E’ però necessario, sottolinea, dare all’avvocatura pari dignità rispetto ai pm, che «si danno del tu con i giudici, mentre gli avvocati danno del lei ai giudici». Alfano ha poi difeso il ddl sul processo breve, definendolo «una norma di civiltà»: «Sei anni, più le indagini, rappresentano un tempo sufficiente per un cittadino che è sottoposto alla giurisdizione. Non si può rimanere nelle maglie della giustizia a vita». Corriere

 

vendredi, 20 novembre 2009

Cei: l'ora di religione favorisce il dialogo con le altre fedi

All'ora di religione cattolica vi è un "alto livello" di adesione da parte di famiglie e studenti provenienti da altri Paesi e culture: è quanto affermano i vescovi italiani, in un  una nota diffuisa oggi, per incoraggiare la scelta dell'ora di religione in vista del prossimo anno scolastico 2010-2011. 

"L'insegnamento della religione cattolica, come disciplina scolastica specifica, muovendo dai grandi interrogativi esistenziali e dal patrimonio storico della cultura italiana, promuove infatti la riflessione sul senso ultimo della vita e apre al confronto con le altre istanze religiose, facendo conoscere  - si legge nel comunicato della presidenza della Cei - l'originalità della risposta religiosa cristiana, senza precludersi al confronto con altri sistemi di significato".   "L'esperienza di tanti insegnanti di religione, ai quali va la nostra sincera riconoscenza, testimonia che questo obiettivo è perseguibile. Di ciò  - prosegue la nota -  è prova anche l'alto livello di adesione da parte di famiglie e studenti provenienti da altri Paesi e culture: il dialogo e l'amicizia nata sui banchi di scuola fanno ben sperare quanto al superamento di pregiudizi e incomprensioni che minerebbero le basi della convivenza sociale". 

Il 91 per cento delle famiglie e degli alunni della scuola pubblica italiana hanno scelto per l'anno scolastico 2009-2010 di avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica. È quanto afferma una nota della Conferenza episcopale italiana. Il dato sale al 91,7 per cento, se si tiene conto anche di quanti frequentano le scuole di ispirazione cattolica. Nell'anno scolastico 2008-2009, il 91,1% degli studenti delle scuole pubbliche italiane avevano scelto l'ora di religione cattolica (il 91,8 per cento comprendendo anche gli alunni delle cattoliche). La percentuale rimane dunque costante.

Bagnasco: opportunità di conoscere un fatto che ha valenza anche culturale. L'ora di religione cattolica nelle scuole "non è assolutamente un'ora di catechismo ma un'opportunità di conoscenza di un fatto che ha una valenza anche culturale": così l'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, a margine del convegno sulla pastorale scolastica organizzato dalla diocesi di Genova, in merito al messaggio della presidenza della Conferenza episcopale italiana in vista della scelta di avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica (Irc) nell'anno scolastico 2010-2011.
"La religione cattolica - ha aggiunto il card. Bagnasco - è l'alveo che ha ispirato la cultura e la storia del nostro popolo, in Italia ed in Europa". Per questo, ha aggiunto, "conoscere il fatto della religione cattolica e del cristianesimo, significa avere una chiave di interpretazione per orientarsi e comprendere meglio l'ambiente culturale, sociale e storico in cui uno vive". Avvenire

Un mort dans une fusillade en plein Paris

Un homme armé d'un fusil automatique a ouvert le feu sur une voiture qui circulait dans le quartier de la gare du Nord, vendredi peu avant midi. Un homme touché est décédé. Les deux autres occupants du véhicule ont été blessés.

Un mort et deux blessés. C'est le bilan de la fusillade qui a eu lieu vendredi à midi dans le Xe arrondissement de Paris. Un homme, âgé d'une vingtaine d'années, a ouvert le feu au fusil automatique en direction d'une voiture un monospace immatriculé dans le Val d'Oise qui circulait rue Ambroise Paré, dans le secteur de la gare du Nord. Il a ensuite pu prendre la fuite sans encombre.

Les trois occupants du véhicule ont été atteints par la rafale. Ils ont été immédiatement admis à l'hôpital Lariboisière, tout proche du lieu de la fusillade. L'une des victimes, touchée à la tête, est décédée 40 minutes après son admission à l'hôpital des suites de ses blessures. Parmi les blessés, l'un est grièvement atteint, l'autre plus légèrement.

La police scientifique a été immédiatement dépêchée sur les lieux afin de récolter des indices. Un témoin a été réquisitionné.

Selon une source proche de l'enquête, il pourrait s'agir d'un règlement de compte, ce qui est «assez rare en plein jour». D'après les premiers éléments de l'enquête qui a été confiée à la Brigade criminelle, les trois victimes seraient connues des services de police pour des affaires de trafic de crack, précise leparisien.fr. Le Figaro

Eversione di sinistra: sta davvero tornando?

