mardi, 09 février 2010
Il fuoco simbolo dell'avamposto
| PASHMUL Il fuoco è sempre acceso a JFM, è il punto di riferimento del fortino, una sorta di focolare domestico di questa famiglia allargata che è la compagnia Charlie. E’ una tradizione iniziata dai canadesi che per primi hanno messo piede a Pashmul e ripresa dagli americani un anno e mezzo fa, quando hanno preso possesso di JFM. Ma è anche una sorta di “utility” nella vita spartana dell’avamposto, dove specie in questa stagione il termometro scendo sotto lo zero e il piazzale principale viene battuto da raffiche di vento gelido. Il fuoco di JFM è un vecchio barile di carburante tagliato a metà riempito con legni, truciolato e qualche ramoscello d’albero che il vento ha portato da fuori. Di giorno le fiamme sono alte, di notte il braciere è quieto ma sempre vivo, per essere attizzato al mattino quando la guardia di turno fa il pieno di legno e annaffia con la benzina. Oltre a riscaldare nelle pause tra un turno e l’altro o durante i lavori di manutenzione, il fuoco di JFM è anche una specie di smaltitore biologico dove si buttano i micro-rifiuti raccolti nel piazzale. Mozziconi di sigarette, foglie, pezzi di carta e i resti del legno utilizzato per i lavori di manutenzione del fortino. Talvolta funziona come asciugatrice per le mimetiche bagnate dalla pioggia, ma il suo ruolo fondamentale è quello di aggregatore. Dopo pranzo, o la sera dopo cena, quando la notte priva di ogni visuale, attorno al fuoco di JFM si radunano i ragazzi della Charlie: “Raccontiamo storie, episodi di battaglia, le esperienze con le donne, le sbronze e una buona dose di bugie”, dice il sergente Bounie. Spesso guardando il fuoco il pensiero è rivolto a mogli, figli e genitori lontani anni luce da questa terra di frontiera. E per un istante anche la nostra testa, assieme a quella dei militari, corre verso la famiglia. E’ una settimana che siamo a Kandahar e sebbene adrenalina ed emozioni ci tengano la mente impegnata, ogni tanto fa capolino un po’ di “khafhashadan”, (nostalgia in pashtun). “I miei figli sono una costante dei miei pensieri – dice Lis, due campagne in Iraq e alla fine della sua prima in Afghanistan – un po’ come questo fuoco, non importante quello che succede attorno, lui continua a bruciare”. La Stampa | |
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La manovalanza afghana del JFM (Kandahar)
| PASHMUL Dopo la notte di pioggia e fuoco è il vento gelido a prendere di mira l’avamposto di Pashmul. Il termometro scende sotto lo zero e mentre buona parte dei ragazzi della Charlie recupera dopo le ore piccole fatte tra feritoie e torrette, le guardie si apprestano a far entrare gli afghani che come ogni mattina (eccetto il venerdì, giorno di festa per i musulmani), si accalcano all’entrata del campo per essere reclutati come manovalanza. Vengono pagati 20 dollari ogni tre giorni, una cifra discreta se si considera che qui si vive con circa un dollaro al giorno. Ecco perché sono sempre di più a presentarsi alle sette e trenta al cancello di JFM, ma solo venti possono essere reclutati. “Il budget a disposizione è quello e se si concede una deroga ad uno poi anche gli altri avanzano pretese”, ci dice il sergente F. Sono divisi in tre squadre una si occupa di scavare la terra, un’altra di riempire i sacchetti e l’ultima li utilizza per fortificare le recinzioni. A tenerli sotto controllo ci sono sempre militari di guardia mentre in mezzo a loro ci sono un paio di uomini della polizia afghana distaccati all’interno della base. Sono per lo più giovani dai 13 ai trent’anni, coordinati da un anziano chiamato “Foreman”. Prima dell’ingresso vengono perquisiti accuratamente, così come le biciclette o le moto a bordo delle quali arrivano. Vestono con tradizionali tuniche e copricapo pashtun, hanno per lo più sandali o scarpe da ginnastica malridotte tutti senza calze con i piedi a contatto con fango e gelo. “Pagare queste persone significa non solo consentirgli di sopravvivere ma anche evitare che cadano nella trappola talebana che gli offre denaro per piazzare gli ordigni”, ci dice. Alcuni di loro sfidano la sorte a venire a JFM, perché potrebbero essere vittime di ritorsioni da parte dei taleban. Alcuni infatti vengono da altri distretti come Panjam, perché qui non li conosce nessuno, altri potrebbero appartenere loro stessi a tribù taleban – ci dicono – Ma gli americani non hanno prove certe e non possono discriminare. Tra loro c’è Nur Mahamma, ha 23 o 24 anni, non lo sa bene, l’anagrafe nel suo villaggio non è mai esistita. “sono un contadino, ma in questo periodo lavoro non ce n’è per me, quindi vengo qui – ci dice – finché gli americani ci aiutano sono contento della loro presenza ma è il nostro popolo che si dovrebbe costruire un futuro”. Hai mai pensato ad andar via? “Voglio fare il contadino e lo voglio fare qui, questa è la mia terra e questa è la mia gente, desidero solo vivere in pace con la mia famiglia e di fare il mio lavoro”. La Stampa | |
21:27 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Obama: presto significative sanzioni contro l'Iran
Dopo la notizia che Teheran ha avviato la produzione di uranio arricchito al 20 per cento nell'impianto di Natanz
Saranno sviluppate entro poche settimane dagli Stati Uniti e dai paesi alleati
Obama: «Presto significative
sanzioni contro l'Iran»
Dopo la notizia che Teheran ha avviato la produzione di uranio arricchito al 20 per cento nell'impianto di Natanz
WASHINGTON - Dopo la notizia che Teheran ha avviato la produzione di uranio arricchito al 20 per cento nell'impianto di Natanz il presidente Barack Obama ha detto che fra poche settimane gli Stati Uniti e i paesi alleati avranno sviluppato «un significativo regime di sanzioni» nei confronti dell'Iran. Il presidente americano ha definito «inaccettabile» l’ipotesi che il regime iraniano si doti di armi nucleari. Nella sua prima conferenza stampa alla Casa Bianca in oltre sei mesi, il presidente ha anche elogiato la Russia per il sostegno ma ha detto che non è ancora chiaro come la Cina reagirà alla richiesta di nuove sanzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu.
ASHTON, UE PRONTA A PASSI NECESSARI CON ONU - E anche l'Unione Europea è «pronta a fare i passi necessari per accompagnare il processo del Consiglio di sicurezza dell'Onu» per quanto riguarda il programma di arricchimento dell'uranio annunciato da Teheran. È quanto ha dichiarato l'Alto rappresentante per la politica estera di sicurezza dell'Ue Catherine Ashton in una nota diffusa a Bruxelles. «L'Ue continuerà a passare in rassegna tutti gli aspetti della questione nucleare iraniana sulla base del suo approccio a doppio binario», ha però assicurato la Ashton. L'Ue, ha aggiunto la Ashton, esprime «preoccupazione» per l'annuncio fatto dal presidente dell'Iran di innalzare al 20% l'arricchimento dell'uranio, che è «contrario a diverse risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu», ha sottolineato l'Alto rappresentante. Questo aumenta il «deficit di fiducia nei confronti della natura del programma nucleare» di Teheran, che è giá stato aggravato di suo dalla «non-volontà di impegnarsi in discussioni significative», ha sottolineato la Ashton. Anche se l'aumentare al 20% l'arricchimento dell'uranio, «di per sè non fornisce combustibile per il reattore di ricerca di Teheran», ha precisato l'Alto rappresentante, a maggior ragione l'Ue «trova difficile da capire perchè l'Iran non ha accettato l'accordo proposto dall'Aiea che avrebbe risolto tutti questi problemi», ha aggiunto la Ashton. Il Corsera
Obama devrait parler moins et agir davantage.
21:13 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
L'Otan passe à l'offensive dans le Helmand
Un soldat français, le quarantième depuis 2001, a été tué mardi en Kapisa.
C'est lors d'une attaque des talibans contre un convoi logistique de l'armée afghane protégé par des soldats français que l'un d'entre eux a été mortellement touché, mardi, dans la province de Kapisa, dans l'est de l'Afghanistan. Le décès de ce soldat, arrivé en décembre dernier et qui appartenait au 13e bataillon de chasseurs alpins de Chambéry, porte à quarante le nombre de tués français depuis le déploiement des premières troupes alliées, fin 2001. Un autre soldat du même bataillon, grièvement blessé lundi dans une autre attaque, était mardi en cours de rapatriement vers Paris, a précisé l'état-major des armées. Dans un communiqué, l'Élysée a fait part de la «très grande émotion» de Nicolas Sarkozy en apprenant le mort de ce soldat français.
Avalanches meurtrières

Par ailleurs, deux autres soldats de l'Otan, dont un Américain, ont trouvé la mort, également mardi, portant à soixante-quatre le nombre de soldats étrangers à avoir péri en Afghanistan depuis le début de l'année.
Au nord de Kaboul, à proximité du tunnel de Salang qui traverse la chaîne de l'Hindu Kuch, ce n'est pas la guerre mais des avalanches qui ont causé la mort d'une soixantaine d'Afghans à la suite d'importantes chutes de neige. Selon le ministre afghan de l'Intérieur, ces violentes intempéries ont précipité plusieurs voitures dans un ravin et bloqué la passe sur près de trois kilomètres. Deux douzaines de corps ont été retirés des décombres, mardi, tandis qu'une quarantaine d'autres étaient encore ensevelis. Les autorités afghanes parlaient également mardi de dizaines de blessés.
Dans la province du Helmand, dans le sud de l'Afghanistan, les armées américaine et afghane ont lancé mardi la vaste opération qu'ils annonçaient depuis plusieurs jours contre les talibans.
Environ 500 soldats américains, ainsi que 250 militaires afghans et leurs 30 formateurs canadiens ont pris position au nord-est de la ville de Marjah, un des plus importants bastions de l'insurrection dans le sud du pays. Les rebelles contrôlent notamment une importante production d'opium dans cette région agricole. Lors des précédentes offensives des forces internationales, ils ont préféré se replier dans les montagnes pour poursuivre leurs actions de guérilla. Le Figaro
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Le temps de travail des aiguilleurs menace la sécurité
Les rythmes de travail dans les tours de contrôle posent un problème de sécurité. Voici l'une des conclusions du rapport de la Cour des comptes publié aujourd'hui et dont une partie épingle les contrôleurs aériens.
Cette enquête était très attendue par les pilotes d'Air France qui se plaignent régulièrement des rythmes de travail dans les tours de contrôle. Ceux-ci seraient préjudiciables à la compétitivité de leur compagnie ainsi qu'à la sécurité aérienne.
Le rapport de l'institution de la rue Cambon est allé dans leur sens et a confirmé des informations publiées le 23 septembre dans le Figaro mettant en évidence un système de RTT officieux baptisé «clairances». La Cour des comptes définit la «clairance » comme «l'autorisation officieuse d'absence que donne un chef d'équipe alors que l'équipe doit assurer une vacation». Selon son rapport, les contrôleurs français n'assurent pas plus de 155 vacations par an et bénéficient de 97 jours de congés. Les clairances ramèneraient en moyenne le temps de travail à 84 vacations par an. «Le phénomène de clairance parait donc massif, explique la Cour des comptes. Les contrôleurs bénéficieraient ainsi de 56 jours d'absence officieux (soit 11 semaines) en plus des 97 jours de congés ou de repos officiels (soit 20 semaines)».
Au-delà du phénomène officieux des clairances, «pratiques surprenantes dans une activité vouée à la sécurité pour laquelle la transparence et le contrôle devraient être la norme», la Cour des comptes s'est également intéressé à l'organisation officielle du travail des contrôleurs aériens ainsi qu'à ses carences. Il en ressort que contrairement à leurs voisins européens, les aiguilleurs du ciel français, ont des vacations très longues pour limier le nombre de trajets entre leur domicile et leur lieu de travail.
Ils restent ainsi en moyenne 2h45 de plus à leur poste lors d'une vacation «au risque d'un affaiblissement de leur attention». «Mais la Direction générale de l'aviation civile refuse de remettre en cause cet acquis social». Ce rappel à l'ordre de la Cour des comptes fait suite à une étude qui avait déjà été consacrée au sujet en 2002. «Rien n'est fait et rien ne sera fait, regrette une source au ministère des transports. Les contrôleurs aériens ont un tel pouvoir de nuisance dès qu'ils font grève qu'on ne touche pas à leurs acquis sociaux comme ça». Le Figaro
21:07 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Avec la nationalité française je me sens chez moi
Rencontre avec des étrangers en cours de naturalisation ou très récemment naturalisés. Chacun s'est construit une identité française à sa façon.