Per il ministro degli Interni Maroni quella dei Nuclei di Azione Territoriale è una minaccia da prendere sul serio. E parla di possibili raccordi con l'islamismo radicale. Mentre Berlusconi dice che «vogliono farlo saltare in aria». C'è davvero il rischio che rinasca in Italia il terrorismo?

 
Dopo aver dormito due notti a Palazzo Chigi «per ragioni di sicurezza», lunedì 17 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è tornato a stabilirsi a Villa Grazioli, la sua usuale residenza romana vicino a via del Corso.

Attorno all'allarme che ha portato al provvisorio trasloco è rimasto il più fitto riserbo: i Servizi segreti negano di averlo consigliato al premier e nell'entourage del governo circola la voce che sia stato lo stesso Maroni a parlarne a Berlusconi.

Ma la questione della sicurezza antiterrorismo in Italia è tornata subito in primo piano con l'arrivo in diverse redazioni di un volantino (guarda) firmato Nuclei d'azione territoriale in cui si parla di operazioni violente da condurre localmente, senza tuttavia «scimmiottare il terrorismo».

Si tratta di un linguaggio diverso da quello dei brigatisti rossi, poco ideologico (non c'è ad esempio un richiamo preciso all'ideologia marxista) e molto "sociale" , con richiami allo sfruttamento,al lavoro nero, alla carenza di case popolari, perfino alla Costituzione nata dalla Resistenza». Secondo gli esperti, sarebbe il frutto di frange estremiste di sinistra radicate nel precariato metropolitano e forse in qualche centro sociale. Curioso tra l'altro il fatto che gli autori del volantino parlano sì di violenza ma dicono di non volersi preparare né alla lotta armata né alla clandestinità.

Il ministro degli Interni Roberto Maroni sostiene che questa volta «non si tratta di messaggi di un pazzo isolato» e ha aggiunto: «Stiamo seguendo questo fenomeno anche in connessione con altri che abbiamo seguito finora, come certi fermenti dell'area antagonista. E soprattutto stiamo considerando l'eventuale rapporto con il radicalismo islamico».

Maroni si riferisce probabilmente al fatto che nel volantino sono presenti anche richiami al fenomeno dell'immigrazione e al «razzismo» del governo italiano. Bastano questi eventi a pensare che in Italia sta tornando il rischio del terrorismo rosso? O si tratta di un allarme enfatizzato dal governo in un momento di difficoltà politica di Berlusconi? Ed è realistico il "raccordo" tra estremismo di sinistra e islamismo radicale? L'Espresso

Promosso giudice accumula-sentenze

Roma - Ecco perché ai magistrati si drizzano i capelli in testa a sentir parlare di «processo breve», 2 anni per ogni grado. Solo per depositare una sentenza c’è chi ci mette ben sei anni e mezzo.
Succede nel tribunale di Milano, che dovrebbe essere un modello per il sistema giustizia italiano, anche perché ci passano come si sa processi «eccellenti». Magari, però, se c’è un imputato come Silvio Berlusconi, si va più in fretta.

Un’ispezione del ministero della Giustizia ha esaminato l’attività del tribunale tra il 25 marzo 2003 e il 15 settembre 2008. Un’ispezione ordinaria, di quelle periodiche negli uffici giudiziari. Ma i risultati sono stati eclatanti: gravi ritardi, negligenze, errori. C’è chi accumula 2.066 giorni di ritardo nel deposito delle sentenze, chi 1.311, chi 928, chi supera l’anno in 123 casi, chi sfora i termini il 75 per cento delle volte. C’è anche chi si «dimentica» in prigione un detenuto che dev’essere scarcerato per ben 127 giorni.

Per tutto questo e molto di più il Guardasigilli Angelino Alfano ha deciso di promuovere l’azione disciplinare per 14 giudici. L’11 novembre di quest’anno ha fatto la segnalazione al procuratore generale della Cassazione e Vitaliano Esposito sta ora facendo la sua istruttoria. Alla fine, chiederà di procedere o, in rari casi, di archiviare. Sarà la sezione disciplinare a giudicare le toghe sotto accusa. Il più delle volte, per ritardi anche gravi come questi, tutto si conclude con una censura che rallenta la futura carriera.