Au coeur de l'Opéra Garnier, une douzaine de femmes arpente discrètement les coulisses ouatées du monument parisien. "Dans ce lieu magique, je me sens 100% française, lance Muriel, née de parents algériens, en France depuis l'âge de huit ans. J'ai toujours rêvé de visiter ce palais. Comme beaucoup d'autres Français, j'imagine...". Chez Maro, une malienne installée en France depuis 10 ans, même sentiment: "J'ai la nationalité depuis peu. J'en suis très heureuse, parce qu'avec elle, je me sens chez moi." Téléphones portables et appareils photo mitraillent le lustre aux 340 lumières qui orne le célèbre plafond, signé Chagall. La respectabilité des lieux exacerberait-elle le sentiment d'appartenance à l'Hexagone?
Français exigé
Adhérentes à Espace 19, une association qui organise des ateliers de langue, dits "socio-linguistiques", ces femmes maîtrisent encore mal le français. "Pour toute demande de naturalisation, la préfecture doit constater, depuis 2005, le degré de connaissance du français, explique l'avocate Françoise Mendel Riche, spécialisée en droit des étrangers. Une connaissance orale de la langue est demandée, ainsi qu'une capacité à accomplir seul les démarches de la vie courante. Le degré d'exigence est adapté au niveau social." L'Espace 19 a mis au point des ateliers d'apprentissage du français quotidien. Et cinq fois par an, ses bénévoles emmènent les élèves à la découverte des monuments d'Ile-de-France.
Pour Keal Hieng, née au Cambodge de parents chinois, il est difficile d'appartenir au pays de Molière, tant qu'on n'en maîtrise pas la langue. "Je dois apprendre le français pour me sentir totalement française", explique-t-elle. Bien sûr, l'apprentissage de la langue est aussi vital pour affronter les difficultés du quotidien. "Si tu ne parles pas français, comment tu accompagnes ton fils à l'école ou à l'hôpital?", interroge Maro, la malienne.
Le statut social par l'ambition
De son côté, Elom, venu étudier à Paris en 2000, a réalisé à quel point il se sentait Français lorsqu'il est retourné au Togo, son pays natal, pour les vacances. Lors d'une escale à Tripoli, les douaniers ont émis des doutes sur l'authenticité de son passeport. Ils lui ont posé des questions pour vérifier sa maîtrise de la langue. Une fois rassurés, l'interrogatoire a doucement dérivé vers une discussion cordiale sur la culture française. Fan inconditionnel de Francis Cabrel, Sardou et Joe Dassin, marié à une Française, Elom a vécu sa naturalisation comme une continuité logique de son parcours. L'Express
21:04 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Tentatives de rapts en série dans le Nord
En l'espace de deux semaines, un même homme aurait tenté d'enlever plusieurs enfants dans les Flandres françaises.
Les gendarmes d'Hazebrouck, dans le Nord, sont sur les dents. Ils appellent les parents des Flandres françaises à la plus grande vigilance. Depuis deux semaines en effet, plusieurs enfants et adolescents ont été accostés par un homme âgé de 30 à 35 ans «de race blanche». Selon la description des témoins, l'individu a une queue de cheval, une «corpulence moyenne» et mesure 1,70 m environ. Sur RTL, le capitaine Dominique Lécluse ajoute qu'il porte «éventuellement une boucle à l'oreille droite». Et insiste : «Nous avons visiblement affaire à quelqu'un de déterminé».
Contrôles renforcés
La première tentative d'enlèvement remonte au 22 janvier. A Estaires, deux fillettes de 10 ans sont «accostées» sur le chemin de l'école par un homme circulant en voiture mais parviennent à s'enfuir. La semaine dernière, un garçon de 11 ans et une adolescente de 16 ans sont approchés dans des circonstances similaires à Merville, à 5 km d'Estaires, par un individu qui leur propose de les raccompagner chez eux. Le garçon refuse mais la jeune fille accepte. Lorsqu'elle réalise que le conducteur prend la mauvaise direction, elle «simule» un appel à ses proches sur son téléphone portable. La voiture ralentit et l'adolescente en profite pour s'échapper. «Il a tenté de la poursuivre sur quelques mètres, mais la victime a réussi à trouver un endroit où il y avait du monde» précise le commandant adjoint du groupement Nord sur France Bleu Nord. Selon lui, le véhicule est «de couleur noire et son intérieur en cuir rouge».
La compagnie de gendarmerie d'Hazebrouck et la brigade de Merville ont renforcé les contrôles aux abords des établissements scolaires, des piscines, des parcs de jeux et des centres de loisirs en cette période de vacances scolaires. Trois enquêteurs s'occupent de cette affaire à plein temps. Le Figaro
21:00 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
La princesse saoudienne qui défend la cause des femmes
Rencontre exclusive avec la fille préférée du roi Abdallah, et son atout pour faire bouger la société. Elle avait précisé : pas de photo. Pour sa première interview à un journal occidental, Son Altesse royale la princesse Adelah bint Abdallah sait jusqu'où elle peut s'aventurer. Si des présentatrices au visage découvert apparaissent quotidiennement sur les chaînes saoudiennes, la fille préférée du roi Abdallah ne peut se permettre de transgresser les «traditions familiales» même si elle n'y verrait personnellement aucun inconvénient. Elle a pourtant accepté, pour la première fois, de recevoir un journaliste en tête à tête, et chez elle. C'est déjà un grand pas, dans un pays où l'on peut condamner une femme au fouet pour s'être simplement trouvée en compagnie d'un homme étranger à sa famille. La princesse accueille simplement le visiteur dans sa maison de Riyad, une vaste villa que l'on ne saurait qualifier de palais. Pas de protocole. Adelah bint Abdallah, une grande et jolie femme, tend la main en souriant au seuil d'un salon aux meubles modernes, métal et cuir. Elle porte une jupe longue en cuir noir, une veste courte en velours vert sur un chemisier de soie grège, un foulard en fine mousseline posé sur les cheveux. «Je le mets quand je suis en représentation officielle», explique-t-elle. On est loin du niqab, la tenue noire couvrant entièrement le visage, courante dans les rues saoudiennes. En plein accord avec son père, Adelah bint Abdallah s'est créé une mission bien à elle dans la famille royale, faire avancer la cause des femmes dans un pays encore très traditionnel. L'establishment religieux ne voit pas cela d'un très bon œil. Mais avec la légitimité de son rang et l'appui personnel de son père, la princesse se sent libre d'exprimer des convictions qui pourront sans doute choquer plus d'un religieux, sans parler des islamistes locaux. Le voile complet ? En Arabie saoudite comme en France, il devrait s'agir d'un choix personnel. La mixité, déjà en vigueur dans les hôpitaux, où des femmes médecins traitent des patients masculins, et vice-versa ? Elle devrait être étendue à toute la société. L'âge du mariage ? Il faut fixer un minimum, dit la princesse, qui prend spontanément la défense de la «fillette de Boureïda», une histoire qui divise les Saoudiens, celle d'une gamine de 12 ans qui a épousé un homme de 80 ans (lire encadré). 50 % des diplômés sont des filles Diplômée d'anglais de l'Université du roi Saoud, mariée au ministre de l'Éducation, Adelah bint Abdallah, mère de cinq enfants, aurait pu se contenter de mener la vie dorée des membres de la famille royale. Mais des anecdotes familiales, racontées par son père, elle retient surtout les leçons de courage. Comme le jour où son grand-père le roi Abdelaziz, l'unificateur du royaume par l'épée et le Coran, partagea deux dattes avec ses compagnons d'armes, «en gardant les morceaux le plus longtemps dans la bouche». Certes, Son Altesse royale ne dédaigne pas le style de vie des classes supérieures saoudiennes. Elle aime voyager, s'apprête à partir skier en famille dans les Alpes pour les vacances de février, qui commencent cette semaine, et confie son attrait pour les plats de «grenouilles», prononcé en français. Mais elle passe aussi beaucoup de temps dans le royaume, s'impliquant personnellement dans une série d'organisations dont la plupart ont pour but la promotion des femmes, comme l'association Khadija bint Khuwailid, destinée à aider les femmes d'affaires, et qui a emprunté son nom à la femme du Prophète, une commerçante. «Elle représente l'avenir et l'espoir des Saoudiens, hommes et femmes, dit un intellectuel proche de la famille royale. Elle comprend très bien la société saoudienne, et elle s'est fait une idée claire de la direction à prendre.» Adelah bint Abdallah envisage une Arabie saoudite où l'on ferait la différence entre les interdits issus de la tradition et les règles de la religion. Suivant l'exemple de son père, qui a admis les représentants de toutes les écoles juridiques de l'islam au grand conseil des oulémas, les savants religieux, la princesse estime que l'on devrait pouvoir choisir son école préférée ce qui, là encore, ne plaira pas aux religieux officiels partisans d'une vision rigoriste de l'islam, que ses adversaires désignent comme «wahhabite». À travers sa fille, le roi Abdallah tente de faire bouger tout un pan de la société saoudienne, un enjeu crucial pour la famille au pouvoir. Un pays où désormais plus de 50 % des diplômés de l'université sont des filles ne peut continuer longtemps à ignorer la moitié de ses citoyens. Mais ces réformes ont leurs limites. L'expérience des élections municipales de 2005, partielles et réservées aux hommes, n'a pour l'instant pas été reconduite. La monarchie avait suggéré que la fois suivante, les femmes pourraient voter. Elles devront encore attendre. Le Figaro
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Les députés partent en guerre contre la garde à vue
Après l'interpellation choc de trois mineures la semaine dernière, la classe politique s'empare de la polémique et dénonce des conditions indignes de garde à vue.
Trois collégiennes de 14 ans questionnées pendant neuf heures, cinq gardes à vue annulées à Paris pour abus, des chiffres minimisés par le ministère et un conflit ouvert sur le sujet au tribunal de Bobigny... La question des conditions de garde à vue ne cesse de rebondir, au point qu'elle émeut jusque dans les rangs de l'Assemblée nationale. Il y a "un vrai problème de garde à vue en France, ce n'est pas acceptable de traiter des personnes de cette manière-là", a déclaré le patron des députés Nouveau Centre de l'hémicycle, François Sauvadet, après l'affaire des collégiennes.
Le député Noël Mamère et la sénatrice Alima Boumediene-Thiery, députés Verts, ont présenté ce mardi une proposition de loi visant à réformer la garde à vue. Il fait "très mauvais temps pour les libertés dans ce pays", ont-ils précisé. Leur texte préconise, entre autres, de limiter les gardes à vue aux infractions passibles d'une peine d'emprisonnement supérieure à cinq ans. Pour les autres infractions, elles seraient soumise à une autorisation de la justice. Autre proposition: rendre obligatoire pour les mineurs la présence de l'avocat ainsi qu'un examen médical.
On en reparlera afin de trouver le juste équilibre entre les impératifs de sécurité (...) et le respect nécessaire des droits de la personne
Dès le 25 mars prochain, les députés débattront d'une proposition de loi (PPL) socialiste visant à instituer la présence effective d'un avocat dès le début de la garde à vue, a annoncé Bruno Le Roux, porte-parole du groupe socialiste à l'Assemblée. La PPL ne devrait comporter qu'un seul article: "Toute personne placée en garde à vue doit immédiatement faire l'objet d'une audition, assistée d'un avocat si elle en fait la demande. Son audition est alors différée jusqu'à l'arrivée de l'avocat."
Des pratiques "pour le moins troublantes"
De son côté, l'UMP soulève le problème de la garde en vue sans pour autant remettre en cause les "impératifs" sécuritaires. Le patron des députés de la majorité, Jean-François Copé, a estimé urgent d'agir sur les conditions de la garde à vue. Il a annoncé ce mardi qu'il allait charger plusieurs députés de son groupe de mener un "travail de réflexion" sur ce sujet après la révélation de pratiques qu'il juge "pour le moins troublantes". "On en reparlera afin de trouver le juste équilibre entre les impératifs de sécurité, qui sont absolument indispensables et qui ne doivent en aucun cas empêcher les fonctionnaires de police et de gendarmerie de travailler, et le respect nécessaire des droits de la personne", a-t-il insisté. L'Express
18:55 Publié dans Presse | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Court des Comptes: Séguin a épinglé une dernière fois l'Etat
Dans son rapport annuel, la Cour des comptes affirme notamment que la hausse historique du déficit de la France n'est pas due uniquement à la crise...

La Cour des comptes (Sipa)
Ce rapport, finalisé en décembre quelques semaines avant le décès de Philippe Séguin, est "le dernier acte public qu'il aura marqué de son empreinte", a souligné le premier président par intérim de la cour, Alain Pichon.
Il faudra augmenter les impôts
Ainsi, la Cour avertit que les réformes et les règles budgétaires ne suffiront pas. "La dégradation des comptes, notamment dans le domaine social, est telle qu'il faudra aussi augmenter le produit des prélèvements", et donc les impôts, souligne également le rapport. Nicolas Sarkozy a pourtant expliqué à de nombreuses reprises qu'il ne souhaite pas recourir à cette solution.
La chute des recettes de l'Etat due à la crise est bien "la principale cause" de l'explosion du déficit public, passé de 3,4% du produit intérieur brut (PIB) fin 2008 à 7,9% fin 2009, explique la Cour. Selon ses calculs, la croissance des dépenses, hors plan de relance, et les baisses de prélèvements obligatoires sont responsables à hauteur d'environ 0,6% de cette "dégradation structurelle" du déficit en un an.