Carriera che è andata a gonfie vele, ad esempio, per uno dei giudici in questione: Elena Riva Crugnola l’anno scorso è stata promossa all’unanimità dal Csm ed è diventata presidente di sezione del tribunale di Milano, sbaragliando ben 61 candidati. Valutazioni positive che più positive non si può: «entusiasmo», «buona produttività», «doti organizzative». Come si concilia questo quadro con il fatto che negli anni precedenti, si legge nell’atto di accusa di Alfano, abbia «omesso di rispettare i termini di deposito di 86 sentenze civili, (pari al 74 per cento di quelle complessivamente depositate), con un ritardo massimo pari a 669 giorni e ben 46 casi di ritardo superiore all’anno»? Ritardi, per il ministro, «reiterati e gravi, non giustificati e sintomatici di mancato rispetto, nell’esercizio delle funzioni, dei doveri di diligenza e laboriosità, con evidente lesione del diritto del cittadino a una corretta e sollecita amministrazione della giustizia, nonché pregiudizio della fiducia di cui un magistrato deve godere e conseguente compromissione del prestigio dell’ordine giudiziario».

Colpisce anche che tra i giudici indicati come fannulloni ce ne sia uno, Enrico Consolilandi, che fa parte del gruppo di lavoro del Csm per stabilire le regole di produttività delle toghe. Forse il suo esempio non è dei migliori, se ha depositato fuori dai termini 78 sentenze civili e 8 penali (il 14 per cento del totale), con un ritardo massimo di 892 giorni e ben 21 casi che superano l’anno. Il record sembra raggiunto da Bartolomeo Quatraro che è arrivato a depositare una sentenza con 6 anni e mezzo di ritardo e altre 67 con oltre un anno: 86 in tutto fuori dai termini. Quanto a Maria Rosaria Mandrioli, tra le sue 59 sentenze in ritardo ne ha qualcuna che sfora i 1.311 giorni, oltre ad altre 3 oltre l’anno.

Per Bianca La Monica risultano 106 sentenze in ritardo, quasi il 40 per cento, anche di 439 giorni. Arriva a 928 giorni Angelo Riccardi, che non consegna nei termini 82 sentenze, mentre Federico Buono è sotto accusa per ben 396 sentenze (il 43,46 per cento): il suo massimo è 838 giorni ma in 123 casi supera l’anno. Angela Rosa Bernardini ambiva alla stessa promozione della Crugnola e poteva farcela, visto che esibiva al Csm «lusinghiere valutazioni sulle qualità professionali e personali», in particolare una «laboriosità molto elevata» e una «notevole produttività». Peccato che in quasi il 60 per cento dei casi depositava le sentenze in ritardo, 273 nel periodo in questione, arrivando a 579 giorni e oltre l’anno in 88 casi. C’è poi il caso a parte di Jole Milanesi, che ha tenuto in carcere Abdel Nabi El Gammal per 127 giorni, malgrado fossero scaduti i termini per la carcerazione cautelare. Anna Maria Greco. Il Giornale

Vescovi africani: solo un malato di Aids su tre riceve cure

“Solo un terzo” delle persone infettate dal virus Hiv/Aids ricevono le dovute cure, e “dopo due anni, solo il 60% sono ancora sotto trattamento”. Inoltre, “ogni 2 persone in cura, ve ne sono 5 che hanno appena contratto il virus”. La denuncia viene dai vescovi africani riuniti nel Secam, il Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar, in una lettera firmata dal presidente, il card. Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar es Salaam, in vista della Giornata mondiale dell’Aids che si celebra il 1° dicembre. Nella lettera i vescovi africani chiedono “un sostegno” per aiutare molte persone ammalate: “L’Hiv e l’Aids non sono scomparsi, nonostante impressioni premature dicano il contrario. Ed è falsa l’affermazione che le cure sono disponibili per tutti”. Inoltre, proseguono i vescovi, “il numero di orfani, persone abusate, vulnerabili e bambini contagiati continua a crescere in maniera esponenziale”, mentre “lo stigma sociale rimane un potente nemico”. In più, “l’aumento della fame e della disperazione conduce le persone a ricorrere al sesso come mezzo di sopravvivenza”.

La Chiesa in Africa, precisano, “non è seconda a nessuno nella lotta all’Hiv in Africa e nelle cure alle persone infettate e colpite”. Unendosi alle parole del Papa durante il suo recente viaggio in Africa, i vescovi ribadiscono che “il problema non può essere risolto facendo esclusivamente affidamento sulla distribuzione dei profilattici”. “Solo una strategia basata sull’educazione alle responsabilità individuali nel contesto in una visione morale della sessualità umana – sottolineano -, specialmente tramite la fedeltà coniugale, può avere un impatto reale sulla prevenzione di questa malattia”. A loro avviso “i più efficaci comportamenti per prevenire la trasmissione sessuale della malattia sono l’astinenza prima del matrimonio e la fedeltà all’interno del matrimonio”. Da qui un appello ai giovani: “Nessuno vi inganni inducendovi a pensare che non potete controllarvi: l’astinenza è la migliore prevenzione”. Avvenire