Le ministère de l'Economie dément ce calcul et affirme en réponse à la Cour que "la dégradation du déficit public en 2009 est entièrement imputable à la crise".
"Niches fiscales"
Le rapport explique de son côté que le déficit structurel est pourtant bien le résultat d'un "surcroît de dépenses non imputables" au plan de relance de l'économie et du non-respect par le gouvernement de ses engagements en matière d'encadrement des "niches fiscales". Le gouvernement avait promis que chaque nouvelle "niche" (dérogation fiscale synonyme de manque à gagner pour l'Etat) serait gagée par la suppression d'une dépense d'un montant équivalent.
Or, d'après la Cour des comptes, le coût des nouvelles niches l'an dernier est supérieur de 1,2 milliard d'euros aux gains obtenus dans le même temps par ces suppressions.
Si l'on ajoute l'augmentation du coût de la myriade de niches déjà existantes, le manque à gagner pour l'Etat passerait ainsi de 65,9 milliards d'euros à 70,7 milliards en 2009, soit une hausse de 7,3% (hors dérogations fiscales incluses dans le plan de relance).
Le rapport souligne en outre, qu'un certain nombre de ces "niches" ne sont plus inscrites dans les budgets depuis 2006 alors qu'"elles existent encore, atteignent 80 milliards d'euros et sont probablement en augmentation". Si ces dispositifs avaient été maintenus dans la liste, leur coût total aurait atteint 146 milliards d'euros en 2008.
Incapacité de l'Etat à préserver ses recettes
Plus généralement, le rapport condamne l'incapacité de l'Etat à préserver ses recettes, quand il baisse certains impôts sans contrepartie. Et de citer en exemple le taux de TVA réduit accordé à la restauration, qui représente trois milliards de pertes par an.
Au total, les recettes fiscales nettes de l'Etat diminueront d'environ six milliards d'euros en 2009 et de deux milliards de plus en 2010, hors réforme de la taxe professionnelle et hors plan de relance, note la Cour des comptes.
D'où "un emballement du déficit et de la dette au-delà de tous les repères" avec des "marges de manœuvre pour affronter d'éventuelles nouvelles crises considérablement amoindries". Et "la nécessité de mesures structurelles" de grande ampleur pour redresser les finances publiques.
Si la Révision générale des politiques publiques (RGPP) lancée par le gouvernement pour réduire les dépenses de fonctionnement "est une démarche ambitieuse", elle n'aboutit "au plan budgétaire qu'à des résultats modestes", rappelle le rapport.
Le ministère de la Culture épinglé
Et la Cour des comptes ne s'arrête pas à la politique budgétaire du gouvernement. Elle estime que le ministère de la Culture n'aurait pas dû verser une indemnité de 300 euros au titre du droit droit d'auteur aux héritiers de l'architecte du bâtiment abritant ses services à Paris et recouvert d'une résille métallique lors d'une réhabilitation en 2004.
Les petits-fils de l'architecte Georges Vaudoyer, qui avait conçu l'édifice dit des Bons-Enfants en 1924, avaient déposé une requête devant le tribunal administratif de Paris en 2005, estimant que cette résille "constituait une atteinte au droit moral de leur grand-père", indique le rapport.
En mai 2007, le tribunal avait reconnu l'atteinte illégale et "condamné l'Etat au paiement d'un euro symbolique". Malgré cette décision, et "afin d'éteindre tout risque de poursuite du contentieux", souligne la Cour, le ministère avait préféré conclure une transaction avec les héritiers.
Selon la Cour, le versement de cette indemnité "suscite les plus expresses réserves car, en l'absence d'une dette établie par une décision de justice ou par un texte applicable d'évidence (...), il pourrait être considéré comme une libéralité".
Dans sa réponse, Frédéric Mitterrand souligne que le risque d'une condamnation à déposer la résille "était bien réel" et que celle-ci aurait eu pour l'administration "des conséquences financières importantes" et "sur le plan politique, des conséquences lourdes en terme d'image".
Conçue par l'architecte Francis Soler, la résille métallique est destinée à unifier deux bâtiments où sont installés les bureaux du ministère.
"Dérapages temporels" et "dérives financières"
La Cour des comptes dissèque également le dossier de l'avion de transport militaire A400M, victime de surcoûts et de retards, dans un chapitre consacré aux "dérapages temporels" et "dérives financières" des programmes d'armement. Evoquant les "travaux préparatoires" de l'Airbus militaire, le rapport relève que dans les années 1990, "une phase préliminaire d'un coût de 84 millions d'euros, demandée par l'industrie, fut refusée par les Etats clients". Elle aurait pourtant permis "d'atténuer les difficultés considérables" rencontrées depuis.
L'A400M fait l'objet d'une âpre négociation entre l'industriel EADS et les sept Etats partenaires du projet, sur la répartition de plus de cinq milliards d'euros de surcoût.
La Cour souligne "le niveau trop ambitieux des performances" exigées, certaines se révélant "irréalisables par l'industriel maître d'œuvre".
Acheter des avions de "pays tiers", donc américains, "aurait permis de doter plus rapidement les forces françaises des moyens de projection qui leur font défaut et n'aurait sans doute pas été plus onéreux", assure le rapport.
La formule du "contrat global liant le développement et la fourniture d'avions" s'est révélée "source de difficultés considérables". Idem pour les indemnités de retard "plafonnées" qui ont eu pour conséquence, selon la Cour, "l'affaiblissement" de l'agence européenne chargée de la conduite du projet face aux industriels.
Le rapport dénonce des problèmes similaires sur d'autres programmes, comme le Rafale ou les hélicoptères de transport NH90 et d'attaque Tigre.Elle "prend acte" cependant des "réformes très récentes de gouvernance des programmes" engagées par le ministère de la Défense.
(Nouvelobs.com avec AFP)
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Les 35 heures, un boulet pout la SNCF
Selon la Cour des comptes, la loi a entrainé une sous-utilisation des cheminots et une baisse de compétitivité qui affaiblissent la SNCF face à ses concurrents.
Le constat devrait faire hurler les syndicats de cheminots. D'après la Cour des comptes, la réforme des 35 heures expliquerait les difficultés de la SNCF pour faire face à l'ouverture de son monopole à la concurrence et notamment des écarts de productivité avec ses concurrents. Ceux-ci peuvent atteindre 30 % dans le secteur du transport de marchandises.
Selon le rapport publié aujourd'hui, l'application de la loi a entrainé une hausse d'effectifs de 7.000 à 7.500 agents. Or, «le surcroit d'effectifs que la réforme avait entrainé représente près de la moitié du nombre de postes supprimés durant les sept exercices suivants, qui s'élève à 15.600 agents environ entre 2002 et 2008».
Cette réforme et le sureffectif qu'elle a créé rapidement a consolidé «des durées de travail sensiblement inférieures à la durée théorique imposée par la loi». En 2008, les conducteurs de trains ont ainsi travaillé 6h14 par jour, soit 1h35 de moins que la durée de travail théorique. Même constat pour les conducteurs de manœuvre et les contrôleurs qui travaillent 20 minutes à 1h35 de moins que leur temps de travail théorique. Sur le RER B, géré avec la RATP, le temps de travail effectif des agents descend même à 5h50 par jour.
L'institution de la rue Cambon note qu'en dépit de ses efforts, la SNCF «n'est pas parvenue à assouplir suffisamment un cadre social strictement réglementé ». Une situation qui pourrait l'affaiblir face à ses concurrents et « constituer une entrave à son développement».
La Cour des comptes en appelle du coup, à une «indispensable harmonisation des règles du jeu entre la SNCF et les opérateurs privés». Le Figaro
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Il ritorno del lupo, ora non fa più paura
Si ripopolano i branchi nel Parco della Majella. Merito dell'intesa con gli allevatori e della lotta al bracconaggio
Al via il progetto «WolfNet» per il coordinamento delle politiche di tutela della specie
Il ritorno del lupo, ora non fa più paura
Si ripopolano i branchi nel Parco della Majella. Merito dell'intesa con gli allevatori e della lotta al bracconaggio
MILANO - Il problema, per certi versi, è Cappuccetto Rosso, la prima fiaba che si impara da bambini. Lì dentro, nelle parole raccontate da Perrault e dai fratelli Grimm, il lupo è decisamente cattivo. Anzi, è il cattivo per antonomasia, le ha tutte lui: subdolo, crudele, perfido, insaziabile. Tutto forse parte da lì. E da credenze e falsi miti attorno a questo predatore che si sono tramandati nel tempo. Ma il lupo, fuori dalle favole, è anche e soprattutto un anello importante della catena alimentare di diverse regioni italiane e l'immagine negativa che si è portato appresso per tanti, troppi, anni ha fatto sì che nella storia sia stato spesso considerato una minaccia, per l'uomo e per il suo bestiame. E di conseguenza da eliminare. In alcuni casi lo sterminio è riuscito e in diverse aree la sua scomparsa ha provocato uno sviluppo incontrollato di quelle che sono sempre state le sue prede, con uno squilibro che ha poi avuto ripercussioni anche sulla vita dell'uomo.
INVERSIONE DI TENDENZA - A volte, però, ci sono anche le notizie positive. E in questo 2010 anno dedicato dall'Onu alla difesa della biodiversità, dal Parco nazionale della Majella, in Abruzzo, arriva l'annuncio che lascia ben sperare: il lupo è tornato. Nella riserva abruzzese sono stati censiti dodici branchi per un totale di un'ottantina di lupi. Tra i primi in Italia a mettere in atto un sistema di sorveglianza sanitaria sulla fauna selvatica, il Parco della Majella ha lavorato negli ultimi anni per raggiungere l'obiettivo di una serena convivenza tra i lupi e le popolazioni locali. «Nei 75 mila ettari del suo territorio protetto, negli ultimi 7-8 anni il conflitto con il settore zootecnico si è trasformato in gestione collaborativa del rapporto uomo-lupo - spiegano dalla sede di Badia Morronese, presso Sulmona -. Indennizzi economici, incentivi per l'adozione di misure di prevenzione, attività investigativa sul controllo delle morti illegali, sistemi di controllo e monitoraggio del lupo altamente tecnologici come la radiotelemetria satellitare hanno permesso di abbattere la mortalità del bestiame e di migliorare il rapporto tra lupi e allevatori». I radiocollari consentono di seguire gli spostamenti dei lupi fino a 12 volte al giorno e di intervenire in caso di un loro avvicinamento eccessivo alle mandrie.
TUTELA E CONTROLLO - Il parco della Majella, assieme a quello delle Foreste Casentinesi e a quello del Pollino e ad una serie di altri enti territoriali, sta promuovendo anche un progetto Life (che usufruisce del sostegno dell'Unione Europea) per il coordinamento delle misure di monitoraggio del lupo sugli Appennini. «Wolfnet», così si chiama, sarà presentato venerdì a Sulmona in occasione del workshop che darà il via all'iniziativa. L'operazione mira a tutelare da un lato la sopravvivenza della specie (ad esempio con interventi contro il bracconaggio o con una maggiore protezione dei territori in cui vivono nei periodi riproduttivi e alle diverse fasi del ciclo biologico della specie), dall'altro alla messa a punto di di politiche di controllo e di contenimento che rendano sempre più compatibile la convivenza al fianco di realtà urbanizzate.
MODELLO DA ESPORTARE - L'obiettivo è inoltre quello di esportare un modello di gestione, sostenibile sul lungo termine e rimodulato sulle caratteristiche locali ecologiche e socio-economiche, all'interno di altre aree protette e territori non protetti della rete Appennino Parco d'Europa. Per realizzare il progetto, che ha un costo complessivo di un milione e 600 mila euro di cui un milione finanziati da Bruxelles, saranno tra l'altro sviluppate nuove procedure di accertamento dei danni causati dai lupi agli allevamenti e creati gruppi operativi specialistici composti anche da veterinari che avranno il compito di effettuare attività diagnostiche e medico-legali e attività investigative di contrasto alla persecuzione illegale nei confronti del lupo. «I danni causati al bestiame domestico sono uno dei motivi principali per i quali i grandi carnivori, orsi e lupi in particolare, sono stati perseguitati per secoli. L'approvazione del progetto Life Wolfnet - spiega il direttore del parco Nicola Cimini - rappresenta il coronamento delle attività intraprese negli ultimi anni dal Parco nazionale della Majella con impegno e professionalità sulle problematiche della coesistenza lupo-uomo».
Al. S.
Il Corsera
18:28 Publié dans Scienze | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Caos-processi: 160 mila fascicoli senza giudice
Le chiamano, con un eufemismo, «sedi scoperte»: sono le procure da cui i magistrati fuggono appena possono. Al Consiglio superiore della magistratura, dove sovrintendono al buon funzionamento della giustizia, sono consapevoli che il problema è esplosivo. Le peggiori situazioni sono in Sicilia: a Enna, assenti 4 sostituti procuratori su 4 in organico, scopertura del 100%; lo stesso accade a Nicosia (distretto di Caltanissetta), a Mistretta (Messina) e a Sciacca (Palermo). Ma siccome i reati non stanno lì ad aspettare i tempi delle nomine e dei concorsi, le denunce dei cittadini fioccano ugualmente, e le forze dell’ordine fanno egregiamente il loro lavoro, accade che a Enna siano maturati nel frattempo 2565 fascicoli. Ognuno di essi nasconde una storia noir. Meriterebbero un’indagine e, forse, un processo. Ma tutti quanti i 2565 fascicoli di Enna, al momento, sono «senza titolare». Così i 1100 di Nicosia, i 652 di Mistretta e i 2400 di Sciacca. Grottesco.
Risultati meno catastrofici, ma pur sempre clamorosi, vengono poi dal Nord. A Brescia mancano 6 sostituti su 21 in organico, pari a una scopertura del 28%, ma siccome nel frattempo sono sopravvenuti 24 mila fascicoli, significa che ce ne sono circa 7 mila senza titolare. A Bolzano, con il 60% dei posti vacanti - mancando 6 procuratori su 13 previsti - ci sono 6100 fascicoli scoperti. E a Bergamo, con una scopertura del 31%, i procedimenti in cerca d’autore sono 5619. In tutto, 158 mila procedimenti sono senza titolare. E sono 215 i magistrati assenti dalle procure.
«Questi dati - spiega il consigliere Dino Petralia, eletto al Csm in rappresentanza della corrente Movimenti Riuniti - sono ovviamente una proiezione virtuale perché, laddove c’è anche un solo magistrato presente, tutti i fascicoli gli vengono intestati». Ma lo schema dà l’idea di che razza di carichi di lavoro piombano sul capo dei malcapitati che ancora non sono fuggiti da quelle procure in affanno.
Per venire a capo del problema, il governo ha appena emanato un decreto che è all’esame del Senato. Considerando l’emergenza, si prevede la possibilità che il Csm disponga dei trasferimenti d’ufficio e prevede una deroga al divieto di usare «giudici ragazzini», cioè freschi di concorso, per gli uffici di procura. La deroga però è limitata a 300 posti e non è immediatamente spendibile: bisognerà attendere il marzo 2011 perché il concorso finisca e si conoscano i nomi dei vincitori. Di qui molti dubbi. Che cosa accadrà nel frattempo? Secondo Petralia, una soluzione potrebbero essere dei trasferimenti temporanei, detti «applicazioni», che permetterebbero di coprire i vuoti in organico per sei o dodici mesi. Il tempo necessario in attesa dei rinforzi.
«Il decreto - dice a sua volta Cosimo Maria Ferri, componente del Csm per la corrente Magistratura Indipendente - è un buon punto di partenza. Dimostra come l’allarme lanciato dalla magistratura sia stato recepito e non era scontato vista la conflittualità di quest’ultimo periodo. Il provvedimento, poi, così come emendato alla Camera, è frutto del dialogo nel rispetto dei ruoli reciproci tra magistratura e politica, ma servirebbe uno sforzo in più». Ferri, come tutti i suoi colleghi, non vede di buon occhio i trasferimenti d’ufficio e sa che in passato ogni trasferimento coatto è stato poi bloccato dai Tar. Concorda perciò con Petralia: l’anno che manca potrebbe essere coperto con qualche soluzione transitoria «consentendo pure ai giudici di andare in applicazione come pubblici ministeri, per periodi limitati, e provveda alla copertura degli organici. E forse è il caso che si bandiscono nuovi concorsi per colmare il vuoto di organico del 12%, pari a 1.158 posti». Nnelle prossime settimane Magistratura indipendente si farà promotrice di incontri nelle sedi disagiate. «Bisogna dare un segnale di vicinanza sia ai cittadini di quelle aree dove mancano i magistrati, sia agli stessi magistrati che ogni giorno si impegnano nel loro lavoro», dice Ferri. La Stampa
18:25 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Il frate di Manzoni? Non era capuccino...
L’ipotesi era già stata documentata con una certa ampiezza nel 1930 in un libro di padre Mario Vanti su I camilliani, il Manzoni e la peste del 1630; ma ora torna alla ribalta grazie allo studio di Maurizio De Filippis ed Elisabetta Zanarotti Tiranini su San Camillo de Lellis e l’Ordine dei Ministri degli Infermi nella storia della Chiesa di Milano, che è in uscita per le edizioni Ares (pp. 262, euro 20) e sarà presentato il 13 febbraio alle 11 nell’aula magna dell’Ospedale Sacco di Milano da Marisa Sfondrini, Alberto Scanni e padre Vittorio Paleari.
In un capitolo su «I Crociferi a Milano», i due autori dedicano ampio spazio alla questione, esaminando con accuratezza una discreta mole di documenti storici ed arrivando a identificare in un camilliano quel «buon frate» che il romanzo cita come il primo, già nell’autunno 1629, ad annunciare l’arrivo del contagio a Milano. Si tratta appunto di fratel Terzago, nobile milanese non più giovanissimo (era nato infatti nel 1584 e si era fatto camilliano a vent’anni, accolto dal fondatore stesso) e capo-infermiere alla Ca Granda: l’Ospedale maggiore del capoluogo lombardo. All’epoca i «ministri degli infermi» seguaci di san Camillo facevano voto speciale di dedicarsi al «perenne servizio dei malati anche colpiti da peste»; difatti Terzago era stato a Palermo durante l’epidemia scoppiata nel capoluogo siciliano tra il 1624 e il 1626, distinguendosi per dedizione nella responsabilità di un lazzaretto: «Per poter attendere a tutti i bisogni con sollecitudine – racconta una cronaca dell’epoca – cavalcava un animaletto stando in volta continuamente di giorno e di notte, senza nessun risparmio; faceva infinite opere di carità... et spesso era visto pigliarsi le creature in braccio che languendo aspettavano la morte, gli faceva le minestre et l’imboccava».
Dopo 4 mesi, però, anche il religioso si era ammalato e venne inviato prima in quarantena, poi in convalescenza e infine nella patria Milano, dove i suoi confratelli lavoravano appunto all’Ospedale Maggiore (peraltro con qualche difficoltà di burocrazia ecclesiastica, che non permetteva loro di avere una chiesa pubblica). Ed è probabilmente grazie all’occhio clinico acquisito sul campo che fratel Terzago fu in grado di diagnosticare la peste nel primo infetto della città, quel soldato Lovato o Locati che anche Manzoni cita al capitolo XXXI del suo gran libro. Purtroppo però l’allarme del camilliano fu colpevolmente disatteso dalle autorità, anche nel vano tentativo di non spargere il panico tra la popolazione. Così più passava il tempo, e più numerosi i monatti dovevano trasportare i malati al lazzaretto grande o di Porta Orientale, nel quale andarono a servire sia i crociferi sia i cappuccini. L’epidemia raggiunse poi l’apice dalla primavera del 1630 in avanti, fino a dicembre; alla fine del morbo, dei 130 mila abitanti ne rimanevano circa 60 mila. E i religiosi furono in prima fila nell’assistenza. I camilliani, in particolare, contavano la loro prima vittima già il 15 aprile e alla fine, su 50 impegnati in città, i deceduti saranno la metà. Si aprivano infatti anche altri lazzaretti, pare uno per ogni porta milanese, e dal luglio fratel Terzago – che aveva contratto la malattia alla Ca’ Granda ed era guarito – fu destinato con due confratelli a quello di San Barnaba presso Porta Ticinese, capace di 4000 malati.
Testimonia il confratello padre Vanti: «Per due mesi, quanti sopravvisse, egli fu là dentro l’angelo della vita e della buona morte»; fino a morire egli stesso, in una data incerta tra il 19 agosto e il 2 settembre 1630. Manzoni ne avrebbe ricavato la vicenda attraverso la sua fonte, il medico Alessandro Tadino, che nel suo Ragguaglio della gran peste (1648) cita fratel Terzago per nome omettendone però l’appartenenza ai camilliani. Da cui la tendenza degli interpreti a identificare l’innominato frate manzoniano con un cappuccino, visto che il romanziere cita a man salva i religiosi di quest’ordine.
Del resto Manzoni non disponeva sul camilliano della completa documentazione poi ritrovata e tuttora conservata nell’Archivio di Stato milanese, né le Memorie delle origini crocifere pubblicate nel 1676 da padre Domenico Girolamo Regi, in cui si romanza la fine di fratel Terzago attribuendola proprio agli untori di manzoniana memoria: «Cavata un ampolla, in cui creder si puote che vi fosse il liquore delle bave dei dragoni, o di cerbero infernale, là dove essendo egli poi caduto ed ungersene, assalito indi a poco da fiero accidente, a pena preparatosi coi sacramenti, religiosamente se ne passò al Signore». Un benefico «effetto collaterale» per il sacrificio del religioso e dei confratelli, tuttavia, ci fu: convincere l’arcivescovo Borromeo (in precedenza diffidente) a regolarizzare la presenza dei crociferi nella metropoli lombarda. Dove i camilliani sono tuttora attivissimi.
18:13 Publié dans Saggi | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
La Bibbia patrimonio dell'umanità
Nella sede dell'Unesco a Parigi
Parigi, 9. Tavole rotonde all'insegna dell'ecumenismo e del dialogo interreligioso, testimonianze, approfondimenti, per comprendere come l'influenza della Bibbia vada ben al di là della civiltà ebraico-cristiana che ha contribuito a plasmare, come essa sia, appunto, patrimonio dell'umanità. Dopo Monaco, Nîmes, Strasburgo e Vannes, l'esposizione itinerante La Bibbia, patrimonio mondiale dell'umanità, organizzata dall'Alleanza biblica francese (Abf), è sbarcata ieri a Parigi, nella sede dell'Unesco, dove resterà fino a venerdì. Una mostra interattiva e multimediale, che presenta i diversi aspetti della Bibbia da un punto di vista culturale, storico e letterario, senza preconcetti confessionali, e che contribuisce a mettere in risalto l'influenza del libro sui popoli delle differenti aree del mondo.
"Il nostro desiderio - spiega il responsabile dell'esposizione, Matthieu Arnéra - è essere al servizio di tutte le Chiese. Il consiglio di amministrazione dell'Alleanza biblica francese è infatti composto da rappresentanti sostenuti dai membri di ogni confessione, anche se non fanno parte direttamente di esse. Vogliamo che questa mostra itinerante sia ecumenica e anche interreligiosa nelle città dove sono presenti comunità ebraiche", ha sottolineato Arnéra.
Per allestire l'esposizione sono stati necessari tre anni di lavoro da parte di un'équipe interconfessionale di ricercatori e biblisti, tutti volontari, che si sono prodigati in un'opera di totale ammodernamento di una precedente mostra. I visitatori hanno a disposizione una collezione unica di bibbie antiche (come il Nuovo Testamento di Erasmo) e di papiri, tavolette cuneiformi e di altri oggetti archeologici. Delle bibbie sono a disposizione del pubblico che potrà consultare i testi percorrendo ogni capitolo, ogni versetto, ascoltarli e vederli, accompagnati da musiche e canti. La mostra si rivolge al grande pubblico, in particolare a scolari e a studenti. Sono infatti le giovani generazioni le più interessate ai diversi supporti interattivi e multimediali. "Come i nostri figli - si chiedono gli organizzatori - in una società così complessa e incerta troveranno i loro punti di riferimento, un orientamento spirituale, dei valori di apertura e di fraternità? Ogni generazione ha la responsabilità di trasmettere il messaggio biblico in modo che ciascuno se ne appropri per costruire il futuro".
Il programma della mostra dell'Abf prevede, oggi e domani, quattro tavole rotonde. Alla prima, "Vivere la Bibbia nei Paesi della Bibbia", partecipano i direttori delle Società bibliche turca, palestinese, israeliana e arabo-israeliana. In Turchia la Società biblica è protagonista del dibattito su religione e laicità e in prima linea nella difesa delle minoranze religiose, così come, in Israele e nei Territori palestinesi, sullo sfondo delle tensioni comunitarie e religiose, i responsabili delle tre associazioni sono impegnati, insieme, nella promozione di una cultura della pace e del dialogo.
Monsignor Emmanuel Lafont, vescovo di Cayenne (Guyana), è tra gli ospiti della conferenza su "Bibbia e dialogo di culture", mentre il vescovo di Créteil, Michel Santier, presidente del Consiglio episcopale per le relazioni interreligiose, parteciperà al dibattito "Sguardi incrociati sulla Bibbia" assieme al gran rabbino René-Samuel Sirat, direttore della cattedra "Conoscenza reciproca delle religioni del Libro e insegnamento della pace" all'Unesco, al pastore e teologo Louis Schweitzer, e all'islamologo Rachid Benzine, dell'Osservatorio del religioso all'Istituto di studi politici di Aix-en-Provence. Sguardi incrociati sulla Bibbia, vista al di là della civiltà ebraico-cristiana, e sulla sua influenza nell'era della mondializzazione e del mescolamento delle culture e delle religioni.
In occasione dell'inaugurazione della mostra, sono stati resi noti i risultati di un sondaggio condotto dall'Ipsos per conto dell'Abf. Secondo le risposte del campione (1.017 persone di età superiore ai 15 anni), il 37 per cento dei francesi possiede una Bibbia e, tra essi, il 3 per cento la legge quasi tutti i giorni. Un dato in discesa di cinque punti rispetto a un analogo sondaggio del 2001, il quale indicava che il 42 per cento dei cittadini aveva in casa una Bibbia. Le cifre tuttavia salgono tra i cattolici praticanti, i lettori più assidui con il 68 per cento del totale: uno su due la consulta almeno una volta a settimana. L'Osservatore Romano
18:09 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Monod ovvero lo scacco dello scientismo
Maria Maggi
Un secolo fa, il 9 febbraio, nacque a Parigi Jacques Monod, biochimico di fama mondiale, nel 1965 premio Nobel per la medicina, assieme a François Jacob e André Lwoff.
Nel 1970 pubblicò l'opera Il caso e la necessità, divenuto presto un bestseller. In esso riassunse le sue idee sui principi teorici della scienza e sui rapporti tra conoscenza scientifica e valori umani.
La sua era una famiglia protestante della borghesia medio-alta francese. Dai genitori aveva ricevuto un'educazione con ampie basi culturali. Diplomato nel 1928, si laureò a Parigi in scienze naturali nel 1931, cominciando subito l'attività di ricercatore in biologia e zoologia.
Nel 1936 si recò negli Stati Uniti a perfezionarsi e rimase un anno al California Institute of Technology. Ritornò a Parigi nel 1937 e conseguì nel 1941 il dottorato in biologia. Ripresa la ricerca alla Sorbona scoprì il fenomeno della doppia crescita (diauxia) di colture batteriche in miscele differenti di zuccheri. Durante la guerra, dopo varie vicende, cominciò a lavorare all'Istituto Pasteur.
Al Pasteur effettuò molte ricerche, in collaborazione con André Lwoff, sull'Escherichia coli, un batterio che egli utilizzò poi regolarmente per i suoi esperimenti. Scoprì così che un mutante casuale del batterio era in grado di elaborare il lattosio, mentre ciò non era consentito alla specie originaria. La metabolizzazione di tale zucchero richiedeva, infatti, la produzione di un corredo enzimatico che il mutante era riuscito a generare e ad acquisire in proprio. Fu questo il presupposto di una serie di nuove scoperte sul ruolo del Dna nella trasmissione dei caratteri ereditari e delle capacità di vita e adattamento di un essere vivente. Seguirono, poi, una serie di scoperte biochimiche relative ai meccanismi delle sintesi proteiche e l'elaborazione di un nuovo quadro biologico sull'adattamento dei batteri.
Avviò, all'inizio degli anni Sessanta, una collaborazione con François Jacob con cui scoprì come il Dna, che è nel nucleo della cellula, trasferisce i suoi ordini ai ribosomi che sono fuori del nucleo, nel citoplasma, e che effettivamente fabbricano le proteine. Al centro del meccanismo c'è il cosiddetto Rna-messaggero, molecola che copia il Dna come uno stampo, porta fuori dal nucleo l'informazione genetica e consente la sintesi delle proteine.
Nel 1963, con Lwoff e Jacob, annunciò la teoria dell'operone, che portò i tre al premio Nobel due anni dopo. Si trattava di una teoria che spiegava molti fenomeni nella vita dei batteri e che al contempo forniva anche nuove linee di ricerca sulle differenze embrionali degli organismi pluricellulari. L'operone è un sistema di geni che si autoregolano in modo coordinato, con attivatori e repressori. L'organizzazione sinergica di geni differenti è tra gli aspetti basilari nella regolazione genica dei procarioti (batteri e cianobatteri).
Jacques Monod conquistò fama internazionale e nel 1967 fu nominato ordinario di Biologia Molecolare al Collège de France. Nel 1971 divenne infine direttore generale dell'Institut Pasteur. Morì di cancro a Cannes il 30 maggio 1976.
Quarant'anni fa scrisse il suo libro più famoso e discutibile: Il caso e la necessità. In esso tenta di offrire un'analisi obiettiva del mondo, proponendo un accurato riesame della teoria di Darwin sull'evoluzione delle specie. Con un'escursione dalla biologia alla filosofia, Monod pretende di spiegare perché siamo fatti così come siamo e perché agiamo in un certo modo anziché in un altro. L'analisi procede in modo logico e rigoroso, senza ricorrere a spiegazioni trascendenti sull'origine della vita. Per tale motivo quest'opera ha suscitato un vasto dibattito scientifico e filosofico negli ultimi decenni. Il testo è discorsivo e non particolarmente tecnico, per cui può essere letto anche da chi non abbia un'ampia cultura nel campo della biologia.
La tesi sostenuta da Monod è che gli organismi viventi non sono altro che macchine che contengono tutte le informazioni necessarie al proprio funzionamento. Essi non sono guidati da un fine esterno, ma da proprietà "teleonomiche" che li rendono nettamente differenti dalla materia inanimata. L'organizzazione di ogni forma vivente è determinata dal Dna che, attraverso le proteine, trasforma le informazioni in strutture e funzioni biologiche ben definite.
Essendo l'organismo vivente una macchina chiusa, un sistema incapace di ricevere istruzioni dal mondo esterno, ogni modifica al codice genetico non può venire da un'interazione con l'ambiente, ma ha origine da eventi del tutto casuali.
Tuttavia, dal momento in cui la modifica nella struttura del Dna si è verificata, essa è inevitabilmente e fedelmente riprodotta in moltissimi esemplari dal sistema di replicazione dell'organismo stesso, che opera con necessità inderogabile. Al totale indeterminismo - il caso - posto all'origine delle mutazioni, Monod associa quindi una concezione rigorosamente meccanicistica riguardante la selezione naturale, che agisce sulle mutazioni stesse, quando l'organismo si confronta concretamente con un determinato ambiente.
La teoria, non proprio originale, di Monod è che l'uomo ha dovuto nel tempo inventare miti e religioni e costruirsi sistemi filosofici per riuscire a sopravvivere, essendo un animale sociale, senza piegarsi a un mero automatismo. Il libro si basa, quindi, sulla vecchia massima di Democrito: tutto in natura è frutto del caso e della necessità e arriva a queste conclusioni sulla scorta delle osservazioni della natura che Monod ha ottenuto dalla sua attività sperimentale.
Vale qui la pena di soffermarsi su un tema centrale: la nozione di finalità in filosofia della natura e la sua riconoscibilità in ambito empirico.
Nella nozione di finalità vanno riconosciuti almeno tre livelli: l'esistenza di regolarità, la presenza di una teleologia quale semplice finalismo funzionale, e infine l'idea di finalità, come rimando a un progetto. Le prime due appartengono alla nozione di finalità in senso debole o indiretto; la terza, vi appartiene invece in senso forte. Le prime due sono oggetto di osservazione e di deduzione empirica, la terza non può mai esserlo. La completa spiegazione scientifica del motivo di regolarità e di teleonomie senza dover ricorrere necessariamente a principi finalistici "esterni", non equivale ad aver risolto o no la necessità del ricorso a una causa di carattere intenzionale che trascenda l'universo. Ma che il mondo risponda o no a un progetto è affermazione metafisica, non scientifica: e coinvolge il terzo livello di causalità. Pertanto non può essere decisa con il solo metodo empirico. E qui la tesi di Monod viene colta in fallo. L'Osservatore Romano
18:04 Publié dans Saggi | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Cura del corpo e sostegno dell'uomo
"Completo nella mia carne (...) quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa". Le parole dell'apostolo Paolo, con le quali si inizia la lettera apostolica Salvifici doloris di Giovanni Paolo II, sono più volte riecheggiate martedì mattina, 9 febbraio, nell'aula nuova del Sinodo, in Vaticano. Sono state pronunciate nella relazione con la quale l'arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, ha inaugurato la tre giorni di manifestazioni per celebrare il venticinquesimo di fondazione del dicastero. Così come avevano trovato ancor prima eco nella preghiera iniziale e rappresentazione visiva nella mostra realizzata dal pittore Francesco Guadagnolo, inaugurata proprio in apertura dei lavori, nell'atrio dell'aula Paolo vi.
Giovanni Paolo II è stato il vero protagonista di questa prima giornata all'insegna del motto "La Chiesa al servizio dell'amore per i sofferenti". "A venticinque anni di distanza - ha esordito l'arcivescovo - è doveroso ma anche proficuo tanto al Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari quanto alla Chiesa tutta intera soffermarsi a rileggere, con la dovuta attenzione, il documento di Giovanni Paolo II e chiedersi quali siano state l'ampiezza e l'efficacia del suo impatto reale sulla vita della Chiesa nella sua varia e articolata struttura, in rapporto alla pastorale del mondo della sofferenza, della malattia e della salute". Così come diventa imperativo dopo un quarto di secolo, fare il raffronto tra le sfide di ieri cui intendeva rispondere la Salvifici doloris, il cammino finora percorso e le problematiche odierne e future del mondo sanitario con cui i credenti di oggi, come quelli di domani, sono chiamati a confrontarsi coerentemente alla loro fede in Cristo, tanto più in un periodo come l'attuale nel quale si è fatta dominante quella cultura di morte che trova forme sempre nuove per affermarsi.
Per questo motivo eminenti personalità del mondo ecclesiale e culturale, illustri e competenti studiosi ed esperti in diversi ambiti del sapere sono stati convocati in questi giorni per illustrare la profonda ricchezza antropologica, teologica e pastorale di quel documento - dal quale è poi scaturita, come logica conseguenza, la fondazione del dicastero di cui si celebra oggi il giubileo d'argento - a partire dai fondamenti biblici e teologici. È stato proposto poi il confronto fra l'esperienza delle grandi religioni mondiali e quella delle culture contemporanee per cogliere in esse il contributo al significato da dare alla sofferenza e al dolore. Una ricerca di senso ricorrente in tutta la comunità umana, senza distinzione alcuna.
"La lettera apostolica Salvifici doloris - ha spiegato l'arcivescovo Zimowski, ricordando quanto detto dal cardinale Angelini a commento della stessa - deve considerarsi un "chiaro punto di riferimento, un illuminato indirizzo umano e spirituale, una precisa presa di posizione e una risposta della Chiesa sul significato più vero della sofferenza". Credo che tale giudizio conservi tuttora la sua indiscussa validità e profetica lungimiranza. Esso faceva eco alle parole che il venerabile Giovanni Paolo II aveva rivolto due anni prima ai medici cattolici in occasione del loro congresso mondiale. Non senza aver ricordato il significato della qualifica di "cattolici" posta alla loro associazione, egli disse: "L'esperienza insegna che l'uomo, bisognoso di assistenza, sia preventiva che terapeutica, svela esigenze che vanno oltre la patologia organica in atto. Dal medico egli non s'attende soltanto una cura adeguata - cura che, del resto, prima o dopo finirà fatalmente per rivelarsi insufficiente - ma il sostegno umano di un fratello, che sappia partecipargli una visione della vita, nella quale trovi senso anche il mistero della sofferenza e della morte. E dove potrebbe essere attinta, se non nella fede, tale pacificante risposta agli interrogativi supremi dell'esistenza? "". In tale prospettiva e con lo stesso spirito, "vogliamo rileggere oggi - ha spiegato il presidente del dicastero - la Salvifici doloris per ricavarne non solo un forte stimolo per proseguire i nostri sforzi, ma anche e soprattutto una profonda illuminazione spirituale che ci fa abbracciare l'umanità sofferente e ce ne rende amorevolmente solidali". Lettura che è stata affidata all'arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il quale - come emerge dagli stralci pubblicati in questa stessa pagina - ne ha proposto i fondamenti biblici e teologici-pastorali. A seguire si è svolta una tavola rotonda incentrata sul raffronto tra le concezione su dolore e sofferenza maturate nell'ebraismo, nell'induismo, nell'islamismo e nel buddismo. La mattinata si è conclusa con l'approfondimento dell'interpretazone della sofferenza e del dolore nelle culture africane e asiatiche. (mario ponzi) L'Osservatore Romano
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Rosso di Spagna
Madrid, 9. Le condizioni economiche della Spagna fanno paura a un'Europa che stenta a riprendersi dalla crisi. La Borsa di Madrid ha chiuso ieri in lieve rialzo (più uno per cento), ma gli analisti restano scettici e parlano di "calma prima della tempesta". Il Governo Zapatero sta cercando di organizzare le contromisure per ritrovare la fiducia degli investitori e della stampa internazionale. Ma dall'economia reale continuano ad arrivare segnali preoccupanti. Se non prenderà urgentemente misure credibili di controllo del deficit e di riforma dell'economia, avverte il "Financial Times", la Spagna potrebbe vivere "un dramma più grande di quello greco".
Proprio per convincere gli analisti internazionali, e in particolare i vertici della City, il ministro dell'Economia, Elena Salgado, è volato ieri a Londra, dove ha incontrato, tra gli altri, la direzione del "Financial Times". In un incontro con gli investitori britannici il segretario di Stato spagnolo all'Economia, José Manuel Campa, ha detto: "Possiamo abbassare il deficit dall' 11,4 al tre per cento nel 2013, lo abbiamo già fatto". Intanto, però, l'Istituto di statistiche nazionale (Ine) ha reso noto che nel 2009 c'è stato un aumento dell'ottanta per cento del numero delle famiglie e delle imprese insolventi. Quasi seimila famiglie e imprese (più 79,6 per cento rispetto all'anno precedente) si sono dichiarate in sospensione dai pagamenti, circa mille cittadini si sono dichiarati in bancarotta e 4.984 fra imprese e lavoratori autonomi hanno annunciato il concorso dei creditori (più 466 per cento rispetto al 2008).
Uno dei principali problemi con cui deve fare i conti l'Esecutivo spagnolo è quello della disoccupazione. I dati diffusi dall'Ocse parlano chiaro: in Spagna aumenta il numero dei disoccupati assestandosi al tasso del 19,5 per cento, il massimo tra i Paesi che aderiscono all'organizzazione parigina. E per molti economisti il costo degli oltre 4,3 milioni di disoccupati contribuirà a rendere difficile il rientro del deficit di Madrid sotto il tre per cento nel 2013, come previsto dal patto di stabilità europeo.
La crisi spagnola è uno dei dossier più scottanti sul tavolo dell'Unione europea. Di fronte al parlamento di Strasburgo chiamato ad avallare, con un voto dell'assemblea plenaria, la nuova Commissione europea, il presidente José Manuel Durão Barroso ha difeso oggi il ruolo dell'euro, sottolineando che la moneta unica "ha protetto i Paesi in difficoltà". La crisi - ha osservato Barroso - "non è stata creata nell'area dell'euro, ma è venuta da fuori; la situazione, per i Paesi che ne fanno parte, sarebbe stata più grave se non avessero avuto la moneta unica". L'Osservatore Romano
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Comunicato della Segreteria di Stato
Il Santo Padre ha approvato il seguente comunicato e ne ha ordinato la pubblicazione.
Dal 23 gennaio si stanno moltiplicando, soprattutto su molti media italiani, notizie e ricostruzioni che riguardano le vicende connesse con le dimissioni del direttore del quotidiano cattolico italiano "Avvenire", con l'evidente intenzione di dimostrare una implicazione nella vicenda del direttore de "L'Osservatore Romano", arrivando a insinuare responsabilità addirittura del cardinale segretario di Stato. Queste notizie e ricostruzioni non hanno alcun fondamento.
In particolare, è falso che responsabili della Gendarmeria vaticana o il direttore de "L'Osservatore Romano" abbiano trasmesso documenti che sono alla base delle dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di "Avvenire"; è falso che il direttore de "L'Osservatore Romano" abbia dato - o comunque trasmesso o avallato in qualsiasi modo - informazioni su questi documenti, ed è falso che egli abbia scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre testate.
Appare chiaro dal moltiplicarsi delle argomentazioni e delle ipotesi più incredibili - ripetute sui media con una consonanza davvero singolare - che tutto si basa su convinzioni non fondate, con l'intento di attribuire al direttore de "L'Osservatore Romano", in modo gratuito e calunnioso, un'azione immotivata, irragionevole e malvagia. Ciò sta dando luogo a una campagna diffamatoria contro la Santa Sede, che coinvolge lo stesso Romano Pontefice.
Il Santo Padre Benedetto XVI, che è sempre stato informato, deplora questi attacchi ingiusti e ingiuriosi, rinnova piena fiducia ai suoi collaboratori e prega perché chi ha veramente a cuore il bene della Chiesa operi con ogni mezzo perché si affermino la verità e la giustizia.
Dal Vaticano, 9 febbraio 2010
L'Osservatore Romano
17:54 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Situazione Grecia. Almunia: crisi senza precedenti, rischio contagio in Europa
«La Commissione è preoccupata per la situazione economica che rappresenta problema per la zona euro»
il governo di atene riforma le pensioni, ma subito scatta sciopero dei dipendenti pubblici
Crisi greca: Almunia, «Situazione senza precedenti, rischio contagio in Europa»
«La Commissione è preoccupata per la situazione economica che rappresenta problema per la zona euro»
MILANO - La situazione della zona euro in particolare quanto sta avvenendo in Grecia è «senza precedenti ma la stiamo affrontando». Lo ha detto il commissario Ue per gli Affari economici e monetari Joaquin Almunia, durante il dibattito sulle difficoltà di Eurolandia. Il commissario, che da mercoledì sarà responsabile per la Concorrenza, ha fatto riferimento al programma «ambizioso» per rimettere in carreggiata i conti pubblici di Atene. La Commissione Ue dà il suo «appoggio» alle autorità greche in questo sforzo che richiede riforme strutturali, ha sottolineato Almunia, rilevando che «l'aumento dello spread fra i titoli di stato tedeschi e quelli greci mostra che la situazione rimane complessa». «La Commissione - ha sottolineato Almunia - è preoccupata per la situazione economica, in particolare in Grecia, che rappresenta un problema per la zona euro e per l'intera Ue». Le mosse del governo greco sono sotto stretto controllo Ue ed è chiaro che «se dovessero materializzarsi rischi di scivolamento rispetto agli obiettivi di consolidamento del bilancio saranno necessarie misure addizionali». Lo ha detto il commissario Joaquin Almunia all'Europarlamento. Almunia ha aggiunto che su questo sono d'accordo anche le autorità greche.
RISCHIO CONTAGIO - La situazione dei conti pubblici greci costituisce fonte di preoccupazione per l'intera zona euro ed esiste il rischio di un possibile «rischio contagio». La Commissione appoggia peraltro pienamente il piano di rientro del deficit messo a punto dall'esecutivo ellenico, che rischia però di rivelarsi ottimistico come le parallele proiezioni macro. «La difficile situazione in Grecia è fonte di comune timore per la zona euro... c'è un grave rischio di contagio ad altre parti dell'unione monetaria» ha sottolineato Almunia. E' dunque cruciale, conclude Almunia, che Atene resti pronta ad adottare ulteriori provvedimenti per correggere il disavanzo eccessivo.
LE RIFORME - Il governo greco oggi ha annunciato una serie di riforme come il blocco dei salari dei dipendenti pubblici e la riforma delle pensioni. Riforme non accolte bene però dalla popolazione dato che mercoledì è in programma uno sciopero del settore pubblico di 24 ore, che chiuderà scuole e ospedali e lascerà a terra tutti gli aerei da e per il paese. Il Corsera
17:51 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
E' ora di rottamare Marx e Lévi-Strauss
Ma in che senso dobbiamo intenderlo, questo "sacro", professor Godelier?
«Certo non si riduce al religioso. In Europa dicendo "sacro" pensiamo immediatamente al Dio monoteista, alla trascendenza, ma non è solo questo: il sacro fonda la società perché è il suo supporto profondo trasmesso di generazione in generazione, è quel che va al di là della vita degli individui, è ciò che consente agli individui di vivere insieme».
Concretamente?
«Nelle società occidentali di oggi oggetti sacri sono le Costituzioni. Non sono beni, non possono acquistare ma solo trasmettere. Il politico non può essere separato dal sacro, anzi ne fa parte; concetto difficile da comprendere per noi europei, che a partire dai Lumi e dalla Rivoluzione francese ci siamo abituati a vedere Stato e politica separati dalla religione. Questa spaccatura ci ha fatto dimenticare che in realtà il sacro non sta solo nella religione: anche la politica è un qualcosa di sacro, per gli individui e per i gruppi sociali. Quello che mi interessa, naturalmente, non è il legame sociale, ma la creazione concreta di una società».
Eppure i due filoni tradizionali delle scienze sociali mettono il sacro tra parentesi, e cercano altrove l’origine della società: Marx nei rapporti economici, Lévi-Strauss in quelli di parentela...
«Infatti sono critico contro questo doppio feticismo. Forse che i rapporti di produzione capitalisti descritti dal marxismo possono spiegare in qualche modo una religione come il cristianesimo? Certo che no. L’economia è importante, va capita, ma non spiega. Allo stesso modo, la famiglia è importante per l’individuo, che si costituisce attraverso di essa, ma questo non basta a farne la base della società».
Dov’è l’errore, quindi?
«Il punto strategico dei rapporti sociali sta nel concetto di sovranità, un concetto più proficuo di quelli economici o strutturalisti. La questione è: perché e come i gruppi umani stabiliscono una sovranità su un territorio? Io rispondo: con il politico-religioso, cioè con il sacro. Politico, nel senso di sistemi istituzionali di governo; religioso, nel senso di rapporto con ciò che va al di là dell’umano».
Eppure in Europa è forte la tendenza a mettere Dio tra parentesi, e a insistere al contrario sulla laicità dello Stato...
«Un conto è la laicità dello Stato, cioè la separazione tra questo e la religione; un altro è il concetto di sacro. All’interno dell’Occidente, poi, è tangibile la differenza tra Europa e Stati Uniti: oltreoceano si giura sulla Bibbia, non sulla Costituzione... Anche là lo Stato non è religioso, nel senso che non c’è una Chiesa ufficiale, però la religione pervade l’intera società. La tradizione americana è impostata sul minor intervento statale possibile nella vita individuale, nell’economia, eccetera. Compassione per i poveri, sì; sistema sanitario per tutti, no – e si vede quanto fatichi Obama a introdurlo. In Europa al contrario lo Stato, a partire dal secondo dopoguerra, ha assunto un ruolo provvidenziale, facendosi carico della protezione sociale di tutti i cittadini. In America il rapporto tra lo Stato e la società sono diversi, così come quelli tra la società e la religione: ma ci sono casi ancora più divergenti, su come il sacro possa fondare una società: l’islam, per esempio».
La categoria di sacro come base del politico-religioso aiuta a capire l’ascesa del fondamentalismo?
«Nell’islam la sovranità non appartiene al popolo, ma a Dio; la legge civile posa sulla legge divina, la shari’a; la supremazia va al religioso, non al politico, e le persone non si riconoscono come cittadini, ma come credenti. In passato il problema del mondo islamico era un problema europeo, perché europei erano i Paesi colonizzatori dell’area musulmana. Oggi questo "domino" è passato agli Stati Uniti, mentre i Paesi islamici non hanno ancora elaborato il trauma della colonizzazione – trauma alla base, tra l’altro, anche della difficoltà di questi Paesi a liberarsi dai loro regimi dittatoriali. Tutto è pieno di paradossi: l’Iran degli ayatollah è una repubblica, con elezioni e opposizione, ma con un fondamento religioso; anche l’Arabia ha un fondamento religioso, ma è una monarchia assoluta, senza elezioni e senza opposizioni… Eppure repubblica, monarchia non sono categorie proprie della tradizione islamica, sono figlie anch’esse della colonizzazione occidentale. E il risentimento cova, ovunque. In Afghanistan, dove occorre assolutamente trovare una soluzione politica. In Iraq, dove il grave errore è stato distruggere interamente lo Stato di Saddam – neppure in Germania, dopo la Seconda guerra mondiale, lo Stato è stato distrutto – anziché modficarlo. E soprattutto in Palestina, vera ulcera aperta nel mondo islamico».
17:43 Publié dans Saggi | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Polemiche di stampa: comunicato della Santa Sede
«Dal 23 gennaio si stanno moltiplicando, soprattutto su molti media italiani, notizie e ricostruzioni che riguardano le vicende connesse con le dimissioni del direttore del quotidiano cattolico italiano "Avvenire", con l’evidente intenzione di dimostrare una implicazione nella vicenda del direttore de "L’Osservatore Romano", arrivando a insinuare responsabilità addirittura del cardinale segretario di Stato. Queste notizie e ricostruzioni non hanno alcun fondamento.
In particolare, è falso che responsabili della Gendarmeria vaticana o il direttore de "L’Osservatore Romano" abbiano trasmesso documenti che sono alla base delle dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di "Avvenire"; è falso che il direttore de "L’Osservatore Romano" abbia dato – o comunque trasmesso o avallato in qualsiasi modo – informazioni su questi documenti, ed è falso che egli abbia scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre testate.
Appare chiaro dal moltiplicarsi delle argomentazioni e delle ipotesi più incredibili – ripetute sui media con una consonanza davvero singolare – che tutto si basa su convinzioni non fondate, con l’intento di attribuire al direttore de "L’Osservatore Romano", in modo gratuito e calunnioso, un’azione immotivata, irragionevole e malvagia. Ciò sta dando luogo a una campagna diffamatoria contro la Santa Sede, che coinvolge lo stesso Romano Pontefice.
Il Santo Padre Benedetto XVI, che è sempre stato informato, deplora questi attacchi ingiusti e ingiuriosi, rinnova piena fiducia ai suoi collaboratori e prega perché chi ha veramente a cuore il bene della Chiesa operi con ogni mezzo perché si affermino la verità e la giustizia.
dal Vaticano, 9 febbraio 2010
17:39 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Scajola: nel 2010 nessun incentivo per l'auto
Scajola: «Gli incentivi del governo si concentreranno quest'anno su settori diversi dall'automobile»
«Credo sia opportuno quest'anno dare incentivi ad altri settori »
«Nessun incentivo nel 2010 per l'auto»
Scajola: «Gli incentivi del governo si concentreranno quest'anno su settori diversi dall'automobile»
MILANO - E' ancora muro contro muro tra la Fiat e il governo. dopo l'annuncio del colosso automobilistico torinese di chiudere lo stabilimento siciliano di Termini Imerese. «Gli incentivi del governo si concentreranno quest'anno su settori diversi dall'auto, comparto che avrà aiuti che si limiteranno solo all'innovazione e alla ricerca». Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, a margine del consiglio informale dei ministri dell'Industria europei a San Sebastian in Spagna. «Credo sia opportuno quest'anno dare incentivi ad altri settori che hanno bisogno di essere spinti», ha detto Scajola, parlando con l'agenzia Ansa.
USCIRE DAL SISTEMA DI INCENTIVI - «Nel 2009 il governo ha incentivato fortemente il settore auto. Mi pare che qui a San Sebastian stia prevalendo la tesi di uscire dal sistema di incentivi sul settore auto» ha detto Scajola sottolineando tuttavia la necessità «di dare certezze altrimenti i consumi frenano. Credo quindi che sia opportuno quest'anno dare incentivi ad altri settori che hanno bisogno di essere spinti». Scajola ha precisato che per il settore auto gli interventi del governo si concentreranno sull'innovazione e la ricerca. «Mercoledì - ha annunciato Scajola - ne riferirò al Consiglio dei ministri e al presidente del Consiglio per le decisioni conseguenti». (Fonte Ansa) Il Corsera
17:36 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
I Basiji, figli della rivoluzione al servizio dei Pasdaran
sono accusati di aver ucciso Neda
A Teheran il loro capo è Seyyed Mohammad Haj Aqamir, si legge sul sito di intelligence Global Security, e il corpo delle milizie è composto da circa tre milioni di uomini, soprattutto ragazzi che hanno appena finito il servizio militare, ma quantificarne il numero, dicono gli esperti, è ancora molto complicato. Fedelissimi del regime, i basiji agiscono in gruppo e, secondo Human Rights Watch, negli ultimi anni si sono macchiati di crimini e repressioni brutali, «dall'arresto degli attivisti anti-regime, degli scrittori e giornalisti all'interno di prigioni segrete, alle minacce rivolte ai sostenitori della democrazia liberale in occasione di eventi pubblici». I miliziani si muovono in borghese, spesso con la complicità degli organi di polizia ufficiale. Sui siti internet dell’Onda verde, il movimento riformista che accusa Ahmadinejad di brogli durante l’ultima tornata elettorale, si accusa i basiji di responsabilità nella morte di Neda, la ragazza diventata il simbolo della nuova rivoluzione, e si pubblicano manuali per sfuggire alle reti del regime.
Secondo il quotidiano online Rooz negli ultimi anni il regime ha armato i suoi miliziani assegnando loro nuovi compiti militari. Una svolta, visto che nemmeno negli anni della guerra con l’Iraq i basiji avevano avuto accesso agli arsenali dell’esercito.
Il vice primo ministro Silvan Shalom durante l’incontro bilaterale a Gerusalemme, ha chiesto al governo italiano di impegnarsi affinchè nella black list europea vengano inserite anche le guardie iraniane. «Sono il braccio armato iraniano, dipendono dalla suprema guida e quindi non sono soggette a controllo democratico. Sono l’esercito di Khamenei. Contano 100mila soldati e 20mila marinai. Un articolo della Costituzione gli dà il controllo delle milizie Basiji, che sono altri 90mila, e contano circa due milioni di riservisti», ha spiegato Shalom al ministro delle Politiche Europee Andrea Ronchi. La Stampa
17:00 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Miliziani contro l'Ambasciata italiana a Teheran: "A morte l'Italia, a morte Berlusconi"
Il ministro degli Esteri Frattini: «A Teheran lanci
di pietre e slogan. La polizia ha evitato l'assalto»
IRAN - «Irruzione tentata da decine di Basiji»
Miliziani contro l'ambasciata italiana
«A morte l'Italia, a morte Berlusconi»
Il ministro degli Esteri Frattini: «A Teheran lanci
di pietre e slogan. La polizia ha evitato l'assalto»
TEHERAN - «Si è appena svolta un'azione contro l'ambasciata italiana a Teheran. Alcune decine di basiji (la milizia paramilitare iraniana, ndr), travestiti da civili, hanno tentato di assaltare la nostra ambasciata a colpi di pietre e al grido di 'morte all'Italia, morte a Berlusconi'». L'annuncio del ministro degli Esteri, Franco Frattini, arriva nel primo pomeriggio durante un'audizione in commissione al Senato. «Lo stesso - ha aggiunto - stanno facendo con l'ambasciata di Francia, Olanda e altre ambasciate europee» (secondo l'Afp, manifestazioni di protesta si sono verificate davanti alle ambasciate italiana, tedesca e francese). L'intervento della polizia iraniana, ha poi spiegato Frattini, ha «scongiurato l'assalto vero e proprio». Grazie a questo, «non ci sono danni seri». Fonti diplomatiche italiane precisano però che si è trattato di «una manifestazione ostile» e non di un tentato assalto.
ANNIVERSARIO - Il responsabile della Farnesina ha quindi annunciato di aver dato disposizione al nostro ambasciatore a Teheran, Alberto Bradanini, di non partecipare alle cerimonie di giovedì in occasione del 31mo anniversario della Repubblica islamica. È in corso un contatto a livello europeo - ha poi ribadito il ministro - per una posizione comune, che credo ci sarà, per dare un segnale di preoccupazione forte» e sulla presenza alle manifestazioni di giovedì, alle quali «il nostro ambasciatore non ci sarà». In ogni caso, «l'ambasciata ovviamente resta aperta, vediamo cosa succede, non pregiudichiamo le cose», ha assicurato il titolare della Farnesina, che ha definito «preoccupanti gli slogan» contro l'Italia e contro Berlusconi.
LE CRITICHE - Il tentativo di assalto è avvenuto pochi giorni dopo il duro attacco di Teheran contro Berlusconi, in seguito alla visita del premier italiano in Israele. Una nota pubblicata sulla tv di Stato iraniana aveva parlato di «servigi resi ai padroni israeliani». In particolare, Berlusconi aveva affermato che il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, ricorda «personaggi nefasti del passato» (un chiaro accostamento ad Adolf Hilter). Le frasi di Berlusconi potrebbero aver reso più «tesi» i rapporti con l'Iran e fomentato i manifestanti? «Non sono rapporti tesi - risponde Frattini - : purtroppo l'Iran ha rapporti problematici e complessi con l'intera comunità internazionale, non sono i rapporti con l'Italia».
AMBASCIATORE CONVOCATO - Intanto, però, il ministero degli Esteri iraniano ha convocato per domenica l'ambasciatore italiano a Teheran per trasmettergli una protesta ufficiale proprio per le parole pronunciate da Berlusconi. Lo hanno riferito all'Ansa fonti locali attendibili che hanno voluto mantenere l'anonimato. In particolare, hanno sottolineato le stesse fonti, Teheran non avrebbe gradito il passaggio in cui Berlusconi ha affermato che è nostro «dovere sostenere e aiutare l'opposizione» nella Repubblica islamica. Il Corsera
16:48 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Ucraina. La Timoshenko attacca: "Non riconosco la vittoria di Yanukovich"
KIEV - La premier filo occidentale Iulia Timoshenko ha deciso di non riconoscere la vittoria del leader filorusso Viktor Ianukovich nel ballottaggio di domenica delle elezioni presidenziali ucraine. "Io non riconoscerò mai la legittimità della vittoria di Ianukovich con tali elezioni", ha detto la Timoshenko nel corso di una riunione del suo partito finita ieri a notte fonda, secondo quanto riportano l'agenzia ucraina Unian e quella russa Itar-Tass.
Oggi la battaglia continuerà. La presidente uscente ha infatti incaricato i suoi legali di contestare in tribunale i risultati elettorali suggerendo l'ipotesi di un terzo turno. Iliriconteggio delle schede dovrebbe avvenire nelle regioni orientali dell'Ucraina, dove - secondo la Timoschenko - sarebbero avvenuti i brogli. "Se ci sarà una decisione favorevole del tribunale - ha dichiarato Elena Shustik, vice presidente del partito di Timoshenko - la useremo per sfidare il risultato complessivo delle elezioni".
Nestor Shufric, deputato del Partito delle regioni guidato da Viktor Ianukovich, fa però sapere che un ricorso al tribunale "potrà solo rinviare l'insediamento del nuovo capo dello Stato" e anzi - a detta della nuova maggioranza - un tale comportamento del premier Iulia mantiene l'Ucraina fuori dall'Europa perché "riconoscere la sconfitta rappresenta il primo passo verso la prassi delle democrazie occidentali". Poche possibilità anche per quella che era stata disegnata come la "soluzione". Shufric ha infatti definito "improbabile" una grande coalizione che metta insieme il Partito delle regioni con quello della Timoshenko. Intanto, la sede della commissione elettorale centrale (Cec) ucraina continua a essere presidiata pacificamente da alcune migliaia di militanti sostenitori del leader filo russo Viktor Ianukovich che hanno sfoggiato uno slogan: le elezioni sono oneste.
Nonostante anche l'Osce ieri abbia avvallato il voto di domenica "come regolare e trasparente", la premier filo occidentale non si ferma, neanche di fronte al voci di opposizione che si sono levate all'interno del suo stesso partito. In serata infatti, Nikolai Tomenko, vice presidente del parlamento e deputato del blocco di "Iulia" (Byut), è stato uno dei primi a pronunciarsi a favore del riconoscimento della vittoria di Ianukovich e del passaggio all'opposizione. La stessa cosa vale per la vice premier, Mykola Tomenko, che si è pubblicamente dissociata dalla scelta del suo partito. La Timoshenko però ha deciso di continuare per la sua strada. L'ex premier può ancora vantare il sostegno di una buona parte dell'apparato di partito che la aiuterà a "contestare i risultati del voto". La Repubblica
12:35 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
I famigliari dei pazienti: una rete di solidarità per far vivere i nostri cari
aolo Fogar, presidente della Federazione nazionale associazioni trauma cranico (Fnatc) si richiama alla Carta di San Pellegrino e alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità per richiamare le richieste di assi- stenza che le famiglie ripetono. «È importante che quei documenti non restino enunciati. Occorre lavorare perché si trovino mezzi e sostegni, non solo economici, per aiutare le famiglie: che non parlano di morte, ma di vita». Anche Gian Pietro Salvi, presidente della Rete- associazioni riunite per il trauma cranico e le gravi cerebrolesioni acquisite, aggiunge: «Le famiglie sono gli eroi del quotidiano, la battaglia è comunque lunga e logorante: se non sono aiutate, si ammalano. È compito delle istituzioni e della società non lasciarle sole». E da questo punto di vista la presenza delle associazioni che lavorano al tavolo istituito al ministero della Salute per giungere a scrivere un Libro bianco dell’assistenza a queste persone è un primo passo, ma cruciale, sottolinea Fulvio De Nigris, direttore del Centro studi ricerca sul coma-Gli amici di Luca onlus. «È molto importante anche come si comunicano le notizie relative al coma e agli stati vegetativi: occorre infatti tutelare queste persone gravemente disabili, raccontare ciò di cui hanno bisogno e le strutture dedicate disponibili (che sono ancora poche). Se c’è stato un frutto della vicenda Englaro è proprio la reazione di tutti coloro che vivono questi problemi e che sono riusciti un po’ a farsi sentire».
«Da un lato – osserva Paolo Fogar – sono stati fatti progressi, ma la situazione è ancora a macchia di leopardo. Accanto a Regioni, come Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, che danno anche un contributo economico alle famiglie, i Livelli essenziali di assistenza (Lea) non prevedono la riabilitazione a lungo termine per queste persone, che ne hanno bisogno sempre per evitare spasticità. Ma i familiari continuano a parlare di vita e non di morte ». E si battono in tutte le sedi: una di queste sono le conferenze di consenso con le società scientifiche, dove vengono stilate le raccomandazioni che devono diventare buona e ordinaria prassi medica e assistenziale.
«Entro la fine dell’anno – aggiunge Fogar – parteciperemo alla conferenza di consenso della Simfer (Società italiana di medicina fisica e riabilitativa) sulla buona pratica nella riabilitazione ospedaliera delle persone con gravi cerebrolesioni acquisite. Mentre questo mese a Siena le associazioni saranno presenti a un’altra conferenza di consenso sulla riabilitazione cognitiva dell’adulto. Si tratta di aspetti importanti, che toccano la vita di queste persone: le famiglie si battono per la vita, ma servono riabilitazione, ausili, valutazioni accurate». Questi documenti, poi, per diventare prassi «devono essere portate in Conferenza Stato-Regioni». Solo così si concretizzano gli aiuti e si evita la solitudine, «la vera condanna di queste famiglie – sottolinea Fulvio De Nigris –, che rischiano di sentirsi isolate dal resto della società. D’altra parte occorre anche fare molta formazione nella società, a partire dai giovani ». «Ci vuole amore, passione e competenza per dedicarsi a queste persone – conclude Salvi – ma le famiglie lo fanno per uno slancio vitale di amore verso i loro cari».
12:03 Publié dans Stampa | Lien permanent | Commentaires (0) | Trackbacks (0) | Envoyer cette note
Parlano le suore di Lecco
Suor Rosangela, quella che era accanto a Eluana ogni giorno, non partecipa a questo colloquio, non interrompe il suo silenzio. Ma anche nei tratti forti di suor Albina, in quel dire ' era viva', compare un’incrinatura, l’affiorare di una sofferenza profonda.
Madre, «se per qualcuno è morta, lasciatela a noi che la sentiamo viva» : furono le vostre sole parole un anno fa. Per molti Eluana era solo un corpo vegetante. In quale modo voi la sentivate viva?
«Che fosse viva – risponde la suora – era un’evidenza, e non solo perché respirava naturalmente, senza alcuna macchina. Pensi a un bambino neonato: non capisce, non parla, non risponde, ma forse non è una evidenza che è una persona? E quel solo suo essere vivo, non dà gioia?»
Le risponderebbero in molti: un bambino cresce e va verso la vita, Eluana era lì da tanti anni immobile, assente…
« Non era così totalmente inerte e assente. Quando la si chiamava per nome reagiva con una quasi impercettibile agitazione che però noi, abituate a starle accanto, coglievamo. E la sua pelle, sembrava assaporare le carezze. Certo sperare in un miglioramento non era immaginabile, a meno di chiamare questo miglioramento ' miracolo'. Però Eluana era viva. Quando l’altro giorno ho sentito delle ricerche riportate dal New England Journal of Medicine su quei pazienti in stato vegetativo in cui alcune aree cerebrali reagiscono agli stimoli, mi sono chiesta se anche lei non poteva essere in simili condizioni» .
Com’era concretamente la giornata di Eluana, come viveva in quella stanza al secondo piano?
«Molti si immaginano una camera di rianimazione, un corpo attaccato a una macchina. Qui non c’era nessuna macchina. Eluana respirava naturalmente. Al mattino veniva lavata, e per tagliarle i capelli ogni tanto veniva un parrucchiere. Era una donna fisicamente sana, bella, non magra, mai ammalata, con una pelle rosea da bambino. Dopo l’igiene c’era la fisioterapia, poi veniva messa in carrozzella, se c’era bel tempo si andava in giardino. A Natale, l’avevamo portata in chiesa con noi» .
È la vita che fa oggi in una di queste stanze un altro paziente nelle stesse condizioni. Nella sua camera però si alternano la moglie e i parenti e gli amici, in una rete di affetti. Eluana, di visite non ne riceveva quasi: negli ultimi tempi il padre aveva ristretto la cerchia delle persone ammesse a vedere la figlia. Suore, infermiere e medici le erano però sempre accanto. Suor Rosangela, soprattutto. E non smettevano di parlarle, come si parla a una persona viva. «Quel giorno che è stato annunciato che venivano a prenderla – riprende suor Albina senza guardarci, come fissa nel suo ricordo – noi non ci credevamo. Era stato minacciato tante volte, e non era successo niente. Quel pomeriggio invece è arrivato il padre, e mi ha detto che Eluana se ne andava. L’ho pregato: ci ripensi, per favore, signor Englaro. Lui non ha risposto, ha salutato e se ne è andato. Mi è sembrato in quel momento un uomo pietrificato dalla sua stessa scelta» . E in quella notte di pioggia, ricorda la suora, «Eluana sembrava all’improvviso agitata. Sono arrivati gli infermieri. Noi le parlavamo, le ripetevamo di stare tranquilla. Le dicevamo che andava in un posto in cui le volevano bene» ( di nuovo la voce della suora si incrina). « Le abbiamo dato un bacio. L’hanno portata via» .
L’assedio dei giornalisti, il lampeggiare dei flash, l’Italia ammutolita a guardare. E qui quella stanza abbandonata. Le fotografie e i quadri alle pareti, i due peluches sul letto ( il terribile vuoto delle stanze di chi se ne va per sempre). E le quattordici Misericordine di Lecco a aspettare, insieme a tutta la loro congregazione: a pensare a quella ragazza, per quindici anni come una figlia, che andava a morire di sete e di fame. Quelle donne, a pregare. Madre Albina tace, le parole non possono bastare. Dice solo, pensando all’ultimo saluto: «Ho pensato che la Via Crucis la si fa da soli. Anche il Signore, quel giorno, si è trovato solo» . Dai corridoi intanto, dalle stanze, il sommesso rumore di un ospedale quieto e affaccendato: carrelli che passano, telefoni che suonano, voci. (Qui e altrove, in chissà quante case di cura, quanti malati ogni giorno, passivi in un letto, vengono lavati, curati, alimentati come Eluana? Non in stato vegetativo magari, ma semplicemente persi nella demenza o nell’Alzheimer; o nati incapaci, e per sempre incoscienti e bambini? Li curano, li accudiscono nell’antica certezza quasi tacitamente tramandata dal cristianesimo: sono persone. Ma, pensate a un mondo di questa certezza dimentico, che rivendicando libertà, diritti e 'dignità della vita' mandi gli inermi a morire, come Eluana. E poi come su Wikipedia affermi di lei: morta 'per morte naturale').
Madre, lei cosa risponderebbe a quelli, e sono tanti, che dicono: se toccasse a me d’essere immobile e incosciente in un letto, fatemi morire?
«Direi di pensarci davvero. Senza fermarsi a immaginare astrattamente ciò che non sanno. Perché organizzano una vita da malati di cui non hanno alcuna esperienza. E una morte, di cui sanno ancor meno» .
Una pausa. « Perché, vede – e qui la suora sembra riprendere energia e speranza – certi pazienti come Eluana bisogna vederli con i propri occhi. Non immaginarli soltanto: perché allora prevale la paura. Vederli come sono, vivi, in una stanza piena delle loro cose, come una stanza di casa nostra; vivi e così indifesi, così inermi. Proprio come bambini neonati. Come si può non amare chi è così inerme e bisognoso di noi, anche se non capisce e non risponde? Come si può non amare un bambino?» . E c’è in questa domanda la chiave della dedizione delle Misericordine a Eluana, e di tanti altri, a tanti altri sconosciuti malati. Un amore per la vita non astratto, ma che attinge alla sorgente di una maternità profonda, e più grande di quella carnale. Dove un padre ha giudicato che quel modo di vita era intollerabile, non degno, delle madri per quindici anni hanno abbracciato: grate di un fremito della pelle, grate comunque di quel respiro. Come due diversi sguardi sul mondo si sono incrociati sopra a questa tranquilla clinica di Lecco. Poi, quella notte, l’ambulanza è partita e Eluana se ne è andata. Altri come lei, forse, arriveranno. E suor Albina e le sue sorelle e le infermiere li cureranno. Serene, certe. Come dicendo, nella forza pacata delle loro facce: «Non vedete? È un’evidenza, che sono vivi».
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E' semplice stare dalla parte giusta
Chi sta con la vita – chi è per la vita – mai la ferisce e mai arbitrariamente la finisce. Chi coltiva un’idea di morte – chi si allea con la morte – fa l’esatto contrario. Eppure, oggi, c’è molto che sembra rendere incredibilmente ardua la comprensione di che cosa è giusto e di che cosa è sbagliato. E c’è chi tenta, in tutti i modi, di renderci difficile, addirittura impossibile, dire dei « sì » e dei « no » limpidi e chiari. Per questo, oggi, a un anno dalla dolorosissima morte di Eluana Englaro « per disidratazione » , cioè per sete – così ha certificato l’autopsia –, ci sembra importante tornare a indicare a noi stessi e a tutti, con la necessaria chiarezza, l’esempio di coloro che, con dolcezza e sapienza umana e medica, amano e servono la vita e non la negano. Vi raccontiamo le suore Misericordine che nella casa di cura ' Talamoni' di Lecco continuano a offrire ai loro pazienti la stessa dedizione e la stessa fedeltà che diedero per 17 anni alla giovane donna in stato vegetativo persistente poi portata a morte a Udine. E vi raccontiamo i medici che al Centro ' Cyclotron' dell’Università di Liegi stanno dando nuove e sempre più impressionanti risposte scientifiche alle domande di chi non s’arrende e non dichiara perse e « senza qualità » le persone classificate in stato vegetativo. Facciamo parlare Lucrezia ed Ernesto Tresoldi che hanno riavuto il loro Massimiliano, dopo dieci anni di asserito stato vegetativo «permanente» (aggettivo oggi abolito dagli uomini di scienza, tranne che da quelli superficiali o tenacemente pro- eutanasia), perché l’amore aiuta i « miracoli » e quel figlio ferito e perso in una disabilità sconfortante loro non l’hanno mai voluto lontano dalle loro vite e da casa sua.
E diamo voce a tutte le altre famiglie toccate dalla durissima prova di una persona cara e presente chiusa in uno stato che la rende apparentemente o effettivamente « irraggiungibile » ( famiglie che non lasciano soli questi loro congiunti, ma che, troppe volte, sono lasciate drammaticamente sole dalle pubbliche strutture di assistenza). Questi sono gli esempi, i fatti. E poi ci sono le chiacchiere. I digrignanti sofismi di chi vuol far credere che accudire i malati più gravi, i cosiddetti « senza speranza » , sarebbe crudele. Le algide polemiche di chi osa descrivere come una « violenza » le tenere cure prestate a chi non può badare a se stesso. L’alterigia antidemocratica di chi invoca l’azione di « saggi magistrati » per sovvertire le leggi che già stabiliscono (come la legge 40) o, si spera, stabiliranno presto (come la legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento) un limite di rispetto nella manipolazione della vita nascente e un dovere minimo di assistenza degli inabili. Le chiacchiere anche feroci di chi, insomma, pretenderebbe di rovesciare il senso reale delle cose. Fino a dichiarare « inumano » lo stare, senza esitazioni e senza accanimenti, semplicemente dalla parte della vita. Parole cattive, ferrigne propagande che non valgono un attimo del tempo di ricerca e di cura del professor Laureys o del professor Dolce e neanche il più piccolo e umile dei gesti che compiono ogni giorno, a Lecco, suor Albina e le sue consorelle. Parole cattive che vogliono rendere «morte» sinonimo di «libertà» , e perciò non sono e non saranno mai specchio dell’animo vero della gente.
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Barroso difende l'euro
Il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha ribadito l’importanza di avere un’Europa che parli «con una voce sola», nonché un coordinamento migliore delle politiche economiche. Parlando al Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo, Barroso ha spiegato: «Ci si può domandare se l’Ue abbia il peso che dovrebbe avere nel mondo. Non ancora». Oggi gli eurodeputati dovranno votare il nuovo esecutivo europeo e consentire a Barroso di iniziare il suo secondo mandato di 5 anni. Sul piano economico, «alcuni politici nazionali non sono a favore di un approccio più coordinato delle politiche», ha lamentato il portoghese, aggiungendo: «Se vogliamo rafforzare la nostra base industriale occorre un coordinamento economico più forte».
Barroso ha inoltre difeso la moneta unica europea, che ha perso quota negli ultimi giorni per via della situazione finanziaria di alcuni paesi della zona euro, a partire dalla Grecia. «L’euro continuerà a rappresentare uno strumento di sviluppo importante. Coloro che pensano di poterlo mettere in discussione vedranno che terremo il punto», ha osservato, spiegando: «La nostra situazione economica e sociale richiede un cambiamento radicale rispetto allo statu quo». Il presidente dell’esecutivo europeo, che sta per iniziare il suo secondo mandato consecutivo, ha dichiarato di volere «delle politiche incentrate sui risultati» e «delle misure a breve termine per rimettere l’Europa al lavoro e promuovere gli obiettivi a lungo termine» come la crescita, l’occupazione, la lotta contro la povertà, l’ambiente e «la coesione economica e sociale».
La nuova commissione su cui voterà oggi pomeriggio il Parlamento Europeo a Strasburgo «merita fiducia». È l’appello lanciato dal presidente dell’esecutivo, Josè Manuel Barroso, in un intervento di fronte all’Assemblea plenaria dell’europarlamento a Strasburgo (ritrasmesso in diretta anche a Bruxelles). La "Barroso II", ha detto il portoghese, «è una squadra per cui potete votare con fiducia, merita il vostro sostegno». Barroso ha spiegato che «non sarà tutto come prima, i cittadini non potrebbero accettarlo. Viviamo in un periodo straordinario», in riferimento alla crisi economica, alla questione del clima. «Sono problemi troppo grandi - ha spiegato Barroso - perchè noi non modifichiamo il nostro modus operandi. «Questo è un momento in cui dobbiamo mostrare ai cittadini che abbiamo a cuore i loro interessi».
In realtà sul voto, atteso per le 13 e 30, non c’è grande suspense. Dopo l’incidente di percorso che ha portato alla sostituzione della commissaria bulgara designata Rumiana Jeleva con la connazionale Kristalina Georgieva, tutti e 26 i commissari designati hanno ricevuto parere favorevole da parte delle relative commissioni europarlamentari. La Stampa
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